I wrote about this in 2023. Here’s the story:
> Three Dutch security analysts discovered the vulnerabilities—five in
> total—in a European radio standard called TETRA (Terrestrial Trunked Radio),
> which is used in radios made by Motorola, Damm, Hytera, and others. The
> standard has been used in radios since the ’90s, but the flaws remained
> unknown because encryption algorithms used in TETRA were kept secret until
> now.
There’s new news:
> In 2023, Carlo Meijer, Wouter Bokslag, and Jos Wetzels of security firm
> Midnight Blue, based in the Netherlands, discovered vulnerabilities in
> encryption algorithms that are part of a European radio standard created by
> ETSI called TETRA (Terrestrial Trunked Radio), which has been baked into radio
> systems made by Motorola, Damm, Sepura, and others since the ’90s. The flaws
> remained unknown publicly until their disclosure, because ETSI refused for
> decades to let anyone examine the proprietary algorithms...
Tag - radio
Puntata della trasmissione radio "Le dita nella presa" dedicata a dare un
"gancio" alle Big Tech: si parla del libro Pedagogia Hacker, di una tecnologia
convivale come l'agenda condivisa Gancio e della sua istanza romana, del
progetto Gazaweb per mantenere le comunità connesse.
Raccontiamo cosa è Gancio, agenda digitale condivisa, cos'è e come si usa.
Spieghiamo in modo dettagliato come si aggiungono gli eventi, se e come crearsi
un utente... ma anche come stampare facilmente una locandina con la lista degli
eventi della prossima settimana.
Ascolta l'audio del racconto di roma.convoca.la (Gancio de Roma)
Passiamo poi a parlare di Pedagogia Hacker, raccontando come, con un approccio
esperenziale ci permetta di capire meglio il modo in cui ci relazioniamo con le
macchine, togliendo degli strati e quindi riducendo l'alienazione tecnica e
aprendo possibilità di liberazione.
Ascolta l'audio sulla Pedagogia Hacker, corsi e laboratori
Concludiamo con il racconto dell'esperienza di Gazaweb, una pratica di
resistenza all'occupazione israeliana. Ricordiamo che subito dopo l'alluvione
al-aqsa Israele ha colpito duramente le comunicazioni telematiche nella striscia
di Gaza, di fatto isolandola completamente. Gazaweb cerca di mantenere delle
possibilità di comunicazione, affidandosi alla tecnologia della e-SIM e al
fondamentale lavoro dei giardinieri della rete.
Ascolta l'audio sull'esperiena di gazaweb e gli alberi della rete, corsi e
laboratori
Ascolta la puntata completa sul sito di Radio Onda Rossa
Nei mesi di febbraio e marzo 2025 abbiamo condotto un corso di Pedagogia Hacker
di trenta ore per una classe di III superiore presso l'istituto comprensivo
Carducci di Roma. A margine di questa esperienza siamo state intervistate da
Radio Carducci per raccontare cosa è la Pedagogia Hacker!
Ascolta l'intervista sul sito di Radio Carducci
https://www.radiocarducci.com/podcast/radio-scienza-pop-15-04-25/
Nei mesi di febbraio e marzo 2025 abbiamo condotto un corso di Pedagogia Hacker
di trenta ore per una classe di III superiore presso l'istituto comprensivo
Carducci di Roma. A margine di questa esperienza siamo state intervistate da
Radio Carducci per raccontare cosa è la Pedagogia Hacker!
Ascolta l'intervista sul sito di Radio Carducci
https://www.radiocarducci.com/podcast/radio-scienza-pop-15-04-25/
“I fantasmi concedono il bis”: così dichiarava Franco Scaglia sulle pagine del
Radiocorriere quando la Rai, nel lontano 1974, diede il la alla messa in onda
delle Interviste impossibili, l’ormai iconica serie di colloqui radiofonici in
cui scrittori e intellettuali italiani sottopongono a “stringenti interrogatori”
personaggi storici redivivi, incarnati in sede di registrazione da attori del
calibro di Carmelo Bene. Sono molti gli intellettuali che leghiamo a questa
operazione, ipostatizzatasi poi nel genere del “colloquio fantastico postumo”,
ma che si tratti della spregiudicata libertà creativa che ha irretito Manganelli
o della possibilità di sortire risultati “scandalosi” che tanto ha affascinato
Sermonti nel processo di stesura, la fortuna delle Interviste può tributarsi
proprio al connubio tra dovizia filologica e possibilità di esautorare il rigore
della ricerca documentaria, colmando con l’immaginazione le lacune della storia.
