P ensiamo al suono che potrebbe avere una soluzione chimica sovrasatura: un
suono ronzante, uno sciamare amorfo di atomi carichi di potenziale. Poi
interviene una singolarità, un germe cristallino, un glitch, che innesca uno
stato di tensione talmente eccessivo da non essere più sostenibile. Ecco che il
cristallo si crea, una melodia viene inventata per risolvere lo stato
ipertensivo: assistiamo alla nascita della forma, alla morfogenesi, al farsi
della musica. Ma non c’è neanche il tempo per contemplarla che il nastro scorre
a velocità infinita e l’istante dopo ci ritroviamo improvvisamente all’estremo
opposto del ciclo. La melodia ha girato su sé stessa per secoli, forse millenni,
conservando di sé soltanto una morfologia spettrale, una sorta di resistenza
minima allo sbiadimento completo. È quasi impercettibile, ma riusciamo ancora ad
ascoltarla: è ridotta a un osso leggero, piatto, che oscilla lievemente nella
corrente. Sembra sul punto di sciogliersi del tutto, di sbriciolarsi… sono gli
ultimi istanti di un Chupa Chups nella bocca di un bambino in un altro universo…
ecco: si è liquefatto; ronzio.
Si tratta di Shadows lifted from invisible hands, album realizzato dal musicista
e artista statunitense James Hoff nel 2024 e pubblicato dall’etichetta Shelter
Press, sempre impegnata sul fronte più sperimentale delle possibilità espressive
della musica elettronica. Per descrivere l’album in modo meno metaforico
potremmo dire che si muove tra due estremi che non potrebbero essere più
distanti: da un lato il ronzio stridente, quello che sentiamo nelle orecchie
quando ci concentriamo sul silenzio, e che è amplificato nel caso di alcune
malattie dell’apparato uditivo o quando un eccesso sonoro ha impattato i nostri
timpani lasciando un alone di alte frequenze; dall’altro, motivi pop di tracce
famosissime (e bellissime), i cui motivetti si insinuano nella testa, girando su
loro stessi in modo tanto alieno quanto lo è la percezione del ronzio. Tra
queste tracce troviamo “Heart of Glass” di Blondie, “Space Oddity” di David
Bowie, “Perfect day” di Lou Reed e “Into the Groove” di Madonna. Queste canzoni
sono però rese quasi irriconoscibili per come sono state alterate, ri-suonate o
ri-arrangiate e permane soltanto qualcosa della loro figura, una sorta di
propensione pop alla figura.
Ma tra questi due poli James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il
movimento del farsi e disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo
sempre sul punto di cristallizzarsi e poi di smembrarsi. È l’inversione di una
comune esperienza di ascolto e forse anche un’inversione del rapporto con la
conoscenza in generale, che in musica è già stata tentata da illustri
sperimentatori del crepitio come William Basinski, Philip Jeck o The Caretaker:
“Cavalieri del medium”, per riprendere un’espressione usata da Rosalind Krauss
nell’ambito delle arti visive. Ma qui il medium non è solo il supporto
dell’opera, non vediamo tanto i bordi del quadro quanto la matrice stessa dentro
cui sprofonda il contorno distinto. Per mantenere il parallelismo col visivo
potremmo dire che l’ascolto di questa musica è simile a quando guardando un
colore ci si ritrova, con Benjamin, ad “affondare lo sguardo in un occhio
estraneo che lo inghiotte dentro di sé”, sono “colori che vedono sé stessi”, in
un mimetismo con la percezione che arriva a far dire: “se fossi materia, mi
colorerei”.
> James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il movimento del farsi e
> disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo sempre sul punto di
> cristallizzarsi e poi di smembrarsi.
Prendendo sul serio questa inversione musicale della conoscenza potremmo
ritrovarci ad ascoltare qualcosa di simile al mito escatologico raccontato per
bocca di Socrate nel Fedone platonico, ma amputato proprio della sua aspirazione
escatologica alla purezza. Socrate racconta infatti di come la condizione degli
esseri umani sia quella di abitare non sulla terra, bensì nelle sue cavità,
intorno alle quali vivono “come rane o formiche intorno ad uno stagno”. Esiliati
dalla terra vera, luogo puro nell’etere degli astri e del cielo, si trovano a
essere immersi in ciò che dell’etere non è altro che il sedimento vischioso,
ormai degradato in aria, nebbia e acqua e riversatosi nelle cavità della terra.
