Perché gli esseri umani, anziché desiderare la libertà, possono arrivare a
combattere per la propria servitù? È questa la scabrosa domanda che Étienne de
La Boétie consegna alla filosofia politica a metà Cinquecento. Un enigma che
Miguel Abensour non considera un episodio marginale della storia delle idee, ma
una questione destinata a riemergere ogni volta che la libertà viene minacciata
e i dominanti riescono a trasformare i dominati in complici attivi della propria
sottomissione.
Secondo l’interpretazione classica, La Boétie costituirebbe un’eccezione nella
storia della filosofia politica: giovanissimo autore di un pensiero sovversivo e
scandaloso, capace di sconvolgere la tradizione, sarebbe scomparso con la stessa
fulminea rapidità con cui era apparso, lasciando che il pensiero dominante
occultasse a poco a poco la verità intollerabile che aveva enunciato.
Contrariamente a questa interpretazione, Abensour propone qui una controtesi
secondo la quale l’inconcepibile ipotesi della servitù volontaria, lungi dal
costituire un’eccezione, non avrebbe mai smesso di ossessionare la filosofia
politica moderna, riaffiorando ogniqualvolta accadimenti gravi, crisi storiche o
controversie filosofiche hanno riaperto la questione del rapporto tra libertà e
dominio. Una presenza spettrale che – apparendo sotto forma di una resistenza
alla propria enunciazione – è in grado di scuotere le certezze apparentemente
granitiche del razionalismo politico.
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In questa raccolta di scritti Löwy affronta una categoria di intellettuali
impossibili da classificare. Eretici, sia nei confronti delle certezze
dottrinarie della cultura ebraica tradizionale sia nei confronti dei dogmatismi
presenti nei movimenti politici che hanno attraversato, condividevano una
volontà consapevole di marginalità. E attraverso un inedito sguardo sul legame
tra passato, presente e futuro, hanno dato origine a una nuova filosofia della
storia e a una visione del mondo profondamente originale.
Concentrando lo sguardo sulla cultura ebraica mitteleuropea di inizio ventesimo
secolo e sulle affinità elettive tra romanticismo, messianismo e utopia, gli
scritti che compongono questo libro interrogano e mettono a confronto il
pensiero di alcuni intellettuali ebrei allo stesso tempo vicini e separati,
convergenti e divergenti, simili ma nondimeno irriducibilmente diversi. Gustav
Landauer, Martin Buber, Gershom Scholem, Walter Benjamin, Hannah Arendt, Ernst
Bloch, Georg Lukács, Victor Basch, Bernard Lazare sono infatti tutti pensatori
che – malgrado le differenze – condividono una sensibilità romantica, ribelle e
anticonformista. Ebrei eterodossi dunque, che in contrapposizione e in rottura
con le due grandi ortodossie della cultura ebraica a loro contemporanea, quella
religiosa e quella liberale, hanno dato corpo a un altro ebraismo: una pluralità
di dissidenze libertarie e rivoluzionarie che ha osato pensare fuori dai
sentieri battuti, dalle istituzioni ufficiali e dalle correnti politiche
dominanti.
"L’ipertrofia burocratica che attanaglia molte società occidentali è una forma
di semplificazione e di impoverimento estremo della realtà sociale.
L’imposizione di una burocrazia asfissiante si radica in primo luogo
nell’incapacità – o non volontà – di chi sta al potere di impegnarsi in quello
che Graeber chiama ‘lavoro interpretativo’ – in altre parole, in ciò che la
vulgata mediatica definisce il ‘distacco’ della politica dalla realtà". –
Adriano Favole
Finora la ricerca antropologica si è chiesta non perché la burocrazia produca
assurdità, ma perché la gente lo ritenga normale. Qui Graeber va oltre e mette
in discussione le istituzioni burocratiche – dagli ospizi per gli anziani agli
apparati di polizia – rilevando come in ultima istanza la loro legittimità si
basi sempre sulla minaccia della forza. L’iper-burocrazia, con la sua pretesa di
disciplinare le relazioni umane attraverso schemi categoriali semplici, uccide
la capacità di inventare nuove forme di socialità, creando “zone morte
dell’immaginazione” dove si installa la stupidità burocratica. Infatti è proprio
questa incapacità di capire le esigenze e i punti di vista delle persone
concrete che porta all’inefficienza, e dunque all’incapacità di governare i
fenomeni complessi. Fenomeni nei quali certamente rientrano i nuovi movimenti
radicali, di cui Graeber abbozza un’etnografia costruita da vicino e
dall’interno, concentrandosi sui due maggiori aspetti simbolici: l’attività
distruttiva dei Black Bloc e l’attività creativa incarnata dai grandi pupazzi. E
ci spiega anche perché allo sguardo miope delle istituzioni coercitive questi
due aspetti siano indistinguibili.
