“È la generazione, attraverso modelli, di un reale privo di origine o di realtà:
un iper reale. Il territorio non precede più la mappa, né le sopravvive. È
tuttavia la mappa che precede il territorio -la precessione dei simulacri- a
generare il territorio”, Jean Baudrillard, “Simulacres et Simulation”, 1981.
Jorge Luis Borges racconta di un antico impero in cui l’arte della cartografia
si sviluppa sino al punto in cui i geografi imperiali pretendono che la mappa di
una provincia occupi un’intera città. Questa deriva li porta, alla fine, a
ritenere che l’unica mappa accettabile sia quella uno a uno, perché capace di
dar conto dei dettagli di un impero tanto grande e meraviglioso. La mappa viene
creata e sovrapposta a coprire il territorio. Il delirio collettivo si conclude
solo con la generazione successiva: gli eredi dei cartografi si rendono conto
che una mappa del genere non ha alcuna utilità e l’abbandonano al suo destino.
Scrive Borges: “Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere rovine della mappa,
abitate da animali e mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie
delle discipline geografiche”. L’effetto collaterale dell’abbandono della mappa
è la distruzione, con essa, delle discipline geografiche. Non a caso un effetto
assai simile a quanto accaduto nei due precedenti “inverni dell’Ai” seguiti
all’entusiasmo acritico degli anni Cinquanta e poi degli anni Ottanta. Dopo lo
sversamento all’esterno dei laboratori di ricerca dei modelli linguistici
seguito al lancio di ChatGPT, informatica e politica sembrano preda di un
pensiero molto simile a quello dei cartografi del racconto di Borges. La sana
fiducia nell’utilità di modelli matematici per predire il comportamento del
mondo fisico si è tramutata in fede cieca e assoluta. Secondo le imprese della
Silicon Valley (e i loro protettori alla Casa Bianca) dovremmo prendere questi
modelli a nostra “mappa del mondo”, per orientarci nel prendere decisioni
importanti, soprattutto in emergenza. In effetti l’intento dei ricercatori che
hanno creato questi modelli linguistici è davvero molto simile a quello dei
cartografi del racconto. Il procedimento di ottimizzazione del modello,
ribattezzato addestramento, produce un “riassunto per sommi capi” di tutti i
dati in mano al ricercatore che lo crea. Queste tecniche fanno parte della
famiglia delle compressioni con perdita, di cui fa parte anche l’algoritmo per
ridurre le dimensioni di un file musicale al formato .mp3. Nel formato
“riassunto” (detto “il modello”) i dati meno comuni sono sottorappresentati,
mentre quelli più comuni sono sovrarappresentati, producono quindi una
simulazione distorta della realtà, un po’ come le mappe geografiche sono
infedeli rispetto alle vere dimensioni dei Paesi (anche se per un motivo
differente). Questo è uno dei sensi della frase “un modello linguistico funziona
probabilisticamente”: le situazioni più comuni vengono rappresentate meglio di
quelle rare. Detto questo, l’utilità di imbarcarsi in tale procedimento di
ottimizzazione è che una volta “trasformati i dati in modello” possiamo provare
ad accedervi attraverso prompt (ossia “sollecitazioni”) scritte nel nostro
linguaggio. Se poi trascuriamo la perdita e fingiamo che il modello sia una
simulazione fedele del mondo esterno potremmo risparmiare tempo, aumentare la
produttività e risolvere problemi che, nel mondo reale, potrebbero richiedere
tempi e risorse irragionevoli. Purtroppo, però, la perdita non solo non è
trascurabile, a seconda dei casi -come vedremo- può essere una questione di vita
o di morte. Nel trascurare la perdita si trasforma -come scrive il filosofo Jean
Baudrillard- una simulazione in simulacro. Questo significa, per continuare a
usare la metafora del racconto, pretendere di sostituire la mappa al territorio.