Ma pare che la loro situazione sia quella di chi, abitando nel mezzo delle
profondità del mare, credesse di abitare invece sulla sua superficie, non
rendendosi conto di vedere il sole e gli altri astri sempre e soltanto
attraverso la densità opaca dell’acqua. Un’acqua che, per effetto della
salsedine, corrode e rovina le pietre e in cui, in generale, non cresce nulla di
buono e niente può essere perfetto. Al massimo ci sono “rocce, arene e immense
distese di melme e pantani”.
Tuttavia Platone, essendo il suo mito escatologico, ammette la possibilità
arrivare all’estremo lembo del mare e… tirarsene fuori. Chi arriva a quel punto
– racconta – e fosse capace “di sostenere una tale visione, conoscerebbe che il
vero cielo, la vera luce e la vera terra sono quelli”. E se invece la verità non
si facesse che sott’acqua e nella corrosione? Che succederebbe se la luce non
fosse altro che quel medium subacqueo, vischioso e opaco attraverso cui e in cui
si manifestano le cose, che corrode e illumina al tempo stesso?
È l’inversione in cui si trova trascinato il cercatore di perle, nella singolare
vicenda raccontata da Georges Didi-Huberman alla fine del suo libro su Aby
Warburg. Proprio questa vicenda può funzionare come immagine vivida del mito
platonico privato dell’escatologia. Ripercorriamola: inizialmente il pescatore
si immerge e, credendo ancora di essere un “detective” del mare, tra i fondali
cerca i suoi tesori come enigmi da risolvere. Un giorno trova una perla, la
porta in superficie e la bandisce come un trofeo. Poi la porta a casa e la mette
in una teca. Compila una scheda che crede definitiva e pensa di aver chiuso con
gli abissi. Molto più tardi, per caso, si accorge di non aver mai davvero
guardato la perla perché ora, contemplandola come in un sogno, la riconosce
immediatamente: “non è altro che l’occhio di suo padre morto, secondo
l’indimenticabile profezia cantata da Ariel, nella Tempesta di Shakespeare:
A cinque teste sott’acqua
Tuo padre giace.
Già corallo
Sono le sue ossa
Ed i suoi occhi
Perle.
Tutto ciò che di lui
Deve perire
Subisce una metamorfosi marina
In qualche cosa
Di ricco e di strano.
Ad ogni ora
Le ninfe del mare
Una campana
Fanno rintoccare”.
Allora il pescatore, preso dall’inquietudine, dalla schisi, dalla ricerca del
tempo perduto non riesce a non rituffarsi. Si immerge in profondità e scopre che
i tesori del mare proliferano, che suo padre gli ha lasciato molte altre
meraviglie oltre a quell’unica perla e tra esse si confondono tutte le perle di
innumerevoli generazioni di antenati, “innumerevoli padri giacciono in
innumerevoli tesori sul fondo del mare”. Ma soprattutto scopre che
> è la materia stessa in cui nuota, è il mare, l’acqua torbida e materna, tutto
> ciò che non è “tesoro” indurito, è lo spazio intermedio tra le cose,
> l’invisibile flusso che passa tra perle e coralli, è proprio questo che, con
> il tempo, ha trasformato gli occhi di suo padre in perle e le sue ossa in
> coralli. È all’intervallo, alla materia del tempo – qui fluente, là stagnante
> – che sono dovute tutte le metamorfosi che fanno di un occhio morto un tesoro
> sopravvivente.
Il desiderio di non tornare più in superficie è forte. È lo stesso spazio
intermedio in cui nuota la musica di James Hoff, quello di una cristallizzazione
dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
capacità corrosiva innesca nuove germinazioni. Come “un cristallo corrisponde
alla struttura fissa lasciata da un individuo che avesse vissuto per un solo
istante” (Gilbert Simondon), così le tracce dell’album di Hoff contengono, come
in miniatura o in un fermo immagine, tutto il movimento della vita di una forma.
Dalla nascita della morfogenesi ci portano direttamente alle forme che giacciono
abbandonate sul fondo del mare, ritornelli resi irriconoscibili e mossi dalla
corrente come ossi di seppia. Ma come escludere in fondo che anche in queste
ossa, prima o poi, potrà innescarsi una nuova metamorfosi?
> La musica di James Hoff nuota nello spazio intermedio di una cristallizzazione
> dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
> inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
> capacità corrosiva innesca nuove germinazioni.
