D isponibile sulla piattaforma Prime Video di Amazon dall’ottobre scorso,
Citadel: Diana è uno spin off della serie statunitense Citadel diretta e pensata
da Josh Appelbaum, Bryan Oh e David Weil e che vede tra i suoi produttori
Anthony e Joe Russo, già acclamati registi di quattro film della serie Marvel
tra cui Avengers: Endgame del 2019 che ha ottenuto a oggi il maggior incasso
della storia del cinema.
L’obiettivo dei fratelli Russo è quello di creare con Citadel e i suoi vari spin
off quello che chiamano uno spyverse internazionale. Uno strumento narrativo
capace di parlare globalmente attraverso contenuti inediti e con un immaginario
in grado di sciogliersi nelle diverse sensibilità. Un progetto che non può
dunque basarsi su contenuti preesistenti (come nel caso delle serie Avengers),
ma che deve in qualche modo cogliere una sensibilità strettamente contemporanea,
ma ovviamente lontana da un presente attuale che renderebbe il prodotto di breve
scadenza. Così dopo Citadel: Diana a novembre era già la volta di Citadel: Honey
Bunny, lo spin off indiano. Il tema centrale è sempre quello di un conflitto tra
agenti segreti e organizzazioni spionistiche più o meno legali, dunque, in
sintesi, quello del complotto. Tema ultraglobale che diviene una sorta di enorme
ombrello sotto al quale agiscono i personaggi e prendono corpo le dinamiche
narrative. Non si tratta infatti di svelare il complotto, ma di accettarlo come
dato di fatto: non esiste il vero o il falso, ma solo lealtà e tradimento. Ogni
azione vive sotto questa cappa. Il complotto è infatti inizialmente frutto della
guerra fredda nel secondo Novecento, che oggi pare essersi trasformato da
strumento di controllo a strumento di confusione.
L’estetica di Citadel è quella di un’urbanità priva di colori: imperano i toni
del grigio e un azzurro metallico. L’aspetto minimale è frutto di anni di
rielaborazione dell’immaginario di Matrix delle sorelle Lana e Lilly Wachowski,
tuttavia la produzione per quanto ricca e capace d’intuizioni non banali deve
comunque offrire un prodotto per un mercato di massa e così quello che vorrebbe
essere, diciamo così, Armani ci mette davvero poco a rivelarsi essere uscito da
uno store di Zara. Non tutti i toni di grigio sono uguali e si vede. E anche la
Milano del 2030 messa in scena in Citadel: Diana assomiglia più a un capoluogo
svizzero che a una capitale europea, nonostante il malconcio e
riconoscibilissimo duomo, su cui troneggia ancora ‒ forse per scaramanzia ‒ la
“Madunina”. Il che sembra rivelare più che un limite dell’immaginario filmico,
quello reale di una città che si crede, ma non è. Al punto che messa davanti a
una telecamera non appare poi così realmente fotogenica, ma anzi dimostra un
limite che è tutto nella sua ambizione e non, in verità nella sua realtà.
> Citadel: Diana prova a portare in Italia un genere fanta-crime-complottistico
> con dei tratti che oggi, spesso con un eccesso di entusiasmo un po’ facilone,
> vengono definiti “distopici”. Uno script su cui installare una sceneggiatura
> che declini all’italiana i temi del complottismo.
Sarebbe poi da indagare come dagli anni Duemila, per l’esattezza dal già citato
Matrix del 1999 al Michael Mann di Collateral del 2004, la metropoli pur
restando presente nella rappresentazione degli incubi e delle inquietudini delle
comunità sociali, perda ogni colore riducendosi a un quartiere ipoteticamente
finanziario (quindi grigio anche nel rispecchiarsi delle pareti vetrate dei suoi
grattacieli), così come notturno. Non è solo una rappresentazione del potere in
sé: la sensazione è che lo sporco insito nella società, quello che insomma
doveva scansare ‒ in forma di bidoni della spazzatura ‒ Gene Hackman nelle sue
infinite rincorse per le strade di New York, sia stato totalmente rimosso perché
è scomparsa la vita dalle strade e la città è solo il fondale di un contratto
non più sociale ma amministrativo, tra le cui maglie si ostina a permanere il
crimine, non più come forma di fuga o di liberazione, ma di bug di un sistema
che vede tutti rinchiusi nelle proprie case. Verrebbe da pensare che sia andata
a finire proprio male, anche peggio di quanto prefigurato in Blade Runner in cui
pioveva tutto il tempo, ma quanto meno nessuno temeva di prendersi tutta quella
pioggia, e ancora si calcavano i marciapiedi.
Citadel: Diana ideata da Alessandro Fabbri e diretta da Arnaldo Catinari prova
quindi a portare in Italia un genere fanta-crime-complottistico con dei tratti
che oggi, spesso con un eccesso di entusiasmo un po’ facilone, vengono definiti
“distopici”. Uno script su cui installare una sceneggiatura che declini
all’italiana ‒ seppure in un “elvetico futuro” ‒ i temi del complottismo. Uno
spettacolo dunque principalmente televisivo fatto di lotta, scontri a fuoco e
non poco sentimentalismo, ma comunque attraversato da una tensione perenne,
anche nei momenti più innocui. Diana (interpretata da Matilda De Angelis)
attraversa sempre con passo svelto e teso la scena, le sue espressioni sono
ridotte al minimo e ogni emozione è preceduta da un fastidio che trova traccia
nelle minime pieghe del viso come della bocca. Ogni emozione per Diana sembra
avere la declinazione di inevitabile errore. Tutto deve essere sempre
estremamente efficiente e controllato, eppure tutto è miseramente decadente.
