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Gracie Abrams: la nuova stella dell’indie pop che conquista il mondo
Getty Images INFORMAZIONI PRINCIPALI SU GRACIE ABRAMS * Nome completo: Gracie Madigan Abrams * Data di nascita: 7 settembre 1999 * Luogo di nascita: Los Angeles, California, Stati Uniti * Segno zodiacale: Vergine * Altezza: 165 cm circa * Partner: Sembra essere single; in passato è stata legata a Omer Fedi * Genitori: J.J. Abrams (regista, produttore) e Katie McGrath * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Auggie Abrams e Henry Abrams * Instagram: @gracieabrams ORIGINI E FAMIGLIA DI GRACIE ABRAMS Parlare delle origini di Gracie Abrams è un po’ come sfogliare il diario segreto di una tipa che, fin da bambina, ha vissuto in mezzo alla creatività come chi cresce tra i fiori: all’inizio magari non te ne rendi conto, poi ti accorgi di avere mille colori dentro. Gracie è nata a Los Angeles il 7 settembre 1999, e già questo è tutto un programma. Ma la vera particolarità viene fuori quando scopri che suo papà è J.J. Abrams, cioè il regista-sceneggiatore-producer che ha rimesso in moto l’universo di Star Wars e fatto impazzire mezzo mondo con Lost. Mamma sua, Katie McGrath, invece nasce nel mondo della strategia e della comunicazione: una donna super smart, potente e attenta alle sfumature delle persone. Crescere in casa Abrams, però, non significava jet privati e scenari da red carpet stile Gossip Girl — almeno, non sempre. Era più la situazione da cene piene di chiacchiere, idee (anche strambe), amici variopinti seduti intorno al tavolo, e soprattutto tanta libertà di esprimersi. Un ambiente in cui potevi parlare tranquillamente delle tue passioni, senza paura di sembrare “fuori posto”. Avere due genitori così—uno che ti insegna ad amare le storie, l’altra che ti stimola a credere anche nei dettagli più minuscoli—insomma, è una fortuna. Ma Gracie non era da sola: ha due fratelli, Henry e August, con cui ha condiviso la classica combo di giochi, piccoli litigi, complicità. Immaginatela bambina che si infila di nascosto nello studio del padre, curiosando fra le colonne sonore dei film o ascoltando per la millesima volta i cd della madre. Senti già il profumo di quelle stanze piene di libri, dischi, immagini, vero? Certo, è facile immaginare che fosse tutto perfetto. In realtà, la famiglia Abrams è stata soprattutto il suo punto di partenza. Nessuno le ha mai “spianato la strada”—semmai, le hanno costruito un trampolino per buttarsi, il prima possibile, nelle proprie passioni. Gracie lo ha detto chiaro: “I miei genitori mi hanno aiutata a capire che c’è sempre qualcosa da imparare nelle storie degli altri”. Te la immagini alle prime arpeggiate con la chitarra, magari circondata dai fratelli che fanno casino in corridoio, oppure lì, sul divano, a guardare un film del padre e improvvisare melodie nella testa. Alla fine, la cosa più preziosa che ha ereditato non è stata il cognome famoso o il contatto VIP, ma quella spinta a cercare la propria voce. E se ci pensi, è questa la vera marcia in più: partire da un ambiente che stimola la curiosità, ma poi avere il coraggio di sceglierti da sola, giorno dopo giorno, la strada da seguire. Getty Images DALLA CAMERA DA LETTO AI PALCHI INTERNAZIONALI Gracie Abrams ha iniziato come tante ragazze della sua generazione: con una chitarra acustica un po’ vissuta, un microfono comprato online e una camera tutta sua. C’è un fascino in quelle stanze piene di libri, di coperte stropicciate e di sogni appuntati sul muro con lo scotch. È lì che nascono le prime demo rubate al silenzio della notte, tra un messaggio vocale sul telefono e mille bozze di testi scritti su quaderni che non vedranno mai la luce. Gracie racconta spesso di sentirsi nascosta, protetta nella sua bolla, ma allo stesso tempo spinta da un’urgenza quasi dolorosa: dover tradurre emozioni in musica come se fosse l’unico modo di respirare davvero. Per lei pubblicare qualcosa su SoundCloud o YouTube è stato più un atto di coraggio che di ambizione. All’inizio, c’era solo la curiosità di vedere se qualcuno, dall’altra parte del mondo, capisse quel senso di vulnerabilità che la musica portava con sé. Non c’è niente di più impacciato delle prime interazioni con i fan: Gracie rispondeva timida ai messaggi, era incredula davanti ai primi commenti anonimi che dicevano cose del tipo “Questa canzone mi ha salvato la serata”. È vero che internet è spesso un posto spietato, ma la sua esperienza – almeno all’inizio – è stata come trovarsi in una stanza piena di sconosciuti gentili, tutti con la stessa voglia di condividere. Il percorso non è stato lineare, né scontato. Può sembrare una favola già scritta quella di una ragazza cresciuta tra le sceneggiature e le colonne sonore, e invece no: Gracie ci ha messo un bel po’, tra demo tenute segrete e notti insonni passate a “sistemare quell’accordo che proprio non funziona”. Il vero salto avviene quasi all’improvviso, quando la voce inizia a circolare. Arrivano i contatti giusti, certo, ma ciò che fa davvero la differenza è che il suo sound resta “crudo”, mai costruito a tavolino. E questa autenticità, oggi che il “finto naturale” è ovunque – nei filtri Instagram come nei TikTok virali – sembra una piccola rivoluzione. Ecco come Gracie arriva, giovane e quasi incredula, al contratto con Interscope Records. Lo racconta spesso come una soglia pazzesca: “Non ero pronta, però non mi sono mai sentita più viva”. Lasciare la camera da letto per passare a registrare in uno studio vero e proprio è un cambio di prospettiva totale: puoi continuare a stare in pigiama – almeno con la testa – ma intorno tutto esplode. La pressione, le aspettative, la consapevolezza (forse un po’ accecante) di avere spazio e strumenti per farsi sentire davvero. Eppure, anche con in mano la sua “big chance”, continua ad essere la ragazza dei vocali impacciati. E quei primi EP, tipo “minor” e “This Is What It Feels Like”, portano con sé la saggezza di chi non ha paura di mettere in musica le proprie fragilità. Nonostante tutto l’hype, le recensioni entusiaste delle grandi riviste musicali e i primi sold out, lei oscilla tra la voglia di nascondersi e quella di raccontarsi ancora più a fondo. Un po’ come quelle volte in cui pubblichi una storia su Instagram alle tre di notte e un secondo dopo vorresti cancellarla. Solo che nel suo caso, la storia rimane, e milioni di persone iniziano a leggerla insieme a te. Ogni volta che sale su un palco, che sia in un piccolo locale di Los Angeles o davanti a una folla in Europa, Gracie porta con sé le insicurezze, l’entusiasmo impacciato, e una gratitudine che si sente anche tra una nota e l’altra. Perché in fondo – ed è qui che scatta quella magia rara – c’è ancora qualcosa di profondamente “bedroom”, anche nei suoi live più esplosivi. Come se ascoltandola ci si ritrovasse, di colpo, schiacciati sul proprio cuscino con le cuffie strette in testa, a pensare che sì, da quella stanza ci si può anche volare via. Getty Images UN UNIVERSO SONORO FATTO DI CONFESSIONI SUSSURRATE Il modo in cui Gracie Abrams trasforma i pensieri in canzoni è quasi ipnotico: la sua voce entra nelle cuffie come una confidenza fatta sotto le coperte, con quella delicatezza disarmante che ti fa pensare “ehi, questa potrei essere io”. Non urla mai, Gracie. Piuttosto, accarezza le melodie, sussurra le incertezze, lascia che ogni parola suoni autentica, anche quando trema un po’. C’è qualcosa nelle sue atmosfere – quei pianoforti appena accennati, le chitarre quasi timide, le produzioni minimaliste – che ti fa sentire in una stanza silenziosa, illuminata solo dalla luce blu del cellulare alle due di notte. E i testi? Un vero diario che scivola tra nostalgia e autocritica, senza paura di chiamare le cose col loro nome: finiture sfilacciate, amori pieni di contraddizioni, giorni “ni”, serate storte. Non c’è mai quella patina distante, quell’armatura che invece – ammettiamolo –, a volte piace tanto al pop patinato. TRA MITI E NUOVI IDOLI: DA JONI MITCHELL A TAYLOR SWIFT Le influenze di Gracie sono un cocktail perfetto per chi ama le “safe spaces musicali” ma non disdegna una scrittura piena di dettagli: * Joni Mitchell, poetica e intensa, per quella capacità di parlare al cuore delle esperienze quotidiane senza renderle banali. * Lorde, tutta vibrazioni notturne e elettronica lieve, portata là dove malinconia non è una parola tabù. * Taylor Swift, indiscussa regina dei racconti autobiografici, che insegna a trasformare anche la rottura più dolorosa in una hit da urlo sottovoce. * Phoebe Bridgers? Sì, perché no! La sua ironia fragile e i suoi mondi sospesi fanno capolino anche tra le produzioni più indie di Gracie. E poi Gracie ci mette del suo: una vulnerabilità non forzata, mai troppo “costruita”. È come se avesse preso le lezioni di songwriting dalle sue icone e le avesse fatte esplodere in piccole confessioni da TikTok, confezionate in melodie dove ogni pausa pesa quanto una parola. PERCHÉ LA GEN Z (E I MILLENNIAL) CI SI RIVEDONO COSÌ TANTO? Scommetto che almeno una volta, ascoltando Gracie, hai pensato “Ecco, è proprio così che mi sento io”. Il trucco è che, pur partendo dalle sue storie super personali, riesce a raccontare sentimenti generazionali: la paura di perdersi, la nostalgia per cose vissute dieci minuti prima, quell’insoddisfazione sempre lieve ma costante. Ci sono poi quei dettagli che fanno la differenza: * La sincerità cruda nei testi, senza maschere né filtri. * L’estetica lo-fi e homemade, perfetta per chi ama le atmosfere cosy delle camere da letto (letteralmente!). * Il modo in cui racconta la fragilità senza sensazionalismi, ma con uno stile che sembra un messaggio vocale spedito a un’amica su WhatsApp dopo una giornata storta. * Piccole chicche per chi passa le notti su Spotify a cercare “vibes da pioggia/soft sadness” – e trova Gracie in cima alle playlist “sad girl starter pack”. Intanto le sue canzoni girano sulle storie di Instagram, diventano soundtrack di grief moment, feste silenziose tra amiche o semplici pomeriggi a letto. È la colonna sonora dei pensieri non detti, quella che ci fa compagnia quando il mondo fuori fa troppo rumore. Semplicemente, Gracie Abrams è quella voce che ti permette di sentirti capita, senza aggiungere filtri (nemmeno quelli di Instagram). VITA PRIVATA TRA RELAZIONI, AMICIZIE E VULNERABILITÀ Parlare della vita privata di Gracie Abrams è un po’ come aprire una scatola color pastello che profuma di segreti e risate notturne tra amiche. Ok, lo ammetto: nonostante sia ormai una voce amatissima della Gen Z, Gracie è tutto tranne che una “chiacchierona” sulle sue storie sentimentali. Anzi, la sua è quella timida riservatezza che rende ogni piccolo dettaglio ancora più interessante. C’è stato – e lo sanno praticamente tutte le sue fan – il legame con Omer Fedi, il produttore dai capelli rossi che ultimamente sembra coinvolto in metà delle hit di TikTok. Se ne è parlato molto online, ma Gracie, con la sua delicatezza, non ha mai fatto telenovela dei sentimenti (altro che reality trash da domenica pomeriggio). Di quella relazione si è saputo giusto l’essenziale: momenti teneri, qualche foto rarefatta, un’energia creativa che ha contagiato entrambi – fine. Nessun drama post-rottura, niente frecciatine sui social: solo una maturità che forse, noi comuni mortali, vediamo ancora nei film indie. Gracie custodisce il suo privato come un diario con la chiave. Condivide solo quello che si sente di svelare, e mai in modo forzato. È sinceramente selettiva: mostra la sua camera sparsa di polaroid “unsent” o quei pomeriggi pigri col suo cane. Ma la notte di lacrime, la chiamata disperata a un’amica, o la fragilità dopo una delusione, quelle restano spesso tra le mura. Forse anche per questo riesce a raccontare la vulnerabilità nelle canzoni, senza mai sembrare patetica o costruita, no? Ti capita mai di ascoltare una sua ballad intimista, chiedendoti dove finisca la storia vera e dove inizi la suggestione poetica? Le amicizie per Gracie sono fondamentali: un gruppo ristretto di persone, spesso altre musiciste o creativi, che la sostengono da sempre. In particolare, le sue “bestie” (come le chiama nei pochi post dedicati) diventano il suo network di supporto. Niente squadre oceaniche alla Taylor, più cerchi di fiducia piccoli, ma solidissimi. Fanno pigiama party, playlist collaborative e gite notturne in macchina con la musica altissima. Quelle cose che guardi e ti dici: eh, sì, la fama ti può travolgere, però le amiche vere fanno da paracadute. E poi, va detto, Gracie riesce a essere intima coi suoi follower pur senza mai diventare invadente. Su Instagram? Ogni tanto, tra uno scatto in peluche e un selfie sfocato, spunta qualche micro-confessione o un video impacciato in cui sbaglia le parole e poi scoppia a ridere. Quella risata lì è autentica, come quando chiacchieri ore con un’amica al telefono e a un certo punto capisci che vi state solo raccontando la vostra vulnerabilità, e va benissimo così. Ecco qualche piccolo segreto del modo “Abrams” di vivere i sentimenti e le relazioni: * Mai esibizionismo: le emozioni tenere non si gridano al mondo, semmai si sussurrano nei versi. * Fidarsi pochi, fidarsi bene: amicizie piccole ma d’acciaio (team “pochi ma buoni” for the win). * Sui social, solo quello che la fa sentire a casa; il resto è solo suo, e va bene così. * La vulnerabilità non è una debolezza, ma la materia prima con cui trasforma la vita in arte (e ci insegna a fare lo stesso). In fondo, la riservatezza di Gracie non è una barriera, ma una scelta. Un modo per proteggersi e, allo stesso tempo, spalancare finestre sulla propria umanità. Ed è anche questo che ci fa sentire meno sole quando la ascoltiamo nel cuore della notte, mentre fuori, magari, piove davvero. UN SISTEMA VALORIALE CHE FA RUMORE, MA DI QUELLI BELLI Quando pensi a Gracie Abrams, magari ti immagini subito la ragazza malinconica che sussurra desideri segreti fra un verso e l’altro, ma sotto quella voce sussurrata c’è una tempesta di valori forti. Gracie non ha paura di mostrare il cuore — e nemmeno le cicatrici. Nel suo modo naturale di comunicare (ti viene quasi da pensare sia la tua amica del liceo su WhatsApp), non fa la predicatrice e non si atteggia a guru: semplicemente, è sé stessa. Sempre, in ogni post; con una trasparenza che spacca. Il primo valore che ti salta addosso ascoltando Gracie o leggendo una sua intervista è l’attenzione alla salute mentale. Non si limita a hashtag di circostanza, anzi! Quando racconta delle sue giornate-no, di quell’ansia che arriva nei “momenti silenziosi”, non sta pigiando su un tasto trend, ma su una verità sua – e di tanti. Gracie è di quelle che, se le chiedi come sta su Instagram, non ti risponde con emoji a caso ma, tipo, ti spiega che a volte si sente “a pezzi”, che va bene non essere okay e che chiedere aiuto è un atto di coraggio. Ha sostenuto campagne come “Seize the Awkward” e spesso nelle sue story consiglia podcast e risorse utili per chi vive momenti bui, alternando parole leggere a sprazzi di profondità che colpiscono dritto. EMPATIA A SECCHIATE, FEMMINISMO SENZA BANDIERE FASTIDIOSAMENTE STRILLATE Gracie, insomma, non si limita a parlare di sé: fa domande, risponde ai DM, si preoccupa davvero. Appena succede qualcosa di importante – pensa a discussioni accese sui social su temi come la body positiviy o il consenso – lei non sta zitta. Sui suoi canali trovi post dove invita i fan a riflettere sul linguaggio che usiamo ogni giorno, o lancia mini-racconti per chiedere “Com’è stato il tuo oggi?”. L’empatia per lei non è una parola da bio, è una missione. Ti starai forse chiedendo: ma cos’ha di diverso dagli altri artisti? Beh, Gracie non si erge su un piedistallo: si butta in mezzo, proprio come una di noi, anche quando c’è da parlare di femminismo. Non la vedrai fare discorsi urlati o brandire manifesti (anche se potrebbe se le va), ma la sua voce arriva forte in altro modo: * condivide regolarmente storie di donne che la ispirano – musiciste, scrittrici, attiviste; * sostiene progetti contro la violenza domestica, tipo la collaborazione con “RAINN”; * si schiera senza giri di parole quando su TikTok imperversano trend tossici da cui prendere le distanze. La sua idea di femminismo è quella fresca, accessibile: ragazze che si aiutano, che si ascoltano, che crescono insieme (e se ogni tanto crollano, si rialzano e si abbracciano pure su Zoom). GENTILEZZA, INCLUSIONE, PICCOLI GESTI RIVOLUZIONARI Oltre a questi temi “grandi”, Gracie è portavoce di qualcosa che sembra minuscolo e invece è una specie di superpotere: la gentilezza. Sì, proprio lei, la parola più sottovalutata dell’ultimo decennio, come la t-shirt vintage che ritrovi in fondo all’armadio e non vuoi più lasciare. La gentilezza per Gracie non è solo non essere stronza; è un approccio attivo e tenace alla vita. Durante i suoi tour: * si prende il tempo di ringraziare singolarmente i fan – con frasi vere, non copia-incolla; * valorizza l’importanza di prendersi cura degli altri anche nei team di lavoro, tanto che il suo staff la adora; * parla sempre dei suoi collaboratori come di una famiglia allargata. E poi c’è l’inclusione: Gracie ribadisce spesso che ognuno deve poter trovare uno spazio sicuro nel suo pubblico. Dai suoi fan LGBTQ+ ai fan neurodivergenti, ci tiene a ribadire quanto sia fondamentale sentirsi parte e mai esclusi – anche solo per un commento, una parola fuori tono, una micro-esclusione che spesso passa inosservata. Ricordo quando ha fatto quella live su IG dopo un episodio spiacevole vissuto da una fan queer: Gracie non ha girato intorno alla questione, ha parlato diretto, ha chiesto scusa a nome della community e ha invitato chiunque a “stare all’erta” e a farsi scudo a vicenda. Se vuoi un esempio concreto di messaggi che lancia: * su Threads ha scritto “Non accettate di essere amate a metà solo perché non siete perfette, nessuno lo è”; * ogni tanto risponde a chi la attacca con humour, ma senza mai cedere alla cattiveria. Una volta, a chi le lasciava commenti odiosi, ha replicato con un semplice “Ti auguro una buona giornata, spero che l’amore arrivi anche a te”. Frecciatina gentile, ma devastante. In sintesi? Il sistema valoriale di Gracie Abrams è come una playlist di canzoni in cui ogni brano ha un messaggio chiaro e diverso, ma un filo rosso: ci si può sostenere, si può essere soft e forti insieme, e soprattutto ci si può amare anche nei giorni in cui si sente solo il rumore delle proprie insicurezze. Ecco perché alle sue fan fa bene seguirla: perché è coraggiosa senza essere invincibile, e quella è la rivoluzione più pop di tutte. L’ONDA LUNGA DEL SUCCESSO: GRACIE OGGI E LE SUE CONQUISTE Alzi la mano chi non ha ascoltato almeno una volta “I miss you, I’m sorry” tipo mentre guardava le nuvole fuori dalla finestra su un regionale lento verso casa. Gracie Abrams è esattamente qui, nel presente: al centro di una corsa che sembra non voler finire mai. La sua voce è ormai ovunque, eppure la sensazione è quella di essere davanti a un’amica che ti scrive su WhatsApp alle due di notte, non a una diva irraggiungibile. Mettere i piedi nella realtà di Gracie oggi significa vivere dentro un sogno pop che non suona, mai e poi mai, finto. Negli ultimi mesi Gracie ha infilato una serie di successi che – scusate la franchezza – fanno venire il capogiro. L’album “Good Riddance”, ad esempio, ha già raccolto uno zoccolo durissimo di fan che si fanno sentire ovunque, sia sotto i suoi video TikTok che nel cuore dei suoi concerti, veri e propri abbracci collettivi. E non è tutto: * Ha suonato davanti a platee stracolme, con un tour che ha avuto tante date sold out. Mica facile di questi tempi. * Ha collaborato con Taylor Swift, cioè la Taylor, non una qualunque. Ed essere scelta da un’artista così dice molto di come Gracie sia percepita anche tra le “big”. Basta guardare l’entusiasmo del pubblico: video virali, meme ispirati ai suoi testi, messaggi commossi su Twitter (pardon, X). Ma la cosa che più colpisce è la crescita, sia musicale che personale, che traspare già dal suo nuovo modo di stare sul palco, di ridere, di raccontarsi. Sembra che ogni anno sia una piccola evoluzione, e se ascolti in parallelo le sue prime canzoni con le ultime tipo “Risk”, te ne accorgi al volo: c’è una profondità, una sicurezza, quasi una consapevolezza del proprio essere vulnerabile che spacca. NUOVA MUSICA, NUOVE STRADE: COSA CI ASPETTA DA GRACIE A oggi quello che più elettrizza i fan è la sensazione che Gracie sia ancora “in viaggio”. Non è una popstar cristallizzata – la sua musica cambia, a volte è più elettronica, poi torna acustica, ogni tanto spunta fuori una ballad che sembra scritta mentre fuori piove. Ogni disco è una nuova tappa, fatto di racconti che incastrano nostalgia, crescita e speranza come i tasselli di un puzzle. Le aspettative per il futuro sono altissime, e non è solo hype generato a caso: chi la segue lo sente sulla pelle che Gracie non ha ancora detto tutto. C’è chi si aspetta un featuring con Phoebe Bridgers (c’è anche chi sogna Olivia Rodrigo, a dirla tutta), chi ipotizza un album completamente autoprodotto, chi si chiede se la sua prossima tournée la porterà finalmente in Italia – e sì, è una domanda che aleggia nei DM di tutte le sue fan page. Tutto questo entusiasmo, però, non ha ancora intaccato la sua autenticità. Gracie resta quella che si commuove leggendo le lettere dei fan, che ride per una battuta scema tra un’intervista e l’altra, che si lascia andare anche al microfono, con le sue fragilità. È incasellata tra le “next big thing”, ma non si è mai costruita una maschera: e forse è proprio questo il segreto della stella Gracie Abrams. Essere vera anche quando tutti si aspettano una costruzione. UN ESEMPIO CHE RESTA: PERCHÉ GRACIE CONTINUERÀ A ISPIRARE Le giovani donne oggi cercano modelli che non siano solo “perfetti”, ma che regalino quella dose di imperfezione che fa sentire meno sole. Gracie, in tutto questo, è quasi terapeutica. Chi la segue si riconosce in: * Un modo di raccontare i sentimenti che non ti fa sentire sbagliata * Una narrazione di sé che valorizza i dubbi e le insicurezze, senza mai vergognarsene * Una capacità di essere costante e “vera” anche mentre diventi sempre più celebre (che, diciamolo, non è per niente facile) C’è una frase non scritta che passa in ogni sua canzone: “Vai bene così come sei, e puoi farcela anche se hai paura”. È, in poche parole, la spinta che tutte – almeno una volta – abbiamo sognato di ricevere. E, guarda caso, è la stessa energia che oggi Gracie Abrams trasmette ogni volta che prende in mano una chitarra, sale su un palco, o semplicemente sorride in una foto senza filtro. E questa, davvero, è una rivoluzione vera. 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Madison Beer: Il volto della nuova generazione pop tra musica, stile e autenticità
