S e fossi Pier Vittorio Tondelli, oggi, a trentasei anni, sarei morto. Tra le
mie morti preferite quella di Sylvia Plath, che a trent’anni, ad appena un mese
dalla pubblicazione del suo celebre testo La campana di vetro (1963), decide di
infilare la testa nel forno a gas (si dice che non avesse davvero intenzione di
uccidersi, ma che questa fosse un’estrema richiesta d’aiuto), e di Virginia
Woolf, che a cinquantanove anni si riempie le tasche di sassi per gettarsi nel
fiume Ouse, non prima di aver lasciato una delle lettere più dolorose della
letteratura internazionale che comincia con “Dearest, I feel certain that I am
going mad again”. O ancora Aldo Palazzeschi, che muore a quasi novant’anni
nell’orrida Roma per le complicazioni dovute a un ascesso dentario trascurato.
La morte di Pier Vittorio Tondelli però ha un aspetto particolare e assume un
ruolo centrale: il 16 dicembre 1991 lo scrittore di Correggio, a soli trentasei
anni, muore di AIDS. Morire di AIDS nei primi anni Novanta significava, nella
maggior parte dei casi, essere o omosessuali o tossicodipendenti. E,
soprattutto, significava morire in solitudine, circondati da pregiudizio,
sospetto e stigmatizzazione sociale. Tondelli affronta gli ultimi momenti della
sua vita nella sua casa d’infanzia, la stessa in cui aveva scritto Altri
libertini, il suo esordio del 1980 per Feltrinelli. Nei giorni precedenti era
stato ricoverato nel reparto malattie infettive dell’ospedale Santa Maria di
Reggio Emilia, dopo aver smesso di rispondere al telefono di Milano. Il mattino
successivo alla sua morte diversi quotidiani lo ricordano. A modo loro.
Su La Stampa del 17 dicembre 1991, in un pezzo firmato da Nico Orengo, si legge
che Tondelli aveva rinunciato, diversamente da me, “alle notti in discoteca”,
“ai viaggi berlinesi”, “a quella vita generosa e sbandata abbastanza da
permettergli di cogliere il mood di una generazione senza utopie e con poche
certezze”. La ricostruzione giornalistica si intreccia a un’immagine privata e
parziale, che sembra voler restituire un profilo dello scrittore in qualche modo
rassicurante, in contrasto con la sua opera. Nello stesso numero del quotidiano,
un riquadro dal titolo “Vittima dell’AIDS?”, con tanto di punto interrogativo,
mette in discussione la causa reale della morte, aggiungendo un sottotitolo
eloquente: “La madre smentisce”. Marta, figura materna che per consuetudine
incarna protezione e cura, nega infatti l’AIDS, sostenendo che la morte sia
sopraggiunta per un collasso cardio-circolatorio in seguito a una polmonite
bilaterale. È facile immaginare quanto fosse difficile, nelle vie appartate di
Correggio, ammettere una simile realtà, e altrettanto facile comprendere il
bisogno di negare uno stigma così pesante. Ciò che colpisce, tuttavia, è che
questa versione continui ancora oggi a essere oggetto di discussione. Anche
altri quotidiani affrontano la notizia con prudenza e ambiguità. Sul Corriere
della Sera, Fernanda Pivano firma l’articolo “Tondelli, un giovane scrittore
alla scoperta dei giovani”: la parola AIDS non compare mai, sostituita
dall’allusiva formula “la terribile insidia”. Pivano scrive di una scomparsa
prematura, senza nominarne apertamente le cause, e aggiunge che “voleva
ritornare in famiglia”. Un ritorno che, nella lettura di molti tra cui Fulvio
Panzeri e il fratello Giulio significava ravvedimento, un riavvicinamento ai
valori religiosi della sua famiglia cattolica.
> Alla morte di Tondelli la ricostruzione giornalistica si intreccia a
> un’immagine privata e parziale, che sembra voler restituire un profilo dello
> scrittore in qualche modo rassicurante, in contrasto con la sua opera.
Ma è la stessa madre, in passato, ad aver predetto che Altri libertini, con i
suoi contenuti ritenuti scandalosi, avrebbe condotto Pier Vittorio a una fine
violenta, come era accaduto a Pasolini. Repubblica, nella stessa giornata,
pubblica “Breve storia di un libertino” a firma di Paolo Mauri. Qui si legge che
Tondelli è morto “probabilmente di AIDS, come precisa l’Arci-gay”, ma si
sottolinea il riserbo mantenuto dall’ospedale e l’insistenza dei genitori sul
referto medico che attribuiva la morte a una broncopolmonite bilaterale. Anche
su L’Unità, nell’articolo “Quel ragazzo del Settanta” di Ottavio Cecchi, si fa
riferimento alla nota dell’Arci-gay che parla di AIDS come causa presunta del
decesso, subito seguita dalla smentita della famiglia. Solo il collega Stefano
Morselli, nel pezzo accostato, abbandona le cautele lessicali e indica
chiaramente l’AIDS come la malattia che lo aveva colpito da mesi, raccontando i
suoi ripetuti ricoveri a Reggio Emilia e l’uscita dall’ospedale poco prima della
morte.
Se fosse ancora vivo, quest’anno Tondelli avrebbe compiuto settant’anni, insieme
a scrittori come Michele Mari, Francesca Marciano e Giorgio van Straten. La
domanda che resta aperta è cosa avrebbe ancora da raccontare: quale sguardo
rivolgerebbe oggi alle sue opere scritte in un arco così breve, quale rilettura
offrirebbe di Camere separate (1989), ora incluso nei Classici contemporanei
Bompiani, o di Altri libertini, che continua a essere letto e consumato con
passione, baluardo di una generazione scomparsa ma capace di sedurre ancora. Un
classico, scriveva Calvino, è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha
da dire. Ed è forse questa la ragione per cui Tondelli resta vivo: perché i suoi
testi, anche a distanza di decenni, conservano la forza di parlarci come se li
conoscessimo da sempre, mettendoci in contatto con un passato che non smette di
restare presente.
La storia di Thomas e Leo è, innanzitutto, una storia d’amore. Davanti alla
morte della persona amata, tutti sperimentano lo stesso dolore: il senso di
inadeguatezza, la sensazione di non aver fatto o detto abbastanza. Nella loro
relazione si intrecciano due mondi che si attraggono e si respingono, i corpi si
esplorano e si conoscono, cercando di liberarsi dai pregiudizi e dagli schemi
sociali. L’eros appare come esperienza comune, capace di svelare passioni e
dolori, di frantumare e ricomporre l’interiorità. Con Camere separate Tondelli
riflette sulla condizione omosessuale, sull’esistenza di una coppia dello stesso
sesso, sulla possibilità di convivenza e riconoscimento sociale: interrogativi
che restano attuali anche nei primi decenni del nuovo millennio. A differenza di
Altri libertini e Pao Pao qui l’amore omosessuale è raccontato senza
eccentricità. L’eros non è più provocazione ma scoperta reciproca, un tentativo
di sottrarsi ai condizionamenti e di vivere la quotidianità. Una scelta
narrativa che restituisce verità e normalità ai sentimenti.
> Con Camere separate Tondelli riflette sulla condizione omosessuale,
> sull’esistenza di una coppia dello stesso sesso, sulla possibilità di
> convivenza e riconoscimento sociale: interrogativi che restano attuali anche
> nei primi decenni del nuovo millennio.
Nell’epilogo del romanzo il destino di Leo si sovrappone a quello di Thomas:
anche lui morirà dello stesso male, in solitudine. Ma qual è questo male? La
malattia di Thomas resta un’ombra costante, una presenza non detta che amplifica
il senso di precarietà. Camere separate è stato definito l’unico vero “AIDS
novel” italiano, benché la malattia non venga mai nominata. Questa reticenza
riflette il clima degli anni Ottanta, segnati da paura, stigma e silenzio:
alcuni hanno ipotizzato tumori o altre cause per la morte di Thomas, ma il
pudore con cui Tondelli sfiora la malattia sembra suggerire il contrario, perché
infatti omettere una malattia “normale”? Se fosse stato un cancro, perché non
nominarlo? L’ambiguità, più che chiarire, confonde, alimentando il sospetto di
un male innominabile, com’era l’AIDS.
Il decorso narrato della malattia di Thomas corrisponde a quello dell’AIDS: un
giovane che in poco tempo si consuma, i sintomi che compaiono due anni prima
della morte, l’assenza di terapie efficaci. Thomas, a ventitré anni, sembra in
salute ma dopo l’estate il corpo comincia a cedere e in poche settimane il
crollo è completo. Leo assiste impotente: “Thomas sta morendo. A venticinque
anni”. Il romanzo mostra come eros e malattia si intreccino: in una scena Leo
vive un’esperienza erotica mentre pensa a Thomas che muore. Negli anni Ottanta
il legame fra sesso, malattia e morte coincideva con l’AIDS, la strage di
giovani che muoiono a ventisette, trenta, trentadue anni. La biografia
dell’autore si intreccia inevitabilmente con il testo: Tondelli scrive
consapevole di essere sieropositivo, in un doloroso congedo dal mondo. Leo porta
i suoi tratti, i dettagli autobiografici disseminati nel romanzo lo confermano e
la malattia viene raccontata non in modo spettacolare, ma come esperienza
intima, concentrata sul dolore interiore.
> La narrativa di Tondelli sembra abitata da figure che portano su di sé i segni
> della molteplicità e che rifiutano una definizione chiusa e definitiva, con
> particolare intensità in Pao Pao in cui il corpo, nella sua pluralità e nelle
> sue infinite possibilità, diventa uno dei principali protagonisti.
Questioni come la ricerca dell’identità, la scissione dell’io in frammenti
molteplici, l’impossibilità di racchiudere l’esperienza individuale entro un
modello unitario e valido per tutti, attraversano costantemente la scrittura di
Pier Vittorio Tondelli. La sua narrativa sembra abitata da figure che portano su
di sé i segni della molteplicità e che rifiutano una definizione chiusa e
definitiva. Questa condizione si manifesta con particolare intensità in Pao Pao,
il secondo romanzo dell’autore, uscito nel 1982, in cui il corpo, nella sua
pluralità e nelle sue infinite possibilità, diventa uno dei principali
protagonisti. In Tondelli la frattura interiore assume una forma più ampia e
condivisa: i giovani militari, costretti a convivere nello stesso spazio della
caserma, finiscono per rappresentare i molteplici aspetti di una medesima
figura, quasi come fossero le tante facce di un unico individuo in continua
trasformazione. In questo universo, i desideri e gli impulsi non si organizzano
in traiettorie lineari e coerenti, si accavallano, si scontrano e si disperdono
in un flusso instabile che rifiuta definizioni precise.
È una corrente fatta di spinte contraddittorie che non trovano mai un punto
fermo e che, proprio per questo, aprono la possibilità di inventare nuove forme
di relazione e di socialità. L’energia che emerge tenta di prendere le distanze
da un ordine collettivo ormai logoro dando spazio al privato, all’individuale,
al soggetto che si oppone alla norma e alla conformità. La caserma, luogo per
eccellenza della mascolinità istituzionalizzata e disciplinata, viene ribaltata
e descritta da Tondelli come un ambiente multiforme, in cui le storie personali
si intrecciano e si confondono, costruendo un modello alternativo di normalità.
È proprio qui che si forma un nuovo tipo di corpo maschile: non più il corpo
imposto dal paradigma virile dominante, ma una corporeità diversa, plurale,
sfuggente, capace di sottrarsi all’egemonia e di rivelare possibilità inedite.
> Tondelli ci invita a guardare la realtà come un intreccio caleidoscopico, dove
> ogni tentativo di incasellare e definire si infrange nella vitalità di una
> confusione che non è mancanza, ma ricchezza.
Queste figure ibride e difficilmente collocabili possono essere collegate a
quella schiera di personaggi marginali e irregolari che, in Altri libertini,
trovano il loro culmine in una rappresentazione esasperata e spinta fino al
grottesco. Nel suo esordio, infatti, Tondelli porta alla luce l’aspetto più
estremo e deformato dell’essere umano e in particolare dell’essere donna,
mostrando identità che si pongono ai limiti della convenzione. Nel racconto Mimi
e istrioni, al centro non c’è un singolo protagonista, ma la teatralizzazione
stessa dell’esistenza: la vita viene trasformata in un carnevale continuo, in
una mascherata che diventa linguaggio di libertà. Attraverso il gesto
trasgressivo i personaggi scardinano i vincoli imposti, liberano la coscienza e
la esprimono nella sua dimensione più profonda e autentica. La paura e il senso
di reverenza verso l’ordine sociale sono assenti: i protagonisti guardano al
reale con uno sguardo nuovo, capace non di annientare ma di amplificare, di
moltiplicare le possibilità di vita. È il corpo carnevalesco, con la sua forza
dirompente, a incarnare la natura queer, storta, dell’interiorità, portandola
all’esterno e rendendola visibile. Questo corpo, liberato dai legami imposti
dalla società, diventa un punto d’incontro tra il bisogno individuale e
l’aspettativa collettiva. Nella mescolanza di travestimenti, di fisicità
alterate e di interiorità esposte senza pudore, si incrinano non soltanto le
categorie tradizionali di maschile e femminile, ma la stessa idea che possano
esistere confini fissi e rigidi.
Viene spontaneo domandarsi, allora, quale sia oggi il destino della lezione
tondelliana: un insegnamento che negli ultimi anni sembra riemergere con forza,
ma che raramente appare davvero assimilato. La sua capacità di far deflagrare le
identità, di mostrarne la natura molteplice e irriducibile, resta un monito
ancora attuale, mette in crisi le certezze dell’ordine binario e ci invita a
guardare la realtà come un intreccio caleidoscopico, dove ogni tentativo di
incasellare e definire si infrange nella vitalità di una confusione che non è
mancanza, ma ricchezza.
L'articolo Se fossi Pier Vittorio Tondelli proviene da Il Tascabile.
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F ingere è il primo passo. Per cosa? Be’, per tutto. Per diventare ricchi ad
esempio. È il consiglio (non richiesto) che mi arriva da un imprenditore
abbronzato, uno di quei tizi che imperversano sui social network per vendere
corsi su come fare i soldi, ma che qualche dritta sono disposti a darla gratis
in reel che, nelle mie sessioni di scrolling, puntualmente spuntano contro la
mia volontà (ma con, temo, la mia complicità: come tutti sono curioso verso ciò
che mi ripugna e su quei reel finisco per soffermarmi un po’ troppo; l’algoritmo
conosce questa mia debolezza e colpisce). A questo giro il trucco che il guru
del business ha voglia di condividere è di non aspettare di aver fatto i soldi
per vivere da ricco (lui dice “per upgradare la tua vita”): vola in prima
classe, mangia in ristoranti stellati, vai a vivere dove vuoi senza badare
all’affitto, in questo modo ingannerai il tuo cervello, lo “setterai” sulla
ricchezza e lavorerà meglio per farti diventare ricco davvero. “Sembra più un
trucco per diventare molto poveri”, scrive qualcuno di poca fede nei commenti.
Facile fare ironia su questa filosofia cialtronesca da social, ma in fondo non è
che una estremizzazione fino al ridicolo del sottotesto di tante storie di
successo che ci piace sentir raccontare: prima di tutto c’è un sogno, una
illusione da coltivare, poi arriva la realizzazione. Nel frattempo meglio
rimuovere o tenere ai margini il pensiero di quanto potrebbe essere doloroso il
risveglio. In alcuni contesti illudere sé stessi e gli altri pare essere il
requisito necessario anche solo per sedersi al tavolo e provare a vincere
qualcosa. In L’ultima acqua (2025) di Chiara Barzini c’è questo momento in cui
l’autrice fa tappa a New York prima di andare a Los Angeles per cominciare una
indagine per un libro – lo stesso che stiamo leggendo – intorno al sistema
idrico della città. Va a cena con lo scrittore e leggenda del New journalism Guy
Telese che per lei ha un solo consiglio su come fare ricerche in California:
“Non affittare mai macchine di merda. Scegli sempre l’auto più costosa,
soprattutto se non te la puoi permettere”. Il possibile successo futuro dipende
dalla capacità di fingere un successo già presente. Soprattutto in California.
Soprattutto a Los Angeles: città, chiosa Barzini, in cui per lavorare bene
“bisogna vivere nel miraggio della grandezza, nell’illusione del controllo”.
L’ultima acqua è un libro su Los Angeles e sulla California, ma è anche una
riflessione su quanto nelle nostre vite e nella nostra società si fonda su
illusioni sempre più difficili da tenere in piedi, ed è anche la rielaborazione
personale di un proprio disincantamento, del lavoro che bisogna fare per
ritrovare un equilibrio quando il miraggio svanisce. Il libro di Chiara Barzini,
infatti, è un saggio pienamente letterario, e in quanto tale ha al suo centro
l’indagine su un oggetto molto concreto e definito (l’acquedotto di Los Angeles,
progettato da William Mulholland e inaugurato nel 1913, che trasformò la città
degli angeli e le permise di prosperare), usato come perno intorno a cui si
dispiega la libertà concessa dal genere dell’essai per muoversi in direzioni
diverse.
> L’ultima acqua è un libro su Los Angeles e sulla California, ma è anche una
> riflessione su quanto nelle nostre vite e nella nostra società si fonda su
> illusioni sempre più difficili da tenere in piedi, ed è anche la
> rielaborazione personale di un proprio disincantamento.
Sfruttando questa libertà l’autrice costruisce sostanzialmente tre livelli di
discorso che si alternano e si integrano a vicenda. C’è un livello informativo:
la storia dell’impresa di Mulholland e della sua vita, la spiegazione di come
funziona l’acquedotto e soprattutto della sua importanza per l’esistenza della
Los Angeles che conosciamo. Questa parte è innescata da un vecchio libro
ricevuto in regalo – un dettagliato dossier sulla costruzione dell’acquedotto
firmato dallo stesso Mulholland – e si sviluppa come la cronaca di un viaggio
lungo l’immensa infrastruttura, con qualche deviazione in luoghi direttamente o
anche solo tematicamente legati a essa, dove il libro spesso e volentieri prende
l’andamento del reportage narrativo.
C’è poi un livello puramente autobiografico: una sottotrama del libro riguarda
il progetto di un film tratto da un romanzo dell’autrice e da lei stessa
sceneggiato che dovrebbe venire diretto da un grande regista hollywoodiano (che
nelle pagine del libro è chiamato semplicemente “il Regista”), ma sulla cui
effettiva realizzazione iniziano ad allungarsi dei dubbi. Un terzo livello lo
potremmo definire metaforico, perché è dove l’acqua di Los Angeles diventa
simbolo di qualcosa di più grande: un’illusione di abbondanza illimitata che
nasconde le contraddizioni su cui si fonda. In una catena di sineddochi, si
parla dell’acquedotto di Mulholland per parlare di Los Angeles, per parlare
degli Stati Uniti, per parlare di un Occidente che fa sempre più fatica a
procrastinare il momento in cui dovrà fare i conti con il venir meno dei miraggi
su cui per decenni ha fondato la propria tranquillità (la presa di coscienza di
una “Era delle grandi speranze” che si capovolge in una “Era dei grandi limiti”
– citando lo scrittore e ambientalista Marc Reisner – è uno dei refrain del
libro).