Mi rendo conto di aver fatto una descrizione molto materica di questo album,
tanto da farlo sembrare quasi un’opera di land art, come può essere
l’eccezionale Spiral Jetty di Robert Smithson. Ma prima di incontrare
direttamente Smithson, è forse un altro lavoro di Hoff che può portarci ancora
più in prossimità di un’arte a contatto con il tempo, con i processi e i luoghi.
Si tratta di HOBO HUFO (v. Cernobyl), un lavoro audio/video pubblicato questa
volta dall’etichetta PAN, nel 2019. Il video del lavoro consiste in una versione
modificata di Google Street view, che aleggia tra le rovine della città ucraina
di Pryp”jat’, determinando i suoi movimenti in relazione alla musica. Pryp”jat’
è una città fantasma, abbandonata dopo il disastro nucleare di Černobyl’, che
rientra nella zona di alienazione di trenta chilometri istituita intorno alla
centrale e che dal 2022 è in mano alle forze russe.
HOBO UFO tiene vertiginosamente insieme numerosi strati: c’è il livello
molecolare delle radiazioni radioattive, invisibili ma la cui forza incoercibile
ha portato a dover abbandonare un’intera area urbana; un’azione della natura che
si riappropria di un luogo affettivamente carico, trasformandolo in materiale
indifferente attraverso cui far nuovamente passare la sua azione rimodellatrice;
un software che con simile indifferenza registra immagini nello stesso modo in
cui farebbe con qualunque altro luogo (in cui il capitalismo è quantomeno
riuscito a far arrivare la Google Car o un drone per fotografare la strada); un
suono che tra il glitch, la malinconia e una solennità cosmica sembra far
passare attraverso di sé tutti questi strati, componendo un’epica che va dalle
molecole alle forme di vita umane alla loro autodistruzione.
Robert Smithson, che oggi avrebbe ottantasette anni se non fosse scomparso
prematuramente all’età di trentacinque, è il grande precursore di questo tipo di
gesti artistici, soprattutto per come è riuscito a riflettere sull’esperienza e
a rendere sensibile nella sua opera questa confusione di scale, in cui il fare
umano e una sorta di entropia cosmica riescono a trovarsi condensati, collidendo
e comunicando. Un lavoro rappresentativo del suo atteggiamento e particolarmente
affine a HOBO UFO è il testo The monuments of Passaic, del 1967. Si tratta di
un’“odissea suburbana” che in realtà non è nulla più che il fotoracconto di un
percorso a piedi nella cittadina industriale di Passaic, in provincia di New
York. Tutta l’avventura nasce a partire dallo sguardo rivolto a Passaic: uno
sguardo che cerca e crea attivamente segnali, monumenti e metafore là dove
sembrerebbe non esserci nulla. “Il tempo – scrive Smithson – trasforma le
metafore in cose, e le accumula in stanze fredde, o le colloca nei parchi giochi
celestiali delle periferie”. Passeggiando per Passaic, la realtà di Smithson si
muove in un sottile confine tra rappresentazione e distruzione, mostrandosi come
“un particolare tipo di eliografia”, “una sorta di cartolina auto-distruggentesi
di un mondo di fallita immortalità e oppressiva smania di grandezza”, «a moving
picture that I couldn’t quite picture». La smania umana di in-formare la materia
e produrre segni appare come un piccolo e comico museo di tentativi per
contrastare l’entropia dell’universo.
Ma la sua più grande opera è senza dubbio Spiral Jetty, uno dei maggiori
risultati della land art americana. Si tratta del gigantesco “molo a spirale”,
tracciato nel 1970 con una ruspa sui bordi del grande lago salato nello Utah,
poi inghiottito dall’innalzamento della marea del lago e, infine, riemerso, come
fosse Atlantide, nel 1999. Ma, dal momento che la spirale era composta di terra
e blocchi di basalto neri, durante il periodo dell’immersione si è ricoperta di
cristalli di sale e quando è risorta si è presentata in una nuova forma, fatta
di un bianco immacolato e scintillante. In un abile gioco di mise-en-abyme il
processo di realizzazione dell’opera è stato anche filmato, entrando a far parte
del materiale di un film omonimo che mischia l’opera alla sua documentazione e
al gesto di documentare in generale.
> Come racconta Smithson, Spiral Jetty non è più distinta dal territorio, non si
> stampa su di esso come su una superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con
> esso, ne è cambiata e lo cambia.