Se, come voleva Schwob, ancora oggi annoverato tra i più celebri fautori della
storiografia ludica, il discrimine tra verità storica e immaginazione artistica
rovescia la dicotomia tra differenza e somiglianza, tra linguaggio intellettuale
e linguaggio sensibile, la modalità dialogica delle Interviste supera, per
medium e portata collaborativa, la sperimentazione letteraria delle Vite
immaginarie. Sarebbe stato implausibile figurarsi che esattamente cinquant’anni
dopo, nel 2024, un esperimento non poi tanto diverso per format ma
diametralmente opposto nei mezzi (e con buone probabilità anche nei fini, se si
indaga sui retroscena dell’operazione) avrebbe infiammato l’opinione pubblica in
Polonia, opponendosi strenuamente all’affermazione ottimista ed entusiasta di
Scaglia con l’unanime levata di scudi a tutela della memoria dei defunti
interpellati. Eppure, eccoci qua.
È infatti il 22 ottobre quando Off Radio Kraków, una sezione dell’emittente
radiofonica pubblica Radio Cracovia, decide di lanciare un nuovo programma radio
rivolto alla Gen Z, curato e condotto da tre giovani redattori di età compresa
tra i venti e i ventitré anni: Jakub Zieliński, cultore dell’hip-hop, produttore
musicale e ingegnere del suono; Emilia Nowak, cinefila e aspirante giornalista;
e Alex Szulc, studente di psicologia, attivista e appassionato di tematiche LGBT
e analisi dei media. Se sulla carta il trio potrebbe apparire come una squadra
vincente, perfettamente ottimizzata per accalappiare l’attenzione e l’interesse
dei più giovani, complici anche l’avvenenza e l’aria gioviale e affabile che
trapela dalle immagini promozionali pubblicate sulla pagina dell’emittente, è
sufficiente leggere un disclaimer sulla pagina di Off Radio Kraków o ascoltare
il messaggio introduttivo di ogni puntata radiofonica per accorgersi che nessuno
dei tre presentatori esiste davvero, e che il programma è realizzato interamente
con l’intelligenza artificiale (IA). Kuba, Emi e Alex sono giornalisti virtuali
generati tramite IA, e artificiali non sono soltanto le loro voci e le loro
fattezze, ma anche i contenuti dei programmi da loro condotti. Tuttavia, a
catapultare Radio Cracovia e il suo caporedattore Marcin Pulit nell’occhio del
ciclone non è stata solo la decisione di ideare e mandare in onda un simile
programma dopo la liquidazione senza troppe cerimonie di decine di dipendenti in
carne e ossa, bensì (o meglio, soprattutto, giacché dei licenziamenti avvenuti a
porte chiuse si scoprirà solo in seguito) il contenuto del primo episodio, un
colloquio tra Emilia e la poetessa premio Nobel Wisława Szymborska.
Un’intervista, nota Lorenzo Berardi, “due volte impossibile poiché Szymborska è
morta dodici anni fa e perché l’intero dialogo con Emi è generato dall’IA”.