> In una logica sempre più estrema di ampliamento dei pubblici, gli spettatori
> divengono essi stessi corpi ampi e attraversabili, ma capaci di vedere senza
> aver realmente visto. Una miniaturizzazione della visione che è del tutto
> complementare agli schermi privati sempre più ampi e invadenti.
Citadel: Diana offre così una forma inedita di standardizzazione che non vuol
dire solo un appiattimento dei contenuti per accedere a un pubblico più ampio
possibile, ma fornire una visione che per ogni spettatore dia corpo a veri e
propri clash difficili da rimuovere. La serie non si accontenta di dare la
possibilità di godersi uno spettacolo televisivo, ma prova ad agganciare i
pubblici direttamente partendo dalle loro paure più recondite e nemmeno per
esplicitarle, ma solo per tenerle accese. Perché in fondo una fine, una
conclusione liberatoria di Citadel non c’è e soprattutto non ci deve essere. È
un gioco pericoloso e complicato soprattutto a livello narrativo che può
facilmente incorrere in cadute o anche in vertiginose elucubrazioni che
sarebbero difficilmente comprensibili in quel contesto e che non può non tenere
conto della frammentazione della visione indotta dallo strumento in sé (la
televisione nella sua più ampia accezione, che va dagli smartphone alle smartTV)
e dalla forma della narrazione (la serie è di per sé infinitamente replicabile e
recuperabile).
In una logica sempre più estrema di ampliamento dei pubblici, gli spettatori
divengono essi stessi corpi ampi e attraversabili, ma capaci di vedere senza
aver realmente visto. Una miniaturizzazione della visione che è del tutto
complementare agli schermi privati sempre più ampi e invadenti. Ogni immagine
perde così il proprio movimento e contesto divenendo un insieme disordinatissimo
e privato (per ogni spettatore) di sequenze riconducibili a diverse, ma
ininfluenti, fonti. Una “memestetica”, come l’ha definita Valentina Tanni che va
oltre l’opera in sé e oltre la sua interpretazione. In particolare non può non
colpire, verso la fine della serie, la scena di sesso che vede coinvolti Diana
con Edo (interpretato da Lorenzo Cervasio). Nulla da eccepire sulla scena,
almeno fino a quando non si viene sommersi dalla musica di By This River di
Brian Eno. E davvero c’è da domandarsi come sia possibile che si sia scelta
proprio quella musica lì. Una canzone così fortemente incisa nella memoria che
non può non ricondurre direttamente a una delle scene più strazianti di La
stanza del figlio di Nanni Moretti.
By This River, il cui testo in qualche modo sarebbe pure aderente al senso della
scena di Citadel: Diana, invade però il campo creando una distorsione visiva in
un certo senso pornografica. Perché inevitabilmente si assommano due sentimenti
in teoria lontani tra loro: una scena eroticamente esplicita con quella di un
padre in cerca in qualche modo della memoria e della presenza del figlio
scomparso, ed è come se quei due mondi lontani si guardassero all’improvviso.
Due generazioni e due movimenti, un cinquantenne disperato che vede la propria
famiglia perdersi e un mondo ugualmente disperato dentro al quale due ragazzi
provano a trovare un po’ di felicità e di godimento. Questo clash è frutto di un
elemento apparentemente minimo che per uno spettatore contemporaneo però entra
in forte contrasto, quasi in collisione, con una memoria precisa. Ovviamente, al
cospetto della complessità produttiva di una serie “globale” come Citadel: Diana
aspira a essere, questo dettaglio potrebbe risultare quasi impercettibile, ed è
impossibile attribuirlo a una scelta in qualche maniera voluta. Così come non è
voluto ‒ evidentemente ‒ il contatto possibile che si crea proprio con la forma
di montaggio di La stanza del figlio che vede Giovanni (Nanni Moretti) ricordare
il figlio e soprattutto immaginarlo in un futuro possibile e reale. Qualcosa che
riporta inevitabilmente ai due ragazzi che in un tempo e in una città morta
fanno l’amore, ostinatamente verrebbe da dire.
> Ogni immagine perde così il proprio movimento e contesto divenendo un insieme
> disordinatissimo e privato (per ogni spettatore) di sequenze riconducibili a
> diverse, ma ininfluenti, fonti.