Questa fallacia sarebbe rimasta confinata nel mondo della matematica astratta se
le imprese della Silicon Valley non avessero un bisogno disperato di farci usare
questa tecnologia per poter ripagare, almeno in parte, gli enormi investimenti
al buio fatti dalla Borsa statunitense. Ma il costo di questi sistemi è talmente
sproporzionato da non potersi ripagare grazie al mercato. È una tecnologia che
può sopravvivere solo alle grasse commesse pubbliche, meglio se militari. Ecco
perché, il 25 febbraio di quest’anno, il segretario alla Guerra del governo
Trump, Pete Hegseth, ha lanciato un ultimatum ad Anthropic: rimuovere entro 48
ore ogni restrizione al suo Claude (uno dei maggiori modelli linguistici di
grandi dimensioni dopo ChatGPT) o perdere il contratto di fornitura con il
Pentagono. La risposta di Anthropic è stata negativa e il contratto è stato
rescisso, aprendo le porte alla concorrente OpenAI, i cui vertici sono
entusiasti sostenitori economici della campagna di Trump. La richiesta del
Pentagono era rendere possibile “ogni uso lecito”: una definizione volutamente
ambigua, che avrebbe aperto la strada ai sistemi d’arma automatici (inclusi
quelli atomici), così come ai sistemi di sorveglianza della popolazione civile,
senza alcun controllo da parte della magistratura. La mossa era da attendersi,
visto il memorandum rilasciato solo un mese prima, che imponeva al dipartimento
della Guerra una politica “Ai first” con diktat su come potenziare lo sviluppo e
la sperimentazione di agenti per la gestione delle operazioni di combattimento e
il supporto decisionale basati sull'Ai, dalla pianificazione della campagna
all'esecuzione della “kill chain” Un linguaggio da far accapponare la pelle, il
cui significato è fin troppo chiaro: prevedere l’uso di modelli linguistici per
calcolare gli obiettivi (come già fatto da Israele), arrivando a creare una kill
chain, ossia una catena di montaggio degli omicidi automatizzati. Il software
utilizzato per questa operazione? Il modello Claude, di Anthropic. Quindi,
l’azienda che -almeno in apparenza- si sta coraggiosamente scontrando con il
“cattivo” Hegseth per imporgli limiti sugli usi più scandalosi dell’Ai ha già,
nei fatti, violato quei limiti che dichiara di voler presidiare. Questo
apparente ossimoro è facilmente spiegato: una volta creati sistemi in grado di
uccidere senza intervento umano, sperare che vengano “usati bene” grazie
all’etica dell’utilizzatore è, per l’appunto, una pia speranza. È necessario
intervenire prima, avendo il coraggio di bandire alcune tecnologie. A questo
punto il bombardamento della scuola Minab il 28 febbraio 2026 -con le sue 175
vittime, in maggioranza bambine- assume l’aspetto di una terrificante
conseguenza logica. Secondo i giornalisti investigativi statunitensi l’ipotesi
più probabile è che Claude abbia commesso un errore: o per mancanza di
sufficienti dati (le cosiddette “allucinazioni”), o perché i dati con cui era
stato ottimizzato non erano stati aggiornati. A quel punto il bombardamento ha
cancellato la scuola dall’isolato occupato in larga parte da un edificio della
marina militare, eguagliando il territorio alla mappa, come preteso dai creatori
di Claude. Altrettanto conseguente pare, a questo punto, l’ultima notizia di cui
vogliamo dare atto: il regime iraniano ha dichiarato che dal primo di aprile di
quest'anno considera le sedi di 18 aziende high tech statunitensi che può
raggiungere con i suoi sistemi di bombardamento “obbiettivi legittimi”, a meno
che il governo Usa non cessi i suoi attacchi. Forse l’idea di non sviluppare
tecnologia militare, come prevedeva il regolamento originale di Google, non era
solo una scelta etica. Era soprattutto una scelta saggia. “Scatole oscure.
Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di
Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un
mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici
racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del
dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo “Del rigore nella scienza”: Borges, Anthropic e gli effetti della
fede cieca in mappe infallibili proviene da Altreconomia.
Tag - gaza
Il ritorno alla natura, oggi, non è una rivoluzione, ma il riflesso estetico di
un sistema che ci ha già isolati. Sotto l’immagine…
L'articolo La famiglia nel bosco e l’illusione della libertà solitaria sembra
essere il primo su L'INDISCRETO.
“Dobbiamo proteggere i bambini.” Ma quali bambini, esattamente? Questo saggio
attraversa l’ipocrisia della compassione selettiva e le radici coloniali
dell’innocenza come privilegio. Tra…
L'articolo “Definisci bambino”: la lunga storia delle gerarchie del lutto sembra
essere il primo su L'INDISCRETO.