La trasmissione artificiale escogitata da Marcin Pulit, pietra dello scandalo
che avrebbe dovuto annoverare altri episodi con “figure di spicco della cultura
polacca e mondiale, politici e attivisti” nel ruolo di interlocutori (l’ospite
d’onore previsto per la trasmissione dell’11 novembre, giornata
dell’indipendenza nazionale polacca, era nientemeno che Józef Piłsudski), è
stata accolta nel migliore dei casi da un moto d’indignazione di ascoltatori e
internauti, nel peggiore da una sassaiola proveniente dagli organi di stampa e
dai professionisti della cultura, che criticavano, oltre all’impiego delle
tecnologie IA, le politiche di liquidazione di Pulit e il nulla osta concesso
alla trasmissione radio dalla fondazione Szymborska, presieduta dall’ex
segretario della poetessa Michał Rusinek. Ma se l’iniziale vetriolo dei
giornalisti, che sui loro profili social avanzavano l’ipotesi di discutere
affabilmente delle ragioni per pagare o non pagare il canone televisivo in
compagnia di monarchi seicenteschi, sembrava liquidare la vicenda come un
semplice scherzo di cattivo gusto, le preoccupazioni avanzate da altri reporter
sull’etica dei deepfake e le testimonianze di alcuni ex impiegati di Radio
Cracovia sui retroscena del caso offrono una prognosi ben più sinistra.
> La trasmissione artificiale escogitata da Marcin Pulit, è stata accolta nel
> migliore dei casi da un moto d’indignazione di ascoltatori e internauti, nel
> peggiore da una sassaiola proveniente dagli organi di stampa e dai
> professionisti della cultura.
Ad agosto 2024, infatti, due mesi prima dell’inizio del programma su Off Radio
Kraków, una decina di dipendenti vennero licenziati per il “cambio di rotta”
auspicato da Pulit, mosso dalla volontà di tagliare i costi del personale e di
svecchiare conduttori e modalità comunicative. Una serie di misure, insomma, il
cui obiettivo primario era rendere il nuovo palinsesto più appetibile alle nuove
generazioni di ascoltatori, intercettando la fascia dei consumatori più giovani.
A lanciare l’allarme fu la testimonianza di Mateusz Demski, ex dipendente di
Radio Cracovia, che in un post sul suo profilo Facebook denunciava le misure
adottate da Pulit: i comunicati emanati dalla stazione radio si soffermavano
sull’inventiva avanguardistica della trovata, glissando surrettiziamente sul
licenziamento di professionisti dei settori più disparati, tra giornalisti,
tecnici del suono ed esperti di comunicazione. La controversia sollevata da
Pulit ha la particolarità di trovarsi al centro dell’attuale contenzioso sulla
regolamentazione delle IA e di palesarne alcuni temi chiave: intelligenze
artificiali e mercato del lavoro, diritti d’autore per dati e materiali
utilizzati nel machine learning, applicazione delle nuove tecnologie in ambito
creativo e culturale e molti altri. Tuttavia, il presente articolo intende
soffermarsi sull’ultimo degli aspetti qui citati, ossia i limiti etici e pratici
dell’utilizzo dei nuovi codici di comunicazione a scopi culturali.
Al centro della contestazione di Demski, infatti, oltre alla modalità torbida
dei licenziamenti e di quello che definisce, non a torto, “un esperimento
condotto a scapito di persone reali” su un medium pubblico che ha leso in una
sola mossa diritti dei lavoratori e libertà di stampa, ci sono la disputa sulle
modalità di utilizzo etico delle nuove tecnologie e quella sulla mescolanza
sempre più frequente di intrattenimento e cultura, che rischia di sfociare nella
confusione dei due, quando tale uso viene propugnato o avallato dalle
istituzioni. Di converso, le motivazioni che Pulit adduce a difesa della
trasmissione vertono, pur nella vaghezza e nel maldestro tentativo di calmare le
acque, sulla “necessità di rispondere alle esigenze e agli interessi della Gen
Z, di trattare argomenti per loro fondamentali e analizzare come l’intelligenza
artificiale possa influenzare il modo in cui pensano e in cui consumano le
informazioni” ‒ insomma, quella fidelizzazione del bacino degli utenti, in
questo caso i giovani adulti, che nella comunicazione online si chiama più
banalmente engagement.
> Al centro della contestazione ci sono la disputa sulle modalità di utilizzo
> etico delle nuove tecnologie e quella sulla mescolanza sempre più frequente di
> intrattenimento e cultura.
