S e fossi Pier Vittorio Tondelli, oggi, a trentasei anni, sarei morto. Tra le
mie morti preferite quella di Sylvia Plath, che a trent’anni, ad appena un mese
dalla pubblicazione del suo celebre testo La campana di vetro (1963), decide di
infilare la testa nel forno a gas (si dice che non avesse davvero intenzione di
uccidersi, ma che questa fosse un’estrema richiesta d’aiuto), e di Virginia
Woolf, che a cinquantanove anni si riempie le tasche di sassi per gettarsi nel
fiume Ouse, non prima di aver lasciato una delle lettere più dolorose della
letteratura internazionale che comincia con “Dearest, I feel certain that I am
going mad again”. O ancora Aldo Palazzeschi, che muore a quasi novant’anni
nell’orrida Roma per le complicazioni dovute a un ascesso dentario trascurato.
La morte di Pier Vittorio Tondelli però ha un aspetto particolare e assume un
ruolo centrale: il 16 dicembre 1991 lo scrittore di Correggio, a soli trentasei
anni, muore di AIDS. Morire di AIDS nei primi anni Novanta significava, nella
maggior parte dei casi, essere o omosessuali o tossicodipendenti. E,
soprattutto, significava morire in solitudine, circondati da pregiudizio,
sospetto e stigmatizzazione sociale. Tondelli affronta gli ultimi momenti della
sua vita nella sua casa d’infanzia, la stessa in cui aveva scritto Altri
libertini, il suo esordio del 1980 per Feltrinelli. Nei giorni precedenti era
stato ricoverato nel reparto malattie infettive dell’ospedale Santa Maria di
Reggio Emilia, dopo aver smesso di rispondere al telefono di Milano. Il mattino
successivo alla sua morte diversi quotidiani lo ricordano. A modo loro.
Su La Stampa del 17 dicembre 1991, in un pezzo firmato da Nico Orengo, si legge
che Tondelli aveva rinunciato, diversamente da me, “alle notti in discoteca”,
“ai viaggi berlinesi”, “a quella vita generosa e sbandata abbastanza da
permettergli di cogliere il mood di una generazione senza utopie e con poche
certezze”. La ricostruzione giornalistica si intreccia a un’immagine privata e
parziale, che sembra voler restituire un profilo dello scrittore in qualche modo
rassicurante, in contrasto con la sua opera. Nello stesso numero del quotidiano,
un riquadro dal titolo “Vittima dell’AIDS?”, con tanto di punto interrogativo,
mette in discussione la causa reale della morte, aggiungendo un sottotitolo
eloquente: “La madre smentisce”. Marta, figura materna che per consuetudine
incarna protezione e cura, nega infatti l’AIDS, sostenendo che la morte sia
sopraggiunta per un collasso cardio-circolatorio in seguito a una polmonite
bilaterale. È facile immaginare quanto fosse difficile, nelle vie appartate di
Correggio, ammettere una simile realtà, e altrettanto facile comprendere il
bisogno di negare uno stigma così pesante. Ciò che colpisce, tuttavia, è che
questa versione continui ancora oggi a essere oggetto di discussione. Anche
altri quotidiani affrontano la notizia con prudenza e ambiguità. Sul Corriere
della Sera, Fernanda Pivano firma l’articolo “Tondelli, un giovane scrittore
alla scoperta dei giovani”: la parola AIDS non compare mai, sostituita
dall’allusiva formula “la terribile insidia”. Pivano scrive di una scomparsa
prematura, senza nominarne apertamente le cause, e aggiunge che “voleva
ritornare in famiglia”. Un ritorno che, nella lettura di molti tra cui Fulvio
Panzeri e il fratello Giulio significava ravvedimento, un riavvicinamento ai
valori religiosi della sua famiglia cattolica.
> Alla morte di Tondelli la ricostruzione giornalistica si intreccia a
> un’immagine privata e parziale, che sembra voler restituire un profilo dello
> scrittore in qualche modo rassicurante, in contrasto con la sua opera.
Ma è la stessa madre, in passato, ad aver predetto che Altri libertini, con i
suoi contenuti ritenuti scandalosi, avrebbe condotto Pier Vittorio a una fine
violenta, come era accaduto a Pasolini. Repubblica, nella stessa giornata,
pubblica “Breve storia di un libertino” a firma di Paolo Mauri. Qui si legge che
Tondelli è morto “probabilmente di AIDS, come precisa l’Arci-gay”, ma si
sottolinea il riserbo mantenuto dall’ospedale e l’insistenza dei genitori sul
referto medico che attribuiva la morte a una broncopolmonite bilaterale. Anche
su L’Unità, nell’articolo “Quel ragazzo del Settanta” di Ottavio Cecchi, si fa
riferimento alla nota dell’Arci-gay che parla di AIDS come causa presunta del
decesso, subito seguita dalla smentita della famiglia. Solo il collega Stefano
Morselli, nel pezzo accostato, abbandona le cautele lessicali e indica
chiaramente l’AIDS come la malattia che lo aveva colpito da mesi, raccontando i
suoi ripetuti ricoveri a Reggio Emilia e l’uscita dall’ospedale poco prima della
morte.