Smarcandosi da modelli astratti e stereotipati, e con l’intento di stimolare
proposte che possano sviluppare sperimentazione e dibattito, l’autore ci
accompagna alla scoperta di una tradizione libertaria e solidarista del
federalismo.
Se il paradigma statalista – centralizzato, burocratico, fondato sulla delega e
il monopolio della forza – si è storicamente imposto come l’unica soluzione
apparentemente possibile, esiste nondimeno una lunga tradizione di pensiero che
ha elaborato un modello di organizzazione sociale alternativo a quello statale:
il federalismo. Più correttamente, si dovrebbe però parlare di federalismi, al
plurale, poiché a questa matrice si rifanno dottrine politiche anche molto
differenti tra loro. Senza trascurare la molteplicità di approcci teorici ed
esperienze storiche che il federalismo ha saputo esprimere nel suo complesso –
non sempre in grado di distaccarsi realmente dal modello statale – Codello si
concentra qui sulla tradizione più libertaria: radicalmente antistatale,
decentralista e fondata su autonomia, partecipazione, democrazia diretta e mutuo
appoggio. Ne emerge una proposta di società aperta, plurale, libera e solidale
in grado di offrire un’alternativa concreta e praticabile alla crisi
apparentemente irreversibile delle nostre società e del modello fondato sullo
Stato-nazione.
L’underground dimostra che un altro modo di produrre, comunicare, vivere insieme
e attribuire valore non è un’utopia astratta, ma una pratica già in atto, che
persiste e si trasforma nelle pieghe del presente. La sua dimensione sotterranea
è, in definitiva, una linea di fuga creativa che tiene aperto lo spazio del
possibile e ricorda che il futuro non è scritto una volta per tutte secondo
logiche egemoniche.
Una linea invisibile corre sotto la superficie della cultura ufficiale: non è
una sequenza di rotture, né un susseguirsi di ribellioni isolate, ma una
corrente continua, carsica, che attraversa la modernità dall’interno e la
interroga incessantemente. Ecco cos’è l’underground, non un fenomeno
generazionale, un’anomalia estetica o un catalogo di sottoculture eccentriche,
quanto piuttosto una funzione strutturale della cultura moderna, necessaria,
ricorrente, metastorica. Ogni qual volta una società produce un canone egemone,
come conseguenza dialettica inevitabile produce anche il proprio controcampo.
Dal samizdat sovietico al tropicalismo brasiliano, dalla mail art ai poster
psichedelici, dalle fanzine punk fino all’ hacktivismo contemporaneo, cambiano
le forme e gli strumenti, ma un elemento ricorre sempre: l’attitudine. Ovvero un
modo di produrre cultura e di costruire comunità basato sul rifiuto della delega
e della spettacolarizzazione, che preferisce l’autogestione alla mediazione, la
varietà dell’imperfezione all’appiattimento dell’ottimizzazione, l’opacità all’
iperesposizione del mercato.
Trenta canzoni per 150 anni di ribellione che compongono un originale percorso
storico-musicale in omaggio all'influenza dell'immaginario libertario.