Getty Images INFORMAZIONI PRINCIPALI SU MADISON BEER * Nome completo: Madison Elle Beer * Data di nascita: 5 marzo 1999 * Luogo di nascita: Jericho, New York, Stati Uniti * Segno zodiacale: Pesci * Altezza: 165 cm * Partner: Nick Austin (dal 2020); in passato Jack Gilinsky, Zack Bia e Brooklyn Beckham * Genitori: Tracie Beer, Robert Beer * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Ryder Beer (fratello minore) * Instagram: @madisonbeer LA NASCITA DI UNA STELLA DAL SOGNO DI YOUTUBE AL PANORAMA INTERNAZIONALE Ripensarci oggi fa quasi strano, ma nel 2012 Madison Beer era una ragazzina come tante, con la voce piena di sogni e solo una webcam a registrare quelle note. Niente followers a sei cifre, niente stylist, niente filtri. Solo lei, la sua cameretta e YouTube come finestra spalancata verso il mondo. Non cercava la perfezione, voleva solo condividere la sua passione, quelle cover delle hit del momento che caricava senza grandi aspettative. Eh, e invece—colpo di scena!—il destino bussa spesso sotto forma di una notifica. Justin Bieber, sì il Justin Bieber, nel luglio 2012 sente la sua cover di “At Last” (storica canzone di Etta James) e resta folgorato. Non si limita a un like o a una reaction emoji, no no: twitta entusiasta il video con tutti i suoi milioni di fan. Dirlo ad alta voce sembra quasi una favola: un idolo planetario che, tra migliaia di video di cover, si ferma sul tuo. Nel giro di poche ore, Madison si ritrova improvvisamente al centro del palcoscenico digitale, sotto i riflettori di una scena mondiale. Ma non è solo una botta di fortuna. La cosa che ha sempre colpito di Madison Beer, e che continua a sorprenderci oggi, è come abbia saputo cogliere al volo le opportunità senza mai snaturarsi. Cioè, non era solo “la ragazza scoperta da Bieber”. Era (ed è!) la ragazza che, una volta entrata nell’industria discografica, si è presentata con il suo stile—non artificioso, non prefabbricato. Quando firma con la Island Records poco dopo essere stata notata, Madison continua comunque a pubblicare cover e canzoni originali su YouTube, chiacchierando con i fan praticamente in diretta. Insomma, era già chiaro che la sua determinazione era la vera arma segreta. Magari tanti lo ignorano, ma uno dei suoi primi brani, “Melodies”, uscì quando aveva appena 13 anni. Nel video—che se non l’hai visto, corri su TikTok che è un meme vivente—ci sono già tutti i segni particolari della Madison che conosciamo: freschezza, voce da brividi e quella voglia di mettersi sempre in gioco. (Spoiler: c’è anche Bieber nel video, occhio!) Tuttavia, l’inizio non fu per niente scontato. La pressione di essere stata “scelta” dal più famoso dei teenager non era roba da poco, e Madison ha dovuto imparare presto a gestire le luci e le ombre del successo – haters e aspettative incluse. Un aneddoto che adoro: fin da piccola, Madison registrava i suoi demo con GarageBand direttamente dal suo computer. Il padre, come qualsiasi genitore semi-boomer, non capiva bene questa cosa di “fare musica in casa”, ma la supportava portando a casa microfoni, tastiere, anche un mini mixer che ancora oggi conserva. Niente etichette, niente filtri: la sua voce era quella che si sentiva davvero, ruvida qualche volta, ma sempre autentica. Riguardando la sua carriera, mi colpisce come sia riuscita, pur entrando dalla porta principale grazie a un nome grosso, a reinventarsi costantemente. Madison non ha mai avuto paura di cambiare sound, di dichiarare i suoi insuccessi e di parlare dei suoi momenti difficili sui social. Forse è proprio questa la sua magia: stare sull’onda, sì, ma restare fedele a sé stessa. E in un mondo dove basta uno scroll per passare nel dimenticatoio, ci vuole davvero coraggio. Ricapitolando, le tappe che hanno segnato la sua ascesa dal semplice sogno digitale a star internazionale sono state: * Video spontanei su YouTube, zero filtri e tanta voglia di esprimersi. * L’incontro fortuito (ma meritato) con Justin Bieber e il boost che ne è seguito. * La determinazione a non farsi ingabbiare dal “prodotto facile”, anche quando la pressione era forte. * La capacità di parlare direttamente ai fan, quasi da amica a amica, anticipando quello che oggi fanno molti artisti sui social. E poi diciamolo: se ce l’ha fatta una ragazza con una webcam e una voce sincera, forse un pezzettino di quei sogni che ci portiamo dentro sono meno impossibili di quanto crediamo, no? Getty Images DA “SELFISH” A “RECKLESS”: LE HIT CHE RACCONTANO CHI È DAVVERO MADISON Se dovessi scegliere una canzone per capire davvero chi è Madison Beer, sarebbe probabilmente “Selfish”. Non è solo una ballad: è una confessione, un tipico pezzo che ascolti a luci soffuse mentre fuori piove e pensi ai tuoi errori sentimentali. La voce fragile ma decisa di Madison ha una potenza particolare qui, riesce a trasmettere tutta quella malinconia che viviamo – ammettiamolo – dopo le rotture. Questo pezzo è diventato virale anche su TikTok, dove i “lip sync” si sprecano e ognuno ci mette dentro il proprio drama. Ma Madison non è solo dolcezza: ascolta “Reckless” e ti accorgi di quanto sappia essere anche intensa, quasi cruda. Racconta delle cicatrici che ci lasciamo dopo i tradimenti, fra storie d’amore che sembrano uscite da una serie Netflix. Insomma: i suoi testi sono autentici, a volte scomodi, ma sempre sinceri. LIFE SUPPORT E LA RIVOLUZIONE DEL SOUND Il vero salto artistico arriva con “Life Support”, l’album che, diciamolo, forse molte aspettavano con hype alle stelle. Questo disco non è l’ennesima raccolta di pezzi radiofonici: è uno statement, un diario personale dove Madison Beer gioca con sonorità che spaziano dal pop elettronico alle sfumature alternative, mantenendo però quel filo conduttore emotivo che ormai è una sua firma. A me ha colpito soprattutto la varietà tra i brani: c’è “Good in Goodbye”, dove la voce diventa un’arma sottile, e “Stained Glass”, che sembra sussurrare un grido di dolore. Madison ha parlato più volte di come “Life Support” sia nato da un periodo difficile, affrontando ansia e depressione: e si sente tutto, ogni nota sembra pesare, ogni parola sembra scelta dopo mille notti insonni. Se volete un elenco delle perle da ascoltare nell’album (per le “maratone” al buio, coperte e snack inclusi): * Selfish * Good in Goodbye * Stained Glass * Blue * Default LE SUE ICONE DI STILE (MUSICALE E NON SOLO): DA LANA DEL REY A RIHANNA Madison non ha mai fatto mistero delle sue influenze musicali: in ogni intervista salta fuori almeno il nome di Lana Del Rey, un’artista che – come lei – sa immergersi nei sogni lucidi, nella nostalgia, nel vintage pop. Poi c’è Rihanna, e lì la questione si fa più grintosa: Madison ha assorbito quella capacità “camaleontica” che ti permette di reinventarti senza perdere la bussola. E ascoltando gli ultimi pezzi, tipo “Showed Me”, non si può non sentire l’eco delle migliori power-bad-girls della musica mondiale. La lista delle sue muse: * Lana Del Rey per l’iconico mood triste e autunnale * Ariana Grande per le acrobazie vocali, che Madison sa gestire con una leggerezza che spiazza * Rihanna per l’attitudine, il dire “sono qui e sono io, punto” * Britney Spears (sì, anche lei) per le melodie pop che ti si stampano addosso anche dopo settimane STILE E MUSICA: L’IMMAGINE COME RACCONTO DI SÉ C’è un senso di coerenza fortissimo tra come Madison canta e come si presenta. Il suo stile è immediatamente riconoscibile: crop top e cargo pants nei video, look anni 2000 mixati a dettagli anni ’90, capelli lucidi e trucco che alterna il nude alla palpebra glitter, un po’ Gigi Hadid, un po’ Alexa Demie di Euphoria. Non è mai sopra le righe, mai costruita all’eccesso – piuttosto, sa giocare con i trend ma li piega alla sua personalità. Questa sua estetica è diventata una vera firma: infatti non è un caso se molti look di Madison fanno tendenza su Instagram e Pinterest praticamente subito dopo ogni uscita pubblica. In più, Madison sa usare i social in modo strategico: ogni post, ogni storia su Instagram è pensata, ma mai finta. La sensazione è quella di una ragazza che vuole aprirsi, senza però cedere a quella trasparenza artificiale che vedi in troppe star. Ecco perché molte sue scelte fashion, dai dettagli vintage alle sneakers platform, sembrano quasi un’estensione naturale della sua musica: autenticità e vulnerabilità, mescolate a una dose di glamour old school. Getty Images IL CONTINUO CAMBIAMENTO: UNA CRESCITA CHE NON STANCA MAI Forse la chiave del successo di Madison Beer sta proprio nella sua capacità di mescolare il “già visto” e il “mai sentito”. Non ha paura di cambiare, di rischiare, sia con la musica che con l’immagine. Ogni suo nuovo singolo è un piccolo reboot. Ogni dettaglio nel modo di cantare, nell’estetica, negli arrangiamenti scelti urla “questa sono io oggi, domani magari sarò diversa”. E noi ci sentiamo di crescere insieme a lei, una canzone alla volta. AMORI VERI E GOSSIP: IL CUORE DI MADISON SOTTO I RIFLETTORI Le relazioni sentimentali di Madison Beer sono spesso finite sulle pagine di Instagram prima ancora che sui tabloid: oggi più che mai, la sua storia è quella di una ragazza che si innamora (come tutti), ma deve imparare a farlo davanti a uno specchio gigante, cioè la fama. Sì, ci sono stati momenti da film romantico e altri tipo reality un po’ trash, ma la verità è che Madison ha sempre mantenuto uno stile discreto e genuino, anche quando attorno a lei volavano pettegolezzi a raffica. Andiamo con ordine perché, ok, i nomi ci sono: * Jack Gilinsky, prima vera storia importante (conosciuto grazie a Vine: cioè, TikTok prima di TikTok!). Sono stati insieme dal 2015 al 2017 e, sebbene all’inizio sembrassero la classica coppia da sogno, poi tra loro si è infilata la difficoltà di gestire la notorietà e pure alcune polemiche serie. * Brooklyn Beckham, sì, proprio il figlio di Victoria e David. Una relazione lampo: la loro estate insieme nel 2017 è stata la cosa più cercata su Twitter—almeno per un giorno! * Zack Bia, dj e influencer della scena di Los Angeles. Relazione fatta di tira-e-molla tra 2018 e 2019, su e giù come le montagne russe dell’Hollywood Bowl. * Nick Austin, altro creator amatissimo su TikTok, con cui Madison ha vissuto una relazione più recente (2020-2022). Lì, i due sono riusciti a essere tanto riservati che online a un certo punto si dubitava pure che stessero insieme per davvero! Una cosa che colpisce davvero di Madison? La sua determinazione a difendere la propria privacy. Lei non posta mai troppo, se non lo vuole. Non parla dei dettagli intimi neanche sotto tortura (social): spesso lascia che siano le canzoni a svelare quello che vive davvero. E nelle sue interviste è sempre stata limpida: il rispetto per le sue relazioni, passate o presenti, viene prima dei click o dei like facili. DALLA PELLE ALLE NOTE: RELAZIONI E MUSICA CHE SI INFLUENZANO C’è una Madison che si innamora e una Madison artista che trasforma tutto in musica. Le sue storie, a modo suo, finiscono nelle canzoni più intense e, spesso, sono proprio i fan a cogliere i riferimenti—quella rima, quella melodia malinconica, quel verso che sa di addio e non di arrivederci. Dai momenti sofferti (basta ascoltare “Selfish” o “Good In Goodbye”, vere e proprie _lettere aperte_ alle storie finite male), si vede che Madison ha imparato a non avere paura della vulnerabilità. Le relazioni, anche quando fanno male o sono troppo complicate, le hanno insegnato: * a conoscersi meglio; * a capire che il confine tra amore e pressione mediatica è sottile come una stories su Instagram; * a non dimenticarsi di sé stessa, anche quando fuori è tutta una gara a chi ha più visualizzazioni. Sì, ha vissuto anche momenti di crisi, ansia, vero disagio, ma—e qui si sente tanto la sua crescita personale—ne è uscita ogni volta più forte, più consapevole e, soprattutto, sempre fedele ai propri valori. A TESTA ALTA, OLTRE I RUMORS Per Madison Beer, la vera sfida non è stata solo vivere relazioni nell’era dei social, ma anche riuscire a rimanere autentica nell’oceano di gossip e curiosità che la circonda. Nonostante i riflettori e le domande invadenti, ha sempre detto la sua solo quando davvero lo voleva lei, ricorrendo magari a qualche ironia (tipo _”Se proprio dovete sapere chi frequento, ascoltate il prossimo album!”_). Questo suo modo di affrontare le cose rende difficile cadere nel giudizio gratuito: Madison, più che una diva da copertina, è rimasta una ragazza che mette il cuore davanti a tutto. Quindi, tra una linea confidenziale e una storia d’amore vissuta tra DM e red carpet, Madison Beer ci mostra che tra i like e la realtà c’è sempre spazio per la delicatezza e il rispetto. E anche per la musica, sempre. FAMIGLIA E AMICIZIE: I LEGAMI CHE CONTANO Nell’universo pop scintillante di Madison Beer, dove tutto sembra un susseguirsi di luci, palchi e applausi, il nucleo centrale resta la famiglia. Da sempre Madison non fa mistero di quanto il rapporto con i genitori, Tracie e Robert, e il fratello Ryder le dia letteralmente ossigeno. Ti basta scorrere il suo Instagram per vedere che la presenza della madre è quasi una costante: una foto dolcissima, un abbraccio o una caption che trasuda gratitudine. Dice sempre che, anche quando il mondo urla e la carriera sembra divorare ogni energia, il sostegno della mamma e il rapporto solidissimo con il padre (pur separati, resta un team) sono la sua terraferma. C’è chi pensa che dietro una popstar ci sia solo clamore, e invece c’è chi, come Madison, non rinuncia mai a un confronto sincero con i suoi, che a volte sfuma nella classica telefonata disperata alle 2 di notte, stile drama da serie Netflix, quando serve un consiglio o solo sentire una voce amica. Poi c’è Ryder, il fratello minore, una presenza su cui Madison sembra costruire anche un pezzo della sua identità. Non a caso in più di un’intervista racconta che da piccoli, quando nessuno scommetteva su di lei, era proprio Ryder a darle quella fiducia che le mancava, tipo cheerleader personale ma senza i pon pon. Spesso lo descrive come il suo miglior amico, quello con cui puoi parlare di tutto, farti mille meme e—importantissimo—capire quando è il momento di fermarsi e lasciare il cellulare spento sul comodino. Ma non finisce qui, perché Madison ha anche una cerchia ristretta di amiche e amici che si sono rivelati fondamentali sia nei giorni belli che in quelli da dimenticare. Quei legami, costruiti con la consapevolezza che la lealtà è un bene raro nell’entertainment, sono scelti centellinando fiducia come se fosse glitter. Basta leggere tra le righe di alcune sue stories (un DM qua, uno scambio di emoji là) per intuire che i suoi veri amici sono quelli che: * la fanno ridere di gusto quando fuori piove e dentro è tempesta * non la trattano mai da diva, nemmeno quando tutto il mondo sembra volerle dire sì * sono disposti a chiudere Twitter insieme a lei e guardare, invece, una maratona di classici Disney per disintossicare lo spirito La cosa più sorprendente? Madison Beer è super incline a perdonare, ma mai a tollerare la falsità. Lo dice davvero, senza peli sulla lingua. Per lei, fiducia e rispetto sono tipo polaroid della sua infanzia: o ci sono o non saranno mai sviluppate. Niente zone grigie. E il bello è che questo si riflette anche nella sua musica, nelle sue scelte, nel modo in cui risponde ai fan che diventano quasi amici virtuali, creando delle connessioni che non sanno di patinato ma, piuttosto, di autentico. Se poi pensiamo alle amicizie che ha costruito nel tempo—alcune visibili agli occhi di tutti, altre custodite nei ricordi delle trasferte notturne dopo un concerto—viene fuori una Madison che, sì, soffre come chiunque le delusioni, ma che decide consapevolmente di circondarsi solo di chi porta vera luce. Si può dire che per lei avere poche persone fidate intorno sia più importante di mille conoscenti: in pratica, meglio pochi ma buoni. E sì, spesso le sue amiche la aiutano a rimanere con i piedi per terra, tipo quando le ricordano che in fondo restano sempre due ragazze che ordinano sushi e che si raccontano i segreti guardando TikTok fino a tardi. Quello che colpisce davvero è questa sua scelta, quasi radicale, di mettere l’accento su un tipo di relazione fatto di trasparenza e presenza vera, lontana dalle dinamiche tossiche del gossip e dagli specchi distorti dei social. In un mondo in cui la fama fa rima con fragilità, Madison Beer risponde: “Io non mollo i miei, e i miei non mollano me.” Ecco perché quegli abbracci, quelle risate, quelle conversazioni notte fonda, sono il vero segreto del suo stare bene, anche sotto i riflettori. AUTENTICITÀ, VULNERABILITÀ E FORZA: I VALORI CHE GUIDANO MADISON Non è un mistero: Madison Beer si è costruita come un vero antidoto alla perfezione patinata dei social. Se vai a sbirciare le sue storie su Instagram o dai un’occhiata ai TikTok, la vedi spesso struccata, con qualche occhiaia, magari tra un attacco di ansia e l’altro, ma sempre autentica fino al midollo. All’inizio – lo ha raccontato lei stessa mille volte – sentiva una pressione enorme per apparire impeccabile, come se ogni emoji o filtro fosse una maschera obbligatoria. Poi, col tempo, ha iniziato a mostrarsi davvero, anche nelle sue fragilità. C’è stato quel periodo in cui Madison ha parlato apertamente della sua lotta contro l’ansia: raccontava, senza edulcorare, che il palco spesso era una lama a doppio taglio, capace di darle gioia ma anche di toglierle il fiato dalla paura. Lo ha fatto non per cavalcare l’onda del momento, ma perché — parole sue — “voglio che chi mi segue sappia di non essere solo”. E qui c’è la svolta che ha fatto la differenza. Nell’era degli highlight scintillanti a tutti i costi, Madison ha staccato la spina e scelto di condividere anche il backstage più caotico. Questa scelta di trasparenza ha ridisegnato completamente il rapporto con i suoi fan, perché la mette “a portata di messaggio”. Avete presente quando una vostra amica vi scrive alle 2 di notte perché non riesce a dormire e ha mille pensieri in testa? Ecco, Madison è stata quella ragazza anche per i suoi follower, senza pretese e senza giudicare. Si è fatta portavoce di una verità scomoda, e cioè che la vulnerabilità non è debolezza, anzi: a volte, la forza è proprio abbassare la guardia e dire “oggi non va”. A colpire è la sua sensibilità, ma non in modo stucchevole o malinconico stile telenovela sudamericana. È una sensibilità “street”, da Gen Z: ironica, smart, un po’ ribelle. Per esempio, quando parla di salute mentale lo fa senza peli sulla lingua, chiamando le cose col loro nome e usando un lessico vicino alle sue coetanee. In pratica, i valori a cui Madison tiene di più si possono riassumere così: * Credere che l’autenticità sia la vera forma di forza * Fare della propria esperienza personale una bussola anche per gli altri * Riconoscere la bellezza nell’imperfezione, nonostante i filtri e le pressioni da social * Farsi carico del proprio potere mediatico non per sentirsi superiore, ma per essere utile Questa attitudine non solo l’ha resa una popstar diversa dalle altre (molto meno robot, molto più umana), ma ha anche creato una comunità dove parlare di ansia, insicurezza e notti insonni non è più un tabù. E, credetemi, in tempi di Will Smith che sale sul palco agli Oscar o meme che sdrammatizzano il burnout, essere “vulnerabile e influente” è più rivoluzionario di quanto sembri. Insomma – e qui mi viene da sorridere – Madison non è perfetta (ma chi lo è, davvero?), eppure il suo coraggio, la sua vulnerabilità vissuta come bandiera, sono diventati per molte ragazze una specie di superpotere nascosto. C’è chi la segue per la musica, chi per i look da copiare, ma in tante ci si rispecchiano, ci si consolano, magari ci si danno il permesso di essere un po’ più vero e meno filtrato. Una vera boccata d’aria in mezzo a un feed che sembra sempre uscito da una pubblicità di mascara. CUORE E CORAGGIO: COME MADISON BEER TRASFORMA LA POPOLARITÀ IN ATTIVISMO Se pensi che una popstar sia solo voce, lustrini e palcoscenico, Madison Beer ti fa davvero ricredere. Lei ha questa energia che sembra dire: “Ok, sono famosa, mi seguono milioni, adesso usiamola per qualcosa che conta davvero”. Così, con una naturalezza quasi disarmante, Madison diventa megafono delle battaglie sociali della sua generazione. Non è solo #adv, è cuore, testa, e quel grido che serve per cambiare le cose, anche solo un po’. Sul suo profilo Instagram – che è un mix tra diario segreto e bacheca pubblica – Madison ha dato voce, più volte e senza filtri, alle sue posizioni su temi come l’uguaglianza razziale, la parità di genere e, soprattutto, il supporto ai movimenti per i diritti civili. Durante il periodo bollente di Black Lives Matter, ad esempio, non si è limitata a un post “giusto” per farsi notare, ma ha partecipato fisicamente a manifestazioni, ha condiviso risorse utili e ha affrontato anche le critiche che le sono piovute addosso con la grinta di chi crede davvero in ciò che fa. Mi colpisce sempre come riesca a gestire la pressione: potresti aspettarti una reazione difensiva, ma lei risponde con calma, dati e passione. Ha raccontato di aver ricevuto hate (tanto, eh), ma anche di sentirsi ancora più motivata dalle messaggi di fan che grazie a lei hanno aperto gli occhi su certe tematiche. Non si limita a *un solo* impegno: spesso la vediamo farsi ambasciatrice di campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale, raccontando – tra una collaborazione con un brand e una nuova canzone – l’importanza della terapia, l’esperienza degli attacchi di panico e cosa significa chiedere aiuto. Confessa le sue fragilità così, senza troppe maschere (“sono umana, cado anch’io!”) e questa genuinità diventa contagiosa. Non è raro trovare tra i commenti “Grazie Madison, mi hai cambiato la giornata” o “Sono andata a parlare con uno psicologo grazie a te”. Insomma, un effetto domino che non riesci a ignorare. E a proposito di azioni concrete, c’è una cosa che personalmente adoro: Madison usa le sue IG stories e i tweet come fossero una piccola redazione a disposizione dei ragazzi che la seguono. Ogni tanto si trasforma in un’amica che ti passa il link giusto: * Petizioni da firmare * Numeri di emergenza a cui rivolgersi nelle crisi * Consigli pratici per affrontare le giornate “no” * Link a raccolte fondi Tutto condito da una leggerezza che non banalizza, anzi. Lei rende cool il prendersi cura di sé e degli altri – altro che cliché da popstar patinata. Spesso, durante i Q&A con i fan (che sembra quasi di stare in una chat tra amiche dopo una maratona di “Euphoria”…) tira fuori riflessioni su quanto sia sbagliato giudicare senza sapere o quanto sia bello aiutarsi a vicenda anche da lontano. Questo suo impegno sociale si intreccia con la musica – ascolta attentamente i testi, qualcosa scatta! – ma soprattutto trasforma il suo seguito in una comunità, non in una semplice fanbase. C’è da imparare, davvero. A volte le popstar sono moda, tendenza del momento. Madison invece è quella che scende dalle nuvole dello star system e cammina fianco a fianco con chi la segue, mettendoci la faccia sulle cose importanti. E sì, questa cosa fa tutta la differenza del mondo. The post Madison Beer: Il volto della nuova generazione pop tra musica, stile e autenticità appeared first on The Wom.