La stanza del figlio è del 2001 ed è forse una delle più esplicite
rivendicazioni poetiche di colore da parte di Nanni Moretti, a partire dalla
scena a iniziale che vede gli Hare Krishna circondare Giovanni dopo una corsa
mattutina. La stessa stanza del figlio diviene il luogo non solo di una
nostalgia passata, ma di una nostalgia presente, invalicabile che finisce
direttamente in un futuro in cui tutto l’attorno si sgretola pur di mantenerla
intatta e viva. Il film di Moretti contrasta pervicacemente con una sensibilità
che volge lo sguardo a una disperazione che sia Michael Mann che le Wachowski
rivelano e con cui si confrontano e da cui Moretti prende invece distanza, non
ideologicamente, ma sentimentalmente. La morte di un figlio diviene un obbligo e
un’opposizione imperante a un grigiore finto-elegante e a un notturno disperato
che risulta così totalmente inaccettabile. Una doppia illusione: da un lato il
complotto, la tecnica e l’umanità totalmente in balia di un mondo da lei stessa
prefigurato, dall’altro un’opposizione fragilissima e così disperata che non può
che illudersi trasformando la stanza di un adolescente nell’illusione di un
futuro ancora possibile.
Ecco allora che la canzone di Brian Eno, e non casualmente, riesce a connettere
due situazioni cinematografiche così lontane nelle ambizioni come nel tempo;
connette sinceramente ed efficacemente lo sguardo profondo di Matilda De
Angelis, che resta però sempre in qualche modo opaco, come rassegnato
all’evidenza della superficie quanto all’inutilità della profondità, con quello
di Nanni Moretti che insegue invece la superficie come scivolando su un lago
ghiacciato, tra una disperata impenetrabilità e un senso di perdita non più
rimarginabile. Entrambi mostrano una forma di divertimento e di godimento
(Giovanni disperatamente sulle giostre), ma sempre più obbligata a una
consapevolezza di fine. Una parentesi e nulla più come può essere l’innesto
della musica di Biran Eno. Poi i rumori della strada risalgono e anche l’ultimo
sussulto dei corpi si esaurisce.
> L’opera oggi è scomposta e ricomposta, spesso prima ancora che si abbia la
> possibilità non solo di vederla nella sua compiuta origine, ma anche di
> comprenderla.
Dal punto di vista dello spettatore si tratta di un innesto che in questo caso è
particolarmente evidente nei suoi punti di origine, ma che è in verità
quotidiano, continuo e figlio di un’esplosione dei contenuti in frammenti oggi
visti e rivisti, letti e riletti, interpretati e spesso mal compresi che ci
portano ad annegare in quel continuo scorrere di immagini e video che allucinano
i nostri sguardi. L’opera oggi è scomposta e ricomposta, spesso prima ancora che
si abbia la possibilità non solo di vederla nella sua compiuta origine, ma anche
di comprenderla. Non si tratta più di una visione casuale che si oppone a una
visione diciamo competente, ma di un flusso e di una vera e propria deriva che
coinvolge chiunque non si chiami fuori da ogni strumento di comunicazione
contemporaneo.
Nella scena di sesso di Citadel: Diana così come nella passeggiata de La stanza
del figlio si connettono due momenti cinematografici estremamente diversi, ma
che ora vengono in qualche modo obbligati a comunicare all’interno di una
distonia restando totalmente aderenti l’uno all’altro. Una forma di montaggio
immateriale che vive nella mente di ogni spettatore e che non si basa però più
solo sul ricordo e su una memoria stabilizzata, che è frutto di un’esperienza
acquisita, ma di una perpetrazione data da una visione distratta, imposta,
casuale, e però continua e ossessiva. Un vedere che non solo si allontana dal
comprendere (in questo caso l’opera) e dall’interpretare, ma che restituisce
attraverso una giustapposizione un oggetto pubblico prodotto dall’inconscio
privato.
Alla base della formazione di ogni cinefilo c’è il rivedere come gesto
fondativo, che s’impone sul vedere, ma oggi questo gesto, compiuto non più
all’interno di una sala cinematografica, dà invece corpo a uno stato emotivo,
per l’appunto privato, che deforma e crea sintonie totalmente autoriferite, che
non solo danneggiano il ricordo in sé rendendolo inesplicabile all’altro e
quindi incomunicabile all’esterno, come avveniva durante il rito collettivo
della sala, ma che elidono in parte o totalmente la forza espressiva dell’opera.
Lo spettatore appare così ridotto a una macchina celibe: incapace di tutto se
non di generare un pensiero che non sia altro che il frutto di una continua
sovrapposizione priva però di alcuna reale elaborazione. Così Matilda De Angelis
che fa sesso è ormai aderente a Nanni Moretti che vaga disperato. Una visione
automatica che diviene totalmente surrealista nel momento in cui la finzione
cade nella realtà quotidiana sotto forma di clip, frammento, episodio sempre
recuperabile, tornando poi all’interno della messa in scena che vive però solo
nella mente individuale. Il tutto attraverso un automatismo assolutamente
inedito. La riproducibilità dell’opera diviene ora contestuale alla sua
distruzione o meglio alla sua esplosione.
> Alla base della formazione di ogni cinefilo c’è il rivedere come gesto
> fondativo, che s’impone sul vedere, ma oggi questo gesto, compiuto non più
> all’interno di una sala cinematografica, dà invece corpo a uno stato emotivo,
> per l’appunto privato, che deforma e crea sintonie totalmente autoriferite.
