Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
“P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà
per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio
contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro
che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur
rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è
progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o
a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo
passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista,
anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul
fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da
qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che
alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per
contrasto.
Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per
le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e
Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva
che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione
del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo
quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso.
Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social
media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va
inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il
nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli
ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e
altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat
in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo
in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire
continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e
acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente
immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo.
> L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto
> incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo
> pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di
> massa e l’alba del moderno social network.
Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e
l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente
scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una
delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio
e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua
morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di
new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci
sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non
verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è
stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da
scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase
intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social
network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci
troviamo.
Le tre gomitate di Goku
Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il
suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così
sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della
storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state
tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos
immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora
dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un
blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una
riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è
semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si
estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste
cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook.
Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi
sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che
hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet
contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta
questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni,
simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti
chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato,
mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti
saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi
di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto
doveva collegare non vi era traccia.
> Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il
> social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete,
> identità e profilo.
Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete,
ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a
partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità
anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in
largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre.
Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha
assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro
parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a
inseguirli sul loro campo.
Parlarne tra amici
Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook,
un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente
scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è
l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva
all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai
quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee
tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo
il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici
letteralmente in tutto il mondo.
Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del
padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti
incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave
per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di
limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben
guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa.
Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel
quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto
senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su
questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale
come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino
per salire al successivo.
Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso
pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani,
iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora
ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook
non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo:
l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo,
tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre
fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i
seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e
puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci
siamo capiti).
> Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su
> questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive
> del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i
> “follower”, i seguaci.
Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi
richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la
distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media
si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni
Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico
ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti,
determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante,
visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i
contenuti condivisi da questi appiccicosi amici.
La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o
di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i
cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing.
Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante
prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo
programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale
preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il
coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo
negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei
contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta
di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta.
> La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
> gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un
> certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi
> stati la base del social media marketing.
Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto
il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer,
celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare
però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa.
Il parasociale
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo
stesso dizionario la definisce così:
> involving or relating to a connection that someone feels between themselves
> and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series,
> etc., or an artificial intelligence.
Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze
artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?
Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo
scritto per spiegare il premio del 2025:
> Interest in one-sided parasocial relationships that people form with
> celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s
> Word of the Year for 2025.
Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince
nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther
o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta
una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è
l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e
film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai
(celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e
dibattuto (intelligenze artificiali). È l’unilateralità il discrimine, ciò che
aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità.
La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il
rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità,
la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi.
Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono
per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha
avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti.
Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei
personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano
salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico
luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni,
un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma
ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per
descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle
novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi
ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio.
> Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un
> fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione,
> caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una
> serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della
> barricata.
Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un
libro uscito a inizio 2025, Storia della fama, Genesi di otto miliardi di
celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi
parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi
la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il
paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso?
Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più?
ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire
essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama
è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di
fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche
novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social
media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici
anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non
conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme
conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per
tutta la vita per almeno quindici persone.
Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine
indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa
relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che
produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati
della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e
due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a
ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi
fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove,
come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca
leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale
vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo
immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato
completamente.
Onlife e parasocialità totale
Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano
Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se
suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo
dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui
chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo
primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro
per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti
“raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a
tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio
evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano
conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”,
completamente separata dal side-project forumistico.
> È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
> dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è
> quella che assume la sincronia della comunicazione.
Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un
“amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi
attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile
nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono
gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che
conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su
tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita
prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno
sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente,
ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e
quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non
conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate
“in smart”).
Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative
delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché
possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno
rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo
un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle
interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una
discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno.
Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti,
delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono
da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un
fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni
pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali?
Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente
reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che
diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta
online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo
slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava:
l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di
parasociale su un altro criterio: l’asincronia.
È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella
che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario
e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità
umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità
parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla
comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della
comunicazione epistolare.
> Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari
> molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma
> comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida.
In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti,
documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento
all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava
Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è
una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di
socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle
élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di
relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo
dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther. Non a caso,
quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco
che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del
presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità.
Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di
fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come
l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma
nondimeno la comprende.
Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che
sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat.
Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è
formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice
una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua
sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo
relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che
incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura
sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come
dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica
vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia
registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la
scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una
potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo.
> L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta
> visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato
> un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione
> psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech.
Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo
prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte
blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una
chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo
sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione
mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo
dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger,
aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non
al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il
cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità
verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito
a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma
parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un
uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al
telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si
apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi
messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle
semplici cose.
L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory)
Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come
scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima
del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per
inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà
profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei
documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica
dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi
connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono
che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che
comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La
prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro
Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione.
Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul
fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose.
Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo
tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose.
A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una
a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in
egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da
trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel
tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come
un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché,
si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro
pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il
capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non
sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto
incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità
morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi.
Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno
scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne
sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure
ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook,
l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di
essere l’ultimo.
> La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza
> dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto,
> morto in senso letterale.
Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che
abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e
antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A
ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non
conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è
un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che
attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e
sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile,
ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo
SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri,
occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue
“cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso.
L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.