Ma finché si constata che un saggio letterario è composto da materiali e
discorsi eterogenei, si resta nell’ovvio. La vera arte saggistica sta tutta nel
come si combinano e si mescolano insieme i livelli diversi, andando a creare una
coerenza e una unità che, per quanto sia arbitraria nei fatti (si può parlare
dell’acquedotto di Los Angeles senza accompagnare riflessioni sui miraggi
dell’Occidente, e certamente senza fare autobiografia), appare necessaria
nell’ecosistema costruito dal saggio. Barzini si dimostra molto abile nel
padroneggiare questo gioco di prestigio che è il cuore della scrittura
saggistica. Interessante, quindi, è provare ad analizzare come il gioco funziona
in L’ultima acqua, con quali strategie i diversi livelli che dicevamo vengono
fatti collidere e sovrapporre fino a diventare inseparabili.
> In una catena di sineddochi, si parla dell’acquedotto di Mulholland per
> parlare di Los Angeles, per parlare degli Stati Uniti, per parlare di un
> Occidente che fa sempre più fatica a procrastinare il momento in cui dovrà
> fare i conti con il venir meno dei miraggi su cui ha fondato la propria
> tranquillità.
Poco fa parlavamo della sineddoche come una delle modalità che lega insieme
diversi piani del libro. Ora, la sineddoche è una figura di pensiero molto
efficace nell’ottica di un saggio, ma anche pericolosa da maneggiare, perché
sempre sospettabile di eccessiva arbitrarietà: come mai parlare proprio di
quella parte per parlare di quel tutto? Come mai parlare proprio di Los Angeles
per parlare delle illusioni di un’intera civiltà? La risposta è tanto più
convincente in quanto non è mai data esplicitamente, ma lasciata solo affiorare.
Intanto perché Los Angeles è anche Hollywood, la più grande fabbrica di
illusioni a uso e consumo del mondo occidentale. Ed è anche il luogo in cui si
rivela il vero tema del libro, cioè il negativo delle illusioni, l’aridità che
c’è dietro il miraggio. Perché Hollywood non è solo la “fabbrica dei sogni”, ma
anche – come scrive Jerry Stahl – la “manifattura della frustrazione”. Il mondo
del cinema crea attorno a sé anche una distesa di aspirazioni fallimentari:
dietro ai sogni abbaglianti venduti da chi ce l’ha fatta c’è l’interminabile
striscia di sconfitte e amarezze di chi da quelle fantasie è stato sedotto ma
non è riuscito a realizzarle. Non per nulla la parabola di speranza e disincanto
della parte autobiografica del libro ruota intorno a un film che forse non si
farà.
Ma Los Angeles è per eccellenza una città fondata sui miraggi anche e
soprattutto per la sua paradossale natura di metropoli in mezzo al deserto.
L’autrice se ne rende conto durante l’adolescenza (e torniamo di nuovo al
livello autobiografico) trascorsa appunto a Los Angeles:
> “Deserto” era la parola che usava mio padre per spiegare perché le bollette
> della luce erano così alte, perché la pelle ci diventava così secca, perché
> faceva caldo di giorno e freddo di notte, perché gli irrigatori si attivavano
> in continuazione. Il deserto era una condizione preesistente, qualcosa che non
> sarebbe mai andato via. Il deserto era un dato di fatto. Ti faceva svenire, ti
> rendeva debole, era il rumore implacabile di uno spazio vuoto che era stato
> erroneamente riempito di mille cose fuori luogo.
Il deserto è la realtà, il dato “preesistente” che la città con le sue “mille
cose fuori luogo” e le sue illusioni tende a rimuovere, a seppellire, a spingere
ad un livello subliminale. E che pure resta lì e continua a segnalare la sua
irriducibile esistenza nelle bollette, negli svenimenti, negli irrigatori che
non si possono fermare altrimenti il miraggio non potrebbe durare.
> Los Angeles è anche Hollywood, la più grande fabbrica di illusioni a uso e
> consumo del mondo occidentale. Ed è anche il luogo in cui si rivela il vero
> tema del libro, cioè il negativo delle illusioni, l’aridità che c’è dietro il
> miraggio.
Sì, perché la forza magica che alimenta l’illusione che quel deserto sia un
luogo abitabile e addirittura confortevole per milioni di persone è l’acqua,
l’abbondanza d’acqua resa disponibile dall’acquedotto progettato William
Mulholland. Per come è raccontata nel libro l’impresa di Mulholland,
l’acquedotto lungo 360 chilometri che trasporta l’acqua dalla Owens Valley nella
Sierra Nevada fino a Los Angeles, è un capolavoro ingegneristico ma anche un
incantesimo. Un miracolo che Mulholland (come rivela il manuale sulla
costruzione dell’acquedotto ricevuto in regalo dall’autrice) rende possibile
soprattutto grazie alla fede nel suo sogno, pensando a quell’acqua che doveva
essere portata come se ci fosse già (“A pagina 20 si parlava dell’arrivo
dell’acqua a Los Angeles come se fosse già accaduto”), e che realizzandolo
trasmette quel modo di pensare e di desiderare a tutta la città:
> Il sistema di trasporto idrico più lungo del mondo è completo. Scompare
> l’inquietudine, scompare la povertà, scompare il deserto. Una soprano intona
> un’ode Hail the Water, e Los Angeles cade in un maestoso incantesimo che si
> protrae per decenni. Mullholland, con il volto scavato e gli occhi spiritati,
> è riuscito a creare l’illusione più grande e potente di tutte. Ecco a tutti
> una città magica in cui si può far apparire tutto ciò che si desidera.
> L’incantesimo è un clic di tastiera ante litteram, il germe seduttivo del
> capitalismo più sfrenato.
Ma le illusioni, dicevamo, hanno sempre un negativo. Se l’opera di Mulholland da
un lato è un miracolo, dall’altro non può che essere un patto col diavolo, con
tutte le clausole nascoste del caso:
> Pronunciando il suo incantesimo, ha stretto un patto pericoloso. Qualcosa di
> diabolico si stava insinuando nella città degli angeli. La terra arida stava
> per essere fecondata da un seme che l’avrebbe trasformata per sempre. Di lì a
> poco sarebbe nato un bambino meticcio, un po’ angelo, un po’ diavolo. Il
> “magnifico specchio d’acqua” che aveva inondato la piattaforma di Mulholland
> era lo stesso che sarebbe stato sacrificato ai posteri. Da quel giorno ci
> sarebbero stati sogni, ma anche la distruzione dei sogni, miracoli ma anche
> miserie. L’unità tra popoli avrebbe convissuto con la segregazione, la magia
> con la realtà brutale, la ricchezza coi debiti, la determinazione a
> sopravvivere con la volontà di morire.
Ma la magia è frutto anche di una volontaria ignoranza. Così come il miraggio
delle “mille cose fuori luogo” fa apparentemente sparire il deserto, l’illusione
che l’acqua sia semplicemente lì, abbondante e disponibile, come se apparisse
dal nulla (quello stesso abbaglio per cui le cose possano esserci e basta,
ignorando i processi e le esternalità implicate, che sta alla base di tutto il
consumismo capitalista), occulta come e da dove concretamente l’acqua arriva. A
svelare il miraggio come tale, dunque, può essere solo la conoscenza
dell’infrastruttura che lo rende possibile.
Pensare alle infrastrutture è il vaccino alle illusioni. Una grande capacità di
cogliere le infrastrutture delle cose (persino delle relazioni ed emozioni
umane) era propria di uno dei numi letterari di questo libro: Joan Didion.
L’atteggiamento anti-miraggio è quello perfettamente descritto da Didion nelle
prime righe di Acqua santa, un breve saggio dedicato proprio all’acquedotto di
Los Angeles:
> L’acqua che farò scorrere domani dal mio rubinetto a Malibu oggi sta
> attraversando il deserto del Mojave dal fiume Colorado. L’acqua che berrò
> stasera in un ristorante di Hollywood, a questo punto è già scesa
> nell’acquedotto di Los Angeles, e penso dov’è esattamente anche quell’acqua:
> in particolare mi piace immaginarla mentre scende a cascata sui gradini di
> pietra a 45 gradi che arieggiano l’acqua dell’Owens dopo il suo passaggio
> asfittico attraverso i tubi e i sifoni della montagna.
È chiaro che nulla guarisce dalla convinzione che l’acqua sia lì e basta o
appaia magicamente quanto pensare a dove fisicamente stia l’acqua, al percorso
che farà o sta facendo quella che berrò domani o stasera. Per farlo, ovviamente,
bisogna conoscere precisamente “i tubi e i sifoni” che ce la portano. È grazie a
questo atteggiamento – che è conoscitivo ma anche etico – che Didion, annota
Barzini, “è sempre riuscita a non farsi bruciare dai sogni”.
E così per l’autrice, se un’immagine della spensieratezza giovanile e
probabilmente di un quieto abbandono all’illusione è il ricordo delle visite con
le amiche ai “bagni olistici di Kiva”, dove galleggiare in vasche di acqua calda
senza farsi domande (“Non ci siamo mai chieste da dove venissero quelle acque o
dove andassero a finire”), la presa di consapevolezza matura che può salvare dal
rimanere troppo invischiati nei sogni – oltretutto proprio alla vigilia di
quello che potrebbe essere un doloroso risveglio: l’incontro con il Regista che
stabilirà definitivamente se il film si farà o meno – è un viaggio (in compagnia
di quelle stesse amiche, peraltro) per vedere i tubi e sifoni su cui meditava
Didion, andare a toccare le infrastrutture da cui sgorgano i miraggi.
La parte on the road del libro va a toccare anche luoghi che non sono
direttamente legati all’acquedotto di Los Angeles, ma partecipano allo stesso
discorso sul negativo delle illusioni. Prima del viaggio vero e proprio, ad
esempio, c’è una lunga parentesi sul Salton Sea, un immenso lago salato
endoreico (cioè senza emissari) nato all’inizio del Novecento in seguito a una
inondazione del Colorado. Dopo un periodo come località turistica alla moda tra
gli anni Cinquanta e Settanta, il lago ha iniziato a ritirarsi gettando tutta
l’area intorno in uno stato di penosa decadenza. Altra deviazione è a California
City, una città che “venne acquistata ancora prima di esistere”. Progettata
negli anni Cinquanta dal visionario sociologo Nat Mendelsohn, si risolse in una
colossale truffa immobiliare: la città, proprio per colpa della mancanza
d’acqua, non sorse mai e tutto ciò che rimane è poco più di uno scheletro di
strade che dividono lotti di terreno mai edificati.
> La parte on the road del libro va a toccare anche luoghi che non sono
> direttamente legati all’acquedotto di Los Angeles, ma partecipano allo stesso
> discorso sul negativo delle illusioni.
Si arriva poi, effettivamente, ai luoghi che riguardano direttamente
l’acquedotto di Los Angeles, a partire dalla Owens Valley: la principale vittima
dell’impresa di Mulholland, ormai quasi completamente svuotata dalle sue acque e
funestata da siccità e polveri tossiche. Infine, il viaggio si conclude nel
canyon di San Francisquito, dove si consumò il più catastrofico fallimento di
Mulholland: per creare un nuovo bacino idrico per Los Angeles fece costruire nel
1925 una immensa diga destinata a crollare pochi anni dopo. Un disastro che
spazzò via paesi e causò, si stima, circa 600 morti. L’episodio segnò anche la
fine della carriera di Mulholland, la cui vita, che all’apice era stata il
paradigma della storia di successo da film hollywoodiano (l’outsider ambizioso
che credendoci fino in fondo realizza il suo sogno impossibile), verso la fine
si ribalta in una parabola di hybris punita.
Ciascuna delle tappe rappresenta un lato nascosto delle illusioni: Salton Sea è
ciò che rimane dopo che il miraggio svanisce; California City è dove le promesse
illusorie non sono mai state mantenute; la Owens Valley è dove il prezzo del
miraggio viene pagato; infine, il canyon di San Francisquito è l’esito
catastrofico che può accadere quando, per tenere in vita le illusioni, si tira
troppo la corda. Tutti risvolti che vengono accuratamente rimossi o tenuti ai
margini della coscienza per permettere al sogno di continuare. Il caso più
emblematico, da questo punto di vista, è il crollo della diga di San Francis:
“la seconda catastrofe naturale più grande della storia della California dopo il
terremoto di San Francisco nel 1906 e uno dei più grandi disastri di ingegneria
civile del XX secolo”, di cui nessuno parla più, come se fosse stata dimenticata
o cancellata dalla storia.
Ma fino a quando può durare la rimozione? Questo libro sull’acqua si apre con
una introduzione che parla del fuoco, ovvero degli ultimi devastanti incendi che
hanno devastato Los Angeles all’inizio di quest’anno. Frutto della siccità, gli
incendi sono un’altra manifestazione di quel negativo rimosso che circonda
l’illusione di abbondanza senza fine. Un rimosso che è sempre più difficile da
ignorare, che riemerge mettendo sotto assedio la città e le sue pretese di
continuare a sognare.
L'articolo Infrastrutture e miraggi proviene da Il Tascabile.
L’ Italia ha trasformato radicalmente negli ultimi trent’anni il proprio
rapporto con il crimine organizzato. Si è infatti passati da una forma di totale
rimozione, di omertà, a una forma di narrazione estesa, frutto certamente del
coraggio di chi ha saputo raccontare la mafia andando oltre la stretta cronaca,
definendone i confini sociali e antropologici, ma anche dei mutamenti generati
dalle stragi di Capaci e di Via d’Amelio a Palermo. Quelle stragi, figlie di una
strategia inedita da parte della mafia, hanno prodotto una reazione civile, ma
soprattutto un mutamento emotivo nella società.
La mafia, la camorra e il crimine organizzato in generale riflettono infatti un
carattere più ampio da cui nessuno si può sentire realmente escluso. Non si
tratta più solo del fare crimine, ma di una visione della società e di una
cultura nazionale da cui nessun camorrista o mafioso è estraneo, ma di cui anzi
è parte fondante nel concepire la propria struttura gerarchica, la propria
famiglia, ma anche nell’essere parte dell’elaborazione di quella idea di società
civile che coinvolge evidentemente ogni cittadino.
> In Donnaregina la pratica è quella di una poetica romanzesca con cui Ciabatti
> scioglie una biografia in un’autobiografia, esaltando le contraddizioni del
> criminale e affiancandole alla complessità narcisistica e tormentata
> dell’autrice.
Il crimine organizzato non è una struttura separata e autarchica, ma è una
ramificazione che arriva idealmente a toccare ognuno di noi stringendoci in un
legame di comune ‒ per quanto rada e ovviamente riluttante ‒appartenenza. Ed è
tentando di coniugare un’idea di scrittura con un’idea di sé stessa che Teresa
Ciabatti accetta di raccontare la vita di uno dei più temibili boss della
camorra napoletana, Giuseppe Misso e lo fa costruendo una vera e propria
inchiesta giornalistica fatta di continui colloqui con il boss e di ricerche sul
passato, a partire da una scoperta di Napoli da lei mai visitata prima. Questa
almeno è l’apparenza con cui si presenta il romanzo Donnaregina (2025), in
realtà la pratica è quella di una poetica romanzesca con cui Teresa Ciabatti,
come pochi, scioglie una biografia in un’autobiografia, esaltando le
contraddizioni del criminale e affiancandole alla complessità narcisistica e
tormentata dell’autrice.
“Che senso ha ricostruire un’epopea attraverso un unico sguardo? Cosa ne esce se
non una contraffazione di seconda mano? Va bene ‒ rifletto ‒ fra noi si è
ingaggiata una lotta di rappresentazione, io che tento di portare Misso a me,
Misso che pretende di essere raccontato a modo suo, io che forzo da una parte,
lui dall’altra. Il ritratto finale sarà il risultato delle due spinte”. In
realtà non c’è mai partita, perché le due spinte sono afferenti entrambe alla
medesima visione di Ciabatti. Ogni tentativo di Misso di riportare il discorso
all’interno anche di una ‒ per quanto critica ‒ mitologia criminale, decade di
fronte allo sguardo dell’autrice la cui forza immaginativa è potentemente
superiore e in grado di assorbire anche l’eccezionalità tragica e violenta di
cui è fatta la vita del boss napoletano. La lotta, per Teresa Ciabatti, è sempre
tra sé e sé, tra la propria volontà e l’accettazione della medesima.
La domanda che sottende tutto il romanzo è dunque: “Sarò in grado?”. Una messa
in discussione di sé continua e ossessiva che porta il lettore all’interno di
una doppia narrazione, in cui la vita del camorrista diviene strumentale:
all’esperienza del raccontarla, al corpo di una scrittrice e di una madre in
crisi, e dunque sull’orlo di un fallimento eclatante, come di una salvezza però
sempre resa possibile pagina dopo pagina. Teresa Ciabatti muove la propria
narrazione con frenetica inquietudine, ma più offre incertezza, più riesce a
convincere il lettore proiettandolo all’interno di una vicenda che assume con
straordinaria leggerezza i toni della commedia come della tragedia.
Donnaregina ha la sua forza nell’opporre a una vita da raccontare che si presume
violenta ed eccezionale, seducente e criminale, una vita nel suo svolgersi che
coinvolge la narratrice e le sue amiche e in particolare sua figlia, una giovane
adolescente in crisi. L’autrice è così combattuta tra l’incapacità di saper
scrivere di camorra e l’incapacità di essere una buona madre, oltre al sempre
eterno complesso (di un’intera generazione) di essere una figlia incapace.
Quest’ultimo punto di crisi vede l’autrice in perenne conflitto con il fratello
per la casa di famiglia di Orbetello, ormai disabitata e dai costi di gestione
insostenibili per entrambi: “Malgrado lui taccia, immagino i pensieri, o
comunque gli attribuisco dei pensieri precisi: mio marito e mia figlia non mi
sopportano, mio marito appena può parte, mia figlia…”.
> Ciabatti muove la propria narrazione con frenetica inquietudine, ma più offre
> incertezza, più riesce a convincere il lettore proiettandolo all’interno di
> una vicenda che assume con straordinaria leggerezza i toni della commedia come
> della tragedia.
Ciabatti utilizza questo caos emotivo che scivola e s’intreccia per offrire ai
lettori una drammaturgia del contemporaneo efficacissima in cui anche un boss di
camorra appare destrutturato e privo di quell’aura criminale e di quella
solidità che la categoria sociale di boss dovrebbe garantirgli. Quella di
Ciabatti è una vera e propria traversata del deserto da cui non si punta a
uscire migliori di prima, ma più semplicemente ancora vivi e soprattutto ancora
capaci di fidarsi di sé e delle proprie scelte. Attorno è vivida la figura di M
(presumibilmente Michela Murgia) che consiglia da una distanza emotiva
rassicurante e al tempo stesso trasgressiva, invitando l’autrice a osare,
fidandosi finalmente e subito dei propri desideri.
Donnaregina in poco più di duecento pagine è effettivamente la biografia del
boss Giuseppe Misso e del rapporto con il figlio omosessuale, dato che contiene
una doppia trasgressione all’interno delle regole dei clan criminali (e non), ma
è anche soprattutto la storia di una scrittrice e del suo senso d’inadeguatezza.
Un sentimento che può essere annichilente, ma che Ciabatti utilizza per
esplorare ogni aspetto della propria vita, a partire dalla relazione con la
figlia, ma anche quella con il marito, il fratello e dunque con il padre e la
madre. Ciabatti prende in mano queste pietre sparse lucidandole una a una, fino
a ritrovarne quel valore per lei inestimabile.
Un romanzo e una biografia, che contiene anche un saggio di scrittura, che
diviene inevitabilmente il racconto di una rinascita: quello di una figlia e di
una madre che decide finalmente di fare come crede e come testa comanda: “Il
padre mi ripassa il telefono, ci salutiamo, buonanotte, cerca di dormire ‒ siamo
ossessionati dal sonno di nostra figlia, quando dorme non può succedere niente.
In questo tempo di attesa non scrivo. Lo chiamo tempo di attesa, mai di dolore”.
