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Il sociale e il parasociale
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato. Speciale a cura di Giulia Moriconi “P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista, anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per contrasto. Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso. Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo. > L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto > incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo > pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di > massa e l’alba del moderno social network. Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci troviamo. Le tre gomitate di Goku Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook. Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni, simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato, mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto doveva collegare non vi era traccia. > Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il > social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, > identità e profilo. Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete, ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre. Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a inseguirli sul loro campo. Parlarne tra amici Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook, un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici letteralmente in tutto il mondo. Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa. Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino per salire al successivo. Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani, iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo: l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci siamo capiti). > Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su > questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive > del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i > “follower”, i seguaci. Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti, determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante, visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i contenuti condivisi da questi appiccicosi amici. La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing. Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta. > La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti > gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un > certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi > stati la base del social media marketing. Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer, celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa. Il parasociale Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo stesso dizionario la definisce così: > involving or relating to a connection that someone feels between themselves > and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series, > etc., or an artificial intelligence. Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?  Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo scritto per spiegare il premio del 2025: > Interest in one-sided parasocial relationships that people form with > celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s > Word of the Year for 2025. Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai (celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e dibattuto (intelligenze artificiali).  È l’unilateralità il discrimine, ciò che aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità. La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità, la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi. Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti. Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni, un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio. > Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un > fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, > caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una > serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della > barricata. Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un libro uscito a inizio 2025,  Storia della fama, Genesi di otto miliardi di celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso? Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più? ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per tutta la vita per almeno quindici persone. Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove, come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato completamente. Onlife e parasocialità totale Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti “raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”, completamente separata dal side-project forumistico. > È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa > dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è > quella che assume la sincronia della comunicazione. Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un “amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente, ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate “in smart”). Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno. Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti, delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali? Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava: l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di parasociale su un altro criterio: l’asincronia. È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della comunicazione epistolare. > Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari > molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma > comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida. In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther.  