Immagini malgrado tutto (2005) è il titolo di un fondamentale saggio di Georges
Didi-Huberman in cui il filosofo e critico d’arte francese affronta il limite
artistico e documentale dell’arte e della fotografia rispetto alle foto
provenienti dai campi di sterminio. L’impatto nel caso di Didi-Huberman riguarda
ancora la collettività rispetto a un dramma storico comune, mentre qui si tratta
‒ seppur a un altro livello ‒ di un fatto che coinvolge sì la collettività, ma
inconsciamente, in quanto la percezione appartiene solo alla sfera individuale
che deforma la memoria e di conseguenza danneggia e impedisce ogni possibile
discorso pubblico. Se il secondo Novecento ha fatto della Storia uno strumento
in grado di generare discorsi artistici, ora sembra accadere l’opposto, non
tanto nell’anticipare la realtà o nel rivelarla, ma nel riuscire a mutarla
incidendo, come mai prima erano riuscite le ideologie, nell’inconscio di uno
spettatore che diviene spettatore attivo più nell’atto del non comprendere che
nel comprendere, perché tradurre in realtà un frammento che non ha un’origine
documentale, e quindi se vogliamo di verità, rischia solo di ottundere e
confondere.
Citadel ‒ e in generale una produzione che si pretende globale e quindi in un
certo senso assoluta ‒ non è solo un progetto che si basa sulla teoria del
complotto, ma basandosene ne diviene parte integrante costruendo un immaginario
confondente attraverso cui nessuno spettatore è messo nella posizione di godere
realmente di un’opera artistica o d’intrattenimento con il giusto grado
d’evasione così come d’impegno. Una libertà che un tempo era sì limitata
dall’ideologia e dalla conoscenza di ogni singolo spettatore, ma che ora vive
serrata all’interno di un pregiudizio figlio di un bombardamento mediatico
assurdo e continuo, scomposto e quasi sempre fuori luogo, capace però sempre di
una forza devastante e corrosiva. Una deformazione sostanziale della memoria e
del suo uso che non solo danneggia il presente caricandolo d’ansia e di una
capacità di giudizio tanto violenta quanto assurdamente convinta, ma che
trasforma il futuro in un’ipotesi pericolosa. Un campo minato dentro al quale
non si può più pretendere di avere alcuno spazio e alcun futuro.
L'articolo Citadel: Diana e la fine del giudizio proviene da Il Tascabile.
Tag - televisione
A nna, Simone e Jack fanno il loro ingresso nel Walhalla neoliberale, ad
accoglierli trovano i loro familiari, madri, padri, fratelli, compagni, riuniti
per infondere il coraggio necessario a superare la prova finale. Sulla
balconata, il luogo della salvezza e infine della sconfitta, stanno appollaiati
i concorrenti sconfitti in battaglia. Sono erinni o eumenidi, pronti a
banchettare con le aspirazioni infrante dei finalisti che verranno eliminati per
decretare il vincitore della quattordicesima edizione di MasterChef.
Le tre postazioni dello scontro finale sono pronte a servire il quattordicesimo
menù di una grande abbuffata che va avanti ininterrottamente da più di
vent’anni, in varie parti del mondo. La triplice dea italica, gli chef
Barbieri–Cannavacciuolo-Locatelli, è pronta a divorare l’ultimo fiotto
energetico di questa edizione. La bicromia arancio e blu eleva l’arena fino in
cielo; gli sprazzi di sole tendente al rosso, anticipazione del sangue che
scorrerà, si fondono alla calma di Urano, l’azzurro del cielo, sfondo
autoritario cesellato con le divise dei tre finalisti, bianche, di un candore
che occulta la loro matrice sacrificale: sbianchite dall’eliminazione di altri
diciassette “aspiranti chef”.
Il format televisivo di Sky illustra meglio di qualsiasi altro linguaggio
codificato la materialità e verità del samsara vedico; in questo senso, il
successo di MasterChef, è l’ennesimo segno di una forma circolare del nostro
tempo, se vogliamo, un segno della persistenza del primitivo. La quattordicesima
stagione di Masterchef Italia si è conclusa. Il pubblico ha ottenuto quello che
desiderava: un senso perenne di déjà-vu, nessuna rivoluzione, solo un sapiente
mix “di tradizione e innovazione”.
Il successo di format come MasterChef e la viralità di contenuti legati a cibo,
sesso e animali non sono casuali, ma rispondono a una logica profonda che
intreccia dimensione mitologica e algoritmica. Se MasterChef si fonda su un
rituale antico – la preparazione del cibo come atto di creazione, giudizio e
condivisione – la sua sopravvivenza nel panorama mediatico dipende dalla sua
capacità di essere rimontato, spezzettato e trasformato in contenuti digitali.
Se si vuole, la sua capacità di essere divorato, digerito ed espulso. Questa
dinamica riflette una continuità tra il meccanismo ciclico della ripetizione
mitologica e quello dell’ottimizzazione algoritmica del flusso di attenzione
online.
> Il successo di format come MasterChef e la viralità di contenuti legati a
> cibo, sesso e animali non sono casuali, ma rispondono a una logica profonda
> che intreccia dimensione mitologica e algoritmica.