Se fosse ancora vivo, quest’anno Tondelli avrebbe compiuto settant’anni, insieme
a scrittori come Michele Mari, Francesca Marciano e Giorgio van Straten. La
domanda che resta aperta è cosa avrebbe ancora da raccontare: quale sguardo
rivolgerebbe oggi alle sue opere scritte in un arco così breve, quale rilettura
offrirebbe di Camere separate (1989), ora incluso nei Classici contemporanei
Bompiani, o di Altri libertini, che continua a essere letto e consumato con
passione, baluardo di una generazione scomparsa ma capace di sedurre ancora. Un
classico, scriveva Calvino, è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha
da dire. Ed è forse questa la ragione per cui Tondelli resta vivo: perché i suoi
testi, anche a distanza di decenni, conservano la forza di parlarci come se li
conoscessimo da sempre, mettendoci in contatto con un passato che non smette di
restare presente.
La storia di Thomas e Leo è, innanzitutto, una storia d’amore. Davanti alla
morte della persona amata, tutti sperimentano lo stesso dolore: il senso di
inadeguatezza, la sensazione di non aver fatto o detto abbastanza. Nella loro
relazione si intrecciano due mondi che si attraggono e si respingono, i corpi si
esplorano e si conoscono, cercando di liberarsi dai pregiudizi e dagli schemi
sociali. L’eros appare come esperienza comune, capace di svelare passioni e
dolori, di frantumare e ricomporre l’interiorità. Con Camere separate Tondelli
riflette sulla condizione omosessuale, sull’esistenza di una coppia dello stesso
sesso, sulla possibilità di convivenza e riconoscimento sociale: interrogativi
che restano attuali anche nei primi decenni del nuovo millennio. A differenza di
Altri libertini e Pao Pao qui l’amore omosessuale è raccontato senza
eccentricità. L’eros non è più provocazione ma scoperta reciproca, un tentativo
di sottrarsi ai condizionamenti e di vivere la quotidianità. Una scelta
narrativa che restituisce verità e normalità ai sentimenti.
> Con Camere separate Tondelli riflette sulla condizione omosessuale,
> sull’esistenza di una coppia dello stesso sesso, sulla possibilità di
> convivenza e riconoscimento sociale: interrogativi che restano attuali anche
> nei primi decenni del nuovo millennio.
Nell’epilogo del romanzo il destino di Leo si sovrappone a quello di Thomas:
anche lui morirà dello stesso male, in solitudine. Ma qual è questo male? La
malattia di Thomas resta un’ombra costante, una presenza non detta che amplifica
il senso di precarietà. Camere separate è stato definito l’unico vero “AIDS
novel” italiano, benché la malattia non venga mai nominata. Questa reticenza
riflette il clima degli anni Ottanta, segnati da paura, stigma e silenzio:
alcuni hanno ipotizzato tumori o altre cause per la morte di Thomas, ma il
pudore con cui Tondelli sfiora la malattia sembra suggerire il contrario, perché
infatti omettere una malattia “normale”? Se fosse stato un cancro, perché non
nominarlo? L’ambiguità, più che chiarire, confonde, alimentando il sospetto di
un male innominabile, com’era l’AIDS.
Il decorso narrato della malattia di Thomas corrisponde a quello dell’AIDS: un
giovane che in poco tempo si consuma, i sintomi che compaiono due anni prima
della morte, l’assenza di terapie efficaci. Thomas, a ventitré anni, sembra in
salute ma dopo l’estate il corpo comincia a cedere e in poche settimane il
crollo è completo. Leo assiste impotente: “Thomas sta morendo. A venticinque
anni”. Il romanzo mostra come eros e malattia si intreccino: in una scena Leo
vive un’esperienza erotica mentre pensa a Thomas che muore. Negli anni Ottanta
il legame fra sesso, malattia e morte coincideva con l’AIDS, la strage di
giovani che muoiono a ventisette, trenta, trentadue anni. La biografia
dell’autore si intreccia inevitabilmente con il testo: Tondelli scrive
consapevole di essere sieropositivo, in un doloroso congedo dal mondo. Leo porta
i suoi tratti, i dettagli autobiografici disseminati nel romanzo lo confermano e
la malattia viene raccontata non in modo spettacolare, ma come esperienza
intima, concentrata sul dolore interiore.
