Finito il servizio di leva sono partito per Londra, senza pensarci troppo e con
pochissimi soldi in tasca, soldi che mi sarebbero bastati per appena un paio di
settimane, poi si trattava di guadagnarli in qualche modo, e allora pulizie in
un albergo, barista in un locale gestito da italiani all’interno di uno dei
tanti parchi della città, ricavando quel tanto che bastava per l’affitto
salatissimo di una stanza, finendo, di settimana in settima, sempre più in
periferia con la speranza di pagare meno e trattenere qualcosa per sopravvivere
più decentemente.
Sarà stato il secondo giorno di permanenza nella capitale inglese quando,
passeggiando per le vie del quartiere residenziale dove mi ero appoggiato
inizialmente in casa di amici italiani, arrangiandomi con un materasso gettato
sul pavimento, mi sono imbattuto in un corpo riverso a terra. Un uomo, avrei
detto di mezza età, con in dosso un pigiama a righe. Il volto era
irriconoscibile, perché la faccia era schiacciata sul marciapiede; gli arti
avevano assunto una posizione innaturale, disarticolata, come se le ossa si
fossero staccate dal corpo, o non fossero più necessarie a reggere l’intera
struttura.
Era una giornata soleggiata, tirava appena un filo di vento che ondulava la
chioma di capelli folti e lisci dell’uomo che si era gettato dalla finestra di
una stanza d’hotel. Doveva essere successo da pochissimo, perché erano accorse
appena un paio di persone già con il telefono in mano probabilmente per chiamare
polizia e ambulanza. Sono rimasto solo qualche secondo a guardare quel corpo
senza più forma sdraiato a terra, fissandomi sulla grossa ferita che aveva sulla
testa, una macchia di sangue viva dovuta all’impatto che gli aveva strappato dal
cranio una ciocca di capelli. Quella ciocca, intera, incollata a un grumo di
sangue, stava galleggiando a pochi passi dal cadavere, quasi fosse una parte del
corpo che defluiva e andava a disperdersi, come fosse la sola cosa viva che
tornava a mischiarsi nel mondo – una traccia, un segno.
A quell’episodio, a quel corpo, negli anni, ho ripensato tante volte. È la prima
immagine che ho avuto di Londra. Certo un’immagine per niente rassicurante ma
che col tempo si sarebbe mischiata ad altre, come a comporre una rete di
significati. Incontrare quel corpo, assistere a quel dramma, era stato soltanto
un caso, ma non so per quale ragione, più tardi, l’ho associato all’attrazione
che subivo per le opere di Francis Bacon. Mi viene in mente uno degli ultimi
dipinti dell’artista irlandese, Sangue per terra del 1988, in cui pare imiti
Rothko in quella tripartizione della tela in grandi fasce orizzontali di colore:
nero, un bianco sporcato da ombre verdognole, infine un grigio intenso. E quella
macchia di sangue al centro che risalta come da un’oscurità. Quella macchia di
sangue che resta sola senza più il corpo da cui proviene, come una stigmate di
eternità deprivata di un Io.
Francis Bacon, Blood on Pavement, 1988
Ma quella residenza di qualche mese a Londra non mi aveva portato a visitare
alcun museo o galleria. Ancora troppo giovane e troppo ignorante per
comprendere. Bacon lo avevo scoperto soltanto più tardi, negli anni
universitari, seguendo percorsi assolutamente personali che mi avevano
avvicinato all’arte mentre studiavo letteratura. Eppure, quella vicinanza,
quell’ossessione che sentivo per le opere di Bacon, avevano a che fare con la
mia permanenza a Londra e con la prima immagine che avevo vissuto. Quando ero
partito senza sapere realmente il motivo che mi spingeva altrove, cercavo una
risposta a delle forze interne a cui non sapevo dare un nome e che mi
angosciavano, ma che, in quei quadri, visti e studiati anni dopo, capivo erano
riuscite a diventate figure. Quelle figure non solo richiamavano il suicidio di
quell’uomo a cui avevo assistito ma pure la permanenza a Londra che mi aveva
scioccamente portato a evitare qualsiasi giro turistico, gettandomi piuttosto
nelle sue zone d’ombra, nel suo sotterraneo aspetto conturbante. Non l’operosa
Londra di superficie, ma quella notturna, oscura, abitata da fantasmi, quella
dove perdersi era semplicissimo.
