In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una
combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una
faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un
pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota
una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del
petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.
Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa
precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno
spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo
immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti
– sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si
aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un
domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade
della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica
saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali,
nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.
Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni
con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande
carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come
studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni
componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison,
rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista
universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets.
Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei
contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti,
svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese
propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di
colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte,
sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le
inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor
prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e
potente.
*
L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane
è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più
spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia
all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di
misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare
nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta
poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso
alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per
impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario,
poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.
Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione
vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il
luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una
tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono
versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti.
*
In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni
attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in
amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie
emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche
secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in
cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella
guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del
senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso
tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla
piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal
sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la
sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del
cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri
recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso
dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John
Keats e la Bibbia.
In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del
genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di
poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba.
Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della
solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una
rarefatta e sognante malinconia.
C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato.
Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole
contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della
storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa
a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore.
Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha
davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha
incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del
deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca.
Lorenzo Giacinto
***
Consigli per un viaggio
Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire
in cerca del paese dove sembra che la gioia
sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare
la favolosa montagna dorata della nostra pace.
Amici miei, privi di arte e bussola,
siamo troppo giovani per fare gli esploratori,
né abbiamo la ferrea certezza che guidava
i nostri padri verso il Nord del proprio compimento.
Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case,
resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire
questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa
nei ventosi affamati campi dello sconforto.
Non guardate mai indietro, né troppo oltre
il bianco Everest del vostro desiderio;
la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete
le esili vette dove transitano solo le nuvole.
Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali
vivono come riflessi e i loro volti gelati
vi daranno il coraggio di ignorare il sottile
sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo.
Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati.
Affrontate la roccia; andate, uscite
nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura
del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure.
Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno;
spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti.
Forse, troverete il sogno oltre la collina –
mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata.
*
Il giardiniere
Se tu venissi in un giorno
come questo, tra le linee rosa e gialle
dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante.
I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca.
Oh vieni, questo è il tuo giorno.
Se tu posassi la tua mano, foglia venata,
sulla mia mano squadrata, io accarezzerei
la sua forma, e questo mi basterebbe.
Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa.
Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia.
Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari
che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore?
Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –
e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo.
Oh, è terribile sognare gli angeli.
*
Il lamento di Didone per Enea
Lui non ha mai amato il furore del sole
né i mari limpidi.
È venuto con armi da eroe e occhi da torello,
temendo nulla se non i suoi dèi petulanti.
Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo
né ha riposato con agio in letti scolpiti.
Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende.
La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi,
non certo così sottile come le fiamme avvolgenti.
Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi
che abitavano le mie porte.
*
Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke)
Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora
mi feriscono e allontanano la mia pace.
Solo io. Eppure quale strana potenza
abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno?
Senza casa e senza amata vivo
in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro:
mi dono interamente, e in questo abbandono
io possiedo il mondo.
*
Poeta di guerra
Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato
i propri occhi irti di spine.
Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato
una freccia nella mano.
Sono il costruttore le cui solide mura circondano
una terra che scivola via.
Quando mi ammalo o impazzisco
non deridetemi né incatenatemi:
quando protendo le mani verso il vento
non gettatemi a terra:
anche se il mio volto è un libro bruciato
e una città devastata.
*
Sonetto per Lady Elizabeth Hastings
Non avrei mai pensato, mia cara,
che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla:
tu che vivevi sempre in mezzo alle favole
e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito.
Deve essere più difficile – molto più difficile –
per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere:
prego che i morti cinguettanti volteggino innocui,
salvandoti dall’umido contagio della tristezza.
È duro per me, tuo devoto allievo,
non poter più confrontare splendore vivente
con il tuo volto ormai avvolto nel sudario:
non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto
per ritrovarti nel luogo del ballo.
Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti
l’espressione della tua grazia ribelle.
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in
azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942
L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene
da Pangea.
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Quando scrive Lapislazzuli – siamo nel 1936 – William B. Yeats avverte forse già
l’approssimarsi della fine. La poesia, tra le più alte mai composte dal bardo
irlandese, è un mirabile esempio di ecfrasi in versi. È dedicata all’amico Harry
Clifton, che gli aveva donato un cammeo di lapislazzuli di ispirazione
orientale. Nelle ultime due lasse, tre pellegrini cinesi attraversano terre
remote e valichi innevati. Sono in cammino verso una meta misteriosa, che
concederà loro una tregua dagli affanni del viaggio. Sospesi tra montagne e
fiumi – come nelle pitture classiche di Wu Daozi – le tre enigmatiche figure
giungono infine alla lora provvisoria destinazione, dove rami di susino e di
ciliegio conferiscono all’atmosfera un tono di calda, soffusa intimità. Nel
“piccolo rifugio”, i tre contemplano il maestoso paesaggio che si apre dinanzi a
loro. Avvolti da una coltre di acuta malinconia, chiedono che siano eseguite
struggenti melodie. I volti sono solcati da profonde rughe; e tuttavia, dai loro
occhi rimasti invulnerabili alle apocalissi della vita, balugina una luce di
splendente letizia.
*
Il gusto della ricerca biografica ci autorizza a evocare le coincidenze. W.B.
Yeats muore nel 1939 in Francia. In quello stesso anno, Auden finisce di
scrivere Another Time, una delle raccolte poetiche più belle e significative del
Novecento. La notizia della scomparsa di Yeats raggiunge Auden durante il suo
soggiorno a New York. Di getto, il poeta inglese scrive quella dolente elegia
che è In memoria di W.B. Yeats. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, in un
piovoso giorno di primavera irlandese, nasce nello stesso fatidico anno Seamus
Heaney. Yeats si spegne alla vigilia della guerra: la sua morte, secondo Auden,
è un cupo presagio della strage che incombe. Il poeta inglese si rivela presto,
suo malgrado, buon profeta.
*
Nella notte del pensiero e degli allarmi aerei, vale come unico argine possibile
il poeta-palombaro: colui che sprofonda per raggiungere il cuore del male, fino
a neutralizzarlo e a redimerci dalla condanna della pena. Ci salva il verso, non
la bellezza: il verso che è coscienza ed espressione del dolore. Il dettato
poetico trasfigura la miseria in canto, apre vie d’uscita all’uomo prigioniero
dei suoi giorni, trasforma la terra devastata in vigna. Ecco la poesia che
sopravvive attraverso
> “un modo di accadere, una bocca”
*
Quanto equivale a dire che scrivere versi è assoggettarsi a una forma d’amore.
Lo spiega in modo folgorante Brodskij nella sua indimenticabile elegia in
prosa Per compiacere un’ombra, altissimo omaggio al suo amato poeta inglese.
L’incontro decisivo con Auden avviene mentre Brodskij sconta una condanna in uno
sperduto villaggio ai confini del Circolo Polare Artico. In quel luogo così
refrattario all’umano, dominato da paludi e cupe foreste, Brodskij riesce
fortunosamente a farsi spedire un’antologia in inglese. Per puro caso, il libro
si apre con una poesia di Auden – In memoria di W.B. Yeats. La lettura di
quell’elegia è, per il giovane russo, decisiva. Nel dettato lirico del poeta
inglese, si compie il miracolo del tempo piegato e asservito al linguaggio. Come
a dire: i versi sono come raffiche di vento che soffiano sui bastoncini dello
Shanghai – “il tempo:
> “Time worships language”
Nella poesia di Auden, si passa senza soluzione di continuità da versi che, da
orizzontali, diventano incredibilmente verticali, viaggiando dalla metafisica al
motto di spirito, dalla filastrocca alla scintilla lirica. Al di sopra di tutto,
al di là della voce inconfondibile di Auden, affiora l’immagine riflessa del suo
viso: le indimenticabili rughe della vecchiaia, le proporzioni un po’ sgraziate
del naso e delle orecchie – che ne avrebbero fatto un perfetto candidato per un
film di David Lynch –, l’amorevole saggezza ironica degli occhi che sembrano
perdonare le storture del mondo.
*
Un uomo – dice Brodskij – è la somma di ciò che legge. In parole più semplici:
si è trasformati da quello che si ama. In quel villaggio artico assente anche
dalle mappe geografiche, ciò che colpisce Brodskij, ciò che s’impone alla sua
immaginazione, è
> “amore dilatato e accelerato dal linguaggio, dalla necessità di esprimerlo”.
Il che conduce a un’altra rivelazione: i sentimenti di uno scrittore o di un
poeta si subordinano inevitabilmente alla lineare e incontenibile progressione
dell’arte. Certo, Auden aveva conosciuto la sofferenza sotto varie forme:
delusioni amorose, la coscienza di una sessualità tormentata, l’autoesilio
imposto per sfuggire all’opprimente establishment letterario britannico, la
disillusione politica. Eppure, i suoi versi sprigionano sempre amore, un amore
immemore, come la lingua inglese, del genere maschile e femminile. Forse, più
che di amore, sarebbe più giusto dire che la poesia di Auden è un acceleratore
formidabile di tenerezza, di umana morbida dolcezza.
*
Con un balzo nel tempo e nello spazio, passiamo il testimone a un altro grande
poeta irlandese: Seamus Heaney. Audenesque, una delle sue ultime poesie, è
dedicata all’amico russo da poco scomparso, Iosif Brodskij. Esiste un omaggio
più commovente, per un poeta, che accostare l’amico scomparso agli autori più
amati in vita? Perché, come i bambini che uniscono i puntini nei giochi
enigmistici, se tracciamo una linea immaginaria tra i versi che abbiamo più
amato, alla fine l’immagine che ne affiora è la nostra: riflessa, come
nell’ovale di uno specchio. Non è difficile, allora, confondere i ricordi di una
conversazione su un treno lanciato nella tundra finlandese con i versi di Auden,
e prima ancora con quelli di Yeats. Non è difficile ritrovarsi, nel freddo di un
aeroporto di Dublino, a pensare a tutti i versi scritti – e a quelli soltanto
sognati, che qualcun altro, forse, ha scritto al posto nostro. Anche nella
regione della morte, tuttavia, la poesia può accendere scintille di futuro.
*
Yeats. Auden. Brodskij. Heaney. Cosa unisce questi quattro grandi poeti? Quanto,
nel loro dettato, è riflesso e ombra dell’amore che li legava ad altri
maestri? La poesia è anche cavalleresca espressione di amicizia, segno di
profonda dedizione verso una “famiglia mentale”, per citare ancora una volta la
magnifica intuizione di Brodskij. Viene in mente il sonetto forse più bello mai
scritto sull’amicizia poetica: Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, di Dante
Alighieri. Quale filo li lega? Forse il senso di una vocazione maturata tra i
rovesci della storia; la costante, sofferta oscillazione tra isolamento e
rielaborazione degli eventi sullo sfondo? Soprattutto, il tentativo di superare
l’autoreferenzialità attraverso l’incontro con altre vite – di spezzare il
cerchio della solitudine aprendo la porta al vento della generosità e
dell’altruismo. Ecco perché i viaggiatori cinesi della poesia di Yeats sembrano
sostare, come i nostri poeti alla fine di un lungo viaggio, presso la fonte
stessa della loro ispirazione.
*
In una poesia di Auden, una delle più belle, si dice che da qualche parte viva
un bambino atterrito e pieno d’immaginazione. Lui sa, contro tutto e tutti, di
essere il futuro; e comprende che solo i docili avranno in eredità la
terra. Quel bambino non attira l’attenzione, né è particolarmente fortunato. Nel
tumulto del mondo, tra leggi disumane e regole ingiuste, il suo pianto sale
verso la vita del poeta – e la nostra – come una vocazione.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Solo i docili avranno la terra in eredità”. Riflessioni su Yeats,
Auden, Brodskij e Heaney proviene da Pangea.
Non sono molte le fotografie in cui Joyce guarda dritto di fronte a sé. Quasi
sempre si offre di profilo, in una posa a tre quarti che ricorda i ritratti
rinascimentali. Lo sguardo vaga verso misteriose zone del pensiero. Ne nasce
l’impressione di trovarsi davanti a un predone del futuro, un contrabbandiere
d’infinito. Chi osserva ne riceve una scossa segreta. Joyce è un campione
d’eleganza: veste sempre in modo impeccabile, con cravatte raffinate sulle
camicie inamidate, talvolta un papillon più svolazzante, la bombetta calata sul
capo da cui, con timidezza combattuta, spuntano orecchie appena a sventola.
