Il MaGa di Gallarate (Va) ospita fino al 12 aprile 2026 la mostra Kandinskij e
l’Italia, progetto in tre sezioni dedicato all’artista Vasilij Kandinskij
(1866-1944), indicato come pioniere dell’Astrattismo e messo in relazione con la
grande stagione astratta italiana compresa tra gli anni ’30 e ’50. Anche se il
focus della mostra riguarda gli anni Venti di Kandinskij come docente del
Bauhaus, grande centro d’attrazione dell’astrazione europea, con ogni
probabilità quest’occasione espositiva avrebbe potuto offrire suggestioni nuove,
adagiandosi, al contrario, sulle tesi consolidate che presentano aspetti con
evidenti criticità storiografiche.
Nel comunicato della mostra c’è un passaggio preciso che rivela l’angolazione
del progetto: “Nel secondo dopoguerra […] gli artisti (italiani) più giovani
desiderosi di cogliere in Kandinskij la chiave per entrare in un nuovo mondo
visivo”; una via che gli artisti italiani avevano in realtà già tracciato con
chiarezza. Anziché escludere Balla dal progetto, la mostra del MaGa avrebbe
potuto avere una titolazione più coraggiosa, così invertita: L’Italia e
Kandinskij, contestualizzando l’aspetto fondativo della primogenitura italiana
dell’Astrattismo proprio con le Compenetrazioni iridescenti di Balla del 1912.
Cronologia storicamente ineccepibile di quella Via Italiana all’Astrattismo che
dal ’12 si articolerà nel Futurismo anche con Depero, Severini, Prampolini,
Dudreville, Dottori, Marasco, Pannaggi, Djulgheroff, oltre a Licini, Melotti e
Magnelli nelle 13 opere titolate con dei numeri, oltre al libello Arte Astratta
(di versante Dada), pubblicato da Julius Evola nel 1920. Poi, a seguire, la
grande stagione dei Dorazio, Accardi, Perilli, Sanfilippo, Consagra e moltissimi
altri. Funzionale in tal senso la mostra Dal Futurismo all’Astrattismo (1)
realizzata al Museo del Corso a Roma nel 2002 (non citata nei comunicati del
MaGa), dove il curatore Enrico Crispolti, scandaglierà a fondo la questione, di
fatto confermando la natura delle due posizioni: “Una condizione sostanzialmente
empatica, spiritualistica, emotiva, di intima venatura espressionista,
interiorizzante […] primaria nell’opera di Kandinskij negli anni ’10 […] con
Balla impegnato nella radicale esperienza non figurativa delle Compenetrazioni
iridescenti nel ’12 […] ed è l’esperienza che darà luogo ad esiti di
non-figurazione strutturale di presupposto geometrico, dal Concretismo tra le
due guerre […] fino alle formulazioni di strutturalità non figurativa anche
molto recenti”.
Tesi che, da astrattista operativo fin dalla metà degli anni ’80, non posso che
confermare senza alcuna esitazione. Da ricordare anche il contributo in catalogo
dello storico Mario Verdone, concentrato su altri versanti, a dimostrazione di
un sentimento diffuso tra gli artisti di quel periodo: “Non mancheranno le
esperienze di puro teatro astratto. Si può dire anzi che l’arte astratta aveva
interessato Arnaldo Ginna e Bruno Corra, nelle arti in movimento, almeno dal
1912”, come riportato anche da F.T. Marinetti nel ’26: La cinematografia
astratta è una invenzione italiana. Saldatura tra Futurismo e Astrattismo che
sarà consolidata dalla partecipazione degli astrattisti con i futuristi alla
Quadriennale di Roma del 1939, presentati da F.T. Marinetti in persona.