Uno spazio necessario alla rivoluzione, a un pensiero che si fa pratica e dunque
liberazione.
> Ciabatti offre ai lettori una drammaturgia del contemporaneo efficacissima in
> cui anche un boss di camorra appare destrutturato e privo di quell’aura
> criminale e di quella solidità che la categoria sociale di boss dovrebbe
> garantirgli.
Donnaregina corre pagina dopo pagina, denso di una leggerezza davvero calviniana
perché estremamente precisa, esatta e pulita. Una narrazione che offre una
facilità di lettura, ma senza nasconderne la complessità, che anzi è discussa
nelle medesime pagine. Scrivere e vivere, vivere e morire, uccidere e tornare a
vivere. Ciabatti affronta evidentemente nodi cruciali, ma lo fa senza scegliere
le scorciatoie di un genere o di un testo che sfugga a una sincera appartenenza.
L’autrice mette a fuoco ogni cosa, sia nel senso di bruciare tutto quanto le
finisce tra le mani, sia nel senso di focalizzare con precisione paura e
coraggio. Perché di questo infine racconta il romanzo, non tanto di chi vorremmo
essere e di come si è tragicamente lontani dall’esserlo, ma di chi si è e della
paura che fa saperlo, così come del coraggio che serve ogni giorno per essere sé
stessi fino in fondo.
L'articolo Donnaregina di Teresa Ciabatti proviene da Il Tascabile.
C ome si racconta il cambiamento climatico? Già nel celebre saggio del 2016 La
grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh si interrogava sulle
responsabilità della letteratura nel mettere adeguatamente in luce le
trasformazioni ambientali, psicologiche, culturali e politiche indotte da un
fenomeno la cui portata non può che riverberare sui protagonisti di una storia.
Questa sfida non è un mero esercizio intellettuale, ma rappresenta uno dei piani
fondamentali su cui attivare la risposta collettiva a un problema che ancora
oggi tende a essere rimosso dal discorso pubblico. Consideriamo anche soltanto
come spesso la questione climatica venga ritratta come un’emergenza puntiforme –
si pensi alla metafora della cometa in rotta di collisione col pianeta del
popolare Don’t look up del regista Adam McKay ‒ e non come qualcosa in atto da
tempo, i cui effetti non sono sempre stati percepiti con la stessa nitidezza da
tutte le epoche e latitudini.
Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi (2025), l’ultimo libro del
giornalista climatico Ferdinando Cotugno, adotta invece una chiave di lettura
efficace grazie a un approccio controintuitivo. Per rendere visibile e
comprensibile un fenomeno globale, si concentra sul particolare: la storia della
sua famiglia. Tre generazioni (nonni, genitori, figli) che diventano unità di
misura del cambiamento climatico.
> In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il
> verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci
> mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli
> scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente
> aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona
> così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto
> tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il
> tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La
> generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad
> alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia.
Lo spunto di partenza è l’imminente trasferimento del padre dell’autore in
Brasile per raggiungere la nuova compagna: Cotugno sceglie così di partire da
Milano, dove vive, per tornare nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, e documentare
gli ultimi giorni in cui la famiglia sarà a suo modo riunita.
> Per raccontare la crisi climatica Cotugno adotta un approccio controintuitivo
> ma efficace. Per rendere visibile un fenomeno globale, si concentra sul
> particolare: la storia della sua famiglia.
Il risultato è un oggetto atipico, un “memoir climatico”, in cui le vicende
personali si intrecciano nello spazio e nel tempo con la storia dei combustibili
fossili: un nonno operaio all’Italsider, che alla fabbrica ha dato tutto
ricevendo poco in cambio; padre e madre a capo di una ditta di trasporti su
ruota ormai fallita, testimoni di una fugace ricchezza negli anni Novanta.
Carbone e gasolio a scandire le sorti del benessere economico, fisico e
psicologico di un microcosmo sociale.
> Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità. Abbiamo una
> sola opportunità di raccontarla, e non dovremmo sprecarla. Io la mia voglio
> usarla così, per cercare l’inizio della crisi climatica, l’Antropocene
> familiare.
Il romanzo si articola in quattro atti: un prologo che si apre nel 1963, con il
suggestivo rituale di raccolta dei residui di carbon coke caduti in mare da
parte dei giovani nuotatori di Bagnoli; due parti dedicate rispettivamente al
padre Luigi e alla madre Giuseppina, che portano inevitabilmente a galla le
questioni di genere innescate da quello che Cotugno chiama “petropatriarcato”;
un epilogo che tira le fila di un quadro familiare e storico stratificato e
contraddittorio. C’è infatti un ulteriore protagonista “onorario” di questa
epica territoriale: la città di Napoli, personificazione di una collettività di
cui riassume gli umori, le aspirazioni e le disillusioni lungo un processo
pluridecennale di industrializzazione.
L’operazione narrativa è molto a fuoco: raccontare di sé e delle generazioni che
lo hanno preceduto consente all’autore di connotare emotivamente cause e
conseguenze del cambiamento climatico, rendendole più urgenti di quanto la sola
restituzione giornalistica o scientifica riescano a fare. Se il problema viene
rimosso proprio perché fatichiamo a credere che ci riguardi, è allora attraverso
delle storie esemplari a cui molte persone possono facilmente connettersi e
riconoscersi che il cambiamento climatico può tornare al centro della nostra
attenzione. Tempo di ritorno corrobora la razionalità scientifica lavorando sul
percepito umano: ritrae volti e luoghi familiari, rendendo prossima una
questione che solitamente finisce per essere distante, o addirittura aliena.
> Raccontare di sé e delle generazioni precedenti consente all’autore di
> connotare emotivamente cause e conseguenze del problema, rendendole più
> urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a
> fare.
Questo senso di urgenza non viene veicolato solo dagli elementi di familiarità
del racconto, ma anche dalla sua dimensione cronologica: la vita (e la morte)
del nonno e dei suoi coevi scandite dai ritmi della fabbrica; la stessa fabbrica
che nel giro di qualche decennio passa, per la gente di Bagnoli, da futuro
ineluttabile a relitto di cui disfarsi; i genitori dell’autore, che vivono una
altrettanto estemporanea fase di benessere economico grazie a un business a sua
volta destinato a diventare obsoleto; un figlio che con il suo lavoro
giornalistico finisce per documentare le conseguenze disastrose delle stesse
politiche fossili che gli hanno consentito di studiare. Viste con un orizzonte
temporale più ampio, le scelte di ogni generazione sembrano implicitamente
giudicare quelle della precedente, imponendo di riflettere sulle conseguenze di
quell’eredità.
> La crisi climatica è una storia che si agisce collettivamente, ma si
> percepisce individualmente, sulle scale più gestibili del tempo personale e
> familiare. Nel clima siamo genitori e figli, siamo entrambe le cose, la crisi
> ha reso sistemico uno dei concetti più privati: l’eredità. Cosa lasciamo? E a
> chi?
Cotugno mette in chiaro che non è una questione di colpa, quanto di
responsabilità: se chi lo ha preceduto conserva l’innocenza di non aver potuto
scegliere consapevolmente, coloro che vengono dopo non possono chiudere gli
occhi. In questo senso, tutto il memoir può essere letto come un percorso di
accettazione della propria compromissione individuale, punto di partenza
ineludibile per opporsi al collasso. Farlo in prima persona, mettendo in gioco
sentimenti e vicende personali, finisce per incoraggiare questo processo in chi
legge, senza mai mettersi su un piedistallo morale inevitabilmente respingente.
> All’ambientalismo serve una storia nuova, che non sia più una storia
> dell’ambientalismo, che non si chiami nemmeno più ambientalismo, che vada bene
> anche per Luigi e Ferdinando, che tenga conto della storia contenuta dentro la
> vecchia patente di guida di mio padre e sappia congedarsene in modo ordinato,
> che faccia sentire le persone, tutte le persone, viste. Chi non si sente
> visto, in politica, si ribella, anche se si sta ribellando contro se stesso e
> il proprio futuro.
Trovare nell’empatia una lingua comune per parlare con chi si sente escluso dal
dibattito politico consente di tracciare nuovi orizzonti di cambiamento nella
società. La testimonianza personale viene così usata per disinnescare il
sortilegio del capitalismo: reinventarsi continuamente con la promessa di futuri
inevitabili e risorse inesauribili portando molte persone a credere che la Terra
fosse un buffet All you can eat (“Anche da quelli a un certo punto ti
cacciano”). Esattamente ciò che aveva rappresentato nel dopoguerra l’ex
ILVA/Italsider per l’area di Bagnoli, oggi un relitto a testimonianza di un
capitalismo che fa in fretta a costruire, ma che non sa poi prendersi cura delle
cose e si rifiuta di smantellarle, una volta consumate.
> Non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi ci ha preceduto
> conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, quelli che
> vengono dopo non possono chiudere gli occhi.
Ho accennato poco sopra alla questione di genere: restituire i punti di vista di
entrambi i genitori è un altro dei dispositivi che il racconto utilizza per
arricchire lo sguardo sulle dinamiche capitaliste. Se il capitolo dedicato al
padre Luigi è un denso susseguirsi di fatti, ricostruiti faticosamente
dall’autore sulla base delle informazioni che il taciturno genitore gli mette a
disposizione e con l’aiuto di un’amica di famiglia, la madre Giuseppina
esordisce con un racconto in prima persona, che rivela più consapevolezza di
quello che è successo alla famiglia ‒ o quantomeno più desiderio di
condividerlo. Da un lato l’accettazione supina, dall’altro l’embrione della
ribellione. Per il padre il sistema è un dato di fatto, che non mette in
discussione finché gli consente di ottenere ciò che vuole; la madre disvela
invece il sottaciuto, fin dal suo ruolo decisivo, e non marginale, nelle sorti
dell’attività di famiglia, verbalizzando come il momento di maggiore ricchezza
sia coinciso con l’apice della sua crisi esistenziale. Il cambiamento climatico
è anche una questione di salute mentale.
Sicuramente appartenere alla stessa generazione di Cotugno mi ha aiutato a
entrare più facilmente nella sua visione delle cose: quella di chi è nato nei
primi anni Ottanta e ha dovuto fare i conti tutta la vita con più di una
transizione, in un perenne stato agnostico sospeso tra i ricatti della nostalgia
e le illusioni del futuro, rifuggendo consapevolmente da entrambi e in continua
ricerca di un’alternativa al proprio modo di vivere che fosse davvero
migliorativa. Cambiamento climatico, capitalismo, coscienza di classe,
genitorialità, benessere individuale ed eredità collettiva: l’esperimento memoir
riesce, e le sue diverse stratificazioni si amalgamano in modo funzionale, senza
mai andare a discapito del valore letterario dell’operazione.
Tempo di ritorno recupera vecchie storie per affrontarle con una prospettiva
attuale. Raccoglie la sfida di Ghosh ribadendo l’urgenza di pensare a nuove
narrazioni, ma dice anche che prima dobbiamo decostruire i criteri sulla base
dei quali abbiamo valutato il funzionamento del nostro mondo: la ricchezza
anteposta alla felicità, la novità anteposta alla cura. Il lavoro di Cotugno non
è il punto di arrivo, ma uno dei tanti validi nuovi punti di partenza che si
affacciano sull’orizzonte letterario per provare a immaginare il futuro della
nostra società attraverso il potere della narrativa.
L'articolo Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando
Cotugno proviene da Il Tascabile.
a llora, l’altro giorno stavo con due amici alla street contro il decreto
sicurezza a Roma, no? (carri-murodicasse, 30 gradi, facce rotte, tekno dritta,
la A cerchiata sugli striscioni), in corpo un’acquetta leggera di 5-MAPB, giusto
il necessario per indurre uno sparlio più avvincente ed empatico, che ha però
l’effetto di farmi diventare sonnambula. Nel senso, camminiamo camminiamo e
arriva notte – forse montano alla Caffarella; ma ‘sta musica è cringe; siga;
forse agli Acquedotti; nah, troppo lontano; che gelo senza felpa; siga;
birrino?; il notturno per Termini perso; tipo come Jean Genet; pizzetta?; quando
avevo sedici anni; siga; fratello una monetina?; era tutta piena di sangue;
siga; oh, ripassa la metro; last birrina? – e mi sento l’NPC di una raver,
intrappolata nell’inseguimento videoludico di una sottocultura già esausta nel
setting di una Roma ripulita dal giubileo. Come un’intelligenza artificiale che
aggrega gesti e parole in termini probabilistici, senza comprenderne davvero
l’ontologia. Come Martino, la voce narrante di Il detective sonnambulo (2025),
l’ultimo romanzo di Vanni Santoni.
Martino è uno spatriato in Francia, artistoide inconcludente che, nella prima
parte del libro, vaga per una Parigi scarica, la poesia degli scapigliati
otto-novecenteschi svanita nei gesti ripetitivi di mediocri simulacri della
jeunesse bohémien che paiono anche loro più NPC (Non Player Character) di un
videogame che la rappresentazione di una nuova scena tardo-decadentista alla
Tropico del Cancro o alla Rayuela. Tra questi c’è la – chiamiamola – manic pixie
dream girl Johanna, di cui Martino è innamorato e che, ovviamente di natura
raminga, dopo qualche tempo, non può far altro che sparire. Le ricerche
disperatissime di Martino per la città, in un rigurgito morente del flâneuring
epifanico alla Pynchon dell’Incanto del Lotto 49, gli fanno incontrare a un
certo punto un cartellone per strada che lo porta a mettersi in contatto con la
militante anarchica Tanya.
Insieme decidono di cercare tal Manfredi Contini Della Torre – cryptoguru
diventato miliardario in un mix di ingenio e fortuna investendo nella prima wave
di bitcoin – che compare nella foto sul cartellone in compagnia di Johanna, e
che ha fatto una misteriosa donazione all’organizzazione antispecista di Tanya.
Da quel momento il libro si distacca totalmente dall’ideale romantico
dell’artiste maudit (che appunto è portato fin da principio come un insieme di
gesti grotteschi e morenti) andandosene nella molto meno poetica Davos (capitale
finanziaria svizzera) perché ormai l’ideale è marcescente e non ha più nulla da
raccontare, al di là forse di una nostalgia masturbatoria che finisce sempre e
solo con una fiacca mano sfibrata nel buio. Questo il primo consapevolissimo
movimento: il rito funebre del romanzo novecentesco, anche per questo il rimando
a I detective selvaggi di Bolaño nel titolo (che guarda caso esce a solo due
anni dalla fine del secolo).
> Martino è uno spatriato in Francia, artistoide inconcludente che, nella prima
> parte del libro, vaga per una Parigi scarica, la poesia degli scapigliati
> otto-novecenteschi svanita nei gesti ripetitivi di mediocri simulacri della
> jeunesse bohémien.
Quindi, c’è Manfredi, prima solo uno dei tanti nerd impegnati a smerciare carte
pokèmon rare online, che d’improvviso si ritrova con un sacco di soldi, ma ha
abbastanza cognizione di causa da capire che ci deve fare qualcosa di buono per
non farsene completamente avvelenare. Allora ai viaggi in yacht e
all’appagamento di innumerevoli sfizi e gadgettistica nerd ci affianca la
filantropia, elargendo appunto donazioni massicce a fondazioni tra le più
disparate:
> Sai quante ne ho finanziate, delle tue “realtà”? Dai consorzi indigeni della
> Bolivia alle critical mass, sai quelli con le bici?, agli hacker a Bilbao,
> dagli squat di Lubiana a Extinction Rebellion a Londra… Ho dato soldi pure ai
> Valdesi, fai tu. Con la Pomegranate Foundation, un’altra struttura che avevo
> messo su con dei cryptomillionaire che per un po’ mi erano sembrati idealisti
> veri, ho spinto persino delle comunità spirituali a sfondo psichedelico.
> Risultati, pochissimi.
Ma la disillusione, come racconta nel libro, si inerpica molto presto in
Manfredi, allora chiede aiuto a Johanna (che da manic pixie dream stereotipata
si rivela essere il più stratificato personaggio di una promettente e
tentacolare artista visiva) per dare vita a un progetto in cui il filantropo
nell’ombra può mutare in demiurgo, diventare protagonista della rivoluzione. Ci
si sposta a Berlino, dove Manfredi e Johanna stanno ultimando la costruzione
dello Schloss: un castello tripartito in residenza artistica, cellula
anarcoattivista, e acceleratore di crypto. Un ente benefico che però nella sua
architettura chiusa e gerarchica pare assumere delle sfumature settarie in cui
Manfredi non riesce a non posizionarsi come guru. Anche Tanya e Martino vengono
invitati a prenderne parte: la prima in quanto curatrice dei contatti con gli
squatter militanti, il secondo più come una sorta di dama di compagnia di
Manfredi stesso, compare di giochi che al posto di un ventaglio sventola carte
di Magic. Perché Martino è sonnambulo in quanto privo di una direzione – o
ideologia propria – destinato ad assistere e testimoniare le gesta straordinarie
degli altri personaggi. Per questo è voce narrante ma anche motore di molte
delle imprese dei protagonisti, allo stesso modo in cui siamo spinti a
comportarci nei modi più singolari quando siamo ripresi da una videocamera.
Anche il più strutturato progetto dello Schloss, però, lascerà infine Manfredi
profondamente insoddisfatto poiché i grandi cambiamenti del mondo non si
articolano attraverso quella scienza psicostorica teorizzata da Asimov nel Ciclo
delle Fondazioni – la rivoluzione non si può sintetizzare in vitro – ma anche e
soprattutto attraverso i nessi acausali della sincronicità junghiana di cui
infatti il romanzo è gremito (lo conferma Santoni in un’intervista su
Azione.ch). Ma prima di analizzare più a fondo le velleità demiurgiche di
Manfredi, e capire che ne sarà di lui e del suo “guruismo”, dobbiamo tornare
indietro. A quel passaggio del libro sui primi filantropismi del “cryptobro” e
ancora più indietro, al precedente romanzo di Santoni.
> Santoni da buon amante degli ipertesti e della cultura fantasy/otaku, negli
> anni ha costruito un universo narrativo in cui i personaggi dei suoi libri si
> incrociano, si attorcigliano e riprendono nuova vita.
La Pomegranate Foundation di Manfredi aveva finanziato anche una comunità
spirituale a sfondo psichedelico, si diceva prima: Santoni da buon amante degli
ipertesti e della cultura fantasy/otaku (consiglio anche la lettura
dell’articolo Il pesce che increspa la superficie dell’acqua di Giovanni Padua
sull’influenza esercitata dal manga Berserk sul Detective sonnambulo) negli anni
ha costruito un universo narrativo in cui i personaggi dei suoi libri si
incrociano, si attorcigliano e riprendono nuova vita. Come Cleopatra Mancini che
nasce nel saggio narrativo Muro di casse (2015), si sviluppa nel racconto Emma &
Cleo e culmina come protagonista del romanzo La verità su tutto (2025). E
proprio nella Verità su tutto che la misteriosa Pomegranate Foundation viene
citata per la prima volta, in quanto dona quattrocento bitcoin (dodici milioni
di euro) alla fondazione spirituale psichedelica Shakti di Cleo (diventata la
santona Shakti Devi) e alla sua partner Kumari Devi.