Cibo, sesso e animali – in particolare i gattini – sono tra i principali
attrattori dell’ecosistema digitale perché attivano risposte emotive profonde e
immediate, legate alla manducazione, alla riproduzione e alla cura, bisogni
primari dell’essere umano. Ma il loro impatto non è solo istintivo: questi temi
si prestano alla variazione continua, un principio chiave sia nella trasmissione
mitologica sia nelle strategie dell’economia dell’attenzione. Ogni video di una
ricetta o di un gattino, così come ogni puntata di MasterChef, pur ripetendo uno
schema noto, introduce sempre una minima variazione che ne mantiene la
freschezza e ne prolunga la circolazione. La viralità diventa quindi un fenomeno
che combina archetipi narrativi e modelli computazionali, mostrando come il
digitale non crei ex novo nuovi miti, ma li riformatti secondo le logiche della
piattaforma. D’altronde, il meme ha garantito una sopravvivenza al programma, al
punto che, nella sua seconda vita sulle piattaforme digitali, l’oggetto di
MasterChef è diventato MasterChef stesso, un continuo e sapiente rimasticamento
del già noto, affinché un flusso costante di cibo, materia viva trasformata in
materia morta, diventi carburante per la diffusione virale degli sponsor dietro
lo show.
A ogni portata che viene poggiata sul bancone del giudizio, lo spettatore,
educato a riconoscere la necessità di un impiattamento architettonico minimale,
è pronto ad urlare “È un mappazzone!” qualora il piatto presentasse i segni di
una volgare quotidianità.
Nonostante alcune novità, come la golden pin che garantisce l’immunità a chi la
conquista, tra continui rimproveri, quasi sempre perché il sale è deficitario o
perché la reazione di Maillard non è stata eseguita alla perfezione ‒ da notare
un costante dispregio della bollitura, tecnica di cottura che viene
costantemente associata al cibo delle mense e degli ospedali che ha la
sventurata funzione di nutrire ‒ MasterChef continua a seguire la sua ricetta
stellata: mistery box, esterne che valorizzano la biodiversità culturale
italiana e pressure test che ricordano a tutti quanti, spettatori e concorrenti,
che il nemico dell’uomo è da sempre il tempo, addomesticato solo dall’ordine e
dalla disciplina.
> Questi temi si prestano alla variazione continua, un principio chiave sia
> nella trasmissione mitologica sia nelle strategie dell’economia
> dell’attenzione.
E allora, a prova che la realtà spezza le reni alle sue simulazioni, una volta
calati nell’arena, si dimentica in qualche modo tutto ciò che si era appreso
come spettatori e alla prima registrazione i concorrenti tremano, sono goffi,
quasi desiderosi di sbagliare, perché infine, come il pubblico a casa, nelle
riprese strette sullo sguardo dei giudici, essi ritrovano la glacialità del
rimprovero paterno: ciò per cui abbandonano carriere avviate è il desiderio di
essere umiliati. Scrivere della finale di questa stagione sarebbe come scrivere
di ogni altra puntata, di ogni altra finale, perché MasterChef è eterno come
eterna è la nostra voglia di vedere i concorrenti spezzati, “cucinati in olio
cottura”, lentamente e a bassa temperatura: è la nostra dose annuale di sadismo
confit.
Anna, la disoccupata di ascendenze cinesi, è pronta a far incontrare i mondi che
l’hanno generata. Il suo personaggio è l’ultimo strato di un classico di
MasterChef Italia, lo straniero e l’italiano di seconda generazione. In Anna
scorrono mille vite: c’è Spyros, il vincitore della prima edizione, Rachida e i
suoi pianti, la barese Jia Bi della decima edizione, ma anche Tracy. Quella che
ha accompagnato Yi Lan “Anna” Zhang è una struttura narrativa che ha mostrato
grande capacità di sopravvivenza all’interno del programma e che nel suo caso si
intreccia a quella dello straniero “integrato”; un occhiolino a Mounir, l’expat
di origini marocchine, un archetipo inevitabilmente più accattivante per il
pubblico piccolo borghese, che in questo modo non deve mettere in discussione le
proprie certezze.
Il menù degustazione in cui eviscererà sé stessa, per darsi in pasto, o meglio,
in assaggio, ai giudici, si chiama “L’eden di Yi Lan”, “un’oasi” in cui la
concorrente vuole accogliere le persone per far scoprire loro le origini che la
caratterizzano. Si inizia con “L’albero della vita e l’elisir di eterna
giovinezza”; dopo sessanta minuti è il primo antipasto a essere annunciato dal
suono della campanella. Si tratta di una chips di riso che nasconde una
capasanta, accompagnata da mela verde, daikon e aioli alla menta, servita con
elisir di kombucha e agrumi. Il moloch tricefalo seduto al tavolo sacrificale,
manda giù l’elisir e assaggia: qualche nota stonata nella polvere di daikon ma
il piatto possiede una “delicatezza disarmante”: Il dio è soddisfatto. La prima
prova di Anna è superata: il sacrificio può continuare.
È il turno di Simone, anch’egli desideroso di essere consumato; gli operatori,
subdoli, lo inquadrano mentre ascolta i giudici elogiare il primo sacrificio di
Anna. Ha scelto fin dall’inizio di indossare la maschera del villain, il
personaggio che si mostra lucido nella competizione, non fa sconti, esulta in
faccia ai perdenti, crolla quando fallisce. Simone è Tiziana Stefanelli,
l’avvocato della seconda edizione, vincitrice odiata da pubblico e concorrenti,
ma è anche Gilberto Neirotti, il bambinone perfettino dell’ottavo ciclo di
rinascita del programma, reincarnato poi in Maria Teresa, finalista della nona
edizione, figlia di una madre esigente incapace di esprimere amore; il dolore ha
plasmato una macchina assassina e spietata. Simone è il volto oscuro di Anna
Zhang: lei, favolosa creatura nel mondo di Amélie, lui, imprenditore con dalla
sua la tecnica e le tendenze fusion, che però sceglie la via della
conservazione, è pronto a raccontare il suo Piemonte e a mostrare che vincere è
l’unica cosa che conta, nel calcio come nella cucina.