Puntata della trasmissione radio "Le dita nella presa" dedicata a dare un
"gancio" alle Big Tech: si parla del libro Pedagogia Hacker, di una tecnologia
convivale come l'agenda condivisa Gancio e della sua istanza romana, del
progetto Gazaweb per mantenere le comunità connesse.
Raccontiamo cosa è Gancio, agenda digitale condivisa, cos'è e come si usa.
Spieghiamo in modo dettagliato come si aggiungono gli eventi, se e come crearsi
un utente... ma anche come stampare facilmente una locandina con la lista degli
eventi della prossima settimana.
Ascolta l'audio del racconto di roma.convoca.la (Gancio de Roma)
Passiamo poi a parlare di Pedagogia Hacker, raccontando come, con un approccio
esperenziale ci permetta di capire meglio il modo in cui ci relazioniamo con le
macchine, togliendo degli strati e quindi riducendo l'alienazione tecnica e
aprendo possibilità di liberazione.
Ascolta l'audio sulla Pedagogia Hacker, corsi e laboratori
Concludiamo con il racconto dell'esperienza di Gazaweb, una pratica di
resistenza all'occupazione israeliana. Ricordiamo che subito dopo l'alluvione
al-aqsa Israele ha colpito duramente le comunicazioni telematiche nella striscia
di Gaza, di fatto isolandola completamente. Gazaweb cerca di mantenere delle
possibilità di comunicazione, affidandosi alla tecnologia della e-SIM e al
fondamentale lavoro dei giardinieri della rete.
Ascolta l'audio sull'esperiena di gazaweb e gli alberi della rete, corsi e
laboratori
Ascolta la puntata completa sul sito di Radio Onda Rossa
“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite
gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete
dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate
/ che posso vedere attraverso le vostre maschere”. Bob Dylan, "Masters Of War"
da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963 Qui in Italia non è così noto, ma la
controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la
capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio
successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come
l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve
Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple. Il sogno naïf di quella
generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere
di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di
questa utopia nel suo poema del 1967 "All watched over by machines of loving
grace" che conobbe per questo una discreta fortuna. Forse anche per questo
motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata
all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora
Meta), Amazon e Microsoft. La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la
generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani
universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up
per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato
i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era
il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare
del male”. Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della
decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite
e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a
non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari,
aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di
implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.
Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo
dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma.
L'American friends service commitee (Afsc) -storica organizzazione nonviolenta
americana legata ai quaccheri- accusa da tempo Google di avere responsabilità
dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi
di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista
israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e
Amazon (Amazon web services - Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di
tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici
al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato
successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.
Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la
tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata
per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato
decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post
danno riscontro e solidità alle accuse dell'Afsc. Purtroppo Google non è l’unica
impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori
conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi
dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente
lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta
selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook,
Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads). In questo momento l’ufficio stampa
di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano
"Careless People", il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams
che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue
responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e,
al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di
migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito
israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle Ai utilizzate per
scegliere automaticamente chi uccidere. In questo caso non si è trattato di
killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi
per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito
dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da
Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette
“allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che
possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato,
giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come
“accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas
colpito. Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica,
vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano
un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX
di Elon Musk. La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato
per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di
un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è
il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio
Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce
con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui
fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i
risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso
americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di
Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in
un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione. La seconda è
passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di
satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente
vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato
acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio agli
ucraini, salvo poi divenire -il 10 marzo di quest'anno- il peggiore dei loro
nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”. D’altronde Musk
aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni:
quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non
poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva
deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che
considerava nefasta. L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le
avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano
nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti
della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso
l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che
le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti
a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera
lampante il contrario. Eppure, le alternative esistono: il software libero
costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da
qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di
alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la
formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è
dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi
indipendenti delle imprese Gafam. Ma basta allargare lo sguardo per scoprire
che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la
bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di
territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il
mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti
anche in Italia. Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un
po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come
problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive. Il passo da fare, ora,
è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono”
il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda
tutte e tutti. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Masters of Cyberwar. Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer
robots proviene da Altreconomia.