Dove comincia Spiral Jetty? Quando comincia? Forse, come un gigantesco rizoma,
“non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, interessere,
intermezzo” (Deleuze e Guattari). Effettivamente, come racconta Smithson,
l’opera non è più distinta dal territorio, non si stampa su di esso come su una
superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con esso, ne è cambiata e lo cambia.
Come in un frattale “ogni cristallo cubico di sale fa eco alla Spiral Jetty nei
termini del reticolo molecolare del cristallo. La crescita in un cristallo
procede intorno un punto di dislocazione come una vite. La Spiral Jetty potrebbe
essere considerata uno strato interno del movimento spiraliforme del reticolo
cristallino, ingrandito trilioni di volte”. Smithson gioca realmente e
materialmente con il processo di cristallizzazione che abbiamo utilizzato
metaforicamente per descrivere il primo album di Hoff: Shadows lifted form
invisible hands e Spiral Jetty risuonano insieme.
Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo sull’opera
si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica meteorologia, in cui
vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro e uno con l’altro,
leggendosi e forzandosi a vicenda. Da un certo punto di vista Spiral Jetty non
esiste, ci sono solo riecheggiamenti e fluttuazioni, “mentre si afferra la
spirale, se ne viene afferrati”: è un gigantesco metabolismo. Mentre filma il
luogo dall’alto Smithson racconta:
> Il suono del motore dell’elicottero è diventato un lamento primordiale
> riecheggiante in inconsistenti visioni aeree. Ero qualcosa di diverso da
> un’ombra in una bolla di plastica fluttuante in un luogo fuori dal mio corpo e
> dalla mia mente? […] Stavo di nuovo scivolando fuori da me stesso,
> dissolvendomi in un inizio unicellulare, cercando di localizzare il nucleo
> alla fine della spirale. Tutto questo sangue in moto ci fa rendere conto di
> soluzioni protoplasmiche, la materia essenziale tra il formato e il non
> formato, masse di cellule fatte prevalentemente di acqua, proteine, lipidi,
> carboidrati e sali inorganici. Ogni goccia che schizzava sopra la Spiral Jetty
> coagulava in un cristallo. L’acqua ondeggiante diffondeva milioni e milioni di
> cristalli sopra il basalto.
Ma, prima di disintegrarci anche noi, fermiamoci un attimo. Cosa resta di tutto
questo? Il sito dell’opera è diventato luogo di migrazione per chi, conquistato
da questo racconto, ha provato a prenderne parte. Lo scrittore Geoff Dyer
ricorda, per esempio, di averlo percepito come “come un luogo abbandonato, ma
non un luogo il cui senso fosse stato abbandonato. Aveva conservato – o generato
– una sua cupa nodalità”.
> Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
> realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo
> sull’opera si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica
> meteorologia, in cui vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro.
La nodalità è il tentativo umano di collocarsi, di darsi un posto nel tempo
naturale, dandogli una forma tramite strategie diverse, come si fa in modo più
burocratico con i calendari o con i musei: un far tempo del tempo. Tuttavia qui
la forma singolare si perde e quello che si esperisce è la sfasatura tra lo
sfondo e la figura, che non sono più annodati in maniera stabile, facendo
trasparire piuttosto l’annodare come tentativo fluttuante. È un’immersione in un
tempo denso, in un unico medium dentro cui si fanno e si disfano le forme
naturali e culturali. Ma le differenze sono effimere, sono velocità diverse di
impressione che catturano un insetto nell’ambra, il suono in un ritornello pop e
un reperto storico in un museo. Velocità e rallentamenti di una stessa
vetrinizzazione del tempo, che Smithson e Hoff ci rendono sensibile. Un ralenti
insieme umano e cosmico, sospeso tra le cose, un solo fenomeno emotivo “né Eros
né Thanatos, ma Vita-Morte, con un solo pensiero, uno stesso gesto” (Barthes).
Se allora non c’è un luogo fuori da questo intreccio che sia al riparo da
radiazioni e spettri, resta la possibilità di sperimentare con i nodi, per
trovarci tramite e attraverso i legami che scopriamo, muovendoci tra cristalli,
ossa e corrosioni.
L'articolo Cristalli, ossa e corrosioni proviene da Il Tascabile.
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“R oma negli anni Sessanta era bellissima” dice Nanni Moretti in Caro diario, ma
quanto lo è stata, forse non lo capiremo mai per davvero, perché troppi sono i
significati che questa città ha saputo generare in quella perenne crasi tra
passato e presente che da sempre la caratterizza. Dire “bellissima” è più che
altro dare evidenza di un’energia incredibile e forse irreale che era in circolo
nel sistema nervoso di una città al tempo elettrica nel suo combattimento tra un
passato fascistissimo, “la città più fascista d’Italia” scrive Goffredo Parise
in L’odore del sangue, e un presente aperto alla contemporaneità come forse mai
più così è stato.