Per Simone Grazioso conta solo la competizione in sé, “non ho intenzione di
farmi degli amici a Masterchef”, il suo unico obiettivo è lasciare che i giudici
consumino le sue carni attraverso il menù “Un giro nelle Langhe”. Vuole dar loro
l’autentico gusto della tradizione e della famiglia. Dopo la delicatezza
disarmante dell’antipasto di Anna, è quindi la volta di “Il vitello che
abbraccia il tonno”, un tentativo fallito di rivisitare la tradizione ‒ guai! ‒,
ma il taglio troppo spesso della carne la fa apparire per quello che è: morta.
Furio Jesi riconosceva al cuoco l’abilità di confezionare e far apparire
squisito il cadavere dell’animale, rimarcando il fatto che per apparire
appetitoso il cibo debba simulare una pulsante vitalità, che nulla ha da
spartire con la reale apparenza della materia viva. La gastronomia e la cucina
sono in tal senso dei modi di occultare la morte con l’illusione della vita.
Simone ha fallito questo principio, la sua illusione non è andata a segno e
Locatelli trova inquietante il piatto.
> I concorrenti tremano, sono goffi, quasi desiderosi di sbagliare, perché nelle
> riprese strette sullo sguardo dei giudici, essi ritrovano la glacialità del
> rimprovero paterno: ciò per cui abbandonano carriere avviate è il desiderio di
> essere umiliati.
L’antipasto di Jack è il terzo piatto a essere presentato, si tratta di un
viaggio, “Roadtrip”, che per lo chef Cannavacciuolo finisce per andare un po’
troppo fuori strada. Lo scampo alla griglia che doveva unire il Mediterraneo con
la salsa pil pil di scampi e wasabi, mescolamento tra cultura basca e
giapponese, non riesce ad andare molto in là, rimanendo impigliato tra le
fragranze nordeuropee dell’olio all’aneto e il contrasto troppo azzardato della
crema sweet and sour di zucca e arancia. Manca bilanciamento, segno forse di un
azzardo, che caratterizza da sempre l’archetipo dell’enfant prodige, in cui
prende posto il ruolo di Jack nel cooking show.
Rispetto a narrazioni rassicuranti, come quella di Anna, o rispetto alla
violenza dell’approccio da villain, come quello di Simone, nel giovanissimo
creativo è sempre tutta una questione di equilibrio tra genialità e completo
fallimento; il pubblico vuole l’altalena delle emozioni, schema che ricorda la
figura di Icaro e spinge lo spettatore a voler vedere fino in fondo dove le ali
di cera porteranno il concorrente. Jack è stato comunque in grado di trasformare
personaggi a loro modo tragici, come quello di Valerio Braschi, “strambo” e
geniale ma condizionato da un incidente che lo ha segnato nel fisico, in
un’oscurità camuffata da un aspetto innocente, caratteristica che ha
magnetizzato l’interesse del pubblico. Il conflitto con i genitori e l’assenza
del padre, così come la carriera scolastica turbolenta e il dramma dell’alopecia
nascosto dal trapianto di capelli, rendono il concorrente autore del menù “Ci
vediamo dall’altra parte”, un mix sapiente di instabilità e fragilità, figlio di
un passato aspro che però non traspare nel suo volto rotondo e gioviale.
Parliamo di un concorrente con tutte le carte in regola per vincere l’agognato
montepremi.
Un menù degustazione è, in ultima analisi, un dispositivo di dissipazione
controllata, un’architettura del dispendio che si contrappone alla funzione
primaria del nutrimento. Se, nella sua essenza più pragmatica, il cibo è
destinato a colmare un vuoto, la ricerca culinaria che sottende un menù
degustazione lo amplifica, lo prolunga, lo trasforma in esperienza. In termini
batailliani, il consumo calorico progressivo non risponde a una necessità
biologica, ma a un’economia del lusso, dove l’energia non è investita in
funzione della sopravvivenza, bensì della perdita, dell’eccesso, del superfluo.
MasterChef si erge a paradigma di questa logica, tracciando il percorso della
gastro-civiltà verso un’adesione totale allo spettacolo, la forma più raffinata
del capitalismo. Guardando il programma, e con una minima cognizione della
stupidità intrinseca del mondo naturale, ogni tentativo di opporre capitalismo e
natura si rivela per ciò che è: non una critica, ma un’operazione di
addomesticamento, il tentativo di ridurre l’essere naturale a oggetto da
proteggere, anziché riconoscerne l’agency brutale e insensata, crudele macchina
di morte.
> Il pubblico vuole l’altalena delle emozioni, schema che ricorda la figura di
> Icaro e spinge lo spettatore a voler vedere fino in fondo dove le ali di cera
> porteranno il concorrente.
