Le aziende tecnologiche americane stanno installando motori jet dismessi da
Boeing e Airbus come generatori d'emergenza per alimentare i data center AI, a
causa di tempi d'attesa superiori ai cinque anni per nuovi allacciamenti alla
rete elettrica.
Il progetto Stargate di OpenAI in Texas utilizza quasi 30 turbine aeroderivative
che generano complessivamente oltre 1000 megawatt, creando di fatto una centrale
elettrica temporanea in attesa del potenziamento delle infrastrutture
tradizionali.
Questa soluzione costosa e inquinante rivela un paradosso critico: le stesse
aziende che promuovono la sostenibilità sono costrette ad adottare tecnologie a
gas per non perdere la corsa competitiva nell'intelligenza artificiale.
Va precisato che l'uso di turbine derivate dall'aviazione non rappresenta una
novità assoluta nel panorama industriale. Per decenni, queste soluzioni sono
state impiegate in ambito militare e nelle piattaforme di trivellazione
offshore, dove la necessità di energia portatile e affidabile è sempre stata
prioritaria. Tuttavia, la loro comparsa massiccia nei data center segna un
momento storico e rivela quanto sia diventata critica la carenza di energia
negli Stati Uniti. Si tratta di un segnale inequivocabile: quando giganti
tecnologici con bilanci da decine di miliardi di dollari ricorrono a soluzioni
definite "di transizione", significa che il problema è strutturale.
Amazon dal canto suo punta sul nucleare, con il progetto Cascade Advanced Energy
Facility nello stato di Washington, un campus nucleare basato su reattori
modulari SMR per alimentare i propri data center con energia carbon-free. Il
progetto utilizza la tecnologia Xe-100 e punta ad avviare la produzione
elettrica negli anni '30, rappresentando il primo impegno concreto di una Big
Tech nella costruzione di nuova capacità nucleare.
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Tag - inquinamento
U n involucro di Mars con la pubblicità dei Mondiali di calcio del 1994.
Contenitori per hamburger di McDonald’s dei primi anni Novanta. Buste di
patatine come Lay’s, e di snack e dolciumi dei marchi globali come Bounty, Kit
Kat, M&M’s, Kinder Bueno e Twix degli ultimi tre decenni. E poi mascherine,
tante, di diverse fogge e a vari stadi di logoramento, ma tutte ideali per
realizzare una pavimentazione comoda e sicura. Si trova questo e altro, nei nidi
delle folaghe dei canali di Amsterdam: plastica raccolta nelle strade e nelle
acque anno dopo anno, che gli uccelli lasciano lì anche quando migrano, perché
sanno che la ritroveranno solo un po’ più logora, e che questo permetterà loro
di risparmiare tempo e fatica, quando deporranno le nuove uova.
> Oggi, sulla Terra, non esiste virtualmente luogo o essere vivente che non
> contenga plastica.
Ma quei nidi tappezzati di plastiche, analizzati da un gruppo di ricercatori
dell’Università di Leida, e illustrati in un articolo appena pubblicato su
Ecology, regalano anche una stratigrafia perfetta dell’Antropocene degli ultimi
trent’anni. Anni nei quali il confezionamento in plastica soprattutto del cibo è
diventato pervasivo, e ha iniziato a lasciare dietro di sé sempre più detriti
delle forme più varie, e di dimensioni che vanno da vari centimetri al
milionesimo di millimetro, fino a invadere ogni possibile ambiente e a ricoprire
vari ruoli inediti quali, appunto, quello di rivestimento per nidi.
