O gni scrittore ha la sua scena primaria. Quella di Ingeborg Bachmann fu
l’ingresso delle truppe naziste a Klagenfurt nel marzo 1938, immortalata prima
nel racconto Giovinezza in una città austriaca, in cui lamentava un Paese che
“sta per vendersi, per vendere anche il cielo che viene tirato da tutte le parti
fino a che non si squarcia mostrando una voragine nera”, e ripercorsa poi nelle
conversazioni di In cerca di frasi vere (1989), dove in “quell’immane brutalità,
quel vociare, quel cantare e marciare” rilevò “il sorgere della [sua] prima
angoscia mortale”. Un contributo decisivo e sui generis a questa mitizzazione si
ha nella biografia atipica che lo scrittore tedesco Uwe Johnson, amico stretto
di Bachmann, tratteggia in Un viaggio a Klagenfurt (1974), resoconto
frammentario e discontinuo sulla memoria collettiva di una città ancora collusa
con i fantasmi del nazismo, un testo dove la lettura del trauma collettivo passa
per l’esperienza e la memoria private, scritto nel tentativo di elaborare il
lutto per l’amica prematuramente scomparsa. Va precisato che la presenza di
Bachmann nel capoluogo carinziano in quel giorno fatale fu successivamente
smentita dalla critica, ma la scelta di collocare l’esperienza fondativa della
paura, del tradimento e della rimozione in un’immagine mnemonica dove la memoria
privata e quella collettiva coincidono divenne centrale non solo per la
biografia, ma anche e soprattutto per l’esegesi delle Todesarten, il ciclo
incompiuto in cui la violenza storica dei totalitarismi si riflette nei traumi
invisibili e nell’annientamento psicologico delle protagoniste all’interno della
sfera privata.
Il primo testo del ciclo, il romanzo Malina (1971), rappresentò sin dalla
pubblicazione un punto di rottura e una sfida per l’interpretazione: parte delle
prime recensioni derubricarono il suo contenuto a “storia di una nevrosi” o
“autobiografia isterica”, ma con il tempo acquisì lo status di culto per la sua
capacità di farsi osservatorio letterario di una serie di dinamiche sociali
passate sotto silenzio nell’Austria degli anni Settanta, esperite nelle loro
conseguenze estreme da un io narrante contraddittorio e sfuggente, colto nella
sua frammentazione. Così, il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato
Ivan, che si consuma sotto lo sguardo indagatore dell’enigmatico coinquilino
ungherese Malina, scompare presto dietro l’intenzione dell’autrice di
rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture,
ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca
contraddizioni e dilemmi della società stessa.
Il parossismo del male individuale e collettivo giunge nel nucleo perturbante
del romanzo, il capitolo Il terzo uomo, conosciuto anche come Traumkapitel,
sequenza di sogni e visioni al cui centro si staglia la figura di un padre
onnipotente e autoritario che annienta fisicamente e simbolicamente la
figlia-narratrice. Le implicazioni sociali più ampie di questa rappresentazione
sono state messe in luce da studiose come Helgard Mahrdt, che attingendo alla
Scuola di Francoforte ha esteso ai testi in prosa di Bachmann il principio che,
sulla scia di Habermas, vede la violenza e l’oppressione come momenti
strutturali della sfera pubblica e di quella privata, evidenziando similitudini
e continuità nella rappresentazione delle invisibili linee di demarcazione che
escludono le donne dalla prima. La scelta stessa dei luoghi rappresentati
ricalca i confini invisibili che scandiscono la sfera pubblica e le conseguenze
psichiche dell’esclusione: uno su tutti, l’esempio dei Männerstammtisch ritratti
nel racconto Tra pazzi e assassini, le tavolate di aggregazione maschile che
fungevano da pinnacoli dell’omosocialità viennese durante il secondo dopoguerra.
> In Malina il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan scompare
> dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima
> persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre
> più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società
> stessa.
Uno dei passaggi di Malina più frequentemente citati è infatti “La società è il
più grande teatro del delitto”. L’obiettivo di Bachmann, attraverso
l’introduzione di un narratore ibrido caratterizzato da un’identificazione
parziale e a tratti sovrapposta con l’amico e coinquilino Malina, è quello di
trasmettere in tutta la sua gravità “il peso di una cultura che esige una tale
scissione interiore sia dai suoi autori che dai suoi cittadini, una cultura in
cui la riconciliazione tra emozione e intelletto non è più possibile”. In tal
modo, e in tutti i testi delle Todesarten, l’emergere nella sfera privata
dell’esperienza della guerra, del nazismo e dello sterminio di massa rimossi
dalla narrazione pubblica “mette radicalmente in discussione il postulato
centrale della sfera pubblica borghese, la capacità di organizzare la società
secondo regole e leggi razionali e vincolanti”. E benché in una cospicua fetta
di critica la causa della malattia femminile venga spesso rinvenuta nella
dominanza maschile, la letteratura secondaria su Bachmann ha il pregio di
mantenersi vigile sul potenziale patogeno che la società ha sull’individuo e
sulle conseguenze psichiche della sua esclusione dalla sfera pubblica. Manca
tuttavia di porre il rimosso al centro della discussione sociopolitica, e di
osservare come gli elementi che hanno interessato la critica possono facilmente
essere riuniti in una lettura più ampia. I testi delle Todesarten rivelano come
i disturbi delle protagoniste femminili, ascritti spesso a semplice isteria,
siano un prodotto sociale in duplice senso, poiché Bachmann non si limita a
riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di
potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere
sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.