In principio c’è solo la carne morta, materia inerme e informe, una promessa di
nutrimento che ancora non ha subito la trasfigurazione del fuoco, della mano,
del desiderio. L’entrée è il primo atto della mistificazione: la carne si
dissolve nella rarefazione del boccone, si fa impalpabile, sussurrata nelle
emulsioni, nelle spume, nei brodi chiarificati che ne trattengono il fantasma
senza concederne il peso. È un’evocazione, una traccia. Il corpo dell’animale è
già stato violato, ma la sua carne non è ancora apparsa. Dopo il primo atto del
sacrificio, il rito accelera, inghiotte il tempo. Il coltello non è più
strumento, è estensione del braccio, volontà cieca che incide, divarica, espone
la carne. Il pubblico trattiene il fiato: la separazione è inevitabile, il
taglio deve essere netto, la temperatura perfetta, il sangue deve sapere di sale
e resa. I tre finalisti non cucinano: si scuoiano vivi, si sventrano con
eleganza metodica.
Il primo piatto rappresenta la fase intermedia, il momento in cui il glutine,
con la sua trama elastica e resistente, assume il compito di tenere unito il
sacrificio. Il grano avvolge, contiene, modella. La carne morta si fa ripieno,
si fonde nei legami dell’amido e si nasconde nella struttura della sfoglia,
pronta a rivelarsi solo quando il coltello o i denti spezzeranno l’involucro. E
le salse? Sono il primo accenno di decomposizione sacra, il fluido che ridona
succosità a ciò che ha perso il suo sangue.
> Il primo piatto rappresenta il momento in cui il glutine, con la sua trama
> elastica e resistente, assume il compito di tenere unito il sacrificio. Il
> grano avvolge, contiene, modella. La carne morta si fa ripieno.
Il primo a esporsi al fuoco è Simone. “L’alba nel piatto” è un’illusione
crudele, la pasta un’epidermide tesa, il tuorlo un organo pulsante, sospeso tra
la vita e la coagulazione. Il tartufo lo avvolge con la carezza di un sudario
profumato, la fonduta scorre come plasma dorato. Il primo morso è estasi e
condanna. Simone si apre, si consegna, e i giudici banchettano. Non può più
tornare indietro.
Anna avanza con “Il sorriso di mia madre”. Depone i ravioli come reliquie di un
corpo ancora caldo. La sfoglia è pelle sottile, i garusoli carne scavata dalla
conchiglia, il dashi una pozza amniotica in cui galleggiano ricordi e
fermentazione. Ma c’è un’imperfezione. Minima, invisibile quasi, ma Anna lo sa:
il sacrificio esige precisione.
Jack è il terzo. “Giro nel mondo” è un crocevia di sapori che sfidano il limite.
Il king crab è fibra che si dissolve, il plancton porta il respiro dell’oceano,
il brodo dashi salda ogni legame. Ma il caviale spinge il piatto sull’orlo del
precipizio. Cannavacciuolo approva, Locatelli si irrigidisce. Jack è un
equilibrista che sente la lama della propria audacia premere sul collo.
Il secondo è l’apoteosi della carnalità: né il mare né la terra sono al sicuro,
qui il sacrificio si mostra nella sua pienezza, qui il corpo morto viene
ricomposto in una nuova forma, quella che la cottura trasforma in seduzione. La
pelle si tende sotto la laccatura, il grasso vibra nella temperatura perfetta,
le fibre si rilassano nel tepore degli umori interni. È il momento in cui la
carne si offre per quello che è, un ex corpo che si finge vivo attraverso il
calore, attraverso il colore che richiama l’illusione del sangue ancora
pulsante. Ma è un’illusione crudele, perché proprio nel momento in cui la carne
sembra rinascere, si dispone al consumo definitivo. I secondi piatti sono la
carne vera, il cuore del rito. Il fuoco dev’essere domato, il taglio deve cedere
ma non troppo, la pelle deve resistere e poi arrendersi con la giusta misura.
> Il secondo è l’apoteosi della carnalità: né il mare né la terra sono al
> sicuro, qui il sacrificio si mostra nella sua pienezza, qui il corpo morto
> viene ricomposto in una nuova forma, quella che la cottura trasforma in
> seduzione.
Jack si offre per primo. “Profondo bianco” è un pesce sospeso tra vita e aldilà.
Il beurre blanc lo avvolge come un sudario oleoso, il pepe di Sichuan tenta di
riportarlo alla coscienza con una scossa elettrica. “Il pesce è cotto
benissimo”, sentenzia Cannavacciuolo. Jack respira, ancora in piedi. Ma per
quanto?
Anna segue. “Il potere del tempo” è un pezzo di maiale laccato che racconta la
storia della sua lunga agonia. La pelle è tesa, lucida, promessa di sapore e
morte lenta. Cetrioli e susine fingono una tregua, ma il peperoncino e i ricci
di mare scavano nella carne come un coltello invisibile. Il piatto è potente, ma
qualcosa resiste, si oppone al completo annientamento. I giudici lo notano. Il
sacrificio è imperfetto.