Nonostante la persistente resistenza su Balla, molti artisti e intellettuali
(del tutto trascurati dalla bibliografia nazionale) avranno l’intuizione di
citarlo come antesignano dell’Astrattismo. Nel ’51
l’artista-gallerista-curatore-critico Ettore Colla, realizzerà – dopo vent’anni
di silenzio – una grande mostra dedicata a Balla nella sua galleria del suo
Gruppo Origine, finalmente contestualizzando le Compenetrazioni iridescenti
nello stupore generalizzato dei giovani artisti che interverranno, come
racconterà un artista-teorico di livello come Gianni Monnet, riferimento critico
del Gruppo Movimento Arte Concreta (MAC): “I giovani sono rimasti esterrefatti
nel vedere nella retrospettiva di Balla le sue invenzioni già realizzate nel
1912”. Aspetto che non sfuggirà anche al grande astrattista Piero Dorazio:
“Nessuno di quegli artisti presenti aveva allora una conoscenza diretta delle
fonti dell’Astrattismo”, così come al suo sodale Achille Perilli che, in un
numero della rivista Art d’aujourd’hui, dedicherà poi ampio spazio ai padri
elettivi dell’Astrazione italiana. Attenzione che avrà anche il gallerista Guido
Le Noci, che pure organizzerà una mostra di Balla: “Nessun futurista […] fu in
tempi così lontani tanto astrattista quanto Balla”. Sollecitazioni che, a dire
il vero, proverranno da oltralpe, quando l’influente critico francese Christian
Zervos, autorevole direttore della diffusissima rivista Cahiers d‘Art, dedicherà
nel 1950 un numero esclusivo alla ricerca italiana, rifilando un sonoro ceffone
alla critica nazionale: “Per molti anni l’Italia ha avuto in Balla un grande
pittore che ha totalmente ignorato […] Finalmente contestualizzato rispetto al
periodo seminale delle Compenetrazioni iridescenti del 1912”.
Balla recupererà quella funzione di capostipite dell’Astrazione che gli spetta
per cronologia storica, come avrà modo di notare con chiarezza anche il poeta e
scrittore Raffaele Carrieri:
> “I suoi dipinti dopo il 1912 precedono […] lo stesso Kandinskij […] al
> contrario di Boccioni, le sintesi astratte di Balla sono dei ritmi coordinati
> fuori dall’oggetto: il moto in sé, senza l’oggetto che lo determini”.
Appare curioso che la critica nazionale con Flaminio Gualdoni, in assenza di un
riconoscimento esplicito a Balla sulla primogenitura dell’Astrazione, lo abbia
invece contestualizzato a livello internazionale, inserendolo in un’Arte
Razionale in compagnia di Albers, Delaunay, Klee, Malevič, Mondrian e tutti i
giganti del Novecento, con tanto di apertura del volume con una Compenetrazione
iridescente. Tesi che avrà grande diffusione, inserita anche come allegato del
Corriere della Sera.
Pertinente parlare dell’indubbia influenza di Kandinskij in ambito astratto, ma
soprattutto una volta approdato nel ’22 alla docenza nel Bauhaus, quando la sua
ricerca virerà in modo compiuto verso l’Astrazione. Senza questa
contestualizzazione si corre nuovamente il rischio già corso con il Futurismo,
il cui centenario del 2009 si celebrò a Milano con un progetto giunto dalla
Francia (sic!), inopportunamente centrato sul Cubismo. La nascita
dell’Astrattismo, vale ricordare citato come il dominio sulle forme della natura
(Kazimir Malevič, 1915), è vicenda con radici italiane. Considerazione che gli
artisti italiani contestualizzeranno anche nel ’35, quando l’astrattista
Atanasio Soldati scriverà sul bollettino n. 37 della Galleria del Milione: “Per
noi l’arte è questione di spirito: solo lo spirito riconosce lo spirito. La fine
dell’arte è imitare la natura”; oppure quando Faustro Melotti, nel bollettino
n.40: “L’arte è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge
all’intelletto, non ai sensi”, escludendo quindi categoricamente ogni forma di
figurazione, pur se di versante spiritual-espressionista.
Il “Primo acquerello astratto” di Vasilij Kandinskij
Il grande equivoco di fondo dovuto all’attribuzione fondativa all’acquarellino
di Kandinskij datato 1910 dovrebbe ormai aver perso ogni credibilità, non solo
ricordandolo ma con una mostra che lo contestualizzi, opere alla mano. Vale
ricordare come Kandinskij si attribuirà leggiadramente un’intuizione in realtà
epocale come l’Astrattismo: “A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio,
vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito,
ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel
suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro
che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto […]
Quel giorno mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi, era
dannoso ai miei quadri” (2). Stando alle sue stesse parole, Kandinskij inventerà
quindi l’Astrattismo per puro caso, suo malgrado, con le opere realizzate fino a
quel giorno (tra il figurativo tout court e l’Espressionismo) che saranno quindi
totalmente superate a causa di questa tanto incredibile quanto inaspettata
scoperta. Naturalmente non sarà così: nel 1911, l’anno seguente alla presunta
realizzazione di questo sedicente acquarellino e in coerente continuità con le
altre opere presenti in studio, Kandinskij fonderà Il Cavaliere azzurro come
evoluzione diretta di quella figurazione espressionista-spirituale sviluppata in
quel periodo e sulla medesima linea espressiva dei suoi compagni di avventura:
la consorte Gabriele Münter, Franz Marc, Paul Klee, Marianne von Werefkin con
suo marito Alexej von Jawlenskij e alcuni altri. Secondo Kandinskij: “A tutti e
due piaceva il blu: a Marc i cavalli, a me i cavalieri. E così il nome venne
fuori da solo”. Nulla di astratto, quindi.