Analogamente al pensiero di alcuni filosofi come Lacan e Althusser, nelle
Todesarten il soggetto è il prodotto di un discorso, una struttura simbolica che
nondimeno definisce e codifica un determinato legame sociale, al punto che in
Bachmann, rileva Michèle Pommé, dietro i numerosi parallelismi con gli scritti
di Freud emerge un concetto distinto di malattia, che identifica la sofferenza
isterica come una sofferenza causata da strutture di potere predeterminate.
Bachmann attribuisce infatti la malattia non alle donne ma alle strutture
sociali, scegliendo invece di rappresentare l’intreccio di storia individuale e
umana fondato sui sintomi psicosomatici delle sue protagoniste: in tal modo, il
corpo isterico funge da simbolo collettivo del ricordo, da sintomo di una
società malata e corrotta, che quando correttamente esaminato riflette
sull’esclusione sociale guardando non alla patologia in sé, bensì a una
possibile teoria del significato e pratica di decifrazione.
L’esclusione dell’io narrante dal discorso sociale non concerne però il solo
sapere medico. La riflessione sugli effetti di corruzione del discorso interessa
anche le relazioni affettive, investite dello stesso carattere patologico della
diagnosi medica, di quella malattia, scrive Sandra Frieden, caratterizzata dalla
disponibilità della donna ad adattarsi ai desideri dell’uomo, che si aspetta un
simile accomodamento – in altre parole, dallo sforzo destinato a fallire di
adeguarsi ai codici di condotta socialmente accettati e alle prescrizioni
maschili, ma che nel tentativo stesso di restaurare la promessa di totalità
afferma un principio di verità sul reale del mondo che l’ha escluso.
> Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture
> sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino
> alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della
> classificazione della malattia.
L’io narrante di Bachmann, quindi, altro non è che il tentativo di istituire un
soggetto che getti le proprie fondamenta fuori dal discorso dominante, fino a
ricusare il discorso stesso: l’identificazione della narratrice senza nome di
Malina come sintomo e scarto della società riconosce nell’infimo punto di
esclusione la falsità della posizione universale (e neutrale) che la
costituisce, proprio come il sintomo, in psicoanalisi, sovverte l’Universale di
cui esso stesso è l’esempio. In Il soggetto scabroso (1999), Slavoj Žižek rileva
come ogni critica politica autentica muova da questo nucleo impossibile, dalla
rivendicazione e dall’identificazione con “il punto di eccezione intrinseco,
l’‘infimo’ dell’ordine positivo concreto”, e sovverta l’egemonia dal suo punto
di esclusione: “In una società strutturata gerarchicamente, la misura della vera
universalità va rintracciata nel modo in cui le parti entrano in rapporto con
quelle che si trovano ‘sul fondo’, escluse da tutte le altre”.
Non a caso, una cospicua parte delle Todesarten tratta la molteplicità delle
politiche di esclusione messe in atto dalla società austriaca. Se è vero che i
personaggi sono vittime di un principio di oppressione di cui il padre è il
rappresentante, bisognerebbe elaborare allo stesso modo un’interpretazione
attenta al contesto e al significato della rivendicazione della vittima in
letteratura e nell’arena politica. Fra i tentativi in tal senso spicca lo studio
Nicht Ich (1990) di Christina von Braun, che vede nel sintomo isterico
l’espressione individuale di una sofferenza collettiva e il tentativo di
combattere la causa di tale sofferenza, e che riscontra nel Traumkapitel e nelle
lamentazioni di un io narrante che non riesce a esprimersi con una logica
diversa da quella del sintomo su avvenimenti, concetti e persone per cui
nell’ordine sociale, nel registro simbolico fondato dal linguaggio, sono da
leggersi come il punto di incontro tra il destino del singolo e la “grande
Storia”, ovvero come ripercussioni degli sviluppi storici sulla psiche
individuale.
Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
parlano o vengono interpellati. Bachmann rompe allora le convenzioni della
prassi autoriale, affranca l’Ich dal ruolo di vittima o complice in cui era
stata costretta dall’ordine paterno e le consente di superare quella follia
causata dalla speranza nel “buon padre” che per contrasto, nella perdita del
padre, causa la perdita della realtà per la figlia.
