
Parità di genere, il punto di vista maschile nella survey L.U.I di Fondazione Libellula
- The Wom - Tuesday, October 7, 2025
Oltre 6.000 risposte, di cui 2.137 da uomini lavoratori in Italia: con la survey L.U.I, Fondazione Libellula – network di aziende, persone, scuole e comunità unite dalla volontà di prevenire e contrastare la violenza di genere e ogni forma di discriminazione – e il supporto scientifico dell’università Cattolica di Milano, accendono i riflettori sulla percezione degli uomini riguardo la parità di genere: l’indagine, infatti, rappresenta una tappa importante per superare una narrazione sbilanciata, finora centrata quasi esclusivamente sul vissuto femminile, e aprire lo spazio a una nuova alleanza tra i generi.
Survey L.U.I. 2025: la parità di genere non riguarda solo le donne
La Survey L.U.I. 2025, presentata lo scorso 2 ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore, restituisce l’immagine di un maschile in trasformazione, diviso tra aperture promettenti e resistenze profonde. Analizzare il punto di vista maschile è un tassello fondamentale perché, come sostiene Mara Ghidorzi, Gender Expert di Fondazione Libellula:
Spesso quando si parla di genere ci si concentra esclusivamente sul femminile, dimenticando che esiste anche un genere maschile. Eppure, non può esserci reale cambiamento senza uno sguardo condiviso
Per condividere lo sguardo – e l’impegno nel cambiamento – serve prima di tutto avviare la conversazione: «Abbiamo voluto ascoltare il punto di vista degli uomini per avviare una nuova conversazione sulla parità: è evidente che su alcuni temi c’è ancora poca consapevolezza, ma siamo in una fase di cambiamento – sottolinea Ghidorzi – Un cambiamento, che come ci racconta questa Survey, va sempre guidato. Va agita una responsabilità individuale e collettiva, come persone adulte nei confronti delle nuove generazioni e come donne e uomini, nelle relazioni che sviluppiamo nei contesti lavorativi e personali».
Generazioni a confronto: un campanello d’allarme
Come racconta la survery, se da un lato cresce il numero di uomini che si sentono coinvolti nel contrasto alla violenza e riconoscono il valore dell’equità di genere, dall’altro lato emergono segnali allarmanti:
la Generazione Z – contrariamente alle aspettative – risulta la meno sensibile e la meno partecipe, in netto contrasto con le generazioni più adulte, che mostrano invece maggiore consapevolezza e responsabilità
In particolare, si osserva una spaccatura tra ragazze GenZ – più determinate nel richiedere spazi e diritti – e ragazzi GenZ, più tradizionalisti e intimiditi dall’emersione di nuovi modelli sia di femminilità che di mascolinità. Infatti, se gli uomini per il 77,1% concordano sul fatto che la violenza di genere li riguardi direttamente, solo il 53,8% dei giovani è concorde con questa affermazione.
Allo stesso modo il 46,2% dei giovani ritiene che alcune soluzioni proposte per favorire l’equità siano discriminatorie verso gli uomini. La media maschile è del 27%. La stessa domanda fatta ai padri ha ottenuto un consenso del 26%, un dato che rappresenta a pieno la controtendenza rispetto all’idea che siano le nuove generazioni più inclini a promuovere tematiche legate all’inclusione
Un dato che ribalta lo stereotipo dei giovani come avanguardia del cambiamento e accende un faro su quanto sia necessario investire in educazione, ascolto e formazione continua:
il cambiamento culturale non può essere dato per scontato. Anche i segnali più promettenti richiedono un accompagnamento costante, fatto di educazione e responsabilità condivisa
La seconda edizione della Survey L.U.I. mostra che la strada è ancora lunga, ma traccia un punto di partenza concreto da cui ripartire: «Questi dati, per noi campanello d’allarme, sono riconducibili ad alcuni fattori non sottovalutabili, tra cui in primis il crescente divario ideologico e politico tra i giovani e le giovani under 30. Stando ai risultati delle ultime elezioni, il 34% dei ragazzi GenZ si sente affine alla destra, contro l’11% della controparte femminile. Questa polarizzazione è stata supportata da internet e dagli algoritmi, che portano i giovani maschi ad essere più esposti a contenuti sessisti, razzisti e maschilisti» si legge nel report della Fondazione.
Per questo serve investire sul confronto virtuoso e sulla proposta di nuovi modelli di mascolinità: «Considerato quanto negli ultimi anni sia maturata – soprattutto nei tanti gruppi informali di uomini che si trovano a confrontarsi tra loro e con la società civile, coordinati dalla Associazione Maschile Plurale – una sensibilità sulla possibilità di costruire un nuovo modello di maschilità che si allontani da quella tossica ancora preminente in molti ambiti, è opportuno che si possa costruire un nuovo “patto generazionale”, in cui chi per sensibilità e storia personale ha avuto modo di interrogarsi sul proprio essere uomo, tenti di “provocare” le nuove generazioni utilizzando modi di comunicazione nuovi e partecipativi», sostiene Luca Milani, Full Professor dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Congedo parentale, solo il 34,6% degli uomini ne usufruisce: millenial più consapevoli
Anche il lavoro è uno specchio di come la società si muove: il rapporto racconta il cambiamento analizzando il rapporto degli uomini con le responsabilità lavorative e familiari. I dati parlano chiaro. Solo il 18% degli uomini dichiara di sentirsi spesso costretto a sacrificare la propria carriera per prendersi cura della famiglia. Tra le donne, questa percentuale supera il 43%. Segno evidente di una disparità nella distribuzione dei carichi di cura.