Non fosse per la sua graduale cecità – negli ultimi anni era costretto a
indossare una benda nera sull’occhio sinistro, da pirata – nel mio bestiario
affettivo di scrittori e poeti Joyce sarebbe un falco. Come un rapace, irrompe
nel cielo squarciando il velo del presente, lanciato in una forsennata ricerca
del futuro. Meglio allora accostarlo a un rapace notturno, un barbagianni capace
di volteggiare silenziosamente nelle tenebre. Nell’antichità gli àuguri
scrutavano gli uccelli per cogliervi presagi divini: il futuro si rivelava
attraverso la direzione e la provenienza del volo. Allo stesso modo, leggere
Joyce è presagio di futuro: lo schiudersi delle infinite possibilità del reale
nell’orizzonte della vita.
D’altronde, in un passo magnifico del suo Ritratto, libro-amuleto da tenere
sempre in tasca contro le trappole della maturità, Joyce affida a Dedalus queste
parole:
> “…e per secoli gli uomini hanno guardato in alto come lui ora guardava gli
> uccelli in volo. Il porticato sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio
> antico e il bastone al quale si appoggiava stancamente gli ricordava quello
> ricurvo di un augure.”
Poche pagine prima di questa epifania, dall’avamposto di Howth, Dedalus
contempla la spuma proteiforme delle nuvole che solcano il mutevole cielo
irlandese. Sono in viaggio verso il Continente, verso quell’Europa misteriosa
fatta di idiomi stranieri, valli e cittadelle cinte di boschi, da cui sembra
levarsi una musica confusa, prefigurazione dell’esilio di Joyce. Da qui inizia
una delle più grandi e radicali avventure creative dei nostri tempi, che non ha
ancora esaurito – e forse non esaurirà mai – la sua dirompente carica
rivoluzionaria.
Grandi, anche grandissimi scrittori, una volta letti danno l’impressione di aver
detto fino in fondo ciò che avevano da dire. Con Joyce, questo non accade: la
partita resta sempre aperta. Negli anni Venti del Novecento, Arthur Power, un
altro dublinese trapiantato in Francia, lo incontra per caso al Bal Bullier di
Parigi. Nasce così un rapporto d’amicizia destinato a durare oltre un
decennio. Power ne ha lasciato testimonianza in Conversations with Joyce,
apparso nel 1974 e oggi introvabile in italiano. In un passaggio del libro,
parlando di John Donne e degli elisabettiani, Joyce finisce in realtà per
tracciare uno dei ritratti più luminosi di sé stesso e della propria poetica.
> “Con Donne si entra in un labirinto di pensiero e sentimento. Ogni sua poesia
> è un’avventura nella quale non sai dove andrai a finire, che è esattamente
> quello che dovrebbe essere un’opera d’arte. Quando vivi non sai dove ti
> condurrà esattamente un’esperienza, e così con la letteratura. È proprio
> questo che la rende così folgorante”.
Si è detto che il Dedalus è la testimonianza di una precoce formazione
intellettuale. Senza dubbio, ma c’è molto di più. Forse, solo nelle pagine
conclusive de Il dono di Nabokov, si avverte con uguale intensità l’emozione di
un’energia creativa pienamente cosciente di sé stessa, pronta a spiccare il volo
verso un orizzonte sconfinato. Da quelle scogliere di Howth, che in primavera si
ricoprono di fiori di campo, si leva il grido interiore di un giovane che vuole
essere il primo artista sulla terra. Attraverso “silenzio, esilio e astuzia”, un
ragazzo di neanche vent’anni diventerà il più grande demiurgo della parola.
Tra i lungosenna di Parigi, le piazze triestine percorse dalla Bora e i vicoli
dell’incompresa Roma si compirà una memorabile parabola esistenziale e
letteraria, alla fine della quale la paura dell’ignoto si trasformerà nella
tavoletta su cui Thoth, il dio degli artisti, scrive con una canna di palude,
reggendo sulla stretta testa di ibis la luna falcata. L’etimologia della parola
“avventura”, d’altronde, ci insegna che lo spostamento nello spazio coincide
anche con quello nel tempo.
E nella curva di un’emozione – come l’ha definita Franca Cavagnoli – trova
spazio anche l’amore. Alla fine del quarto capitolo del Ritratto, l’apparizione
di una ragazza sola e immobile nell’acqua suscita in Dedalus una vera epifania,
decisiva per la coscienza della sua vocazione. Il giovane scrive versi, versi
d’amore. Rievoca un colloquio sommesso con Emma a bordo di un tram, nella notte
limpida e ricca di promesse. I capelli della ragazza profumano di pioggia. Il
suo corpo emana un odore selvatico e languido, distilla afrori e rugiada.
In Stephen Hero, altra incantevole primizia joyciana, la lettura della Vita
Nuova di Dante suggerisce al protagonista di comporre una raccolta di versi
d’amore. Non c’è posto per l’avarizia del cuore: in amore – dice Daedalus – si
deve dare tutto. La creazione si fonde con la biografia. Il primo libro di Joyce
appare nel 1907 – Music Chamber –, una raccolta di trentasei poesie di
ispirazione amorosa. “Go seek her out all courteously”, recita il primo verso di
una lirica che ricorda la fiera e appassionata ritrosia di Guido Cavalcanti.
Un 6 aprile di inizio Novecento, nel suo diario esplosivo, Dedalus-Joyce scrive:
> “Desidero stringere tra le braccia la grazia che non è ancora venuta al mondo”
Parole che potrebbero stare a epigrafe dell’intera opera joyciana. Esiste una
definizione più esatta della giovinezza, o un antidoto migliore alla senescenza
interiore?
Joyce ci salva, come ha scritto Borges nella chiusa della bellissima Invocazione
a Joyce.
> “Io sono gli altri. Tutti coloro
> Che il tuo ostinato rigore ha riscattato
> Sono coloro che non conosci e salvi.”
Proviamo allora a misurare insieme al grande argentino la vastità dell’opera
joyciana: la dispersione e l’esilio nel mondo, il battesimo delle parole – di
ogni parola – per riscrivere la Genesi verbale del creato, cercare l’ispirazione
nei declivi e nelle feritoie della vita, rigenerare le consuetudini dell’uomo
affinché dall’umile esercizio del quotidiano affiorino frammenti di meraviglia.
Soprattutto, riscaldarci al fuoco ardente della sua fede, trattenere almeno un
poco l’oro della sua ombra e gli attimi sparuti di felicità, addestrarci a
inseguire la fiera biforme o la rosa nei dedali della memoria e delle città,
aggrapparci ai nostri talismani esercitando l’arte del coraggio.
Un altro grande irlandese, Seamus Heaney, nel dodicesimo frammento di Station
Island, si lascia visitare dal fantasma di Joyce. L’incontro avviene in un
paesaggio di impronta dantesca: non a caso l’autore di Ulisse assume quasi le
sembianze di Virgilio, diventando a sua volta “duca, signore e maestro”. Joyce
raggiunge una statura shakespeariana: la sua voce, dal timbro liquido, sembra
racchiudere in sé le vocali di tutti i fiumi. Avanza con passo solenne, tastando
il terreno con il bastone di frassino. Poi prende a parlare, e dalle pagine di
Heaney ci raggiungono versi memorabili:
> “Il tuo dovere
> non viene assolto da nessun rito comune.
> Quello che fai lo devi fare da solo.
> L’essenziale è scrivere
> per la gioia di farlo. Coltiva la brama del lavoro
> che immagina il suo porto come le tue mani di notte
> sognano il sole nella macchia solare di un seno.
> Ora tu sei digiuno, stordito, pericoloso.
> Parti da qui. E non esser così zelante,
> così pronto al saio e alle ceneri.
> Lasciati andare, buttati, dimentica.
> Hai ascoltato abbastanza. Ora suona la tua nota”.
Poco importa che Joyce appaia illuminato dalla sensibilità di un grande poeta.
Ciò che resta è l’esuberanza, la gioia, la fiera gagliardia. Sposare
l’ispirazione al fuoco che arde nel petto e tra le mani. Scrivere come si ama:
percorrere il corpo di una donna come le strade del mondo. Assecondare il
vortice, le maree, la corrente che travolge. Dare voce a “scandagli sonori,
esplorazioni, sonde, allettamenti, luccichi d’anguilla nel buio del mare
aperto”. Scalpare il già detto, smettere una volta per tutte di rimestare fuochi
spenti, rimasticare vecchi mugugni. Quando Joyce si allontana, un attimo dopo
aver pronunciato quelle parole, il cielo si squarcia in un biblico nubifragio.
Il giorno dopo, l’alba si leva su un mondo nuovo.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Lasciati andare, buttati, dimentica”. Per un omaggio a James Joyce
proviene da Pangea.
La letteratura è come un maestoso iceberg sospinto senza posa nelle acque
polari. Nella parte emersa si mostra la storia “diurna” della letteratura,
quella che trova posto nelle biblioteche, nei manuali didattici e nelle
antologie. Negli abissi gelidi e cupi dimora invece il suo gemello “notturno” –
un’Atlantide sommersa di pagine e pagine destinate a un pugno di esploratori
estremi. L’astronomia ci presta l’immagine del satellite naturale che gravita
attorno al suo astro di riferimento e gli conferisce caratteristiche speciali:
moti, rivoluzioni e maree. Trasferendoci sul piano della letteratura, potremmo
dire che Memorie di Adriano è il pianeta e i Taccuini di appunti la sua luna
privata.
Carnets de notes: meno di quindici pagine, dense e tuttavia aeree, che si
leggono alla fine del libro e che vi gettano una luce laterale, descrivendo
l’arco interiore di una gestazione e di un corpo a corpo con l’opera durato un
trentennio.
Come nasce la prima immagine di un libro nella mente di uno scrittore? Che ruolo
giocano le arti visive nel caleidoscopio multiforme che romanticamente definiamo
ispirazione? E in che modo un libro, legandosi indissolubilmente alla biografia
e alle sue vicende, diventa talmente rilevante per un poeta da trasformarsi in
destino? A queste e tante altre domande cercano di rispondere i Carnets de
notes, tra annotazioni, lampi e memorie di una vita intera.
Un paesaggio in particolare può diventare letteratura – topografia mitica
dell’immaginazione. A soli 21 anni, nel 1924, Marguerite Yourcenar visita per la
prima volta Villa Adriana, a Tivoli, con l’amato padre Michel. L’impatto emotivo
e intellettuale del luogo lascia in lei una traccia profonda. È qui, tra i
filari di cipressi ormai scomparsi e il frinire millenario e solare delle
cicale, che nasce il primo nucleo immaginativo del suo capolavoro. Primo vagito
che sarà suggellato, verso il 1927, dalla lettura appassionata della monumentale
corrispondenza di Flaubert. Vi trova e vi sottolinea una frase indimenticabile:
> «Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco
> Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo».
La Yourcenar avrebbe dedicato gran parte della sua vita a cercare di descrivere
quest’uomo.
È sorte di molti poeti e scrittori misurare concretamente la propria
inadeguatezza di fronte al compito che ci si era posti. Gli esiti di tale
spietata e lucida consapevolezza sono molteplici: la fuga verso il silenzio, il
revolver o le fiamme dove i manoscritti diventano cenere. Nel 1929, Yourcenar
brucia senza molte esitazioni la prima stesura di Memorie di Adriano.
Da quel fatidico anno, la vita le impone appuntamenti significativi: con
l’amore, la cui disillusione detta le prose liriche di Feux; con la storia, che
già mostra i segnali premonitori della sciagura imminente; infine con la
geografia privata, in virtù della quale la scrittrice lascia l’Europa per vivere
negli Stati Uniti, insieme alla fedele compagna Grace Frick. È qui, nel silenzio
ovattato di un’isoletta americana che si erge come avamposto atlantico, che
Marguerite vivrà fino alla morte, senza mai rinunciare peraltro ai tanti viaggi.