Se, come dichiarato dall’autrice nel 1973, il fascismo “non comincia con le
prime bombe che vengono lanciate” ma inizia nei rapporti tra le persone, al
punto di essere “l’elemento primo fra uomo e donna”, la scelta di palesare la
violenza insita nel dominio di genere è complementare alla sperimentazione
formale atta a superare questo dualismo nella voce narrante. L’identità ibrida
della voce autoriale, scissa tra l’emotività dell’io e l’identificazione
intellettuale con Malina, ricostruisce l’ordine paterno e rende visibili al
lettore le sue disfunzioni e le sue crepe. La questione dell’autorialità si
risolve con il frapporre un velo tra la donna e l’autrice, nell’anteporre la
trasparenza del meccanismo sociale alla rivendicazione soggettiva: pertanto, le
descrizioni dei turbamenti isterici della narratrice e la denuncia degli orrori
del nazismo e del discorso paterno smascherano la violenza del discorso del
padre, del padrone e della patria proprio perché rappresentati come sogno, e
diventa così possibile leggere il Traumkapitel come una presa di commiato dal
supporto ideologico che fino ad allora dava consistenza alla realtà.
La realizzazione che l’uomo del sogno non è suo padre ma il suo assassino
innesca la perdita di realtà in grado di attraversare il fantasma sociale
intessuto intorno alla nazione e alla figura paterna. Qui ci viene incontro la
psicoanalisi, secondo cui il fantasma ideologico ha la funzione di supportare il
senso di realtà del soggetto, ma se viene meno l’immagine fantasmatica, nota
Žižek, il soggetto subisce una disgregazione, una perdita di realtà, e inizia a
percepire l’esistente come un irreale universo da incubo senza alcuna stabile
fondazione ontologica. La sequenza onirica di Bachmann, che mette in scena la
storia di una distruzione soggettiva nella sua rilevanza collettiva, fa sì che
il soggetto porti a compimento il superamento del padre liberandosi dalla
dipendenza del ruolo di figlia, ma in quella rappresentazione grottesca e
orrorifica dello sterminio di massa, del cimitero delle figlie e dell’omicidio
stesso, a essere raffigurato “non è ‘puro fantasma’, ma ciò che rimane della
realtà dopo che essa è stata privata del suo supporto fantasmatico”.
> Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
> fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
> regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
> parlano o vengono interpellati.
E giacché il fantasma, in Lacan, per essere operativo deve rimanere implicito,
il Traumkapitel rende l’invisibile continuità tra pubblico e privato, tra un
presente di sopraffazione di genere e un passato recente ancora non elaborato,
il nucleo a cui il fantasma ideologico deve sopperire. Se anche nel precursore
Tra pazzi e assassini la situazione narrativa è complicata dal fatto che
“oggigiorno, le persone non possono più essere facilmente classificate come
‘l’una’ o ‘l’altra’ come era possibile durante il regime nazista”, il problema
centrale della dialettica tra carnefici e vittime di Bachmann non diventa più il
tratto unario che demarca la differenza tra le categorie.
La lettura della scena primaria delle truppe a Klagenfurt suggerita dallo
storico austriaco Gerhard Botz propone un’interpretazione dell’avvenimento su
due piani, che ricalcano i livelli testuali della narrazione in Malina e il
processo di interpellanza e riconoscimento che cattura un soggetto in
un’ideologia, ovvero “la rivolta pseudorivoluzionaria dei nazionalsocialisti
austriaci (dall’interno) e l’invasione militare delle truppe tedesche
(dall’esterno)”. E sebbene sia Johnson che una frangia della critica abbiano
attirato delle obiezioni per una versione dei fatti viziata da uno “sguardo
tedesco”, per definizione estraneo e deviante dalla realtà dei fatti austriaca,
ad animare l’interesse di Botz è non soltanto l’irruzione dello straniero
“dall’esterno”, ma anche il suo rispecchiamento “dall’interno”, dall’irruzione
dell’“altra parte” nella loro stessa Carinzia, in Austria, a fornire un esempio
di quella duplicità e di quel misconoscimento feticistico che hanno
caratterizzato la disposizione d’animo austriaca nei confronti della propria
narrazione nazionale nel secondo dopoguerra.