Nel frattempo Giacomo Balla scriverà il significativo testo Tutto si astrae,
realizzerà le Compenetrazioni iridescenti, prime opere consapevolmente
astratto-geometriche, si dedicherà ai Complessi plastici, prime sculture
astratte della storia, elaborando poi un testo epocale come la Ricostruzione
futurista dell’Universo con Fortunato Depero, firmandosi – in quest’ordine
– Astrattista-futurista. Nei primissimi anni ’10, l’influenza di Balla in
ambito astratto sarà di grande rilievo, al punto che lo stesso Gino Severini
scriverà da Parigi una lettera al suo gallerista di Roma Sprovieri invitandolo a
visionare la grande novità di un suo quadro astratto, presso lo studio dello
stesso Balla. Per contro Kandinskij, fino al ’22, periodo di docenza al Bauhaus,
si dedicherà ad una pittura espressionista permeata da una nuova accezione
spirituale, debitoria della ricerca di Marianne von Werefkin, una delle
fondatrici de Il Cavaliere azzurro, fortemente intuitiva in questa direzione fin
dal 1907, come lucidamente riporta la curatrice Mara Folini Ceccarelli, in
occasione di una mostra al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona nel gennaio
del 2021: “Nel 1906 Werefkin passò direttamente ad una pittura […] già scevra da
stilemi post-impressionisti alla Van Gogh ancora presenti nella pittura di
Kandinskij […] Sono opere che dimostrano quanto Werefkin fosse l’antesignana di
quel nuovo linguaggio espressionista che prende forma fin dal 1907”.
In Italia, le ricerche astratte dei ’10 passate attraverso il Futurismo,
evolveranno poi nell’Arte Meccanica e poi Cosmica, per approdare alla fertile
stagione dei primi anni ’30 nel Gruppo Como (Mario Radice, Manlio Rho, Aldo
Galli, Carla Badiali, Carla Prina), annoverando la prima combinazione d’arte e
architettura nella Casa del Fascio di Terragni, arricchita dai dipinti
site-specific di Radice; nonché al gruppo di astrattisti della Galleria del
Milione di Milano (Atanasio Soldati, Mauro Reggiani, Oreste Bogliardi, Luigi
Veronesi, Bruno Munari, Carlo Belli e un giovanissimo Lucio Fontana). Quanto al
primo dopoguerra, fin dal ’45, L’Art Club, i cui riferimenti saranno i futuristi
Prampolini e Severini, guiderà la ricerca in ambito astratto fino alla nascita
dei gruppi Forma (’47), MAC (’48), Origine (’50) e dove si affermeranno talenti
quali Piero Dorazio, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Alberto Burri, Giuseppe
Capogrossi e molti altri.
Quali le ragioni quindi dell’ostracismo se non addirittura dell’occultamento di
una Via italiana all’Astrazione così evidente?
Prima di tutto la damnatio memoriae comminata al Futurismo per ragioni
ideologiche, con il relativo oscuramento anche di Giacomo Balla (sorte toccata
incredibilmente anche a Umberto Boccioni, seppur deceduto in tempi non sospetti
nel ’16), poi la protezione dell’egemonico mercato parigino cui approda
Kandinskij dopo la vicenda del Bauhaus conclusasi nel ’33 e infine per il
colpevole provincialismo e per l’esterofilia degli artisti e della critica
italiani. Procurerà un danno grave infatti la posizione sostenuta da Carlo Belli
nel suo testo Kn – uscito nella sua prima versione sulla rivista Quadrante nel
’33 e poi pubblicato nel ’35 – dedicato fin dalla titolazione a Kandinskij e
prono nei suoi confronti ben oltre i limiti di ogni credibilità: “Kandinskij
stenografa l’assoluto […] da trent’anni procede diritto, calmo e risoluto […]
intransigente ed eroico nella sua decisione […] con la fredda audacia dell’uomo
superiore […] è la rara commovente documentazione di uno sforzo immane,
terrificante), ma severissimo verso l’avanguardia italiana (Fra tutti i
movimenti moderni il futurismo è stato il più infantile e superficiale […]
l’arte in fondo non ci entrava proprio per nulla. […] Il dinamismo, concezione
infantile […] teoria farraginosa, dilettantesca”. Opinioni nel merito che non
casualmente assecondano pedissequamente quelle di Kandinskij: “I futuristi non
vengono a Monaco […] tutti questi manifesti (musica, pittura, politica, ecc.)