COURT REDUCES TWO PALESTINE ACTIVISTS’ SENTENCES FROM 12 TO 10 MONTHS, AGAIN
IGNORING SOCIAL WORK REPORTS WHICH DID NOT RECOMMEND JAIL TIME
~ Cristina Sykes ~
Two Palestine Action activists, imprisoned for taking action to disrupt the
operations of French arms company Thales in Govan, Glasgow, have been refused
their appeal for immediate release from HMP Barlinnie. Stuart Bretherton and
Calum Lacy have been imprisoned since the 20 August for ‘breach of the peace’,
surrounding actions at the factory in June 2022. According to a Palestine Action
press release, at an appeal hearing at Edinburgh’s High Court of Justiciary on 5
November, their sentences were nevertheless reduced from 12 to 10 months.
They were imprisoned alongside three others, collectively the ‘Thales 5’, who
each face sentences between 12 and 14 months. The action at Thales sought to
disrupt the French arms giant’s operations, highlighting its links with Israel’s
largest arms firm, Elbit Systems, along with its direct supplies to the Israeli
military.
Their imprisonment, superseding Scottish Sentencing Council guidelines against
custodial sentences for those under 25 years of age, was issued by sheriff John
McCormick to “deter” further actions against weapons companies in Scotland. Both
he and the Judges overseeing the appeal ignored the social work reports, which
did not recommend jail as appropriate sentencing in this case.
“Stuart and I are expecting and having to go through pregnancy without him has
been really difficult”, said Bretherton’s partner, Annie Lane, “but I think of
the all those pregnant or with children living in Palestine under Israeli
apartheid and I know what I am experiencing will never be as painful”.
The Thales 5 can be supported via a CrowdFunder set up by their family and
friends. They are currently joined by eleven others in Britain and four in the
United States imprisoned for taking direct action against Elbit systems and
other arms companies complicit in the Gaza genocide.
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Photo: Guy Smallman
The post Thales 5 release appeals rejected appeared first on Freedom News.
LOCK-ON DEVICES INSIDE VANS USED TO BLOCK THE GATES OF ISRAELI ARMS COMPANY R&D
HUB IN FILTON AND HEADQUARTERS AT AZTEC WEST
~ Scott Harris ~
Palestine Action says its activists today blockaded the entrances of two sites
in Bristol operated by Elbit Systems, Israel’s largest weapons company. The
activists used lock on devices inside vans to block the gates at both sites.
One of the sites, at Filton, is the most recent of Elbit facilities in England,
the brand new £35m R&D hub of Israel’s biggest weapons firm. The other site is
Elbit’s headquarters at Aztec West 600. This HQ is used by used by Elbit to
oversee their logistical, financial, and operational affairs throughout the
country, making it a key hub for Israel’s arms trade in Britain.
This is the latest in a series of actions undertaken at the site since the start
of Palestine Action’s campaign. According to Israeli media, Elbit provides up to
80% of the Israeli military’s land based military equipment and 85% of
its military drones. It supplies vast numbers of munitions and missiles –
including the ‘Iron Sting’ recently developed and deployed for the first time in
Gaza, along with wide categories of surveillance technologies, targeting
systems, and other armaments.
“Direct action against Elbit aims to disrupt this: targeting the source of
colonial violence and genocide against the Palestinian people, undermining
Elbit’s profiteering from Israel’s daily massacres”, said the group in a press
release.
The post Activists blockade two Elbit sites in Bristol appeared first on Freedom
News.
BARCLAYS PLC AND CORPORATE LOBBY FIRM APCO RECENTLY CUT TIES WITH THE ISRAELI
ARMS COMPANY
~ Scott Harris ~
Dozens of residents and local activists this morning (6 November) blockaded the
entrance to the Elbit Systems production facility in Northern Bristol. According
to a press release by the residents, at approximately 7am this morning
protestors arrived outside Elbit Systems with banners and Palestine flags.
The protestors formed a line to encourage workers to join them and prevent
vehicles from entering the site in response to their concerns about the current
conflict in Gaza. Protestors were singing and calling for workers to join the
group in order to prevent Elbit Systems from functioning as normal for the day.
Elbit’s Bristol HQ is used by the company to oversee its British operations, and
has previously been targeted by Palestine solidarity activists. Jan Taylor who
lives near the site was quoted: “Elbit has persistently ignored Bristol
residents’ cries to stop supporting genocide in Gaza! Imagine if it was our
children being carpet bombed? Elbit needs to acknowledge their part in this”.