Sebbene il legante tra universi narrativi tra La verità su tutto e Il detective
sonnambulo sia più flebile rispetto ad altri libri di Santoni, quello simbolico
è invece potentissimo. In entrambi i romanzi i protagonisti diventano guru di
organizzazioni chiuse che partono dalla volontà di fare del bene, ma che poi
inevitabilmente assumono dei tratti da setta, attorno ai quali si accentra
appunto un conglomerato di devoti. La differenza tra Cleo/Shakti Devi e Manfredi
è che la prima diventa leader spirituale suo malgrado, dopo aver inseguito per
anni la morte dell’ego attraverso la psichedelia e la meditazione, mentre il
secondo costruisce consapevolmente lo Schloss e se ne elegge, di fatto, demiurgo
e re (nonostante anche lui sia un gran bel psiconauta).
Vanni Santoni è un nomen omen così potente che sottolinearlo sembra pleonastico,
come un meme del 2010 rigurgitato su una pagina Facebook per boomer, ma in
effetti su di lui nel corso degli anni si è sviluppato un vero e proprio culto.
Per questo ora farò quell’operazione che spesso è mero veleno dell’industria
dell’arte: ovvero, vestire i panni della detective paparazzo e indagare lo
scrittore dietro alla scrittura, comprendere quali sono i punti di collisione
fra la vita e la fiction. Non in un’ottica voyeuristica ma olistica – o, se
vogliamo, sincronica.
Vanni Santoni: lo scrittore anarchico che per più di vent’anni ha bazzicato
nella scena dei free party, il mangia-cartoni che pubblica con Mondadori e alle
presentazioni ci va ancora con le Globe, quello che ha scritto il trittico di
saggi narrativi sulle sottoculture, uno dei maggiori rappresentanti del
rinascimento psichedelico, il toscanaccio che ha reso celebre Mircea Cărtărescu
in Italia, quello che presenta scrittrici e scrittori internazionali al Salone
del libro ma poi presta la voce per il docufilm Antirave (2024), proiettato
negli squat, quello che se sei un esordiente e gli chiedi una mano manda due
mail e ci prova ad aiutarti a svoltare. Chiaro? Quello che “letteralmente nostro
padre” (meme tanto abusato quanto accurato in real life), dove il noi
rappresenta tuttə quellə giovani artistə che si sono formatə a suon di
sottoculture, libertarismo e cassa drittissima.
> Sia in La verità su tutto sia in Il detective sonnambulo i protagonisti
> diventano guru di organizzazioni chiuse che partono dalla volontà di fare del
> bene, ma che poi inevitabilmente assumono dei tratti da setta, attorno ai
> quali si accentra appunto un conglomerato di devoti.
“Tutti i poeti, persino quelli più avanguardistici, hanno bisogno di un padre”
pensa infatti lo stridentista Manuel Maples Arce nei Detective selvaggi di
Bolaño, dopo che il giovane Arturo Belano si reca da lui per un’intervista (“le
tipiche domande di un giovane entusiasta e ignorante”, pensa Arce mentre le
legge). Ma nel libro il poeta, di fatto, da quell’intimità rifugge incaricando
la sua cameriera di consegnare le risposte messe per iscritto a Belano senza più
mostrarsi a lui: rifiuto di paternità o l’isolamento borghese di un artista
arrivato alla gloria? Diamo in questo caso per buona la prima ipotesi: in La
verità su tutto, quando la fondazione Shakti ha ormai raggiunto fama
internazionale, una folla adorante si raduna nel cortile principale,
costringendo Cleo/Shakti Devi a ricoprire la figura della guru:
> Quando uscii ci fu un “Oooh!” generale e si avvicinarono. Quando uscì Kumari
> partì un “Oooh!” anche più forte e qualcuno si buttò in ginocchio.
> Non mi piace, ti dico che non mi piace, dissi volta verso di lei.
> Ma se sono qui tutti i giorni.
> Prima non avevano poster con le nostre facce. E non erano così tanti.
> Nell’ingenuità risiede la purezza.
> Non raccontare ‘ste cose a me, Kumari, ti prego… ti dico che oggi sono
> diversi, è come se fosse stata passata una linea…
> Dalla folla si staccò un gruppo più piccolo, come uscito da un’oscura fantasia
> medievale: le donne scarmigliate si lamentavano, gli uomini si battevano la
> fronte, e al centro, in mezzo a quella angosciosa simmetria di supplicanti,
> c’era una donna che teneva in braccio una bambina che si sarebbe potuta dire
> viva solo per i piccoli spasmi che a tratti ne scuotevano il corpo pallido,
> con le labbra blu come quelle di un’annegata e delle occhiaie che erano le
> orbite di un teschio.
> La tocchi! La tocchi!
> Gridavano questo. Dicevano a me.
> Pietà, Shakti Devi, la tocchi!
> Pietà? Ma…
> La tocchi, la tocchi!
> … Toccala, su, mi disse Kumari mettendomi la mano sulla spalla mentre quella
> gente invitava anche lei a toccarla. Non avere paura.
> Non ho paura, le dissi nell’orecchio. Solo, a differenza di te, non sento la
> seduzione di simili scene.
> Che vuoi farci. Il mondo sta andando come sta andando. Toccala, su.
> Dagli quel che vogliono, Shakti Devi. Se morirà, vorrà dire che doveva andare
> così.
> Non ho paura che muoia, Kumari, ho paura che guarisca.
Il Manuel Maples Arce di Bolaňo, similmente a Cleo/Shakti Devi, non vuole
toccare il giovane poeta; inversa la vitalità esuberante di Arturo Belano
rispetto a quella della bimba malata della Verità su tutto, ma entrambi
bisognosi di una madre o di un padre spirituale che gli donino guarigione o
saggezza; Shakti e Arce alla chiamata si sottraggono per paura. “Ho paura che
guarisca”, ho paura di scoprire il mio potere di demiurgo sul mondo, di creare
qualcosa che sfugga al mio controllo e prenda strade impervie, come nel mito del
Golem, e allo stesso tempo che la mia forza divina trasformi imperviamente. Ma
anche nel rifiuto di toccare l’altro si instaura una gerarchia.
Durante la tappa romana del tour di presentazione di Il detective sonnambulo,
alla Libreria AltroQuando, si riunì come di rito una piccola coorte attorno a
Santoni. Oltre ad amiche, amici, artiste ed artisti affermati, detective
sonnambuli come Martino che tentano la metamorfosi in detective selvaggi
all’Arturo Belano. Una fumettista underground; una guida psichedelica; una mezza
scrittrice (che poi sarei io). Tutte flesse nello strillo interiore “Pietà,
Shakti Devi, la tocchi!”. Perché, per quanto possa essere umiliante flettersi in
una posizione di subalternità, “tutti i poeti hanno bisogno di un padre”; e se,
come continuava Arce, alcuni poeti sono “orfani per vocazione” e come Belano non
tornano più, in realtà è solo perché hanno annusato l’austerità di un padre che
per il timore di sporcarsi nella melma altrui e viceversa, diventa anaffettivo
(Santoni, in ogni caso, la subalternità proprio cerca di obliterarla, del resto,
appunto siamo tuttə libertarə). “L’uomo più insignificante è in grado di
prendere decisioni che spettano soltanto ai re” scrive Bernhard in Gelo, e
continua poi, attraverso la voce di un pittore ritirato fra i monti in preda a
un male dell’animo: “Attorno a me s’era riunita un’intera generazione
d’usurpatori formata da tre quattro cinque sei persone in cerca, come me, di ciò
che è straordinario, che erano precipitate nell’indigenza dei loro sentimenti”.
Anche attorno a Santoni si è riunita questa generazione di “usurpatori”
sonnambuli alla ricerca di ciò che è straordinario, ma lui decide di non seguire
l’esempio di Arce: non rifugge dal tocco, perché il rifiuto innesta una
gerarchia e allora, come Shakti Devi, “prende in braccio la bimba, le mette una
mano sulla fronte e sillaba un mantra adatto alla situazione”, così si trasforma
in un Manfredi Contini Della Torre in potenza, che le sue fortune non se le
tiene strette covandole come un dragone, ma le condivide, le investe in
filantropismo. Ma anche l’aiuto innesta una gerarchia e quindi se, parafrasando
Cortázar, fare letteratura significa scrivere attorno a una domanda, nel senso
più tormentoso del termine, la domanda di Santoni è forse: quando hai un potere,
come usarlo per il mutuo soccorso? Come abolire le gerarchie? Come non
sprofondare nei deliri di onnipotenza di demiurghi e demagoghi? Domanda
riassunta perfettamente nel titolo di una canzone dei La Quiete, Cosa sei
disposto a perdere?
> Se fare letteratura significa scrivere attorno a una domanda, nel senso più
> tormentoso del termine, la domanda di Santoni è forse: quando hai un potere,
> come usarlo per il mutuo soccorso? Come abolire le gerarchie? Come non
> sprofondare nei deliri di onnipotenza di demiurghi e demagoghi?
Manfredi proprio buttandosi nell’investimento più elefantiaco cede del tutto
alla pulsione di onnipotenza e non può fare a meno che proclamarsi re dello
Schloss. E allora, come il pittore di Gelo, vede “tentativi di migliaia di
ideali restare impigliati fra i vetri delle mie finestre mentre il fumo delle
sigaretta saliva in alto”, dunque giunge l’orrore: “tutto era fantasmatico anche
perché l’irraggiungibile poteva venir soffocato con tanta facilità”. Investito
dalla sconfortante epifania di essere un demiurgo fallimentare (nonostante tutte
le vasche di deprivazione sensoriale e tutti gli psichedelici, la dissoluzione
dell’ego non è mai totalitaria, l’abolizione delle gerarchie di matrice
anarchica non è mai assoluta), si trasforma in un Nerone che della sua fortezza
infine vuole solo diventare il distruttore. Perché non è mai stato demiurgo. Di
fatto, Manfredi, era solo demagogo. La richiesta muta e disperata di Manfredi,
la troviamo in un altro libro sulla fondazione di un culto (quello del
Caso/Caos) L’uomo dei dadi (2017), di Luke Rhinehart: “lei mi deve aiutare a
soddisfare un io in modo tale che gli altri sentano in qualche modo di essere
stati tenuti in considerazione. […] Lei deve aiutarmi a riprendermi e a
smetterla di disperdermi in questo maledetto universo senza mai concludere
niente”.
Santoni non è Shakti Devi, e non è Manfredi Contini Della Torre. Come i
personaggi creati dai romanzieri non sono mai i romanzieri stessi, ma degli
oggetti magici da incantare e in cui inscrivere le proprie paure (interessante a
questo proposito la riflessione sulla magia alchemica vs autotrascendente nella
scrittura nell’articolo Santoni come educatore – Logomachia postmoderna tra
Zandomeneghi e Santoni intorno a Dilaga ovunque.) Ma Santoni, si diceva, è una
figura di riferimento. E non credo nel corso degli anni di essere stata l’unica
a interrogarlo – un po’ alticcia, un po’ disperata – sui compromessi fra
anarchia, lavoro culturale e arte. Cosa sei disposto a perdere? Non c’è nulla di
più pericoloso, del resto, che perseguire la strada del bene. Che più che di
bene di per sé, poi, si tratta sempre di morale autonoma. Da “anarcobomber” come
Alfredo Cospito, Francisco Solara, Theodore Kaczynski – per il bene, il
compromesso della violenza, della reclusione – passando per il neoculto di Luigi
Mangione; fino ad arrivare alla comune Rajneeshpuram di Osho e alla setta della
Manson Family. Cosa sei disposto a perdere?
> Santoni è una figura di riferimento. E non credo nel corso degli anni di
> essere stata l’unica a interrogarlo sui compromessi fra anarchia, lavoro
> culturale e arte. Cosa sei disposto a perdere? Non c’è nulla di più
> pericoloso, del resto, che perseguire la strada del bene.
Per tornare quindi al sonnambulismo, abbiamo da una parte la condizione di
artistoide fuori tempo massimo di Martino (il seguace del culto), che in assenza
di nuovi valori si appoggia alla nostalgia di una poetica morta, e a figure
carismatiche a cui assoggettarsi; e dall’altra quella di Manfredi. Anche lui
detective sonnambulo prima di tutto nella ricerca di un senso più grande, di
grandi gesti psicostorici che possano mutare il mondo, a cui però si rapporta
più come intelligenza artificiale che come essere umano. Simula una coscienza ma
in realtà sta solo agendo in termini probabilistici, appiccicando
sequenzialmente la parola o il gesto che statisticamente sembrerebbe aderire
meglio attraverso, appunto, i classificatori probabilistici Naïve Bayes. Le
stesse intelligenze artificiali che, fra le altre cose, hanno in parte
sostituito gli investitori nei trading di crypto; questione spiegata molto bene
in un passaggio verso la metà del romanzo.
> Ricordi quando Elon comprò Twitter e mise le “spunte blu”, ovvero
> l’autenticazione degli account, a pagamento invece che fondate sulla
> reputazione effettiva? A un certo punto la gente cominciò a creare falsi
> account di multinazionali, a verificarli con cinque dollari, e a condizionare
> il mercato… Uno di questi adorabili pirati creò l’account della Eli Lilly
> Pharmaceuticals e scrisse che di lì in poi l’insulina negli Stati Uniti
> sarebbe stata gratuita, e woom, ventidue miliardi di dollari bruciati in un
> attimo. Ti dirai, ma quale investor può essere tanto scemo da credere a un
> tweet così chiaramente fasullo? La risposta è: nessuno. Il tweet era stato
> processato dalle intelligenze artificiali, che ormai investono da sole:
> vedendo la spunta blu, e non conoscendo ancora l’ironia, il paradosso lo hanno
> preso per buono, del resto alimentano il sogno con frammenti di realtà già
> spuri, privi di una loro coerenza… La creazione è un’altra cosa, è tutt’altro
> potere.
Poi Manfredi è sonnambulo anche nella letargia che nel corso del libro si fa
parassiticamente strada in lui: quella di un uomo che si avvicina al divino (il
creatore del culto): monologava lo schiavo Lucky in Aspettando Godot che Dio si
riconosce per la sua divina apatia, per la sua divina atambia, per la sua divina
afasia. Ok, primo motore immobile. L’apoteosi del potere si consacra in quella
consapevolezza da pachidermi che, sì, battere una zampa per terra ribalta un
microcosmo, ma nello smisurato frattale cosmico l’ordine rimane invariato.
> Il romanzo diventa l’autopsia del sonnambulismo, una tassonomia della disfatta
> perché, insomma, non è che si deve affrontare l’esistenza come una guerra, ma
> sempre meglio conoscere il proprio nemico.
Quindi tutto ‘sto giro per tornare solo a un posticciume leopardiano? Mi si
potrebbe giustamente dire. Kind of. Perché è questo sonnambulismo letargico di
Manfredi che alla fine lo distrugge. Ma se la domanda attorno a cui gira la
scrittura nel Detective sonnambulo, dicevamo prima, è: come non crollare come
Manfredi? Ma anche: come non impaludarsi come Martino? Allora ok. Il romanzo
diventa l’autopsia del sonnambulismo, una tassonomia della disfatta perché,
insomma, non è che si deve affrontare l’esistenza come una guerra, ma sempre
meglio conoscere il proprio nemico.
e allora torniamo alla street, la tekno, la notte, al mio sentirmi emulazione
sonnambula di una sottocultura morente, alla costante ricerca di spettri da
mettere sotto resina. Sicuramente più Martino, ma anche un poco Manfredi nel suo
essere talvolta più algoritmo che umano, e perché ricordo quel senso di
scottatura gassosa nel retro della nuca quando lessi Il ciclo delle Fondazioni
di Asimov e pensai che non ci fosse nulla di più sensato e rassicurante della
psicostoria, e ricordo il senso di sbenedicenza marcescente quando scoprii che
era tutta una grossa cazzata. Ma ricordo ancora meglio una grossa piazza nel
centro di Roma infestata da carrozzoni-murodicasse, centinaia di facce rotte a
ballare e di fronte a noi una piramide che in realtà non guarda quasi più
nessuno: il monumento funebre a una gerarchia estinta, dimostrazione che molte
altre ancora se ne possono ribaltare, abolendo le dicotomie, le tripartizioni,
spandendosi capillarmente nell’orizzonte. E la musica che riverbera anche quando
l’impianto è spento e la 5-MAPB è scesa, beviamo due, tre, cinque birre, senza
dire niente, solo bevendo e guardandoci a vicenda, finché dal sonnambulismo
siamo già stati, di nuovo, risucchiati.
L'articolo Il detective sonnambulo e il culto Santoni proviene da Il Tascabile.
S uperato da poco il trentennale della sua prima pubblicazione – e il decennale
dalla riedizione, insieme a Un dolore normale (1999) e Troppi paradisi (2006)
col titolo Il dio impossibile (2014) –, Scuola di nudo (1994) di Walter Siti
appare ancora come uno tra i testi più rilevanti della letteratura italiana
contemporanea: il rapporto tra finzione, autobiografia e autofiction, le diverse
manifestazioni del desiderio e la dimensione del lavoro culturale occupano
tuttora uno spazio centrale nel dibattito e nella produzione letteraria,
influenzando voci talvolta anche molto distanti dallo scrittore modenese. È
questo il caso di Lavinia Mannelli, che dopo l’esordio con L’amore è un atto
senza importanza (2023) torna con un nuovo romanzo d’ambientazione accademica e
pisana dal titolo Storia dei miei peli (2025), raccontato in prima persona da
una protagonista con cui condivide, oltre al nome e al cognome, più di un
particolare autobiografico.
A contraddistinguere l’autrice è soprattutto il gusto per la sperimentazione
sull’io narrante: se nel suo nuovo lavoro ha scelto di virare con decisione
verso l’autofinzione, fino a ora aveva preferito adottare punti di vista
lontanissimi dal proprio, tentando di immedesimarsi – e di far immedesimare
lettori e lettrici ideali – in soggettività appartenenti al mondo animale come
in Pasta madre. Un pranzo di Natale (2023), pubblicato su Snaporaz, o
dedicandosi alla riscrittura della figura dell’automa e del burattino, come in
Stampino, inserito nel volume Il tempo è un altro. Dialoghi con Anna Maria
Ortese (2025), oltre che nel suo romanzo d’esordio. Pur mantenendo per tutta la
narrazione l’uso della terza persona, in L’amore è un atto senza importanza si
dà infatti ampio spazio alla voce interiore della sex-doll Tamara, che osserva
con tragicomica ingenuità il mondo degli umani, in particolare quello della
coppia che l’ha acquistata, dal cui appartamento Ikea prova a ricostruire il
funzionamento delle dinamiche relazionali contemporanee, aiutata soltanto dalle
analisi proposte da Maria De Filippi nei suoi programmi televisivi, arrivando a
desiderare di diventare una tronista di Uomini e donne.
> A contraddistinguere l’autrice è soprattutto il gusto per la sperimentazione
> sull’io narrante: se nel suo nuovo lavoro ha scelto di virare con decisione
> verso l’autofinzione, fino a ora aveva preferito adottare punti di vista
> lontanissimi dal proprio.
Nel dar voce alla bambola, l’autrice non si limita però a mettere in scena una
mera rivisitazione della figura dell’automa — un topos che nel corso dei secoli
ha suscitato stupori positivi così come negativi, ma che il filtro romantico ha
finito per tramandare come inevitabilmente legato al perturbante — ma,
suggerendo che Tamara sia in realtà un problema per la coppia, riesce a
costruire una peculiare forma di narrazione in cui lo sguardo rappresentato non
appartiene a uno dei personaggi o a un soggetto del tutto esterno alla storia,
ma al motore stesso della trama. Mentre il primo romanzo sembra così inscriversi
nella schiera di quelle narrazioni che, nel corso dell’ultimo quindicennio,
hanno rinnovato il fantastico italiano, ora inserendosi nel solco della sua
tradizione, come nei romanzi di Veronica Galletta (Malotempo, 2025), ora
provando a importare categorie e modelli letterari anglofoni, come nel Southern
Gothic adattato al contesto meridionale da Orazio Labbate (Cravuni, 2025), le
premesse autofinzionali di Storia dei miei peli sembrerebbero collocarlo fra le
variegate declinazioni delle letterature del lavoro, un altro filone che negli
ultimi anni ha avuto fortuna tanto sul piano critico quanto su quello
editoriale.