In questo percorso che si snoda come una playlist, Morandi ci accompagna in un
avvincente viaggio sonoro che dalla fine dell’Ottocento arriva all’era digitale,
e che attraverso trenta tracce rappresentative ci racconta la storia di come il
suono e l’immaginario musicale dell’anarchia si siano evoluti nel corso di un
secolo e mezzo di rivolte sociali e culturali. Da Addio Lugano, l’iconico inno
anarchico scritto da Pietro Gori nel 1895, all’elettronica degli Atari Teenage
Riot, dalle riflessioni di Fabrizio De André al punk dei Crass e all’hip hop dei
Public Enemy, passando per Léo Férre e George Brassens, ogni canzone è infatti
il pretesto per addentrarsi nel contesto storico e culturale dell’epoca, con le
sue lotte, i suoi aneddoti e le sue contraddizioni. Che sia letto dalla prima
all’ultima pagina come una graffiante epopea, o che si preferisca saltare da un
brano all’altro come appunto in una playlist, ne esce una narrazione corale di
come la musica anarchica abbia accompagnato ogni grande rottura del mondo
moderno. Preparatevi dunque all’ascolto e alla lettura, perché la musica è solo
il punto di partenza…
01. Addio a Lugano – Pietro Gori / 02. Baby, I’m an Anarchist! – Aganinst Me! /
03. Fado anarquista – João Black / 04. La locomotiva – Francesco Guccini / 05.
Anarchist – Yungblud / 06. La ballata di Franco Serantini – Piero Nissim / 07.
Number Pieces – John Cage / 08. A las barricadas – Valeriano Orobón Fernández /
09. Know your enemy – Rage Against The Machine / 10. Song for Emma Goldman – The
Fugs / 11. Su fratelli pugnamo da forti – Anonimo / 12. Revolution action –
Atari Teenage Riot / 13. Ballata del Pinelli – Barozzi, Lazzarini, Mora,
Zavanella / 14 Only Anarchist are Pretty – The World/Inferno Friendship / 15.
Les Anarchistes – Léo Ferré / 16. Anarchist Africa – Sankara Future Dub
Resurgence / 17. Milonga anarquista – Anonimo / 18. Here’s to You – Joan Baez /
19. Quando l’anarchia verrà – Sante Ferrini / 20. La mauvaise réputation –
Georges Brassens / 21. Anarquía en Abya Yala – La Lira Libertaria / 22. Anarchy
in the UK – Sex Pistols / 23. Lucy Parsons – Otis Gibbs / 24. Le déserteur –
Boris Vian / 25. Nella mia ora di libertà – Fabrizio De André / 26. Fight the
Power – Public Enemy / 27. Tubthumping – Chumbawamba / 28. La lega – Dubamix /
29. Joe Hill – Earl Robinson / 30. Stornelli d’esilio – Pietro Gori / Bonus
Track. Palestine – Benjamin Zephaniah
Qual è la differenza tra «civilizzati» e «primitivi», ovvero tra società fondate
sullo sfruttamento di una parte del corpo sociale a vantaggio di un’altra e
società con uno spiccato carattere egualitario? Se le si paragona, le società
primitive sono «fredde», ovvero producono una quantità ridottissima di
disordine. Al contrario, le nostre società sono «calde» perché, come le macchine
a vapore, funzionano utilizzando una differenza di potenziale che si realizza in
diverse forme di gerarchia sociale. Esse si reggono dunque su un disequilibrio
che produce ordine nelle società, ma disordine nelle relazioni umane.
Nel 1959, in una trasmissione culturale della radio pubblica francese, Claude
Lévi-Strauss, ormai all’apice della sua fama, accetta di confrontarsi a tutto
campo con Georges Charbonnier, giornalista e uomo di lettere. Ne emerge un
incalzante dialogo che in punta di fioretto ci introduce alle intuizioni più
affilate e dirompenti di quello che è considerato il fondatore dell’antropologia
strutturalista: il pensiero selvaggio, la critica all’etnocentrismo, al mito del
progresso e al falso primato della società occidentale, la distinzione fra
società «calde» e «fredde», il ruolo della scrittura come strumento di potere.
Ma è soprattutto l’arte a fare da protagonista in queste pagine, mettendo a
confronto il suo ruolo nelle società dette «primitive », dove è espressione di
un linguaggio collettivo, con il suo ruolo nelle società «moderne», dove prevale
l’individualizzazione e la possessività. Una cavalcata nel rigoroso pensiero di
Lévi-Strauss che attraverso continue incursioni lo riesce a cogliere e a
restituire in tutte le sue implicazioni.
L’oceano Atlantico fu la via percorsa dagli africani verso la schiavitù, ma
grazie alla solidarietà di marinai neri, lavoratori portuali e altri complici fu
anche la via che li condusse alla libertà.