Non a caso, quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità. Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma nondimeno la comprende. Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat. Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo. > L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta > visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato > un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione > psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech. Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger, aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle semplici cose. L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory) Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione. Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose. Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose. A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché, si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi. Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook, l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di essere l’ultimo. > La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza > dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, > morto in senso letterale. Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile, ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri, occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue “cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso. L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.
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La necessità di biodiversità tecnica - Matrika
Su Matrika N. 22, pubblichiamo "La necessità di biodiversità tecnica e la pulsione di morte delle Big Tech". L'attacco da parte dell'amministrazione USA al collettivo A/I è sintomo di una pulsione di morte tecnologicamente realizzata dalle Big Tech. > La biodiversità tecnica è una necessità sempre più urgente. LA DISTOPIA È REALTÀ Il 26 agosto 2026 una distopia che avrebbe potuto farci riflettere in un libro cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, il Signor Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri) ha dichiarato (l’ennesima) guerra: non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione considerata sovversiva, ma a un piccolo collettivo di volontarie italiani, Autistici/Inventati. Questo piccolo collettivo per un quarto di secolo ha offerto servizi digitali (mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, e così via) a chi abbia a cuore privacy e riservatezza. A chi non vuole regalare i propri dati e metadati a società, in particolare BigTech USA, che utilizzano i nostri comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i loro perversi obiettivi di dominio e devastazione. A una condizione fondamentale, la condivisione di alcuni valori: “anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo, antisessismo, antimilitarismo, e il rifiuto dell’autoritarismo e delle gerarchie”. La cura della riservatezza, con la messa a punto di un ambiente tecnologico autogestito per progetti sociali affini sono conseguenze di questi valori, come chiarisce bene il manifesto: https://web.archive.org/web/20260906173910/https://www.inventati.org/who/manifesto# leggi l'articolo completo su Matrika: https://www.matrika.co/la-necessita-di-biodiversita-tecnica-e-la-pulsione-di-morte-delle-big-tech/
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Laboratorio: Da A/I a 10-100-1000
Nell'ambito della campagna "Nel Mirino" contro le sanzioni Usa, per un Internet libero dalle ingerenze, per la libertà di dissenso, sabato 26 settembre a Perugia facilitiamo il laboratorio "Da A/I a 10-100-1000" -------------------------------------------------------------------------------- C'era una volta A/I: server indipendente (marzo 2001 - 18 settembre 2026), con migliaia di caselle email, blog, mailing list. La sua chiusura ha a che fare con l'imposizione di monopoli tecnologici tossici, gestiti da un pugno di padroni. Alternative? Tante: ci sono i pad, gancio, mastodon... Ma più in generale: come valutare le tecnologie con cui abitiamo il mondo? Quali demoni le animano? Quali e in che modo possono renderci più persone più forti? Più autonome? Meno egoiste? Durante il laboratorio capiremo quali tecnologie fanno per noi usando il sistema illustrato qui: https://circex.org/it/news/come-valutare-le-tecnologie Vi aspettiamo a Perugia, in una casa leggendaria (località San Marco) alle 17.30. Clicca qui per saperne di più sulla campagna Nel Mirino
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Internet, Mon Amour alla fiera L'Isola che c'è
Domenica 20 settembre 2026 saremo a Como per la fiera "L'isola che c'è". A partire dalla lettura del libro di Agnese Trocchi, "Internet, Mon Amour", saremo in dialogo con seb del gruppo di studio universitario "L'attrezzeria". -------------------------------------------------------------------------------- L'incontro Internet mon Amour. Dialogo su educazione e alfabetizzazione digitale avrà luogo dalle 11 alle 13 di domenica 20 settembre Non basta usare la tecnologia per dire di conoscerla: bisogna capire dove siamo, come funziona lo spazio digitale in cui ci muoviamo e quali conseguenze hanno le nostre azioni. Sappiamo davvero come funzionano gli strumenti che utilizziamo ogni giorno? Quanto le scelte online che facciamo sono realmente nostre? Perché capire la tecnologia è diventato anche un atto politico e sociale? Che rapporto c’è tra consapevolezza digitale e libertà? Di questo e molto altro discuteranno: isi, esperta in educazione digitale con un focus su privacy, sovranità tecnologica e uso critico delle piattaforme e seb, Gruppo Studio l’Attrezzeria in un talk che lascerà ampio spazio a domande e riflessioni dal pubblico. A cura di Altreconomia, Gruppo Studio l’Attrezzeria c/o Punto Caldo Per saperne di più visitate il sito della Fiera L'isola che c'è Per saperne di più su Internet, Mon Amour visitate la pagina dedicata