non sono che un caos senza precedenti, che scaturisce, a quanto pare, solo da
teste italiane. I nostri manifesti ginnasiali erano di fatto più organici e
costruttivi”, come si desume dal suo epistolario con Franz Marc. Ma Belli lancia
un durissimo attacco anche contro gli artisti suoi compagni d’avventura (e di
galleria): “Radice fin d’allora proponeva i suoi anemici quadratini rivelando
un’insufficienza d’invenzione che suscitava in noi non so quale caritatevole
perplessità […] Rho non mostrava maggior fantasia, ma i suoi quadretti […]
tendevano a testimoniare una certa educazione formale, povera sì, ma ornata di
gentile e domestico garbo. […] Carlo Belli, soffocato come il Rho da signorile
modestia. […] Cattaneo nutrito di una cultura disorganizzata che lo portava come
teorico a proposizioni non chiare. Per concludere: a questi giovani mancò un
sentimento profondo dell’arte […] esponenti di un artigianato empirico e un po’
sempre intorpiditi dall’ambiente provinciale di cui portavano palesemente il
peso […] mossi da un patetico desiderio di raggiungere una iconografia
essenziale […] Tra Como e Milano meno di una dozzina di pittori in tutto e se si
volesse estrarre quelli dotati di vero valore, il conto arriverebbe, sì e no, al
numero della Santa Trinità”. Odioso atteggiamento che non risparmierà nemmeno il
direttore della sua galleria: “Edoardo Persico, pur direttore della galleria,
non fu mai con noi […] noi cercavamo e ottenevamo l’amicizia di Kandinskij […]
lo si ricorda (Persico) come un confusionario […] tipo di napoletano mesto e
corretto”.
Giacomo Balla, Complesso plastico, 1914
Serve riferire altro? Danno talmente evidente nei confronti dell’arte italiana e
dell’Astrazione in particolare, che sorge il dubbio che i sostenitori indefessi
del testo Kn in realtà non l’abbiamo mai letto e addirittura incredibile che sia
stato pubblicato proprio dalla Galleria del Milione che li sosteneva,
soprattutto perché lo stesso Kandinskij – nella celebre lettera inviata a Will
Grohmann nel ’36 – rivelerà: “I rappresentanti più radicali (dell’Astrattismo)
si trovano in Italia, dove ce ne sono una ventina”. Kandinskij stesso,
nonostante l’adulazione, non sarà affatto morbido con Belli: presa visione di
Kn invierà una stizzita missiva come reprimenda per come Belli aveva affrontato
una presunta simbologia nel suo lavoro (C’este vraiment une grave erreur!),
ottenendone la pubblicazione in calce alla seconda edizione di Kn.
La mostra Kandinskij e l’Italia al MaGa sembra ignorare tutto questo, eppure
anche un Quaderno della Quadriennale del 2004 curato dal critico e curatore
Gabriele Simongini aveva già delineato una: Ipotesi per una Linea italiana
all’Astrattismo, tenendo come incipit le Compenetrazioni iridescenti di Balla,
nonché le immediatamente successive Linee di velocità. Ipotesi talmente
documentata fin dagli anni ’50, nonostante il coprifuoco trentennale su Balla e
i futuristi, da spingermi a scrivere nel 2021 un saggio sull’argomento:
Astrazione come Resistenza (3), per rimediare le detrazioni sull’Astrazione
italiana sostenute in Kn, incredibilmente unico saggio sull’argomento
riconosciuto fino ad oggi.
Scripta manent. Visti i precedenti, non si sa mai.