Quando cerchiamo noi stessi, quando non siamo capaci di dare una risposta a
quelle forze interne da cui siamo dominati, è dal fondo che ci sentiamo
attratti, come se solo in quel sottosuolo, solo in quel buio in cui l’esistenza
va a rifugiarsi trovassimo uno spazio che accolga l’assenza di significati, come
volessimo farci risucchiare da un tubo di scarico – Bacon lo aveva ritratto più
volte ma con maggiore efficacia in Figura in piedi davanti a un lavandino, nel
1976 –, come se tutte le forze dell’Io premessero in un buco, obbedissero di
conseguenza a un vortice, a un risucchio, fino a disarticolarci, succhiando via
l’Io da se stesso. Allora, capita che per capirci si senta la necessità di
cancellarci, di violare perfino il nostro volto, troppo riconoscibile per essere
vero, che la violenza di quelle forze interne ed oscure ci ponga di fronte alla
falsità del nostro viso per far emergere soltanto quella forza, per mettere in
evidenza soltanto un’ombra, ma un’ombra fatta di carne: trafitta, ferita,
sanguinante. Una mostruosità tutt’altro che disumana, al contrario umanissima,
perché svela quanto sotto il dominio delle forze interne l’uomo diventi animale,
nel senso che meglio rivela la propria anima – Bacon avrebbe usato la parola
“realtà”. Ecco, quella realtà, nei dipinti di Bacon, è espressa in tutta la sua
violenza. Una violenza che è prima di ogni cosa una forma di violazione.
*
Il tradimento dei codici, la trasgressione della morale, Bacon li visse fin
dalla giovane età. Il padre, un ex militare finito ad addestrare cavalli, lo
sorprese che indossava la biancheria intima della madre. Francis, cacciato di
casa – aveva sedici anni –, cominciò a vagabondare per l’Europa. Berlino e
Parigi, nella quale scoprì di voler diventare pittore vedendo una mostra di
Picasso e La strage degli innocenti di Poussin, dove il grido di quella madre in
primo piano lo avrebbe sconvolto, cercando di replicarlo in moltissime opere. Ma
è Londra che diventerà la sua casa per il resto dell’esistenza. Qui che conosce
il successo e la perdizione. Sopravvive giocando d’azzardo, o compiendo piccoli
furti, facendo le più pericolose avventure omosessuali – quando l’omosessualità
era un reato Bacon la viveva con una libertà e un coraggio fuori dal comune –,
passando il più del tempo nei locali di Soho, il quartiere notturno per
eccellenza, quello delle prostitute e della trasgressione, stringendo amicizie
con artisti come Lucian Freud (al quale dedicherà molti Studi), o il fotografo
Deakin, che molto lo influenzerà per lo studio delle figure umane, ubriacandosi
per l’intera notte, e il mattino successivo non ricordando nulla di quanto era
accaduto qualche ora prima, salvo già all’alba mettendosi al lavoro, perché i
postumi della sbornia, diceva, lo aiutavano a concentrarsi solo sulla pittura.
Francis Bacon, Figure at a Washbasin, 1976
Questo continuo desiderio di cancellarsi, di annichilirsi; questo calarsi di
continuo negli abissi; questo camminare sull’orlo di un precipizio, mettendo a
rischio la vita, spingendola fino al limite estremo in cui convivevano il
massimo della dissoluzione e la più estrema vitalità. Quasi che da lì, da quel
luogo in cui non si era più, Bacon sperimentasse quanto al fondo di se stessi,
dimentichi del ruolo che si assume in società, del volto che si indossa per
incontrare il mondo, l’uomo si abbandonasse al dominio di un demone che lo
abitava e che era costretto a mettere a tacere. E l’arte, in Bacon, non era
vissuta diversamente, era un fatto totale. Con l’opera stabiliva addirittura un
rapporto simbiotico, il colore con cui prendevano forma le sue figure ce lo
aveva addosso e lo spalmava sulla tela anche con le mani, lui stesso divenendo
l’ombra di quella figura ritratta, con cui combatteva, da cui si lasciava
dominare.
*
Nello studio del corpo umano, Bacon usava spesso delimitare le figure che
ritraeva in uno spazio circoscritto: un tappeto, un cubo, un letto, un
lavandino, uno specchio, una circonferenza ovoidale d’acciaio. Questi spazi
circoscritti, secondo le dichiarazioni dello stesso Bacon, erano un modo per
restringere le dimensioni della tela così da riuscire a vedere meglio la figura.