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Rosalía: il fenomeno che ha rivoluzionato la musica latina
Getty Images INFORMAZIONI PRINCIPALI SU ROSALÍA * Nome completo: Rosalía Vila Tobella * Data di nascita: 25 settembre 1992 * Luogo di nascita: Sant Esteve Sesrovires, Catalogna, Spagna * Segno zodiacale: Bilancia * Altezza: 165 cm * Partner: (2023) Rauw Alejandro * Genitori: José Manuel Vila, Pilar Tobella * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Jéssica Vila Tobella (sorella maggiore) * Instagram: @rosalia.vt DALLA PROVINCIA CATALANA AI PRIMI PALCHI: IL BATTITO DI UNA PASSIONE Se la musica avesse una culla, per Rosalía sarebbe una villetta a Sant Esteve Sesrovires, un paesino a mezz’ora da Barcellona dove le colline sanno ancora di legna e vento. Rosalía Vila Tobella, cresciuta tra biblioteche locali e gare di talenti scolastici, non ha visto subito riflettori o schiere di fan come le popstar delle serie Netflix. No, le sue prime note sono state fatte di perseveranza e lunghi pomeriggi a giocare con le emozioni davanti allo specchio, microfono improvvisato con la spazzola da capelli. Una bambina curiosa, tanto da domandarsi il perché delle cose, instancabile nello scoprire ogni segreto dei suoni che la circondavano (il sole che batteva sulla lamiera, ad esempio, per lei era già musica). C’è chi cresce con X Factor, lei invece ascoltava Manolo Caracol, Camarón de la Isla e la voce antica del flamenco. Rosalía non perdeva tempo a fare la ragazzina “normale”, perché quello che sentiva nel petto era un richiamo troppo urgente. Ecco le sue primissime influenze: * * Un padre appassionato di canzoni gitane che la porta a sentire concerti tradizionali. * * Una madre iper-presente che la supporta persino durante le note stonate (perché ce ne sono state!). * * La sorella Pilar, chiamata “La Pili”, una specie di partner-in-crime per ogni sogno fuori dal normale. CORTOCIRCUITI TRA SCUOLA, SACRIFICI E NOTTI INSONNI Non era facile. Anzi, all’inizio sembrava proprio impossibile. Rosalía si trova a crescere in un contesto dove essere “diversa” è romanticizzato solo nei film – nella realtà, sembrava quasi un peso. La fatica più grande? Conciliare la scuola con le lezioni di canto. Ogni mattina zaino in spalla, ogni pomeriggio in giro tra autobus e metro per raggiungere il Taller de Músics a Barcellona. Spesso racconta che le sue ore di sonno non bastavano mai (altro che maratona di Netflix!), ma la voglia di imparare la teneva sveglia come un doppio espresso. Al Taller, e poi alla prestigiosa ESMUC (Escola Superior de Música de Catalunya), il flamenco non era solo una materia di studio: diventava quasi una ragione di vita. Veniva guardata con sospetto, però, perché “troppo innovativa” o “non abbastanza gitana”. E quanto pesano quei giudizi, specie quando sei giovane? Rosalía rispondeva con la grinta, ripetendo le scale vocali fino a far sanguinare la gola (e sì, ci sono state vere liti con insegnanti all’antica – e piccole rivoluzioni personali davanti a chi diceva “non sei adatta”). * * Esibizioni piccole, tipo matrimoni o bar minuscoli dove il pubblico magari la ignorava, ma anche serate open mic in cui qualcuno si bloccava: “Quella ragazza canta davvero così, oppure sto sognando?”. * * Concorsi e audizioni perse, che la facevano tornare a casa in lacrime, ma sempre più determinata. * * Un episodio su tutti: una notte arrangia “Como en un mar eterno” in una cover incisa da sola, con una vecchia tastiera e pochi amici — e per la prima volta sente che potrebbe davvero funzionare. IL SEME DI UN SOGNO GRANDE: ORIGINALITÀ ACCESA GIÀ DA GIOVANISSIMA Cosa aveva Rosalía di diverso, fin dall’inizio? Prima di tutto un coraggio fuori moda, quella capacità di metabolizzare il dolore e trasformarlo in energia sonora, quasi come se la delusione fosse benzina (accendeva fuochi, non li spegneva). Poi la curiosità: per lei tutto era fonte d’ispirazione, dai beat latinoamericani ai suoni elettronici che sentiva in discoteca. Giovane sì, ma già consapevole che “essere normale” non le interessava. Si vestiva come voleva, spesso mischiando capi da mercatino con dettagli iper glamour, e già si intuiva la futura fashion icon. Dietro la costruzione di ogni performance c’era una cura quasi maniacale: arrangiamenti, movimenti delle mani, persino il modo di camminare sul palco era studiato ad arte, ma con quell’effetto naturale che fa pensare “è nata così, non può farne a meno”. * * Rosalía registra da sola, montando strumentali e voci notte dopo notte, quando Barcellona dorme e le idee ballano solo nella sua testa. * * A modo suo, si crea un piccolo pubblico fidato sui social (quando ancora Instagram non era il regno dei filtri), condividendo pezzi e rehearsal che spariscono dopo poche ore ma che qualcuno, stranamente, comincia ad aspettare con l’ansia del nuovo drop su Spotify. * * Si costruisce il personaggio, ma senza maschere: la timidezza che convive con lo sguardo fiero, la voglia di sperimentare anche rischiando di essere presa per “strana”. In pratica, già prima dei Grammy, degli stadi esauriti e delle felpe col cappuccio iper cool, si sentiva che da lì, da una Catalunya un po’ appartata, stesse nascendo qualcosa di enorme. Rosalía: la ragazza che aveva fame di mondo e orecchie fameliche di ogni ritmo nuovo—perché, in fondo, il talento non basta mai senza una sana, inspiegabile ossessione. E lei, questa fame, non l’ha mai persa. Getty Images DA “EL MAL QUERER” AL MONDO: LA SVOLTA MOTOMAMI Quando si parla di successo internazionale, Rosalía è proprio il classico esempio di come un’artista possa passare dall’essere “quella ragazza diversa” al diventare – letteralmente – una superstar globale. E il bello è che tutto questo non è arrivato per caso, ma grazie a una visione *sua*, autentica, quasi testarda nel non volersi mai fermare alle regole del gioco. Partiamo da “El mal querer”, l’album che nel 2018 ha acceso una vera e propria tempesta nella musica latina (e non solo). Un progetto concettuale nato come tesi universitaria – sì, avete capito bene: la prima popstar che usa la laurea come trampolino! – e diventato un viaggio potentissimo nell’immaginario del flamenco, ma portato nel presente con una grinta da strada e un’elettricità urbana tutta nuova. “Malamente”, “Pienso en tu mirá”, “Di mi nombre”… impossibile restare indifferenti davanti a quei video colorati, coreografie ipnotiche e mood cut&paste preso da trap, hip hop e flamenco. Cioè, un vero cocktail di influenze: * Suoni elettronici e beat spezzati * Palmas flamenca (le famose mani che battono a ritmo) * Testi che mischiano fiaba e rabbia vera * Elementi visivi ispirati sia alle telenovela sia ai video di TikTok La cosa incredibile è che Rosalía riesce a farti sentire la Spagna tradizionale e la contemporaneità di una Berlino underground nel giro di una stessa canzone. Ecco perché “El mal querer” è diventato subito un caso, non solo tra critici e addetti ai lavori, ma soprattutto tra ragazze e ragazzi che magari il flamenco non l’avevano mai ascoltato, ma riconoscevano quella voglia di andare oltre, di rompere le barriere. COLLABO E COLPI DI SCENA: LA LUXURY CLASS DEL POP Dopo il boom del primo album, Rosalía non si è certo messa comoda. Anzi! Ha iniziato quasi a divertirsi a mescolare le carte: chi l’avrebbe mai detto che, dalla sua base catalana, sarebbe arrivata a collaborare con giganti globali tipo Travis Scott (con “TKN”, hit che spacca ovunque TikTok, per non parlare dei balletti) o la misteriosissima Billie Eilish (“Lo vas a olvidar”, quella colonna sonora che diventa subito mood di fine giornata dopo una doccia lunga)? Collaborazioni che non sono “featuring acchiappa-like”, ma vere fusioni di mondi creativi, dove come spettatrice hai la sensazione di assistere a un passaggio segreto tra stili, lingue e generi. Ecco una lista flash delle collaborazioni che hanno fatto la differenza negli ultimi anni: * “Con Altura” con J Balvin (che figata quel video in stile aereo privato anni Duemila) * “La Noche de Anoche” con Bad Bunny (quante volte l’hanno usata come audio nei reel!) * “TKN” con Travis Scott (crossover trap internazionale) * “Lo vas a olvidar” con Billie Eilish (slow drama all’ennesima potenza) È anche qui che Rosalía comincia a costruire il suo trono internazionale, capace di saltare da un festival a Parigi a una performance ai Grammy senza perdere un colpo, sempre fedele al suo *mix di influenze*. MOTOMAMI: IDENTITÀ, LIBERTÀ, SORPRESA CONTINUA Poi è arrivata “Motomami”, e tutto il discorso si è fatto, se possibile, ancora più intenso e personale. “Motomami” è l’album che ti investe in faccia come il vento in scooter: diretto, caotico, sincero. Rosalía azzera tutto e riparte da capo, con una cifra linguistica che stavolta è molto più pop ma anche piena di dettagli quasi intimi, cose che potresti raccontare solo a una sorella o a una migliore amica nei messaggi vocali delle tre di notte. Dentro “Motomami” c’è: * Il flamenco, certo, ma destrutturato e riassemblato quasi come fosse un meme * Beat da reggaeton e hyperpop, energia pura in certi momenti (“Saoko”, “Bizcochito”, “Chicken Teriyaki” ti rimangono in testa come le pubblicità anni Novanta) * Voce che diventa strumento e giocattolo, emozione cruda La rivoluzione? Motomami dice che essere donna oggi è essere molte cose insieme: sensuale ma ironica, potente e fragile, libera di ballare e di piangere, di gridare quanto si vuole (e se non ti va, pure di stare zitta). Rosalía, in fondo, è diventata un faro per tutte quelle artiste e persone che vogliono mischiare senza paura la cultura pop, la tradizione e il sentimento personale. E lo fa tra outfit visionari e scelte creative che – ve lo dico – spesso anticipano i nuovi trend di Instagram e Spotify mesi prima che se ne accorga il resto del mondo. Più che una cantante, Rosalía sembra una regista della propria rivoluzione. E ogni pezzo, ogni singola traccia che pubblica, sembra urlare “questo sono io, e domani magari cambierò di nuovo!”. Seducente perché sempre vera, mai infilata dentro una casella. E sì, è proprio questa sua energia a renderla un’icona generazionale che non si può non amare. Getty Images QUANDO LA MUSICA INCONTRA LO STILE: L’ICONA FASHION ROSALÍA C’è un momento, mentre guardi un videoclip di Rosalía o scorri il suo feed su Instagram, in cui capisci che non stai solo osservando una popstar: stai assistendo a una dichiarazione di stile, a una ragazza che trasforma ogni look in un manifesto personale. Rosalía è l’amica che osa, quella che compare a una festa con un vestito vintage pazzo oppure con un completo Miu Miu che sembra appena rubato dal futuro. Insomma, la moda per lei non è solo accessorio, è linguaggio. Ogni dettaglio, dalle unghie XXL ai capelli sempre diversi (c’è stato quel periodo in cui portava i baby hair scolpiti che, ammettiamolo, ci siamo segnate tutte come screenshot di ispirazione), racconta chi è e dove sta andando: una donna che si reinventa e detta tendenze, senza aspettare l’ok di nessuno. La collaborazione con brand di alta moda come Jean Paul Gaultier e Miu Miu è diventata ormai una firma. Rosalía non presta solo il volto, ci mette l’anima intera: gioca con la moda, fa le sue regole. Per esempio, quando ha portato il corsetto di Gaultier (e l’ha fatto diventare improvvisamente super desiderabile anche per chi pensava che il corsetto fosse roba da damigelle d’altri tempi). O con la collezione Motomami x M.A.C, dove ha voluto che anche il make-up fosse parte del suo storytelling, mescolando glitter e look pop per farci sentire, anche solo per una sera, un po’ Motomami pure noi. Rosalía ama sorprendere: * Passa da un total look rosso latex a tute oversize con stivaletti platform, * Si diverte a mischiare il tradizionale flamenco con dettagli urban, * Cambia le regole del gioco anche nei videoclip, dove la regia e il fashion diventano la stessa cosa. E poi c’è il fenomeno “Rosalía manicure”: insomma, quante volte abbiamo sognato di sfoggiare quelle unghie chilometriche, tempestate di strass, disegnate come fossero mini opere d’arte? Ogni volta che lancia un nuovo trend, TikTok esplode con tutorial per ricrearlo. Non solo beauty, ma vera cultura pop che contagia le strade, tra meme e fashion challenge che sembrano usciti direttamente dagli appunti di stylist e makeup artist di Los Angeles. Un’altra cosa magnetica di Rosalía è che non si limita a indossare vestiti o make-up: li trasforma, li carica di significato. Se nei suoi video senti la potenza di una regina gitana ultramoderna, è anche perché sceglie di mostrarsi senza filtri, alternando look super curati a momenti al naturale. Rosalía non ha mai avuto paura di una foto senza trucco o, anzi, di una smorfia buffa. In più, ha sempre parlato di body positivity come di una cosa concreta: vestirsi per piacere a sé stesse, prendersi spazio, cambiare stile secondo l’umore o la stagione della vita. Non segue i canoni ma li riscrive; difende la libertà di mostrarsi fragile, arrabbiata, sensuale – tutto insieme, esattamente come ci sentiamo spesso nella realtà e non solo nei boomerang di IG. E lo fa senza mai svendere la sua immagine, restando sempre determinata a tenersi stretta la propria narrazione. Scenicamente, Rosalía è un vulcano: balla, ridesegna la gestualità femminile nei palchi come nei backstage, incarna le mille sfumature dell’autonomia femminile. Ecco perché è diventata, senza volerlo troppo, la musa delle nuove generazioni. Ci fa venire voglia di osare, di sperimentare, di uscire di casa convinte che anche il nostro look possa dire qualcosa di importante – magari non rivoluzionare la moda, ma almeno raccontare un pezzetto di noi. Dietro tutto questo, c’è una ragazza che si diverte con la moda come se stesse ancora giocando con i vestiti della mamma. Che non ha paura di cambiare rotta, di osare sia un paio di zoccoli vintage sia i tacchi vertiginosi (che, al solo sguardo, fanno quasi male ai piedi ma wow, che effetto). E tu pensi: sì ok, magari non sono Rosalía, ma posso rubare un po’ della sua energia per sentirmi più forte davanti allo specchio. TRA CUORI E PRIVACY: LA SAGA SENTIMENTALE DI ROSALÍA Quando pensi a Rosalía è facile immaginarla mossa dalla passione e dall’audacia anche nella vita affettiva. Diciamocelo: negli ultimi anni si è parlato moltissimo del suo legame con Rauw Alejandro, una storia che sembrava fatta di complicità, carezze post-concerto e canzoni sussurrate nelle Instagram stories. Loro due insieme erano l’equivalente amoroso di una traccia reggaeton che ti rimane in testa per giorni. Eppure, tra trend e gossip, Rosalía ha sempre voluto lasciare “porte socchiuse” sulla sua intimità, scegliendo la discrezione come uno dei suoi superpoteri. Quando i tabloid rincorrevano ogni indizio su possibili crisi o riavvicinamenti, lei ha continuato a sfoderare classe, respingendo le invasioni nella sua privacy con la stessa grinta con cui affronta un palcoscenico. Un fatto curioso: anche nei momenti più chiacchierati della relazione, Rosalía non ha mai smesso di parlare d’amore come di qualcosa da difendere, non mostrare. Addirittura una volta, dopo un red carpet infuocato mano nella mano con Rauw, ha detto: “Alcune cose le voglio solo per me”. Una frase che è filosofia di vita, secondo me. IL CLAN DI CASA: FAMIGLIA, SORELLE E RADICI FORTI Forse però la vera costante nella vita di Rosalía non sono gli amori, ma i legami di sangue, quelli che ci riportano sempre con i piedi per terra. Parlo soprattutto di sua sorella Jéssica, che oltre a occuparsi della sua immagine, è proprio la migliore amica con cui scambiarsi vocali fiume e meme a raffica su WhatsApp. Praticamente, la “Jefa” cerca sempre di tenere il mood familiare anche nei backstage più caotici; a volte pubblicano gli stessi ricordi delle estati in Costa Brava di quando erano bambine. Ci sono momenti quasi teneri: tipo Rosalía che, durante i tour, si collega in videochiamata con la madre per raccontare la giornata, o che si fa spedire dalla nonna i dolci tipici catalani quando ha nostalgia di casa (e chi non lo farebbe?!). Queste piccole cose fanno capire che, dietro una diva, c’è ancora una ragazza che cerca la sicurezza del nido familiare. E che spesso si affida proprio al giudizio diretto e sincero della sua “tribù”. VALORI TATUATI NELL’ANIMA: INDIPENDENZA, RADICI, LEALTÀ Sotto la superficie di look da copertina e duet iconici, batte il cuore di una donna profondamente guidata dai suoi valori. Rosalía non ha mai nascosto che fra i suoi pilastri più solidi ci siano: * L’indipendenza: non solo sul palco! Fin dall’inizio della carriera, voleva gestire da sola le trattative con produttori e discografici, spesso rinunciando a compromessi facili in favore di scelte più “dure ma vere”. * Il rispetto delle radici: dai video ai costumi, non ha mai lasciato indietro la cultura catalana, anzi – le sue canzoni sono piene di citazioni, espressioni e immagini che profumano di casa. * La lealtà: Rosalía è nota per tener fede ai suoi collaboratori di sempre, ma anche per non dimenticare mai chi l’ha sostenuta davvero dai tempi dell’università. Per lei, avere dei “confini” netti tra ciò che è spettacolo e ciò che è vero affetto è una forma di autodifesa, come mettere la crema solare prima di scendere in spiaggia sotto il sole di Barcellona. Anche nella routine più “normale”, tipo la colazione con churros, Rosalía non fa mai mezzo passo senza pensare al senso di rispetto verso se stessa e le sue origini. PICCOLI SEGRETI DELLA VITA DI OGNI GIORNO (CHE LA RENDONO UMANA) Ecco alcune chicche che ti fanno dire “ok, Rosalía potrebbe essere una di noi”: * Ama camminare da sola nei quartieri meno “glam” delle città che visita, per sentire l’atmosfera vera – tipo che si infila occhiali giganti, cuffie e archivia la divinità pop per qualche ora. * Tiene un “taccuino delle emozioni”: una specie di diario in cui annota pensieri e sogni (quelli che poi magari diventano brani o versi nei suoi pezzi). * Da vera pro della self-care, investe tanto tempo nelle routine beauty, ma non rinuncia mai alle domeniche pigre in pigiama – e sì, ogni tanto confessa di guardare repliche di “La casa de papel” in binge. In definitiva, la sua capacità di mantenere autenticità e fedeltà a se stessa si sente non solo nella musica, ma anche in ogni scelta che fa nella vita. L’amore, la famiglia, i valori che la reggono: sono un po’ il suo backstage segreto, quello che regala forza, ispirazione e – tra una hit e l’altra – la fa restare saldamente ancorata a chi era, è e sarà. Anche quando il mondo intero la guarda. UNA VOCE CHE SPACCA: OLTRE LA MUSICA, IL MESSAGGIO DI ROSALÍA Quando ascolti Rosalía, ti accorgi subito che la sua voce graffia – non solo le note, ma anche i muri invisibili degli stereotipi. Non stiamo parlando solo di talento, qui si tratta di prendere il microfono e usarlo davvero come strumento per “dire le cose”. La sua musica, lo avrai notato, fa ballare, sì – ma scuote anche. Nei testi, spuntano come lampi riflessioni su cosa significhi essere donna oggi, sulla libertà di esprimersi, sul non farsi mettere in una scatola etichettata e impolverata. Un esempio? “Saoko”, dove Rosalía gioca con i ruoli di genere, ribaltando immagini classiche e mostrando una femminilità che non chiede permesso a nessuno. E non è una posa. Basta seguirla su Instagram o TikTok per capire che la sua è proprio una lotta quotidiana: risponde ai fan con naturalezza, si espone su temi scomodi, mostra le proprie insicurezze e poi racconta storie di donne forti, come quelle che ha interpretato nei videoclip. A volte ironizza sugli stereotipi (tipo quella volta che ha parlato delle critiche per i suoi look e ha postato una storia con “Il patriarcato c’ha paura dell’acrilico”) e altre volte si fa seria, come quando dedica i premi alle donne “che stanno zitte, ma che hanno una forza incredibile”. NON SOLO PAROLE: ROSALÍA E L’ATTIVISMO VERO Non è solo “bla bla” insomma – con Rosalía, i messaggi diventano azione vera. L’ha dimostrato quando, durante un concerto a Siviglia, ha invitato sul palco un gruppo di artiste emergenti per mostrare la vera diversità del mondo latino, oppure quando ha donato parte degli incassi dei suoi tour a organizzazioni contro la violenza sulle donne. Forse ricordi anche quando, in piena pandemia, ha spinto i suoi follower a partecipare a raccolte fondi per infermieri e medici, senza fronzoli, con post e storie che suonavano tanto “venite con me, facciamo la differenza”. Ecco alcune cause a cui Rosalía ha prestato la sua voce: * Parità di genere (anche nelle piccole cose: una volta ha risposto grintosissima “Più donne produttori!” a una domanda sui problemi nell’industria musicale). * Lotta alla discriminazione razziale e sociale (ha partecipato a iniziative per i diritti dei migranti e dei lavoratori nell’ambito dello spettacolo). * Tutela della salute mentale – da sempre racconta l’importanza della terapia, dell’ascolto, del non vergognarsi dei momenti di fragilità. Insomma, non è il classico “impegno da copertina”: ogni suo gesto sembra scorrere dritto nelle vene del suo modo di comunicare — niente filtri, molto cuore, zero retorica. ISPIRAZIONE “AL NATURALE”: COME ROSALÍA PARLA ALLA SUA GENERAZIONE Quello che colpisce, parlandone tra amiche o scorrendo i mille commenti sotto i suoi post, è la facilità con cui Rosalía diventa esempio senza essere “guru”. Lei non ti dice mai cosa devi fare, ma ti dà la sensazione che “se ce l’ho fatta io, anche tu puoi spaccare”. C’è qualcosa di liberatorio nel suo modo di mostrarsi: capelli arruffati, unghie pazzesche, occhi sinceri e quel sorriso “malicioso” da meme. Racconta le sue fragilità, la fatica che c’è dietro al successo, i tentativi falliti, tutto con una spontaneità rara nel panorama pop. A volte basta una storia – tipo quando, ancora sconosciuta, postava i video delle sue prove in palestra o a casa, dicendo “Bisogna essere ossessionati… ma anche gentili con se stessi”. Oppure quando lancia messaggi in codice sui social, giocando con riferimenti alla sua infanzia, agli idoli di ieri e di oggi. Rosalía riesce a essere vicinissima, come la tua amica che ti scrive su WhatsApp: non è distante, irraggiungibile. Ed è per questo che milioni di ragazze, soprattutto le più giovani, la sentono come una di loro – solo che, ok, con un Grammy in borsa e un miliardo di stream in più. C’è chi dice che la sua forza sia tutta nella capacità di mescolare arte e realtà: canta, recita, fa spettacolo, ma soprattutto costruisce ponti – tra storie, tra mondi, tra generazioni. E ogni volta che lo fa, ce lo ricorda: il cambiamento vero non nasce mai da soli, ma da quella miccia che accende le idee quando meno te l’aspetti. VITA VERA, PASSIONI VERE: ROSALÍA OLTRE IL PALCO Ci sono artisti che sul palco sembrano inarrivabili, distanti quasi quanto una Galassia. Poi però li scopri nella loro quotidianità e capisci che sì, pure loro hanno le loro manie, le loro passioni, le piccole fisse a cui tengono tantissimo. Rosalía, per esempio: la vedi avvolta nei suoi look pazzeschi, ma in realtà dietro le quinte è tutto un altro mondo. Si dice sempre che la vera grandezza sta nell’essere se stessi senza filtri: ecco, Rosalía trasuda spontaneità da tutti i pori. Un dettaglio? Lei adora cucinare. Letteralmente: posta ricette sulle storie, prepara la paella per gli amici la domenica – insomma, una persona che si emoziona tanto davanti a un piatto riuscito quanto davanti a una standing ovation. E dicono che abbia una certa ossessione per la pasticceria: i dolci tipici catalani, ma anche quei mega cake pieni di glassa che vengono benissimo nelle foto, i “foodporn” degni di TikTok. ARTE, SPORT E CURIOSITÀ: LA SUA ENERGIA FUORI DAL COMUNE Ma non è solo food & chill. Rosalía è una che non si ferma mai: oltre alla musica, l’arte la strega proprio. Colleziona pezzi di street art, ama i murales coloratissimi, ed è una fan totale della fotografia – quelle polaroid sfocate, i flash sparati nelle notti di festa, la luce delle mattine storte. Questa ragazza ama anche lo sport, ma a modo suo. Non aspettarti la solita influencer-corsa-al-parco: Rosalía preferisce ballare. Si allena con il flamenco, ma anche con esercizi di forza e yoga al mattino presto (l’ha detto lei: “Nada como un poco de sudor para empezar el día”). Insomma, una specie di energia che si moltiplica tra palestra, arredamento della casa, show e challenge con gli amici. E poi c’è la sua sete di conoscenza: libri ovunque, playlist di podcast, nuova musica ascoltata in cuffia mentre viaggia in treno – tra un soundcheck e una merenda rubata. Sa di arte classica, di filosofia e pure di meme sui gatti, non pensate che si faccia sfuggire le tendenze: il suo TikTok è una miniera di chicche pop. IRONIA, AFFETTO E MOMENTI REALI: LA ROSALÍA CHE VORRESTI COME AMICA La cosa bellissima di Rosalía è che ti fa sentire sempre coinvolta. È ironica, senza paura di prendersi in giro sui social o in qualche intervista – tipo quando ha raccontato di avere un “accento strano” perché da piccola imitava le telenovelas latine. Che poi, lei le citava pure nelle caption delle foto, facendo impazzire i fan (“Si eres fan de La Usurpadora, eres de los míos”). Non mancano i momenti da vera amica: si ferma a rispondere anche ai messaggi più random dei fan, regala biglietti a chi non se li può permettere. Una volta, a Barcellona, ha visto un ragazzo cantare una sua canzone per strada e l’ha invitato a uno dei suoi concerti – tutto rigorosamente documentato su Instagram. Questo è empatia vera, quello a cui magari aspiriamo tutte: essere importanti per qualcuno, restare generose anche quando avremmo tutti i motivi per chiuderci. E poi, diciamolo: chi non vorrebbe uscire a fare shopping vintage con Rosalía, strappando consigli su dischi vecchissimi e sentendosi anche solo per un giorno parte di quella crew che vive a metà tra un videoclip e il backstage di una serie Netflix? È quella autenticità che spazza via qualunque distanza, la capacità di stare con te così come sta con i milioni di follower. E la sensazione che, dietro ogni suo successo, ci sia semplicemente la voglia di essere felice… come tutte noi, insomma. The post Rosalía: il fenomeno che ha rivoluzionato la musica latina appeared first on The Wom.