The protest comes shortly after it was announced that Barclays Plc had completed
its divestment from the Israeli arms company following a series of coordinated
paint attacks over the last months.
Corporate lobby firm APCO has also dropped its Elbit portfolio. In September,
the first action against APCO’s premises saw three activists locked-on in front
of their 40 Strand, London offices, having first drenched the site in red paint
with a banner reading “Stop lobbying for Genocide.
The post Bristol residents blockade Elbit site appeared first on Freedom News.
FREEDOM’S WINTER EDITION HIGHLIGHTS SOLIDARITY ACROSS BORDERS, THEN AND NOW
Internationalism’s a twisty beast, prone to making fools of us all. Just take
the Leninist left’s insistence that Maduro, or Castro, or Xi Jinping (of all
people) are worthy of our undying loyalty as opponents of Western imperialism.
Autocrats given a pass on their obvious and ongoing destruction of social
freedoms because they wave a red flag around.
But the year’s events in Palestine have been a truly heinous example of this
reality as it applies to the powers that be. We’ve seen a maddened Israeli
politic level the homes of millions, kill tens of thousands and starve many
more. Netanyahu’s quest to stay out of jail and his Knesset allies’ outright
pro-ethnic cleansing policies have set fire to the Middle East.
But rather than call this mass murder out for what it is the US and, to a lesser
degree, the UK have shown how they view internationalism, as a cynical exercise
backing particular horses in the great game. It took Sunak and Starmer more than
11 months to grudgingly suspend some (10% of) arms sales for the IDF, in which
time first Gaza, then the West Bank, and Lebanon were relentlessly pummelled.
And it was not simply a bunch of imagined “terrorist sympathisers” or deluded
anti-Semites who called them out on it. The South African government, reflecting
a population that remembers apartheid all too well, took Israel to the
international court, which ruled there was “a plausible risk of genocide”. The
UN has spoken up. International votes have been clear on the matter. NGOs as
beige as Oxfam have petitioned for more comprehensive measures to be taken.
But Starmer and co. swan on, placid in their internationalism of the moment. And
of course, why wouldn’t they be? The UK Foreign Ministry is after all the most
stable of the great offices of state, inscrutable in its aims, placed out of
reach of serious oversight by a public that’s only vaguely interested in it, for
the most part. Them out there are only a big deal if it affects us in here, and
the politicians of Westminster know it well.
Hence, of course, the other major moments of Starmer’s early reign. The trip to
America must be prioritised, obviously, but the second greeting was for Giorgia
Meloni, to learn from her how best to join the internationalism of closing
borders. A far-right leader whose deputy Salvini was so egregious, with his
“closed ports” policy as interior minister, it sparked a court case accusing him
of kidnap.
Starmer was full of praise for this brutal regime, thoroughly embedded in
Fortress Europe as the bloc collectively pays thugs beyond its borders to
terrorise and repress Earth’s tired and powerless masses for having the temerity
to approach without sufficient money.
Sir Keir’s Labour is welded to the hypocrisy of it all, begging inward migration
from millionaires while decrying the feckless poor both inside and beyond the
grand moat provided by the North Sea. Sucking up to powerful economic blocs
while mouthing vague platitudes about dying neoliberal values of free trade to
placate the orthodoxies of Blairism circa 1997. Worse even than the Leninists’
internationalism of fools, it’s an internationalism of the graveyard.
We need the revival of a long-quietened opposition, of an internationalism that
unites the working class to kick the legs out from this tottering zombie and put
it six feet under. In this issue of Freedom we take a look at some of the work
that is taking place, and which went before in the building of solidarity across
borders.
Dave Morris talks about the McLibel campaign in the context of spycops and
taking a transnational corporation to the cleaners. Ben Cowles recalls the
immense work that goes on under the radar as migrant support groups work in
defiance of aggressive policing, while other articles address prisoner support
work, and the Zapatistas’ holistic, solidaristic approaches to education.
Several touch on or recount elements of the major wave of internationalist
revolt that took place arond the Millennium, fighting globalised capital in its
pomp before falling apart in the wake of post-9/11 reaction.
There are many lessons in this issue but the most important of them is this.
Isolated, we struggle and always will. Our rulers know the value of
collectivity. To rise up to meet them we must do the same, and better. Our
futures depend on it.