La città del potere nei palazzi dei ministeri e nelle sedi di partito, ma anche
la città del cinema, la Hollywood sul Tevere, la città dei pittori e degli
artisti che proprio in quegli anni si raccolgono attorno ai tavolini del caffè
Rosati in piazza del Popolo, o come meglio dirà Paola Pitagora, almeno
inizialmente, più che altro sugli scalini attorno all’obelisco Flaminio in
attesa che qualcuno, magari un po’ più fortunato e con una vendita ancora in
tasca, potesse offrire agli altri un pasto o un caffè. Quegli artisti provengono
dalle borgate e da un centro storico ancora ammuffito e poco ambito, in cui
resistono proletari e aristocratici in bolletta. Vengono dal Quadraro, vengono
da case in cui il bagno è un lusso se non un sogno. L’arte appare ai loro occhi
così come un caso e poi come una necessità per sentirsi liberi e non imbrigliati
in una società che si sta facendo ricca e che sta iniziando a imporre regole
buone solo per essere trasgredite.
L’Italia del boom economico, che tanto ama definire “miracolo”, è già pronta a
venire a patti con la propria storia elevando la piccola borghesia a status e il
familismo a diritto di Stato. In tutto questo una generazione inizia a
sobbollire e tra loro proprio i pittori che saranno detti “di Piazza del
Popolo”. Mario Schifano, i fratelli Francesco Francesco Lo Savio e Tano Festa e
infine l’inquieto comunista Franco Angeli: sono loro i protagonisti dell’ultimo
romanzo di Andrea Pomella, Vite nell’oro e nel blu (2025). Pomella sceglie le
loro vite, parabole a tratti assurde e spesso tragiche, per raccontare di un
mondo scomparso in cui la cultura dominava la scena pubblica influenzando
atteggiamenti e anticipando mode e comportamenti. L’intuizione viveva nei caffè
come nelle lunghissime notti passate a discutere:
> Non assomigliare alla propria città è forse uno dei drammi minori di
> un’esistenza, ma è pur sempre un dramma. Ha fatto molti sforzi per convincersi
> che Roma fosse il posto giusto per lui. D’altronde sembra esserlo per
> chiunque: arrivano da ogni città e da ogni nazione, arrivano a fiumi nel bel
> paesone che dopo secoli, dalla caduta dell’Impero romano d’occidente, sta
> tornando a essere il centro del mondo. Eppure a Roma, pur essendoci nato, si
> sente a disagio.
L’arte, come la scrittura, viveva di un coraggio fondamentale, quello del fare
come elemento iniziale dell’osare. Tutto il resto sarebbe stato solo una
conseguenza, più o meno sopportabile: i processi, le grane, le discussioni, il
successo e anche il fallimento. Il gesto primordiale era dunque contenuto
totalmente in quel pensare e poi ‒ per davvero ‒ andare oltre. Una rarissima
qualità del gesto che avrebbe portato questi artisti al centro della scena
artistica mondiale. Difficile ridurre esistenze la cui pienezza è altamente
evidente, ma anche al tempo stesso riportare biografie oggi mitizzate (anche
dalla stessa quarta di copertina che non fa un buon servizio al romanzo) a una
tensione diversa, che è quella tipica dell’indagine romanzesca; un’intimità che
diviene per Pomella un passaggio stretto dentro al quale rivelare e ipotizzare,
riportare alla memoria e anche inventare con la spudoratezza che diviene un
sentimento subito mimetico rispetto agli artisti raccontati.
> L’Italia del boom economico è già pronta a venire a patti con la propria
> storia elevando la piccola borghesia a status e il familismo a diritto di
> Stato. In tutto questo una generazione inizia a sobbollire e tra loro proprio
> i pittori che saranno detti “di Piazza del Popolo”.
Pomella evita la facile sequela degli aneddoti che pure vengono accennati qua e
là nel romanzo e che hanno in parte camuffato le vite degli artisti, in
particolare quella di Mario Schifano, genio sfuggente e difficile da inquadrare
e definire nella sua stessa quotidianità fatta di riti ossessivi, ma anche e
soprattutto, forse, di tradimenti improvvisi. La piazza resta dunque il centro,
il punto di partenza attorno al quale far confluire come strade d’accesso le
diverse biografie, che solo lì possono realmente ritrovarsi, intrecciarsi e
restituire un valore diverso da una fatica assurda, da un dolore infinito e da
passioni brucianti come a chiunque dovrebbero sempre spettare.