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La necessità di biodiversità tecnica
Il 26 agosto 2026 una distopia che avremmo potuto leggere in un libro cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri) ha dichiarato (l'ennesima) guerra: non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione sovversiva ma a un piccolo collettivo di volontarie italiani, Autistici/Inventati. Questo piccolo collettivo che esiste da quasi trent'anni. Offre servizi digitali (mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, ecc) a chiunque abbia a cuore privacy e riservatezza, a chiunque non voglia regalare i propri dati e metadati a società, in particolare BigTech USA, che utilizzano i nostri comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i loro perversi obiettivi di dominio e devastazione. Come CIRCE sono tanti anni ormai che parliamo dell'importanza di costruire e abitare mondi digitali che non siano composti di sole "tecnologie del dominio": tecnologie tossiche al servizio dei perversi scopi necrofili di un manipolo di sociopatici miliardari. Promuoviamo e sviluppiamo tecnologie conviviali: tecnologie fatte per le comunità, costruite su misura da chi le utilizza per stare meglio insieme, per divertirci, per creare, per costruire un mondo dove nessuno debba più obbedire o comandare, neanche le macchine. A/I da oltre vent'anni offre questo tipo di servizi fuori da qualunque logica commerciale. Vive del sostegno delle comunità che lo attraversano in modo solidale, appartiene al mondo del mutuo appoggio, del sostegno reciproco, del rispetto, del ripudio della guerra, della libertà di pensiero e parola, della disobbedienza civile, della diserzione di fronte alla violenza delle gerarchie stabilite. Tutto questo evidentemente fa paura a una grande superpotenza nucleare come gli Stati Uniti d'America che sentono la necessità di sfoderare le loro armi finanziare invocando sanzioni contro liberi cittadini di un paese straniero. Contro chiunque abbia contatti con A/I, cioè decine di migliaia di persone sparse in tutto il mondo. Queste sanzioni sono arbitrarie e illegali. Chi gestisce le infrastrutture non è responsabile dei contenuti che passano su quelle infrastrutture. Secondo il diritto amministrativo italiano in capo ai prestatori dei servizi non sussiste un obbligo specifico in merito alla sorveglianza o alla ricerca attiva di fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite relativamente alla trasmissione o alla memorizzazione di informazioni messe a disposizioni da terzi. Se così fosse Meta dovrebbe essere responsabile per i contenuti violenti come i gruppi che fanno circolare immagini intime non consensuali, tanto per fare un esempio tra mille. In barba a regole e leggi, che a quanto pare per chi sta riscrivendo la norma con la violenza e l'abuso non valgono, le sanzioni sono state immediatamente messe in atto. Il PIR (corporation no-profit statunitense che gestisce i domini .org) infatti dal 28 agosto ha bloccato il dominio autistici.org che non risulta più raggiungibile. Il server è intatto e al suo posto ma il traffico di internet non può risolvere l'indirizzo e raggiungerlo. Il collettivo A/I sta lavorando per ripristinare la funzionalità dei servizi ma urge una riflessione strategica a lungo periodo. Internet è rotta, è stata rotta a colpi di Intelligenza Artificiale, di software proprietario, di fame di denaro, di CDN, di piattaforme di streaming, di chatcontrol, di app, di smartphone, di web 2.0, di dot.com. Internet è rotta da anni perché le infrastrutture di base sono controllate da aziende statunitensi, e si regge in piedi solo perché poche persone hanno cura dei beni collettivi, e la buona volontà di mettersi a girare la manovella quando necessario. Ci coglie di sorpresa questo attacco frontale degli Stati Uniti a un minuscolo collettivo italiano di smanettoni ma il fatto che le Big Tech mal sopportassero l'esistenza di servizi alieni alle loro bieche logiche era già evidente quando per inviare una mail a un indirizzo gmail bisogna incrociare le dita di non venir bloccati dalle maglie sempre più aggressive dell'antispam. I bro del Presidente, i fascisti statunitensi e del resto del mondo, le destre necrofile che arrancano al potere mal sopportano ogni narrazione dissidente alla loro visione del mondo mortifera e necrotica. Saremo pure insignificanti, ma rappresentiamo una visione del mondo diversa, insopportabile, per questo A/I risulta essere una minaccia nello scenario geopolitico mondiale. È necessario continuare a lavorare alla costruzione di infrastrutture di rete indipendenti dai capricci degli autocrati dei giorni nostri, in particolare fascisti e nazisti. Oggi più che mai. AGGIORNAMENTO DEL 6 SETTEMBRE 2026 A/I chiude - Restare Umani PER AGGIORNAMENTI E APPROFONDIMENTI * https://keepitfree.ai/ * Account di Autistici su Mastodon @cavallette@mastodon.bida.im * Sito di Autistici * Tecnologie Conviviali * Reti Bio Organiche * ENGLISH: Rule by list - thanks Broomstick!
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I meme sono morti?