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This editorial first appeared in Winter 2024/25 issue of Freedom.
The post Their internationalism, and ours appeared first on Freedom News.
THE MIDDLE EAST WAR JOINS UKRAINE AS A PERMANENT SITE OF CONFLICT, THE NEW MODEL
FOR SUPERPOWER DOMINANCE IN THE AGE OF COLLAPSE
~ Blade Runner ~
In just one year, the devastation has been staggering: since Hamas massacred
1,200 Israelis, Israel’s military onslaught has retaliated thirty-fold, with
over 41,000 Palestinians killed, including 13,000 children and 115 infants born
after October 7. More than 10,000 Gazans remain missing, buried under rubble.
The entire population of Gaza—2.3 million people in an area smaller than 360
square kilometres—has been displaced, forced into extreme deprivation, and
denied access to basic healthcare, food, and services.
83,000 tonnes of explosives have been dropped on Gaza, four times the explosive
power used to obliterate Hiroshima and Nagasaki. Around 80% of homes in Gaza
have been destroyed. It has systematically obliterated all universities, more
than 70% of schools, 34 out of 36 hospitals, and countless other essential
facilities: 165 health units, 137 ambulances, 611 mosques, all three churches,
and 178 shelters in Gaza.
In Lebanon, over 2,000 people have died, and one million have been displaced.
Another 600 Palestinians have been killed in the West Bank. Israel has lost an
additional 350 soldiers in Gaza, and 200,000 Israelis have been forced to
abandon their homes near Gaza and along the northern borders with Lebanon.
Hezbollah rocket fire has killed around 50 Israeli soldiers and civilians.
Israel is on an aggressive warpath, rapidly expanding its military operations
across several fronts in the Middle East. The Israeli army has bombed extensive
areas of Lebanon, invaded the southern part of the country, and threatened the
population with total destruction, while also attacking targets in Yemen, Iraq,
and Syria. In retaliation, Iran has launched one of the largest ballistic
missile attacks in history, with Israel’s response potentially imminent.
THIS IS WHAT A GREAT WAR MAY LOOK LIKE IN OUR TIMES
Israel’s far-right government is locked in a perpetual cycle of escalation.
History has shown that fascism, once in power, sustains itself through
relentless aggression, using nationalist rhetoric to justify war and consolidate
control. In this context, perpetual conflict is not an aberration but the
strategy itself—a march toward devastation without end. With or without U.S.
backing, this war machine is driven by ambitions to solidify the dominance of
its sponsor’s military-industrial complex in the region.
Both Israel and Iran use nationalist and religious narratives to legitimise
their aggression, framing their actions as necessary for security and the
preservation of their nations. Israel’s leadership has stated its goal of
reshaping the Middle East by neutralising regional adversaries, while promoting
an ideology of Jewish supremacy. Meanwhile, Iran frames the conflict as a “holy
war against the forces of evil” but relies on it to maintain its regional
position, backed by China and Russia.
All the while, they play their roles in an Apocalypse War by proxy. The media
portray it as suspended annihilation leading to the U.S. elections, hoping the
crisis doesn’t escalate into World War III. But what if the Great War of our
times has already begun?
This confrontation unfolds amid a global shift in the balance of power, as key
actors vie for influence in a world economy defined by runaway climate change
and bio-regional collapse. We have already been in cycles of for about two
decades, with background processes now shifting into higher gear.
In response to rising social unrest and financial crises, ruling elites have
exploited rapid advancements in information technology and the fear created by
the “War on Terror” to make advances in military force, surveillance, and
disenfranchisement. Military budgets have surged not to safeguard peace, but to
fuel ongoing conflicts arising from this restructuring process.
Consequently, the war in Ukraine has dragged on for over two years, ensnared in
a fluid and unpredictable stalemate. The crisis in the Middle East is just the
next (final?) chapter of a colonial war-game that has been going on for a
century or more. It may go on forever—not only as far as the Israeli government
is concerned. As long as global capitalism stumbles, refusing to fall, the
capitalism-state duo’s hegemony will not give up the fight without a bang.
Calls for ceasefires, United Nations interventions, and arms embargoes may still
be worth pursuing, but the Middle East crisis is not just a new iteration of
fascist military expansionism. It is a battleground for a Great War by proxy,
fought at an ever-higher intensity, as elites attempt to hoard whatever they can
in a collapsing world.
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