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Camila Cabello: Da Fifth Harmony alla Regina del Pop Latino
Getty Images INFORMAZIONI PRINCIPALI SU CAMILA CABELLO * Nome completo: Karla Camila Cabello Estrabao * Data di nascita: 3 marzo 1997 * Luogo di nascita: Città del Messico, Messico (registrata anche a L’Avana, Cuba) * Segno zodiacale: Pesci * Altezza: circa 157 cm * Partner: Shawn Mendes (2019-2021), altri rapporti privati * Genitori: Alejandro Cabello e Sinuhe Estrabao * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Sofia (sorella minore) * Instagram: @camila_cabello L’INFANZIA DI CAMILA: TRA SOGNI, VALIGIE E SAPORE DI CASA Quando si ascolta Camila Cabello, c’è qualcosa nelle sue note che sa di sole caldo, abbracci stretti, e malinconia dolce. Un’energia—quella che nasce quando le radici si intrecciano tra terre diverse e la nostalgia si mischia al desiderio di futuro. Camila non è solo la popstar che conosciamo dalle hit che ci ossessionano su TikTok, è prima di tutto una ragazza figlia del viaggio. Delle valigie che scricchiolano e di notti passate sognando una casa che, forse, va inventata ogni giorno. Cuba e il Messico erano la sua casa, eppure la sua casa era anche il coraggio di due genitori —Sinuhe e Alejandro— che hanno avuto abbastanza forza da scommettere tutto. Immagina una mamma che lavora come si può, ovunque e comunque, con la dignità che solo chi ha davvero poco può mostrare. E una bimba, gli occhi scuri e curiosi, che sente addosso il peso leggero e gigante di quella speranza. Camila Cabello lo ha raccontato spesso: sua mamma e suo papà sono gli eroi invisibili della sua storia. Non c’è successo senza sacrificio. E dietro ogni nota c’è una valigia piena di sogni, ma anche di paure—quelle che ti fanno stringere i denti ma anche riderci sopra, se sei bambina. SACRIFICI, SORRISI E TEMPESTE: LA ROTTA DEGLI IMMIGRATI Si parte per necessità, non per scelta. E questo Camila Cabello lo sa bene. Da piccolissima, con lo zainetto sulle spalle, ha attraversato il confine tra Messico e Stati Uniti insieme alla mamma. Un viaggio che oggi sembra un film, ma la differenza è che in questo film la protagonista aveva davvero paura. Ha raccontato che con loro c’era solo qualche vestito, qualche ricordo stretto nel portafoglio, e un pupazzetto morbido. E poi c’era l’incognito, che ti sussurra bugie e possibilità. Arrivare a Miami voleva dire cambiare lingua, amici, abitudini. Vuol dire sentirsi diversi, all’inizio quasi fuori posto. – * C’erano giorni in cui mancava tutto, anche le cose più banali come il latte fresco o una coperta calda. – * I suoi genitori prendevano lavori saltuari, si incastravano tra turni assurdi senza mai lamentarsi. – * Camila guardava la TV imparando l’inglese… ma a casa tra loro si ballava La Habanera e ci si raccontavano barzellette in spagnolo. Quel senso di “sono di qui, ma anche no”, Camila ce l’ha cucito addosso—come quando il freddo si infila sotto la porta, anche se la casa è piena di musica. Un senso che oggi trasuda in ogni sua canzone e che diventa forza: la voglia di portare il cuore cubano-messicano anche dentro la scena pop americana. Getty Images LE RADICI NON SI PERDONO (ANCHE SE CRESCONO ALTROVE) Adesso ci sembra una diva nata star, ma in realtà Camila è cresciuta in un piccolo appartamento di Miami, con una famiglia che faceva magie—tipo comprare una torta anche quando i soldi erano giusto per la spesa. Quella cultura, quei sapori (il riso alla cubana, i colori accesi del barrio), non li ha mai dimenticati. E non sono solo dettagli da intervista: sono il motivo per cui Camila mescola Spanglish e battiti latini anche in mezzo a un pop che normalmente, diciamolo, suona “made in USA”. Lei stessa ricorda: – Il profumo di caffè nero la mattina, segno che la giornata cominciava sempre con un sorriso e una speranza. – La forza silenziosa della mamma, che le ripeteva che il mondo si cambia “un passo alla volta”. – I sabati pieni di risate, amici, cibo e balli: ovunque, mai senza famiglia. Ecco perché nella sua musica la famiglia non è solo un valore, è il superpotere che si porta dietro. Camila ce l’ha insegnato, con quella faccia buffa da ragazzina che ancora si commuove ricordando quanto sia costato il sogno americano ai suoi. Identità mista —cubano-messicana, americana, migrante, figlia— ma in fondo, un cuore unico. Uno che batte sempre al ritmo di casa, ovunque tu sia. UN’AUDIZIONE VALE UNA VITA Sai quel tipo di eventi che all’apparenza sembrano una follia, e poi ti cambiano tutto nel giro di poche settimane? Ecco, l’audizione di Camila Cabello a “X Factor USA” nel 2012 è stata proprio così. Non una scena da film, ma quasi – la classica ragazza con il cappellino di lana, la voce tremante e i sogni grandi quanto l’oceano. Solo che Camila, a differenza di tante altre, aveva qualcosa di più: una fame di musica che si vedeva dagli occhi, una determinazione che bucava lo schermo attraverso i suoi sorrisi timidi. Quando fu messa insieme alle altre quattro ragazze – Ally, Normani, Lauren e Dinah – per formare le Fifth Harmony, l’alchimia fu immediata. Cioè, non era la sorellanza perfetta delle sitcom, diciamolo. Ma quando salivano sul palco e iniziavano a cantare “Impossible”, succedeva una cosa magica: tutte le insicurezze sparivano, si creava un’energia… da pelle d’oca. Getty Images CRESCERE SOTTO I RIFLETTORI: GIOIE, ANSIE E SELFIE Diventare una star mondiale a soli 16 anni, fare video che vanno in tendenza su YouTube, essere catapultata nei backstage con coreografi, stylist, fan esaltate e le prime valanghe di selfie: non c’era tempo di digerire tutto. Immagina, da una cameretta condivisa con la sorellina a girare il mondo, tra tour, interviste, red carpet e il primo vero assaggio di successo. All’inizio tutto era nuovo, quasi surreale. Tanti risvegli nelle camere d’albergo senza ricordarsi in che città si fosse. Il calendario fitto di showcasi, premi, incontri. A volte Camila scherzava con le ragazze: “Ma questa settimana dove siamo, Parigi o Miami?”, ed è lì che capisci quanto devi essere solida per non perdere il controllo. I social iniziavano a strabordare di tag e meme. E se ogni tanto qualcuna di loro metteva i filtri a caso (tipo le orecchie da coniglietto su Snapchat), era solo per sentirsi ancora normali nel marasma del pop. TRA RISATE, LACRIME E SEGRETI SUSSURRATI NEL TOUR BUS Non erano tutto zucchero filato e unicorni, eh. Cinque ragazze, ognuna con la propria storia, chi più chi meno introversa, che convivono sotto pressione e condividono tutto: fame, sogni, palchi e insicurezze. La routine tipo delle Fifth Harmony era un giro sulle montagne russe, con piedi a terra e testa tra le nuvole. * Gli screzi su chi avesse il miglior outfit per MTV. * Le risate per battute sceme fatte a notte fonda prima di addormentarsi. * I silenzi carichi dopo qualche discussione (“Uff, di nuovo quella questione?”). * Le lacrime, certe volte, quando la nostalgia di casa faceva più rumore della musica. Non tutte le relazioni restano sempre uguali. Alcune diventano più forti, altre si consumano sotto la luce accecante dei riflettori. Camila, in questo mix frizzantino, era la più “cuore aperto”: sincera, sensibile, sempre pronta a parlare dei suoi dubbi o delle sue gioie con sincerità. DA “RAGAZZA NORMALE” A DONNA CHE SA COSA VUOLE Gli anni con le Fifth Harmony hanno forgiato la Camila Cabello che conosciamo oggi. Lei ha imparato il valore della determinazione – quella vera, che hai quando ti accorgi che il palco è bello, ma fuori ci sono le tempeste dell’adolescenza e della competizione. Stare in un girl group ti insegna anche il potere della collaborazione, ma soprattutto il coraggio di non spegnere mai la propria voce autentica, anche se il rumore intorno diventa assordante. Camila Cabello durante quei primi anni non ha mai perso la bussola: con tutte le sue insicurezze, la nostalgia di casa e quell’irrefrenabile bisogno di essere vera, ha mostrato che si può essere star globali e restare, dentro, “la ragazza della porta accanto”. Magari dopo uno di quei concerti oceanici si chiudeva in camerino, chiamava mamma su FaceTime e parlava del nuovo trend di TikTok, giusto per ricordarsi da dove tutto era partito. IL CORAGGIO DELLA SCELTA: LA CARRIERA SOLISTA Quando Camila decise di staccarsi dalle Fifth Harmony, mica fu una passeggiata rilassante al parco. Sì, fuori sembrava tutto patinato e instagrammabile, ma dentro di lei c’era una tempesta. Chi non l’ha mai provato? Quella sensazione dolce e amara di capire che, per quanto qualcosa abbia dato, adesso stringe, come quei jeans bellissimi che però non ti fanno respirare. Camila sentiva che la sua anima aveva bisogno di aria nuova, di spazio e, soprattutto, di voce. Però, lasciare un gruppo così amato, dopo anni di sudore condiviso, non è solo un “ciao, ci vediamo”. È come dire addio a una versione di te stessa, quella che aveva conquistato il mondo della pop culture, scattato selfie in ogni backstage, vissuto migliaia di meme su Twitter. E poi la paura: “E se tutto crollasse? E se da sola fossi niente?” La paura del giudizio, delle critiche feroci che fanno più rumore dei complimenti. Mica facile diventare “la ragazza che ha lasciato le Fifth Harmony”. Eppure, dentro di lei ribolliva un desiderio di libertà che bruciava come quando fuori c’è il sole e tu vuoi solo tuffarti. Ecco, in quei mesi Camila probabilmente ha imparato che il coraggio non è “non avere paura”, ma fare le cose anche se quelle paure ti stringono la pancia. Si è ritrovata a rileggere i suoi sogni da bambina, quelli che scriveva su un quaderno pieno di cuoricini, e ha scelto di non lasciarli impolverare. Quando ha detto “basta, provo davvero”, ha fatto il suo salto. E non è che il mondo abbia subito lanciato coriandoli: si è dovuta guadagnare ogni metro del suo nuovo percorso. I riflettori si sono trasformati in una lente di ingrandimento: ogni sua mossa, ogni parola, ogni scelta stilistica finiva sotto giudizio. Però lei non si è tirata indietro, anche se all’inizio sembrava una partita contro tutti: * I fan delle Fifth Harmony a volte la guardavano come una traditrice, quasi una protagonista di una serie Netflix in cui nessuno sa di chi fidarsi. * I detrattori la definivano “l’ennesima popstar che ci prova da sola e poi sparisce”. * I produttori ridevano bonariamente, dicendo: “Vediamo se porta il suo ritmo latino anche qui, fra i veri grandi”. Ma Camila, cocciuta come poche, si è buttata. Anzi, si è tuffata senza più cercare il bagnino. E lì sono arrivate le prime importanti collaborazioni, quelle che fanno la differenza: * Ha lavorato con Shawn Mendes – sì, proprio lui, quello delle hit che ci fanno sognare l’amore estivo – per il brano “I Know What You Did Last Summer”. * Ha incontrato produttori come Pharrell Williams, che le hanno insegnato come giocare con le contaminazioni sonore, mescolando pop, trap, ritmi latini. * Si è lanciata in featuring con Major Lazer e Machine Gun Kelly, come se dicesse “io provo tutto, anche quello che non conosco, perché solo così posso capire chi sono davvero”. Non si trattava più solo di note e di testi, ma di identità. Camila voleva essere padrona della sua narrazione, scegliere il ritmo, il messaggio, persino il modo in cui entrare in scena: scarpe comode o tacchi, capelli mossi o raccolti – ogni dettaglio diventava una dichiarazione d’intenti. E dietro ai riflettori, lei stessa ha confidato in più interviste quanto fosse difficile, all’inizio, entrare in sala d’incisione senza le amiche di sempre, senza quei riti pre-concerto ridicoli che solo loro capivano. Ma in quegli attimi di silenzio, Camila ha trovato la sua voce. E quel coraggio, fragile ma esplosivo, ha acceso la miccia che l’avrebbe portata – proprio di lì a poco – verso “Havana” e il vero abbraccio del mondo intero. UN RITMO CHE CONQUISTA: LA NASCITA DI “HAVANA” Quando “Havana” è arrivata sulle nostre cuffie, sembrava che l’estate si fosse trasferita nel cuore di tutti noi. Prima di allora, Camila Cabello era conosciuta soprattutto come la “ex Fifth Harmony”, una ragazza dal sorriso timido che aveva avuto il coraggio di andare per la sua strada. Con “Havana”, però, succede qualcosa di magico, come quando scarti un regalo e dentro trovi proprio quello che speravi ma non sapevi di volere. Il mix di sonorità latine, il pianoforte sincopato tutto “oh na-na-na”, quella tromba un po’ nostalgica ma sexy – sembrava quasi che Cuba fosse esplosa dentro il pop mondiale. Ci sono pochissime canzoni che riescono a portarti immediatamente in un altro paese, figurati in una capitale tanto iconica. Camila l’ha fatto con una leggerezza sfrontata. E, dettaglio non da poco: questa canzone non è nata per diventare una hit radiofonica. Anzi, all’inizio in pochi ci credevano davvero. Secondo un racconto divertente tra fan su Twitter, Camila aveva litigato con se stessa per giorni e giorni su quale sarebbe dovuto essere il singolo di lancio. Aveva detto: “Se mi butto, mi butto davvero con questa, anche se mi dicono che magari non funziona”. IL FASCINO LATINO: RADICI CHE DIVENTANO POP “Havana” non è solo un pezzo ballabile: è una dichiarazione d’identità. Mentre tutto il mondo occidentale era ancora mezzo stupito dalla febbre latina di “Despacito”, Camila Cabello l’ha portata a un altro livello. Cioè, non è solo lo spagnolo buttato qua e là per ridere. Qui la lingua è un fluire caldo e naturale, mescolata all’inglese proprio come succede nei pensieri di una vera “hyphenated Latina” (quelle ragazze che vivono a metà tra due mondi, diciamolo). Parlando proprio di influenze, Camila ha raccontato più volte che sua madre le cucinava mentre ascoltava Gloria Estefan e Celia Cruz. Ma il bello è che queste radici emergono anche nei dettagli moderni: la produzione di Pharrell Williams, il cameo di Young Thug. Questa è una canzone-puzzle: Cuba, Miami e la forza delle donne forti, tutto in tre minuti e mezzo. Spesso mi capita di pensare che “Havana” non sarebbe potuta nascere da nessun’altra voce. Nel ritornello, c’è quella specie di frenesia innamorata, ma anche la malinconia di chi la propria casa la porta in tasca, ovunque vada. Letteralmente, c’è dentro il batticuore di chi sogna. UN MESSAGGIO DI LIBERTÀ E INDIPENDENZA “Havana”, sotto i ritmi caldi e il canto spensierato, trasmette molto più del semplice racconto di un amore. È l’incarnazione della nuovo Camila: libera, sfrontata, padrona della propria narrazione. Anche il testo, tradotto, dice molto più di quello che sembra: parla di lasciarsi andare, di mettere davanti a tutto ciò che ci rende veri, anche se significa rischiare. C’è una leggenda metropolitana secondo cui Camila, dopo il boom della canzone, ha ringraziato dal palco sua nonna – abbracciando il tema delle radici familiari in diretta, tra lacrime e battiti di mani. In fondo il messaggio vero di “Havana” è che puoi lasciarti dietro mille paure, però il cuore resta sempre dove tutto è cominciato. E questa possibilità di tornare, nella musica e nella vita, è una specie di superpotere. Per molte ragazze (spoiler: anche per chi scrive), “Havana” è diventata un inno personale. Prova a mettere su le cuffie e ballarci sopra davanti allo specchio: succede qualcosa di magico. Come se per un attimo tutte le timidezze scivolassero via. IL RAPPORTO SPECIALE CON IL PUBBLICO E LA CAMILA “NUOVA” Dal giorno dell’uscita di “Havana”, nulla è stato più come prima. Camila Cabello non era più l’ex componente di una band, ma una cantante in grado di smuovere emozioni e culture. Su Instagram, è apparsa spesso nei video dove balla sulle note della sua canzone insieme ai fan: risate, passi maldestri, spesso a casa, scompigliata, super spontanea. Una popstar con cui si ride e ci si sente capiti. E non è solo una questione di like. Negli anni, “Havana” è stata remixata, imitata, ballata su TikTok migliaia e migliaia di volte. I fan raccontano che dopo aver ascoltato la canzone si sono sentiti più vicini sia alle proprie radici che a quello che vogliono diventare. In fondo, come ha scritto una ragazza su Twitter una volta, “Havana mi ha insegnato che il cuore bisogna portarlo sempre all’avventura, anche se fa paura”. Con “Havana”, Camila Cabello ha rubato la scena e il cuore di milioni. Ma soprattutto ha cambiato per sempre la percezione di sé come artista libera: ora, ogni palco è casa sua. E ogni fan, un po’ di più, la sente sorella. AMARE CON TUTTA SE STESSA: TRA CUORI IN SUBBUGLIO E SORRISI MAI SPENTI Quando penso a Camila Cabello e alle sue relazioni sentimentali, mi viene in mente una di quelle ragazze che vedi in un parco, seduta su una panchina, capace di ridere di se stessa anche dopo aver appena pianto. C’è qualcosa di profondamente autentico nel modo in cui Camila vive l’amore: né diva distante né principessa delle favole. Più che altro, una giovane donna che mette il cuore dove altri metterebbero solo delle storie Instagram, insomma. La sua storia più iconica? Beh, impossibile non parlare di quei mesi in cui lei e Shawn Mendes sembravano la reincarnazione versione pop di Ross e Rachel di “Friends”, anche senza la pausa di mezzo. Ecco, il loro rapporto era così: fatto di selfie abbracciati, video dolcissimi su TikTok, mani intrecciate alle feste… e sì, anche un paio di paparazzate che hanno fatto impazzire i fandom. Persino chi, come me, di solito diffida delle “coppie del pop” ha dovuto ricredersi davanti a quei piccoli dettagli che non puoi fingere: la complicità negli sguardi rubati o il modo in cui ridevano insieme come due ragazzini al primo appuntamento. Dopo la fine della storia, Camila ne ha parlato con una sincerità che mi ha spiazzato – “L’amore non sparisce solo perché ti lasci”, ha detto, “continua a far parte di te, in una nuova forma”. Queste sono parole che sembrano scritte in una domenica di pioggia, con il cuore aperto. IL SOSTEGNO SILENZIOSO: GLI AMICI E LA FAMIGLIA SEMPRE SULLA SCENA Ma Camila non sarebbe Camila senza quel piccolo esercito di amici veri e una famiglia che è, letteralmente, la sua ancora e il suo vento. La mamma, Sinuhe, è costantemente sullo sfondo delle sue stories. A volte ti viene quasi da pensare che, più che la popstar internazionale, Camila sia ancora quella ragazza appena arrivata a Miami, con la valigia piena di sogni e la mamma che controlla di averle messo la merenda. C’è una dolcezza quasi “anni ‘90” in questa relazione, come nelle sitcom dove la mamma ti aspetta con la cioccolata calda quando torni a casa da una giornata no. Nel gruppo dei suoi amici storici, pochi fronzoli e tanti abbracci. Non si tratta solo di *colleghi di lavoro*, ma di: * Complicità