La Lavinia Mannelli protagonista è infatti una dottoranda senza borsa che per
mantenersi nei tre anni di lavoro non pagato decide, pur facendo parte di un
collettivo femminista contrario alla depilazione, di iniziare a vendere i suoi
peli al misterioso Daniel85; il desiderio, che da Siti in poi si è guadagnato il
posto di tema ricorrente nei romanzi accademici italiani, da istanza puramente
liberatoria e salvifica rispetto all’alienazione del lavoro di ricerca, assume
così un valore più ambiguo in quanto comunque soggetto alle dinamiche oppressive
dell’economia neoliberista, in cui una ricercatrice non pagata non conta né più
né meno di un pelo incarnito in attesa d’essere estratto:
> L’università è una coperta e la coperta, si sa, è sempre troppo corta.
> L’università è una seconda pelle, ma il dottorando medio è un pelo incarnito:
> preme, preme, si gonfia, si infetta – e spera. Soprattutto se si occupa di
> discipline umanistiche, sperare è l’unica cosa che gli resta. […] E se non ce
> la fa? Se non ce la fa significa che non aveva la coperta giusta sopra di sé,
> e allora l’università lo assorbe, lo espelle, se lo mastica e se lo dimentica.
> Si assottiglia, sbiadisce, smette persino di salutarlo.
Se le responsabilità principali delle sventure della protagonista sono così
attribuite, come anche nei romanzi di ambientazione universitaria di Raffaele
Donnarumma (La vita nascosta, 2022) e Dario Ferrari (La ricreazione è finita,
2023), all’organizzazione generale del sistema socioeconomico, l’autrice non
manca di sottolineare il peso che le azioni individuali possono esercitare nel
quotidiano, focalizzando la narrazione ancora una volta sui possibili motivi di
scontro all’interno un contesto apparentemente confortevole. Rispetto ad altre
autrici che, dedicandosi all’adattamento del campus novel al mondo universitario
italiano, hanno comunque scelto una voce narrante maschile – come Silvana La
Spina in Morte a Palermo (1987) o Laura Benedetti in Secondo piano (2017) – o,
come Cecilia Ghidotti in Il pieno di felicità (2019), non hanno dedicato
particolare spazio alla questione di genere, Mannelli non soltanto pone il
dibattito femminista al centro della narrazione, ma soprattutto, a differenza di
quanto accade in Sotto (2013) di Gilda Policastro, in cui si racconta il
passaggio dalla rivalità alla solidarietà femminile in un contesto in cui vige
un potere vistosamente patriarcale, ne scandaglia le contraddizioni e gli
inevitabili conflitti interni, incarnati dal rapporto con la saccente amica
Valeria.
Certo, i personaggi maschili assumono un ruolo perlopiù negativo nell’evolversi
della trama, ma a condurre la protagonista verso l’isolamento è soprattutto la
consapevolezza che, al netto dell’ostentata empatia, confidandosi con le
compagne del collettivo, non troverebbe altro che un moralismo non meno
asfissiante di quello esercitato dal sistema patriarcale, che pure si manifesta
in tutta la sua violenza in uno degli snodi finali del romanzo. È anche per
questo che Lavinia finisce per rinnegare la sua formazione un libro alla volta,
usando i testi della sua biblioteca femminista per confezionare i peli da
inviare a Daniel85.
> Mannelli non soltanto pone il dibattito femminista al centro della narrazione,
> ma soprattutto ne scandaglia le contraddizioni e gli inevitabili conflitti
> interni.
Nuovi e vecchi classici del femminismo italiano – i cui titoli vengono citati
con precisione e con tanto di indicazioni bibliografiche e note a piè pagina, in
una prosa dal ritmo incessante che ricorda i primi lavori di Tondelli (Altri
libertini, 1980) e dei cosiddetti cannibali, dal Brizzi di Jack Frusciante è
uscito dal gruppo (1994) ai racconti di Silvia Ballestra (Gli orsi, 1996) –
vengono così fatti a brandelli e rimpastati per creare dei bizzarri pacchi
regalo: “Ho sbudellato Lea Melandri, macerato Jennifer Guerra e Silvia Federici.
Mischiato Murgia, Lonzi, Butler e Despentes. […] Forse non sono stata brava come
il dottor Frankenstein; forse non ho scelto bene i pezzi e questi libri non
erano davvero cadaveri, ma corpi ancora vivi. Dove finisce il rito e inizia la
profanazione?”
Il riferimento allo scienziato inventato da Mary Shelley non deve stupire:
accanto alla saggistica femminista e ai romanzi sulla Resistenza studiati dalla
giovane ricercatrice per la sua tesi sulla rappresentazione delle partigiane,
tra le opere letterarie citate figurano anche Dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson e
soprattutto La metamorfosi di Kafka, indizio principale sull’imprevedibile
finale insieme alla dimensiona quasi di possessione che caratterizza il rapporto
con Daniel85, all’atmosfera oscura, dai tratti gotici, che connota le
descrizioni degli interni e in particolar modo della stanza in cui Lavinia può
dedicarsi a tempo pieno agli scambi virtuali e ai suoi esperimenti, rifugio da
una dimensione pubblica con cui la dottoranda evita il più possibile di fare i
conti.
Non trovando alcuna via d’uscita dalle sue ansie negli scritti delle sue maestre
né nelle mediazioni col conformismo scelte dalla ex radicale Valeria, a Lavinia
non resta che diventare, come Gregor Samsa, qualcosa di completamente altro: un
essere interamente ricoperto di peli, irriconoscibile ma proprio per questo
libero da qualsivoglia aspettativa, che provenga da voci interiori o da
pressioni esterne. Sul finale, Mannelli torna quindi ai toni perturbanti
presenti nei racconti e nel primo romanzo, avvicinandosi così ad altri autori
che hanno giocato con gli stilemi del fantastico e in particolare del gotico
nelle loro narrazioni accademiche, come Gianfranco Manfredi in Magia rossa
(1983) e Cromantica (1985), Anna Maria Ortese in Alonso e i visionari (1996) e,
più di recente, Marco Malvestio con il romanzo La scrittrice nel buio (2024) o
nel racconto Il rito (2025), in cui sex-work e lavoro di ricerca tornano a
intrecciarsi, seguendo però il punto di vista del consumatore invece che quello
del performer.
> Sul finale, Mannelli torna ai toni perturbanti presenti nei racconti e nel
> primo romanzo, avvicinandosi così ad altri autori che hanno giocato con gli
> stilemi del fantastico e in particolare del gotico nelle loro narrazioni
> accademiche.
È difficile dire se l’epilogo del romanzo vada letto in senso positivo,
accettando che il mutamento abbia un valore in sé, oppure come un’ulteriore
caduta nel baratro in cui la protagonista è precipitata: la libertà dalle
incombenze relazionali e lavorative, la possibilità di rinunciare a quell’io
che, citando El especialista de Barcelona (2012) di Aldo Busi, viene definito
“solo un colabrodo, utile per capire a che punto della tua vita sei se provi a
setacciare una zuppa pronta andata a male”, si scoprono infine controbilanciate
dall’esposizione di Lavinia nello zoo di Pistoia, dove può venire additata come
cattivo esempio da anziane nonnine in visita coi nipoti. Del resto, ad animare
il romanzo – e più in generale la produzione narrativa della scrittrice –
sembra essere, più che una qualche morale tratta dall’ampia bibliografia
militante e accademica citata, una forte volontà di scalfire il peso che, se
divorata senza avere il tempo di costruire ed esercitare il proprio spirito
critico, questa può assumere sul piano personale oltre che letterario e
politico, come conferma la stessa autrice:
Ho iniziato la stesura di questo romanzo su suggestione dell’editor del mio
primo libro, Alessandro Gazoia. Lui pensava che avrei potuto scrivere bene una
specie di personal essay a tema libero per una nuova collana della casa editrice
66thand2nd (Astratto / Concreto), io volevo fare la femminista pop incazzata e
parlare dei peli delle donne. Quando ho iniziato a buttare giù le prime pagine
ho capito però che la dimensione saggistica mi suonava falsa. Così, un po’
paradossalmente, i peli si sono intrecciati al romanzo e all’autofiction: quindi
potrei dire che hanno incontrato per caso il campus novel.
All’inizio il testo era esplicitamente monolitico e saggistico. Poi è stato
soprattutto perché mi è venuta voglia (ho sentito il bisogno) di fare del male a
quel monolite: scheggiarlo, graffiarlo, frantumarlo mi è sembrato l’unico modo
intelligente e interessante per parlare del mio bisogno di essere intelligente e
interessante a tutti i costi. Esibire delle note bibliografiche e narrative
all’interno di un testo finzionale frenetico è il modo che ho trovato per
raccontare (per fare e disfare) la mia ansia di aver letto tutto, di citare
sempre il libro giusto, di essere sempre “brava” se non “bravissima” perché
altrimenti esistere non ha alcun senso.
Un’ansia che un certo modo di vivere l’accademia certamente incoraggia (ai fini
concorsuali pubblicare numerosi articoli premia mediamente più che dire cose
nuove e appassionate), e che si insinua dovunque, persino tra i sogni che in
realtà sono incubi, persino tra quelle logiche di sorellanza che diventano
allora vettore di infiniti sensi di colpa e fantasie di persecuzione. Così,
almeno, capita a Lavinia Mannelli.
L'articolo Il perturbante, il femminismo, l’io e tutto il resto proviene da Il
Tascabile.
D iciotto sono i volumi che compongono il diario di Paul Léautaud, una vera e
propria opera letteraria fatta del racconto minimo di una quotidianità intima e
privata. Un capolavoro dentro al quale si possono ritrovare compiutamente molti
dei sentimentalismi e dei patetismi tipici del maschio del Novecento. Un’erotica
del maschile fatta di slanci amorosi quanto aggressivi, che si sostanzia di quel
gesto sconsiderato, e sempre al limite, del seguire con lo sguardo e a distanza
la donna, le donne, come forma principale (spesso unica) di scoperta della
realtà. Il confine tracciato attorno all’idea di donna, o appunto delle infinite
donne, diviene una vera e propria poetica di vita fragile e delicata per
Léautaud. Ogni volta che quel limite viene varcato, l’esistenza assume i tratti
dell’imbarazzo come dell’infamia, della vergogna come del godimento più
sorprendente. Un circolo ozioso e vizioso a tratti fondamentalmente infantile.
Il continuo ritorno al corpo femminile inteso come umanità estranea da sé non è
altro che per Paul Léautaud la ricerca ossessiva, erotica e incestuosa della
giovane madre che lo aveva abbandonato appena nato e mai più voluto incontrare
fino all’età adulta. Una forma di attrazione quella dello scrittore francese sì
fortemente maschile e in parte parallela a quella virile del maschio
conquistatore e cacciatore, ma a cui in realtà si oppone fortemente con una
delicatezza esposta e languida e un’incapacità perenne e ostinata alla scelta, a
qualunque scelta. Ogni donna per Léautaud è tutte le donne, ma soprattutto la
donna è sempre presente in ogni suo ruolo: madre, sorella e amante.
> Il continuo ritorno al corpo femminile inteso come umanità estranea da sé non
> è altro che per Paul Léautaud la ricerca ossessiva, erotica e incestuosa della
> giovane madre che lo aveva abbandonato appena nato e mai più voluto incontrare
> fino all’età adulta.
È commosso Antoine Doinel quando nel suo tardo, ma frenetico risveglio scopre il
regalo che gli ha fatto Sabine: i diciotto volumi del diario di Paul Léautaud.
La scena, contenuta in L’amore fugge (1978, ultimo film del ciclo di Doinel di
Truffaut), è forse quella che più esplicita il rapporto stretto tra François
Truffaut e Paul Léautaud, e di conseguenza tra lo scrittore e il personaggio di
Antoine Doinel ‒ interpretato da Jean-Pierre Léaud ‒ che di Léautaud ricalca in
parte la biografia in una mimesi che vede coinvolto in un ballo a tre lo stesso
Truffaut. Doinel ricalca infatti sentimentalmente l’agire e la velocità
frenetica che caratterizzano un’indolenza perennemente giovanile raccontata
sempre in prima persona anche nei romanzi brevi di Paul Léautaud. Una cultura
privata e solo apparentemente disordinata che non è mai un’autarchia e non si
contraddistingue mai con la severità ideologica del dilettante, ma anzi del
dilettante coglie esclusivamente la possibilità di un gioco libero e ingenuo. Un
modo per far saltare le regole sociali ed essere così sempre scompostamente
eleganti. Un fuori tempo ostinato che dà il segno di uno sguardo ampio, di
un’energia elastica che sorprende e stupisce. Non dunque un atleta che performa,
ma un acrobata che sorprende nella bellezza di un gesto privo di ogni scopo
strumentale.
Paul Léautaud è un dandy, un camminatore e soprattutto un amante degli animali,
forse gli unici esseri su cui riesce a riversare un amore che non sia vergato da
un’ossessione colpevole e compulsiva. Le sue pagine di diario svagano e
ritornano, come anche le sue critiche teatrali, attorno ai gatti randagi che
popolano la sua misera casetta alle porte di Parigi, nel villaggio di Le
Plessis-Robinson dove troverà la morte il 22 febbraio del 1956 a ottantaquattro
anni. Scrittore francese nell’essenza, amico di André Gide a cui dedicherà uno
dei suoi famosi e bellissimi necrologi (e qui non può non tornare alla mente
ancora Truffaut e il protagonista del suo La camera verde del 1978, Julien
Davenne interpretato dal regista stesso), Paul Léauteaud è il protagonista
dell’ultimo romanzo di Edgardo Franzosini, Per espresso desiderio (2025).
Franzosini abile indagatore delle ossessioni, letterarie in particolare,
illumina così la vita di Paul Léautaud attraverso quello che è il primo vero
incontro tra lo scrittore francese e la madre, che avvenne nei giorni della
morte dell’amata zia a casa della nonna che lo aveva cresciuto. Un incontro
denso di ansia e di aspettativa, di paura e di rimorso per lo scrittore, allora
poco più che trentenne, tanto più nel momento in cui si trovava a casa della
nonna materna e al capezzale della zia Fanny:
> Come sono disgustose, pensò Paul, le cose che precedono la morte. Non era la
> prima volta che vedeva morire qualcuno. Tempo prima avevo visto morire
> all’ospedale un’amica, la Perruche. Peritonite o qualcos’altro. La Perruche
> faceva la vita. Una puttana a buon mercato. Una mattina erano venuti a casa ad
> avvisarlo che stava molto male. Quando le si era avvicinato, c’era
> un’infermiera accanto al suo letto. Bianca e rossa, in piena forma. Che
> salute, aveva pensato guardando le sue rotondità.
Con stile quasi telegrafico Franzosini riesce a mimetizzarsi nella prosa di
Léautaud, offrendo al lettore un doppio ritratto che è sia biografico sia
fortemente e principalmente letterario. L’autore milanese indaga l’opera di
Léautaud attraverso le pagine dei suoi diari e attraverso la sua vita, e in
particolare nel momento apicale dell’incontro con la madre, restituendo così ai
lettori il senso di una letteratura oggi sostanzialmente scomparsa da ogni
orizzonte editoriale. Una letteratura che utilizzava l’ossessione ‒ in questo
caso il rapporto totale e assoluto con il femminile ‒, per raccontare
un’ampiezza esistenziale fitta di sfumature e possibilità. Nessuno è più
ossessivo di un ossessivo, ma è proprio in quel movimento maniacale ‒ prima
ancora che nell’oggetto dell’ossessione ‒ che è possibile ritrovare pezzi di sé
stessi, dinamiche comuni qui illuminate come per magia. Ed è esattamente
nell’incontro ravvicinato con la madre che Léautaud rivede all’infuori di ogni
schematismo e atteggiamento psicoanalitico (che certamente coesiste), una forma
letteraria lucente dettata da un obbligo esistenziale: amare quella madre come
una donna e tutte le donne come sua madre.
> Con stile quasi telegrafico Franzosini riesce a mimetizzarsi nella prosa di
> Léautaud, offrendo al lettore un doppio ritratto che è sia biografico sia
> fortemente e principalmente letterario.
Il padre di Paul Léautaud, Firmin Léautaud era stato un seduttore e un
vigliacco. Attore mancato e di mestiere suggeritore teatrale alla
Comédie-Française, a cui il figlio aveva dedicato l’aspro La Retraite de Firmin,
il padre restò sempre un enigma per il figlio. Un uomo (e un maschio) da cui
Paul volle sempre distaccarsi, sempre senza durezza alcuna, ma con una giusta
distanza utile a ottenere quel punto d’osservazione sufficientemente chiaro che
lui ambiva sempre avere nella vita.
Edgardo Franzosini delinea non solo la biografia e il carattere di uno scrittore
appartato, per quanto ancora oggi in Francia considerato come un riferimento da
un solido zoccolo duro di lettori, ma prima ancora un’idea di letteratura. Un
fare letteratura che oggi appare ridotto ai minimi termini e che, pur avendo da
sempre un’accoglienza limitata, rappresenta un discorso centrale e fondamentale
nella letteratura. Sia per la densità e la capacità di dare corpo a
contraddizioni e conflitti tutti afferenti all’anima umana, sia perché capace di
valicare proprio attraverso un racconto (sempre ossessivo) del quotidiano, la
quotidianità stessa.
> Franzosini delinea non solo la biografia e il carattere di uno scrittore
> appartato, per quanto ancora oggi in Francia considerato come un riferimento,
> ma prima ancora un’idea di letteratura.
Léautaud è un autore contemporaneo che evita il presente attuale proprio
raccontandolo e trasformandolo così in letteratura: “Lei gli aveva preso la
testa tra le mani e lo aveva baciato. Paul aveva sentito contro la guancia la
dolcezza dei suoi seni che tremavano mentre lo baciava. La leggerezza con cui
lei si era alzata da quel letto! Su una sedia c’era la sua biancheria. Roba
elegante”. Allo stesso modo il lavoro dettagliato di Franzosini non è altro che
la trasformazione raffinatissima di un’ossessione in letteratura, al punto che
il suo Léautaud diviene pienamente un personaggio letterario così come è già
successo per il Ravel di quell’abile indagatore di biografie che è Jean Echenoz.
Per espresso desiderio è un libro magico, che nasconde un’indagine da libro noir
e che ha per protagonista la disperata ossessione di uno scrittore che visse
lontano da ogni fragore un secolo così facile all’amore come alle armi.
L'articolo Per espresso desiderio di Edgardo Franzosini proviene da Il
Tascabile.
U no dei temi più dibattuti nella scena poetica italiana è quello della
soggettività: come si costruisce, che relazione ha con il linguaggio che la
esprime, in che rapporto si trovano la persona che scrive e la sua proiezione
lirica, la voce messa a testo. Per una tradizione che ha già ai suoi albori una
biforcazione tra una scrittura più narrativa, immaginifica e pluristilistica
(Dante) e un’altra più intimista, autoanalitica ed essenziale (Petrarca) forse
il costituirsi di questo problema, vista anche la vittoria storica del
petrarchismo, era inevitabile.