Ma cosa significa vedere meglio la figura? Non sarebbe bastata una tela di
dimensioni più ridotte?
La verità è che tutti quegli spazi circoscritti sono un campo di concentrazione.
Bacon sembrava intrappolare le sue figure per meglio far emergere la sensazione
che ne aveva. Che fosse una sola figura o ne fossero due nello stesso campo, è
chiaro che si trattava sempre di una lotta. Una lotta con forze che spingono da
dentro e una lotta con forze che spingono da fuori.
Molto spesso, quando i corpi sono due, li si vede intrecciati, la gamba di una
figura si mischia e prende il posto dell’arto dell’altra figura. Le forme si
contraggono, si dilatano, si disossano, i muscoli si gonfiano creando
protuberanze innaturali, le teste si schiacciano o scompaiono nella schiena
dell’altra figura – qualcosa che ricorda lo stesso gesto compositivo di Cézanne
con le sue Bagnanti. Quelli di Bacon erano chiaramente atti sessuali. Ma una
sessualità mai rappacificata. L’erotismo, la sessualità erano un modo per
guardare in faccia l’indicibile – per spingere il corpo verso l’impossibile. Una
lotta estenuante e impronunciabile della vita con la propria stessa morte.
> “Se ami davvero la vita”, confidava al giornalista e amico Daniel Farson, che
> diventerà il suo biografo, “cammini all’ombra della morte… La morte è l’ombra
> della vita e più si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla
> morte”.
Eros e Thanatos. Pulsione di vita e pulsione di morte. Atto creativo e
autoannientamento. Non l’una cosa nell’altra ma separate e in lotta. Coesistenza
di due potenze che agivano in eguale misura. Non c’è luttuosità nei quadri di
Bacon, ma forze che agiscono senza provocare alcun moto. Piuttosto sono energie
liberate, ombre che palpitano, che pretendono una forma, che gridano la loro
verità rivelata. Per questo Bacon poteva parlare tanto spesso di accidentalità
mentre dipingeva. La figura ritratta doveva rispondere a quella sensazione, o
quelle sensazioni che il pittore in quel momento liberava. La figura era di
conseguenza soggetto e oggetto del dipinto. Mentre la figura lottava con se
stessa o con un’altra figura, un’altra lotta era già avvenuta, quella di chi la
ritraeva. Una pennellata sbagliata, dichiarava Bacon, avrebbe potuto mandare
all’aria tutto. E questo è comprensibile, perché nell’accidentalità del metodo
pittorico il caso doveva rispondere alla verità di una sensazione – e allora
rispondere a quel demone, dargli una forma, necessitava anche di una disciplina
rigorosissima. Non è un caso che lo stesso soggetto, lo stesso motivo diventasse
molto spesso un trittico, anche se Bacon affermava che, quando sceglieva il
motivo, quando lo cominciava a ritrarre, avrebbe potuto dedicargli molte più
tele, perché a quel punto, ciò che sentiva assumeva forme ogni volta nuove pur
non allontanandosi mai dal vero, come dire dalla cosa originaria che le aveva
generate.
> “Ed è questa l’ossessione”, dice in una delle interviste che rilascia al
> critico d’arte David Sylvester, “quanto puoi rendere questa cosa somigliante
> nella maniera più irrazionale? In modo da ricostruire non solo l’apparenza
> dell’immagine, ma anche tutti i campi sensibili di cui hai consapevolezza.
> Vuoi aprire, se possibile, così tanti livelli del sentire che non c’è spazio
> per tutti”.
*
Tra gli artisti del passato di cui Bacon negli anni ha fatto menzione, ci sono
certamente Poussin, Picasso, Cézanne, Van Gogh, ovviamente Velázquez e il suo
ritratto di Papa Innocenzo X che ha provato a rielaborare in più occasioni.