La survey racconta anche che solo il 34,6% degli uomini afferma di aver usufruito di tutto il congedo parentale
Il dato sale significativamente al 56,6% per gli uomini con età compresa tra i 31 e i 40 anni, mentre si abbassa al 23% nella fascia tra i 51 e i 60 anni. Se il dato complessivo racconta come il carico di cura sia percepito ancora come una responsabilità prettamente materna, il dato generazionale mostra come i millenial siano più consapevoli delle responsabilità famigliari e delle politiche circa il congedo parentale, a differenza della Generazione X e dei Boomer che rimangono ancora legati al modello tradizionale. Tuttavia, continuano a pesare gli stereotipi: il 10% degli uomini racconta di aver sentito sul lavoro commenti negativi legati alla maternità, e il 5,4% rispetto alla paternità. A fare questi commenti? In gran parte altri uomini.
Parità raggiunta? Per il 29,5 degli uomini sì: ma il percorso è ancora lungo
Il 29,5% degli uomini ritiene che la parità sia già stata raggiunta, con picchi tra chi ha la licenza media inferiore (33,6%). Le percentuali si abbassano tra chi lavora in piccole aziende (14,5%) o ha titoli di studio elevati (21,2%). Solo il 6,5% delle donne concorda con questa affermazione: la mancata parità continuano a subirla sulla loro pelle e sulle loro carriere.
Risulta però positivo che 7 uomini su 10 riconoscano la loro condizione di privilegio, riconoscendo che la strada per l’equità di genere è ancora lunga: fondamentale, in questo percorso, il coinvolgimento del maschile in quanto alleato chiave per il raggiungimento dell’equità di genere.
I presupposti sembrano esserci: il 90,5% degli uomini crede che una maggiore equità tra i generi sia un vantaggio per tutte le persone. L’aumento della visibilità delle tematiche riguardanti il gender pay gap, la violenza di genere e la discriminazione ha permesso di sviluppare maggiore consapevolezza anche tra gli uomini.
Come stanno gli uomini a lavoro? Lo stereotipo della virilità “iperproduttiva” li opprime
Nel contesto lavorativo, il maschile viene spesso associato all’idea di potere, controllo e maggiore produttività. Questa visione mette al centro l’autosufficienza, la virilità e la razionalità quali elementi essenziali per l’uomo in carriera: un’idealizzazione che spinge a costruire un’identità standardizzata che reprime le emozioni, non riconosce la vulnerabilità e non permette la richiesta di aiuto.
Il 23,1% degli uomini ha lasciato un lavoro per contesti tossici, con punte del 49,1% tra chi lavora in microimprese (1–9 dipendenti) e del 53% tra i freelance
A colpire maggiormente gli uomini sono le discriminazioni legate all’ageismo. Il 20,8% degli uomini ha dichiarato di aver subito discriminazioni per la propria età. Il 28,3% degli uomini over 60 dichiara di aver subito discriminazioni per età, una quota alta anche tra i 25–30 anni (27,5%) e i freelance (41,9%). Come si può osservare, il fenomeno è trasversale e colpisce in modi diversi a seconda del contesto lavorativo e del ruolo ricoperto. Le discriminazioni verso gli over 60 sono spesso legate a stereotipi circa la scarsa capacità di adattamento e flessibilità verso nuove tecnologie o nuove competenze. Le discriminazioni dirette ai più giovani sono invece collegate a una errata percezione di immaturità: la tendenza è quella di considerarli meno affidabili o meno capaci di gestire responsabilità rispetto a colleghi con una seniority maggiore.
Il 4,9% degli uomini intervistati dichiara di essere “spesso” o “molto spesso” oggetto di battute a sfondo sessista. La percentuale è molto contenuta, ma assume un peso diverso se confrontata con quella femminile: qui la percentuale sale al 17,4%, confermando una frequenza più che triplicata.
In questo quadro è importante sottolineare che gli autori di commenti, allusioni e battute, indipendentemente dal genere della persona che li riceve, sono nella maggior parte dei casi uomini (68,8%).
Accompagnare il cambiamento
La ricerca restituisce un quadro complesso e sfaccettato: dati incoraggianti si intrecciano a segnali di resistenza, tra nuovi modelli di paternità, scarsa consapevolezza del privilegio e pregiudizi ancora radicati. Un punto di partenza concreto per costruire un cambiamento culturale più equo e condiviso, dentro e fuori le organizzazioni.
Nella prefazione del rapporto Francesca Cavallo, attivista e autrice di bestseller internazionali, indica una rotta: «Mi permetto di farvi una richiesta, mentre vi approcciate alla lettura di questo documento prezioso: leggetelo con attenzione e curiosità – scrive Cavallo – Non soffermatevi sui dati che “vi danno ragione”, ripudiando quelli che “vi danno torto”. Non siamo qui per difendere la nostra idea di mondo, ma per metterla alla prova. Perché solo così possiamo migliorare, insieme».
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