La quiete marina di Petite Plaisance è la cornice ideale in cui i ricordi della
donna riaffiorano dalla sfera del vissuto per trasformarsi in letteratura. Si
ridestano le memorie degli anni europei, gli incontri emblematici e le letture
importanti: le mattine trascorse a Villa Adriana, il brulichio del quartiere
Plaka di Atene, l’inquieto vagare sulle acque dell’Egeo e sulle strade dell’Asia
Minore.
> «Per riuscire a utilizzare questi ricordi, che sono i miei, essi hanno dovuto
> allontanarsi da me quanto il II secolo».
Come dire: quanto di noi e dei giorni vissuti altrove rimane nel nostro percorso
all’interno del Labirinto, dove, come un Minotauro assassino e liberatore, ci
attende l’opera compiuta?
Per tre decenni vaga la Yourcenar tra piani temporali e spaziali sciolti dal
presente e ricomposti solo nelle frontiere notturne del sogno. Nel 1949, un
plico di documenti lasciato in Svizzera prima della guerra e di cui si era persa
traccia, raggiunge Mount Desert Island. Il paragone con un messaggio nella
bottiglia gettata in mare non è del tutto improprio. Da quella scatola di
cartone si risvegliano antichi progetti, immagini che sembravano perdute
accarezzano di nuovo la sensibilità di Marguerite. Ogni scrittore che si
rispetti, d’altronde, fa i conti con le sue Erinni private che non gli perdonano
l’incompiuto. Nel tumulto dei gesti e della storia, i frammenti di un libro
sempre vagheggiato erano sopravvissuti in qualche modo alle migrazioni, alle
guerre e ai falò, per giungere infine nelle mani di una donna intenta a
riordinare la galleria di vivi e di morti nella sua esistenza.
I manoscritti non bruciano – si legge nello straordinario Il Maestro e
Margherita di Bulgakov. Dovremmo dire meglio: non bruciano completamente. A
Marguerite Yourcenar basta leggere la celebre formula iniziale «Mon cher
Marc»: il libro che si era portata sempre dentro andava finalmente scritto e
salvato dalle fiamme.
È possibile praticare un’archeologia dell’interiorità? Rinvenire in sé, scavando
tra le stratificazioni del passato, le testimonianze di quello che si era?
Ritrovare nel presente la scia delle intuizioni di un tempo? Nel tentativo di
entrare nell’intimità di un altro uomo, per giunta vissuto due millenni prima,
la Yourcenar deve colmare, prima di tutto, la distanza che la separa da sé
stessa. D’altronde, la vita di ognuno di noi non è che somma di sottrazioni –
così come un libro, fissato ormai nella sua forma ultima e definitiva, è l’esito
di una scelta in virtù della quale le lacune, le reticenze e le omissioni
costellano le pagine come i crateri le superfici di un pianeta.
> «Ripetersi senza tregua che tutto quello che racconto qui è falsato da quello
> che non racconto; queste note non circondano che una lacuna. Non vi si parla
> di ciò che facevo in quegli anni difficili, dei pensieri, i lavori, le
> angosce, le gioie, né dell’immensa ripercussione degli avvenimenti esteriori e
> della perenne prova di sé alla pietra di paragone dei fatti. Passo altresì
> sotto silenzio le esperienze della malattia e altre più segrete che queste
> portano con sé; e la perpetua presenza o ricerca dell’amore».
Ciò che rincuora Marguerite, nella notte della sua vita e della storia, è
l’immediata e plastica bellezza delle arti visive: l’obbedienza del marmo alla
mano, la linea chiara e precisa del disegno, il dettaglio che vivifica la
materia. Nel 1941, mentre si trova a New York con Grace, la scrittrice scopre
per caso in un negozio di arte quattro stampe di Piranesi. Una di esse raffigura
una veduta di Villa Adriana e lo splendido Canopo: l’architettura evocata
dall’artista sembra descrivere quella inquieta di un mondo interiore. Nelle sale
di un museo nel Connecticut, una tela di ambiente romano del Canaletto e
l’immagine del Pantheon con un cielo al tramonto, suscitano in Marguerite una
sensazione di calda serenità. Ma sono soprattutto le raffigurazioni di Antinoo a
provocare nella scrittrice una sorta di identificazione emozionale con
l’imperatore: un bassorilievo a firma di Antoniano di Afrodisia e un’illustre
sardonica dello stesso autore. Questi due pregevoli ritratti testimoniano che il
marmo e il minerale hanno resistito per secoli alla follia degli uomini,
obbedendo alla loro vocazione di amore e candore.
Si può davvero affermare che Memorie di Adriano sia il resoconto fedele di un
uomo e di un’epoca intera che ne fu testimone? Nabokov sosteneva che tutti i più
grandi libri – e questo vi figura a pieno titolo – non sono altro che
meravigliose fiabe. C’è qualcosa di irrevocabile che colpisce il lettore
dei Carnets: il senso che Memorie di Adriano sia nato non tanto da un atto
creativo, ma dall’obbedienza a un destino avvertito come ineludibile.
Dopo aver terminato il libro, Marguerite Yourcenar ritorna a Villa Adriana. Da
quella mattina del 1924 sono passati più o meno quarant’anni. Adempiuto un
destino, sfamata la tigre che le ruggiva in petto, è tempo di volgersi altrove.
> «Ma non sento più la presenza immediata di quegli esseri, l’attualità di quei
> fatti; mi restano vicini ma ormai sono superati, né più né meno come i ricordi
> della mia esistenza. I nostri rapporti con gli altri non hanno che una durata;
> quando si è ottenuta la soddisfazione, si è appresa la lezione, reso il
> servigio, compiuta l’opera, cessano; quel che ero capace di dire è stato
> detto; quello che potevo apprendere è stato appreso.
>
> Occupiamoci ora di altri lavori».
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Quando gli dèi non c’erano più”. Marguerite Yourcenar o per
un’archeologia dell’interiorità proviene da Pangea.
Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera:
corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino
nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei
tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito.
Ci avviciniamo dall’alto, disegnando dolci traiettorie. Avvistiamo i bastioni
del Vaticano, San Pietro. Ecco le maestose forme, corolle di bianco marmo, fregi
e lesene di ionica nostalgia – mettiamo a fuoco lo sguardo verso l’oro inseguito
da Giasone.
Eccesso di idealismo? Forse. Come a dire: da una sponda dell’Egeo alla costa
tirrenica, presidiamo l’arco interiore della distanza con la fedeltà senescente
di Argo, innalzando iliache fortezze d’amore e fari di luminosa verità.
Da due lustri ormai riecheggia la marea dell’Egeo, non lontano dalla città di
Smirne. Quella notte è ormai istoriata nelle pareti del sogno. Lo pensava Saffo,
lo ha scritto Elitis:
> “nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia.”
E la luna era un astro più vivido che mai, come gli occhi luminosi della
circassa descritta da Kavafis. Con solide reti da pesca andavamo a caccia di
coralli, tenendo chiusa in petto quella voce che si sarebbe riversata, calda e
dolce come mosto, in puri esametri greci.
La strada per Efeso si snodava attraverso dorati campi di ulivi. Un tempo – dove
ora il muschio ricopre gli angoli sbreccati dei capitelli – si respirava
salsedine. Ho sempre creduto che la felicità occupi, nello spettro cromatico
dell’anima, il posto dell’ocra e dell’azzurro, sigillati uno dentro l’altro come
verso la linea dell’orizzonte. È qui, mi dico, che il grande solitario lanciava
i suoi frammenti. Sì, scagliati come piccole meteore infuocate. Per questo,
leggendo Eraclito, si accendono ancora piccoli falò ai bordi delle pagine e
sotto l’epidermide.
Sul lungomare di Smirne, nel viavai dei traghetti e tra i richiami alla
preghiera, pensavo all’Asia Minore, ad Efeso e Antiochia – all’oro
dell’Ellenismo –: è da qui, e non dall’Acropoli di Atene, che nasce l’umanesimo
di Kavafis, come suggerisce Marguerite Yourcenar nella sua splendida
presentazione critica del poeta. In quel momento, come dalle vigne e dai
frutteti pieni di agrumi di Archiloco, ho cercato di spremere il succo di un
modo di esistere, di una postura che giustificasse le coordinate presenti e
quelle passate. Era a Odisseas Elitis che dovevo guardare:
> “Devi saper afferrare il mare dall’odore perché esso ti dia la nave e perché
> la nave ti dia la Gorgona e la Gorgona ti dia Alessandro Magno e tutte le pene
> della grecità.”
Voglio dire: deve pur esserci un filo, un’immagine, una catena che tenga uniti
la pietra, i graffiti nelle caverne, la gola, il mattone e la pergamena:
qualcosa che rifluisce nel tempo, nonostante il tempo, dentro il tempo,
attraverso e al di fuori del tempo.
> “Dorme più profondamente chi è intriso di Storia
> Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol.
> Solo Poesia è
> Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta
> Come forse l’hanno immaginata le prime due creature
> Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.”
>
> (Odisseas Elitis, Come Endimione)
Nelle linee esatte dei palazzi del centro, nelle fughe dei cornicioni –
fosforescenza del passato – ripenso a Kavafis e a Elitis: poeti della luce. Sì,
anche Kavafis, considerato il poeta della penombra e delle stanze oscurate dalle
finestre chiuse. Per me, la poesia di K. inonda di luce. Come l’innamorata
ateniese ascolta le parole dello straniero Orazio e vi scopre immagini di
fulgida bellezza, così i versi del poeta greco rivelano squarci di mondo, aprono
nuove rotte da percorrere con fremito di piacere.
> “Il giovane professa il proprio amore
> E l’ateniese ascolta silenziosa
> Il suo eloquente innamorato Orazio;
> e del grande italiano la passione
> con mondi nuovi di Beltà l’abbaglia.”
>
> (Kavafis, Orazio ad Atene)
Anche io, mi dico con ingenuo spirito d’immedesimazione, sono un “Greco con
emozioni d’Asia”. Ecco, la vedo quella geometria invisibile che mi diverto a
incrinare con il richiamo di steppe, deserti e passi himalayani…
Ho scritto: “una fuga a ritroso dalla storia al mito” – un’anfora greca, un
ciottolo levigato, lo zampillio dell’acqua e lo sguardo di una ragazza. Dai
colli della periferia romana siamo arrivati a uno splendido borgo sul mare. La
natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere. Dove fallisce la storia,
arriva la poesia. Il grano ci insegna ad esercitare la sua solare e libera
disciplina. I colori: buganvillea viola, lo smeraldo del mare, la ginestra, un
ciuffo di papavero. Tra gli arbusti e i rovi roventi per il mezzogiorno
sgusciano piccole vipere – anfibio attaccamento al cuore pulsante della terra.
Basilico, gelsomino e tiglio; sciame di vespe: il ronzio dei millenni.
La prima voce lirica nella poesia, l’obbedienza del marmo alla carezza umana, il
triangolo delle montagne introdotto nell’architettura, il richiamo dell’acqua,
l’attesa minoica del tuffo, l’etrusco sorriso: c’è qualcosa che incede lungo i
colli della storia, più persuasivo della tettonica delle placche. Mi viene in
mente ancora una volta Kavafis:
> “Oh, terra d’Ionia, te amano ancora,
> le loro anime te ricordano ancora.
> Quando l’alba d’agosto splende su di te
> Un rigoglio della loro vita percorre l’aria;
> e un’eterea forma di adolescente, a volte;
> indistinta, con passo celere,
> incede sopra le tue alture.”
>
> (Kavafis, Ionico)
A un’ansa del sentiero si trova una piccola edicola votiva dedicata alla
Madonna. La ospita una nicchia scavata nella pietra. Credo sia in quella
posizione da secoli. Da lì, ha vegliato sui pescatori, sui viandanti e ora
continua a vigilare sulle fiumane di sciatti turisti domenicali. In un lampo di
associazione, penso alle divinità dei crocevia: in Giappone, a ogni svolta,
trovi piccole statue di Jizō, bodhisattva protettore dei viaggiatori. Questa
Madonna mi ricorda le cappelle votive in Grecia: una in particolare, con annessa
chiesetta in miniatura, sul colle di una collina ateniese che vede il Partenone.
Su tutto, il bianco e l’azzurro.