Teorizzato per la prima volta da Octave Mannoni nella distinzione tra foi (fede)
e croyance (credenza), il concetto di misconoscimento feticistico traccia un
discrimine nella compartecipazione o nel distacco rispetto alla sostanza di
quanto creduto, oltre che all’investimento libidico risultante dalla propria
scelta. È un godimento scaturito dall’interazione tra conoscenza e fissazione su
un’illusione alimentata dal desiderio, di chi dispone di una maggiore conoscenza
grazie a cui è possibile prendere le distanze dall’illusione in questione, pur
manifestando nei suoi confronti una certa devozione. Ebbene, Botz rileva la
medesima duplicità nell’Austria del secondo dopoguerra: traslando il punto
d’impossibilità nella scissione tra le tesi ugualmente autoassolutorie
dell’Opfernation (nazione-vittima), che vedeva l’Austria dell’Anschluss come
prima vittima del nazismo, e l’enfasi sulla resistenza al regime totalitario,
egli nota come la nazione avesse “iniziato a risolvere uno dei suoi due problemi
fondamentali alla base della sua fondazione – la ricostruzione dell’identità
statale-nazionale e la democratizzazione sociale – a costo di non affrontare
realmente l’altro”.
La principale differenza con la letteratura del primo dopoguerra, con i campioni
dell’Austria felix del Mito asburgico (1963) di Magris, è l’accettazione della
mancanza strutturale dell’Altro (sul concetto di “Altro barrato” si veda M.
Recalcati, Jacques Lacan La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, 2016,
pp. 372-74), che gli scrittori e i cittadini dell’Impero assumevano nondimeno
con la giusta leggerezza, consapevoli che non esisteva alcuna narrazione con cui
identificarsi, mentre i contemporanei di Bachmann credono nella nazione
attraverso l’Altro, per procura, e delegando l’impegno che l’elaborazione del
proprio portato collettivo comporta, in un perfetto esempio di interpassività.
Il concetto, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per
spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti
performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per
definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”, un atteggiamento
che divide il soggetto tra una falsa pretesa di attività e la verità della
posizione passiva incarnata nell’oggetto del disconoscimento.
> Il concetto di interpassività, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco
> Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla
> delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione
> politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso
> l’altro”.
Anche il mito può prendere la forma dell’illusione dell’altro, poiché grazie al
mito i membri di una cultura possono prendere le distanze dal contenuto
culturale della loro credenza. Esisterebbe, teorizza Pfaller, anche una sorta di
“interpassività” del mito, di un’illusione collettiva che serve da collante
sociale in un’ideologia condivisa come quella fascista. Seguendo questo
ragionamento, si può affermare che la tesi dell’Opfernation facilitò un agile
ripristino delle precedenti strutture di potere sotto il segno dell’assoluzione
collettiva, distogliendo tuttavia la nazione “dal venire a patti con il passato,
includendo autori e vittime in una comunità di vittime austriaca ingannevole”.
Se allora, come afferma la psicoanalisi (S. Žižek, “Lacan’s Four Discourses: A
Political Reading”, in Desire of the Analysts, 2008) quando un gruppo genera un
pazzo trasferisce su di lui – o, nel caso di Bachmann, su di lei – l’obbligo di
sopportare passivamente la sofferenza che spetta a tutti loro, i turbamenti
dell’io narrante di Malina appaiono non più soltanto come prodotto esplicito del
potere impersonale e crudele di un individuo (o due, se al padre si accosta la
figura di Ivan), come sembrerebbe a una prima lettura, ma come la conseguenza
implicita di un disconoscimento sociale di cui lei sola deve portare i segni.
Le strategie adottate da Bachmann nelle Todesarten e, in misura minore ma più
diretta, in Tra pazzi e assassini, servono ad aprire gli occhi sulla coscienza
“scissa” di molti austriaci: nelle parole di Botz
> il rapporto degli austriaci nel loro complesso con il proprio passato nazista
> è ancora frammentato in un duplice senso. Da un lato, la denazificazione
> giudiziaria e amministrativa, almeno per alcuni anni, aveva determinato una
> netta rottura di continuità; per questo motivo, a partire dagli anni ’70 non
> si registravano praticamente più dichiarazioni aperte a favore del
> nazionalsocialismo né fenomeni neonazisti degni di nota. Allo stesso tempo,
> però, nella grande massa della popolazione continuavano a persistere, con
> poche modifiche o del tutto intatti, elementi della visione del mondo nazista
> e di quella mentalità «paranazista», senza la quale il nazionalsocialismo non
> avrebbe avuto un impatto così ampio ed efficiente in tempi di crisi,
> soprattutto nella tradizione popolare dei tavoli da birreria e delle
> associazioni di reduci.
Così, l’elemento fantasmatico culturalmente specifico in Malina, la compresenza
onirica di nazismo, violenza familiare e memoria traumatica, inscena questo
fantasma sociale in un incubo le cui alternative sono morire per mano del padre,
credendo al mito nazionale e riconoscendosi nel ruolo di figlia-vittima, o
riscuotersi da esso, ma privi delle coordinate di realtà, in balia della più
totale incertezza ontologica. Riconoscersi, in quanto soggetto, come il
destinatario della chiamata ideologica permette all’individuo, uomo o donna che
sia (un esempio su tutti è Antoinette Altenwyl, citata di frequente come esempio
del “buon ordine austriaco”) di strutturarsi all’interno di un fantasma
condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della
solidarietà nella colpa.