costruita tra una pizza e una confessione notturna * Messaggi vocali chilometrici quando la nostalgia bussa alla porta * Gesti piccoli, tipo fare una sorpresa in aeroporto o organizzare una maratona Netflix improvvisata Anche il suo rapporto con i collaboratori sembra più una grande famiglia allargata che un insieme di addetti ai lavori. Il rispetto e l’affetto viaggiano mano nella mano con la professionalità. Quando un produttore racconta che Camila porta cupcakes per tutti in studio, non è una trovata di PR ma esattamente quello che ti aspetteresti da lei: la ragazza che vuole che tutti si sentano a casa. Gli aneddoti su di lei che consola chi ha sbagliato una nota o che esulta per le vittorie altrui fanno il giro dei social, e diventano subito virali su TikTok, perché si percepisce che non è una posa. AMICIZIA, AMORE E CRESCITA: LA VERA RIVOLUZIONE DI CAMILA A pensarci bene, i legami per Camila sono la vera benzina creativa. Le sue canzoni più intense nascono proprio da queste montagne russe emotive, tra amicizie sincere e amori vissuti fino in fondo. Camila non indossa maschere, anzi: mostra la pelle vera, fatta di cicatrici ma anche di sogni buoni come pane fresco. Ci sono momenti in cui le sue canzoni sembrano la colonna sonora di tante relazioni delle ragazze che la ascoltano – litigi, riappacificazioni cantate a squarciagola in macchina, promesse e addii pieni di malinconia. Nelle interviste, Camila rivela una verità preziosa: “Non ci si protegge dal dolore, si impara a capirlo”. Ecco, questa non è solo filosofia pop, ma il suo modo di restare umana, nonostante tutto il rumore di fondo. Forse, ascoltando la sua musica o leggendo i suoi post, anche noi impariamo a vivere i nostri legami con un po’ più di coraggio e – perché no? – con il cuore spalancato così, senza paura. UNA BUSSOLA INTERIORE TUTTA SUA Quello che davvero distingue Camila Cabello – più ancora della voce, dei capelli lunghi che sembra uno spot Pantene o del sorriso da “girl next door” – è il suo sistema di valori. Sì, lo so, suona come una di quelle frasi da influencer bio su Instagram, tipo “love, peace, music”, ma con lei è una faccenda seria. Camila è cresciuta tra due mondi, Cuba e Miami, e ha dovuto capirlo in fretta cosa vuol dire essere vista come “l’altra”, quella che deve farsi spazio, spesso anche a costo di sembrare fuori posto. Questa sensibilità verso chi viene messo da parte, o verso le ingiustizie, è diventata un faro per lei. Non solo nelle sue canzoni: anche nei gesti quotidiani, nel modo in cui sceglie di esporsi. Lo si nota dal modo in cui si esprime sui social, sempre autentica (mai troppo patinata, mai troppo calcolata), anche quando risponde ai commenti più cattivelli o quando parla delle sue paure e delle sue insicurezze. Questa “antenna speciale” – la chiamo così – le permette di percepire al volo la sofferenza degli altri, ma anche di trasformare tutto in qualcosa di positivo, in un messaggio di incoraggiamento. Il suo carattere solare e la forza quasi contagiosa si respirano nei suoi post, nei suoi live, negli abbracci ai fan, persino nei TikTok scemi dove balla con la nonna. Forse, è questo il suo superpotere vero. IL CORAGGIO DI STARE “A PELLE SCOPERTA” Non è facile, in un mondo dove tutti sembrano filtri e perfezione, mostrarsi per quello che si è davvero. Camila Cabello lo fa, e non da ieri. Ha iniziato a parlare apertamente di fragilità e attacchi di ansia quando era ancora nel pieno del successo con le Fifth Harmony – cioè, quando avrebbe dovuto solo brillare senza mai sudare una lacrima. Ha raccontato dei suoi attacchi di panico, del sentirsi inadatta, degli insulti sui social. Ma invece di chiudersi, ha fatto una cosa a dir poco rivoluzionaria: si è tolta l’armatura e ha detto al mondo, in sostanza, “Ehi, capita anche a me! E va bene così.” Esempi? * Quando ha postato un selfie senza trucco dopo una notte difficile, per dimostrare che la forza non è solo apparenza. * Quando, durante un’intervista, ha confessato di aver pensato di mollare tutto, ma la passione per la musica e il sostegno della sua famiglia l’hanno fatta rialzare. * Quando ha risposto con toni ironici a chi la criticava per il suo corpo, lanciando il messaggio, chiaro come il sole di Miami, che “nessuno ha il diritto di decidere come dovresti essere”. Questo coraggio la rende una presenza fresca, mai distante. È la sorella maggiore che ti dice di non vergognarti se crolli, ma anche che “con un po’ di glitter e buona musica passa tutto”. Un approccio tutt’altro che forzato, perché chi la segue percepisce che non ci sono filtri sulla sua forza interiore. Solo tanta verità. RESTARE SE STESSI QUANDO TUTTO CAMBIA La determinazione di Camila Cabello a restare fedele a se stessa è diventata quasi proverbiale. Sembra una di quelle frasi che si appendono sulla bacheca, lo so, eppure nelle sue scelte questa cosa si vede, eccome. Dal lasciare le Fifth Harmony (che ok, yes girl power, ma pure un po’ tempesta emotiva, no?) al reinventarsi come superstar solista, ha sempre seguito la sua “bussola interna”. Cosa la rende davvero fonte di ispirazione per tante giovani donne? Secondo me (e secondo molte delle sue fan): * L’idea che non devi per forza piacere a tutti per avere valore. * Che le ambizioni non sono un difetto, ma un motore. * Che la fragilità non cancella la forza, anzi può renderla più autentica. * Il rispetto verso le proprie radici e l’onestà con cui racconta la sua storia, anche quando non è perfetta da copertina. In un’epoca di filtri-pop e “fintitudine”, Camila Cabello è una ventata d’aria vera. E non è solo quello che fa, è proprio come lo fa: con un sorriso, sì, ma anche con determinazione. Perché prima di essere una regina del pop, resta una ragazza che cerca, ogni giorno, di essere la versione più autentica di se stessa. E questa è la vera rivoluzione. L’ATTIVISMO TRA PALCO E SOCIALE: QUANDO CAMILA CABELLO ACCENDE I RIFLETTORI SULLE CAUSE CHE LE STANNO A CUORE Voglio essere sincera: vedere una popstar che non solo usa la sua voce per fare hit, ma anche per risvegliare coscienze… beh, io ci vado in brodo di giuggiole! Camila Cabello è proprio questo tipo di persona, e se pensi che sia attiva solo sul palco, ci sono mille motivi per farti cambiare idea. Lei, tra un beat latino che ti fa ballare la salsa da sola in cucina e una ballad che ti fa piangere in macchina alle undici di sera, trova sempre il modo di mettersi in gioco anche fuori dalla musica. Iniziamo dal primo tema che le infiamma il cuore: i diritti degli immigrati. Camila non ne ha mai fatto mistero: il suo passato da migrante, arrivata piccolissima da Cuba negli USA insieme alla mamma, l’ha resa super sensibile a tutte le storie di chi sogna una vita migliore. Non sono solo parole, ci ha messo la faccia più e più volte: * Durante proteste e manifestazioni, la si vede spesso sorridente ma determinata, cartello in mano, pronta a gridare che “no one is illegal on stolen land” (nessuno è illegale su una terra rubata). * Ha sostenuto la campagna per i Dreamers, cioè i giovani immigrati cresciuti negli USA, minacciati dalla politica anti-immigrazione. Alcuni suoi post su Instagram sono diventati virali, esempi perfetti di come si possa usare un social come filo diretto per l’attivismo. * Nel 2019 si è presentata ai Latin Grammy con un abito che riportava la scritta “familia” ricamata sopra, quasi fosse una seconda pelle, omaggio alle radici e ai valori di chi non dimentica mai da dove viene. Ma non pensare che sia “solo” una questione di origini: la sua voce risuona anche quando si tratta di lotta contro il razzismo. Ricordo ancora quando nel 2020, dopo l’omicidio di George Floyd, molti artisti si sono allineati a Black Lives Matter. Camila però ha fatto un passo ulteriore: ha riconosciuto pubblicamente di avere avuto in passato comportamenti non corretti sui social – ha chiesto scusa, ci ha messo cuore e umiltà. Un esempio di come si può ammettere di sbagliare e lavorare davvero su se stessi, con l’intenzione di essere un alleato e non solo una spettatrice. Per questo ha sostenuto organizzazioni come Save The Children, Black Girls Code, e ha raccolto fondi per famiglie colpite da discriminazioni razziali. Infine – e qui la ammiro tantissimo – Camila è una delle poche popstar che non ha paura di parlare apertamente di benessere mentale. In un mondo digitale dove sembra che l’unica regola sia sembrare perfetti, lei racconta che sì, ha sofferto di ansia; sì, le è capitato di sprofondare in momenti bui. Ma non lo fa con pose da guru spirituale, lo fa in modo reale, tipo: “Se volete saperlo, ho cominciato a stare meglio solo quando ho chiesto aiuto.” Una frase semplice, ma potentissima. E poi, concretamente: * Ha lanciato l’iniziativa “Healing Justice Project”, destinata a finanziare servizi psicologici per le comunità latine e nere negli States. * Supporta programmi scolastici che aiutano i giovani a prendersi cura del proprio benessere emotivo: tipo, mindfulness, meditazione, e anche quelle chiacchierate tra amici che ti salvano dall’overthinking. Mi ha colpito leggere che, poco fa, una fan le ha scritto su TikTok “grazie perché hai normalizzato l’idea di chiedere aiuto”. E lei, con quella sua sincerità che spiazza, ha risposto: “Se mi volete vedere sempre perfetta, avete sbagliato persona!”. Ecco, Camila è così: vera anche nelle sue battaglie, e per questo la sua voce fa davvero rumore. The post Camila Cabello: Da Fifth Harmony alla Regina del Pop Latino appeared first on The Wom.
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Ariete la nuova stella della musica italiana tra cuore, valori e libertà
Getty Images LE PRINCIPALI INFORMAZIONI DU ARIETE * Nome completo: Arianna Del Giaccio * Data di nascita: 27 marzo 2002 * Luogo di nascita: Anzio (Roma) * Segno zodiacale: Ariete * Altezza: (dato non confermato pubblicamente) * Partner: (informazioni riservate o non pubbliche) * Genitori: (informazioni non pubbliche) * Figli: nessuno * Fratelli/Sorelle: (informazioni non pubbliche) * Instagram: @iosonoariete GLI INIZI DI ARIETE TRA NOTE E SOGNI Nascere ad Anzio ha un sapore tutto particolare; è come partire da una ballata lenta, con l’odore salmastro del mare e le voci di famiglia in sottofondo la domenica mattina. Ariete, all’anagrafe Arianna Del Giaccio, respira la musica già da piccola, tra finestre spalancate e i rumori di una casa dove il silenzio proprio non esiste. Il suo primo amore? Assolutamente la chitarra, anche se il pianoforte non si è fatto aspettare troppo. Voglio dire, chi non si è mai ritrovata a sognare davanti ai tasti bianchi e neri, immaginando di poter raccontare tutto, ma proprio tutto, con una melodia? La sua infanzia ad Anzio è quella che ti fa venire voglia di scrivere una canzone solo per ricordarla. Una scuola vicina al porticciolo, i pomeriggi passati tra amici, le prime playlist su Spotify da condividere con le amiche storiche. Ma Ariete non è mai stata una ragazzina qualsiasi. Non ti sto parlando della solita storia della tipa che cantava solo sotto la doccia, eh! Arianna cresce in una famiglia che la sostiene come poche, dove la musica si ascolta, si suona, si discute. E il bello è che tutto avviene senza pressioni, senza quei discorsetti tipo “fai la cosa giusta” che spesso ti incastrano. No, qui c’è sempre stata libertà di provare, sbagliare, ricominciare. Immaginatela: lei, ragazzina con occhi dolci ma decisi, si infila nella stanza dei genitori a rubare attenzioni con una canzone nuova o qualche riff provato stropicciando le corde della chitarra della mamma. Ehhh, la mamma di Ariete, figura praticamente mitologica per chi la segue: sempre pronta ad ascoltarla, pure quando ripete la stessa strofa venti volte. Insomma, la classica casa dove il talento non viene chiuso a chiave, ma lasciato libero di prendere aria come il bucato steso al sole. La musica per lei non è una scelta, è più come una piccola ossessione gentile. Chiama la chitarra la sua alleata nei giorni no, il pianoforte diventa una coperta nei momenti d’ansia. E a scuola, mentre gli altri preferiscono i pomeriggi a gelato, lei si tuffa nelle lezioni di musica, tra giri di Do e battiti di cassa elettronica presi da internet. A tredici anni appena, Ariete comincia a mettersi in gioco nelle prime serate live locali: locali piccoli, spesso pieni solo di amici e genitori di altri ragazzi. Ma lì, tra un cavo e un microfono traballante, nasce qualcosa di vero, di crudo, che rimane. Lei canta e si racconta, senza mettersi filtri, e questa cosa – fidati – traspare nella pelle quando ascolti le sue canzoni oggi. Ariete però non è una giovane che si accontenta. C’è *sempre* quella fame di mettersi in discussione, quel brillio negli occhi che viene solo a chi sogna in grande. Così, ancora minorenne, scocca la scintilla: perché non andare a X Factor? Cioè, chi da ragazzina non ci ha mai pensato almeno una volta? Ma per lei è tutto tranne che un capriccio: ci arriva carica, con le mani che tremano, la voce che punta dritta al cuore. La scelta di partecipare a X Factor non è solo una vetrina, è una sfida contro se stessa, una prova per vedere fin dove può spingersi quel suo modo strano di sentire le note. La famiglia ovviamente è con lei – non resa di glamour né fanfare da TV, ma quella presenza vera, tipo zaino sulle spalle nelle gite scolastiche. E le amiche, quelle poche ma fedelissime, la sostengono su Instagram, la taggano nei meme, le inviano vocali chilometrici “dai che spacchi, ti prego” la sera prima delle selezioni. E questa energia, positiva e concreta, si sente proprio nelle prime clip dove Ariete canta davanti ai giudici: nessun filtro, nessuna posa. Solo una ragazza che ha il coraggio di essere vulnerabile, fragile, colorata di un’umanità che riconosci subito, istintivamente. Gli inizi di Ariete sono quelli in cui la musica è complicità e sogno insieme, dove tutto fa ancora paura ma tutto sembra anche possibile. E se racconta delle sue radici, si sente un calore inconfondibile: la sua musica, dall’inizio, è stata un modo per riportarsi a casa, per ricordare chi è davvero, tenendo saldi quei valori imparati tra il mare di Anzio e il rumore delle prime accordature. Non c’è trucco, non c’è inganno, solo spontaneità e il desiderio di lasciare il segno. E, per una ragazza della GenZ, questa è già una piccola rivoluzione. Getty Images DALLE PRIME TRACCE INDIPENDENTI AL PRIMO CONTRATTO: IL VERO SALTO C’è un momento preciso in cui capisci che la musica di Ariete sta cambiando aria. Siamo dopo l’esperienza a X Factor, quando anche chi non la seguiva ancora sente, magari su Instagram o su TikTok, quelle prime note di “Quel bar”. Quel pezzo arriva, quasi di nascosto, come se fosse una poesia sussurrata davanti al mare: un indie che sembra nato per racchiudere le serate d’estate quando non vuoi tornare a casa. Ariete lo pubblica senza grandi mezzi, indipendente e autentica, con la voce che graffia la pelle e il cuore insieme. Forse è proprio lì che inizia davvero tutto: perché chi ascolta quei brani fatti in camera, magari tra un cuscino e una tazza di tè, sente che c’è qualcosa di diverso, di vero. E quando arriva la firma con Bomba Dischi, succede quello che si sente solo nei film: la sensazione che una ragazza che scrive canzoni per salvarsi le notti ora può davvero farle ascoltare al mondo. È una di quelle label che capiscono quando c’è qualcosa da dire, cioè la scintilla giusta — e Ariete ce l’ha. I suoi brani girano sulle storie, tra le amiche che si lasciano e poi si riprendono, e il nome di Ariete comincia a circolare come un meme che però, al contrario, non ti stanca mai. SPAZIO, “18 ANNI” E LE PRIME GRANDI EMOZIONI DAL VIVO Lo ammetto: ricordo ancora la sensazione di sentire dal vivo per la prima volta “Spazio”. Quella specie di brivido sottopelle che ti prende quando finalmente riesci a riconoscere qualcuno che canta quello che spesso non sai neanche mettere in parole. L’EP “Spazio” arriva subito dopo aver firmato con Bomba Dischi e ti si attacca addosso. È crudo, diretto. Niente tappeti rossi: subito la realtà, le storie di provincia, la voce un po’ spigolosa e dolcissima che ti dice “guarda che si può essere fragili e forti insieme”. Poi arriva “18 Anni”, il primo vero successo. Un disco adolescenziale ma maturo, una raccolta di confessioni buttate fuori come vocali WhatsApp infiniti che mandi quando hai bisogno di buttare tutto giù e nessuno ti risponde. E invece la risposta c’è, e sono centinaia, migliaia di ragazze e ragazzi che si riconoscono in quei testi. Se sei stata a uno dei suoi primi live lo sai: si entrava spesso nei locali piccoli, con i muri pieni di scritte, la gente stretta, il vociare da festa. Quando partiva la chitarra e Ariete saliva sul palco, succedeva una roba particolare: tutto si zittiva, le voci si spegnevano. Lei chiudeva gli occhi e quasi sussurrava una verità universale che stava dentro di te e non te ne eri neanche accorta. E poi tutti a cantare in coro, con quella complicità magica che solo i concerti più veri sanno creare. COLLABORAZIONI, STUDIO E PICCOLI SEGRETI DAL BACKSTAGE Quello che colpisce di Ariete, davvero, è la sua voglia di fare gruppo. Non è la classica artista “one woman show”, ma una che ama condividere — basta guardare le sue storie con gli Psicologi, con Alfa, o con Frah Quintale. Ogni collaborazione sembra un capitolo di un diario pieno di citazioni, disegni a penna e sorrisi presi al volo. “Tatuaggi”, la hit con gli Psicologi, sembra quasi scritta in una notte tra amici, di quelle finite troppo tardi tra chiacchiere e pizza fredda. 1. Ariete in studio non è quella che ti aspetti: zero pose. Si mette comoda, si toglie le scarpe, prende la chitarra e inizia a cercare le parole come fossero conchiglie sulla spiaggia. 