Tra le pagine della mia antologia di Elitis ho ritrovato una piccola icona
greca: raffigura un San Giorgio fiammante nell’atto di uccidere il drago. Ho
smesso da tempo di credere alle coincidenze. E infatti, lo sguardo individua
subito delle frasi sottolineate con un lieve tratto di lapis:
> “Tendo con tutto me stesso verso un – come dire? – avvolgente, abbagliante
> bene. Da come mordo un frutto a come guardo dalla finestra, sento formarsi un
> intero alfabeto che mi sforzo di mettere in atto con l’intenzione di comporre
> parole e frasi e, massima ambizione, giambi e tetrametri. Il che vuol dire:
> concepire e parlare di un altro secondo mondo che dentro di me arriva sempre
> primo.”
Quando rileggo e rimedito tutto questo, nell’immaginazione e poi nel meriggio
spalancato della cassa toracica, allora, per dirlo con Elitis,
> “è come se sorgesse un secondo giorno dentro al primo”.
Lorenzo Giacinto
*La traduzione di Kavafis è di Nicola Crocetti; la traduzione di Elitis è di
Paola Maria Minucci
L'articolo “Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis,
i poeti della luce proviene da Pangea.
Lawrence Durrell porterà sempre con sé l’impronta luminosa di un’infanzia
mitica, vissuta tra le valli immense ai piedi dell’Himalaya. Una nostalgia
scitica – fatta di cieli purissimi, del lampo negli occhi di una tigre, del
passo ieratico di uno yak – non lo abbandonò mai: forse il desiderio, mai
appagato, di ritrovare altrove quella prima, segreta armonia.
La sua esistenza, come la sua scrittura, fu tutta votata al nomadismo:
dall’India all’Inghilterra, dalla Grecia all’Africa, dal Sud America alla
Francia. Poeta, romanziere, spirito inquieto e cosmopolita, amico fraterno di
Henry Miller e di Giorgos Seferis, Durrell riposa oggi in un cimitero silenzioso
della Provenza.
Ma fu un luogo in particolare – oltre a Cipro, amata e dolorosa – a marchiare a
fuoco la sua immaginazione: Alessandria d’Egitto. Da quella città molteplice,
mitica e carnale, scaturì uno dei cicli romanzeschi più affascinanti del
Novecento, il “Quartetto di Alessandria”, vertigine di tempo, memoria e
desiderio.
*
Il libro si apre in un altro luogo del cuore di Lawrence Durrell: un’isola delle
Cicladi, che in realtà è Cipro, dove il poeta acquistò una casa e visse per anni
immerso nella vita della comunità locale, imparando anche la lingua greca. È tra
l’ocra delle case e della sabbia egiziana e l’azzurro profondo del Mediterraneo
che si dispiega lo sguardo interiore di Durrell. Nella solitudine assorta
dell’isola greca, la memoria delle vicende vissute ad Alessandria poco più di un
decennio prima riaffiora lenta, seguendo il ritmo delle onde che lambiscono il
bianco calce dei porticcioli.
A separarlo dalla città egiziana sono appena cento chilometri di mare – eppure
l’anima si tende come un ponte invisibile tra i due mondi: un cortile greco
ombreggiato da ulivi, il sorriso obliquo di una donna cipriota, un cielo che
esplode d’azzurro di giorno e si vela, la notte, di una costellazione di stelle
cerulee.
*
Il khamsin è un vento che nasce dalle profondità del Sahara. Soffia impetuoso
lungo tutta la fascia orientale del Nordafrica, investendo anche Alessandria
d’Egitto, che ne subisce la furia nei giorni sospesi della primavera. Irrompe
come presagio nella terza parte di Justine, primo movimento del “Quartetto di
Alessandria”. La città si ritrae sotto una coltre ocra di sabbia e silenzio. Le
imposte si chiudono in fretta; dietro le feritoie, occhi in allerta scrutano la
polvere che avanza. La luce si vela di bagliori apocalittici, il cielo si tinge
di una minacciosa oscurità. Le feluche ondeggiano lente, consapevoli del
pericolo imminente; a bordo, le ciurme si muovono come spettri d’acqua, presenze
furtive tra le ombre del porto.
Con la stessa violenza del khamsin, l’appello dei sensi e il desiderio di
piacere si abbattono sugli abitanti della città, trafiggendoli come una scarica
elettrica che li lascia storditi, spossati, annientati. I corpi, come le case,
restano inermi sotto la furia degli elementi, tra le rovine visibili e
invisibili che l’eros e il vento seminano nella polvere.
*
Alessandria, Alessandria! Quale altra città scegliere, che già non porti nel
nome come il presagio di un destino? In quale altro luogo, sulla terra, la
scomparsa delle meraviglie antiche diventa meravigliosa metafora del rovinoso
incedere del tempo? È qui che palpita una splendida e drammatica galleria di
personaggi – Justine, Nessim, Melissa, Darley – che attraversa tutto il libro e
continuerà poi a illuminare, in un raffinatissimo gioco di specchi e punti di
vista, le altre opere del Quartetto: Balthazar, Mountolive, Clea.
*
Nessim, ricco possidente egiziano e marito di Justine, dissimula, dietro una
cordiale esposizione pubblica, il disordinato viluppo dei suoi pensieri verso la
moglie. Ne seguiamo la parabola interiore, che lo conduce dapprima a
un’immaginazione venata di follia, dove i fantasmi della gelosia sfilano insieme
all’ossessione del sospetto. Dopo la partenza di Justine, la sua presunta
convalescenza non è che una maschera fragile: sotto di essa si spalanca un vuoto
silenzioso, irreparabile.
Melissa, la compagna del narratore, figlia dei bassifondi della città e
ballerina di cabaret, non priva di una sua grazia che leviga gli angoli di
un’aderenza tutta terrestre alla corporeità. Un candore di innocenza, unito alla
frequentazione del vizio per pura necessità e non per inclinazione, la rendono
quasi una martire. È forse l’unica figura del romanzo capace di com-passione, in
grado di intuire il tumulto che si dispiega nel cuore di Nessim. Con la morte di
Melissa – l’unica per cui l’amore non richiede gli eccessi dell’intelletto, ma
solo la purezza della natura – si spegne anche la speranza di una compiuta
dimensione sentimentale proiettata nel futuro.
Justine, la donna che dà il titolo al romanzo, è ispirata a Eve, che Durrell
conobbe proprio durante la sua parentesi in Egitto. Ebrea colta e aristocratica,
Justine sembra uscire da un libro surrealista. Simile a Nadja nel suo inesausto
peregrinare, con il suo enigmatico lampeggiamento interiore smentisce ogni
principio di causalità. Convivono in lei la Musa e la santa, la martire e la
cortigiana, l’amante e l’accanita fedifraga. Regna in Justine una fatale
impossibilità alla fedeltà, come se concedersi ai suoi pretendenti fortificasse
dentro di lei l’immagine del vero amato, rinchiuso come in una stiva
sballottolata dalla tempesta a largo. Donna aracnide, tesse una tela dove a
turno restano invischiati Arnauti – che su di lei scrive delle feroci
memorie, Moeurs –, Nessim, Darley, ma anche Clea, misteriosa pittrice che vive
in completa solitudine. Persone, storie, libri, lacrime e orgasmi conducono come
un vortice rapinoso, un ago magnetico, verso la loro sorgente creatrice e
disgregatrice. L’improvviso congedo di Justine sarà il nodo di scioglimento dei
personaggi che le gravitano attorno, ma anche dalla Palestina, dove si è
trasferita a vivere in un kibbutz, l’eco della sua memoria continua a risuonare
in Egitto. Divinità ferina metà ellenistica e metà egizia, Justine assurge a
simbolo di Alessandria.
Infine c’è Darley, alter-ego di Durrell e narratore del romanzo. Anche lui cade
vittima del fascino ipnotico di Justine e dell’atmosfera mollemente sensuale di
Alessandria, dove le persone sembrano pedine su una scacchiera manovrata da una
continua e sfrenata gratificazione della sensorialità. Svuotato da una ricerca
tanto effimera quanto estenuante, Darley sembra orientarsi infine verso il
tentativo di trovare un legame di sincera amicizia, capace di mettere in
comunicazione il cuore autentico di due individui. Ma la sua fuga verso l’isola
greca suona come una silenziosa resa: la conoscenza e lo schiudersi reciproco
delle anime paiono destinati allo scacco. Forse, solo la bambina che Darley
porta con sé accende un barlume di speranza: una promessa muta, rivolta a un
futuro che, almeno in potenza, si riappacifica con la parte migliore dell’uomo.
Dove si situano l’arte, la letteratura, all’interno di questa cornice? Può uno
scrittore, che ha fibra di poeta, trovare una scia luminosa nel tumulto dei
gesti e della memoria? Forse non si manca di molto il bersaglio affermando che
il tema principale del libro sia la trasfigurazione della realtà attraverso il
prisma dell’arte. Solamente sul piano della creazione letteraria, sembra dirci
Durrell, i confini della vita e dell’arte si allargano smisuratamente:
> “La ricompensa del lavoro che si compie con il cervello e con il cuore sta in
> questo – che solo lì, nei silenzi del pittore o dello scrittore, la realtà può
> ricevere un ordine nuovo, essere rielaborata e costretta a mostrare il suo
> senso. Le nostre azioni quotidiane nella realtà sono semplicemente il
> materiale grezzo che nasconde il filo aureo – il senso della composizione. Per
> noi artisti è lì che il compromesso gioioso dell’arte con tutto quello che ci
> ha ferito o sconfitto nel vivere quotidiano ci attende; in modo tale da non
> eludere il destino, come vorrebbero le persone comuni, ma per compierlo nella
> sua potenzialità reale – l’immaginario”.
Ma anche il groviglio di vicende e sentimenti è destinato a disfarsi sotto
l’opera sottile del tempo: i ricordi lentamente trascolorano, i volti si fanno
evanescenti. Solo Alessandria rimane, e nella memoria si erge come il suo Faro
perduto, sentinella immobile tra i flutti del mondo e quelli, più segreti, di
Mnemosine.
*
Alessandria, oh Alessandria! Città del mito, della storia che si fa archetipo,
patria del sogno e di un tempo disperso, quando i sensi guidavano cuore, mente e
mani; un tempo ormai sfocato all’orizzonte della vita, che solo il fulgore
dell’arte può riportare alla luce, in un lampo di miracolo. L’Alessandria del
passato si confonde con quella del presente: città subliminale, frontiera dello
spirito, atteggiamento unico e irripetibile nei confronti del vissuto. Ne è
cantore meraviglioso e insuperabile Kavafis, che alla città egizia ha dedicato
tanta parte della sua opera. Numerosi sono, nel romanzo, i rimandi – diretti e
sotterranei – a Kavafis: poeta della nostra Itaca interiore, della promessa
racchiusa nei porti fenici, di uno sguardo ionico innestato a una sensualità
asiatica; padre di un linguaggio che, come miele colato da un vaso attico,
scende nei cuori di chi ama la Poesia.
Il libro di Durrell è anche un omaggio straordinario – forse tra i più vibranti
mai tributati – al poeta greco:
> “L’equilibrio squisito tra ironia e tenerezza l’avrebbe fatto includere tra i
> santi, fosse stato religioso. Ma per volere divino era soltanto un poeta e
> spesso infelice, anche se con lui avevi l’impressione di essere con qualcuno
> capace di afferrare al volo ogni istante del tempo e di capovolgerlo per
> mostrarne l’aspetto felice. Consumò veramente sé stesso, il suo io interiore,
> vivendo. La maggior parte della gente si adagia e lascia che la vita giochi
> con loro, fermi sotto la vita come sotto i tiepidi scrosci d’una doccia. Alla
> proposizione cartesiana «Penso, dunque sono» contrapponeva la sua, che forse
> doveva suonare pressappoco così: «Immagino, dunque ho radici e sono libero»”.
Alessandria, presagio di un’epoca in cui estetica e creazione coincidevano;
nostalgia di un’armonia esplosa poi in mille frammenti. Solo di questi
frammenti, e di schegge di desiderio, possono accontentarsi i protagonisti
di Justine. Darley, il narratore, è come Rembrandt: ritrattista letterario della
carne e dei suoi fremiti. Città-labirinto nella quale si resta intrappolati,
alla quale si offre la propria interiorità senza riceverne nulla in cambio,
Alessandria è avvolta insieme dalla luce del meriggio e dall’ombra del
crepuscolo.