C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come? Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture. Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento. Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi. Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a “la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che “esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi”. Letteralmente la qualunque. > Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti > da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre > prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora > oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento. Se il gene è stato individuato attraverso criteri estremamente precisi, poiché tutto ciò che è più piccolo del gene si aggrega piuttosto che replicarsi e tutto ciò che è più grande si compone di geni medesimi e quindi si riproduce in forme diverse, per il meme abbiamo questa parata eterogenea delle prime “cose culturali” che gli sono venute in mente. Perché le melodie e non le note? Perché le frasi e non le parole? O non addirittura i fonemi? Dawkins non sembra neppure sospettare l’esistenza di tali obiezioni che invece hanno fondato le singole scienze umane le quali, ognuna per conto proprio, si sono dedicate nei secoli alla ricerca dei propri fondamenti, e talvolta delle proprie unità minime (segno, parole, suono, sacro/profano, solo per dirne alcune). Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che, sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano sincronicamente e diacronicamente. Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica, come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta immacolata concezione di idee. La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi, quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet. I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia come template per nuove iterazioni. > I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché > limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme > sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che > nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il > senso del gioco stesso. L’origine di queste immagini poteva essere quanto mai varia e in definitiva irrilevante. Partire da qui, però, ci aiuta a capire perché questa irrilevanza è rilevante, ovverosia cosa separa il meme dal contenuto virale e dalle altre immagini che si diffondono su Internet. Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie: frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme, segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla. Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato. Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor, di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della famosa conta manuale di Berlusconi? Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la memificazione le decontestualizza immediatamente. Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice narrativa e il referente originale non conta più nulla. L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale, usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni, intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una pagina. > Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto > originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è > stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico. Questa forma espressiva che sembra per sua natura anarchica e indomabile è stata invece al centro di numerosi tentativi di cattura da parte di vari poteri. Nel corso degli anni Dieci i meme hanno informato, strutturato e definito almeno due movimenti dal basso, Anonymous/Occupy prima e l’Alt-Right originaria poi; sono stati posti al centro di campagne di marketing ed elettorali, esperti di comunicazione politica o commerciale hanno cercato in tutti i modi di capire come sfruttare al meglio questa sorta di testimonial costo zero, queste immaginette già note a tutti alle quali era possibile far comunicare qualsiasi messaggio, e ci sono riusciti con esiti altalenanti. Da qualche tempo però la febbre pare essersi esaurita e la stessa parola ricorre sempre meno, persino per chiamare quei contenuti che sono a tutti gli effetti dei meme. Cos’è che vi manda tutto il giorno in DM (Direct Message) il vostro bro? Come li chiamate? Ah già… dei reel… Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa il video breve. Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok, specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta semplificato l’integrazione di video nel feed. L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi divertenti. Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati, formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che saltavano all’occhio. Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è rimasto per l’appunto un principio. I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni di un meme. > I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e > non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e > diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare > mezza giornata. TikTok e i reel hanno condotto la stessa rivoluzione tecnologica sostituendo i video brevi alle immagini come contenuto egemone di Internet. Trovando un ecosistema socialmediatico già sviluppato, la rivoluzione video si è dipanata su due vettori, uno pratico e uno più teorico. In primo luogo, proprio come accadde per le immagini con le scritte, sono stati resi disponibili rudimentali strumenti di video editing ‒ interni alle piattaforme come TikTok e Instagram ‒ che hanno reso l’intervento su video semplice quasi come quello sulle immagini. Ma l’intuizione fondamentale è stata forse quella teorica, ovverosia iscrivere i video nello stesso campionato delle immagini. Se YouTube, che esisteva già da quindici anni, va in competizione con la televisione, i video brevissimi occupano lo stesso spazio/tempo di fruizione delle immagini, giocano nel campionato dello scrolling e lì stravincono contro i loro antenati fermi sulle gambe. Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche, un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai nuovi content in movimento. Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme “consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso, spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più sofisticate. Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno parte dell’efficacia perduta. > Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del > cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura > dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in > modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Ai più attenti di voi, non sarà sfuggito che, dopo aver annunciato che avrei parlato della vittoria dei reel sui meme, ho citato solo meme puri in formato reel. Il solo fatto che ho potuto evocarli nella vostra mente semplicemente descrivendoli, significa che sono dei montaggi altamente codificati, delle cornici memetiche in movimento. Come mai, allora, suggerisco che i meme siano morti? I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre. La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. Infatti, accanto ai montaggi più codificati che possiamo senza dubbio identificare come meme, il bro vi manda tutta un’altra serie di reel in DM: sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che “reactano” l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop, l’elefante nella stanza che non abbiamo tempo di affrontare come si deve. È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì. Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e le convenzioni del linguaggio umano. > I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come > parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre. > La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. E proprio qui cogliamo l’inversione storica che si è verificata sotto i nostri occhi. Se fino a qualche anno fa si chiamava “meme” ogni tipo di contenuto che circolava su Internet, oggi non vengono isolati come tali neppure i meme propriamente detti. I termini brandizzati reel e TikTok sembrano, per ora, avere assolto questa funzione nel linguaggio quotidiano; laddove, salendo di registro verso una terminologia più tecnica, si è già imposto l’asso pigliatutto del content, per un’analisi del quale rimando a questo brillante video di Patrick Willems. Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi: 1. Shift della cultura internet dalle immagini ai video; 2. Diluizione dei meme formato video in un mare magnum di content parimenti brevi e parimenti interessanti; 3. Sostituzione terminologica. Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo sempre chiamato cifra autoriale. Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale: quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente. > Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla > sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Prendiamo due nomi agli antipodi: Giulio Armeni (Filosofia coatta) e Filippo Marazzi (Piastrelle Sexy). Il primo è semplicemente uno dei più grandi vignettisti satirici italiani di tutti i tempi, al pari del miglior Altan e di Pazienza quando calcava il genere. Genere tanto facile da improvvisare quanto difficile da trasformare in arte. Quello che riusciva a Pazienza e Altan e riesce ad Armeni oggi è proprio elevare la satira sopra l’attualità, oltre il dibattito politico e la polemica del giorno, senza snaturarla del tutto. La conferenza stampa di Giorgia Meloni risottotitolata continua a commentare la sua azione di governo ma attraverso categorie filosofiche di più ampio respiro, oppure è il dibattito sulla natura umana tra Chomsky e Foucault a trasformarsi in una lettura obliqua dei temi a noi contemporanei. Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma (0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia, lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa in più. L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa. Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori, fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli. I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse, tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari ci svolto pure una carriera. > I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di > artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e > contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le > luci della ribalta. Certo, ci sarà sempre chi, sordo alle sirene della fama, userà la scena di Di Caprio, questa volta sotto forma di breve clip, magari montata insieme ad altre scene dello stesso tenore e perché no, con una bella soundtrack emotivamente dissonante in sottofondo. Chi insomma farà meme all’altezza delle possibilità tecniche del presente. Eppure cos’è che ti ha appena mandato il bro in DM? Ah già… un reel. L'articolo I meme sono morti? proviene da Il Tascabile.
