Protocollo: uno strumento di potere
Source - Eleuthera - libri per una cultura libertaria
Eleuthera: novita', prossime uscite, eventi, rassegna, approfondimenti
Protocollo: uno strumento di potere
Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale
Il fatto quotidiano
L'indice dei libri del mese
L'indice dei libri del mese
sabato 17 gennaio 2026
via Pietro Calvi 29 - Milano
presentazione di
Citta e libertà
di
Jane Jacobs
ne parliamo con
Michela Barzi
in dialogo con
Maria Castiglioni e Le Giardiniere
“Qualunque sia l’avvenire dell’umanità, la solitudine della natura libera
diverrà sempre più necessaria per quegli uomini che vorranno rinvigorire il loro
pensiero. Le montagne offrono i più dolci asili a chi fugge le strade alla moda
e per molto tempo ancora sarà possibile appartarsi dal frivolo mondo, e
ritrovarsi nella verità del proprio pensiero, lontani da quella corrente di
opinioni volgari ed artificiali”.
Pubblicata nel 1880, durante gli anni dell’esilio e dell’impegno politico più
intenso, questa Storia di una montagna è al tempo stesso un avvincente racconto
di viaggio, un vivido trattato di geografia e geologia, e una profonda
riflessione sul rapporto tra essere umano, natura e libertà. Passo dopo passo,
sentiero dopo sentiero, unendo la scrupolosità del naturalista alla passione
narrativa del divulgatore, Reclus guida il lettore alla scoperta della vita
segreta delle montagne: le cime imponenti, le valli scolpite, la struttura delle
rocce, la storia dei fossili, l’azione dei venti, delle acque e dei ghiacciai.
Ma accanto alla natura c’è anche la dimensione etica e sociale: i pastori e le
comunità montane, le leggende e i culti delle vette, la lotta quotidiana per la
sopravvivenza in un ambiente tanto magnifico quanto esigente. Ne emerge una
visione poetica e maestosa della montagna come luogo di libertà in cui è
possibile ritrovare se stessi e sentirsi parte di un mondo che nessuna autorità
potrà mai possedere.
“Non ci si aspetti molto da questo libretto. Sono idee e polemiche che raccolgo
per me e per pochi lettori molto più giovani di me, nella presunzione che a
questi pochi possano, forse, servire. Non troveranno qui né grandi teorie né
analisi importanti, ma piuttosto degli sfoghi, delle domande a cui si cerca di
dare faticosamente risposta, talvolta delle indignazioni. Se tutto questo
servisse ad aiutare qualche lettore a orientarsi meglio in questo confuso
presente, e a scegliere una strada di azione possibile e degna, sarebbe per me
un risultato straordinario"
Che fare? L’eterna domanda. Le mutazioni ci travolgono e cambiano il mondo senza
quasi che ce ne accorgiamo. La politica è diventata pratica di occupazione delle
istituzioni e dei luoghi di potere da parte di gruppi che si accusano
vicendevolmente di corruzione. I movimenti nascono e muoiono velocissimamente e
mandano i loro leader in parlamento. Il terzo settore, il volontariato e le ong
pensano al benessere proprio più che a quello di chi dovrebbero assistere. I
media sporcano tutto ciò che toccano e aumentano la confusione e la dipendenza
dal “sistema”. In queste pagine scritte nei primi anni Duemila, Fofi, bastian
contrario per una vita intera e irriducibilmente anticonformista, cerca i modi
per capire e districarsi, cerca le strade per reagire a questa immane confusione
di idee, nel rifiuto di considerare separati il pensiero e l’azione, la teoria e
la prassi. Cosa possono le minoranze? Quali sono oggi quelle “frequentabili”?
Come trasmettere ad altri i valori e l’esempio di quelle più degne, di ieri e di
oggi? Come gridare nelle circostanze attuali il nostro “non accetto”? Cosa
trasmettere agli altri delle nostre acquisizioni? E soprattutto, come?
“Da Nord a Sud, da Est a Ovest, dai luoghi dell’esilio e dai fronti della lotta,
le nostre parole sono quelle nate dalle rivoluzioni in Siria, Egitto, Sudan e
Iraq, dalle rivolte contadine in India, dall’ondata di lotte femministe in
America Latina, dal movimento per George Floyd negli Stati Uniti,
dall’insurrezione in Sri Lanka, dalla resistenza palestinese e da quella
ucraina, e da tutti quei luoghi in cui qualcuno lotta per dimostrare che un
mondo libero dai tiranni è ancora possibile”.
In fuga dalla brutale repressione esercitata dal regime di Bashar al-Assad, nel
2018 un gruppo di rivoluzionari siriani sbarca nel quartiere parigino di
Montreuil dove dà vita a una mensa autogestita, La Cantine Syrienne. Ben presto,
quello che inizialmente nasce come luogo in cui rompere la solitudine
dell’esilio diventa un punto di riferimento attraversato da comunità di
rivoluzionari provenienti da mezzo mondo, ognuno con le sue storie di resistenza
e lotta per la libertà, e dove, fra una portata e l’altra, si discute
animatamente di rivoluzione. È da questi primi confronti e da una successiva
serie di incontri internazionali che nasce la rete di collettivi, organizzazioni
e singoli individui chiamata The Peoples Want. E questo è il loro manifesto
internazionalista: una riflessione collettiva lontana dal dibattito mediatico e
dall’analisi geopolitica da salotto televisivo, che a partire dall’esperienza
sul campo e mettendo da parte ogni ideologismo propone un internazionalismo dal
basso fondato sulla condivisione e la solidarietà. Un’alternativa possibile che
mette al centro gli interessi dei popoli e dà voce a quel grido che ha
attraversato la storia e che da due decenni riecheggia nelle rivoluzioni del
nostro tempo: “The People Want the Downfall of the Regime!” ovvero, “A morte i
tiranni!”.