È possibile allora – parafrasando ancora Kavafis – andare per altre terre, per
altri mari, verso una più città più bella anche dei sogni?
La risposta, indimenticabile e luminosa, arriva dalle ultime righe di Clea, il
romanzo che chiude il Quartetto:
> “Sì, un giorno mi sorpresi a scrivere con mano tremante le quattro parole
> (quattro lettere! quattro volti!) sulle quali ogni narratore dall’inizio del
> mondo ha puntato il suo debole diritto all’attenzione dei suoi simili. Parole
> che presagiscono semplicemente la vecchia storia di un artista divenuto
> maggiorenne. Scrissi: C’era una volta…
>
> E mi parve che l’universo intero m’avesse fatto un cenno d’intesa!”
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Anouk Aimée è stata “Justine” nell’omonimo film di George Cukor
del 1969, tratto dal romanzo di Lawrence Durrell
L'articolo “Immagino, dunque sono libero”. Lawrence Durrell o dell’ascetismo
della mente proviene da Pangea.
Come accostarsi a un paese, a una cultura, a una visione del mondo e della vita
radicalmente diversi dai nostri? Cosa si smuove, dentro di noi, quando il
confronto con l’alterità si fa profondo, inevitabile, trasformativo?
«Que devient-il un paysage lorsqu’il n’est plus contemplé?» – si chiedeva
Béatrice Commengé, rievocando l’infanzia mitica di Lawrence Durrell nelle valli
luminose dell’Himalaya.
Un paesaggio, una cultura, esistono anche senza il nostro sguardo? E cosa
diventano, quando vi posiamo sopra i nostri occhi inquieti?
Si può scegliere la via di Pierre Loti: proiettare sull’altrove il volto
inaccessibile e seducente di una donna, dare carne e sangue all’esotico,
trasfigurandolo in desiderio.
Oppure seguire le orme di un poeta come Odysseas Elytis: prendere la Grecia
millenaria e custodirla come in un sogno, sottrarla agli urti della storia,
popolarla di luce implacabile e di dèi che nuotano tra le onde dell’Egeo e i
dolori intimi dell’uomo. Si può anche fare come Roland Barthes: accogliere il
Giappone nella propria fantasia privata, lasciarsi attraversare da una
costellazione di segni e immagini fino alla lacerazione del senso.
E poi c’è chi si innamora perdutamente dell’Asia e, come in una favola zen, si
immagina abitante della luna in viaggio di studio sulla Terra. È il caso di
Fosco Maraini, che con Segreto Tibet ci consegna uno dei libri più belli e
inclassificabili del Novecento italiano: non solo una superba testimonianza di
viaggio, ma una meditazione profonda sulla bellezza, sul tempo, sulla
meraviglia.
*
Nel Tibet degli anni Trenta – chiuso al mondo, accessibile solo a pochi –
Maraini accompagna l’orientalista Giuseppe Tucci in due spedizioni memorabili,
nel 1937 e nel 1948. Ne nasce un’opera che è insieme diario, trattato
antropologico, poema in prosa e archivio della memoria. È allo stesso tempo
documento storico e fiaba senza tempo: ha la nitidezza di una cronaca e la
sospensione dell’archetipo. Racconta un mondo reale eppure mitico, in cui ogni
gesto, ogni volto, ogni oggetto sembra affiorare da un tempo remoto e arcano.
Segreto Tibet ci trasmette il senso della vertigine del nuovo – quella a cui non
siamo più abituati. Noi, generazioni satellitari, cresciute con Google Maps e
Street View, abbiamo addomesticato il mondo, anestetizzato l’ignoto. Maraini,
invece, ci restituisce lo stupore intatto del primo sguardo, la sensazione di
camminare davvero fuori mappa, come esploratori del proprio stesso sguardo. In
questo, egli è l’epigono di Marco Polo: colui che non solo narra ciò che ha
visto, ma lo ricrea. Un Ibn Battuta della parola, un Matteo Ricci
dell’immaginazione.
Seguiamo l’inizio della spedizione, quando Maraini descrive la partenza dal
porto di Napoli. È ancora l’epoca dei lunghi e avventurosi viaggi in piroscafo,
contenitori mobili di un’umanità cosmopolita e palpitante. Qualcuno dovrà pur
scrivere, prima o poi, l’epopea di questi pachidermi acquatici. Nella nave
avviene il primo incontro ufficiale del lettore con Tucci, al quale Maraini è
legato da una profonda riconoscenza.
Si levano le ancore, si salpa, i cari e i curiosi gesticolano dalle banchine:
l’anima vive già le promesse scintillanti del futuro. Maraini fa tappa in
Egitto, visita le Piramidi, poi Gibuti, lo Yemen, infine l’approdo in India. Qui
avviene il primo grande confronto con la monumentale civiltà asiatica. Con una
certa dose di temperata ironia, Maraini già esercita la sua fulminante capacità
di osservazione: quell’inseguire la divinità del dettaglio, senza però esaurirne
il mistero. Infine, la lenta ascesa verso il Tibet, attraverso l’Himalaya
Orientale: un lento e itinerante apprendistato all’incanto, una compiuta
pedagogia del vedere. Il nuovo scenario si svela in immagini da creazione del
mondo: coltri di nebbia, torrenti impetuosi, ghiacciai celesti, colossi di
pietra. Tutto – le forme, i suoni, i colori – parla un linguaggio aurorale, da
giorno-uno della Terra. E gli uomini che lo abitano – come i Lepcha, timidi e
silenziosi, piccoli Hobbit asiatici in simbiosi con la natura – sembrano venuti
da un altro ciclo cosmico. Anche il dettato di Maraini, allora, deve dar conto
di questa aria di prodigio. La sua lingua diventa a tratti espressionistica,
capace di evocare il brulicante e inesausto alternarsi e proliferare di vita e
di morte delle foreste. Poi, come osservando gli altopiani a volo d’uccello, la
prosa si apre ai monologhi del sole e del vento, “alle grandi cose di fronte a
cui è inutile mentire”. Talvolta, con brevi pennellate da artista cinese,
nascono quasi degli Haiku in prosa:
> “Gli ultimi alberi, le prime nevi in distanza. Stamattina ci siamo incamminati
> all’alba: dalle piante della foresta pendevano strani licheni che la rugiada
> imperlava di luce”.
Maraini è un narratore puro che dissemina qua e là schegge di poesia. La sua
scrittura svezza il lettore dall’ovvio, fruga nella materia viva, apre sentieri
nel bosco delle parole con la sicurezza di chi ha imparato a camminare nella
giungla, a colpi di machete. La sua lingua sa essere precisa e limpida, ma anche
lirica e visionaria: un equilibrio raro tra precisione e incanto.
Segreto Tibet è anche un libro di ritratti. Come quello di Giuseppe Tucci:
geniale, ombroso, carismatico, capace di passare con naturalezza dalla lettura
delle scritture tibetane al ricordo commosso delle colline marchigiane e dei
versi leopardiani. Attorno a lui, figure che sembrano uscite da un affresco:
maharaja postumi, europei convertiti al buddismo che si aggirano fra i templi
come pellegrini smarriti e devoti, nobili americani in cerca del proprio Gran
Tour interiore. E infine lei: Pemà Chöki, la principessa del Sikkim. Figura
femminile intensa, dolce e carismatica, colta e velata da un mistero
lieve. Simbolo di un paese che si rivela nei suoi contrasti, è quasi
l’incarnazione dell’anima tibetana: silenziosa, tenace, enigmatica. Io credo
che, a dispetto di una produzione che è per la maggior parte prosa, Maraini
abbia testa e cuore di poeta. E sono convinto che raggiunga l’apice del suo
lirismo proprio nell’evocazione di Pemà.
La incontriamo per la prima volta in un pranzo formale, a Gangtok, in un
contesto dove “tutto è favola, convegno di gnomi e di fate”. Pemà ha da poco
superato i venti anni, il suo nome significa Loto della Fede Gioiosa e vi è in
lei una bellezza altera, un po’ nervosa, brillante. I suoi occhi sono intensi e
penetranti, l’ovale del volto sottile, la bocca piccola e inquieta passa dal
sorriso al disappunto in maniera del tutto naturale. I capelli, di un nero pece,
sono molto lunghi e confluiscono in una treccia alla tibetana. È vestita secondo
gli usi locali che prediligono i colori accesi e fanno apparire gli europei,
stretti nei loro rigidi e scuri indumenti, come dei mesti pinguini. Pemà è
avvolta da una seta viola, con una sciarpa che le cinge la vita. Le unghie delle
mani sono smaltate in rosso: piccola, adorabile concessione alla moda
occidentale. Ai piedi calza dei sandali francesi in pelle nera. Una catena
tempestata di diamanti le adorna regalmente il collo. Pemà è un’abilissima e
profonda conversatrice. Ha ricevuto un’ottima educazione: conosce assai bene
l’inglese e i grandi autori della letteratura.
La principessa Pemá Chöki Namgyal. India. Sikkim. Passo Nāthū Lā. 27 febbraio-18
maggio 1948 Fotografia di Fosco Maraini / Proprietà Gabinetto Vieusseux © 2024
Archivi Alinari.
C’è un passaggio del libro che mi è particolarmente caro. Maraini, di ritorno
alla corte di Gangtok dopo svariati mesi, rivede Pemà e trascorre con lei un
pomeriggio intero. La principessa, che nutre una profonda venerazione per
Milarepa, decide di leggere in lingua originale alcuni passi del grande poeta
tibetano. Maraini assiste, incredulo e incantato, alla scena che si svolge in
quel momento. Il canto di Pemà racconta le immagini di Milarepa e le sue
sensazioni di eremita durante le notti, nei deserti di ghiaccio. C’è forse un
modo più bello per avvicinarsi, pieni di ritegno e di un ammirato stupore, al
cuore stesso di una persona e di una civiltà a mille miglia lontana dalla
nostra?
Quando si trova a Chubitang, Maraini ricorda che proprio da là, un anno prima, è
passata Pemà, di ritorno da Lhasa. Immagina allora di avvistarla da lontano,
come per incanto:
> “Da lontanissimo avrei visto la carovana come dei puntini; poi camminando i
> puntini si sarebbero fatti uomini, cavalli e yak. Avrei sentito allora i
> campani degli animali e le voci dei servi. Infine ti avrei vista, Loto della
> Fede Gioiosa, per la prima volta, sul tuo cavallo, gli occhi fissi alle
> distanze, il capo nel sole; rara, forte, fragile come la giada. Poi saresti
> svanita nell’immenso della pianura. Da ultimo avrei soltanto inteso le voci
> degli uomini per cui tu eri la cosa delicata e preziosa da proteggere, da
> difendere, da condurre di là dall’Imàlaia”
*
Segreto Tibet ci scaraventa – senza indulgenze – in un mondo fatto di colori e
costumi che sembrano usciti da un sogno miniato. Un universo che ignora la
fretta, ma conosce l’attesa, il rito, la verticalità della preghiera e
l’orizzontalità delle stagioni. Un mondo che si rivela a poco a poco, per
squarci di meraviglia, sospensione dell’incredulità. Altopiani di orizzonti
vasti, di cieli limpidi, di terre ocra che risplendono alla luce solare,
dominate da vette leggendarie. Nei passi di montagna, al confine tra regioni e
nei luoghi di transito, svettano i chörten, la versione tibetana degli stupa
indiani, e i variopinti tarchö. Sono rettangoli di stoffa colorata, sui quali
sono stampate preghiere e formule sacre. Si pensa che le benedizioni vengano
portate dal vento, diffondendo buona volontà e compassione.
Tutto, in Segreto Tibet, parla di un tempo che non tornerà più. Non solo per i
mutamenti storici, politici, culturali che hanno trasformato – spesso
violentemente – il Tibet, ma perché è trascolorato anche, forse, un certo
atteggiamento di fronte alla vita. Un capitolo del libro si chiama L’ebbrezza di
scoprire. È il resoconto di una mente di fronte all’avventura spirituale della
scoperta. Guidato e illuminato dal genio di Tucci, Maraini arriva alla sorgente
pura della conoscenza, nel momento in cui essa non ha ancora vissuto lo
svilimento dell’analisi, dell’antologia e della classificazione.