Roberto Floreani
*In copertina: Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente n. 4 (Studio della
luce), 1912
1) Enrico Crispolti, Dal Futurismo all’Astrattismo, Edieuropa/De Luca Editori
d’Arte, Roma, 2002
2) Giulia Zoli, Il mondo alla rovescia, L’Internazionale, 6 maggio 1999
3) Roberto Floreani, Astrazione come Resistenza, De Piante Editore, 376 p., 2021
L'articolo L’Italia e Kandinskij. Ovvero: ecco perché l’Astrattismo nasce con
Balla proviene da Pangea.
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“Nell’insidia della soglia” è il titolo di uno dei libri più potenti di Yves
Bonnefoy, poeta francese sensibile ai gesti d’arte (ha scritto, tra l’altro, di
Bernini, di Giacometti, di Hopper). Insidioso è perfino il titolo: “le leurre” è
l’inganno, l’esca, il tranello; in italiano possiamo giocare, per allucinazioni
e allusioni, con la parola errore, con la parola livrea. L’aura di un inganno.
La livrea che cela la natura terrifica e gloriosa delle cose. In quel testo, c’è
un monastero in rovina e una soglia da attraversare. “Tutto il visibile,
infermo,/ di sé si cancella”, scrive il poeta – la traduzione è di Diana Grange
Fiori. Scrive, il poeta, del fondaco di un’alba, del riflesso del fuoco. Quando
la forma si stinge e il sacro appare, si va per una nudità detta astrazione:
così fa Dante quando è al cospetto dell’Assoluto, l’informe che tutte le forme
riassume; dice di cerchi concentrici. In questo senso va assunto il nuovo corso
di Roberto Floreani, visibile nella mostra “Soglie”, presso il Museo Diocesano
di Vicenza, fino all’8 giugno. Una rassegna – a quarant’anni dalla prima
realizzata dall’artista, era il 1985, proprio nell’anno giubilare – che al
nitore spirituale affianca l’opera di sovversione: al dominio del mercato e del
materiale, all’etimo dei social, del putiferio degli idoli. A raccontare la
mostra, Floreani, in dialogo con Luigi Codemo, direttore della Galleria d’Arte
Sacra dei Contemporanei a Villa Clerici, Milano.
La tua quarantennale ricerca artistica che conta oltre 90 personali, passando
anche attraverso la sala personale Aurora occidentale allestita alla Biennale di
Venezia del 2009, segna un costante e rigoroso indagare i fondamenti
dell’Astrazione. Ora hai inaugurato questa mostra al Museo Diocesano di
Vicenza, Soglie. Tempo del prima – Tempo del poi. E fin dal titolo viene messo
in evidenza un aspetto distintivo di chi lavora tramite l’Astrazione:
l’attenzione analitica e riflessiva che esamina il proprio processo creativo.
Il mio nuovo progetto Soglie. Tempo del prima – Tempo del poi evoca la
tradizione dell’Astrazione votata allo spirituale, che si manifesta fin dai
tempi della sua nascita nel 1912 con le Compenetrazioni iridescenti di Giacomo
Balla e, pur da versanti differenti, con il saggio Lo Spirituale nell’arte di
Vasilij Kandinskij. La nuova declinazione della mia ricerca sulle Soglie evoca
l’esistenza di un passaggio tra il qui e l’altrove e il Tempo del prima –
Tempo del poi rende centrale la funzione dell’opera perchè rappresenta un
crinale tra le intenzioni progettuali e la sua esecuzione effettiva, in cui
l’attimo che le divide, il passaggio, è l’istante significativo della creazione
(forse unico ambito, quello artistico, che consente l’uso del termine).
Quindi anche l’unità e la coerenza formale assumono un valore morale?
Sono entrambi fondative e irrinunciabili: unità e coerenza formale sono
riconducibili anche a quello che Umberto Boccioni definiva lo stile, essenziale
per l’artista e la sua riconoscibilità.
Jean Baudrillard definisce l’Astrazione come l’unica forma attendibile del
contemporaneo perché dotata di una storia eroica. Assumendo uno sguardo ampio e
storico tu come inviteresti a vedere e a leggere questo eroismo?
L’eroismo penso possa assumere un duplice significato: da un lato riferito
all’importanza delle stesse istanze fondative dell’Astrazione, cui ogni
astrattista guarda come riferimento, più attento ad una sua nuova, originale
declinazione, che allo stravolgimento rispetto ad allora: dal Tutto si astrae di
Balla (’12), fino all’Astrazione come dominio sulle forme della natura di
Kazimir Malevič (’15) e ai ripetuti, precisi riferimenti nei testi di Piet
Mondrian (’17-’24): All’astratto come liberazione dell’umanità dal dominio della
materia e del fisico […] col trionfo dell’equivalenza Materia-Spirito.