La conseguenza è che oggi, sulla Terra, non esiste virtualmente luogo o essere
vivente che non contenga plastica, come ha confermato un altro studio uscito
solo poche settimane prima, che descrive una realtà molto lontana dalla capitale
dei Paesi Bassi vittima dell’overtourism: quella delle Alpi, cioè di un ambiente
teoricamente incontaminato, a quote superiori ai tremila metri. In quel caso,
ricercatori dell’Helmholtz Centre for Environmental Research-UFZ di Lipsia, in
Germania, hanno chiesto a un gruppo di alpinisti professionisti di prelevare per
loro campioni di neve in 14 punti dell’Alta via che va da Chamonix, in Francia,
a Zermatt, in Svizzera, toccando anche il territorio italiano. Il risultato,
pubblicato su Scientific Reports, è stato che i campioni di cinque zone di
prelievo contenevano nanoplastiche, cioè frammenti di dimensioni pari a un
milionesimo di millimetro, in concentrazioni comprese tra i 2 e gli 80
nanogrammi per millilitro di neve sciolta. Ma l’aspetto più interessante è stato
forse quello della provenienza di quei polimeri, identificata in base al tipo:
si trattava soprattutto di detriti di pneumatici (polietilene e polistirene) e,
in quantità inferiori, di bottiglie (di polietilen-tereftalato o PET). Quei
frammenti avevano fatto molta strada. Controllando i dati atmosferici e
meteorologici, i ricercatori hanno capito che erano arrivati lì soprattutto
dalla Francia e dalla Spagna, e in gran parte dall’Oceano Atlantico.
Un mare di plastiche
La rotta atlantica percorsa dalle nanoplastiche non deve stupire, perché tutti i
mari sono pieni di plastiche, che stanno provocando gravi conseguenze su
ecosistemi diversissimi tra loro, ma tutti messi a dura prova dell’eccesso di
pesca, dal rumore, dagli scarichi delle navi e da quelli costieri e da
innumerevoli fonti di contaminanti. Anche in questo caso, uno studio rende
l’idea di che cosa accada in mare sulla cosiddetta isola di plastica del
Pacifico del Nord, la North Pacific garbage patch, un enorme agglomerato
frammentato in più parti che galleggia e nuota appunto nella parte
settentrionale dell’Oceano Pacifico. A tenerne sotto controllo alcune zone sta
provvedendo, tra gli altri, The Ocean Cleanup, la non profit fondata nel 2013 da
Boyan Slat che, da allora, ha eliminato dai mari di tutto il mondo più di 16
tonnellate di plastica.
Stando a quanto riferito da Environmental Research Letters, in base all’analisi
di oltre mille reti e più di 70 rilevamenti aerei sul Patch, tra il 2015 e il
2022 il numero delle plastiche piccole, di pochi centimetri di diametro, è
aumentato molto di più di quello dei pezzi più grandi. Quei frammenti arrivano
da oggetti molto vecchi, presenti in mare da decenni, che continuano a
degradarsi, producendo quantità sempre crescenti di micro- e nanoplastiche
(MNP), o di pezzi che al massimo raggiungono pochi centimetri, per poi erodersi
ulteriormente. In quei sette anni, la concentrazione di plastiche di piccole
dimensioni sull’isola è cresciuta da 2,9 a 14,2 chilogrammi per metro quadrato,
e quella di frammenti più piccoli da uno a dieci milioni, sempre per metro
quadrato.
> Tutti i mari sono pieni di plastiche, che stanno provocando gravi conseguenze
> su ecosistemi diversissimi tra loro.
La plastica che non si ferma sull’isola finisce poi nei fondali, che secondo
alcune stime ne ospiterebbero, in tutto il mondo, 11 milioni di tonnellate,
oppure sulle barriere coralline, dove contribuisce allo sbiancamento,
interferendo con la capacità dei coralli di sfruttare la luce. E arriva a tutti
i pesci, che ne accumulano quantità più o meno rilevanti a seconda della taglia,
della zona e di altre variabili. Per poi tornare all’uomo con la pesca.
Un cucchiaino di plastica in ogni cervello
Sono infatti proprio i pesci la porta d’accesso agli altri organismi viventi.