Il libro si può anche leggere, in fin dei conti, come la testimonianza bruciante
di un evento irripetibile nella vita dello scrittore. Quel Tibet è forse, anche,
un Tibet interiore, una segreta geografia dell’anima. Un luogo dove forze
opposte convivono, come in uno yin e yang cosmico: luce e oscurità, violenza e
dolcezza, umorismo e compassione.
*
Fosco Maraini è sepolto nel piccolo cimitero dell’Alpe di Sant’Antonio, nella
regione della Garfagnana, uno dei suoi luoghi del cuore. Sulla lapide, alle due
estremità, sono incisi una croce di Cristo e un Buddha. Escursionisti,
pellegrini e amanti delle sue opere vi portano fiori e piccole bandiere di
stoffa tibetane.
Rifletto sulla biografia di Maraini. Certo, vi si può leggere una sintesi
perfetta di un uomo che ha dialogato sempre dal cuore dell’Occidente a quello
dell’Oriente. Maraini era innamorato dell’Asia, ma senza per questo dimenticare
da dove proveniva. Il suo sforzo di sintesi tra civiltà, in un periodo storico
drammatico, ha significato anche sacrificio, una dura prigionia, un dito
mozzato. Segreto Tibetresta, nella vita e nelle lettere, come un misterioso ed
irripetibile miracolo. Dalle porte del futuro, però, si intravedeva già quella
manciata di isole poste ancora più ad Est: il Giappone.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: La lotta contro il nulla. Giappone. Tokyo. Parco di Ueno, 1963.
Fotografia di Fosco Maraini / Proprietà Gabinetto Vieusseux © 2024 Archivi
Alinari
L'articolo Il Tibet di Maraini è un antidoto a Google Maps, una sfida alla
generazione che ha anestetizzato l’ignoto proviene da Pangea.
Dev’esserci, nella biografia di ogni poeta, un momento in cui la folgore cade
senza preavviso. L’istante in cui la poesia si incista nel destino: le stimmate
di una vocazione che è incontro fatale tra telos e contingenza.
Per Nicolas Bouvier, questo accade nella valle di Erzurum, quando l’alba si leva
verso il Caucaso, annunciata dagli occhi fosforescenti di una volpe:
> “in fin dei conti, ciò che costituisce l’ossatura dell’esistenza, non è né la
> famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno di voi, ma
> alcuni istanti di questo tipo, sollevati da una levitazione ancora più serena
> di quella dell’amore, e che la vita ci distribuisce con parsimonia a misura
> del nostro debole cuore”.
*
La storia è nota, l’esordio ha quasi i contorni della leggenda. È il 1953.
Nicolas Bouvier, appena terminati gli studi universitari, parte dalla Svizzera a
bordo di una Topolino per raggiungere l’amico Thierry a Belgrado. Insieme, in
una sorta di sodalizio creativo e iniziatico, si mettono in viaggio verso est,
con l’intento di arrivare fino in India. Attraversano la Turchia, l’Iran, il
Pakistan e l’Afghanistan, spingendosi fino alle soglie del Passo Khyber.
Quando Thierry fa ritorno in Europa, Nicolas prosegue da solo. Si dirige in Sri
Lanka, dove – preda di un delirio febbrile e visionario – scrive Il Pesce
Scorpione. Raggiunge poi il Giappone, che agisce su di lui come un calmante
spirituale e gli ispira alcune delle pagine più intense e limpide della sua
opera. Il resto è un intreccio di ritorni e nuove partenze, un continuo
attraversamento delle stesse rotte e l’invenzione di itinerari futuri. Ma il
Passo Khyber, dove La polvere del mondo si arresta, rappresenta nell’itinerario
creativo di Nicolas Bouvier un confine simbolico. Oltre quell’imponente sistema
montuoso si apre un nuovo orizzonte: quello della creazione e della riflessione
poetica.
*
Bouvier si accosta al linguaggio della poesia relativamente tardi, a 35 anni.
Come racconta lui stesso in Routes et déroutes, la sua prima composizione risale
al soggiorno a Tabriz, benché la maggior parte dei versi venga scritta in
Giappone – il paese che, più di ogni altro, con la sua abbagliante sintesi di
ossimori, gli appare come una sorgente inesauribile di ispirazione. Non è un
caso, osserva, che proprio nel Sol Levante sia nata la forma dell’haiku, così
perfetta nella sua studiata semplicità. All’origine della poesia c’è il soffio
che riempie la cassa toracica, il daimon che piega i polsi e getta l’amo nei
fiumi della creazione. Scrivere è un atto da rabdomanti, misteriosa
trasmutazione alchemica. La poesia, dice,
> “era l’unico legame che mi restava con le parole, l’ultima passerella”.
Ma non basta. Il dettato poetico esige rigore: una lealtà da asceta, un lavoro
in sottrazione che può durare mesi, anni, persino decenni. A colpi d’ascia, fino
a raggiungere il cuore dorato del metallo – là dove si fronteggia la frontiera
del silenzio.
*
Nel 2012 esce la versione italiana delle poesie di Bouvier, curata da Luigi
Marfè, acuto indagatore del rapporto tra letteratura e viaggio. Il titolo della
raccolta – Il doppio sguardo. Le dehors et le dedans – sceglie con l’aggiunta
italiana una resa interpretativa, non letterale. Il doppio sguardo richiama
infatti l’idea di una visione sdoppiata. Eppure lo sguardo di Bouvier sulle cose
mi sembra piuttosto di natura “taoista”: non duplice, ma unitario nel suo
accogliere il dentro e il fuori, specchio e fiamma di estremi che si
compenetrano. Ecco che così dehors e dedans diventano due volti della stessa
medaglia. Il fuori: il mondo nel quale siamo immersi, colto nella sua energia
elementare, evocata da ciò che potremmo definire correlativi oggettivi. Il
dentro: un’esplorazione implacabile e dimessa di sé, alla ricerca di accorati
lampeggiamenti interiori.
*
Le poesie di Bouvier sono un irrimediabile ma necessario dissolvimento dell’io
nella pienezza nuda della natura. Voglio dire: come gettare l’io in pasto ai
lupi, seppellirlo sotto il candore della neve e trasfigurarlo nella notturna
luce delle costellazioni.
Piuttosto: viaggiare per addestrarsi alla solitudine ferale, al silenzio
astrale, agli esordi mai approfonditi. Apprendere a fare della mappa geografica
della propria vita il collo dell’imbuto dove smussare e levigare gli angoli
taglienti dell’autobiografia. Ritrovarsi sdraiati, come nel sogno di Kafka, alla
stessa altezza dello sguardo degli animali. Indagare i miti che da millenni
incendiano covoni di grano e spremono il succo dalle vigne.
Il viaggio è la forma più elegante e raffinata per congedarsi dalla tentazione
dell’io. Bisogna annientare l’idea del viaggio come carezza esotica, spogliarlo
di ogni orpello, liberarlo da ogni illusione di spensierata evasione. Tutto,
nelle poesie di Bouvier, parla il linguaggio di una scabra essenzialità, fatta
di elementi naturali primari, di superfici rocciose rastremate dalla salsedine,
di colori quasi chagalliani: luoghi e parole tra cui si avverta il passaggio
dell’aria, come all’inizio dei tempi.
*
La citazione di un anonimo cinese posta in esergo alla prima sezione della
raccolta conferisce a quest’ultima una tonalità poetica del tutto particolare.
> “Domani, se qualcuno si preoccupa del nostro amico d’oltremare,
> dite che, posati i sandali, è tornato a casa a piedi nudi”.
E in effetti i versi sono sospesi in una levità quasi aerea, dove la scelta
delle parole e l’evocazione delle immagini sono al tempo stesso un’aspirazione
alla leggerezza e un richiamo alla condizione terrestre. Nuvole che ammantano il
cielo, piogge che strizzano lembi di azzurro, fumi che si levano da spiagge
nere. E ancora: mormorii, cantilene, sussurri e bozzoli che volteggiano
nell’aria. Ma anche fieri cavalli di concreta carnalità, pozzanghere e campi
disertati, stazioni di treni e mercati orientali.
Personaggi, luoghi e scenari naturali costituiscono il serbatoio da cui il poeta
attinge per le sue composizioni poetiche. Molti degli episodi che danno vita
alle poesie si ritrovano anche nelle opere in prosa di Bouvier. A ben vedere, i
temi ricorrenti nello scrittore svizzero sono gli stessi: hanno a che fare con
la sciarada del viaggio, con la consapevolezza del tempo che passa, con
l’avvistamento dell’ultima dogana, la morte. Ciò che colpisce, nell’iterazione
di queste immagini, è che il dettato poetico di Bouvier, pur recalcitrante
all’io, si declina infine in una forma di poesia perfettamente classica, di
stampo lirico-elegiaco.
La poesia di Bouvier è pura epifania: un’improvvisa rivelazione suggerita da
un’immagine, una visione, un suono. Può accadere contemplando un tramonto
iraniano, osservando dei pellegrini in cammino dal Tibet verso l’India, o
ascoltando un motivo jazz suonato per strada a New York. Ciò che importa è che
sempre, a un certo momento, il tempo sembra raggrumarsi: quando il vasto e
misterioso respiro del mondo spira nel dettato poetico e l’animo vi aderisce
intimamente, in un attimo di agnizione -dissolvendosi completamente nello
sguardo muto dell’universo.
Nella seconda parte della raccolta, Le dedans, assistiamo all’irruzione
del tu, come se l’interiorità non potesse prescindere da un’intimità
relazionale, oltre che grammaticale. Le tre composizioni poetiche del ciclo Love
Song sembrano accendere schegge di lirismo. In realtà, ogni picco di emozione
viene trattenuto, smagato. Come il viaggio e la scrittura, anche l’amore spoglia
l’io da ogni scoria. Rimane sempre, a sigillare tutto, una sorta di misterioso
ritegno:
> “ma che la neve caduta questa notte
> sia come un dito sulla tua bocca”
*
Nicolas Bouvier aveva in mente di scrivere un ciclo di libri intitolato Livre
des Merveilles. Vi avrebbe dovuto appartenere anche Le vide et le plein, forse
l’opera più intensa del Bouvier prosatore, dove la scrittura aderisce con rara
levità alle asperità e ai declivi dell’anima. Livre des merveilles: un titolo
che richiama alla mente i libri di viaggio medievali, i mirabilia, popolati da
tempeste procellose, mostri marini e apparizioni miracolose; o che evoca le
peregrinazioni cartografate da celebri mercanti veneziani. Tuttavia, è bene non
divagare. Nei racconti cinesi, il pittore delle nuvole, dopo aver dato l’ultima
pennellata al suo capolavoro, avvolge i pennelli e li fissa alla cintura, prima
di mettersi in cammino. I manipolatori delle marionette Bunraku, presenti sulla
scena insieme alle loro figure, indossano un cappuccio quando sono ancora
novizi; i maestri, invece, agiscono a volto scoperto: sono diventati a tal punto
il personaggio che animano, da risultare, letteralmente, invisibili allo
sguardo.
Scrivere, come viaggiare, vuol dire scomparire. Scaraventare carta e inchiostro
e fuggire nel caldo ventre della terra.
Lorenzo Giacinto
**
Ulisse
A sud del parapetto,
non c’è più nulla fino alla Terra Antartica.
Leviatani e sirene solcano questi pascoli marini,
questo portolano increspato d’onde,
dove immense porzioni di cielo
si abbattono in scrosci spossati,
senza che Dio stesso
ne sia messo al corrente.
Ogni sera guardi il calice del sole
tuffarsi urlando nel mare a chiazze,
tra gli ammiccamenti dei grossi gatti di bordo
accovacciati tra le gomene.
I pescespada blu sfrecciano davanti alla prua,
come una banda di gioiellieri in fuga.
Sono mesi che non ricevi una lettera,
sei l’ultimo dei paria a bordo di questa nave,
il cuore sfatto, uno straccio di stoppa in mano,
già tutto nero di ricordi.
Ti annulli nel fremito delle eliche,
ascolti l’antico canto del sangue nelle orecchie –
coaguli di sole della memoria,
e l’inventario delle meraviglie,
quando sapevi vivere di poco,
e la vita ti seguiva come uno sciame d’api,
e pagavi, senza mercanteggiare,
il prezzo esorbitante della bellezza.