2. Spesso lascia brani a metà per giorni, a volte li finisce in una notte sola: segue l’onda dell’ispirazione come chi rincorre l’ultima metro. Sul palco, invece, Ariete è esattamente come la vedi su Instagram, solo con molta più energia reale: emozionata che quasi arrossisce, ma capace di urlare le strofe come se stessero uscendo davvero dal centro dello stomaco. Una volta, durante un mini-live a Milano, ha dimenticato una strofa, si è messa a ridere e ha chiesto al pubblico di aiutarla. Tutti sono partiti insieme, e la canzone è diventata ancora più bella, come un abbraccio collettivo. Ecco, io credo che in questa fase si sia davvero vista la forza di Ariete: una che mette a nudo le proprie fragilità e scopre che in fondo non siamo soli se impariamo a cantarle insieme. LA PRIMA VOLTA AL FESTIVAL: TRA EMOZIONE, VERTIGINE E SVOLTA Quando Ariete è salita sul palco del Teatro Ariston per la prima volta, aveva lo sguardo di chi sa che sta scrivendo una nuova pagina della propria storia. Niente di studiato o artefatto: sembrava di vederla ancora quella ragazza in felpa oversize che, fino a poco tempo fa, suonava con gli amici e postava stories dopo una pizza al volo. Ariete a Sanremo non era solo “un’altra in gara”, era una giovane donna cresciuta troppo in fretta, pronta a portare finalmente la sua voce fragile e magnetica su una delle vetrine più importanti della musica italiana. L’atmosfera era quella sospesa che solo il Festival riesce a creare: tutto patinato, luci forti, milioni di occhi incollati agli schermi. Eppure, Lei sembrava a suo agio: è come se si fosse presa lo spazio che le spetta, senza dover urlare. Se ci pensi, un palco così può essere una roulette russa per un’artista come lei—così autentica, così fedele all’idea che “meno trucco, più verità”. Eppure, la magia è successa davvero Getty Images LA SCELTA DI “MARE DI GUAI”: UNA BALLATA CHE SPACCA Non era affatto scontato portare a Sanremo una ballata come “Mare di guai”. Di solito quel palco si aspetta fuochi d’artificio, superproduzioni, coreografie. Ma Ariete ha scelto di portare semplicemente sé stessa e una storia che sentiva sua, senza filtri. “Mare di guai” è una canzone che parla di perdita, di nostalgia salmastra, di quei momenti in cui pensi di affogare nei ricordi ma invece poi impari a galleggiare. La scelta non è arrivata per caso. Anzi, in un’intervista Ariete ha raccontato che sentiva l’urgenza di portare qualcosa di vero. E si sente—dall’arrangiamento scarno, alla voce rotta qua e là, alle parole che sembrano letteralmente “uscite dalla chat”. Un po’ come quelle volte in cui mandi un vocale alle tre di notte solo per svuotarti il cuore. Il fascino di “Mare di guai” sta qui: * Porta una vulnerabilità che non puoi fingere. * Fa venir voglia di mandare un “Mi manchi” anche se ti sei ripromessa di non farlo più. * Suona come la colonna sonora perfetta mentre guardi le onde a fine stagione, con quel magone che non sai bene spiegare. Parlare apertamente di sentimenti, paure e rimpianti—senza mascherarli con giri di parole—è stato un atto di coraggio che ha parlato soprattutto al pubblico femminile: ragazze, donne che si sono riconosciute in quelle fragilità. L’IMPATTO SULLA CARRIERA: DA OUTSIDER A SIMBOLO Dopo Sanremo, si può dire che “Ariete è esplosa” è riduttivo. È successo qualcosa di più profondo. Quel palco l’ha consacrata come voce della GenZ, ma anche come artista capace di dialogare con persone di età, mondi e vissuti diversissimi. Le playlist su Spotify si sono riempite di “Mare di guai”—ma soprattutto, i social si sono accesi di storie, meme, reaction. Piccola lista delle cose successe dopo: * Migliaia di meme su TikTok con le sue frasi più iconiche (spoiler: alcune le ha condivise anche lei nelle sue stories). * Un vero boom di streaming, con la canzone che rimbalzava ovunque, dalle cuffiette in metro alle casse sul lungomare d’estate. * Standing ovation nei live, con il pubblico che per la prima volta cantava tutti insieme ogni singola parola—e diciamocelo, brividi. Il punto è che Ariete non è solo piaciuta, è diventata *necessaria*. Ha colmato un vuoto: quello delle canzoni intime senza paura di cadere nel sentimentale, quello di una rappresentazione genuina dove puoi essere sensibile e forte, innamorata e arrabbiata, tutto insieme. UNA CRESCITA PERSONALE A RITMO DI NOTE Sanremo non è stata solo una vetrina: è stata una scuola di vita. Ariete l’ha detto chiaramente—ha imparato a gestire la pressione, ad accettare i propri limiti, a trovare una nuova postura sul palco e nella vita. Non è uscita indenne, ma sicuramente “più corazzata”—ma senza perdere quello sguardo un po’ spaesato, felice di essere dove non avrebbe mai creduto di arrivare. Quell’esperienza l’ha aiutata a: * Fidarsi di più del proprio istinto. * Parlar chiaro, anche quando fa paura. * Aprirsi ancora di più col pubblico, soprattutto sulle insicurezze (come la paura di non “bucare” lo schermo). La verità è che dopo Sanremo niente è stato più uguale. Sono arrivate nuove collaborazioni, porte spalancate, occasioni che sembravano fuori portata fino a un mese prima. E, paradossalmente, anche più libertà: sentirsi capita su un palco così grande le ha dato il permesso di essere finalmente se stessa—senza giustificazioni. Alla fine, la vera vittoria di Ariete a Sanremo è stata questa: essere rimasta Ariete, semplicemente, ma con le spalle più larghe e il cuore ancora più esposto. E da lì, il viaggio è diventato infinito. AMORI, LEGAMI E CUORE: LA SFERA PERSONALE DI ARIETE Chi segue Ariete sui social lo sa: la sua vita privata è concretamente cucita nelle sue canzoni, nei suoi racconti, nei suoi sguardi a volte un po’ introversi. Il filo conduttore? Il coraggio di mostrarsi per com’è, vulnerabile e forte insieme, mai in posa. Amore, amicizia, famiglia: nei suoi brani c’è sempre una finestra aperta sulla realtà, senza filtri e, cosa non da poco, senza paura di mostrarsi nella propria unicità. Se la canzone “Mare di guai” ha segnato per lei una svolta professionale, nella vita, Ariete ha sempre dato priorità ai rapporti veri, quelli che non si dissolvono in una notifica di troppo o nel clamore di un trend passeggero. Nelle interviste capita spesso che sorrida quando le chiedono delle sue relazioni sentimentali, ma mai con imbarazzo: sembra quasi dire “hey, sono fatta così, e allora?” Quel tipo di naturalezza che fa bene al cuore: perché mentre tanti artisti scelgono il mistero, lei spalanca invece la porta, specie sull’argomento amore. La sua è una visione dinamica, moderna, mai incasellata nelle regole classiche. C’è una parola fondamentale che torna sempre quando parla del tema: libertà. AMORE LIBERO, SENZA ETICHETTE Essere Ariete oggi vuol dire essere portavoce dell’amore universale, autentico, senza bisogno di etichette appiccicose o definizioni scomode. Spesso, nei suoi racconti, appare come una ragazza come tante: ha amato, ha sofferto, ha riso (tanto), è stata lasciata e ha lasciato. Però c’è una differenza, che è quella che conquista tantissimo le sue fan: la capacità di confrontarsi in modo naturale con la sua bisessualità, fin dall’inizio. Niente ostentazione, ma neanche censure. Quando si parla di lei, tutto sembra vero, vissuto, a volte anche raccontato sottovoce nei versi delle sue canzoni più intime. Per molti, Ariete è diventata una sorta di icona anche proprio per questa capacità di abbracciare la complessità dei sentimenti, senza mai giudicare o essere giudicata. Una volta, in una risposta a un commento su Instagram, ha scritto candidamente: “L’amore è un casino, non provate nemmeno a spiegarlo.” Ecco, in quelle poche parole c’è la sua filosofia. Nelle sue strofe si respira adolescenza ma, anche, una maturità che sorprende: descrive la gelosia come un film francese in bianco e nero, il bacio rubato come una gif su TikTok, il cuore spezzato come un meme condiviso a notte fonda con le amiche. FAMIGLIA E RADICI: I VERI PILASTRI Dietro la grande libertà di Ariete, c’è però una base solida: la famiglia. Cresciuta a Anzio, in una realtà dove lo sguardo dei genitori conta come un abbraccio, Ariete non perde mai occasione per ricordare quanto la vicinanza dei suoi sia un ancora. Ha raccontato più volte di aver trovato in mamma e papà la forza per essere sincera, anche nelle “scelte non semplici”, come il coming out e il cimentarsi subito con il music business. Il contatto quotidiano con il suo mondo d’origine – le cene a base di carbonara, la nonna che la consola con una battuta quando le cose vanno male, il fratello che la supporta nei momenti più bui – si riflettono sia nel suo modo di vivere che nelle sue canzoni. Forse qui c’è il suo segreto: nessuna sovrastruttura, solo la voglia di essere sé stessa, sempre. In fondo, Ariete non smette mai di sottolineare l’importanza di “avere un posto sicuro a cui tornare”, nei momenti di tempesta (e nel music biz le tempeste, fidatevi, arrivano). AMICIZIE, SORELLANZA E UN’EMPATIA SPECIALE Amiche vere, poche. Ma ognuna scelta come si sceglie il fiore più strano in mezzo a una distesa di margherite. Ariete coltiva le relazioni sincere, quelle in cui: * le mattinate passano tra audio chilometrici su WhatsApp, * la nanna dopo il concerto si trasforma in una specie di pigiama party collettivo, * i problemi d’amore si risolvono tra lacrime, meme e chili di gelato. Questa vibe si sente tutta, anche agli occhi delle donne che la seguono, perché non c’è distanza emotiva tra lei e chi la ascolta. In più, l’empatia che trasuda dai suoi brani e dal suo modo di esporsi genera una connessione fortissima col mondo femminile. Non sorprende affatto che per molte ragazze della GenZ e non solo, Ariete sia diventata una sorta di confidente virtuale, una voce che racconta storie simili alle proprie. Insomma: la sua trasparenza e il suo coraggio sono i mattoni di ponti veri, che non si spezzano al cambio di algoritmo o di stagione. LIBERTÀ, AUTENTICITÀ E ZERO FILTRI: IL DNA DI ARIETE La prima cosa che colpisce, appena ascolti Ariete – ma proprio subito, neanche il tempo di finir la prima strofa – è quanta verità riesca a infilarsi dentro la sua voce. Lei è una che, anche nelle interviste, lascia sempre quella sensazione di “ehi, ma dice davvero quello che pensa!”, senza filtri, senza maschere. La sua idea di libertà parte da lì: essere se stessa in ogni situazione, a prescindere dall’aspettativa di chi sta dall’altra parte del microfono o dello schermo. Ogni volta che parla, che commenta, anche solo con una storia su Instagram, si coglie quell’energia limpida di chi ha scelto di non nascondere parti di sé, neanche quelle che sono più difficili da spiegare. Ci sono artisti che si costruiscono un personaggio e lo fanno talmente bene da non lasciar capire dove finisca la persona vera e dove inizi la maschera. Con Ariete, invece, è proprio l’opposto: ti rendi conto che la sua personalità è il suo “brand”, se così vogliamo chiamarlo, e nasce tutta dallo stare fedele alla sua natura, alle sue fragilità, alla voglia di non dover essere per forza soddisfatta degli standard di qualcun altro. Un vero ossigeno, in un mondo (musicale e non solo) in cui si tende a mostrare solo il lato più luccicante e levigato di sé. LA SINCERITÀ COME BANDIERA (ANCHE NEI MOMENTI NO) Uno dei suoi valori cardine è indubbiamente la sincerità: la senti in ogni sua canzone, ma la leggi anche nei post che condivide, in quelle caption un po’ poetiche, un po’ sbilenche, che sembrano scritte sotto la coperta in una domenica di pioggia. Ariete non ha problemi a raccontare che a volte ha paura, a mostrare giorni storti, insicurezze, momenti in cui la luce sembra lontana. E questa trasparenza, ragazzi, è talmente rara da sembrare magica. Mi viene in mente quella volta in cui, dopo una performance non perfetta live, anziché scansare il tema o rispondere con un comunicato dal tono distaccato, Ariete ha condiviso nelle storie il suo dispiacere, la sua delusione, ma anche la voglia di far meglio. Roba che, nei tempi dei filtri e delle risposte preconfezionate, è diventata quasi rivoluzionaria. Lei, con questo stile “lo so che non sono impeccabile”, ha fatto delle imperfezioni una forma di coraggio e di bellezza. * Non teme di parlare di fallimenti: li vede come tappe, non come etichette definitive. * Racconta spesso la fatica del lavoro, della pressione, senza il bisogno di forzarsi “super eroina”. * Valorizza la connessione tra vulnerabilità e forza – cosa che, diciamolo, a volte ci scordiamo. UNA RELAZIONE VERA CON I FAN: ASCOLTARE, RISPONDERE, ABBRACCIARE (ANCHE A DISTANZA) C’è questa cosa che la distingue, e te ne accorgi davvero solo se la segui da un po’: l’ascolto. Ariete ha sviluppato una relazione con il suo pubblico che va oltre l’idolatria – la classica “star genZ”, che non fa mai sentire chi sta dall’altra parte un semplice follower. Le sue dirette su TikTok e Instagram sono tutte un “Come state?”, “Vi leggo, raccontatemi”, “Vi è mai capitato anche a voi?”. Cioè, più che una cantante, a volte sembra quell’amica che ti ascolta senza giudicarti. Non è solo una questione di risposte ai commenti: capita spessissimo che Ariete porti nelle sue canzoni e nei suoi post input o domande nate proprio dal dialogo con chi la segue. Ha detto più volte di voler sentire “la voce di chi mi ascolta, la voce della realtà”. Questa sensibilità, quest’empatia quasi tangibile – che passa anche da una foto senza trucco pubblicata a mezzanotte, o dal consiglio dato in privato a una fan in crisi – è una delle cose che ha cementato il legame con la sua “comunità”. * Interagisce anche su argomenti personali e difficili, restando sempre rispettosa e accogliente. * Non gioca mai “ad essere superiore”: confessa paure, cerca conforto, condivide piccoli traguardi insieme ai fan. * Riesce a trasformare le stories in uno spazio sicuro, dove sentirsi accettati anche nei propri momenti un po’ così. COMUNICARE COL CUORE – E SENZA FILTRI – SU SOCIAL E PALCO Il modo in cui Ariete sta sui social è istintivo, unplugged proprio. Mette in circolo la sua quotidianità, i meme che la fanno ridere, le citazioni malinconiche, i book consigliati per chi si sente perso. C’è chi dice che sia “la regina del low profile”, ma il bello è che understatment o meno, ogni suo messaggio profuma di genuinità. Ed è per questo che molte ragazze e ragazzi la sentono davvero vicina, di casa. Sul palco, Ariete si porta dietro la stessa naturalezza: ringrazia se le arriva uno striscione buffo dalle prime file, si commuove quando qualcuno canta a squarciagola i suoi testi. A volte si perde pure lei nelle emozioni, non teme di perdersi – anzi, sembra proprio che perdersi ogni tanto sia parte della sua libertà. Quella vera. UNA VOCE CHE DIVENTA BANDIERA: LIBER* DI ESSERE SE STESSI Non è solo questione di note, arrangiamenti indie-pop o strofe tormentate che ti si piantano sotto pelle. Ariete, con la sua dolcezza un po’ spigolosa, ha trasformato la visibilità conquistata sul palco – da X Factor a Sanremo – in un megafono potente per difendere i diritti LGBTQ+ e tutte le identità non conformi. Non lo fa mai con forzature, né con slogan vuoti: usa la sua presenza online, i live, persino le interviste, come tappe di una lotta continua. Che sia tramite un post Instagram sfacciato, con la bandiera arcobaleno tra le mani, o con una lettera aperta ai suoi fan sul tema dei diritti civili, la sensazione è sempre la stessa. Ariete ci mette la faccia. E anche il cuore, parecchio cuore. SOCIAL, PALCO, BACKSTAGE: OGNI SPAZIO È AZIONE Curiosità: se scorrete le stories di Ariete su Instagram, potreste imbattervi in meme dedicati al Pride, confessioni senza filtri sull’amore libero, ricordi delle sue prime insicurezze da ragazzina “diversa”, ma anche appelli concreti contro omofobia e discriminazione. Ariete non lascia i discorsi ai comunicati ufficiali; invece, preferisce: * raccontare piccoli gesti quotidiani, tipo portare la maglietta arcobaleno al supermercato di quartiere (“Mi guardavano strano, bon, pazienza!”); * condividere le storie delle sue fan che, grazie alle sue canzoni, hanno trovato la forza di fare coming out; * lanciare raccolte fondi o campagne mirate per associazioni LGBTQ+. Nei concerti, questa energia si trasforma in una specie di abbraccio collettivo. Nessuno esce lo stesso da un live di Ariete: durante “18 anni” o “Cicatrici”, le luci si abbassano e la platea s’illumina di bandiere rainbow. C’è la promessa dolceamara che puoi essere chi sei, anche se fuori, qualcuno preferirebbe vederti spent*. LE PAROLE CONTANO. E PESANO Forse il segreto di Ariete è che non predica dall’alto, non si mette mai nella posizione di “io so e tu ascolta”. Anzi. Capita spesso che nei commenti, sotto i suoi post, risponda personalmente a chi le chiede un consiglio: magari una ragazza che teme di non piacere come si sente, o un ragazzo che confessa la paura di essere tagliato fuori dalla famiglia se dovesse parlare troppo di sé. Ariete prende le parole e le trasforma in ponte. Usa la naturalezza come ascia per spaccare i tabù. A volte cita serie cult come “Sex Education” oppure TikTok virali che inneggiano al soft queer power, rendendo il discorso sempre vicino alle emozioni vere, alle insicurezze, ai sogni di chi la ascolta. Alcuni suoi post recenti che sono diventati virali: * la lettera aperta in occasione del DDL Zan affossato (“Se smettiamo di parlare, vincono loro. Io non smetterò mai.”); * il video senza filtri in cui racconta la prima volta che una donna l’ha fatta sentire libera davvero; * gli appelli ai brand perché abbandonino il rainbow washing e scelgano attivismo concreto. UN MODELLO CHE NON SI LIMITA ALLO SLOGAN L’attivismo di Ariete non è mai decorativo, insomma. Non basta il logo arcobaleno per diventare “safe space”. Lei si sporca le mani, mette a disposizione visibilità e consapevolezza per dare voce a chi non ce l’ha. Molte musiciste sue coetanee – specialmente quelle che si sentono “fuori posto” nei modelli tradizionali – raccontano di trovare in Ariete un esempio luminoso: ragazza che non nasconde nulla, che non sacrifica pezzi di sé per piacere, che ride di sé stessa e delle sue goffaggini, e che lotta davvero. C’è un elenco di cose che Ariete ha fatto e che andrebbe incorniciato: * invitare attivisti e attiviste LGBTQ+ sul palco, durante alcune date dei tour; * sostenere attivamente progetti con Arcigay e altre associazioni; * parlare di salute mentale – perché la libertà di essere sé stessi passa anche da lì, dall’imparare a volersi bene e chiedere aiuto quando serve. CORAGGIO CONTAGIOSO: ISPIRAZIONE, NON SOLO RAPPRESENTANZA In fondo, Ariete è diventata un punto di riferimento per chi si sente costantemente “in costruzione”. Ragazze, donne, chiunque viva la propria autenticità come uno spazio da proteggere, guarda Ariete con una specie di gratitudine sincera. Non serve diventare paladine eroiche: a volte basta ascoltare quella strofa, leggere quella story, guardare Ariete ballare storta e innamorata controcorrente su TikTok, per ricordare che la libertà è, prima di tutto, una scelta quotidiana. Sarà per questo che, più che una nuova stella del mainstream, Ariete assomiglia a una sorella maggiore a cui confidare insicurezze e sogni. Che non pretende perfezione, solo verità. E, sarà pure una frase vista su mille magliette, ma resta vera: “Chi si ama, vince sempre.” The post Ariete la nuova stella della musica italiana tra cuore, valori e libertà appeared first on The Wom.