Per questi e infiniti altri riferimenti, l’Astrazione rimane sempre attuale al
suo tempo.
Dall’altro, eroismo come resistenza dell’astrattista alla deriva materialista
del contemporaneo, iniziata, leggendo le dichiarazioni dell’epoca, ben prima di
quanto presagito dal fatidico Società dello spettacolo di Guy Debord, nel 1967.
In buona sostanza porsi sul versante della spiritualità comporta l’accettazione
di una sorta d’inattualità costruttiva, vissuta nella sua accezione positiva
come rifiuto della superficialità materialista.
Nel corso della pittura del Novecento vediamo l’Astrazione essere una modalità
longeva e rigorosa per ribadire uno statuto veritativo dell’arte, ovvero la sua
capacità conoscitiva contro chi la dichiarava ormai oltrepassata e relegata ad
una funzione ornamentale. Di fronte a un panorama artistico oggi così mutevole e
volubile, continuamente all’inseguimento di suggestioni e di parole d’ordine
estremamente variabili, è necessario un nuovo eroismo?
Penso possa essere rivelatoria la lettura dei Taccuini di Umberto Boccioni,
ordinatore teorico del Futurismo, prima Avanguardia storica del ‘900: i suoi
quattro manifesti (due sulla pittura, uno sulla scultura e uno
sull’architettura), oltre al suo saggio Pittura e scultura futuriste (1914),
possono considerarsi fondativi di buona parte delle istanze dell’intero
Novecento. Ebbene Boccioni affronta entrambi gli argomenti in modo del tutto
innovativo, considerando lo stile dell’artista come prioritario rispetto al
resto e la decorazione come perfettamente complementare alla ricerca, con una
sua rilevante legittimità nell’opera.
Credo che l’arte debba proseguire controcorrente rispetto alle tendenze del
mercato e della comunicazione globale e dei social, rispondendo ad una necessità
che superi la cronaca, le abitudini correnti, un’arte che guardi ad un futuro
prossimo più vicino alle urgenze interiori dell’uomo e meno a quelle materiali.
Accettare consapevolmente di operare controcorrente significa poter subire le
conseguenze anche dell’isolamento, della tensione esistenziale
dell’incomprensione: ma anche questo penso possa rientrare nella complicata
scelta di vita dell’artista.
Se l’arte ha capacità conoscitiva, se ha una forza di affermare la verità non
può essere relegata alla “domenica della vita”, non costituisce una pausa nel
divenire della storia, ma è chiamata a intervenire, a incidere sulla realtà,
sulla società. L’arte se ha a che fare con la verità, per quanto relativa e
molteplice, ha un potere, crea mondi di significati e itinerari di senso.
Una delle intenzioni della mia ricerca è orientata verso la possibilità che
l’opera possa veicolare un messaggio di natura spirituale, rivolgendo molta
attenzione alla componente legata all’ascolto. In questo senso quindi si pone in
posizione antitetica rispetto alla dittatura del materialismo, dove appare con
chiarezza disarmante la prevalenza del prezzo sul valore. In questa distanza
dalla consuetudine, l’astrattista svolge quindi un rilevante ruolo sociale,
riportando l’attenzione verso tematiche legate all’introspezione, invocando
quella dimensione ulteriore legata alle suggestioni interiori. Accedere ai
flussi di coscienza dell’introspezione, della riflessione individuale, aiuta a
comprendere e a comprendersi, limitando le motivazioni prime dello scontro che
sfociano nella violenza, finanche delle guerre. Laddove cessano le azioni per
convenienza, iniziano quelle della condivisione. Evocare tutto questo attraverso
l’arte accende una scintilla, conferisce delle ragioni.
Una felicità che non sia effimera non è là fuori nella materia.
L’Astrazione in pittura nasce con una vocazione analitica, ovvero non cerca di
essere una finestra sul mondo ma concentra innanzitutto la propria attenzione
sugli elementi costitutivi del proprio linguaggio, sul proprio funzionamento;
ma, se guardiamo ai più alti maestri dell’astrazione, anche se non cercano la
rappresentazione e negano perentoriamente la volontà di “uscire dal quadro”,
nelle loro opere si affacciano, come insopprimibili, risvolti spirituali,
riverberi psicologici, tensioni mistiche, nebulose prelinguistiche. A mio avviso
la tua ricerca artistica esplicita questa impossibilità che la pittura si chiuda
in un cerchio autoreferenziale, ovvero il tuo rigore e la tua fedeltà
all’astrazione portano alla luce come questa sia insopprimibilmente soglia su
altro.