Andando più indietro, ha fatto anche il nome di Cimabue, specialmente ragionando
sulla Crocifissione. Diceva che guardandola immaginava la figura di Cristo
rivolto a testa in giù (così come nelle sue di Crocifissioni posizionava la sua
carne macellata) e notava come la sinuosità del corpo pareva farlo scivolare
verso il basso “come un verme”. Un movimento di linee che certamente lo ha
influenzato non soltanto per le serie sulle Crocifissioni ma per quel defluire
delle figure che sembrano fuggire da se stesse, liquefarsi, quasi che l’ombra
che producono fosse materia densa o carne dissolta. Scartabellando le sue
interviste non mi pare però abbia fatto mai il nome di Masaccio. Eppure per più
di un motivo sono convinto che Bacon debba molto al genio rinascimentale.
In un piccolo viaggio in giornata a Firenze per andare a vedere le sue opere nel
periodo universitario, nella Cappella Brancacci della Chiesa di Santa Maria del
Carmine, sono stato a lungo a osservare gli affreschi, certo influenzato nello
sguardo dalla lettura che avevo fatto del celebre saggio di Roberto Longhi Fatti
di Masolino e Masaccio. Ma la cosa che mi aveva colpito e sulla quale più mi ero
soffermato erano i corpi di Adamo e Eva cacciati dal Paradiso Terrestre. Ecco,
io credo che in quell’affresco Masaccio abbia voluto far emergere la nascita dei
corpi. Che con il peccato originale e la cacciata dall’Eden quello che nasce è
l’essere umano con un corpo fisico, fatto di carne, mortale. La mortalità della
carne non è espressa solo nella vergogna di Adamo, che schiaccia il viso con le
mani – cosa che Bacon ripete spesso, quella di cancellare gli occhi e nascondere
il volto, a volte con un panno, spesso con un ombrello scuro, quasi che il volto
fosse la prova di quella vergogna, la vanità del vedersi riflessi, di percepirsi
come si è. E nemmeno soltanto nella deformazione del volto di Eva, che
rassomiglia già a un cadavere per come apre la bocca sbigottita dalla propria
disperazione – quelle bocche aperte che in Bacon sono il grido che, come disse
una volta in un’intervista, è “la coagulazione del dolore, della disperazione”.
A osservare bene l’affresco si nota anche che i corpi dei due primi uomini
producono ombre, la loro ombra li accompagna nella discesa sulla terra. Masaccio
introduce nell’arte l’espressione della mortalità dei corpi prima di chiunque
altro. Ma si potrebbe dire ancora meglio. Che la nascita di un corpo produce
contemporaneamente anche la sua mortalità. “La morte è l’ombra della vita e più
si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla morte”, aveva detto
Bacon.
Francis Bacon, Triptych, 1972
Bisognerebbe osservare il Trittico dell’agosto 1972 conservato alla Tate Gallery
di Londra, che sono andato a visitare molti anni dopo la mia prima permanenza
nella capitale inglese. Si tratta di uno dei ritratti che Bacon ha dedicato al
suo compagno George Dyer. Nonostante il suo corpo fosse comparso anche prima di
quella data nelle tele dell’artista, è da qui che Bacon entra con maggiore
ferocia nella propria ossessione.
Nell’ottobre del 1971, George e Francis erano in Francia per una grande
retrospettiva che era stata organizzata a Parigi per Bacon. Ma due sere prima
dell’inaugurazione tra i due era scoppiata una delle tante liti che connotava il
loro rapporto burrascoso. L’artista aveva così deciso quella notte di non
dormire col suo compagno. Ma quando la mattina successiva era rientrato in
quella stanza d’hotel dove lo aveva lasciato, aveva trovato Dyer steso a terra,
morto per un miscuglio di alcol e barbiturici. È quella morte che Bacon ritrae
nel Trittico. E mi sembrava d’essere tornato a Londra vent’anni dopo per dare
un’immagine a quello che avevo visto la prima volta che vi ero stato. Una grande
porta aperta fa da sfondo a tutte e tre le tele, ma quello che vediamo oltre la
soglia è soltanto un grande buio, una minacciosa oscurità. La figura seduta
sulla sedia e davanti la porta, sembra mano a mano farsi assorbire dal buio che
incombe. Porzioni di corpo – il busto nella tela di sinistra, il braccio e la
spalla sulla tela di destra – scompaio inghiottiti dall’oscurità, mentre gli
arti inferiori sembrano sciogliersi sul pavimento, trasformarsi in ombre.
L’ombra di quella figura non è grigia o scura per una maggiore o minore
influenza della luce ma diventa una macchia rosa, quasi un’appendice del corpo,
come se la vita intera stesse scorrendo via da lui. Ma è nella tela centrale che
si compie realmente il dramma. Ora la figura non è più seduta. Il corpo è già
riverso a terra e pare aver perso già tutti i suoi connotati di riconoscibilità.