Dai Männerstammtisch di Tra pazzi e assassini alla cristallizzazione
dell’autorità nella figura impersonale del Padre-Assassino in Malina, la
ripartizione di Bachmann tra la facciata rispettabile della società e il suo
rovescio osceno dimostra che, come avrebbe spiegato Žižek qualche anno più
tardi, a tenere insieme una comunità non è tanto “l’identificazione con la Legge
che regola i ritmi quotidiani ‘normali’ della comunità, quanto piuttosto
l’identificazione con una forma specifica di trasgressione della Legge. La
comunità nazista si basava sulla stessa solidarietà nel senso di colpa derivante
dalla partecipazione a una trasgressione comune: essa emarginava coloro che non
erano pronti ad assumersi il lato oscuro dell’idilliaca Volksgemeinschaft, i
pogrom notturni, le percosse agli oppositori politici – in breve, tutto ciò che
‘tutti sapevano, ma di cui non volevano parlare ad alta voce’”.
> La figura del padre-prevaricatore in Malina può leggersi come una
> riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
> Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
> allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli
> austriaci nel dopoguerra”.
La solidarietà del gruppo dominante, della nazione, è rafforzata dal
misconoscimento comune dei soggetti, dal momento che le regole non scritte che
fanno da supporto al potere lo sostengono soltanto finché restano nell’ombra,
finché mantengono una distanza rispetto alla trama simbolica visibile che ne
costituisce il fondamento. Se l’esperienza del nazismo e dell’Olocausto è resa
esplicita, come accade nella rappresentazione di Bachmann e, in seconda battuta,
nella ricostruzione di Johnson, nella sua mappa della rimozione nella
toponomastica e nella memoria collettiva di Klagenfurt, viene messa a nudo la
Unfähigkeit zu trauern, l’incapacità di elaborare un lavoro del lutto e, per
estensione, scrive Luigi Reitani nella sua postfazione a Un viaggio a
Klagenfurt, “di investire energie nella politica dopo il tramonto del sogno
criminale nel terzo Reich”.
La figura del padre-prevaricatore in Malina, allora, può leggersi come una
riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci
nel dopoguerra”, osserva la germanista Monika Albrecht. Il bisogno di
assoggettarsi al padre e il tentativo (fallito) di conformarsi, sono gli impulsi
opposti che attraversano l’io narrante nell’istante esatto dell’interpellanza:
riconoscersi o meno come destinatario della chiamata ideologica permette al
soggetto di strutturarsi all’interno di un sistema ideologico condiviso, sia
esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella
colpa. La messa in scena del Traumkapitel non segna soltanto la rottura con la
legge paterna; costituisce in primo luogo una cesura con l’organizzazione della
realtà che permette alla legge e al suo supplemento osceno di prosperare.
Bachmann, però, si è spinta oltre l’accusa all’ideologia dominante e alle sue
falle. Se di Malina si interpretano infatti la connivenza e l’accettazione della
violenza patriarcale o delle autorità, di cui è complice anche l’amante Ivan,
come un riconoscersi nel già citato buon ordine austriaco, è necessario
chiedersi quale sia il significato della posizione dell’io narrante, su cui
ricade la violenza dell’istituzione. La chiave è nel fallimento,
nell’impossibilità di conformarsi a quanto richiesto dal fantasma ideologico,
poiché esiste sempre un’esorbitanza, un eccesso del singolo rispetto alla
costituzione, un eccesso che incarna la “discontinuità nel reale”. Il soggetto
di Bachmann, e in un senso più ampio Bachmann stessa, incarna nella poetica ciò
che sfugge all’inclusione nel sistema simbolico, sia esso quello della nazione o
del linguaggio comune.
La sua produzione letteraria resiste all’interpellanza, aspira a “trovare frasi
vere”, aggira la scelta forzata tra l’alienazione fondamentale, la definizione
della propria esistenza attraverso i termini dell’Altro, e con la messa in scena
del Traumkapitel squarcia le condizioni di realtà e separa il soggetto dal suo
fantasma, scuote le fondamenta per consentire una ristrutturazione a monte del
nostro universo simbolico in cui inscrivere un nuovo agire. Al di là
dell’indiscusso merito poetico, nelle Todesarten Bachmann dimostra la propria
lungimiranza nell’avventarsi contro la costituzione discorsiva del mito, di
illustrare il coinvolgimento (inter)passivo degli individui del dopoguerra,
privati della propria identità dalla narrazione collettiva, e presenta
l’urgenza, nella morte simbolica dell’io, scomparso in una crepa nel muro e
nella realtà, di passare per una destituzione soggettiva, l’esperienza radicale
di chi si assume la responsabilità del proprio fantasma fondamentale, in un
inesausto lavorio di cesellatura su quella scena primaria che dà forma al sogno,
o meglio, alla possibilità di sottrarsi all’incubo.