*
Hira – Mandi
Ultima bottega ancora aperta
nella notte della città –
ghirlande di peperoncini,
samovar e falene,
alone bianco dell’acetilene.
La barba del padrone è tinta
di un rosso birichino.
Tre uomini vestiti di cuoio
sorseggiano il tè versato nei piattini.
Alti zigomi,
che brillano nei volti color rame
sotto la frangia di cappelli informi.
Sono pellegrini del Tibet,
in cammino verso l’India del Gange
per appendere il loro mulinello da preghiera
ai rami del fico del Buddha,
prima di tornare alle loro terre
a fiato corto, a piccoli passi,
attraverso quei confini impraticabili
che passano sopra le nuvole.
Anch’io ho un appuntamento con un albero.
E in ogni caso non c’è più verso di dormire
quando la luna veleggia come una vela gonfia,
così brillante, così veloce,
che persino l’anima ne proietta un’ombra.
*
Love Song III
Quando attizzare le parole per un po’ di colore
non sarà più compito tuo,
quando il rosso del sorbo e le curve delle ragazze
non ti faranno più rimpiangere la tua giovinezza,
quando un nuovo volto, tutto scheggiato d’assenza,
non farà più tremare ciò che credevi solido,
quando il freddo avrà salutato il freddo
e l’oblio dirà addio all’oblio,
quando tutto avrà assunto la silenziosa opacità del
vischio –
quel giorno,
qualcuno ti aspetterà al margine della strada
per dirti che è stato giusto così,
che dovevi concludere il tuo viaggio
senza più nulla,
del tutto disarmato,
allora forse…
ma che la neve caduta questa notte
sia anche come un dito sulla tua bocca.
Nicolas Bouvier
Traduzione di Lorenzo Giacinto
L'articolo Per una poetica della sparizione. Sulla poesia di Nicolas Bouvier
proviene da Pangea.
> È vero che tutto deve cominciare repentinamente, ma se poi non segue un
> istante di raccoglimento la cosa si sgretola subito e va perduta. Repentinità
> e raccoglimento si compenetrano perché una cosa risulti bella: il lampo
> dell’occhio e la pazienza delle mani.
>
> E. Canetti, La rapidità dello spirito
*
Nelle folgoranti, indimenticabili pagine iniziali di Tolstoj e Dostoevskij,
George Steiner sostiene che la critica letteraria dovrebbe scaturire da un
debito di amore.
> “In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo
> afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo il libro non
> siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”.
Scrivere qualcosa su Canetti, oggi, mi pare richieda proprio questo: il
tentativo di saldare ciò che ancora resta in sospeso, a credito dell’autore
bulgaro.
Avevo previsto di cominciare con una disamina del volume di saggi La coscienza
delle parole. Ma ben presto mi sono accorto che Canetti mi tirava per la
giacchetta, trascinandomi altrove, irresistibilmente, verso altri suoi libri — e
in particolare verso le pagine degli Appunti, che egli scrisse con meticolosa
costanza dal 1942 fino a poco prima della morte. L’opera di Canetti è piena di
amorose corrispondenze: echi di significato che si richiamano da un luogo
all’altro del suo dettato, come stelle appartenenti alla medesima costellazione,
disperse tra le vaste distanze delle galassie.
Ecco perché quanto segue somiglierà più a ciò che, nella letteratura cinese, è
noto come biji, o, nella tradizione giapponese, come zuihitsu: uno zibaldone di
frammenti e lampeggiamenti, simili a colpi di pennello tremolanti appena
tracciati su una tela. Non sembrerà poi così assurdo, allora, parlare di Kafka
ed evocare, nello stesso respiro, la forza del mito e la leggerezza del taoismo.
Da qualche parte – nei Campi Elisi degli scrittori – immagino già un timido
sorriso illuminare il volto sobrio di Canetti.
*
Marina Nadotti, in una significativa chiosa a un’opera del compianto John
Berger, usò un’espressione che mi colpì per la sua risonanza evocativa:
“ospitalità del pensiero”. Con quell’immagine, Nadotti indicava una particolare
disposizione della mente e del cuore: un’attitudine a lasciarsi attraversare,
con curiosità e generosità, dalle multiformi esperienze della vita sensibile e
di quella interiore. Tutto, nel dettato di Canetti, sembra chiedere proprio
questo: di essere accolto, abbracciato, riconosciuto – con una smisurata empatia
emozionale.
In questo senso, Canetti appare come l’ultimo degli umanisti: un instancabile
alchimista del sapere, intento a ibridare ambiti solo apparentemente distinti
come l’antropologia, la storia, la letteratura, la critica. Ma, a differenza
della baldanza fiduciosa del faber rinascimentale, la sua aspirazione alla
conoscenza è costantemente attraversata da una minaccia incombente: il terribile
volto della storia.
Colpisce, in Canetti, la vastità dell’argomentazione, sostenuta da un’erudizione
mai fine a sé stessa, ma sempre animata da un profondo senso di responsabilità
etica. Una responsabilità che si esercita, in prima istanza, nei confronti della
lingua e delle parole che la compongono. Basti pensare al titolo del primo
volume del trittico autobiografico: La lingua salvata. La biografia canettiana è
segnata, fin dagli esordi, da una convivenza fitta e inquieta di lingue e
culture, che l’autore sente il dovere di proteggere dalla deriva babelica, dalla
cannibalesca supremazia dell’una sull’altra. Da qui nascono la sua fiducia nelle
parole “non travestite”, capaci di restituire barlumi di autenticità, e un
sentimento di vibrante commozione verso l’atto stesso del nominare il mondo:
come se, nel dare nome alle cose, si riattivasse ogni volta un legame originario
— e dunque atemporale — tra lo sguardo dello scrittore e ciò che lo circonda.
> “Il mio Dio è il nome, il soffio della mia vita è la parola.”
Le parole non sono mai ancelle né gregarie dell’uomo, ma ne riflettono la parte
migliore: quella, in fin dei conti, meno vulnerabile all’oblio della morte.
> “Ma ci sono parole di un tipo particolare, che accendono l’entusiasmo, quelle
> che contengono spazio e futuro, vastità da ogni parte. Quanto di storto e di
> vano era racchiuso nell’uomo ora si espande d’improvviso con enorme fretta in
> cento direzioni diverse, con le sue parole egli va a toccare per dritto e per
> traverso inizio e fine e centro del mondo.”
*
Seduce, in Canetti, il dialogo sempre aperto con le grandi civiltà asiatiche –
soprattutto con quella cinese: un volgersi verso forme altre di cultura, di
scrittura, di differente visione del mondo. A questo movimento di apertura verso
l’esterno ne corrisponde uno speculare di ripiegamento interiore in sé stessi: è
il Canetti degli Appunti, che si avvicina alla parte più autentica di noi, in un
atto di responsabilità verso il proprio tempo. Indagarsi, interrogarsi, aprirsi
all’orizzonte del cambiamento: come nella disposizione d’animo del viaggiatore.
Anche in questo, Canetti rivela una fibra quasi rinascimentale, come un
Montaigne del ventesimo secolo: tuttavia, sotto la superficie, affiora sempre un
senso sottile d’inquietudine, lo svelamento progressivo della desacralizzazione
di ogni cosa.
Diventa allora più arduo, per il viaggiatore-scrittore, testimoniare la perdita
dello stupore, l’ammutolirsi della sorpresa. Eppure, in fondo, la letteratura
non è che questo: il dimorare del pellegrino nella meraviglia.
La missione dello scrittore: fare il vuoto dentro di sé e accogliervi la
traboccante ricchezza dell’esistente, la metamorfosi continua che attraversa la
storia e le vicende umane. Ancora, cercare le fontane dove stilla la musica
delle antiche favole, ritrovare tracce dei miti nel respiro del mondo. Canetti
vorrebbe credere in un universo dove dimorano gli dèi, dove il lampo e il tuono
abitano nello sguardo delle tigri e i vascelli solcano le acque tra i mostri
marini e le isole incantate dei Feaci. Il mito è come il viaggio: si insedia in
una dimensione senza tempo, dove lo sguardo degli uomini non si posa mai due
volte sullo stesso luogo e ogni cosa parla il linguaggio prebabelico della
meraviglia.
> “I nuovi luoghi non si inseriscono nei vecchi significati. Per un certo tempo
> ci apriamo realmente. Tutte le storie passate, la nostra vita stracolma, che
> soffoca di senso, ci restano dietro le spalle d’improvviso, come se le
> avessimo lasciate in deposito da qualche parte., e mentre se ne stanno là
> accade l’assolutamente inesplicato: il nuovo”.
Una delle ragioni dell’imbarbarimento dei tempi moderni sta nell’aver staccato
la spina ai miti. Canetti vive con dolore l’assenza totale degli dèi nel
presente: al loro posto, sul trono del mondo, siede il volto impietoso e
definitivo della storia sanguinosa.
> “Per me il pensiero più desolante è che alla storia non si sfuggirà mai più. E
> questo il vero motivo per cui continuo ad armeggiare tra tutti i miti? Ripongo
> forse speranze in un mito dimenticato che possa salvarci dalla storia?”
*
All’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, brillano i due
capitoli dedicati a Kafka e al suo epistolario con Felice, la donna che avrebbe
dovuto sposare e alla quale fu legato da un rapporto tormentoso e conflittuale.
Lo sguardo di Canetti sul celebre scrittore è di una sconvolgente e disarmante
tenerezza. Faccio fatica a trovare altri esempi in cui la critica letteraria si
spogli della sua arroganza cattedratica per diventare pura immersione nell’opera
che si pone come oggetto di studio. Forse, solo Cortázar, nel suo memorabile A
passeggio con John Keats, può essere annoverato come una fulgida eccezione.
Nessun altro scrittore è stato capace di penetrare così a fondo nelle
interiorità di un autore, e al tempo stesso, da speleologo di un destino
incistato nella letteratura, di offrirci un ritratto così potente. Kafka:
l’artista che trova giustificazione solo nella letteratura, che vive grazie alla
letteratura e di letteratura. Il dilemma intimo dello scrittore boemo: quanto
più la sua scrittura cresce in intensità, tanto più l’individuo si percepisce
sempre più piccolo, attratto come da un gorgo incantato dal grande, terribile e
meraviglioso oceano d’inchiostro nero che si stende sul foglio di fronte a lui.
Il sogno di Kafka: così come un certo tipo di storiografia ci mostra Nerone,
all’apice della solitudine, contemplare Roma devastata dall’incendio, così Kafka
desidera che, nella notte, solo lui rimanga sveglio nel mondo, per poter
finalmente “farsi carico” dell’umanità e confrontarsi con la sua multiforme
essenza. Si sente, in quel momento, giustificato davanti a sé stesso e agli
altri. A Kafka serve una statura, una postura da superstite, da ultimo uomo
sulla terra: nella sua stanza, a lume di candela, scrive come se inviasse
missive dall’Arca, in mezzo al diluvio.
Kafka: il poeta sempre in lotta contro il potere, alla ricerca di una libertà
assoluta e senza vincoli, così come il ritmo del respiro, il compenetrarsi degli
estremi, l’abbraccio di violenza e tenerezza.
Ecco uno dei sensi della parabola di Canetti, alfiere di un dettato che cavalca
verso l’altrove, ma mai in fuga rispetto al cuore oscuro del presente – più che
di vino, di oscuro sangue è fatta la storia del mondo. In questo senso,
l’eterogeneità della raccolta di saggi diventa naturale rifrazione della
multiformità dell’esistente: convivono, in una straordinaria galleria di
ritratti, Hermann Broch, autore del folgorante La morte di Virgilio, Karl
Kraus, Georg Büchner – il cui Woyzeck ha cambiato la vita di Canetti –, Tolstoj
e Confucio, esempio mirabile di integrità etica e letteraria.