Risolvere la questione in modi rigidamente dicotomici, tuttavia, è una
semplificazione, benché sia evidente come tendano a essere due gli approcci
principali al problema, uno che punta all’aderenza tra soggetto biografico e
soggetto lirico e l’altro che cerca, in vari modi, di creare una scissione (su
questa seconda strada rimando a un articolo precedente). È una semplificazione
soprattutto se pensata in termini assolutistici di presenza contro assenza del
soggetto – cosa che non permette, ad esempio, di potersi avvicinare seriamente a
un autore significativo come Alessandro Broggi, scomparso pochi mesi fa dopo
essere stato a lungo tra i protagonisti della scrittura di ricerca italiana. Con
i suoi ultimi lavori, Noi, Sì e Idillio, costituenti una trilogia (i primi due
sono usciti nel 2021 e nel 2024 per la collana UltraChapBooks di Tic curata da
Michele Zaffarano, e Idillio ancora nel 2024 per Arcipelago Itaca, nella collana
Lacustrine di Renata Morresi), Broggi ha infatti aperto una dimensione nuova, e
non solo in riferimento all’area di ricerca. Una dimensione in cui il pensiero
della soggettività è rimesso in discussione con modalità (e intensità) nuove e
specifiche.
> Se i primi libri puntavano a far emergere criticamente gli automatismi del
> linguaggio comune, a renderli traslucidi proprio performandone la trasparenza
> presunta, l’ultima trilogia si interroga sulla fondazione di una diversa
> esperienza, del testo e dell’immaginario in esso evocato.
Bisogna subito dire, però, che nonostante sia lo stesso autore, in un post
Facebook, a presentare la trilogia come la pars construens del proprio lavoro,
essa si pone in diretta continuità ideologica e concettuale con la fase
destruens: come a dire che, se i primi libri (tra cui ricordiamo almeno
Avventure minime, 2014) puntavano a far emergere criticamente gli automatismi
del linguaggio comune, a renderli traslucidi proprio performandone la
trasparenza presunta, l’ultima trilogia si interroga sulla fondazione di una
diversa esperienza, del testo e dell’immaginario in esso evocato – il tutto,
però, mantenendo il focus, come scrive Gian Luca Picconi, “sul problema
dell’enunciazione letteraria”. Per capire, proviamo a mettere a confronto un
testo da Avventure minime e uno da Noi. Da Avventure minime:
III.
capire il perché delle cose
nel modo più semplice possibile
in frequentazioni quotidiane
con le persone più diverse
concentrare l’attenzione
sulla bellezza degli oggetti
per un effetto più drammatico
come a rivelare un senso
non avremo più tragedie
per trarre auspici sul futuro
un’atmosfera elettrizzante
ha ispirato nuove favole
Da Noi:
1
La strada è accidentata. Piove. Stiamo entrando nel paesaggio e cominciamo a
distrarci camminando: a volte pensiamo a una persona in particolare, altre volte
è solo l’idea di una persona. Seguiamo puntualmente il percorso: cosa c’è di
fronte a noi? La linea azzurra di un corso d’acqua riflette le prospettive, il
tempo si schiarisce. Non smettiamo di ridere, la cosa più importante per noi è
che qualcosa succeda. Lo stridio della civetta si fa sentire più volte,
vicinissimo. Attraversiamo la prima cortina di alberi, il panorama è solo
moderatamente boscoso, diciamo qualche frase con calma. Adesso il tempo si muove
più velocemente. Una sponda fluviale sabbiosa, la superficie levigata di un
lago, la foresta al crepuscolo. In questa zona confluiscono diversi tipi di
ambienti, ci sono innumerevoli direzioni.
Guardiamo il cielo – qual è l’intero campo delle possibilità? Lo chiediamo agli
altri ma è più che altro una domanda rivolta a noi stessi. La storia lo dirà,
sapremo ciò che faremo e avremo tutto il tempo per farlo. Scorgiamo qualcosa in
lontananza e avanziamo da quella parte.
Naturalmente, la differenza che salta subito agli occhi è quella strutturale: in
Avventure minime sono possibili ancora i versi (una sezione su quattro è in
versi), in Noi si ricorre esclusivamente alla prosa. Ma è altrettanto chiaro –
anche per le fratture sollecitate dai versi – che il discorso di Avventure
minime è più sezionato, franto, rispetto al flusso del primo testo di Noi, e di
tutti quelli che lo seguono; con conseguente maggiore straniamento e ironia nel
primo, e maggiore incanto, invece, nel secondo. Non ho spazio qui per
soffermarmi su Avventure minime (in proposito rimando, ad esempio, alle
recensioni di Daniele Poletti e Bernardo De Luca); queste osservazioni sono
sufficienti per inquadrare il cambio di passo che rappresenta Noi, per toni e
temi, rispetto alla pars destruens della trilogia precedente. Se la prima
trilogia spezzava, alienandolo, il discorso comune, i linguaggi specialistici
del consumismo, Noi imita la forma del romanzo, e, in un’ambientazione naturale,
boschiva, segue le vicende di quattro personaggi (Norberto, Tania, Eleonora e
Maurizio) con una prosa ariosa e felicemente evanescente:
7
Da qualche ora continuiamo a sbucare tra radure e dislivelli, case abbandonate
sono qui isolate le une dalle altre da folte distese di mimose e dalla distanza
tra i piani. Marcite e scarpate. Scarpate e marcite, peripli e rettifili, la
roggia dalle acque diafane, l’affluente secco, le risorgive, i cardamomi giganti
che riparano le terrazze, i ratti acquatici. Questo nostro camminare produce
abitudini mentali, posture, pregiudizi, conoscenza. Crediamo realmente alla
sequenza di ciò che facciamo, tutto quello che vediamo esiste. Ogni nostra
costruzione deriva dall’essere al mondo in un luogo e in un modo particolare. In
ogni momento descriviamo lo spazio e il tempo a partire dalla nostra posizione.
Maurizio dondola il busto avanti e indietro, Eleonora sbadiglia. Alterniamo più
volte la quiete al movimento finché non diventa impossibile avvicinarsi
ulteriormente alle finestre a causa della densa vegetazione. Ci studiamo a
vicenda per adeguare le nostre reazioni, ciascuno sceglie l’intenzione con cui
pronunciare la parola all’indirizzo del proprio vicino. È tutto molto
tranquillo, la sera cala serenamente, scriviamo che i rami gialli ci spazzolano
il volto.
Ciò che vorrei evidenziare, però, è che al cambio di passo stilistico si
contrappone una salda continuità concettuale, che si chiarisce a libro
terminato, quando nel paratesto – che a questo punto diventa per certi aspetti
indistinguibile dal testo – in una nota finale, leggiamo: “Il dettato di Noi è
quasi interamente costruito con una sottile e fitta trama di microprelievi,
effettuati da testi esistenti di diversa provenienza”. Noi, insomma, cucendo
citazioni da libri, post di Facebook, linguaggio mediatico e altre
disparatissime fonti, sembra consolidare il sogno benjaminiano di un
libro-centone, in cui nessuna parola è creata da chi scrive, ma solo riportata e
così deviata. Con questo lampo finale, il libro si illumina retroattivamente di
una luce del tutto diversa da quella dei chiari boschi attraversati dai
personaggi: per prima cosa acquistano un peso maggiore i ragionamenti
autoriflessivi che puntellano il libro in ogni parte (“In uno scenario che
chiameremo ‘il paesaggio’”, “non riuscivamo a uscire per strada a causa
dell’eccesso di informazioni”, “La natura delle nostre osservazioni ci sfugge”)
e trovano espressione definitiva nell’uomo che legge i libri nel finale (sorta
di autoallegoria dell’opera, come spiega di nuovo Picconi); poi sia il paesaggio
sia i personaggi e le loro azioni perdono presa sul reale, hanno la consistenza
del simulacro (“Disidentificarci da questo luogo e da questo tempo ed essere
qualcun altro”, “ci atteniamo alla nostra facoltà di muoverci senza
conseguenza”).
> Noi, cucendo citazioni da libri, post di Facebook, linguaggio mediatico e
> altre disparatissime fonti, sembra consolidare il sogno benjaminiano di un
> libro-centone, in cui nessuna parola è creata da chi scrive, ma solo riportata
> e così deviata.
Non intendo dire, però, che Noi sia un lavoro tautologico, che si annulli nella
soddisfazione di un linguaggio incapace di dire il mondo. Semmai, la forza (e la
novità) del libro sta nella sua capacità di giocare sulla linea di confine tra
narrazione e citazione, di varcarla continuamente e guardare a questo stato di
tensione tra un’attrazione centripeta, che àncora il lettore a qualcosa di
riconoscibile (non a caso si flirta con l’antico topos del locus amoenus, e con
la letteratura di viaggio, vedi Andrea Inglese), e una centrifuga che lo
riconduce ogni tot all’esperienza stessa della lettura, a un universo di
linguaggio. Qualcosa di più, direi, rispetto al racconto new age a cui talvolta
viene associato questo Broggi, indebolendone la dialettica interna e anche la
relazione con la pars destruens ricordata sopra, che della trilogia in questione
fa sì da contraltare, ma anche da presupposto concettuale. In questo senso mi
sembra molto giusto, e interessante, quello che dice Filippo Pennacchio a
proposito del poco italiano we-narrative, il romanzo coniugato al “noi”: Broggi,
fin dal titolo, vi allude, ma “il ‘noi’ somiglia a un guscio vuoto, a una scorza
sotto la quale non si agita alcun ‘io’. […] Né sembra esserci in gioco alcuna
volontà di testimonianza, nessun tentativo di amplificare un sentire condiviso”.
Nessun mito è messo a giustificazione della coesione di questo noi, aggiungo io,
e l’“ego, in definitiva, non [è] che un epifenomeno, un’illusione”, aggiunge
Broggi ancora nella nota finale.
L’irriducibilità di Noi a messa in scena narrativa, da una parte, o a puro
metalinguaggio dall’altra, è del resto l’asse portante di tutta la trilogia. Sì,
uscito due anni dopo, la rilancia pienamente, anche se optando per qualche
scelta stilistica e strutturale differente. Rispetto a Noi, intanto, Sì si
presenta più frantumato: pur ricorrendo anch’esso alla prosa, e anch’esso ai
microprelievi, il flusso presente in Noi è sezionato in quattro microlibri (Sì,
Altri segni, Tertium quid, Ultimo esempio), il primo dei quali a sua volta
diviso in parti e capitoli numerati in blocchi non progressivi (ad esempio in
(Scioglimento) compaiono testi numerati da Quarantuno a Cinquantatre, mentre in
(Attività), che viene dopo, da Trentuno a Quaranta). La costruzione pure
immaginifica (in senso lato) di Noi viene insomma sfilacciata, il suo paesaggio
dissolto e la prosa maggiormente stratificata:
Quarantuno
Al centro degli scorci, orlata da inesauribili eventi, qualità, relazioni,
costellata degli enti e dei prodotti di cui ciascuno si interessa o che trascura
in base ai propri vezzi, tesa all’arco di chissà cos’altro: per il labirinto
urbano del mondo curiosa di snodi e scoli, installata nella dispersione delle
parti o nei tuoi propri andirivieni; che sia un annegamento materiale che non ti
costi la vita, che si tratti della gratitudine che accompagna le interazioni a
cui partecipi o dei prossimi episodi che hanno a che fare con la tua
disposizione di fronte alla totalità delle cose, sfrangiati in congiunture
affollate ai margini del buio… Epperò non recitando più la parte di quella che
si identifica, che si confonde, che crede nel tempo o che qualcosa sia
importante; facendoti sconti senza condizioni, strada facendo, secondo le
necessità che incontri, senza scapiti e con orgasmo. Come avviene per tutto ciò
che è vivo: smarrendoti e ritrovandoti a perdita d’occhio come seguendo il filo
di un’idea sfuggente…
Dinnanzi a te prominenze si mutano in nervature, nervature sono volte in
montanti e connessure: bave e pigmenti, percolati e grane, colori diversi sullo
sfondo di altri colori ancora, il repertorio di ciò che esiste scandito
nell’alternanza delle forme… L’avvento degli oggetti comuni, il consenso che
viene loro accordato, il loro assortimento, la loro compagnia e moltiplicazione;
la visione condivisa del mondo attraverso la luce da loro emessa e riflessa: una
sintassi rassicurante, una nicchia riparata.
«Ecco, posso addensarne o fluidificarne l’impasto, districarne o consolidarne le
concrezioni. Si profilano consistenza, struttura, le sagome dei contorni, si
dispongono dimensione e orientamento. Come sono in grado di andare verso ovest o
verso est girando ripetutamente il globo in modo indefinito, ma posso procedere
verso nord solo fino al polo dopo di che devo necessariamente andare verso sud,
così mi è dato toccare un oggetto ruotandoci attorno senza sosta nella stessa
direzione, ma se quando ne seguo le forme giungo alla sua estremità superiore e
desidero continuare ad accarezzarne i contorni, posso solo tornare verso il
basso»… E potresti pure mandarli in frantumi questi oggetti, applicare una forte
pressione sulla loro conformazione originaria, porre fine a un determinato
ordine di cose facendolo regredire a una condizione caotica…
Trenta
«Da dove viene questa sensazione? Che cosa fa per farmela provare? C’è
coincidenza tra le nostre emozioni?…» Puoi saperlo, Maurizio, non manifesti
un’indole costante ogni giorno e per tutto il giorno, sei dotato anche tu di
immaginazione, qualsiasi cosa può succedere a chiunque, devi essere preparato a
tutto… «Lascio che crescano. Il cuore batte contro le costole, di ciò che accade
non ho alcun controllo»…
Una brown porter, un flan… hai nel piatto frittelle di fave e panna acida,
scampi alla creola e gelatina di nespole, una focaccia allo zenzero… Cotogne e
gouda. Anguille fumanti, sfere di frutta… “Quando tacevano, in realtà parlavano;
quando parlavano, tacevano”…
Mi trovo di fronte una terrina di pâté di tamarindo, zuppa di ortiche e spiedini
sfrigolanti, respiro l’effluvio dei fumi di cottura…» “Discorrevano,
conversavano, si intrattenevano con un approccio graduale, con la discrezione di
chi vuole imparare lui stesso dalle parole che cerca, e dalle messe in forma che
quelle operano: non le moltiplicavano per esserne certi.
“Un cucchiaio di salsa di rognoni, di lampascioni e fichi sciroppati, avevano
sotto la forchetta asparagi e lamponi, castagne e cavolfiori – cavatelli,
bombarde, salsiccia gialla, una piccata di pistacchi”…
Nei suoi gesti sereni, affidati, si imprime un dato esistenziale profondo:
Melania si stringe a te e vi alzate in piedi fissandovi, un unguento scuro le fa
brillare le palpebre. “Questi frutti si pelano facilmente, Maurizio ha poi
spostato qualche stoviglia, stappato una fiasca, servito l’ananas a fette,
davanti a un vassoio coperto di bucce… E all’ultima affermazione si è visto che
anche lui aveva gli occhi lucidi…
“Come derivata momentanea di operazioni in corso in quel frangente la
creatività, la gratuità, ogni aspetto, i gigli sul tavolo, per esempio, o lo
studiato attorcersi delle chiome nell’acconciatura, il profumo della sua persona
o la sensibilità del corpo per le posizioni nello spazio, cooperava a qualcosa
che avrebbe ritenuto di non rinvenire più in nessun’altra, che le emozioni che
passavano tra loro alimentavano, e dal quale avrebbero preso le mossa la
reciproca approvazione dei corpi e l’impronta di un calore fecondo…
“Le ha parlato ancora, lei era contenta ma non sopraffatta da sorpresa o
gratitudine; lo ha accolto semplicemente, ha lasciato che la sua mente vagasse
pur continuando ad annuirgli. Gli ha appoggiato le mani sulle spalle, l’ha
voltato di nuovo verso di lei, le sue labbra dicevano: Ti adoro.
“Hanno scherzato allegramente – uno scalpiccio di sandali nel buio, e la notte,
insieme, senza parole, piena di rotolamenti, di piegamenti”…
«Entrambi siamo stati con noi stessi e con l’altro completamente».
Dove sei, Maurizio? Che cosa accade adesso?
Benché ancora giocato sulla simulazione della narrazione (anche in continuità
diretta con Noi, come farebbe pensare il ritorno di “Maurizio”), quindi, per via
del continuum infranto e della rimozione dell’esplorazione geografica dal centro
del discorso, Sì appare più disconnesso, consapevole che il lettore sia
consapevole ‒ avendo probabilmente già letto Noi ‒ di trovarsi di fronte a un
puzzle di citazioni. Anche per questi motivi il momento purgatoriale della
trilogia di Broggi segna il passaggio, come spiega Picconi, dal problema
dell’enunciazione (comunque sottinteso e attivo) a quello dell’interpellazione.
Sì è infatti scritto in seconda persona (qualche incipit: “Sei implicata nei
tuoi usi”, “Stai aspettando un bambino”, “Confezioni articoli per la
toelettatura felina”) e si mostra stratificato in “livelli enunciativi” (come li
chiama lo stesso autore, in nota) segnalati rispettivamente dalle virgolette
alte e da quelle basse. Questi livelli enunciativi, però, non vengono assegnati
a nessun personaggio ben caratterizzato, e si inseriscono nel testo
arbitrariamente, irrompono – come a dire che se i personaggi paiono più simili a
fantasmi, a momentanee concrezioni linguistiche, la loro voce è parimenti
inattribuibile e che, ancora con Picconi, “la lingua di per sé è già sempre
interpellazione”.
> Anche per Sì è bene tenere a mente una serie di giochi allusivi e
> antifrastici: accanto all’uso slogato del “tu”, non può non notarsi l’ironia
> di chiamare Sì un libro destinato a essere tra i più rilevanti di quella linea
> di scrittura che insiste, al contrario, sul paradigma della non-assertività.
Lo dimostra, tra l’altro, il finale interrogativo di Trenta, che è anche il
testo che chiude la sezione Sì: la domanda, insieme ai puntini di sospensione di
cui il libro abbonda, lascia sospesa la risposta, la sua necessità, e fa in modo
che il testo si manifesti interamente come un lungo “rivolgersi a”, senza però
dire espressamente e convintamente qualcosa, e non senza, dall’altro lato, la
consapevolezza storica del “tu” come marcatore pronominale prediletto da molta
lirica novecentesca, di cui il “Non chiederci la parola” montaliano è l’esempio
più basic possibile. Anche per Sì, del resto, è bene tenere a mente una serie di
giochi allusivi e antifrastici: accanto all’uso slogato del “tu”, non può non
notarsi l’ironia di chiamare Sì un libro destinato a essere tra i più rilevanti
di quella linea di scrittura che insiste, al contrario, sul paradigma della
non-assertività, cioè su un’idea di scrittura, appunto, non affermativa, non
obbligante il lettore (e rimando ancora a Picconi e al suo libro La cornice e il
testo, 2020, per un’analisi puntuale ed estesa del concetto). Insomma, come il
pronome Noi non rimanda a un soggetto collettivo forte, chiaramente definito e
monolitico, così l’avverbio Sì, mentre afferma e dichiara, slitta e si perde nei
livelli enunciativi, nell’opacità dell’espressione e di chi si esprime.