L'articolo Oltre la legge del padre proviene da Il Tascabile.
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Perché una folla può applaudire misure destinate a colpirla? L’identificazione
con il leader, l’odio e la riduzione della vita ai numeri concorrono a…
L'articolo Perché votiamo contro noi stessi sembra essere il primo su
L'INDISCRETO.
C hi era veramente Jacques Lacan? Provare ad avvicinarsi alla natura di questa
esistenza potrebbe forse rivelare i segreti sepolti in un pensiero
coraggiosamente oscuro, che procede per folgorazioni e illuminazioni e non
sembra poter essere ridotto alla più tranquillizzante e canonica catena di
causa-effetto. Studiare la parte più sommersa della psiche umana, come ha fatto
Lacan, plasma inevitabilmente anche il modo di raccontarla, ma alla grigia
intransigenza dell’analista fa da controcanto un’esistenza spumeggiante e sempre
tesa al superamento dei limiti, una dissonanza in realtà solo apparente perché
mostra come l’uomo e il suo pensiero non siano del tutto divisibili.
Catherine Millot, allieva e poi compagna di Lacan, nel suo Vita con Lacan
(2017), offre un ritratto inedito dello psicoanalista francese catturato nella
sua esistenza quotidiana, tra lo studio a Parigi nel settimo arrondissement e la
casa di Guitrancourt, tra le corse folli con la macchina (Lacan non sopportava
le code e superava le altre auto in corsia di emergenza o abbandonava la sua in
mezzo alla strada se la cosa era inaggirabile o un semaforo rosso troppo a
lungo) e gli imprescindibili bagni nella piscina della sua casa di campagna
qualsiasi fosse la stagione. Ma scoprendo i tic e le fissazioni di Lacan emerge
pian piano il fondamento che è alla base del suo lavoro, l’idea, cioè, di un
movimento inesorabile verso lo sconosciuto, una spinta sempre in avanti, la
forza di protendersi fino al limite. Così come le forme del desiderio che la sua
psicoanalisi ha mirato a definire, a questo anelito verso l’infinito che muove
l’uomo e il pensatore, Lacan ha offerto, sempre, la sua dedizione più assoluta.
Nell’inverno del 1971, settantenne, affermato già in tutto il mondo come uno dei
più grandi eredi di Sigmund Freud e sempre al centro di critiche che ne
contestano l’insegnamento o la pratica di analisi tanto da venire a un certo
punto scomunicato dall’IPA (International Psychoanalytical Association), Jacques
Lacan viene chiamato all’Ospedale Sainte-Anne di Parigi per tenere una serie di
conferenze per i medici psichiatri dell’istituto. Il Sainte-Anne, situato nel
quattordicesimo arrondissement e dal 1863, per volere di Napoleone III, dedicato
alle cure psichiatriche, di cui usufruiranno anche Antonin Artaud e Paul Celan,
non era un posto qualunque per Lacan perché alla fine degli anni Venti in quelle
sale cominciò a esercitare la professione medica come psichiatra. Tornarci
quindi, dopo quasi mezzo secolo e dopo aver fondato due scuole centrali per la
storia della psicoanalisi e delle scienze umane tutte, l’École freudienne de
Paris che poi scioglie e l’École de la Cause freudienne, significava per Lacan
guardarsi indietro, capire il luogo da dove si era sviluppato il suo pensiero e,
per certi versi, fare i conti con la strada che fino a quel momento aveva
percorso.
> All’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui suoi
> seminari affollatissimi Lacan è consapevole dell’insufficienza della parola e
> dell’impossibilità di trasmettere attraverso i suoi significati i segreti
> dell’esistenza psichica umana. Eppure, non esiste altro modo.
La raccolta di quegli interventi ha un titolo emblematico, che nella sua
icasticità rende bene le forme ermetiche, e per certi versi impenetrabili, della
sua opera: Io parlo ai muri, questo il titolo, è infatti un concetto in grado di
restituire l’opacità di una parola che, andando a indagare gli spazi più
reconditi dello spirito umano, quelli dell’inconscio, per sua stessa natura
risulta inafferrabile e inspiegabile, una dichiarazione di poetica che accetta
le difficoltà e ne assume tutto il valore per provare ad andare oltre alla
limitatezza del parlare. Nell’incontro che tiene nella cappella dell’ospedale,
Lacan prova a spiegare al suo uditorio il paradosso di tutta la sua esperienza:
all’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui seminari
affollatissimi che tenne per tutta la vita e che videro affollarsi migliaia di
studenti, personalità dell’intellighenzia mondiale e curiosi, Lacan è
consapevole dell’insufficienza della parola e dell’impossibilità di trasmettere
attraverso i suoi significati i segreti dell’esistenza psichica umana. Eppure,
non esiste altro modo.