Attraverso la catena alimentare, le MNP approdano sulla Terra, in una nemesi
infernale, e accedono a organi e tessuti, dove tendono ad accumularsi, con
effetti ancora in gran parte da capire. Il resto, negli organismi terrestri,
arriva dall’aria, che ne è letteralmente intrisa, a ogni latitudine. L’esito è
che, per ricordare solo quanto scoperto nell’uomo, il numero di organi e tessuti
dove si trovano le MNP, è in aumento costante: di fatto, dove si cercano, si
trovano. Polmoni, fegato, cuore, reni, testicoli, cellule del sistema
immunitario, intestino, vasi e placenta sono solo alcuni dei distretti corporei
dove sono state trovate. E poi c’è il cervello, particolarmente vulnerabile,
probabilmente perché le MNP passano attraverso la barriera ematoencefalica, ma
poi non riescono a tornare indietro, se non in minima parte, e si accumulano
soprattutto nelle cellule di rivestimento dei neuroni.
In che misura lo ha stabilito uno studio condotto su 128 campioni autoptici,
pubblicato su Nature Medicine dai ricercatori dell’Università del New Mexico di
Albuquerque. Le analisi quantitative e quelle specifiche su 12 polimeri hanno
stabilito che, in un cervello medio adulto, c’è plastica in dosi equivalenti a
un cucchiaino, o una matita, e una quantità da sette a trenta volte quella che
si riscontra nei reni o nel fegato. Inoltre, anche in questo caso, la
concentrazione è vertiginosamente aumentata tra il 2016 e il 2024, crescendo di
un fattore dieci. Se nel 2016 la media era di 465 microgrammi per grammo di
tessuto (contro i 142 del fegato), nel 2024 la concentrazione nei tessuti
cerebrali era salita a 4.700 (la media in tutto il corpo era arrivata a 3.420).
> Le micro e nanoplastiche passano attraverso la barriera ematoencefalica, ma
> poi non riescono a tornare indietro, e si accumulano soprattutto nelle cellule
> di rivestimento dei neuroni.
Il che significa che, in un intero cervello, ci sono appunto circa dieci grammi
di plastica. O anche, come ha sottolineato uno degli autori, che il cervello
dell’uomo del “Plasticene” contiene il 95% di cervello, e il resto di plastica.
Tra l’altro, sempre in base a quanto riscontrato in quei cervelli, le persone
con demenza ne avevano quantità anche più elevate, da tre a cinque volte
superiori rispetto a chi non mostrava patologie neurodegenerative. Se la demenza
sia stata favorita dall’infiammazione cronica provocata dalle MNP, o se le
plastiche si siano accumulate di più a causa della compromissione del cervello
resta da capire, ma un altro studio uscito negli stessi giorni, e di tutt’altro
tipo, suggerisce che, in ogni caso, la plastica possa avere effetti assai
negativi sul funzionamento del cervello. A condurlo sono stati i ricercatori di
diversi atenei statunitensi tra i quali quelli della Chan School of Public
Health di Harvard e quelli della Columbia University di New York, che hanno
sovrapposto due serie di dati provenienti da oltre 200 contee di 22 Stati:
quelli sulla presenza di MNP nelle acque costiere e quelli sulle performance
cognitive e sulle disabilità delle popolazioni delle stesse zone. Il risultato è
una relazione lineare: più la plastica aumenta, peggiori sono sia le prestazioni
nei test di tipo cognitivo, sia le percentuali di disabilità.
In generale, tuttavia, siamo ancora lontani da capire che cosa provochino le MNP
nell’organismo, anche se un importante rapporto internazionale pubblicato nel
2023, ha ricordato che i danni alla salute umana già dimostrati sono decine, e
non risparmiano nessuna età, dal concepimento alla vecchiaia. Si sono visti
effetti su riproduzione, cancro, sviluppo cognitivo e sessuale, funzionalità
endocrina, malattie metaboliche, cardio- e cerebrovascolari, obesità, diabete e
molto altro, in ricerche condotte in modi diversi, sia in vitro che su modelli
animali che su campioni di individui. Si tratta della punta di un iceberg che
non sarà affatto facile esplorare fino in fondo, per molti motivi.