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Joan Thiele, la voce cosmopolita che conquista la musica italiana
Getty Images * Nome completo: Alessandra Joan Thiele * Data di nascita: 21 settembre 1991 * Luogo di nascita: Desenzano del Garda (Brescia) * Segno zodiacale: Vergine * Altezza: n/d * Partner: n/d * Genitori: madre italiana (napoletana), padre svizzero di origini colombiane * Figli: n/d * Fratelli/Sorelle: un fratello * Instagram: @joanthiele DENTRO UNA FAMIGLIA, MILLE MONDI: IL MELTING POT DI JOAN Sensazione di avere sempre un piede qui e uno là. Per Joan Thiele, il melting pot di culture non è mai stato uno slogan, un’immagine da Instagram o un filtro modaiolo. È la sua realtà, il paesaggio del cuore e delle abitudini. Una mamma italiana, solare e determinata (quelle mamme che hanno l’occhio dolce e lo sguardo che non scende mai a compromessi) e un papà svizzero, di sangue mezzo colombiano, occhi profondi come la storia – e pure un modo di parlare che tra accenti e inflessioni sembra già una playlist di Spotify. In casa si parlavano tre lingue, mica una soltanto. L’italiano dei “ciao, amore, come stai?”, lo spagnolo dei ricordi della nonna, lo svizzero per i dettagli e le precisioni. Niente era scontato, ogni pranzo diventava una “tavola rotonda” di storie e leggende, tra risate a crepapelle e nostalgie improvvise. E Joan Thiele, da bambina, apprendeva così: ascoltando le note delle parole e quel diverso senso del tempo (che già è una lezione di vita). COLOMBIA-ITALIA: UN’OSMOSI DI UNIVERSI L’infanzia di Joan Thiele suona come una playlist shuffle fra due mondi: le estati roventi sulla costa adriatica e le visite in Colombia, fra abbracci stretti come nidi e le cene dove il ritmo è più importante della puntualità. La Colombia è “magia realista”, dicono Márquez e tutti i TikTok sotto #MagicalRealism, e per lei lo è davvero: colori saturi, zii che sembrano personaggi di un romanzo, danze che partono da una parola. E in Italia? È il contatto con la bellezza ordinata, con i tramonti lenti, gli amici d’infanzia che urlano “Ehi, che fai domani?” sotto casa, il rituale delle merende e i nonni che sfornano consigli. Questa altalena crea una Joan Thiele con una bussola impazzita e, allo stesso tempo, inchiodata bene al Nord magnetico dell’identità. Sa essere selvaggia e composta, vulnerabile in modo latino e prudente alla svizzera. Clockwork orange di origini, dove ogni tic, ogni scelta musicale pesca da questo spessore internazionale. RAPPORTI FAMILIARI: LA TRIBÙ THIELE, LA FORZA NELLA DIVERSITÀ Non è solo carta d’identità. I rapporti familiari diventano – neanche a dirlo – lo scheletro delle sue canzoni. Il papà, che da piccolo la faceva ballare in soggiorno sulle note di cumbia e folk andino (mica playlist “Chill Out” di Spotify, ma roba vera, vinile graffiato e casse che gracchiano), è ancora un faro silenzioso. La mamma è la presenza femminile tosta che la spinge a non avere paura della propria unicità. E poi c’è il fratello: un complice, di quelli che sanno leggerti con uno sguardo e magari ti sanno prendere in giro quando stai per prenderti troppo sul serio. Gli aneddoti si sprecano: tour lunghi in auto tra Bogotá e Cartagena con l’autoradio scassato. Oppure, a Milano, i momenti tutti assieme sul divano – Joan con la chitarra, il fratello che batte le mani e la nonna che cucina (e confonde sempre le “melanzane” con le “berenjenas”, e si ride di gusto di queste cose). Getty Images VALORI E CURIOSITÀ SENZA CONFINI In tutto questo, Joan Thiele sviluppa una cosa che si percepisce appena le si ascolta parlare: curiosità senza pregiudizi. Da piccola, per lei ogni nuova persona era una storia da scoprire (e, spesso, imitare con accenti buffissimi). Cresce con la sensazione che “straniero” sia solo una parola e che mescolare mondi sia parte del gioco. Su TikTok va forte il trend dello “show your passport and your culture”, e Joan Thiele potrebbe anche girarci una serie. Invece, preferisce raccontare se stessa attraverso piccole cose: * Accento che oscilla, tipo pendolo, quando è stanca e parla con gli amici. * Parole diverse per uno stesso oggetto, che ogni tanto la fanno sorridere a bordo palco. * Gesti familiari presi in prestito senza accorgersene dai nonni, dai fratelli, dalle zie. Essere figlia di culture diverse, insomma, non l’ha resa confusa ma soltanto più duttile, simile a quelle conchiglie che profumano ancora di mare anche quando stanno in un cassetto. Il mondo visto da Joan Thiele non è mai bianco o nero, ma pieno di sfumature neon, come un filtro iridescente su Instagram una mattina di primavera. Ed è questa apertura mentale – insieme a quell’empatia dilatata – che poi si riverserà in ogni brano, in ogni scelta di suono. Gli altri cambiano Paese e si sentono spaesati, lei invece trasforma la multiculturalità in forza, e persino in poesia. UNA CHITARRA, QUALCHE SOGNO IN TASCA: I PRIMI PASSI DA BUSKER Immagina una ragazzina con una chitarra in mano, cuffiette nelle orecchie e occhi che brillano di quell’eccitazione che hai solo quando sei davvero giovane e un po’ incosciente. Ecco, Joan Thiele a sedici anni era così: una busker tra le vie, i parchi, le piazze. Suonava per la gente che spesso non la vedeva nemmeno, o peggio, la osservava con quella distrazione tipica di chi pensa solo ai propri affari. Ma lei lì, con la sua voce aperta, si prendeva ogni nota come una sfida, ogni sguardo come una possibilità. Tutto era puro, ruvido, vero. Non c’era filtro, nessuna produzione perfetta, nessun pubblico in platea, solo lei e la città. C’è qualcosa di magico e un po’ sfrontato nell’arte di suonare per strada: devi essere capace di startene lì, nuda davanti al mondo, coi tuoi limiti e i tuoi sogni. Joan si è forgiata così, tra il rumore delle auto e l’odore di panini bruciati, a prendere (spesso) la pioggia e a sentire (a volte) gli applausi quelli veri, quelli di chi si ferma perché hai saputo toccargli il cuore anche solo per un attimo. In quei giorni ha imparato che puoi piacere o non piacere, ma l’importante è suonare sempre come se la platea fosse infinita. SPIRITO RIBELLE: IL SALTO A LONDRA A SOLI DICIOTT’ANNI Ma chi l’ha detto che bisogna aspettare il momento giusto? Joan no, non ci ha mai creduto. Così, a diciotto anni appena compiuti, Londra la chiama come in una song dei Beatles e lei risponde (cioè, avete presente? Non era la Londra romantica, ma quella vera, piovosa, multiculturale, sconfinata). Ha preso e ha mollato tutto: scuola, amici, comfort, per inseguire quella vocina ribelle dentro di sé che le diceva “corri, prova, mettiti in gioco, adesso”. Non era mica glam come sembra adesso nelle storie Instagram: Londra ti tempra, porta il conto delle tue insicurezze e non fa sconti. Joan ci si è lanciata dentro con, tipo, lo spirito di un’esploratrice urbana che alterna jam session improvvisate nei garage a lavori per pagarsi il letto a castello in una casa che traballa. Le difficoltà? Quelle sì che hanno forgiato il carattere, mica i like. Ha imparato a chiederlo l’aiuto, a incassare i rifiuti senza lasciarci l’entusiasmo, a scrivere canzoni che sanno davvero di lei e non di qualcuno che la imita. E poi la solitudine, che a vent’anni può sembrare una nemica tremenda, l’ha trasformata piano in una specie di musa, di fiammella creativa. Getty Images LE PRIME CANZONI, IL FUOCO CREATIVO, LA NASCITA DI UNO STILE Ecco, tra un bus della linea 7 e un tè troppo caldo, Joan riempiva taccuini e note audio sul telefono con pezzi che avevano dentro tutto: la nostalgia, la fame di futuro, il bisogno di identità. Non aveva paura di mescolare: la sua voce, un po’ retrò e un po’ pulita come la carta vetrata fine, parlava di sentimenti universali ma con storie sue, personali, colorate da quei mille dettagli che ti fanno capire che c’è qualcuno vero dietro ogni strofa. Fare musica in quel modo, con la pelle ancora addosso all’esperienza del busking e la mente che viaggia a Londra, vuol dire ascoltarsi davvero e non scegliere mai la strada più semplice. Così Joan Thiele si è cucita addosso uno stile che non è solo un patchwork di suoni ma anche: * una narrazione sincera (di quelle che ti senti amica appena ascolti una canzone) * il coraggio di tenere insieme le sfumature: dolce come una nenia latina, ma anche graffiante, quasi elettrica * la voglia costante di imparare, di chiedersi “cos’altro posso essere?” Se ascolti i primi brani, magari quelli suonati nelle serate open mic o caricati in rete con ansia e speranza, percepisci questa energia: non è arroganza, è autodifesa creativa. Se vuoi conquistare la tua voce, devi perderti almeno una volta. Joan Thiele lo sa bene. PIÙ DIFFICILI, PIÙ GRANDI: LE SCELTE CHE FANNO LA DIFFERENZA Nessuno l’ha mai spinta davvero se non la sua estroversione mista a ostinazione. Ed è questo che le ha permesso, tornata in Italia, di non seguire la linea dritta ma di inventarsi, passo dopo passo, il suo percorso. Le esperienze difficili diventano come delle corde di chitarra tese: fanno male ma ti permettono di suonare. Joan, oggi, lo racconta con la leggerezza di chi ha superato l’ansia del giudizio e punta tutto sulla sincerità. Ci ha messo la faccia e la voce, ha accettato i no, i “non sei abbastanza italiana” o i “non siamo pronti per te”. E tutto questo, invece di spegnerla, l’ha portata a essere una delle artiste più libere, non incasellabili, mai scontate. Quella determinazione, plasmata tra le vie di città piene di rumore e le notti solitarie e piene di note a Londra, si sente ancora adesso ogni volta che Joan Thiele sale su un palco. Non importa se davanti ci sono dieci amici o mila persone a un festival: lei rimane quel mix di coraggio e vulnerabilità, con la stessa voglia di suonare, senza filtri. DAL FOLK INTERNAZIONALE ALLA RICERCA DI UN’IDENTITÀ ITALIANA C’è qualcosa di magico nell’ascoltare l’evoluzione musicale di Joan Thiele, come sfogliare un diario segreto scritto in codici, lingue e suoni diversi. Se si parte da “Save Me”, la primissima canzone che la lancia ufficialmente, si sente già questa voglia pazza di mischiare le carte. C’è il folk morbido alla Daughter, c’è la malinconia di Cat Power, ma c’è anche una leggerezza pop che ti entra in testa come quelle hit che ascolti in cuffia mentre cammini e ti senti un po’ protagonista. Lei, che in Italia ci è tornata dopo aver vissuto tra Colombia, Svizzera, Londra, ci mette tutto dentro. Letteralmente: i pezzi dei suoi primi EP sono come cocktail con ingredienti presi in giro per il mondo—la voce che sussurra in inglese, le chitarre acustiche, ma anche un beat digitale che si insinua piano. Poi, però, Joan sente sempre la necessità di esprimersi attraverso strade nuove. Non si accontenta della comfort zone pop-folk. Se ascolti anche solo in ordine i suoi singoli, noti questa metamorfosi: c’è una voglia di elettronica sempre più decisa, tocchi di Afrobeat qui e là, un modo di campionare la voce che viene direttamente dalla curiosità per la musica urban internazionale. Non le basta “essere una cantautrice”, lei vuole essere tutto questo insieme. SPERIMENTAZIONE SENZA PAURA: TRA SUONI, LINGUA E COLLABORAZIONI La verità è che Joan Thiele ha fatto della sperimentazione la sua cifra, quel tratto imprevedibile che la rende davvero anti-banalità. Funziona così: il gusto per le contaminazioni latine e digitali esplode negli EP successivi, tra synth anni Ottanta e cori che sembrano arrivare da un’altra parte del mondo. Mentre molti artisti italiani giocano sul sicuro, lei nella sua musica ti tira dentro il caos bellissimo delle nuove scoperte. In “Polite”, per esempio, si inizia ad avvertire una Joan che spinge il piede sull’acceleratore dell’elettronica senza mai dimenticare quell’anima da storyteller. E poi succede una cosa che, se sei una fan delle voci indie con la valigia in mano, magari hai sognato anche tu: la svolta verso l’italiano. Una scelta coraggiosa, per certi versi rischiosa. Perché Joan si era cucita addosso quest’identità cosmopolita, e passare a scrivere e cantare in italiano sarebbe potuto sembrare un passo indietro. Invece è l’esatto opposto: è un modo per riappropriarsi delle sue radici, per darsi la possibilità di raccontarsi in modo più diretto. A un certo punto, anche lei dice basta filtri—apre la porta e si butta, con testi che diventano più intimi, dove il suono e il senso vanno a braccetto. IL VIAGGIO DI “JOANITA” E IL CORAGGIO DI ESSERE SE STESSI Quando arriva l’album “Joanita”, capisci che tutta quella ricerca, quei cambi di rotta, portano sempre e solo verso una cosa: essere veri. È come se Joan si fosse costruita una casa tutta sua dove ogni stanza è una sfida—un pezzo con le percussioni afro, uno con i synth dreamy, uno con una cumbia sussurrata (e qui, ragazze, ditemi se anche voi non vi mettete a ballare in salotto). In “Joanita” quello che salta all’orecchio è proprio questa naturalezza nel cambiare pelle. Ogni traccia è come una pagina nuova di diario, un po’ malinconica, un po’ sfrontata, molto potente. E vogliamo parlare delle collaborazioni? Quella con Elodie è proprio la dimostrazione che Joan non ha paura di mettersi in gioco, anzi. Mescolare il suo stile raffinato e internazionale con la voce pop e grintosa di Elodie è il classico tipo di incastro sperimentale che può funzionare solo se sei pronta davvero a lasciare entrare un’altra storia nella tua—e Joan Thiele, questa cosa, ce l’ha cucita dentro. Non è solo una questione di mood musicale, è proprio un modo di essere: spalancare porte, accogliere l’altro, mischiare, rischiare di perdere un pezzo di sé per ritrovarsi più completa. Ecco, in questo continuo sperimentare, Joan Thiele porta in ogni nota i suoi pensieri: parla di libertà, di identità multipla, di fragilità che diventano forza. Le sue canzoni sono li, specchi lucidi di una personalità mai uguale a se stessa, che non ha paura di cercare, sbagliare, rinascere. Ogni volta che ascolti un suo pezzo, hai la sensazione che ti stia dicendo la verità del giorno, senza vergogna di mostrarti le sue sfumature, anche le più complicate. A pensarci bene, è proprio questo che conquista: uno stile inconfondibile, sì, ma che non si lascia mai etichettare. E che ci fa sentire compagne di viaggio in questa esplorazione. RELAZIONI SENTIMENTALI, AMICIZIE E SISTEMA VALORIALE Se dovessimo pensare alla sfera privata di Joan Thiele come a uno dei suoi video musicali, parleremmo di mille colori e sfumature in continuo movimento. Non è “tutto rose e fiori”, ma nemmeno tempesta pura: è piuttosto una sequenza di istanti veri, vissuti fino in fondo. Joan ha sempre dichiarato di mettere la sincerità davanti a tutto — sia nelle canzoni sia, soprattutto, nei rapporti intimi. Questo per lei significa non fingere, accettare le sfumature, perfino i lati spigolosi che ognuno si porta addosso. L’onestà emotiva è argomento sacro, e le è capitato di chiudere un’amicizia o una storia d’amore anche solo per aver sentito venire meno quella trasparenza autentica. Proprio come nelle sue melodie, c’è un ritmo che si spezza: quando qualcosa non si incastra più, è inutile forzare la nota. Il tema delle relazioni, per Joan, si muove su diversi piani. Da un lato c’è il rapporto con la famiglia: una costellazione inevitabilmente complessa che le ha insegnato, da piccola, cosa vuol dire “appartenere e non appartenere mai del tutto” a uno spazio, una lingua, una cultura precisa. Proprio questa multiculturalità, questa doppia appartenenza, il sentirsi permanente outsider — tra Svizzera, Colombia e Italia — secondo lei l’ha resa più ricettiva ai sentimenti degli altri, più attenta ai dettagli che fanno la differenza tra un discorso banale e un vero atto di empatia. “Essere empatici”, dice spesso Joan, non è solo capire l’altro: è anche decidere quanto ti lasci cambiare da quello che l’altro porta nella tua vita. Forse per questo le sue amicizie durano nel tempo, a dispetto dei mille impegni, delle trasferte e di quella tendenza (molto Z) a cambiare continuamente rotta. Una delle cose che saltano all’occhio, parlando con chi la conosce davvero, è il modo in cui difende la profondità dei legami che sceglie. Cioè, Joan non accumula “rapporti vetrina” solo per raccattare like o followers: il suo giro di amicizie è ristretto a persone con cui può davvero aprirsi — anche perché, lo ammette ridendo, “non sono mica brava a fingere entusiasmo se non mi viene naturale!”. In un mondo dove ci si smaterializza tra chat infinite, gruppi WhatsApp e cuore su Instagram, lei preferisce ancora i messaggi vocali chilometrici, le chiamate a tarda sera, un caffè improvvisato sotto casa. E quando trova una sintonia reale, si affeziona per davvero, in modo quasi viscerale. Il capitolo sentimentale? Qui entra in gioco quella sua disarmante sincerità. Non ha mai fatto mistero di aver avuto amori turbolenti e intensi — d’altronde, chi canta di cuori sradicati e viaggi interiori ha spesso una tempesta dentro. Joan però si tiene ben lontana dal cliché della “diva maledetta” o della cronaca rosa a tutti i costi. Anzi, per lei le storie d’amore sono state (e sono) terreno fertile per la crescita personale, non gossip da raccontare a tavola. Una sua amica, una volta, ha detto che “Joan si butta nelle storie come in un nuovo sound”: senza paura di sperimentare, disposta a perdersi ma anche a ritrovarsi più forte. E poi c’è un’altra cosa che incide tanto sul suo modo di vivere i rapporti: il rispetto per le diversità. La sua visione delle relazioni, sia amorose che amicali, si basa su un principio molto semplice: * accogliere l’altro per quello che è, senza volerlo cambiare * valorizzare i difetti, non solo le qualità da copertina * sapersi mettere da parte, quando serve, per lasciare spazio all’altro Tutto questo si sente nella musica, lo si percepisce nei suoi post, nelle interviste, nel modo in cui si rivolge a chi la segue. E il suo pubblico femminile lo coglie subito, quasi d’istinto: Joan diventa “una di noi” proprio perché non si mette mai su un piedistallo, ma racconta fragilità, dubbi, entusiasmi che ogni ragazza – chi più chi meno – ha provato almeno una volta. Ci sono piccoli gesti che lasciano il segno: dal messaggio di incoraggiamento mandato a un’amica nel bel mezzo della notte, al tempo ritagliato per ascoltare una storia triste senza fretta. Ecco, il sistema valoriale di Joan sembra cucito (o meglio, intrecciato come un telaio colorato) con questi fili: * sincerità a muso duro, anche quando fa male * empatia attiva, quella che trasforma chi la vive * libertà di essere fuori dagli schemi, senza sentirsi fuori posto Su questi pilastri, la popstar costruisce non solo le proprie relazioni, ma anche il modo in cui si racconta e si lascia raccontare. Così facendo crea uno spazio – tanto in musica quanto nella vita – dove chiunque, specialmente una giovane donna che si sente smarrita, può trovare un pezzetto di sé e sentirsi a casa. ATTIVISMO COME RIFLESSO DI SÉ: IL PERCORSO AUTENTICO DI JOAN Diciamocelo chiaramente, quando si tratta di impegno sociale, Joan Thiele non è mai stata una da proclami altisonanti e nulla più. Il suo attivismo è cresciuto (piano, ma deciso) come quel fiore selvatico che spunta dove meno te lo aspetti: tra le crepe del cemento. La sua voce, nel senso letterale e metaforico, è diventata un modo per portare in superficie quei temi che spesso nella musica sembrano solo slogan da usare nei trend su TikTok e invece per lei sono respiri quotidiani. Di fronte a tematiche come l’inclusione, l’empowerment femminile, la valorizzazione delle culture minoritarie, Joan gioca a carte scoperte. Ricordo quando raccontava, durante un concerto semi-improvvisato in uno spazio sociale a Milano (e lì davvero c’era poco da posa: luci basse, pubblico a due metri e nessuna barriera tra palco e persone), di come la sua identità divisa tra Colombia, Italia, Svizzera le abbia insegnato a non sentirsi né carne né pesce, ma a fare della sua “non appartenenza” un superpotere. Lo ha detto proprio così. In quei momenti, la platea – fatta soprattutto di ragazze giovani, studenti, un paio di mamme coi figli – non stava più semplicemente ascoltando una cantante: stava ricevendo una specie di iniezione di coraggio. EMPOWERMENT FEMMINILE E NUOVI MODELLI DA PALCO (E SOCIAL) Joan non ha mai nascosto le sue fragilità. Anzi, le ha portate sul palco, magari tra un cambio di chitarra e un ricciolo caduto davanti agli occhi. Eppure, proprio questa vulnerabilità è diventata il suo manifesto di empowering: perché essere donna nella musica, in Italia oggi, vuol dire barcamenarsi tra aspettative, scripting di femminilità, giudizi estetici anche quando vorresti solo parlare di suono. Lo si è visto chiaramente in progetto come “Spazio”, la mini web-serie che ha lanciato durante la pandemia: qui ha intervistato altre cantautrici, musiciste, dj, cercando storie vere, lontane dai cliché. Dal confronto sono emerse voci di ragazze che hanno dovuto sgomitare per un soundcheck decente o per ottenere almeno la metà dello spazio creativo dei loro colleghi maschi. Joan ha dato visibilità a queste voci, sia su Instagram che durante le sue dirette – spesso lasciando spazio agli altri, in modo che la sua community diventasse una specie di piazza digitale dove ci si ascolta e ci si sostiene davvero. In diversi post e storie ha anche parlato apertamente del diritto a cambiare, a sbagliare, a reinventarsi. Ad esempio: * Ha supportato la campagna “No More Body Shaming” collaborando con altre musiciste italiane, condividendo messaggi positivi e sinceri. * Ha lasciato spazio nelle sue storie ai racconti di follower che vivevano discriminazioni di genere o micro-aggressioni, rispondendo una a una, come se fossero amiche e non semplici fan. ORGOGLIO DI CULTURE MINORITARIE: RADICI COME ALI Se c’è una cosa che Joan sa fare (e che traspare subito, anche solo chiacchierandoci cinque minuti), è trasformare le radici multiple in carburante. In una scena musicale dove spesso l’internazionalità sembra solo una patina patinata, la Thiele porta ritmi, parole e colori che puzzano di verità vissuta. Basti pensare alla scelta di cantare talvolta in spagnolo, di inserire nei suoi concerti intro di musica tradizionale sudamericana – a volte facendo salire sul palco percussionisti che nemmeno parlano italiano, ma con cui si crea una sinergia a colpi di ritmo e sguardi complici, quasi da meme. Durante alcune campagne social per la Giornata Mondiale dei Rifugiati, Joan ha portato la sua testimonianza, spiegando quanto sia difficile trovare “casa” dentro sé stessi e quanto sia importante offrire ascolto e dignità a chi ha vissuto lo sradicamento. In questi momenti ha invitato i suoi follower a: * Donare a ONG come Emergency, spiegando con una schiettezza disarmante dove finiscono i soldi e perché sostenere certi progetti non è mai una cosa da fare “solo per pulirsi la coscienza”. * Raccontare le proprie storie di migrazione – e non solo quelle “epiche” viste su Netflix – ma anche le piccole lotte quotidiane: una collega di università che fa storie su WhatsApp in tre lingue, un’amica venezuelana che inventa nuove ricette con ingredienti italiani. ATTIVISMO COME ESTENSIONE DELLA VISIONE ARTISTICA Quello che sorprende, se ci pensi, è quanto Joan riesca a rendere il suo impegno sociale una prosecuzione naturale della sua arte. Non c’è mai un punto in cui “Joan la cantante” finisce e “Joan l’attivista” comincia. È tutto un mischione, una specie di jam session del cuore e della testa. Lei stessa, più volte, ha dichiarato che non avrebbe potuto “restare in silenzio” perché la musica, per come la intende lei, è anche uno spazio di presa di parola, di scomoda autenticità, sia quando compone sia quando scuote il microfono davanti a una folla. I suoi valori individuali – dal rispetto per le diversità, alla fame di dialogo, all’amore per l’incontro delle differenze – diventano così l’humus da cui nascono sia le sue canzoni che le sue battaglie sociali. E se oggi il suo pubblico la percepisce come un’artista completa, lo deve anche a questa coerenza: alle scelte minuscole (tipo correggere un follower che fa un commento razzista sotto un post) e ai gesti pubblici, come le raccolte fondi ai concerti per le donne che vivono situazioni di disagio o discriminazione. Insomma, se dovessi disegnare Joan Thiele come una timeline di meme, la sintesi sarebbe: immagine nitida, messaggio chiaro, zero filtri e tanto cuore. E questa, per davvero, è la cosa che più conquista. ONDA DOPO ONDA: IL DAVID, ELODIE E LE PRIME GRANDI ONDE Tutto sembra ancora incredibilmente fresco: Joan Thiele che si prende la scena mano nella mano con Elodie, le due donne che splendono in “Proiettili (ti mangio il cuore)”, successo trasversale che non solo ha scosso la classifica, ma anche il pubblico al cinema. La canzone – sì, quella col suo tocco immediatamente riconoscibile, quasi a metà tra una carezza e un pugno – è diventata traino del film omonimo e ha portato a casa un premio pesante, mica pizza e fichi: il David di Donatello 2023 per la miglior canzone originale. E sentite questa: vedere il suo nome salire, sentire quella sottile emozione nella voce quando stringe la statuetta… Joan si è trovata a un crocevia magico: il suo essere multiculturale, l’abilità di sperimentare senza imporsi paletti, arrivano finalmente dritti al cuore della scena nazionale. Non era un exploit isolato, però. Quello che colpisce, riguardando tutto il percorso di Joan, è che le sue scelte portano sempre un senso di libertà quasi ostinata. Il successo con Elodie? Certo, una super vetrina, ma anche una dimostrazione concreta che in Italia può funzionare chi rifiuta ogni etichetta. La Thiele ha regalato al grande pubblico una realtà diversa: puoi essere musicista, autrice, producer, totalmente te stessa — pure quando lavori con le mega popstar. SANREMO 2025: LA CONSACRAZIONE POP(OLARE) E adesso? Beh. Arriva lei, Joan, Sanremo 2025. Non è la prima volta sul palco dell’Ariston, certo, ma questa volta l’attenzione è tutta un’altra storia. Dopo il successo con Elodie e un paio di singoli esplosi su TikTok (cosa che qualche anno fa sembrava fantascienza per una come lei!), era quasi fisiologico. Cioè, la aspettavamo tutti: dai fan storici alle nuove generazioni che sognano fare “duetti di voci fuori dal coro” con le amiche al karaoke. L’arrivo a Sanremo è come un rito di passaggio, un punto di svolta senza ritorno. Joan ha scelto brani che mischiano melodie forti e quella sua scrittura viscerale, sempre a metà fra inglese, italiano e – novità assoluta – inserti dalle sue radici sudamericane. Su TikTok girano già le clip delle prove, i meme che giocano sul fatto che “nessuno capisce da dove venga il suo accento, ma tutti sentono la verità nelle sue parole.” Quell’esibizione diventa subito trend: la sua voce calda, l’interpretazione intensa, il look che sembra un mix tra Chanel e vintage anni ’70, fanno scattare una quantità di reaction impazzita. A Sanremo, le luci sono forti, i tempi sono stretti, l’emozione spesso un frullatore. Eppure Joan dà l’idea di danzare dentro quello spazio come se nulla fosse. Una frase che lei stessa ha raccontato in radio, dopo la prima serata: “Sanremo ti mette a nudo, ma è anche quello il bello. Devi scegliere cosa lasciare andare di te, e cosa tenere stretto. Io tengo stretto quello che mi ha salvato: la musica.” Tutto chiaro, no? TROVARE IL PROPRIO EQUILIBRIO NEL BOOM DELLA NOTORIETÀ Ok, la fama. Ma cosa succede dopo? Nei DM di Instagram, nelle richieste martellanti delle radio, nelle interviste (alcune carine, altre peggio di un’interrogazione di fisica): come fa Joan a non perdere il controllo? Non è facile. Le sue giornate adesso si dividono tra * promozione (infinita, va detto) * sessioni di scrittura tra Milano e metà del mondo (letteralmente) * incontri con fan che si riconoscono nella sua identità “né qui, né là, ma sempre autentica”. Il rischio di diventare un “personaggio” e dimenticare la persona reale è sempre dietro l’angolo. Joan lo sa, e ci scherza pure sopra: “A volte mi sento come un’idea di me stessa in un feed di Instagram. Poi mi faccio una passeggiata in bicicletta e torno normale.” Ecco, uno la immagina così: restare vera significa anche prendersi i propri spazi, difendere quella parte di sé che trova senso nei piccoli rituali, nelle playlist raffazzonate, nelle chiacchiere con la mamma via WhatsApp alle tre di notte. I SOGNI E LE SFIDE: UNA VISIONE (SEMPRE) MOBILE Se le chiedi cosa sogna ancora, Joan sorride e cambia posizione: “Non voglio smettere mai di cercare. Voglio imparare da tutto e da tutti, pure dai flop.” Le sfide non mancano. Alcuni punti fermi: * portare la musica italiana fuori, nei circuiti internazionali veri, non solo nei club degli expat * esplorare altri linguaggi: cinema, arte visiva, magari una serie tv dove raccontare storie di confine, che parlino di appartenenza multipla e di libertà * combattere (sempre) per una scena musicale più inclusiva, dove le donne che scrivono e producono siano la regola e non un’eccezione La visione di Joan, oggi, è liquida e audace. Ogni nuovo disco è la fotografia di un passaggio, mai la destinazione. “Voglio che la mia musica cambi insieme a me — e se un giorno mi sveglio e mi viene da cantare solo bosanova, lo farò senza sensi di colpa.” Ecco il segreto forse: trasformarsi senza mai perdere il cuore, con quella fame di scoperta che non si può davvero spegnere. Chi ascolta Joan Thiele oggi lo sa: i suoi sorrisi, i suoi sbagli, il suo modo di stravolgere le regole, sono la prova che una voce può inventare mondi, e non solo canzoni. The post Joan Thiele, la voce cosmopolita che conquista la musica italiana appeared first on The Wom.