Almeno centomila africani riuscirono a sottrarsi agli orrori della schiavitù
scappando dal sud degli Stati Uniti. Molti si spostarono verso nord via terra,
attraverso una fitta rete di solidarietà fatta di percorsi segreti e rifugi
sicuri nota come la “ferrovia sotterranea”, migliaia di altri scelsero invece la
via del mare. Dalle intricate vie fluviali del North e South Carolina e dai moli
di Savannah e Charleston, fino ai porti di Boston, del Canada e dell’altra
sponda dell’Atlantico, Rediker ricostruisce la drammatica epopea di questi
fuggitivi e di chi li ha aiutati, riportando alla luce le eroiche vicende di
donne e uomini per lo più ignorati dalla storia ufficiale. Come quella di Moses
Roper, uno dei fuggiaschi più determinati della storia americana, che percorse
350 miglia in territorio schiavista prima di imbarcarsi sulla nave Napoleon e
salpare per l’Inghilterra, dove divenne il primo ex schiavo autoemancipatosi a
tenere conferenze in favore dell’abolizionismo. Una storia straordinaria fatta
di cospirazioni sussurrate fra i moli dei porti, nascondigli sottocoperta, vele
spiegate al vento e una inestinguibile sete di libertà.
Un intellettuale refrattario a ogni dogmatismo, consapevole che per evitare
l’insorgere di qualsivoglia autoritarismo è necessario sperimentare e
interrogarsi incessantemente.
Anarchico sui generis, come si definiva lui stesso, Berneri svolge la sua
relativamente breve ma intesa attività culturale e militante in un periodo
storico denso di avvenimenti, particolarmente significativo per la storia
italiana e mondiale: lo scoppio della prima guerra mondiale, la rivoluzione
russa e la deriva totalitaria bolscevica, l’avvento del fascismo e del nazismo,
la guerra civile spagnola e la rivoluzione libertaria in Catalogna. Scrittore
prolifico, intellettuale scomodo e anticonformista, Berneri è fautore di un
socialismo libertario, antidogmatico e rigorosamente non marxista che negli anni
entra in dialogo con pensatori come Gaetano Salvemini, Pietro Gobetti e Carlo
Rosselli, con i quali intrattiene proficui rapporti personali, politici e
culturali. Dagli scritti raccolti in questa antologia – una selezione mirata
all’interno della sua vasta produzione – emerge in particolare una prospettiva
federalista estremamente concreta e attuale. Una prospettiva radicalmente
alternativa al modello statalista – accentratore in politica ed economia e
ostile alla partecipazione del cittadino alla vita politica – che propone un
federalismo basato su un municipalismo integrale, ovvero sull’autonomia e la
gestione partecipata e condivisa in tutti gli ambiti della società.
“Qualunque sia l’avvenire dell’umanità, la solitudine della natura libera
diverrà sempre più necessaria per quegli uomini che vorranno rinvigorire il loro
pensiero. Le montagne offrono i più dolci asili a chi fugge le strade alla moda
e per molto tempo ancora sarà possibile appartarsi dal frivolo mondo, e
ritrovarsi nella verità del proprio pensiero, lontani da quella corrente di
opinioni volgari ed artificiali”.
Pubblicata nel 1880, durante gli anni dell’esilio e dell’impegno politico più
intenso, questa Storia di una montagna è al tempo stesso un avvincente racconto
di viaggio, un vivido trattato di geografia e geologia, e una profonda
riflessione sul rapporto tra essere umano, natura e libertà. Passo dopo passo,
sentiero dopo sentiero, unendo la scrupolosità del naturalista alla passione
narrativa del divulgatore, Reclus guida il lettore alla scoperta della vita
segreta delle montagne: le cime imponenti, le valli scolpite, la struttura delle
rocce, la storia dei fossili, l’azione dei venti, delle acque e dei ghiacciai.
Ma accanto alla natura c’è anche la dimensione etica e sociale: i pastori e le
comunità montane, le leggende e i culti delle vette, la lotta quotidiana per la
sopravvivenza in un ambiente tanto magnifico quanto esigente. Ne emerge una
visione poetica e maestosa della montagna come luogo di libertà in cui è
possibile ritrovare se stessi e sentirsi parte di un mondo che nessuna autorità
potrà mai possedere.