Perché però provare? Perché tentare di forzare i limiti del linguaggio davanti a
un’impresa che si preannuncia, sin dall’inizio, impossibile? In queste domande è
racchiuso il senso intero di un’opera lanciata verso l’impossibile, sfidare il
monito di Wittgenstein su quello su cui si dovrebbe tacere: nel suo desiderio di
sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e non solo si ricollega
al magistero di Freud (attraverso il suo celebre e auspicato “ritorno a Freud”)
ma in un certo senso lo oltrepassa perché lo studio dell’inconscio finisce per
superare abbondantemente i confini della psicoanalisi e incrociare proficuamente
la sua strada con altri campi del sapere, dalla letteratura alla filosofia fino
alla matematica. Il segno probabilmente più evidente di questo slancio verso
l’impossibile è testimoniato dalla natura orale e seminariale del suo lavoro:
l’unica opera scritta pubblicata nel corso della sua vita sono i due volumi
degli Scritti (che comunque sono una raccolta di testi già pubblicati altrove o
di discorsi e conferenze pronunciate in giro per il mondo) mentre tutto il cuore
del suo insegnamento e della sua eredità sta proprio nei seminari che tenne a
Parigi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e che sono dapprima un’analisi
dei concetti di Freud e poi, a partire dal celebre seminario I quattro concetti
fondamentali della psicoanalisi, una riscrittura di Freud con la lenta e
inesorabile emersione dell’originale pensiero lacaniano.
> Nel suo desiderio di sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e
> non solo si ricollega al magistero di Freud ma in un certo senso lo oltrepassa
> perché lo studio dell’inconscio finisce per superare i confini della
> psicoanalisi e incrociare la sua strada con altri campi del sapere.
Come uno dei suoi maestri, Alexandre Kojève, le cui lezioni parigine su Hegel
ebbero una ricaduta fondamentale per tutta la cultura del secondo Novecento e a
cui partecipò anche Lacan in compagnia di personaggi come Raymond Queneau,
Georges Bataille, André Breton, Hannah Arendt e molti altri, Lacan ripone una
fiducia massima nell’ambito seminariale che diventa da un lato la messa alla
prova più estrema dell’uso della parola e, dall’altro, l’unico mezzo attraverso
il quale diffondere le proprie idee, difficilissime da ingabbiare sulla pagina
scritta. Riveste quindi un ruolo centrale, che emerge bene anche da Io parlo ai
muri, l’insegnamento, un gesto non riducibile solo alla trasmissione del sapere,
ma che si tinge di una relazione decisiva con chi ascolta, chiamato a
collaborare alla costruzione della conoscenza: “Mi sforzo – dice Lacan –
affinché non abbiate un accesso troppo facile al sapere, così che voi dobbiate
metterne del vostro”. Jacques-Alain Miller, durante una delle conferenze che
tenne in Brasile su Lacan e che sono raccolte nell’importante volume
Delucidazioni su Lacan (2025) spiega bene come l’insegnamento di Lacan
“impedisce di credere che lo si possa comprendere immediatamente”: in questo
senso leggere Lacan, provare a cogliere il mistero più profondo del suo
pensiero, e quindi il segreto intero dell’essere umano, è un atto di fede
assoluto.
La parola è quindi lo strumento fondamentale dell’insegnamento di Lacan
nonostante per lui la verità sia per sua stessa natura impossibile: “Io dico
sempre la verità: non tutta! Perché a dirla tutta non ci si arriva. Dirla tutta
è impossibile materialmente: sono le parole che mancano! È proprio per questo
‘impossibile’ che la verità tocca il reale”. “I muri in fondo sono fatti per
circondare un vuoto” dice Lacan e in effetti insegnare rappresenta proprio lo
sforzo di circoscrivere questo vuoto, di dargli una forma e fare in modo che
nell’aula, nelle quattro mura che la costituiscono e che custodiscono gli
uditori, si possa formare un sapere da condividere che oltrepassi i confini
della verità, la limitatezza del parlare.
In questo senso la parola assume un valore decisivo e un’importanza ancora
maggiore all’interno di un pensiero che considera e studia l’inconscio come un
linguaggio: qui sta la novità assoluta del pensiero di Lacan che riprendendo la
distinzione del linguista De Saussure tra langue e parole (e cioè tra il
linguaggio come sistema e la sua espressione) in un saggio fondamentale,
Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi, espone come il
linguaggio venga legittimato solamente dall’incontro con l’altro: “non v’è
parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un
uditore”. Se quindi la langue può esistere anche senza soggetti, la parole
necessita dell’intervento di un altro soggetto per poter funzionare: questo
rivela come per Lacan l’intera esistenza umana, di cui l’analisi e il rapporto
analista-paziente non è che un epifenomeno, sia segnata dalla necessità
dell’Altro.