Ma ci si accorge che non si tratta di una sola figura ma di due
sovrapposte. Quello che si sta compiendo nella tela centrale è un atto sessuale
o un omicidio. È qui che Bacon esprime anche il suo senso di colpa. Di quella
morte, della morte di Dyer si sente in una certa misura responsabile. Ma esprime
anche qualcosa di più, e forse anche di più terribile. Che nell’amore c’è
qualcosa di assolutamente distruttivo. E in arte quella morte nasce, nel senso
che si manifesta come qualcosa di vero e tangibile, da un atto d’amore, e ogni
atto d’amore è un atto di nascita e di morte – come tornando all’origine da cui
tutti veniamo, come nel peccato originale nasciamo dentro la nostra stessa
consapevolezza di mortalità.
*
Probabilmente forzo l’interpretazione, ma non smetto di pensare a Masaccio,
questa volta non quello della Cappella Brancacci ma quello della Trinità a Santa
Maria Novella. Bisogna concentrarsi sulla composizione, e tutti gli interpreti
sono d’accordo nel riconoscere che quella scena così circoscritta in
un’architettura – il Cristo crocifisso, Dio alle sue spalle in piedi su un
altare ma dalle dimensioni assolutamente umane –, sia l’eredità che Masaccio
prese dall’ingegno architettonico di Brunelleschi. Le due colonne, l’arco,
l’architrave e la volta a cassettoni che dà il senso della prospettiva, un punto
di fuga alle spalle che inghiotte le figure, tanto che lo stesso Vasari aveva
commentato che quella parete pareva fosse bucata. Bisogna pensare a dove è posto
quell’affresco. Alle spalle della parete Masaccio era perfettamente consapevole
che si trovava un cimitero, il cosiddetto “chiostro dei morti”. Quasi che avesse
voluto mettere in evidenza la mortalità di Cristo, di cui è prova anche il
sarcofago ai piedi della scena. Sul piano di marmo è steso uno scheletro
accompagnato da una scritta: «io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi
ancor sarete». Quell’architettura è, in termini baconiani, un campo di forze e
una “messa in scena” addirittura teatrale.
Sappiamo quanto Bacon fosse lontano dal credere a una possibile resurrezione dei
corpi; estraneo a lui il pensiero cristiano o teologico della vita. Ma sapeva
pure che l’arte, nel corso dei secoli, attraverso il pensiero cristiano, aveva
sperimentato il proprio genio costruendo dei modelli dai quali era impossibile
prescindere. Ora, se prendessimo un quadro del 1946, Painting, forse si
esagererebbe a metterlo accanto alla Trinità di Masaccio, ma vale la pena fare
uno sforzo di immaginazione e osservazione. Ha raccontato più volte di come sia
nato per caso. Voleva dipingere un rapace e uno scimpanzé ma i primi segni di
colore sulla tela lo avevano portato da tutt’altra parte. Ancora la sua idea di
caso e accidentalità. Eppure qui sono concentrate diverse figure che
compariranno spesso in opere successive. Una grande carcassa di carne animale è
la figura crocifissa al fondo della prospettiva. Davanti alla crocifissione un
uomo in abiti scuri, il volto coperto da un ombrello evidenzia la bocca aperta
che mostra la dentiera – un grido, uno spavento, una forma di terrore. Questa
figura doveva essere l’immagine del potere, forse di un dittatore, o comunque di
un’autorità non specificamente definita. Sotto di lui dei microfoni, come si
fosse preparato per un comizio o un annuncio. L’intera figura, come spesso
accade, è circoscritta in una gabbia metallica. Lo sfondo di tutto il quadro
sembra una parete circolare, quasi fosse una cappella, o, appunto, una scena
teatrale. I colori della parete sono rosa con tre riquadri, quasi delle nicchie
o dei cassettoni, di un rosa più scuro. Ricordo che la prima volta che ho visto
la Trinità di Masaccio ho guardato il colore dei capitelli, degli archi e
dell’architrave scoprendomi a pensare che il famoso rosa di Bacon (così spesso
utilizzato) era da qui che proveniva. Bacon però compie sulla Trinità una
dissacrazione, o, ancora, una violazione. Non c’è più un Dio che sostiene il
corpo crocifisso di Cristo e che pure lo trascina indietro, spinto dalla
prospettiva oltre la parete, verso il “chiostro dei morti”. In Bacon la scena è
capovolta. C’è una bestia crocifissa che preme e incombe sull’autorità di quella
figura che non ha più nulla da declamare se non la propria realtà di essere
mortale. Lo spazio circoscritto di Masaccio, che suggeriva una fuoriuscita verso
l’esterno, un inghiottitoio dietro le quinte, in Bacon diventa una tragedia che
non trova vie di fuga, né alcuna possibile salvezza. L’autorità di quella figura
non ha più alcun potere, né religioso né temporale. La scoperta della propria
mortalità causa un grido muto; un grido che spezza la voce, disarticola la
parola per restare violentemente solo sulla scena: solo e soltanto immagine.