Anche senza sfociare nella condanna aprioristica del mezzo o nell’entusiasmo
acritico, declinazione corrente della sempre attuale querelle tra apocalittici e
integrati, è innegabile che il mondo delle istituzioni culturali e la comunità
scientifico-accademica si stiano interrogando da anni sulle modalità d’impiego
ottimali dei social media, della data analysis e dell’intelligenza artificiale
nelle pratiche curatoriali, nonché sull’etica e sui cambi di paradigma
dell’allestimento museale nell’epoca del continuo flusso di contenuti generati
dai visitatori (o, nel caso della radio, dagli ascoltatori). In un numero di
qualche anno fa di Museum International, il cui tema centrale era “Reimmaginare
il museo”, Mathieu Viau-Courville esaminava la trasformazione subita dalla
pratica museale nell’epoca della New museology, caratterizzata dal sempre più
frequente passaggio di consegne delle cariche istituzionali alla classe
manageriale, i cui obiettivi principali non sono più, come nel caso dei
“curatori-ricercatori” dell’Old museology, l’istruzione del visitatore e la sua
integrazione nel contesto e nella memoria sociali, bensì una riconfigurazione
dello spazio espositivo che incentivi la partecipazione dei visitatori e le
possibilità di coinvolgimento e “immersività” dell’esperienza museale.
La progressiva sostituzione della curatela stricto sensu con le pratiche di
partecipazione ha certamente promosso la democratizzazione culturale e una
maggiore avvedutezza nei confronti del bacino d’utenza, ma l’iniziale entusiasmo
ha ben presto ceduto il passo a considerazioni più ampie sull’etica della
partecipazione digitale alle istituzioni culturali e sulle modalità più corrette
per valorizzare questi principi o riorganizzare lo spazio museale. Uno studio
del 2017 sui contenuti digitali generati e condivisi nel complesso Tate fornisce
una panoramica esaustiva sullo stato dell’arte di qualche anno fa e sui
principali problemi in cui l’istituzione può incorrere, dalle norme di utilizzo
delle piattaforme e dei dati dei visitatori alla difficoltà nel mantenere un
equilibrio tra rigore informativo e attrattività per le masse, ma la
sperimentazione è ancora in corso, e il dibattito procede di pari passo senza
giungere a una conclusione ultima, com’è del resto giusto che sia.
Vale la pena sottolineare come già nel 2002 il critico e storico dell’arte Hal
Foster, nel suo saggio Arte e archivio, notasse come il nuovo museo avesse la
tendenza a “separare l’aspetto mnemonico da quello visivo. Sempre di più la
funzione mnemonica è affidata all’archivio elettronico al quale si potrebbe
accedere da dovunque, mentre l’esperienza visiva è data non solo attraverso la
forma-mostra, ma anche dall’edificio-museo inteso come spettacolo, un’immagine
da far circolare nei media al servizio della propria identità aziendale e
culturale”. Le considerazioni di Foster sul cambio di rotta della pratica
museale negli ultimi centocinquant’anni ‒ caratterizzata sempre più dallo
sradicamento preconizzato da Benjamin del “valore di culto” dell’opera a favore
del “valore espositivo” dei circuiti del mercato e del museo ‒, si aprono a
chiavi di lettura che esulano dalla mera funzione prescrittiva, e anche la
conciliazione degli obiettivi di musei, archivi e gallerie con le tecnologie più
recenti e le strategie di comunicazione mutuate dai social media può modificare,
quando non legittimare, le funzioni sociali di mezzi ancora in fase di rodaggio.
Tra queste troviamo anche i deepfake, impiegati nella sempre crescente corsa
alla mostra più innovativa e all’allestimento più immersivo nella speranza, da
parte delle istituzioni culturali, di poter competere con le strutture di
intrattenimento.
> La progressiva sostituzione della curatela stricto sensu con le pratiche di
> partecipazione ha certamente promosso la democratizzazione culturale,
> sollevando però anche considerazioni più ampie sull’etica della partecipazione
> digitale alle istituzioni culturali.