Infine, Simone. “Anatis” è un’anatra che cerca di conservare la memoria del suo
battito. Cotta a bassa temperatura, deve ancora vibrare sotto il coltello. Ma il
fondo è troppo invadente, la carne parla una lingua che gli altri ingredienti
non riescono a domare. Locatelli osserva in silenzio. Il sacrificio sta
crollando. Qualcuno ha sbagliato la formula.
Resta il dessert. L’ultima, ingannevole, carezza. Il dolce è la rivelazione
finale, la manifestazione del superfluo assoluto, il compimento della
dissipazione. Qui l’energia contenuta nella carne morta è stata definitivamente
smaterializzata, sublimata in una zuccherosità senza origine, senza funzione,
senza più alcun legame con il mondo animale o vegetale. Il dessert è puro
eccesso, energia sottratta al ciclo naturale e riconvertita in lusso diabolico.
È il momento in cui le calorie si liberano dalla materia e si fanno astrazione,
divengono essenza iperreale del cibo. Nulla nutre, nulla sazia: tutto brucia,
tutto è superfluo.
L’invenzione del dessert segna l’apocalisse dell’economia del necessario: è la
tavola che si incendia senza riscaldare, il sacrificio che non placa nessun dio
ma alimenta solo la vertigine del troppo. Crema, caramello, liquori infusi,
fritture leggere come l’aria, gelatine che tremano sotto il peso di una colpa
inesistente: ogni elemento del dessert grida la sua natura di spreco. È la
celebrazione estrema della perdita, la consacrazione dell’eccesso al di là del
limite. Nel dessert si tocca il fondo e insieme lo si nega: esso annuncia la
fine del pasto, ma lo riapre su un nuovo appetito, un’avidità che non si spegne,
un piacere che si autoalimenta. È l’ultima luce prima della caduta, la promessa
di un ultimo morso prima dell’abisso.
> Il dessert è puro eccesso, energia sottratta al ciclo naturale e riconvertita
> in lusso diabolico. È il momento in cui le calorie si liberano dalla materia e
> si fanno astrazione, divengono essenza iperreale del cibo.
Anna apre con “Uguale babà, no?”. Un dolce che è spugna di memoria, che assorbe
il rum come un ultimo respiro prima della fine. L’osmanto sfiora il confine tra
nostalgia e oblio, la mousse di mozzarella fluttua tra il dolce e il salato come
un miraggio. Ma il babà pesa. È il ritorno impossibile, il passato che non può
essere ingoiato senza conseguenze. Anna chiude gli occhi.
Nel dessert il sacrificio è consumato del tutto. Non resta più nulla della carne
se non il suo riflesso nell’estasi del glucosio, una dolcezza terminale che,
come ogni atto estremo di spreco, si avvicina alla vertigine della morte. Ultimo
atto della grande liturgia del dispendio, l’innalzamento definitivo dell’inutile
a necessità suprema. Non esiste più il bisogno, non esiste più la fame: il
dessert è l’estasi terminale, l’accumulo sfrenato di zuccheri, grassi e artifici
chimici che non rispondono ad alcun imperativo biologico se non a quello della
dissipazione assoluta. È il punto in cui il pasto, già superfluo, si sublima in
una profanazione eccessiva, una sfida lanciata al corpo, un atto di pura
trasgressione contro il principio della misura.
Jack segue Anna con “Fioritura”. Gelato ai fiori di sambuco, gel di lime e
jalapeño, tulle di moscovado. Il crumble alla vaniglia scricchiola come ossa
sotto il brodo di fragole. Il piatto è un inganno gentile: la carne è stata
macellata, il sangue versato, eppure ora tutto è lieve, etereo. Jack esce dal
rituale con un respiro leggero.
L’ultimo è Simone. “Il mascarpone incontra il Barolo”. Nocciole sbriciolate,
cioccolato colante, mascarpone che si sforza di chiudere la ferita. Ma il Barolo
tradisce tutto. Ferroso, acido, riporta ogni cosa al sangue, alla carne, al
taglio che non può essere nascosto. I giudici deglutiscono. La sentenza è
vicina.
> Il gusto, anziché portare alla sazietà, accende un desiderio ulteriore,
> mantenendo il commensale in uno stato di sospensione, in cui la soddisfazione
> è sempre rimandata.
Tre piatti vuoti, tre corpi svuotati. Ogni portata è una fiammata che non
riscalda, ma brucia senza generare un’utilità immediata. Il gusto, anziché
portare alla sazietà, accende un desiderio ulteriore, mantenendo il commensale
in uno stato di sospensione, in cui la soddisfazione è sempre rimandata. In
questo senso, il menù è una forma di potlatch gastronomico: un sacrificio
simbolico in cui la funzione primaria del cibo (nutrire) viene sovvertita in
nome di una logica dello spreco raffinato. Il sacrificio è consumato.
Mentre l’ultimo boccone si scioglie nella bocca del giudice e il vincitore viene
proclamato, il ciclo è già pronto a ripartire. Ha vinto Anna, ma la MasterChef
della quattordicesima edizione è solo una regina di maggio. Nuove aspirazioni,
nuove carni da sacrificare, nuovi corpi pronti a essere spezzati per il piacere
collettivo. MasterChef non finisce: si replica, si propaga, si moltiplica come
un virus memetico. E noi, spettatori affamati, siamo già pronti per la prossima
stagione.
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