“Gridiamo esclusivamente perché siamo in preda a forze invisibili e
impercettibili che offuscano ogni spettacolo e travalicano persino il dolore e
la sensazione”, scriveva Gilles Deleuze nella monografia che dedica a
Bacon, Logica della sensazione, e aggiungeva:
> “Bacon dipinge il grido, in quanto mette la visibilità del grido, la bocca
> aperta come voragine d’ombra, in rapporto con forze invisibili, che non sono
> poi altro che le forze dell’avvenire”.
*
Se una cosa è possibile esprimerla a parole è assolutamente inutile dipingerla.
Questa estrema convinzione Bacon l’ha ripetuta più volte, ironizzando sulle
interpretazioni che venivano date ai suoi dipinti. Ed effettivamente quei campi
di forze dove imprigiona le figure non narrano nessuna storia, non rimandano ad
alcuna trama da tradurre o decifrare. Quello spazio chiuso, reso ancora più
distante allo spettatore dalla barriera del vetro che pretendeva sulle sue
cornici, potrebbe essere un mondo sospeso e impenetrabile nel quale guardarsi ma
come in sogno, o in uno stato di trance. Quasi che la figura imprigionata solo
lì potesse mostrarsi per quello che è, esprimere la propria realtà, la propria
segreta lotta tra la vita e la morte. Anche quando l’immagine suggerisce un
evento, come la crocifissione, o anche una corrida o un atto sessuale, quello
stesso evento accade in uno spazio che, da fuori, resta e deve restare oscuro.
“Fra l’idea/ E la realtà/ Fra il gesto/ E l’atto/ Cade l’Ombra”, recitano i
versi di Gli uomini vuoti (1925) di T.S. Eliot, un poeta che Bacon ha amato
molto. E continua: “Fra il desiderio/ E lo spasmo/ Fra la potenza/ E
l’esistenza/ Fra l’essenza/ E la discendenza/ Cade l’Ombra”. È come se Bacon
avesse voluto fermare per sempre quel momento di tensione estrema in cui le cose
stanno per accadere, e l’intera figura si concentra in un solo campo di forze un
attimo prima che tutto avvenga: la realtà, il gesto, il desiderio, la
potenza. Prima, anche, di trovarsi in un altro regno, un aldiqua o un aldilà di
cui non sappiamo nulla – perché la vita e la morte rispondono a uno stesso
mistero, entrambe nascondono in potenza un segreto. In quell’attimo la figura
“cade” dentro la propria stessa “Ombra”. Un’ombra che non può essere in alcun
modo descritta, che resta intrappolata nel suo mistero, un mistero terribile e
umanissimo, in cui l’Io esplode da se stesso, entrando nel proprio spazio vuoto,
nella propria mancanza, nella propria ferita. Ma, ed è questa la consapevolezza
a cui arriva Bacon, pur raggiungendo l’origine del dolore, pur toccando la
concretezza di quell’ombra che ci abita, non abbiamo altra scelta che continuare
a interrogarci, ripetere quel gesto che spezza la parola e immobilizza il grido.
“Gli occhi non sono qui/ Qui non vi sono occhi”, scrive Eliot, “In questa valle
di stelle morenti/ In questa valle vuota/ Questa mascella spezzata dei nostri
regni perduti/ In quest’ultimo dei luoghi d’incontro/ Noi brancoliamo insieme/
Evitiamo di parlare”.
Andrea Caterini
*In copertina: Francis Bacon, “Painting”, 1946
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