Lungi dall’essere neutri e imparziali, i protocolli – da quelli sanitari a
quelli scolastici o di polizia – sono un efficace strumento di esercizio del
potere. Dietro una banale procedura operativa si nasconde un carattere
performativo capace di orientare in una direzione desiderata i rapporti di forza
tra soggetti e gruppi sociali. Detto altrimenti, il protocollo svolge una
funzione disciplinare: suggerendo procedure standardizzate e formalizzate,
razionalizza la vita sociale e plasma le condotte individuali senza dover
ricorrere a metodi coercitivi.
Elaborati da “esperti”, standardizzati, ripetitivi, uniformi, ma flessibili e
capillari nel regolare molti aspetti della vita collettiva, i protocolli sono
dispositivi tecnici e in quanto tali sono spesso percepiti come neutri. E
tuttavia, afferma Gargiulo, neutri non lo sono affatto. Hanno infatti profonde
implicazioni politiche che vanno ben oltre la dimensione amministrativa: pur non
essendo norme giuridiche in senso stretto, si comportano come se lo fossero,
sono di fatto strumenti di governo mascherati che stabiliscono regole,
condizionano i comportamenti e sono in grado di gestire tanto le situazioni di
emergenza quanto quelle ordinarie. Il loro ruolo è dunque strategico, adottarli
significa spostare l’attenzione dal piano politico delle scelte a quello delle
procedure, con il doppio effetto di esonerare gli attori politici dalle proprie
responsabilità e permettere che il potere centrale mantenga la sua efficacia
anche in contesti caratterizzati da una forte decentralizzazione. Il rischio, ci
avverte Gargiulo, è che l’impiego sempre più diffuso dei dispositivi
protocollari delinei una vera e propria politica dei protocolli, burocratica,
manageriale e con profondi effetti performativi in grado di influenzare la
realtà sociale a discapito dell’autonomia e della libertà di azione individuale.