E proprio a sigillo di queste frizioni si pone Idillio, l’etereo capitolo finale
della trilogia. Etereo fin dall’esergo, visto che mette in prima pagina questa
citazione di Borges: “Credi che la caduta sia qualcosa di diverso dal non sapere
che siamo in Paradiso?” Si badi al fatto che ogni riduzione della triade
broggiana ad altre triadi che l’intuizione potrebbe suggerire, come quella
dantesca, pure allusa dal porre il terzo capitolo “in Paradiso”, viene in realtà
sconfessata – ora è chiaro – dalla natura stessa di questa scrittura, che se si
articola in tre momenti, lo fa ancora secondo un’allusione accennata e a suo
modo perplessa. Né Dante né tantomeno Hegel, dunque, come base per la
triangolazione, se non come metacitazioni ulteriori in un quadro di testi già
pienamente riciclati, come forse dimostra l’esergo stesso, preso da La rosa di
Paracelso: la battuta, in Borges, è attribuita a un Paracelso che si confessa
ciarlatano al suo discepolo, e tutto il racconto ha a che fare con l’ambiguità
della parola del vecchio alchimista, sospesa in maniera irrisolta tra menzogna e
potere magico.
Vero però è che la sostanza diafana dell’Idillio si rivela anche nella sua
precisa costituzione, per certi aspetti molto diversa da quella dei due libri
precedenti. Il libro, infatti, appesantito da ben 304 pagine (ma, bisogna
sottolinearlo, non numerate), è per contro alleggerito dal fatto che ad
attraversare la sua mole sia un unico testo, sbriciolato in tasselli posti solo
sulla pagina destra e in punti irregolari dello spazio cartaceo. I tasselli – di
cui non riusciamo qui a riprodurre l’impaginazione – sono di questo tipo:
Nei limiti dell’economia linguistica
col piglio della parità con il mondo,
di transito,
fra assolate traverse espressive,
lungo le vasche degli orti
e dentro l’orizzonte degli eventi…
Riempire le designazioni di dati intuitivi,
scoprire connessioni
e rubricarne i concorsi,
condividere aria e tempo
e avere la sensazione dell’accadere:
di che cosa vorrà parlarmi
in questo caso?
E così via. Come si vede, anche se posizionati uno per pagina, questi tasselli
costituiscono un discorso filato, tanto in senso sintattico quanto in senso
visivo, dal momento che, se fatti scorrere velocemente come si fa con i
flip-book, si vede svilupparsi, nell’arco di trecento fogli destri, la
continuità di una pagina e mezza scritta. Questa conformazione non solo rafforza
la componente fisica del libro, nonché quella visiva e quella gestuale
necessaria ad apprezzarla, ma lo apre anche a modalità di lettura plurime, di
cui Mariangela Guatteri ha evidenziato le diverse durate e relazioni con il
tempo (su cui si interroga anche Renata Morresi).
> Con Idillio siamo ancora nell’innesto costante tra racconto/auscultazione di
> uno spazio naturale esterno, ragionamento astratto e metascrittura.
Soprattutto, però, il discorso di Idillio prosegue quello di Noi e Sì tanto
tematicamente quanto pragmaticamente. Siamo ancora nell’innesto costante tra
racconto/auscultazione di uno spazio naturale esterno (“assecondare l’ascesa del
verme / da sotto il ciglio dei solchi / per i meati / di arboscelli e steli
ricadenti / durante le annaffiature”), ragionamento astratto (“Qualunque cosa
indicasse / prenderebbe altre proporzioni: / quanto basta a dare seguito
all’evidenza, / portante e capillare, / delle minime circostanze, / a piccoli e
grandi successi, / trouvaille, / dialoghi interiori”) e metascrittura (da
incipit: “Nei limiti dell’economia linguistica”). E siamo ancora, si è capito,
nel gioco di costruzione testuale tramite prelievi e citazioni non segnalate. Se
non fosse, però, che proprio la sistemazione sulla pagina, stavolta, torna a
spezzettare il discorso, ne disloca le parti, ed evidenzia l’origine multipla e
sovrapersonale. Anzi, proprio nel passaggio finale, alle soglie del Paradiso,
contestualmente allo sgretolarsi del linguaggio e all’espansione del bianco
tipografico, il gesto interrogativo di Broggi si potenzia, con la serie di
domande sulla direzione della “specie futura” e sulla sostanza della lingua che
chiude il libro:
Che senso hanno queste parole?…
Insomma, proprio per via del suo minimalismo, Idillio completa lo stridio tra
appercezione e insufficienza del linguaggio che sembra attraversare tutta la
trilogia e rappresentarne non solo la motivazione concettuale, ma anche la
capacità espressiva. L’operazione di Broggi ha fatto discutere molto la bolla
poetica perché di fatto rappresenta un passo di lato rispetto alla scrittura di
ricerca italiana, per come essa si è configurata nelle sue espressioni più note,
ma sarebbe un abbaglio non vederne, insieme a questo passo, anche la radice
essenzialmente metalinguistica. Con questo non voglio ridurre il gioco
dell’autore a un lavoro solipsistico e rassegnato all’incomunicabilità; al
contrario la peculiarità, e memorabilità, della sua opera, sta proprio
nell’essere riuscito a fabbricare qualcosa di stratificato e opalescente in un
cui si possono esperire tanto un’apertura affabile al mondo delle cose e delle
relazioni umane, l’epochè di cui parla Guatteri, tanto un inquieto senso di
straniamento, che riconduce di continuo il lettore alla consapevolezza che ciò
che legge (e vive) è sempre in certa misura un ipertesto.
> Proprio per via del suo minimalismo, Idillio completa lo stridio tra
> appercezione e insufficienza del linguaggio che sembra attraversare tutta la
> trilogia e rappresentarne non solo la motivazione concettuale, ma anche la
> capacità espressiva.
Ed è così, d’altronde, che si mette in crisi la semplificazione con cui spesso
si legge la questione della soggettività: messa tra parentesi la preoccupazione
di attribuire in maniera sicura il soggetto testuale al soggetto autoriale, si
sposta al centro, semmai, il problema di come frequentare, descrivere e leggere
la soggettività in quanto funzione del testo, alla luce di una fase storica in
cui l’espressione dell’individuo è in continua sfida con l’ipertrofia dei segni
e dei media. Con la trilogia Broggi ha tracciato un solco importante nella
scrittura italiana e dimostrato molte cose. Tra queste di certo il fatto che la
scrittura concettuale non necessariamente si traduce in operazioni fredde e
inavvicinabili. Poi, di conseguenza, che a rendere credibile l’esperienza di
lettura è forse proprio una dose di incredulità di fondo; quindi che a provocare
il calore e il realismo possa essere, paradossalmente, proprio una certa
impalpabilità dei simulacri messi in scena. E infine che, sì, questo credo possa
dirsi a nome di tutti i lettori, di questi libri non potremo dimenticarci.
L'articolo La trilogia di Alessandro Broggi proviene da Il Tascabile.
“R oma negli anni Sessanta era bellissima” dice Nanni Moretti in Caro diario, ma
quanto lo è stata, forse non lo capiremo mai per davvero, perché troppi sono i
significati che questa città ha saputo generare in quella perenne crasi tra
passato e presente che da sempre la caratterizza. Dire “bellissima” è più che
altro dare evidenza di un’energia incredibile e forse irreale che era in circolo
nel sistema nervoso di una città al tempo elettrica nel suo combattimento tra un
passato fascistissimo, “la città più fascista d’Italia” scrive Goffredo Parise
in L’odore del sangue, e un presente aperto alla contemporaneità come forse mai
più così è stato.
La città del potere nei palazzi dei ministeri e nelle sedi di partito, ma anche
la città del cinema, la Hollywood sul Tevere, la città dei pittori e degli
artisti che proprio in quegli anni si raccolgono attorno ai tavolini del caffè
Rosati in piazza del Popolo, o come meglio dirà Paola Pitagora, almeno
inizialmente, più che altro sugli scalini attorno all’obelisco Flaminio in
attesa che qualcuno, magari un po’ più fortunato e con una vendita ancora in
tasca, potesse offrire agli altri un pasto o un caffè. Quegli artisti provengono
dalle borgate e da un centro storico ancora ammuffito e poco ambito, in cui
resistono proletari e aristocratici in bolletta. Vengono dal Quadraro, vengono
da case in cui il bagno è un lusso se non un sogno. L’arte appare ai loro occhi
così come un caso e poi come una necessità per sentirsi liberi e non imbrigliati
in una società che si sta facendo ricca e che sta iniziando a imporre regole
buone solo per essere trasgredite.
L’Italia del boom economico, che tanto ama definire “miracolo”, è già pronta a
venire a patti con la propria storia elevando la piccola borghesia a status e il
familismo a diritto di Stato. In tutto questo una generazione inizia a
sobbollire e tra loro proprio i pittori che saranno detti “di Piazza del
Popolo”. Mario Schifano, i fratelli Francesco Francesco Lo Savio e Tano Festa e
infine l’inquieto comunista Franco Angeli: sono loro i protagonisti dell’ultimo
romanzo di Andrea Pomella, Vite nell’oro e nel blu (2025). Pomella sceglie le
loro vite, parabole a tratti assurde e spesso tragiche, per raccontare di un
mondo scomparso in cui la cultura dominava la scena pubblica influenzando
atteggiamenti e anticipando mode e comportamenti. L’intuizione viveva nei caffè
come nelle lunghissime notti passate a discutere:
> Non assomigliare alla propria città è forse uno dei drammi minori di
> un’esistenza, ma è pur sempre un dramma. Ha fatto molti sforzi per convincersi
> che Roma fosse il posto giusto per lui. D’altronde sembra esserlo per
> chiunque: arrivano da ogni città e da ogni nazione, arrivano a fiumi nel bel
> paesone che dopo secoli, dalla caduta dell’Impero romano d’occidente, sta
> tornando a essere il centro del mondo. Eppure a Roma, pur essendoci nato, si
> sente a disagio.
L’arte, come la scrittura, viveva di un coraggio fondamentale, quello del fare
come elemento iniziale dell’osare. Tutto il resto sarebbe stato solo una
conseguenza, più o meno sopportabile: i processi, le grane, le discussioni, il
successo e anche il fallimento. Il gesto primordiale era dunque contenuto
totalmente in quel pensare e poi ‒ per davvero ‒ andare oltre. Una rarissima
qualità del gesto che avrebbe portato questi artisti al centro della scena
artistica mondiale. Difficile ridurre esistenze la cui pienezza è altamente
evidente, ma anche al tempo stesso riportare biografie oggi mitizzate (anche
dalla stessa quarta di copertina che non fa un buon servizio al romanzo) a una
tensione diversa, che è quella tipica dell’indagine romanzesca; un’intimità che
diviene per Pomella un passaggio stretto dentro al quale rivelare e ipotizzare,
riportare alla memoria e anche inventare con la spudoratezza che diviene un
sentimento subito mimetico rispetto agli artisti raccontati.
> L’Italia del boom economico è già pronta a venire a patti con la propria
> storia elevando la piccola borghesia a status e il familismo a diritto di
> Stato. In tutto questo una generazione inizia a sobbollire e tra loro proprio
> i pittori che saranno detti “di Piazza del Popolo”.
Pomella evita la facile sequela degli aneddoti che pure vengono accennati qua e
là nel romanzo e che hanno in parte camuffato le vite degli artisti, in
particolare quella di Mario Schifano, genio sfuggente e difficile da inquadrare
e definire nella sua stessa quotidianità fatta di riti ossessivi, ma anche e
soprattutto, forse, di tradimenti improvvisi. La piazza resta dunque il centro,
il punto di partenza attorno al quale far confluire come strade d’accesso le
diverse biografie, che solo lì possono realmente ritrovarsi, intrecciarsi e
restituire un valore diverso da una fatica assurda, da un dolore infinito e da
passioni brucianti come a chiunque dovrebbero sempre spettare.
Perché la lettura che offre Pomella è quella più che altro di un tempo finito e
concluso dentro al quale Mario Schifano, come Franco Angeli in particolare,
furono i soggetti scatenanti di una contraddizione evidente ‒ ma dalla società
borghese italiana sempre negata in nome di una cultura addomesticabile e priva
di ogni forma possibile di conflittualità ‒, che voleva dire anche una
capacità di convivere in maniera mobilissima di più strati sociali, dalla
borgata a casa Agnelli, da Alberto Moravia ai delinquenti di via di Panico. Una
velocità di movimento essenziale dentro alla quale la vita certo non si
conserva, ma si consuma danneggiando, ammaccando e lasciando come superstiti.
Un andamento tipico di un Novecento che si libera della tragedia della Seconda
guerra mondiale, ma non del suo trauma. Essere reduci e superstiti, ovvero
testimoni oculari e spesso complici di un delitto che prima dell’avvento
dell’epoca odierna del vittimismo, era ancora percepito fortemente come il segno
di una colpa difficile, se non impossibile da rimuovere da sé. E forse solo così
si può spiegare ‒ oltre all’infinita noia e tedio contemporaneo ‒ la densità e
la vitalità di chi era pronto a spendere in un giorno tutta la propria vita.
Giorni che Pomella racconta fin nel cuore di notti spesso tremende e violente,
perché figlie di amori travolgenti dentro a cui l’unico vero tradire sarebbe
stato l’omettere.
> Non è possibile distinguere opera e vita, il dire e il fare, così come l’odio
> e l’amore di artisti che divengono inevitabilmente e giustamente nel romanzo
> di Andrea Pomella eroi moderni di un tempo che possiamo solo rimpiangere e
> desiderare.
Recedere e abbandonare il campo non era mai preso in considerazione, perché solo
quel campo, solo quel confronto poteva avere spazio e senso. Il futuro viveva
nell’esatto istante del presente, dentro al quale tutto poteva essere messo a
rischio. Vite nell’oro e nel blu è un romanzo sul ritorno che però non si basa
su un’origine comune, ma su uno spazio di permanenza. Si tratta in fondo sempre
di corpi distinti, spesso ostili tra loro fino al tentato omicidio, ma legati da
un’appartenenza da cui nessuno di loro può sfuggire.
Un punto preciso d’equilibrio dentro al quale riconoscere un’amicizia infinita
come infantile: “io sono infantile”, scrive su una tela Mario Schifano, una
dichiarazione di esistenza che più esatta e potente non poteva essere nella sua
infantilità dichiarata e rappresentata, così leggera, fragile, e comica e
sentimentale al tempo stesso. Non è possibile distinguere opera e vita, il dire
e il fare, così come l’odio e l’amore di artisti che divengono inevitabilmente e
giustamente nel romanzo di Andrea Pomella eroi moderni di un tempo che possiamo
solo rimpiangere e desiderare, ma dentro al quale probabilmente non avremmo
saputo resistere un secondo, troppo deboli e troppo figli della piccola
borghesia diffusa che sarà.
L'articolo Vite nell’oro e nel blu di Andrea Pomella proviene da Il Tascabile.
C’ è, sempre, un prima e un dopo. Prima di incontrarti, dopo averti incontrato.
Prima di vedere, dopo aver visto. Prima di sapere… no, questo no. You’ll never
know. In questo prima, nel posto dov’è stato ammazzato Pasolini non ci siamo mai
stati. Anche se, ovviamente, non è vero. Ci siamo già stati. Lo abbiamo già
visto di persona. “È vero. Figuratevi che non ci pensavo. Grazie” (J. Derrida,
Lo spergiuro). Come autori però non abbiamo l’obbligo né di veridicità né, se
Dio vuole, di verità. Qui, ora, ci poniamo in un come se. Ne conseguono un paio
(di cose).
I
Il fatto, semplice, che nell’immaginario il monumento e il suo paesaggio
apparissero innanzitutto devastati – il tondino di ferro scoperto, la palizzata
crollata, le sterpaglie, la porta senza rete – faceva dimenticare quanto è
brutto, quel cazzo di monumento, quanto lo fosse fin dall’inizio, in quel suo
modo didascalico, da scuola elementare, di mettere in scena segni svuotati di
ogni celarsi, di ogni frattura. “È un tronco verticale […] sinonimo di una vita
spezzata. Intorno due colombe spiegano le ali in segno di libertà e una luna
piena sovrasta il gruppo”. L’e(ste)tica si sovrappone alla cosa. Dong an sich.
Dovrebbe, potrebbe, dovrà, potrà. Ma l’immagine è chiara. Non deve, non può. È
così e basta. Vedere il luogo, questo è sottinteso, è come rivedere un sogno, lo
sapevamo già prima di andarci. La questione, direbbe la prof., è quella della
memoria, del ricordare.
II
In Orgia c’è un passaggio, molto presto, che segna tutto il resto. È il momento
in cui i due protagonisti – che vedremo poi destituirsi di ogni protagonismo,
what else? – parlano di voci senza parole. “Nessuno in quel mondo aveva qualcosa
da dire a un altro: eppure era tutto un risuonare di voci. E tu come hai
imparato a parlare? Ascoltando quelle voci. Ma ti dicevano qualcosa? E cosa? Oh
no, erano soltanto voci. Esse, è vero, facevano il mio nome, e indicavano tutte
le cose che ci circondavano e ci servivano, in quel mondo: MA NON PARLAVANO. E
allora cosa hai imparato?”. Oltre le voci e le parole, però c’è qualcosa che si
rispecchia senza parlare. “Là noi comunicavamo tra noi solo facendo qualcosa”.
Onora il padre e la madre. “Mia madre faceva il pollo con la salvia, e la torta
di farina gialla, sotto la cenere. Un padre faceva la strada dell’ufficio; un
altro padre faceva il tetto di tegole nuove; un altro ancora faceva le marce coi
soldati. E così si comprendevano fra loro” (P.P. Pasolini, Orgia; qui come
altrove modifichiamo il ritmo e la forma dei testi che citiamo ‒ come autori non
abbiamo né l’obbligo della filologia né, se Dio vuole, del culto). Pier Paolo e
l’immediatezza del cascherino col suo fischiettare, la solita paccottiglia
dell’immensità contadina disprezzata dagli amanti delle apericene a cui piace
piuttosto il Pasolini supereroico di “Io so i nomi” – quello che però
nascondeva, come sempre, una verità che sta dove le parole non arrivano.
III
Il problema è che noi, chi scrive ma anche la gran parte del noi che legge
(ancora Derrida, Lo spergiuro) lavoriamo sui testi per produrre altri testi. O
almeno così pensiamo, speriamo, sogniamo. Smontiamo le parole per mettere in
fila altre parole. Il nostro fare si deposita, si apre e si stratifica solo
mediante il testo, la lingua e la parola. A volte con più attenzione, a volte
(se Dio vuole) in modo veloce, intuitivo, aforistico (C. Ginzburg, Miti emblemi
spie). Ma così il gioco dei corpi rimane invisibile. Invisibile la sofferenza,
invisibile il suono. Invisibili gli abiti, che pure tanto ci segnano, per
esempio quando parliamo di buone maniere a una platea di cento e più bambini
esilarati. “Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni”. Non costruiamo
tetti e già l’idea di camminare verso l’ufficio ci disgusta – l’ufficio,
proprio, in entrambi i sensi della parola. E allora produciamo testi. In casa,
spesso, al tavolo, con la matita su taccuini fitti di idee che verranno, senza
dubbio, scartate subito dopo. Da trenta a due pagine. Forse una e mezza. “Faccio
i mattoni anche me, ma la casa mia dov’è che l’è?”. Testi che producono testi
che producono altri testi e via così, per sempre. Appena appena. “La pietra
stordita di linguaggio si secca si contrae come se essendo pietra non potesse
lacrimare” (S. Dibiase, Erbario da bocca). Al testo sfugge la lacrima, e sfugge
l’odore che fa una pietra d’estate, quel profumo di polvere dimenticata che sta
sulle siepi o la liquerizia delle pinete e delle dune prima di arrivare al mare.
Nel testo tutto questo si perde nell’illusione di avere una voce. E invece. “Che
le voci fossero modulate come in un rustico medioevo, passato attraverso il buon
senso dell’Ottocento, oppure fossero in lingua (una lingua male adottata), su
questo punto non ci sono dubbi: NESSUNO PARLAVA”. E nessuno parla. Superare il
testo. Dirlo in un testo. Destituirsi di ogni autorialità. Rinunciare. “Ecco, il
bonzo è pronto” (ancora Pasolini, Orgia).