Perché la lettura che offre Pomella è quella più che altro di un tempo finito e
concluso dentro al quale Mario Schifano, come Franco Angeli in particolare,
furono i soggetti scatenanti di una contraddizione evidente ‒ ma dalla società
borghese italiana sempre negata in nome di una cultura addomesticabile e priva
di ogni forma possibile di conflittualità ‒, che voleva dire anche una
capacità di convivere in maniera mobilissima di più strati sociali, dalla
borgata a casa Agnelli, da Alberto Moravia ai delinquenti di via di Panico. Una
velocità di movimento essenziale dentro alla quale la vita certo non si
conserva, ma si consuma danneggiando, ammaccando e lasciando come superstiti.
Un andamento tipico di un Novecento che si libera della tragedia della Seconda
guerra mondiale, ma non del suo trauma. Essere reduci e superstiti, ovvero
testimoni oculari e spesso complici di un delitto che prima dell’avvento
dell’epoca odierna del vittimismo, era ancora percepito fortemente come il segno
di una colpa difficile, se non impossibile da rimuovere da sé. E forse solo così
si può spiegare ‒ oltre all’infinita noia e tedio contemporaneo ‒ la densità e
la vitalità di chi era pronto a spendere in un giorno tutta la propria vita.
Giorni che Pomella racconta fin nel cuore di notti spesso tremende e violente,
perché figlie di amori travolgenti dentro a cui l’unico vero tradire sarebbe
stato l’omettere.
> Non è possibile distinguere opera e vita, il dire e il fare, così come l’odio
> e l’amore di artisti che divengono inevitabilmente e giustamente nel romanzo
> di Andrea Pomella eroi moderni di un tempo che possiamo solo rimpiangere e
> desiderare.
Recedere e abbandonare il campo non era mai preso in considerazione, perché solo
quel campo, solo quel confronto poteva avere spazio e senso. Il futuro viveva
nell’esatto istante del presente, dentro al quale tutto poteva essere messo a
rischio. Vite nell’oro e nel blu è un romanzo sul ritorno che però non si basa
su un’origine comune, ma su uno spazio di permanenza. Si tratta in fondo sempre
di corpi distinti, spesso ostili tra loro fino al tentato omicidio, ma legati da
un’appartenenza da cui nessuno di loro può sfuggire.
Un punto preciso d’equilibrio dentro al quale riconoscere un’amicizia infinita
come infantile: “io sono infantile”, scrive su una tela Mario Schifano, una
dichiarazione di esistenza che più esatta e potente non poteva essere nella sua
infantilità dichiarata e rappresentata, così leggera, fragile, e comica e
sentimentale al tempo stesso. Non è possibile distinguere opera e vita, il dire
e il fare, così come l’odio e l’amore di artisti che divengono inevitabilmente e
giustamente nel romanzo di Andrea Pomella eroi moderni di un tempo che possiamo
solo rimpiangere e desiderare, ma dentro al quale probabilmente non avremmo
saputo resistere un secondo, troppo deboli e troppo figli della piccola
borghesia diffusa che sarà.
L'articolo Vite nell’oro e nel blu di Andrea Pomella proviene da Il Tascabile.
A Berlino presso la SomoS Art Gallery dal 12 al 19 ottobre 2024 è visibile la
mostra di arte digitale Casting a Spell in Computational Regimes: Ritual
Practices for a Trans-Feminist Counter-Apocalypse. Tra le opere in mostra ci
sarà l'installazione HEXE> Open Sorcery Poetry di identity_runners.
Un'avvincente indagine sulla resistenza trans-femminista per scoprire come i
rituali contemporanei possano offrire una contro-narrazione alle crisi della
nostra epoca.
identity_runners (Agnese Trocchi, Diane Ludin, Francesca da Rimini) partecipa
con l'installazione HEXE> Open Sorcery Poetry, un esperimento di poesia
collaborativa sul pad.
Casting a Spell in Computational Regimes: Ritual Practices for a Trans-Feminist
Counter-Apocalypse è curata da Arianna Forte in collaborazione con SomoS.
Per saperne di più e scoprire il programma qui:
https://somos-arts.org/casting-a-spell/