Armi spuntate
Lo chiarisce un articolo pubblicato su Nature da Max Kozlov, una delle firme di
punta della rivista: innanzitutto, non esiste “la plastica”, perché i materiali
plastici sono composti da variazioni innumerevoli di assortimenti di altrettanto
numerosi polimeri diversi. Alle plastiche sono poi sempre aggiunti additivi: ce
ne sono almeno 10.000, tra i quali scegliere. Per citare solo i più famigerati,
nelle plastiche sono sempre aggiunti i perfluoroalchili o PFAS (PerFluorinated
Alkylated Substances), oltre 10.000 sostanze diverse, dette anche contaminanti
perenni che, come le MNP, si trovano ormai in ogni essere che viva sulla Terra,
e in ogni ambiente. E molti di essi sono dannosi perché interferiscono con i
circuiti ormonali e con lo sviluppo cognitivo. Simile, in quanto ai danni, è il
bisfenolo A, talmente nocivo da essere vietato in alcuni Paesi in materiali come
le stoviglie per bambini.
> Si sono visti effetti su riproduzione, cancro, sviluppo cognitivo e sessuale,
> funzionalità endocrina, malattie metaboliche, cardio- e cerebrovascolari,
> obesità, diabete e molto altro.
Basterebbero gli ostacoli posti da un panorama così vasto e variegato a rendere
gli studi di real life quasi inaffrontabili. Ma a ciò va aggiunta poi l’azione
degli agenti atmosferici e delle condizioni cui la plastica è stata sottoposta:
sulle Alpi o tra i coralli si trovano frammenti dalle forme più disparate, da
fili sottili come capelli a pellicole come quelle dei nidi di folaga, da sfere
simili a sassolini a pezzi geometrici, fino alle nanoparticelle, non visibili a
occhio nudo. Anche questo ha un suo peso, perché la meccanica, nei tessuti, è
molto importante. Inoltre, se analizzare materiali come la neve o i sedimenti
marini è relativamente facile, verificare che cosa accade nei tessuti degli
organismi viventi in cui si depositano le MNP in certi casi, come quello del
cervello, è impossibile fino a quando non si dispone dell’organo dopo la morte,
e in altri casi è comunque arduo. E tutto è rallentato ulteriormente dal fatto
che, al momento, non abbiamo ancora le tecnologie adeguate. Non ne abbiamo mai
avuto bisogno, almeno fino a pochi anni fa, e questo spiega perché anche i test
convalidati fossero basati, per esempio, su sferette tutte uguali di un solo
polimero da studiare in vitro: una situazione sperimentale che non ha di fatto
nulla a che vedere con ciò che succede nella realtà, e che fornisce quindi
risultati da valutare con estrema cautela.
Per fortuna, decine di laboratori stanno procedendo in parallelo: alcuni
studiano le leggi chimico-fisiche che regolano la degradazione dei polimeri in
situazioni realistiche, altri cercano di mettere a punto protocolli adeguati per
gli studi sulla salute umana e per gli effetti sull’ambiente. E i risultati si
vedono, perché sta aumentando assai velocemente il numero di ricerche che
spiegano che cosa sta avvenendo. Una delle ultime, per esempio, pubblicata su
PNAS dai ricercatori della Columbia University di New York, ha mostrato gli
effetti delle microplastiche sulla fotosintesi a livello globale: una
diminuzione compresa tra il 7 e il 12%. La quale si traduce in perdita di
raccolti del 4-12% per i cereali e dello 0,3-7% del pescato, perché
l’oscuramento della fotosintesi avviene anche tra le alghe. Se solo le
microplastiche diminuissero del 13%, secondo il modello ci potrebbe essere un
recupero del 30% della fotosintesi.
> Gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato che esistono diverse specie di
> batteri e organismi di vario tipo che degradano le plastiche, trasformandole
> in nutrimento.