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Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa di simile a quello in cui era possibile il conforto. Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano; un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il “bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della Silicon Valley. Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista: > He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso > prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di > vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji > della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e > le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare > l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare > accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di > discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre* > (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente, > sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età. > Il piacere è reciproco o non è piacere. La ricerca di una donna con cui fare sesso di quest’uomo diventa sempre più disperata e barocca, seguiamo la sua giovinezza come un incidente mortale in autostrada, mentre Tulathimutte fa passare a questa caricatura d’uomo le peggiori pene dell’inferno, finché non si arriva al momento “Travis Bickle”: “Sulla scia di questo episodio [la prima scopata] cominciano le ideazioni suicidarie, acuite dalla consapevolezza che i rifiuti, la solitudine e la frustrazione sessuale non sono niente rispetto a secoli di oppressione sistemica. La tristezza, ne è ben conscio, è sintomo di arroganza e privilegio; non si merita neanche di soffrire”. > L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca > di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro > mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi > vent’anni. Da qui in poi, la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone intenzioni, ma anche di forum, post e shitstorm, passa dal trenbolone e dalla palestra per tentare di non far vedere che ha le spalle strette, a staccarsi le unghie fino a, errore peggiore di tutti, entrare nei subreddit e forum incel (involuntary celibate). E qui l’autore decide di chiudere il racconto con quello che è a tutti gli effetti “le memorie dal sottosuolo” di un maschio che si sta convertendo all’inceldom; in questo caso è la risposta a un malcapitato capitato in uno di questi luoghi refrattari. La critica di Tulathimutte al marxismo culturale americano dalla prospettiva del suo nemico numero uno, ossia il maschio in preda al suo “nucleo reazionario […] eccitato, sopraffatto, indignato” per usare le parole dell’ultimo libro di Francesco Pacifico, La voce del padrone (2025), è ficcante e precisa: > Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini > mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in > particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia > neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una > violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide > fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine, > posta. Il mondo in cui si muovono tutti i personaggi è lo stesso; infatti il secondo racconto è dalla prospettiva di una donna che appare anche nel primo, Alison, che è alle prese con una situazione, se è possibile, ancora più lancinante e simile a una festa della crudeltà nietzschiana. Qui il palco è un gruppo whatsapp di donne sui trent’anni estremamente woke, dove Alison vive a pezzi le sue paturnie sentimentali. Da quelli che sembrano a tratti screen da quelle pagine che andavano di moda nel 2015 tipo “Ed è subito ex”, Tulathimutte è bravo a creare, come Kristoffer Borgli in Sick of Myself (2022), un quadretto innocuo che si trasformerà in un incubo dalle tinte gotiche con un corvo che assalta un bambino. > I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di > casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che > navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata: > Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della > morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha > la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata > pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio > dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più > in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e > mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che > peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca > quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro > da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione > americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni > volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del > laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha > candeggiato il cervello. Finalmente qualcuno si è reso conto che The Office era un dispositivo di controllo di massa. Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso, decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade: > Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è > che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti > squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un > nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare > ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in > gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione > dovrebbe trasmettere questo. Dopo questa montagna russa, ci si para davanti l’unico personaggio che nasce come vero e proprio comic relief, ossia un fuffa guru anarco-capitalista che cerca di avere una relazione con la nostra Alison di prima, testimoniando tutto sui social. Il risultato è il racconto più divertente della raccolta, e anche il più breve, in cui veniamo anche ricompensati per aver subito la compagnia di questo personaggio terribile con le ultime pagine, in cui il protagonista deve fare i conti con i membri del subreddit dove ha pubblicato la sua storia che gli si rivoltano contro: > Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato > il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno > splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia > dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON > VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo > nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […] > Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non > c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come > Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in > traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro > stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno > formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando > con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe > ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano > familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala > d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di > geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la > Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti, > e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà. L’ultimo racconto vero, “Main Character”, è il più lungo e il più ambizioso per l’utilizzo delle cornici che internet “naturalmente” dà; tutto avviene sulla pagina di un forum in cui viene spiegato un “botgate”. La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi. > Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, > la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle > relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione > antropologica. È il primo vero tentativo di Tulathimutte di creare un personaggio che possa durare un romanzo, infatti le pagine migliori della raccolta sono quelle che raccontano l’esperienza di essere di origine asiatica negli Stati Uniti: > A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di > sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la > più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda > classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata, > vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default > per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori > potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di > duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e > riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12 > ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti, > sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione > c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria > ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno > analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza > alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background, > consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra, > mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che > affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni > tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria. L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti, che Tulathimutte decide di far esplodere creando un personaggio contrarian anarchico, disinteressato alle etichette e all’ubriacatura linguistica che ha pervaso gli anni Dieci: > «Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano > ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando > di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e > le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come > catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone > che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà > politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo > diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse > l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia > fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta > aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi > alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa > lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture > wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo > strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno > babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio > perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a > creare. La vicenda dal reale poi passa al virtuale e lì il mondo collassa, ci si destreggia tra le piattaforme, per poi arrivare a un finale à la Borges o Pendolo di Foucault; la fine del racconto è un’indagine in cui lo stesso autore viene coinvolto e questo tono da metaletteratura/rottura della quarta parete rimane per tutta la fine, anche con un capitolo che si chiama ‒ ed è letteralmente ‒ “Sedici metafore”, una prova non eccezionale di letteratura computazionale, e poi il racconto più deludente ossia “Re: rifiuto” in cui una finta casa editrice rifiuta il libro che si tiene per le mani e l’autore mette le proverbiali mani avanti rispetto a ogni critica che si potesse fare sia al libro ma anche allo stesso racconto, per formare quello che è il rifiuto di un rifiuto in “Rifiuto”, un finale un po’ cervellotico e non necessario per un libro che fino a quel momento aveva mostrato, sopra tutto, un grande coraggio. Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali, principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e di problemi inflazionati che inquinano e divertono. > L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta > sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli > dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli > studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi > limiti. Questo libro funziona benissimo come sintesi dell’esperienza della sua generazione con Internet, di come questa rivoluzione tecnologica abbia impattato un gruppo di persone già esausto, in cui non c’è speranza per niente e ‒ per comparare un altro libro salutato come bibbia millennial ‒, mentre Vincenzo Latronico, che qui oltre che traduttore è anche autore della postfazione, in Le perfezioni (2022), ovvero il romanzo più venduto da Fitzcarraldo, cerca di fare una satira dei millennials, che poi però diventa celebrazione rovesciata, Tulathimutte cerca di raccontare l’esperienza della sua generazione trasformando la realtà in un vicolo cieco, facendo esplodere le caricature, ma appiattendo le complessità. Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, come le padelle Le Creuset e un profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”, per usare le parole di un altro profeta nato negli anni Ottanta, ossia Cosmo. Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci (ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle bambole voodoo. > Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di > oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un > profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”. Perché l’essere naïf sul finale di Wallace lo salvava proprio da questo aspetto nichilista di morte e disperazione che, immagino, seduca tutti gli scrittori. In questo caso l’autore si è fatto conquistare: nel primo racconto questo è il finale: “Nonostante la sua determinazione ricambia il sorriso e accoglie con un cenno del capo questa vendicazione finale; poi si calca in testa il passamontagna, sfila lo zaino dalle spalle strette, la segue all’interno”; questo quello del secondo, quasi Cioran: “Dopo molti anni vedrà in tutta questa saga non una tragedia ma l’inizio di un raccapricciante percorso di scoperta di sé, al termine del quale accetterà che, volontariamente o meno, solo la scelta di essere niente e di non provare niente le avrà permesso di vivere”; e infine un passaggio dall’ultimo, qui invece ancora “Travis Bickle”: > Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente > neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e > afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di > tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di > metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi > sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro > protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto > da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza > lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a > sbirciare da una serratura o gloryhole che sia. Il già citato regista Kristoffer Borgli, classe anche lui 1985, arriva alle stesse conclusioni, i suoi film, in particolare proprio Sick of Myself, vogliono la distruzione dei loro protagonisti, ci può essere salvezza dell’esperienza umana di vivere alla fine dei tempi (come li conosciamo) solo attraverso il fuoco purificatore. Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”. Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America. Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable of letting something be simply funny instead of a dread portent of their apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet. […] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”. L'articolo Millenarismo Millennial proviene da Il Tascabile.