*
Nel capitolo Dialogo con il terribile partner, tra i più belli di tutta la
raccolta, Canetti esplora le ragioni che spingono certi uomini a tenere un
diario. Colpisce, in queste pagine, l’importanza attribuita ai diari di viaggio,
ai quali ci si accosta fin da bambini. Il sentimento di una vita ingessata in
pose ormai fisse, l’oppressione di una realtà troppo carica di senso,
l’avvicendarsi di vicende sempre note ci spingono verso i resoconti di viaggio,
dove tutto è ancora al di qua di ogni inizio, avventura dopo avventura, giorno
dopo giorno. Solo immaginando città straniere, lingue misteriose e luoghi
irripetibili possiamo colmare la nostra insaziabile voglia di metamorfosi.
Non sorprendono quindi l’interesse sempre vivo di Canetti per l’antropologia, lo
studio comparato di civiltà lontane nello spazio e nel tempo, la sua
predilezione verso i grandi diari di viaggio, come quello del cinese Hsüan Tang
o dell’arabo Ibn Battura, e l’ammirazione verso forme di scrittura distanti –
il Libro del Guanciale di Sei Shōnagon e Storia di Genji, di Murasaki Shikibu.
*
Tutti ricordano giustamente Canetti per il trittico autobiografico o per quel
monumento del pensiero che è Massa e Potere. Eppure, io credo che il vero
capolavoro dello scrittore siano i suoi Appunti, raccolti nell’arco di tutta una
vita. Come non restare trafitti da quel dettato eracliteo fatto di
lampeggiamenti, echi di senso dove il tuono si propaga a valle, di piccoli
incendi e ripide cascate? Leggere Canetti è come cartografare il mondo, portando
sempre dentro di sé il senso del mistero e della meraviglia.
Esiste un breve scritto di Borges che chiude L’artefice, piccola opera quasi
testamentaria del grande argentino. Nella mia copia del libro, ormai un po’
sgualcita, ho sottolineato con un leggerissimo tratto di lapis le ultime righe.
Mi sembra che possano spiegare meglio di qualsiasi altra cosa ciò che Elias
Canetti rappresenta per me.
> “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno
> spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli,
> di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.
> Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
> l’immagine del suo volto”.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti proviene da
Pangea.
Non sarebbe stato difficile scorgere a Parigi, nella livida luce del tramonto
sul lungo Senna, il profilo imponente di Danilo Kiš. Dinoccolato, con una
sigaretta tra le labbra appena dischiuse e una capigliatura da creatura
mitologica, questo misterioso principe delle lettere amava girovagare per la
città, sfiorando discretamente i banchetti dei bouquinistes, attratto dalle
copertine e dai poster che occhieggiavano dagli scaffali.
Con gli occhi azzurri e luminosi, il volto dalle linee irregolari e la voce di
balcanica asprezza, Danilo Kiš si muoveva con l’incedere di un lare, quassi
fosse una tenera e rassicurante divinità
*
La biografia pretende di racchiudere in pochi cenni l’arco di un’esistenza, più
o meno lunga a seconda dei capricci delle Parche, disteso tra due banali date di
calendario. Danilo Kiš nasce nel 1935 in una famiglia per metà ungherese e per
metà montenegrina, ereditando dal padre la religione ebraica. Trascorre
l’infanzia in Ungheria, dove si confronta presto con l’odio antisemita e inizia
a maturare la sua precoce vocazione di scrittore. Poco prima della catastrofe,
si rifugia con la madre e la sorella in Montenegro, riuscendo a sottrarsi ai
rastrellamenti e a completare gli studi. Dopo la guerra, si laurea in
letterature comparate all’Università di Belgrado. Il resto della vita lo
trascorre tra Parigi e la capitale serba, insegnando come lettore di
serbo-croato nelle università francesi. Traduce con grazia da tre lingue e
scrive libri di ustionante bellezza. Assieme a Cortázar, appartiene a quella
schiera di scrittori esuli a Parigi, sospinti dalle onde del destino, dai marosi
della storia e dal richiamo delle Muse. Milan Kundera lo definì il più
misterioso e il più grande della sua generazione.
*
Su pochi altri scrittori la storia ha calato i suoi artigli con altrettanta
ferocia. Il giovane Kiš, in un triste e tragico battesimo, assiste come
testimone impotente al massacro di Novi Sad, avvenuto nel 1942. Di suo padre e
della maggior parte dei familiari si perderà ogni traccia: troveranno la morte
ad Auschwitz e in altri campi nazisti.
La letteratura di Kiš nasce sotto il segno della sofferenza e della crudeltà
arbitraria: la scomparsa dei propri cari e un destino segnato dalla sventura si
trasformano in un vero e proprio buco nero che travolge la biografia e orienta
la scrittura. Il colloquio tra i vivi e i morti diventa la cifra peculiare di un
equilibrio teso come una corda sull’abisso, sospeso tra memoria e oblio.
Come dire: la letteratura veste le sembianze di Caronte, mettendoci in religioso
ascolto di coloro che sono svaniti tra le nebbie della storia e ci attendono
dall’altra parte del fiume.
Mi tornano in mente i favolosi ritratti del Fayyum, ritrovati quasi intatti tra
le sabbie millenarie dell’Egitto: la scrittura di Kiš si posa come un amorevole
sudario sui volti di chi è già salpato. Anche lui, come Mandel’štam, ha appreso
la “scienza degli addii”. Il momento del congedo, però, non è mai netto, non
avviene con il veloce e argenteo taglio di una lama: è piuttosto un lento
dissolversi tra le fessure del tempo, il riconoscere infine che i partenti
custodiscono con sé il mistero del passaggio, sigillandone il segreto come una
rosa ben serrata tra le labbra.
Tutta l’opera di Kiš, dagli acerbi tentativi poetici fino alla grande trilogia
composta da Dolori precoci, Giardino, cenere e Clessidra, è attraversata
dall’urgenza creativa di dar voce ai dimenticati della storia, a coloro che sono
stati risucchiati dal gorgo delle atrocità novecentesche: come dar vita a una
Genesi all’inverso, partendo dal termine ultimo, dall’isola di Patmos.
In Enciclopedia dei morti, altra opera fulminante di Kiš, così come in Salmo 44,
la scrittura nasce da un’esigenza quasi etica: ‘incarnare’ l’invisibile, quel
muto e incolmabile spazio del distacco, e dargli un cuore, dei muscoli, una
colonna vertebrale che abbia le sembianze della speranza.
Solo attraverso la scrittura Kiš può congiungersi all’assenza siderale del
padre, riascoltarne i frammenti di voce, riportarlo entro le cornici di
un’esistenza che era pura vita in essere: come se, per miracolo, potesse farlo
riemergere dalla periferia del tempo e del sogno.
Colpisce, nella prosa di Kiš, un senso di devoto rispetto per l’atto creativo,
oserei dire per ogni singola parola scelta. Nulla appare superfluo, tutto è
assolutamente necessario, impossibile da esprimere altrimenti da come è: quasi
l’osservanza amorosa di un rito millenario, da custodire e tramandare con la
cura di un amanuense.
*
La scienza dell’etimologia rimescola le carte come un’astuta chiromante. Nelle
lingue di derivazione germanica o slava, per formare la parola compassione,
accanto al prefisso con- si sceglie invece un termine che significa sentimento.
Così, in tedesco, ceco o polacco, provare compassione per qualcuno significa in
realtà aderire intimamente a ogni emozione, sia essa gioia, angoscia, dolore o
felicità.
Tutta l’opera di Kiš è illuminata da questa particolare sfumatura di luce. Un
misto di cristiana pietas, compassione e ritegno verso il mistero degli uomini
guida la sua penna. Così anche in Salmo 44, dove le vicende di Maria – deportata
ad Auschwitz e in procinto di evadere dal campo con il figlio appena nato e una
compagna – prendono forma in una sorta di delirio onirico, attraverso continui
slittamenti temporali tra passato e presente. Il ritratto del padre di Maria,
seppur solo accennato, con la sua accorata e tragica consapevolezza della fine
imminente, richiama inevitabilmente la biografia di Kiš e la figura di suo
padre.
Il presentimento della catastrofe, le continue vessazioni subite dagli ebrei, le
esecuzioni sommarie e lo spettacolo tragico di una crudeltà efferata e gratuita
non soffocano, ad ogni modo, la voglia di vivere della protagonista: anche nelle
tenebre più fitte possono aprirsi spiragli di luce.
Nel breve libro ricorre spesso un’immagine che mi sembra racchiudere in senso
metaforico quanto appena detto: un fascio di luce, esile e tremolante, che si
insinua nell’oscurità delle baracche attraverso piccole aperture. Quel bagliore
le permette di vedere il figlio appena nato, di ripensare a Jakub, che forse li
raggiungerà quando tutto questo sarà finito. Di esercitare, infine, il diritto
sacrosanto alla speranza: il sentimento del futuro.
Salmo 44 è attraversato da una tensione costante, che cresce via via
avvicinandosi al culmine della vicenda: l’evasione dal campo, il cui esito
incerto può significare tanto la morte quanto la vita:
> “la sensazione di un momento che ha la densità dell’eternità e del sangue; il
> momento decisivo in cui si intersecano il passato, il futuro e il presente”.
Elemento simbolico, in questi attimi concitati, è il sangue: quello che Maria
sente scorrere dopo il primo rapporto con Jakub, quello che macchia i cadaveri
orrendamente uccisi e quello che segna l’inizio delle mestruazioni, proprio
nell’istante che precede l’evasione dal campo: il sanguinamento delle ferite
della storia si mescola a quello delle vicende individuali:
> “perché sembra che nel flusso quotidiano degli eventi debbano intervenire le
> morti e le nascite, affinché l’uomo rifletta su quel fiume di sangue da cui
> emergiamo e in cui torniamo ad affondare, come un fiume sotterraneo che scorre
> invisibile dentro di noi, e che riconosciamo solo quando sopraggiunge una
> torbida piena o quando il fiume si secca e si prosciuga”.
Adorno proclamò che, dopo Auschwitz, scrivere poesie sarebbe stato un atto di
barbarie. In quello che viene definito il “crinale quasi fisico di un’epoca”,
Maria si domanda se vi sia ancora spazio per una qualsiasi forma di
trascendenza. Ecco allora riaffiorare il pensiero del padre: Dio come perfetta
incarnazione della giustizia, dell’umanità, della bontà e della speranza. Alla
vigilia dell’evasione, Maria vorrebbe a sua volta credere in un Dio,
> “fatto in parti uguali di speranza, di bontà, di compassione, di amore…Sì. E
> di odio. E paura.”
Il Dio di Maria si chiama Jan, il figlio nato nel campo, il legame con il
futuro, con un orizzonte di vita aperto al vento di ogni possibilità. O forse il
Dio di Maria si chiama Max, come il deus ex machina di cui si parla più volte ma
che non incontriamo mai nel libro, e che Maria si appresta a conoscere solo anni
dopo la guerra, mentre visita con Jakub e Jan il campo di Auschwitz.
> “Sulla fronte di Jan voleva imprimere il marchio del martirio e dell’amore,
> quello che lei e Jakub si erano guadagnati con le loro sofferenze. E la
> ricompensa doveva andare a Jan. Ed era orgogliosa della sua missione:
> trasmettere a Jan la gioia di coloro che erano riusciti a creare la vita dalla
> morte e dall’amore. Donargli la gioia amara della sofferenza che lui non aveva
> provato mai sulla propria pelle, una sofferenza che tuttavia doveva essere
> presente in lui come un monito, come una gioia; come un obelisco.”
*
In un suo breve scritto, Danilo Kiš scrive che fra i suoi antenati del ramo
materno c’è un leggendario eroe montenegrino che imparò a scrivere a
cinquant’anni, sommando alla gloria della spada la gloria della penna, e anche
“un’amazzone” che per vendetta tagliò la testa a un usurpatore turco. La rarità
etnografica che Danilo rappresenta morì insieme a lui, alla fine degli anni
Ottanta.
In un’intervista per “Il Tempo” realizzata in Italia nel 1988, Maurizio Ciampa è
colpito dallo sguardo di Danilo Kiš. Gli appare incredibile che quegli occhi,
dalla luce tanto intensa, abbiano potuto fissarsi, probabilmente increduli, su
così tanto dolore.
Mi piace immaginare che, in quel preciso istante, la sua indomabile speranza
fosse segretamente affidata agli uccelli che volteggiavano sopra il giardino
dell’Hotel Quirinale di Roma.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il marchio del martirio e dell’amore. Riflessioni intorno a Danilo
Kiš proviene da Pangea.