> La narrativa di Tondelli sembra abitata da figure che portano su di sé i segni
> della molteplicità e che rifiutano una definizione chiusa e definitiva, con
> particolare intensità in Pao Pao in cui il corpo, nella sua pluralità e nelle
> sue infinite possibilità, diventa uno dei principali protagonisti.
Questioni come la ricerca dell’identità, la scissione dell’io in frammenti
molteplici, l’impossibilità di racchiudere l’esperienza individuale entro un
modello unitario e valido per tutti, attraversano costantemente la scrittura di
Pier Vittorio Tondelli. La sua narrativa sembra abitata da figure che portano su
di sé i segni della molteplicità e che rifiutano una definizione chiusa e
definitiva. Questa condizione si manifesta con particolare intensità in Pao Pao,
il secondo romanzo dell’autore, uscito nel 1982, in cui il corpo, nella sua
pluralità e nelle sue infinite possibilità, diventa uno dei principali
protagonisti. In Tondelli la frattura interiore assume una forma più ampia e
condivisa: i giovani militari, costretti a convivere nello stesso spazio della
caserma, finiscono per rappresentare i molteplici aspetti di una medesima
figura, quasi come fossero le tante facce di un unico individuo in continua
trasformazione. In questo universo, i desideri e gli impulsi non si organizzano
in traiettorie lineari e coerenti, si accavallano, si scontrano e si disperdono
in un flusso instabile che rifiuta definizioni precise.
È una corrente fatta di spinte contraddittorie che non trovano mai un punto
fermo e che, proprio per questo, aprono la possibilità di inventare nuove forme
di relazione e di socialità. L’energia che emerge tenta di prendere le distanze
da un ordine collettivo ormai logoro dando spazio al privato, all’individuale,
al soggetto che si oppone alla norma e alla conformità. La caserma, luogo per
eccellenza della mascolinità istituzionalizzata e disciplinata, viene ribaltata
e descritta da Tondelli come un ambiente multiforme, in cui le storie personali
si intrecciano e si confondono, costruendo un modello alternativo di normalità.
È proprio qui che si forma un nuovo tipo di corpo maschile: non più il corpo
imposto dal paradigma virile dominante, ma una corporeità diversa, plurale,
sfuggente, capace di sottrarsi all’egemonia e di rivelare possibilità inedite.
> Tondelli ci invita a guardare la realtà come un intreccio caleidoscopico, dove
> ogni tentativo di incasellare e definire si infrange nella vitalità di una
> confusione che non è mancanza, ma ricchezza.
Queste figure ibride e difficilmente collocabili possono essere collegate a
quella schiera di personaggi marginali e irregolari che, in Altri libertini,
trovano il loro culmine in una rappresentazione esasperata e spinta fino al
grottesco. Nel suo esordio, infatti, Tondelli porta alla luce l’aspetto più
estremo e deformato dell’essere umano e in particolare dell’essere donna,
mostrando identità che si pongono ai limiti della convenzione. Nel racconto Mimi
e istrioni, al centro non c’è un singolo protagonista, ma la teatralizzazione
stessa dell’esistenza: la vita viene trasformata in un carnevale continuo, in
una mascherata che diventa linguaggio di libertà. Attraverso il gesto
trasgressivo i personaggi scardinano i vincoli imposti, liberano la coscienza e
la esprimono nella sua dimensione più profonda e autentica. La paura e il senso
di reverenza verso l’ordine sociale sono assenti: i protagonisti guardano al
reale con uno sguardo nuovo, capace non di annientare ma di amplificare, di
moltiplicare le possibilità di vita. È il corpo carnevalesco, con la sua forza
dirompente, a incarnare la natura queer, storta, dell’interiorità, portandola
all’esterno e rendendola visibile. Questo corpo, liberato dai legami imposti
dalla società, diventa un punto d’incontro tra il bisogno individuale e
l’aspettativa collettiva. Nella mescolanza di travestimenti, di fisicità
alterate e di interiorità esposte senza pudore, si incrinano non soltanto le
categorie tradizionali di maschile e femminile, ma la stessa idea che possano
esistere confini fissi e rigidi.
Viene spontaneo domandarsi, allora, quale sia oggi il destino della lezione
tondelliana: un insegnamento che negli ultimi anni sembra riemergere con forza,
ma che raramente appare davvero assimilato. La sua capacità di far deflagrare le
identità, di mostrarne la natura molteplice e irriducibile, resta un monito
ancora attuale, mette in crisi le certezze dell’ordine binario e ci invita a
guardare la realtà come un intreccio caleidoscopico, dove ogni tentativo di
incasellare e definire si infrange nella vitalità di una confusione che non è
mancanza, ma ricchezza.
L'articolo Se fossi Pier Vittorio Tondelli proviene da Il Tascabile.