La permeabilità delle pratiche artistiche e museali all’uso dei deepfake o, più
ampiamente, alla “cultura algoritmica”, è stata esplorata da Mihaela Mihailova
in un suo contributo su Convergence, dove si prendono in esame tre casi recenti
di arte generata con IA per dimostrare come l’acquisizione e l’esposizione dei
deepfake da parte delle istituzioni culturali siano o non siano in grado di
legittimarne l’utilizzo creativo, o quantomeno di suggerire una funzione
artistica e sociale nella cura e gestione di un museo. Il caso più interessante
per l’analisi dell’operazione compiuta con (per quanto sarebbe più opportuno
dire su) Szymborska è indubbiamente la mostra immersiva Dalí lives del Salvador
Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida, il cui cavallo di battaglia era una
serie di schermi che trasmettevano avatar del pittore a grandezza naturale
ricostruiti con il machine learning a partire da materiale d’archivio: le
espressioni facciali vennero infatti generate con il data mining e sovrapposte
successivamente, in fase di montaggio, al volto di un attore dalla fisicità
simile a quella dell’artista.
Nonostante l’entusiasmo del pubblico e il successo commerciale della mostra, la
scelta ha suscitato un discreto clamore, inducendo Mihailova a soffermarsi sul
ruolo dei musei nel dibattito sui nuovi media. Nell’arena della divulgazione e
della comunicazione, infatti, le istituzioni culturali hanno la peculiarità di
occupare la duplice posizione di consumatrici e partecipanti attive; la
decisione di allestire ed esporre gli avatar del pittore, sentita dal direttore
del museo Hank Hine più come uno strumento didattico interattivo d’avanguardia
che come un’esperienza estraniante e potenzialmente disagevole, si inserisce
quindi nel filone delle istituzioni che scelgono di dare priorità al
coinvolgimento emotivo e sensoriale dei visitatori. Il problema di simili
operazioni nelle istituzioni culturali, tuttavia, non è tanto l’eventuale
minaccia alla correttezza epistemologica o alla deontologia della pratica
curatoriale (numerose sono infatti le voci che, senza svalutare le nuove
tecnologie in modo aprioristico o scadere nel tecnosciovinismo, cercano una
prassi per collocare opportunamente IA e deepfake fra gli strumenti di
registrazione e archivio a disposizione degli operatori museali), quanto la
corretta disamina delle pratiche tecno-sociali che emergono intorno ai sistemi
tecnologici. “Se vogliamo comprendere i problemi posti dai deepfake”, nota
Joshua Habgood-Coote, “dobbiamo considerarli non come un problema relativo a una
tecnologia intrinsecamente pericolosa, ma come un problema sociale relativo alla
gestione delle nostre pratiche di produzione e ricezione delle registrazioni”.
Si arriva dunque allo snodo centrale dell’affare Szymborska: la mercificazione
dell’immagine. Un interlocutore la cui presenza è digitalmente simulata può
senz’altro creare un’illusione di coinvolgimento emotivo tra il
visitatore-utente e la sua controparte virtuale, ma (e ciò risulta evidente se
si accostano gli schermi di Dalí lives alle registrazioni audio dei discorsi
politici in filodiffusione al Churchill Museum di Londra) a essere ricostruito
non è l’individuo reale ma il personaggio, un aggregato algoritmico di scelte
accuratamente ponderate nella costruzione di una celebrità, di un’icona a uso e
consumo esterni. A plasmare la decisione di Hine e del museo, rileva Mihailova,
sono state tanto la popolarità dell’edutainment, dell’intrattenimento educativo
e dei suoi crescenti codici di spettacolarizzazione e logiche promozionali, in
cui il deepfake rientra a pieno titolo, quanto la reificazione e la
commercializzazione dell’immagine individuale dell’artista, riflesso di
quell’atomizzazione sociale e quell’accentramento sul singolo già ampiamente
documentati dagli esperti di social media.