In generale, secondo Kozlov, nel 2014 c’erano non più di 20 pubblicazioni che
contenevano la parola “microplastiche” (coniata solo da una ventina d’anni): nel
2024 erano 6.000. Nel 2018 i National Institutes of Health hanno finanziato il
primo studio dedicato: nel 2024, prima dell’arrivo di Trump, i progetti
finanziati erano già 45.
La soluzione è nella natura
Le difficoltà oggettive di approcci come quello di The Ocean Cleanup, per alcuni
velleitario e destinato all’irrilevanza, hanno motivato decine di laboratori a
cercare altre vie, a cominciare da quella biologica. Gli studi degli ultimi anni
hanno dimostrato che esistono diverse specie di batteri e organismi di vario
tipo che degradano le plastiche, trasformandole in nutrimento. I batteri hanno
nomi sconosciuti ai più come Comamonas testosteroni, che degrada il PET delle
bottiglie, Vibrio natriegens, o Ideonella sakaiensis, oppure sono creati in
laboratorio, come quelli realizzati sul modello di alcune specie marine che
permettono alle cozze di aderire agli scogli.
Suscitano poi molte speranze i vermi mangia-plastica su cui lavora l’italiana
Federica Bartocchini che, partendo da vermi della cera chiamati Galleria
mellonella, ha identificato gli enzimi che questi sintetizzano per degradare le
plastiche, ribattezzati Cerers e Demeter. La scoperta potrebbe avere
ripercussioni rilevanti, perché è possibile che i due enzimi siano sufficienti
per la degradazione. Se così fosse, si potrebbe pensare di produrli
industrialmente e utilizzarli al posto dei batteri, il cui impiego è ancora
relativamente problematico perché, in quanto specie proliferanti, potrebbero
essere difficili da gestire su larga scala. La soluzione è insomma, secondo
molti esperti, nella bio-mimicry, cioè nell’imitazione della natura, e delle
soluzioni che essa stessa adotta per utilizzare elementi come il carbonio.
Uscire dal Plasticene
Nel 2020 sono stati prodotti 81 milioni di tonnellate di plastica, che si sono
aggiunti a quelli già presenti. Secondo l’OCSE (Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 2040 la produzione salirà a non meno
di 119 milioni di tonnellate. Intanto, da due anni la comunità internazionale
discute su un possibile trattato per limitare produzione e uso, senza trovare un
accordo. Uno dei primi provvedimenti adottati da Donald Trump è stato un decreto
che sembrava riguardare un aspetto irrilevante della quotidianità dei suoi
concittadini: l’utilizzo delle cannucce nei drink. Dovevano tornare a essere in
plastica, perché quelle di carta erano scomode. Solo negli Stati Uniti, di
cannucce, se ne consumano ogni giorno tra i 350 e i 500 milioni, ciascuna in
media per meno di trenta minuti. Dopodiché, ogni cannuccia inizia un viaggio che
solo nel 10% dei casi la conduce alle filiere del riciclo. Tutte le altre prima
o poi raggiungono il mare, e da lì, prima o poi, arrivano al cervello degli
esseri umani che le hanno utilizzate con tanta sconsideratezza. E non solo a
quello degli americani.
L'articolo La plastica che abbiamo dentro proviene da Il Tascabile.
Uno studio ha rilevato che l'impatto di carbonio delle pubblicazioni digitali di
un influencer con 3 milioni di follower tra le diverse piattaforme è di 1072
tonnellate di anidride carbonica all'anno, l'equivalente di 481 viaggi andata e
ritorno tra Parigi e New York.
Da questo problema è nato uno strumento gratuito e open source per aiutare
influencer e brand a misurare gli impatti delle proprie campagne sui social e
comprendere come ridurli per una fruizione più consapevole e rispettosa
dell'ambiente.
Si chiama - viene spiegato in una nota - Carbon Footprint Calculator ed è stato
rilasciato in tutta Europa, Italia compresa, da Kolsquare, azienda francese
specializzata in Influencer Marketing e B Corp certificata, per promuovere
attivamente la riduzione delle emissioni degli operatori del settore.