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Tecnologia Critica: una prospettiva femminista hacker
Nell'ambito del Master Studi e Politiche di Genere dell'Università Roma Tre, all'interno di Tecnologia Critica: una prospettiva femminista hacker, il 25 ottobre 2024 conduciamo un modulo di Informatica Conviviale. Tecnologia critica, o anche critica tecnologica: il modulo Tecnologia Critica: una prospettiva femminista hacker coordinato da Lavinia Marziale, si propone di fornire strumenti teorici e pratici per navigare nelle acque turbolente (troubled/troubling) delle tecnologie contemporanee. Partiremo da noi, dalle esperienze e competenze di ciascun*, in un esercizio di autocoscienza collettiva applicato al nostro rapporto con le tecnologie – soprattutto informatiche, ma non solo – per situarci in un mondo cyborg, ibrido, in cui le violenze sistemiche marcano le nostre identità “fisiche” e digitali con mezzi diversi, eppure senza soluzione di continuità. La realtà che abitiamo è già (anche) virtuale, ma non certo eterea né inevitabile, in quanto prodotto, e a sua volta vettore, di rapporti di forza materiali, socio-economico-ecologici. Come hacker, ci piace prendere le cose con l’accetta (vedi etimologia del termine), e in particolare oggetti quali tecno-soluzionismo, capitalismo della sorveglianza/delle piattaforme, gamificazione dell’esistenza, pinkwashing, estrattivismo dei dati digitali quanto delle risorse terrestri… Quali soluzioni solarpunk adottare per sopravvivere? Alle ingiunzioni hi-tech (delle “alte tecnologie”) preferiremo le relazioni di vicinato, i ferri delle nonne, materie seconde strappate alle discariche: “tecnologie basse” (low tech) per far breccia nel paradigma della crescita e dell’innovazione – tecniche selvatiche, subalterne, lente, indigene, sobrie e inaspettate. Giocheremo coi codici informatici e di genere, in un’ottica di impoteramento collettivo, passando anche per la riappropriazione di saperi e pratiche tecnico-scientifiche quali ingegneria, cybersicurezza, biomedicina, etc. Tuttavia non basta riconquistare spazi dove il genere maschile gode di inquietanti privilegi in termini di rappresentazione e capacità di azione, se non avanziamo insieme, armat& di strumenti analitici che facciano risuonare riposte féministe (reazione, contrattacco) e lotta ecologista decoloniale, giustizia sociale e climatica, autodifesa dei corpi e dei territori. Come articolare la risposta femminista hacker davanti al neo-colonialismo delle GAFAM (Google Amazon Facebook Apple Microsoft)? Come costruire futuri accessibili, più vivibili del nostro stesso presente? Questo modulo ha il modesto obiettivo di far nascere quante più possibili domande, curiosità, proposte, nell’ottica di una pedagogia hacker. Cercheremo e sbaglieremo insieme, errando senza perdere di vista l’orizzonte dei nostri desideri – magari rimettendo in discussione alcune abitudini e bisogni. Intanto cominciamo da qui: siamo tutt+ cyborg, siamo tutt+ hacker. Agnese Trocchi di C.I.R.C.E. il 15 ottobre 2024 dalle 14.00 alle 19.00 (AULA VERRA) condurrà il laboratorio di Informatica Conviviale. È possibile partecipare ai laboratori come uditrici. Per saperne di più sul Master, sul modulo e sul programma, visitare il sito.
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Il prossimo disastro Crowdstrike Falcon
Il prossimo disastro Crowdstrike Falcon e l’urgenza di scegliere le nostre tecnologie è il primo articolo dalla rubrica “Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” a cura di Stefano Borroni Barale su altraeconomia.it. Il questo primo contributo Stefano Borroni Barale commenta il disastro informatico causato dal malfunzionamento del software dell’azienda di sicurezza informatica CrowdStrike. Tra aeroporti paralizzati e un danno minimo stimato in 15 miliardi di dollari, che cosa ci insegna questo flop della “monocoltura tecnologica” e che cosa accadrà in termini di diritto all’autodeterminazione? Articolo completo, analisi e proposte qui: https://altreconomia.it/il-prossimo-disastro-crowdstrike-falcon-e-lurgenza-di-scegliere-le-nostre-tecnologie/.
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