> Un interlocutore la cui presenza è digitalmente simulata può senz’altro creare
> un’illusione di coinvolgimento emotivo tra il visitatore-utente e la sua
> controparte virtuale, ma a essere ricostruito non è l’individuo reale ma il
> personaggio.
L’aspetto a cui varrebbe la pena volgere l’attenzione non è più, allora, il
limite etico dell’impiego dell’una o dell’altra tecnologia da parte delle
istituzioni culturali, ma la premessa implicita che muove una simile scelta,
ossia l’assunto, più o meno conscio, che l’identità, anche di un personaggio
pubblico, equivalga a materiale su cui sperimentare e capitalizzare ‒ in poche
parole, a un brand. Questa deriva verso l’estetizzazione forzata e spesso
autoinflitta, a cui neanche la classe intellettuale può (o vuole) sottrarsi,
viene opportunamente scandagliata da Boris Groys nel suo recente Becoming an
Artwork, che partendo dall’annosa strettoia della percezione del sé da uno
sguardo esterno giunge a una disamina lucida, per quanto a tratti sconfortante,
di questi meccanismi di produzione e autoproduzione dell’identità. Un’immagine
pubblica, infatti, che si tratti di un personaggio come Szymborska o Dalí o di
un qualsiasi utente sui social, si presenta sempre e solo come pura forma, come
una facciata offerta al consumatore che estromette i desideri, i bisogni e gli
interessi privati celati dietro la superficie immediatamente accessibile, e che
impone al soggetto di farsi oggetto, di assumere su di sé l’obbligo di
posizionarsi nel proprio contesto sociale progettando la propria forma pubblica.
La produzione culturale di oggi, benché si cerchi sovente di sfuggire a questo
assioma incontestabile, è innanzitutto produzione dell’identità, esibita e messa
a profitto nel campo dell’arte, della politica e della cultura (nonché del loro
asservimento alle logiche di intrattenimento), la cui eccezione è il solo,
raggelante cavillo che le piattaforme e le banche dati fanno sì che ciascuna
identità sia il prodotto di una creazione volontaria, vale a dire delle immagini
create attivamente e consciamente dal soggetto, e di una involontaria, ossia di
quelle prodotte dai media e dai sistemi di sorveglianza.
È nella dissonanza tra questi due tipi di produzione di identità che si
inserisce il caso Off Radio Kraków. Il capitolo di Becoming an Artwork dedicato
a Ernst Jünger e alla compenetrazione di immortalità e tecnologia che entra in
gioco nell’autoperformance del soggetto offre spunti interessanti su come un
simile processo influenzi i valori e le pratiche della memoria. Le opere e le
tracce del passato, forme di documentazione che permettono, in una certa misura,
di confrontarsi direttamente con “i corpi pubblici degli autori morti”, limitano
da un lato il nostro raggio d’azione e d’analisi alla contemplazione passiva, ma
offrono dall’altro modelli da poter imitare, rimaneggiare e rimettere in
circolazione. Le conclusioni di Groys sono tutt’altro che disfattiste, ma non
indagano abbastanza in profondità sugli aspetti più sinistri della pratica della
conservazione a tutti i costi, una pratica che può rapidamente degradarsi nel
foreverismo, a voler utilizzare il neologismo coniato da Grafton Tanner. Il
problema più urgente di questo accanimento a far perdurare cose, opere o persone
non è l’incentivo sociale a eradicare la nostalgia e il complesso bagaglio
emotivo che questa porta con sé, una fantasia dalle tinte reazionarie che
appiana conflitti e criticità in un eterno presente, ma l’impulso a mantenere
intatta, nell’ostinazione mnemonica esacerbata dalla tecnologia, l’illusione
della persona come brand sempre uguale a sé stesso, di un’identità stabile ed
eterna che mantiene una continuità redditizia, inflessibile, conforme agli
interessi del capitale. Gran parte degli esempi che Tanner annovera nel suo
saggio proviene infatti dal settore dell’intrattenimento, dove il business della
nostalgia, dei reboot e degli universi cinematici testimonia la crescente
subordinazione del sentimento della mancanza all’illusione del consumo, nel
tentativo di placare l’angoscia e la precarietà addomesticandole in un sistema
chiuso e volto al profitto.