Questo strumento è stato mostrato in anteprima durante le formazioni di
Pedagogia Hacker di Circex.org
Link all'articolo qui
Puntata di domenica 8 dicembre. La prima parte della puntata è dedicata alle
variegate malefatte dei soliti noti: Google e Meta.
Prima parliamo della situazione di Google con l'antitrust, che vede avvicinarsi
il verdetto anche per quanto riguarda il settore pubblicità. Avevamo già parlato
della questione del motore di ricerca, ma questa è un'altra storia.
Passiamo poi ai legami tra grandi aziende e militarismo:
* Google continua a negare i suoi rapporti con l'apparato militare israeliano,
ma i dati sono sempre più chiari
* Meta si lancia apertamente nelle applicazioni militari dell'intelligenza
artificiale generativa
* Hannah Byrne ha lavorato per anni nel gruppo "antiterrorismo e organizzazioni
pericolose", si è licenziata nel 2023, e racconta alcuni dei motivi per cui
crede che la selezione dei contenuti fatta da Meta sia sbagliata fin dalla
radice
Chiudiamo infine rimandando un audio andato in onda recentemente su Data Center,
consumo di energia e di acqua.
Ascolta l'audio sul sito di Radio Onda Rossa
Il video della presentazione, organizzata dalla Scuola critica del digitale del
CRS, del libro di Giovanna Sissa (il Mulino, 2024). Ne hanno parlato con
l’autrice Stefano Lotti, Maurizio (Graffio) Mazzoneschi, Alessandro
Montebugnoli. Coordinamento di Giulio De Petra.
Puntata 5 di EM, prima del ciclo Estrattivismo dei dati, parliamo di IA nel
costesto del consumo delle risorse e della guerra.
PRIMA PARTE - CONSUMO DI ENERGIA E DI RISORSE
* Crescente domanda di energia dell'IT negli ultimi 20 anni, forte
accelerazione causata dalla corsa all'intelligenza artificiale
* L’espansione delle infrastrutture per AI, i data center, ha portato ad un
aumento significativo delle emissioni di CO2
* Impatto di tale aumento, della domanda insaziabile di energia, sugli
obiettivi climatici. A partire dalle grandi aziende tecnologiche che oltre a
causarlo, si trovano nella condizione di dover ridurre le emissioni (Google e
Microsoft: target di e+missioni nette zero entro il 2030 – capire quanto sia
vincolante, quanto siano trasparenti le verifiche…)
* I data center, essenziali per l’addestramento e l’operatività dei modelli AI,
consumano enormi quantità di energia, generando emissioni e richiedendo
grandi quantità d'acqua. Con costi ambientali difficili da quantificare
completamente. Vediamo qualche numero:
* Una recente ricerca dell'Università della California di Riverside. Premessa:
ogni richiesta su un LLM come ChatGpt passa attraverso uno dei milioni di
server di cui l’azienda OpenAI dispone, e questo server esegue migliaia di
calcoli per determinare le parole migliori da usare nella risposta,
consumando energia e generando calore, calore che poi deve essere smaltito
usando altra energia nei sistemi di raffreddamento
CONSUMO DI ACQUA:
* Una richiesta ad un LLM di un’email di 100 parole consuma circa 519 ml di
acqua (poco più di una bottiglia).
* Una richiesta settimanale per un anno consuma 27 litri.
* Una richiesta settimanale per un anno da parte del 10% dei lavoratori
americani (circa 16 milioni di persone) richiederebbe 435 milioni di litri di
acqua, equivalente al consumo d’acqua di tutte le famiglie del Rhode Island
per 1,5 giorni.
* I data center possono rappresentare il 6% del consumo d’acqua in alcuni
distretti e fino al 25% dell’acqua disponibile in alcune città (ad esempio,
il data center di Google a The Dalles, Oregon).