> Il problema è che noi, chi scrive ma anche la gran parte del noi che legge
> lavoriamo sui testi per produrre altri testi. Smontiamo le parole per mettere
> in fila altre parole. Il nostro fare si deposita, si apre e si stratifica solo
> mediante il testo, la lingua e la parola.
IV
Se ha ragione Giorgio Agamben, non potremo mai farci un’idea di chi sia stato
Pasolini. “Lo stile tardo dei poeti e degli artisti, per quanto fuori dal tempo
e vicino alla notte, è, invece, impareggiabile e sovrano. Rompe non solo le
forme precedentemente elaborate, ma le strutture stesse della lingua” (G.
Agamben, L’ultima mano all’ebbrezza). Sarà vero? Difficile dirlo. La storia di
qualcuno è sempre raccontata da qualcun altro, diceva Frau Arendt, così che il
cerchio, alla fine, in qualche modo va a chiudersi. C’è chi scrive lettere, chi
fa film, chi danza, chi pretende di rammemorare. Anche quando dice di no. “Un
pensiero mai scontato lucido feroce visionario. Un intellettuale che non va
monumentalizzato ma, anzi, va evidenziata la sua contemporaneità, la sua
presenza costante nella vita e nella cultura italiana”. Ma quale sarebbe, oggi,
la presenza di Pasolini? La risposta, per una volta, è facile. Nessuna, ma molto
rumorosa. La sterpaglia, la porta senza rete, tutto ciò che c’era di derelitto o
di abusivo – e dunque di vivo – ha lasciato il posto a un museo a cielo aperto e
a un’oasi gestita dalla LIPU. Al posto del monumento in cemento, col suo tondino
esposto, sta il suo simulacro in marmo travertino (un monumento al monumento).
“L’innocenza peccatrice è un materiale prezioso” (P.P. Pasolini, Orgia). Come le
voci che dicono di Pasolini, così la voce di Pasolini risuona ma non parla. E
nessuno ci fa nulla.
V
Che poi il cinema di Pasolini, in sé, parlerebbe. Perché non restituisce
soltanto la robustezza dell’ideologia e della critica – pezzi che uno magari
potrebbe vedere come ingenui o passati o altre scemenze di questo tipo. È un
cinema che non scrive del piccolo borghese – e d’altronde “la cultura media è
sempre corruttrice” – ma dedica l’immagine a ciò che gli è più caro. “Martha, my
dear”. Ascrive al cinema la realtà e un personale giudizio sul vero: la bellezza
nella bruttezza (e il disallineamento dal conformismo), l’innocenza del popolare
e dell’analfabeta, ma “non ci metta della retorica in questa mia affermazione”
(Pasolini in Pier Paolo Pasolini. Una visione nuova di Giancarlo Scarchilli).
Niente retorica. Voci che parlano, semmai, facendo. Cambia la prospettiva e
tutto cambia: i foruncoli di Davoli, l’asimmetria dei sorrisi, una finestra
aperta sui giudizi e chiusa alla chiusura dei canoni. Soltanto la prostituta può
immaginare un riscatto e Mamma Roma diventa accogliente (un carretto di
verdure). Soltanto l’innocenza che invade la famiglia come ospite inatteso può
formare un teorema, evanescendo ogni struttura precedente. “Claudio, Claudio, la
sciarpa!” (P.P. Pasolini, Salò).
VI
Anche Salò parla. Dice che non abbiamo compreso le immagini della vita: i
profumi del Fiore delle mille e una notte, il tuffo nella merda di Andreuccio da
Perugia nel Decameron. La merda, soprattutto. “Prendi il cucchiaio”. Salò è
sangue, merda e manie. La cultura piccolo-borghese non può cogliere il senso
liberatorio del tuffo, di Andreuccio come di Accattone nel Tevere. Resta solo la
merda. “Eva, non ne posso più”. La presenza della merda ricorda l’intimo mistero
del sesso – non più solo immaginato – impossibile da racchiudere in una forma
perfetta imposta dalla cultura. Imposizione è accecamento, tortura, perversione
raccontata ridendo. Signora Vaccari, signora Maggi, signora Castelli. Salò non
racconta, ma ritrae (il fascismo è allegoria, anarchia al potere, estrema
conseguenza dell’illuminismo oscuro, struttura dantesca e controllo, ma anche
pugni chiusi e perdita di controllo). “È follia supporre che si debba qualcosa
alla propria madre” (ancora Pasolini, Salò).
> Quale sarebbe, oggi, la presenza di Pasolini? La risposta, per una volta, è
> facile. Nessuna, ma molto rumorosa.
VII
Ma così la merda si secca. Pasolini resta, ma come embrione essiccato: una
eredità che non nasce, non nasce mai. I luoghi sono ormai dimentichi di
qualsivoglia significato simbolico, ma senza piagnistei. Le periferie di
Accattone letteralmente andate: non c’è spazio né tempo per romanticizzare. “Il
treno dei desideri nei miei pensieri uacciuari uari uà”. Vengono in mente due
scenari. Uno porta da Milano a Liverpool. Marco Tullio Giordana. L’altro è
proprio lì, sul monumento dell’Idroscalo di Ostia. Caligari.
VIII
Primo scenario. Maledetti vi amerò e/o Appuntamento a Liverpool. Lo scenario è
il teatro del senso di colpa iconico. Svitol-Flavio Bucci è tornato dal Sud
America. Ma a Milano ha solo una guardia, “per chiacchierar”. È intrappolato in
un futuro che non comincia costellato di spettri (di Marx) e di gente: immagini
ritagliate di morti ammazzati, Espresso e Panorama, umanizzate a forza in un
presente che ha già superato parole, immagini, ideologie. In una Milano
“ottimista e di sinistra” si fronteggiano un funzionario e un reduce, Max Weber
e Alfred Schütz, nel disincanto della città (non ancora) da bere. “Tagigacigadà,
ci ho un rapporto” canta Riondino in una comune che è già privatismo, sesso
libero alluso in canzone, mentre il menestrello serve da bere e finisce in
convento. Ma se Svitol si chiede cosa ne direbbe di tutto ciò Pasolini, il
commissario lo interrompe. “Pasolini è morto. Una storia di froci”. A Liverpool
arriva invece Isabella Ferrari, sulle tracce dell’uomo che ha ucciso suo padre.
Lo stadio, la notte, Sandro Penna. Le manca il coraggio e getta la pistola.
“Amore, gioventù, vane parole. Che resta di voi, e vi dissecca? Resta un odore
come merda secca sopra le siepi cariche di sole” (a proposito di poesie imparate
a memoria). Anche la periferia di Liverpool non è quella che cercava. I ricordi
non tornano allo stesso modo: non ci sono più i Beatles, non c’è Pasolini. Non
c’è salvezza nella vendetta. Resta un odore. Come merda secca.
IX
Secondo scenario. Amore tossico. Michela e Cesare sul monumento dell’Idroscalo.
Stanno morendo senza sapere. OVERDOSE. I tossici: paradigmi di un cinema che
documenta e non spiega. “Oddio, Miché… Oddio, Michela”. Se Marco Tullio Giordana
interpreta il corpo come luogo della nostalgia, per Claudio Caligari è
territorio dell’irruzione.
Amore tossico = Accattone + eroina.
Ma l’eroina è già arrivata, la ricotta è finita e le voci dicono ma non parlano.
Nessuno rimpiange. Nessuno parlava – c’è solo il rumore di una pala, che scava.
Nel rischiare di morire sul monumento c’è tutta l’ammissione (onesta, vera)
dell’oblio e del non sapere. Non c’è redenzione nell’ignoranza (sublime).
Accattone sa ancora immaginare un altrove. Loro no. E quel monumento al non
ricordo, per una volta, parla. Ha senso. Caligari non ammicca, non spiega e non
piange. Capito Pasolini, capiti gli anni Ottanta, capito il simulacro
Non essere cattivo = Amore tossico + ecstasy + attori professionisti.
Un teddy bear regalato (residuo di umanità) a una nipote che non può
sopravvivere (confisca di umanità). Il giocattolo ora è una eredità capovolta,
epitaffio di una innocenza perduta. Un totem sbagliato. Un altro monumento,
nell’Ostia ostile dell’Idroscalo che mi porto dentro (vuole te). Tu muori. Io
muoio. E anche questo mi nuoce. Il monumento è (un monumento al) disincanto. I
libri sono muti se non li cartografi un po’ (Giordana). L’eroina irrompe, non
importa come arriva (Caligari). “Resta un odore come merda secca sopra le siepi
cariche di sole”.
[Intermezzo: Sul molo di Ostia c’è un uomo con un microfono. “Amore bello come
il cielo, bello come il giorno, bello come il mare amore, ma non lo so dire”. La
spiaggia è lunga e stretta, barricata sotto il sole di metà gennaio, gli
spaghetti alle vongole buoni, il cielo strepitoso. L’acqua riluce, S. sorride.
Un uomo passa camminando svelto leggendo un foglio con su scritto “Analisi
cliniche”. Tornano alla mente i Dentisti Dantisti di Uccellacci e uccellini. Chi
ha bisogno di Dante e di Dentisti in una Magliana che si fa quartiere già
malato? Chi di analisi cliniche in un futuro che assegna poche speranze? Cultura
e medicina si autocelebrano, così distanti dall’uomo che fa e non pensa. Nella
vecchia colonia c’è una biblioteca dedicata a Elsa Morante. L’impressione di
questo posto è che non si sappia dire, che non si possa dire molto. Prendiamo la
Cinquecento blu dell’Eni (ironia) e ci avviamo all’Idroscalo. Arriviamo in fondo
alla strada, raggiungiamo il capolinea degli autobus e torniamo indietro. Una
ragazza con una bottiglia in mano ci guarda con aria di sfida e solleva la
manica per farci vedere i buchi sul braccio. Sulle colonne dei portici di
Bologna scriveremmo Pensati libera. Qui pensiamo rappresentati: ma come?
Raccontati coi segni, senza parlare. Non c’è bisogno. Torniamo indietro e
parcheggiamo fuori dal cancello. Il giardino è ben curato, lo si vede anche da
fuori, ma di fronte, intorno a Tor San Michele, ci sono baracche e polizia che
sgombera. Entriamo. La cosa che colpisce di più, all’impronta, sono i cartelli.
“È vietato entrare nel cancello dell’oasi LIPU; allontanarsi dal parco e vagare
nei sentieri dell’oasi LIPU; introdurre cani senza gunziaglio (sic); produrre
rumori molesti; abbandonare rifiuti (riporre rifiuti nell’apposito cestino)”.
Divieti, corde, catene, cancelli. Ordine. Piccola borghesia. Ma questo luogo ha
almeno il pregio di essere come ce lo aspettavamo. A terra placche di plastica
ormai illeggibili ricordano i vari campi in cui si cimentava il de cuius:
cinema, letteratura, poesia. E le pietre con le lapidi che portano frasi di
Pasolini, frasi troppo lunghe. Una corona, anch’essa secca, abbandonata da una
parte. Un olivo giovane ricoperto di licheni gialli. S. scatta foto, io cammino
intorno al monumento. È così come l’hai visto, come te lo aspetti – e qui come
al solito ti chiedi a cosa serva viaggiare se tutto è come già sai. A fare
esperienza, ti rispondi, ma esperienza di che? A produrre un’immagine per il
proprio profilo, a celebrare che noi che sappiamo, fotografiamo e stiamo:
diversi da quelli che guardano e passano, ignari di PPP. Lui avrebbe guardato
loro, noi guardiamo noi: specchiati in un compiacimento che non è cultura, se
non nel senso della scrittura di una personale Moleskine per immagini (ordine,
piccola borghesia). Giro intorno al monumento, lo tocco, passo le dita nei punti
in cui la natura sta riprendendo il suo spazio. A terra un tale Luca Capulli ha
lasciato una poesia dentro un foglio di plastica (ordine, piccola borghesia).
Finisce così:
Se esiste una giusta morte per un apostolo,
per un profeta in patria,
la tua lo fu,
perché nel fango, rattrappito e fradicio,
dimostrasti che nato tra i primi,
ti spogliasti del privilegio,
e calato tra gli ultimi,
conservasti, rendendole loro, con l’ultimo sacrificio,
tutte le idee.
Che è tutto quello che abbiamo.
Proprio mentre ci abbracciamo arrivano tre visitatori, un uomo, una donna, una
ragazza preadolescente. Paolo vive a Ostia da sempre e ogni tanto porta amici e
conoscenti a vedere questo posto. Si ricorda il due novembre del Settantacinque
(“Stavamo andando a giocare a basket e arrivò la notizia che era morto Pasolini,
proprio qui”), sa molte cose e il suo riferimento principale è la puntata di
“Una giornata particolare” di Aldo Cazzullo (ordine, piccola borghesia). La
signora è perplessa, non capisce le frasi sulle lapidi, si rivolge alla figlia,
le dice: “Magari tu le hai studiate a scuola”. La ragazza non dà soddisfazioni:
“No, magari più avanti, finora abbiamo fatto solo Leopardi e Verga”. La sera
prima, al Testaccio, abbiamo parlato di Miss Italia con un professore di
letteratura italiana, esperto di Montale. A cosa serve viaggiare se tutto è come
già sai? Saluto i tre, ma ho perso di vista S. Rimaniamo ancora qualche minuto.
Il monumento è il monumento, privo di qualunque scarto o riflessione (A.
Pinotti, Nonumento). È sovrabbondante, ha una dedica, una frase, una placca sul
retro. La colonna, le colombe, la luna. S. mi fotografa le mani mentre provo a
pulire un frammento di corona che porterò a casa (ordine, piccola borghesia).
Alloro secco.]
X
L’incuria aveva il pregio di incarnare, senza rappresentarla, la disseccazione.
Oggi la LIPU “si prende cura” del parco, ma è più sterilizzazione o
musealizzazione, cioè la morte, un simulacro doppiamente privo di sostanza.
Difficile non notare che il simbolo della LIPU è l’upupa, il lugubre uccello
notturno del Foscolo. Ma qui non ci sono né cipressi, né ombre, né urne, ci sono
solo aforismi nel luogo della memoria smemorata. Ma per Pasolini l’aforisma –
“un tentativo di formulare giudizi sull’uomo e sulla società sulla base di
sintomi, di indizi” (Ancora Ginzburg, Miti emblemi spie) – non funziona. Non è
un pensatore rapido o breve. È verboso (poesia), pesante (cinema e saggistica).
Documenta leggero i comizi d’amore. Ma parla greve di intelligenza senza peso.
La Guinea e i Comizi sono leggeri perché pesante è il mondo senza amore e
sapere. «La mente è un pugno» (ancora Dibiase, Erbario da bocca).
> L’incuria aveva il pregio di incarnare, senza rappresentarla, la
> disseccazione. Oggi la LIPU “si prende cura” del parco, ma è più
> sterilizzazione o musealizzazione, cioè la morte, un simulacro doppiamente
> privo di sostanza.
XI
Disseccati, frammentati sono i luoghi della memoria pasoliniana. Fisicamente, a
ritroso: il monumento alla (non) memoria, l’aula di tribunale, il deposito della
questura, Termini, i ristoranti dell’ultima notte. Culturalmente, in simultanea:
poesia (in forma di rosa), romanzo, cinema, saggistica (in forma di romanzo).
“Ho sbagliato tutto”. Trasversalmente: il corpo. Parlare di Pasolini è parlare
di luoghi. La cartografia di una identità. Una morte che ha generato tanto
cinema e letteratura, inchieste giudiziarie, documentari – Caligari, Giordana e
Lucarelli, Leosini e Ferrara. Quanti prodotti da una morte sola. Maledetti vi
amerò riassume intorno all’icona il senso della tragedia umana oltre le tracce
politiche o ideologiche. Mostra il protagonista che ricalca da riviste le sagome
dei morti degli anni di piombo, riflettendo sulla comune umanità. Una vita
violenta. Ma privata della prospettiva violenta, nella Milano che si apre agli
anni Ottanta, cos’è la vita? Normalizzazione (ordine, piccola borghesia).
Pasolini, un delitto italiano di Giordana utilizza le immagini per ricostruire
le circostanze della morte del poeta, e le ricostruzioni documentaristiche per
rivelare che l’intellettuale (parole sue) è sempre una contraddizione vivente.
Amore tossico mostra senza dire. È la dinamica di una overdose sul monumento
dell’Idroscalo. Come in un quadro rinascimentale facciamo esperienza della
tragica condizione dei personaggi, che ispira un senso religioso di pietà,
proprio mentre ne osserviamo la nuda vita nell’atto di abbandonarli. Roberto
Longhi, i quadri della memoria pasoliniana. Non essere cattivo è un monito
scritto sulla t-shirt che veste un orsetto di pezza. Sarebbe un regalo dello zio
a una nipote che non può più vivere. Disposto sulla tomba della bambina
l’orsetto diventa il simbolo di una eredità capovolta (F. La Cecla, Non è cosa),
in cui lo zio sopravvive per mangiare (la merda, di nuovo) la distanza dei
giorni a venire. E infine, o all’inizio, Accattone è distante. Nessun tuffo nel
Tevere può redimere la condizione di chi ha perduto la sfrontatezza per un
futuro non immaginato ma nemmeno temuto. E neanche Andreuccio c’è più. Il
Decameron è un libro chiuso prima della parola fine. Ormai la merda è secca.
XII
[Che poi, non c’è nulla di osceno nella merda, se non il potere che ne inibisce
l’espulsione e muta l’assenza d’immagine in pornografia. La negazione dell’uomo
che non è più uomo perché non può cagare: atto elementare di liberazione. Certo
le circostanze non sono favorevoli, e quando mai? Immagina, mentre leggi, di non
poter cagare. Di guardare il monumento, e dover dire mi piace perché anche io
so.]
XIII
Si potrebbe allora pensare alla ricostruzione a partire da ciò che manca. Dal
senza che è sostanza. Gli oggetti contundenti che lo hanno ucciso come luoghi:
monumenti veri alla verità. Le opinioni degli amici di Pelosi sulla morte: fu
interrogata la cultura che conta, la stampa militante, la procura generale che
chiude. La narrazione fatta dagli eruditi. “Sono difficili i particolari, non la
sostanza” (P.P. Pasolini, L’odore dell’India). Se c’è una alternativa è nei
luoghi, non nelle parole. O, forse, nelle parole sui luoghi, così che l’immagine
mentale si fissi. Pasolini su Roma e dintorni è immagini di luoghi: dal
documentario su Orte e la speculazione che deturpa l’Urbe alla poesia che
Adriana Asti legge nel carcere minorile. Roma: contare i soldi con mani esperte,
affrontare gli altri senza tremare. Roma: Accattone si tuffa nel Tevere, un
battesimo che è rinascita in periferia. Ora possiamo riposare e, almeno fino a
domani, trattenerci dal pensare. Senza tornare all’Idroscalo, a questo punto.
Senza fare. Continuiamo a scrivere – “disponibili, allegri, curiosi come
scimmie, con tutti gli strumenti dell’intelligenza pronti all’uso, voraci,
goderecci e spietati” (ancora Pasolini, L’odore dell’India) – e proviamo a
parlare.
Bibliografia
G. Agamben, Homo sacer, Torino, Einaudi, 2005
G. Agamben, L’ultima mano all’ebbrezza, Pesaro, Portatori d’acqua, 2023
J. Derrida, Lo spergiuro, Roma, Castelvecchi, 2006
J. Derrida, Spettri di Marx. Milano, Raffaello Cortina 1994
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