> Il problema più urgente di questo accanimento a far perdurare cose, opere o
> persone è l’impulso a mantenere intatta, nell’ostinazione mnemonica esacerbata
> dalla tecnologia, l’illusione della persona come brand sempre uguale a sé
> stesso, di un’identità stabile ed eterna, conforme agli interessi del
> capitale.
Ad aver infiammato le masse dell’intervista immaginaria con Szymborska non è
quindi, come può sembrare dal botta e risposta sugli organi di stampa polacchi,
una sollevazione tecnofobica derubricata da Pulit e Rusinek a reazione allergica
al progresso e alla sperimentazione creativa (argomentazione che, non va
dimenticato, allontana convenientemente dalla conversazione i dipendenti
dimissionati senza troppe cerimonie), ma la presa di coscienza di tutti i punti
ciechi che convergono in un’unica vicenda simbolica: i meriti e le zone d’ombra
di un approccio alla gestione dell’istituzione culturale che dà priorità al
coinvolgimento e alla generazione di contenuti da parte del bacino d’utenza,
criteri mutuati dall’economia dell’attenzione e dei meccanismi algoritmici
vigenti sulle piattaforme (e che, non va dimenticato, sono soggetti a principi
radicalmente diversi da quelli della cultura o della pratica curatoriale);
l’allarmante sussunzione di tecnologie e strategie da parte di un settore che
vuole assimilare a tutti i costi cultura e intrattenimento; i limiti etici di
chi si occupa di fare e diffondere cultura, più che tecnologia. La questione è
spinosa ed è bene che non si sia risolta, almeno sul piano pubblico, in risposte
o prescrizioni definitive. Si può quindi affermare che il fermento scaturito
dall’intervista artificiale di Emi Nowak abbia avuto il pregio di aver
sollevato, pur in un moto di indignazione generale, questioni gestionali e
deontologiche su cui società e istituzioni avranno modo di dibattere
opportunamente per lungo tempo.
Per concludere su Szymborska, grande assente anche in questo commento sul fatto,
Rusinek ha dichiarato, scadendo nel proditorio cliché dell’attribuzione postuma
di opinioni, che con buone probabilità Szymborska, “dotata di un ottimo senso
dell’umorismo”, avrebbe gradito l’intervista. Eppure, con buona pace di
direttori radio, opinionisti ed ex segretari, il risvolto ironico di tutta la
faccenda sembra risiedere proprio nell’unanime constatazione che l’essenza di
una persona non possa essere racchiusa nei suoi sembianti. Stessa conclusione,
del resto, a cui giunsero intellettuali come Siegfried Kracauer e Roland Barthes
nei loro scritti sulla fotografia, nella presa di coscienza dolceamara che la
rappresentazione non si risolva mai nell’accesso all’interiorità del
rappresentato ma che al contrario lo precluda, sottraendogli un’unità che emerge
solo in quell’apertura al mondo casuale e spontanea che sospende l’operazione di
creazione o autocreazione di un’identità. A conti fatti, allora, non ci è dato
sapere se la poetessa, una volta messa di fronte all’esito dell’“esperimento”,
avrebbe dimostrato meraviglia o fastidio, sindacato sull’eventuale aderenza o
meno alle proprie opinioni reali, preso parte alla bufera mediatica o dato il
beneplacito a un’operazione mossa più da interessi commerciali che creativi. Ma
i versi in chiosa a Nella moltitudine, tra i componimenti più famosi della sua
produzione poetica, sembrano fornire al caso un’interpretazione ben più sottile
di qualsiasi lettura risolutiva: “Potevo essere me stessa ‒ ma senza stupore, /
e ciò vorrebbe dire / qualcuno di totalmente diverso”.
L’autrice ringrazia Lorenzo Berardi, Francesco Marino, Gabriele Marino, Niccolò
Monti e Daniele Zinni per i preziosi consigli bibliografici durante la stesura
di questo pezzo.