CONSUMO DI ELETTRICITÀ:
* I data center per l’IA richiedono grandi quantità di energia per mantenere i
server freddi. In aree calde o con scarsità d’acqua, si usano condizionatori,
aumentando il consumo energetico.
* Se solo un decimo degli americani usasse ChatGpt per scrivere un'email una
volta a settimana per un anno, il processo consumerebbe la stessa quantità di
energia che ogni singola famiglia di Washington consuma in 20 giorni.
EMISSIONI DI CARBONIO
* L’impatto dell’IA ha fatto aumentare l’impronta di carbonio di Google del 48%
nel 2023.
* Google ha reintegrato solo il 18% dell’acqua che consuma, lontano
dall’obiettivo del 120% fissato per il 2030.
PROTESTE LOCALI E IMPATTI ECONOMICI
In aree come la Virginia del Nord e West Des Moines (Iowa), i residenti si
oppongono alla costruzione di data center, accusandoli di aumentare le bollette
energetiche, ridurre il valore delle case e consumare risorse locali.
Come viene prodotta l’energia?
Gli investimenti nelle rinnovabili aumentano, ma i dati ci dicono che non
crescono abbastanza rapidamente da sostenere l’espansione dell’AI→Spinta a
utilizzare combustibili fossili (carbone, fracking ossia la fratturazione
idraulica...)
Non trova spazio l’idea di economizzare sull’energia, nonostante il costo
crescente, perché i benefici del primato tecnologico spingono le aziende a
spendere somme enormi per addestrare modelli avanzati. Com’è possibile? Dov’è il
vantaggio economico? Il sistema capitalista ha investito in AI & Tech somme
talmente elevate da far passare in secondo piano l’emergenza energetica. Follia.
La finanza cancella la realtà, dribbla i problemi scommettendo su altro.
Ascolta l'audio della trasmissione sul sito di Radio Onda Rossa
SECONDA PARTE - FONTI DI ENERGIA E INVESTIMENTI IN ITALIA
Paradosso di Jevons: descrive un fenomeno, implica che ogni risparmio porta
semplicemente a un uso più ampio della tecnologia, aumentando il consumo
complessivo di energia. Si sta lavorando su innovazioni che ottimizzano l’uso
dell’energia, ma il risultato finale è l’aumento dei consumi, mai la riduzione.
NUCLEARE: RIATTIVAZIONE CENTRALI
* Gli USA hanno concesso un prestito di 1,5 miliardi di dollari a Holtec per
riattivare la centrale nucleare di Palisades (805 MW) in Michigan, chiusa nel
2022. Questo per rispondere alla crescente domanda di elettricità spinta
dall’IA, prevista in riattivazione per il 2025.
* Il nucleare è e sarà sempre più scelto come fonte stabile e senza CO2 per
alimentare i data center, garantendo un flusso energetico continuo e senza
dipendenza dalle condizioni climatiche.
* Microsoft ha un accordo ventennale per l’elettricità della centrale Three
Mile Island (837 MW). Primo incidente della storia: mercoledì 28 marzo 1979,
portò allo smantellamento
* Amazon Web Services ha firmato per 960 MW dalla centrale nucleare di
Susquehanna.
* NextEra sta valutando la riapertura della centrale nucleare Duane Arnold in
Iowa (622 MW), chiusa nel 2020.
DOMANDA ENERGETICA
* I data center rappresenteranno un terzo del nuovo fabbisogno energetico degli
USA fino al 2026, con un consumo globale stimato a 1000 TWh nel 2026
(equivalente al consumo energetico del Giappone).
* Si ipotizza che le Big Tech possano diventare anche produttori e venditori di
energia per garantire la propria fornitura. Modello Tesla: offre veicoli
elettrici, pannelli solari e sistemi di accumulo.