Quando ci mettiamo nelle condizioni di connetterci con la profondità, quando non
pensiamo solo razionalmente, quando lasciamo che le domande fluiscano senza
peso, naturalmente, cercando stati di coscienza superiori, siamo sulla soglia di
una dimensione ulteriore, dove possiamo scegliere se restare lì, in ascolto,
oppure cercare di attraversare, di ascendere, raggiungendo quote più elevate,
evocando una dimensione spirituale. Nelle mie opere si confrontano due entità
principali: una base materica informe sottostante, il corpo della pittura, che
prima si accorpa nei Concentrici, sequenze di cerchi che sono divenute la mia
cifra stilistica dal 2003, per poi organizzarsi in forme geometriche con le
cromìe più accese degli arancioni, dei rossi sandalo, dei blu Klein: questo
percorso è stato definito dal caos al cosmo.
Nelle tue opere il riferimento al quadrato richiama il confronto con Josef
Albers, probabilmente il più estremo e rigoroso pittore astrattista. I suoi
“Omaggi al quadrato” mirano non solo ad azzerare ogni riferimento a ciò che sta
fuori dal quadro ma persino ogni richiamo che può annidarsi nella più asettica
forma geometrica: il risultato è lo stare innanzi all’assoluta fisicità e
singolarità della superfice pittorica. Ritengo emblematico questo passaggio: più
si affina il concetto e più emerge la fisicità, la ricerca spirituale non può
che affermare l’inderogabilità della materia. E qui veniamo al punto che anche
questo luogo interpella: l’Astrazione è chiamata nel suo stesso fondamento a
misurarsi con lo scandalo di un Dio che si fa corpo?
Le Soglie affrontano la tematica del quadrato ed era inevitabile riferirsi a chi
– come Albers – lo ha elevato a ad un valore assoluto. Ma la Soglia attraversa
quel rigore, lo rende umano, incerto, indeciso sul proseguire o restare, se
attraversare, o rimanere, o recedere. C’è la natura dell’uomo nell’incertezza,
nella fragilità della scelta, nel timore dell’errore, nell’indecisione se
attraversare verso lo sconosciuto dove ricostruire nuove certezze, dove
alimentare altre parti di sé.
Astrazione è Rivoluzione, la vera novità del Novecento che capovolge lo sguardo
per la prima volta verso se stessi, rendendo Arte le intuizioni relative al
subconscio, alla profondità dell’autoanalisi. L’Astrazione ha avuto e ha
tutt’oggi due anime opposte: una asettica, bastante a se stessa, aulica,
impenetrabile, atea; l’altra evocativa, profonda, vibratile, spirituale. Nel mio
caso l’Astrazione si misura prima col corpo, con il suo peso, il suo spessore:
le venti stratificazioni e più delle mie opere sono lì ad attendere di darsi un
ordine per dirigersi verso il passaggio, nel faticoso percorso dell’ascensione,
dove le certezze di prima svaniscono. Un attraversamento difficile, a volte
sofferto, dove difficoltà e sofferenza per ascendere possono evocare la Passione
e poi la luce oltre le tenebre.
Segno, soglia, passaggio: l’arte quindi è tale se testimonia grazia, ovvero la
possibilità di trasformazione.
Credo che la grazia sia un dono che gratifica se alimentata dal versante della
bellezza e della misura: difficile potervi accedere senza queste attenzioni. La
trasformazione include il passaggio da uno stato all’altro caratteristico
della Soglia, con la possibilità di accedervi o meno, di muoversi arricchendosi
delle esperienze più differenti, alimentati da una irrinunciabile curiosità.
Concetti molto distanti dall’asservimento sordo al materialismo e alla tecnica
che rischiano di trasformare Occidente e Oriente in contenitori vuoti a causa
dell’abbandono della poesia e dell’energia spirituale.
a cura di Luigi Codemo
L'articolo “Per un’arte eroica, controcorrente alle leggi del mercato e ai
social”. Dialogo con Roberto Floreani proviene da Pangea.