L'articolo Szymborska forever proviene da Il Tascabile.
Su Radio Onda Rossa presentazione del numero della rivista DWF "Femministe col
BOT. Tecnologie e Intelligenze artificiali." Intervento di Agnese Trocchi.
Ponte Radio andato in onda su Radio Onda Rossa il 17 gennaio 2025 dalle 13 alle
15 per presentare il numero 142 di DWF dedicato all'intelligenza artificiale: "
Femministe col BOT. Tecnologie e Intelligenze artificiali. " . Ne parla la
redazione con Agnese Trocchi e Teresa Numerico che, tra molte altre, hanno
contribuito al numero.
Qui di seguito l'estratto dell'intervento di Agnese Trocchi. A questo link
invece la trasmissione completa.
Your browser does not support the audio tag.
Alcuni riferimenti nominati durante l'intervento:
* Unità linguaggi artificiali
* https://subsai.vulgo.xyz/
Fahrenheit, trasmissione di Rai Radio 3, ha intervistato Davide Fant autore, con
Carlo Milani del libro Pedagogia Hacker.
Pedagogia Hacker è un libro per educatori, educatrici, insegnanti, psicologi,
tecnici, artisti, ma anche per chiunque sia alla ricerca di pratiche che ci
portino a essere soggetti più attivi e soprattutto più consapevoli degli effetti
che la tecnologia ha su di noi.
"Con il libro che avete tra le mani vogliamo rispondere all’urgenza di
un’educazione sui temi del digitale che ponga al centro le relazioni fra persone
e tecnologie. Relazioni ambivalenti che sfociano spesso in vissuti di
sofferenza, di euforia a cui seguono cocenti delusioni, di esaltazione
spasmodica ed emozioni violente; da questo disagio della tecnica vogliamo
muovere per aprire spazi di immaginazione, ri-creazione e liberazione."
Qui di seguito l'intervento di Davide Fant a Fahrenheit del 14 gennaio 2025.
pedagogia_hacker_fahrenheit_25283623_1800.mp3
INTERVISTA A DAVIDE DRAGO DEL CENTRO STUDI DI DOCUMENTAZIONE OPEN MEMORY
Radio Sherwood nasce nel lontano 1976, nel pieno degli anni delle radio libere e
della potenza del Movimento. Un punto di riferimento negli anni per il nord-est
ma soprattutto uno “spazio sempre in movimento, anche e soprattutto al suo
interno”.
Tutte le immagini sono concesse su gentile concessione dell’archivio Open Memory
All’interno del laboratorio Sherwood, nel dicembre 2023 si aggiunge un nuovo
tassello: il centro studi e documentazione Open Memory nel quale vengono
“catalogati numerosi documenti, foto e materiali multimediali che riguardano i
movimenti sociali dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni.”
Leggi qui:
https://www.sherwood.it/articolo/9645/apertura-centro-studi-e-documentazione-open-memory-sherwood
Durante l’ultima edizione di Sherwood Festival è stato presentato in anteprima
assoluta il podcast “Spazi Occupati”, una serie curata dal centro studi e
documentazione Open Memory che racconta la storia degli spazi sociali e
autogestiti a Padova tra anni ‘70 e ‘80.
Leggi qui: https://www.sherwood.it/articolo/9978/spazio-occupato
Per Ossario Davide Drago racconta e spiega di cosa si tratta questo progetto:
1) Come è nata l’idea di un archivio all’interno di Radio Sherwood?
2) Cosa contiene l’archivio?
3) Come si è svolto il lavoro di archiviazione?
4) In che modo ha influito l’esperienza di Radio Sherwood nel corso degli anni
fino ad oggi?
5) Rarità e curiosità dell’archivio?
OSSARIO
Un archivio multimediale in cui riversare materiale incendiario. Libri,
manifesti e riviste, ma anche audio e interviste; uno scambio tra passato e
presente perché la nostra storia è un invito all’azione. Ossario è uno sfogo da
collezionista e contiene materiale difficile da reperire, in costante
aggiornamento.