Leggi tutto e ascolta l'audio della trasmissione sul sito di Radio Onda Rossa
Mercoledì 20 novembre a Roma, in Via della Dogana Vecchia 5, alle ore 18:00, la
presentazione, organizzata dalla Scuola critica del digitale del CRS, del libro
di Giovanna Sissa (il Mulino, 2024). Ne parlano con l’autrice Stefano Lotti,
Maurizio (Graffio) Mazzoneschi, Alessandro Montebugnoli. Coordina Giulio De
Petra.
Il mondo digitale è stato raccontato, e continua ad esserlo, come un universo
libero da ogni vincolo materiale. Non è così. Il mondo digitale per esistere ha
bisogno di cavi, circuiti, calcolatori sempre più potenti, memorie, sensori e
dispositivi individuali della più varia natura. E tutto questo deve essere
costruito, trasportato, alimentato, dismesso e smaltito.
La miniaturizzazione dei dispositivi e l’invisibilità di Internet e dei data
center rendono difficile immaginare quanta energia sia necessaria per
consentirne costruzione, uso e smaltimento. Ma è possibile dimostrare che
l’universo digitale lascia un’impronta di carbonio significativa e crescente e
che influisce sul riscaldamento globale.
L’utilizzo da parte delle aziende informatiche di “tecnologie rinnovabili” non
risolve il problema. Nella produzione informatica infatti si è sempre
considerato l’uso crescente di risorse fisiche come un dettaglio trascurabile
considerando i costi decrescenti dell’hardware. È necessario invece tenere conto
fin dalla progettazione di modalità di elaborazione capaci di ridurre le
emissioni. Serve un’informatica che conosca, rispetti e risparmi le risorse
computazionali che utilizza.
Tutte le informazioni sul sito del Centro Riforma della Stato
Google ha siglato un accordo con Kairos Power per l'utilizzo di piccoli reattori
nucleari per generare la quantità di energia necessaria ad alimentare i suoi
data center per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale (AI). L'azienda ha
dichiarato che l'accordo prevede l'avvio dell'utilizzo del primo reattore nel
corso di questo decennio e la messa in funzione di altri entro il 2035. Le
società non hanno fornito alcun dettaglio sull'importo dell'accordo o su dove
saranno costruiti gli impianti.
Ma Google a quanto pare non è l'unica, lo scorso mese Microsoft ha raggiunto un
accordo per rimmettere in funzione l'impianto nucleare di Three Mile Island,
tristemente noto per il più grave incidente nucleare accaduto negli USA nel
1979.
Leggi l'articolo
Una nuova ricerca segnala l'eccessivo consumo di acqua ed elettricità nei data
center delle aziende proprietarie
Una bottiglia d'acqua per ogni email di 100 parole scritta da ChatGpt: questo il
prezzo che deve pagare l'ambiente per il funzionamento corretto dei chatbot AI.
A rivelarlo è un nuovo studio condotto dal Washington Post in collaborazione con
i ricercatori dell'Università della California di Riverside, che hanno
analizzato la quantità di risorse naturali che servono a ChatGpt per espletare
le sue funzioni più elementari. “Ogni richiesta su ChatGpt passa attraverso un
server che esegue migliaia di calcoli per determinare le parole migliori da
usare nella risposta”, scrive il WP precisando che i server generano calore per
eseguire i calcoli necessari.
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Le emissioni dei data center interni di Google, Microsoft, Meta e Apple
potrebbero essere 7,62 volte superiori al calcolo ufficiale
Negli ultimi anni le big tech hanno fatto grandi dichiarazioni sulle emissioni
di gas serra. Ma poiché l'ascesa dell'intelligenza artificiale crea richieste
energetiche sempre maggiori, sta diventando difficile per l'industria nascondere
i costi reali dei data center che alimentano la questa tecnologia.
Secondo un'analisi del Guardian, dal 2020 al 2022 le emissioni reali dei centri
dati "interni" o di proprietà delle aziende di Google, Microsoft, Meta e Apple
saranno probabilmente circa il 662% - o 7,62 volte - più alte di quanto
dichiarato ufficialmente.
Leggi l'analisi del Guardian