Negli ultimi anni della sua vita Lacan diventa ostaggio della sua ossessione per
il nodo Borromeo (fa comprare ogni tipo di corde e dissemina il pavimento del
suo studio e della sua camera da letto di questi nodi, oltre a mostrarne tutte
le implicazioni a un Heidegger oramai anziano che non sembra coglierne
l’importanza) e anche i suoi seminari cominciano a scivolare verso un silenzio
che appare molto lontano dalla teatralità degli anni precedenti. Maillot
racconta un evento accaduto in quegli anni che oltre a rivelarsi commovente
testimonia anche lo scivolamento dell’uomo e del suo pensiero verso il silenzio.
Una notte il vecchio Lacan esce dalla sua casa parigina in rue de Lille, per
andare da suo genero, nonché successivamente esecutore testamentario,
Jacques-Alain Miller e dalla figlia Judith per infilarsi nel letto del piccolo
nipote Luc: sembra trattarsi di un’estrema richiesta di compagnia che si tinge,
come ha scritto Massimo Recalcati, della “forma della supplica, della preghiera”
diventando la concretizzazione assoluta di quell’invocazione dell’Altro che
aveva segnato tutta la sua vita.
In questo senso le fasi finali della vita di Lacan sono attraversate da una
lacerazione insanabile: se dal punto di vista teorico lo studio della topologia
dei nodi borromei lo allontana sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro
avverte radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia
simbolica che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce (da ragazzo aveva
assistito, poco prima della pubblicazione francese dell’Ulisse da Shakespeare
and Company, alla lettura di alcuni passi del romanzo) e, in particolare, nel
Finnegans Wake, a cui dedicherà importanti analisi nei suoi ultimi seminari (Il
sinthomo e Ancora), ritrovando in Joyce lo stesso rigore e lo stesso coraggio
con il quale aveva rinnovato la clinica. In una lettera al padre un Lacan
diciassettenne, difendendo la sua strenua opposizione alle idee dello zio,
scrive: “la mia personalità consiste nel fatto che mi rifiuto nel modo più
assoluto di farmi riempire la testa”. Questa ostinata fiducia nel proprio
pensiero trasforma Lacan in Edipo perché il suo desiderio di sapere diventa il
desiderio di conoscersi. Ma questo itinerario non è individuale, non è una lunga
ricerca solitaria perché la mediazione dell’Altro è imprescindibile ed è solo
attraverso un confronto con la sua immagine che può pian piano emergere la
propria.
> Se dal punto di vista teorico lo studio della topologia dei nodi borromei
> allontana Lacan sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro avverte
> radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia simbolica
> che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce.
Il nodo Borromeo che ossessiona Lacan negli ultimi anni della sua vita, quella
in cui, per contrasto, riconosce la natura distruttiva della solitudine, viene
soprannominato “nodo Bo” che, con un gioco di parole assimilabile alle acrobazie
linguistiche del Finnegans Wake, rimanda da un lato al “neud-bo” ma, dall’altro,
al “mont Nébo”, il monte Nebo, il luogo in cui Mosè ebbe la visione della Terra
Promessa e dove, secondo l’Antico Testamento, Dio stesso lo seppellì. Lacan ha
provato a scalare questa montagna per tutta la sua vita in una lotta con il
reale che terminò nel 1981 a causa di un cancro all’intestino a cui, come
raccontò la figlia Judith, decise di non opporre alcuna resistenza “così, per
capriccio”. La morte non lo spaventò mai, tant’è che quando un ladro entrò nel
suo studio durante una supervisione Lacan gli disse di non avere alcuna paura di
morire (alla fine fu il suo paziente a dare i soldi al malvivente e Lacan
cominciò a viaggiare sempre con un tirapugni di ferro), poiché la considerava
non tanto un evento distruttivo quanto una tendenza ultima a ritrovare la quiete
definitiva. Così la sua morte si pone all’ombra di Edipo a Colono, il vecchio
che svanendo lascia al mondo una domanda che non può avere una risposta se non
lo stesso mutismo della fase finale della vita di Lacan. In questo Lacan ricorda
il protagonista di un racconto di Maurice Blanchot in cui un uomo, in attesa
della scarica di fucili del plotone di esecuzione che gli si para davanti,
comprende, per un istante, il tutto: “restava in attesa soltanto della scarica
dei fucili, quella sensazione di leggerezza che non saprei tradurre: liberato
dalla vita? L’infinito che si apre? Né felicità, né infelicità. Né l’assenza di
timore e forse già un passo al di là”.
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