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Clara Soccini tra Musica, Recitazione e Autenticità: La Nuova Voce della Generazione Z
Getty Images * Nome completo: Clara Soccini * Data di nascita: 25 ottobre 1999 * Luogo di nascita: Travedona-Monate, Lombardia * Segno zodiacale: Scorpione * Altezza: (informazione non disponibile pubblicamente) * Partner: (informazione non disponibile pubblicamente) * Genitori: cresciuta dalla madre, genitori separati * Figli: nessuno * Fratelli/Sorelle: un fratello di nome Filippo * Instagram: @soccins RADICI IN UNA PROVINCIA (SOLO APPARENTEMENTE) TRANQUILLA Travedona-Monate. Solo a pronunciarlo senti già il lago che si sveglia al mattino, le biciclette dei ragazzini e quell’aria fresca che ti sbatte in faccia la verità: non è Milano, non è Roma, e forse la ribalta sembra lontanissima. In questa minuscola costellazione di case e sogni, Clara Soccini cresce – e cresce in fretta, perché certe situazioni, e certe famiglie, ti insegnano una cosa o due sulla resilienza già da piccola. Tra i sentieri sterrati e i corridoi di una casa che, all’improvviso, non ha più due ma un solo genitore, Clara inizia a vedere il mondo con occhi diversi. La separazione dei suoi mamma e papà non è solo una linea netta, ma una trama che si infila ovunque: nei silenzi, nei pranzi più veloci, in quel bisogno di capire, di proteggere il fratello più piccolo – e, a tratti, anche se stessa. Spesso si pensa che la provincia sia noiosa; Clara invece la viveva come uno di quei libri che, sì, magari non c’è l’azione, ma se sfogli bene ti accorgi che ci sono mondi nascosti ovunque. La curiosità, la sua, parte così: è la miccia che scatta quando la realtà sembra schiacciare e tu, invece, scegli di guardare più in là. UNA FAMIGLIA CHE DIVENTA TRIBÙ (E PALESTRA DI VITA) Per lei, la madre diventa il punto fermo. Non tanto (o solo) come chi lavora, s’impegna e si reinventa ogni giorno, ma proprio come esempio silenzioso di forza, di vulnerabilità accettata. C’è qualcosa di tanto normale, eppure rivoluzionario, in queste madri che ti insegnano a stare in piedi anche mentre la tempesta infuria. Con il fratello si crea invece quel legame-salvagente, fatto di complicità, risate notturne sotto le coperte e promesse sussurrate quando nessuno sente. * Clara impara presto a: * Mettere la musica a tutto volume per scacciare via i pensieri pesanti. * Scrivere versi su quaderni sgualciti, per mettere in ordine le emozioni. * Essere attenta ai dettagli, ai vissuti degli altri, perché “tutti combattono una battaglia che non vedi”. Sono anni in cui la sensibilità diventa superpotere, mica difetto. Chi non l’ha vissuto forse sottovaluta cosa significhi crescere “tra gli equilibri instabili” di una famiglia che cambia: Clara ci si arrampica con le scarpe bucate, ma sempre col sorriso. E le radici rimangono lì, tra i piatti sporchi, le chiacchiere in cucina e qualche discussione forte ma vera. MODEL, STUDENTESSA, AMICA: IDENTITÀ IN MOVIMENTO L’adolescenza di Clara sembra la bozza di una canzone indie che piano piano trova l’accordo giusto. A scuola non è la classica “secchiona perfetta”, ma una che sente i silenzi, assorbe le emozioni degli altri come carta assorbente e mescola tutto nei suoi pensieri. * C’è chi la vede come la ragazza “diversa”, * chi la cerca quando ha bisogno di una parola autentica, * chi la osserva mentre sogna guardando fuori dalla finestra. Se la curiosità è il carburante, la sua voglia di ricerca è la bussola. Così, tra: * i primi lavori “da grandi” per togliersi piccoli sfizi, * i viaggi mentali fuori dai confini della provincia (TikTok, YouTube, playlist fatte a mano), * le ore passate a parlare con la mamma, a sbrogliare i nodi di anime che si somigliano …Clara si costruisce da sé. Senza manuali, spesso improvvisando, quasi sempre con il coraggio (e la strizza) di non volersi omologare. VALORI, VISIONI, E LA GENTILEZZA COME ATTO RIVOLUZIONARIO Se si parla oggi di Gen Z, spesso si pensa a una generazione liquida, confusa. Clara però ha sangue “di lago”: riflessivo, profondo, ma anche inaspettatamente deciso quando serve. Dalla sua infanzia e adolescenza tira fuori tre cose che – oggi, guardandola dal palco o dallo schermo – si sentono tutte: * Resilienza, quella che ti fa rialzare sette volte su otto. * Curiosità, nata dai libri, dalle chiacchiere notturne, dagli occhi che sbirciano di là dal proprio cortile. * Sensibilità sociale: sapere che il proprio vissuto è unico ma anche simile a chi ti sta accanto, e che si può cambiare le cose, anche solo con una parola, con una canzone, o semplicemente non lasciando mai solo un amico. Nel raccontare Clara Soccini, tutto questo si percepisce come il profumo di un maglione di lana appena lavato: sa di casa, di coraggio, e di una voglia incredibile di essere autentici. E la verità, quella vera, è che si può essere “di provincia” e rivoluzionari insieme. Basta volerlo, e Clara lo dimostra ogni giorno. PRIMA PASSERELLA: IL GIOCO DEI RUOLI DAVANTI AGLI OBIETTIVI Clara a sedici anni – pensateci un attimo – sorride davanti a uno specchio di camerino milanese mentre le stringono i fianchi in una taglia sample che urla “moda high fashion”. Milano è una giungla elegante e feroce dove sfilare in passerella vuol dire, ogni tanto, inciampare nei propri limiti. Eppure, Clara non era solo una bellezza di passaggio: lei aveva quella cosa lì che non si vede subito ma si sente, come quando inizia un pezzo e ti prende lo stomaco. In un mondo di voci che ti dicono come devi essere, impari presto che la vera sfida è restare fedeli a sé stessi. Appena entrata nei backstage, Clara ha capito che nel fashion nessuno ti regala niente. Senti giudizi come sassi lanciati; devi essere scattante, pronta, quasi camaleontica. Questo, però, le ha costruito addosso una corazza sottile fatta di autostima vera: “Se mi accetto io, nulla mi può spostare davvero”, avrebbe detto più tardi nelle sue interviste. E intanto lei giocava con la diversità come fosse una palette di colori insoliti, osservando con curiosità chiunque perché a Milano nessuno è uguale all’altro – e questa cosa qui, lo ammette spesso, l’ha segnata profondamente. L’ESPLOSIONE CREATIVA: QUANDO LA MUSICA BUSSA Finire tra le mani dei fotografi significa anche conoscere l’incertezza del giudizio istantaneo, quella tensione che ti fa chiedere: “Piacerò davvero? Sarò abbastanza?”. Clara però, invece di spegnersi, ha scelto la via più folle: scriveva testi nei break tra gli shooting, appuntava frasi random tra le pagine di un’agenda un po’ rovinata dal fondotinta. Alle modelle che si lamentavano delle scarpe troppo strette, lei rispondeva con canzoni inventate al volo – piccole storie pop che già trasudavano ironia e voglia di spaccare i cliché. La musica, per lei, diventa una seconda pelle, un modo per prendere tutto quel mondo di silhouette perfette e ribaltarlo: “Ci sarà pure spazio per chi ha una voce diversa, no?”. Il coraggio arriva così, da dentro e da fuori, come una pandemia di libertà. Non è stato un salto a occhi chiusi, però: Clara ascoltava i dischi della mamma, pescava ispirazione da TikTok e memi, mescolava rap italiano e hit globali. E più ascoltava, più si convinceva che sì, una voce nuova può fare la differenza anche quando nessuno se lo aspetta. Getty Images PRIME COLLABORAZIONI & SPERIMENTAZIONI: IL SAPORE DELL’INEDITO Passare dalla moda alla musica è stato come togliersi un tailleur e infilarsi la felpa preferita: improvvisamente, Clara si sente libera. Le prime demo arrivano mentre ancora posa in shooting: brevi note vocali sul telefono, giri di basso gracchianti, testi che parlano di sentimenti veri, dove la perfezione non esiste e la vulnerabilità è un’arma, mica una sconfitta. Le sue collaborazioni iniziali sono piccole, ma già si sente il graffio. C’è la complicità con giovani produttori under 25 conosciuti via Instagram, le sessioni infinite in camerette piene di led, dove si registra di notte perché di giorno “abbiamo tutti un lavoro più noioso, tipo prendere caffè e organizzare casting”. Eccone alcune cose che caratterizzano subito il suo stile che non assomiglia a nessuno: * Ritornelli contagiosi, di quelli che restano in testa tipo tormentoni di TikTok * Testi schietti e diretti, che non girano mai troppo intorno (se c’è da dire una cosa scomoda, la dice) * Beat che mescolano elettronica, pop e accenni urban ma senza mai diventare una copia-qualsiasi * Quella vena ironica, tipica delle ragazze che conoscono il sarcasmo come forma d’arte I TEMI RICORRENTI: DAL VISSUTO ALLA RIVOLUZIONE SILENZIOSA La musica di Clara la riconosci subito. C’è un filo rosso che cuce tutti i pezzi, e sono i temi della libertà, della ricerca di autenticità e dell’autoironia. Le sue canzoni sono uno spaccato di giovani donne che si svegliano con mille insicurezze ma trovano sempre il meme giusto per riderci su. Affronta l’ansia, le relazioni nude e crude, il diritto a scegliere senza scusarsi. Anzi, ti viene da pensare: “Da quanto mancava una voce così?”. Nelle sue hit si parla spesso di: * Non conformarsi, mai. * Difendere le proprie fragilità senza vergognarsene. * Festeggiare la diversità, anche quando gli altri non la capiscono. * Nestare sempre sé stessi, a costo di stonare un po’. La sensazione, ascoltando Clara dalla prima traccia all’ultima, è che questa ragazza trasformi ogni esperienza – bella o brutta – in uno slancio creativo. La moda, invece di limitarla, le ha insegnato ad abitare corpi diversi e ad ascoltare senza giudizi. E quel viaggio, tra luci da sfilata e microfoni, è stato il vero big bang della sua voce artistica. SANREMO E IL BOOM DELLA POPOLARITÀ Parliamoci chiaro: in Italia non esiste altro palco che abbia il potere di Sanremo. E quando dici “Clara Soccini a Sanremo”, automaticamente pensi a quella ragazza che si è fatta spazio tra le icone pop del Festival con l’energia di chi non chiede il permesso, ma semplicemente arriva e lascia il segno. La sua vittoria a Sanremo Giovani non è stato solo un momento wow per i fan, ma una specie di click collettivo. Hai presente quando un pezzo va virale su TikTok da una settimana all’altra? Ecco, la svolta di Clara è stata così: improvvisa, fresca, memorabile. L’emozione della finale, quando è salita su quel palco, la voce che per un secondo tentenna ma poi esplode calda, come se avesse aspettato proprio quel microfono per raccontarsi al mondo intero. Non una nota fuori posto, ma – ancora più forte – nessuna maschera: Clara è rimasta Clara, spontanea, impulsiva, con lo sguardo che cerca conforto fra le luci e quello sguardo vero. E per il pubblico giovane questo conta, eccome se conta. Siamo abituati a filtri ovunque – filtri su Instagram, filtri sulle storie, filtri nei messaggi – e sentire una voce che filtri non ne vuole è una carezza, a volte quasi una rivoluzione. La canzone che ha portato a Sanremo, “Diamanti Grezzi”, è uno di quei brani che ti si infila in testa senza chiedere permesso, con quel ritmo che oscilla tra malinconia e voglia di riscatto. Il testo parla di inciampi, di imperfezioni da celebrare come fossero pietre rare, e sembra scritta per chi si è sentita fuori posto almeno una volta nella vita (spoiler: cioè tutte noi). E mentre lei la canta, ti sembra quasi di vederle le sue storie passate scorrere dietro le palpebre – un misto di ansia ed entusiasmo, quelle emozioni prime che fanno tremare le gambe. Nell’edizione di Sanremo a cui ha partecipato, l’impatto mediatico è stato clamoroso. Su Twitter partivano le gif con il suo sorriso irresistibile, su TikTok i duetti e i lip sync con le sue frasi più iconiche. In pochi giorni è esplosa una Clara-mania che non era solo hype effimero, ma vera identificazione: centinaia di ragazze che nelle sue parole trovavano un coraggio familiare, una nuova maniera di essere libere. E le aspettative? Mamma mia, altissime. C’è chi, tra una storia e l’altra, immaginava per lei un percorso fulminante. Ma la cosa più bella? Clara Sanremo non lo ha vissuto come una gara di popolarità, ma come un palcoscenico dove portare le sue fragilità e la sua forza. Non andava in cerca di approvazione, anzi – sembrava quasi volesse dire: “Ragazze, fatevi vedere così come siete. Rovinati quanto vi pare, ma veri”. E vedere che questa attitudine ha conquistato pubblico e critica ti fa capire che la chiave del successo, almeno oggi, non è la perfezione, ma l’autenticità. C’è qualcosa di incredibilmente simbolico nel successo di Clara, soprattutto in un festival che, diciamocelo, negli anni non è sempre stato un esempio di apertura alle donne giovani e fuori dagli schemi. Lei arriva schietta, taglia corto con i cliché—niente pose artefatte, niente outfit imposti dalla moda del momento. Sceglie quello che le piace, suona quello che sente davvero. E il fatto che sia proprio una ragazza così, con questa energia da “amica della porta accanto”, a spaccare a Sanremo, dice molto anche su come sta cambiando la musica italiana, soprattutto per quanto riguarda l’universo femminile. È come se Clara avesse preso a martellate un soffitto di cristallo che tanti ancora vedevano intatto. Getty Images Se dovessi riassumere in poche cose l’impatto del suo Sanremo, direi: * Ha portato in televisione un nuovo modo di raccontare le fragilità, senza paura. * Ha ispirato tantissime ragazze a buttarsi—che sia per scrivere, cantare o semplicemente esporsi senza vergogna. * Ha svecchiato l’immagine dell’artista pop: niente compromessi, solo personalità e canzoni vere. * Ha dimostrato che il pubblico giovane non vuole solo contenuti digitali, ma anche emozioni “live” e sincere. Certo, dopo il festival nessun giorno è mai uguale all’altro. Interview, dirette Instagram con decine di migliaia di follower, meme, reaction. Tutto corre veloce, ma Clara resta salda, con quell’aria da ragazza che, anche vestita di lustrini, resterebbe volentieri a mangiare la pizza con le amiche. Forse è proprio questa normalità a farla brillare così. E il successo non le scivola via addosso: lo indossa senza paura, come si fa con una felpa preferita che profuma di casa e di sogni nuovi. UN SET CHE SEMBRA UNA SECONDA CASA Entrare nel mondo di “Mare Fuori” per Clara Soccini è stato come tuffarsi in un mare aperto – sì, incerto, movimentato, ma anche pieno di vita e possibilità che non ti aspetti. Quando l’hanno scelta per il ruolo di Crazy J, lei ancora non immaginava che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno. Il set: un microcosmo di ragazzi, ognuno con la propria storia da portare davanti alla macchina da presa, ma anche, tra una pausa e l’altra, fuori copione. Clara subito si è sentita a casa, anche grazie al clima quasi “da gita scolastica”, con battute, risate e, diciamolo, qualche momento di ansia prima di una scena difficile. Il bello è stato proprio questo: nessuno lì voleva solo “recitare”, ma ognuno si metteva in gioco sul serio. Crazy J (Giulia) è un personaggio che “spacca” (non c’è altro termine): sfrontata, ribelle, a tratti tenerissima. Interpretarla voleva dire navigare in un’onda emotiva continua. “All’inizio avevo paura di perdere il controllo,” racconta spesso Clara, “ma poi mi sono lasciata andare – e credo che quella versione un po’ fuori rotta di me mi abbia pure insegnato qualcosa”. DALLA MUSICA ALLA RECITAZIONE, E RITORNO Non è un caso che Giulia sia anche una rapper. Se ci pensate, c’è un parallelismo pazzesco tra le rime che Clara scrive sul suo blocco note e quelle che invece si trova a portare in scena, “indossando” Crazy J. Recitare non è stato solo un modo per cambiare prospettiva, ma anche per amplificare la propria voce artistica, trovare nuovi suoni interiori. Clara dice di aver scoperto lati di sé che non sospettava. Eccone alcuni: * La vulnerabilità non è debolezza – anzi, spesso magnetizza chi ti guarda, perché è autentica. * Ballare tra le emozioni forti del set e quelle intime della scrittura dà una forza incredibile, è come un doppio allenamento. * Le parole non sono mai solo parole: quando diventano azione, cambiano tutto. Questa contaminazione tra musica e cinema ha creato un’alchimia unica. Giulia sarebbe stata diversa senza la sensibilità musicale di Clara? Probabilmente sì. E la musica stessa, per Clara, ha ora più profondità proprio grazie a tutto quello che ha vissuto sul set. ENERGIA, BATTICUORE E LACRIME DIETRO LE QUINTE C’è un retroscena che fa sempre sorridere chi la conosce: i primi giorni di riprese, Clara – che non si considera una “veterana” del set – tremava come una foglia dopo ogni ciak. Ma a un certo punto, tra una chiacchiera con Massimiliano Caiazzo e un abbraccio alle colleghe attrici, quella tensione si è trasformata in carica pura. Fare scena con pezzi di dialogo forti, storie vere come pugni nello stomaco, e poi ridere tutti in camerino, magari pure stonando con la chitarra, ti sblocca letteralmente. Un elenco di situazioni assurde vissute in quei mesi? * Standby eterni prima di una scena madre poi finita in 30 secondi netti. * Pranzi improvvisati sul pavimento del backstage – rigorosamente con meme e battute trash di sottofondo. * Momenti di confronto durissimi ma sinceri, da cui sono nate amicizie che oggi per Clara sono famiglia. E poi gli abbracci pieni, quelli che stringi e quasi ti spezzano, perché c’è fatica, orgoglio, ma anche la consapevolezza che stanno tutti facendo qualcosa di importantissimo. L’ABBRACCIO TRAVOLGENTE DEL PUBBLICO Non si può ignorare il calore dei fan. Quando la prima scena di Crazy J è andata in onda, Instagram di Clara si è riempito di messaggi – meme divertenti, Tiktok remixati con le sue battute, storie di ragazze che si sono finalmente sentite viste. Per tante, Giulia è diventata un simbolo: della voglia di spezzare catene, della libertà di emozionarsi senza filtri. Una sera, un gruppo di fan le ha scritto: “Hai dato voce a chi si sente sempre fuori posto, come noi”. È lì che Clara ha capito quanto la potenza di un personaggio vada oltre il copione, diventando energia collettiva. Una specie di rito condiviso, dove quello che porti in scena aiuta chi ti segue a sentirsi meno solo. La cosa pazzesca? Clara dice che sono proprio questi feedback a cambiare il suo modo di essere artista: ogni messaggio, ogni fan, aggiunge un tassello al suo percorso, soprattutto nella scrittura delle sue canzoni. UN’ESPERIENZA CHE SEGNA (E INSEGNA) In definitiva, il viaggio di Clara tra schermo e palco non è mai lineare: è come una playlist in shuffle, dove ogni brano aggiunge una sfumatura nuova. La recitazione le ha insegnato a non avere paura di mostrarsi imperfetta, a vedere il valore nei dettagli, nei momenti fragili. E poi – e forse non tutti lo sanno – anche quando le luci si spengono e si torna a casa, l’eco di quelle emozioni resta, e ogni giorno è un po’ più ricco, vero, autentico. Proprio quello che, tra musica e fiction, Clara Soccini oggi rappresenta. FAMIGLIA, AMICIZIE E RADICI EMOZIONATE Clara Soccini in pubblico appare forte, scintillante, con quell’energia contagiosa che trasmette anche a chi la osserva solamente tramite uno schermo. Ma basta scavare appena sotto la superficie per trovare qualcosa di molto più intimo: legami veri, valori radicati e quella malinconia dolce che si sente nelle sue canzoni, in cui la voce trema, a tratti, come se si emozionasse davvero mentre canta. Questo attaccamento alla famiglia non è solo una questione “privata”: Clara lo porta anche nei suoi progetti, nelle scelte artistiche. Parla spesso di sua mamma come della sua prima grande fan – e non c’è diretta Instagram in cui non scappi almeno un cenno alle sorelle o agli amici storici, tipo quelli di scuola, quelli che la conoscevano “prima di tutto questo”, come dice lei. Parlarle di amore, di amicizia, la smuove davvero: nei suoi racconti usano spesso verbi forti, tipo “fidarsi”, “proteggere”, “lasciare andare”. Anche in questi aspetti, non cede mai alle maschere. È facile non accorgersene, ma questa sincerità la distingue in un mondo dove la facciata rischia di sostituire la sostanza. Clara mantiene un rispetto quasi religioso per la verità dei rapporti, anche quando significa ammettere i propri errori o rivelare fragilità scomode. LIBERTÀ DI ESSERE E PENSIERO LIBERO Uno dei temi che Clara sente più vicini è la libertà di espressione. La difende a spada tratta, anche quando sembrerebbe più comodo tacere o “andare d’accordo con tutti”. Nei suoi pezzi, nei post e perfino nelle interviste mette in chiaro che la questione non è solo “dirsi liberi”, ma praticarla questa benedetta libertà, giorno per giorno. Schierarsi, esprimersi anche quando si rischia di non piacere a tutti. * Si è vista spesso rispondere ai commenti pesanti con l’ironia. * Ha partecipato a eventi dove l’argomento era il diritto di essere se stessi, senza filtri e senza paura. * In tende e backstage, non ha problemi a discutere – anche animatamente – di libertà di genere, di pregiudizi, di ruoli imposti. Dietro questa facciata c’è però anche una certa stanchezza verso chi confonde la sicurezza con l’arroganza. Clara lo dice proprio così: “Non sopporto chi urla forte solo per paura di ascoltarsi davvero”. Una frase che, detta da lei, suona più come uno sprone che come una critica. EMPOWERMENT FEMMINILE: UN’ENERGIA CHE SI SENTE Il femminismo di Clara è viscerale, concreto, mai scontato né urlato a vuoto. *Non ci sono slogan patinati, ma una serie di piccoli gesti quotidiani che valgono molto di più.* Dal modo in cui risponde alle critiche – “non intendo cambiare solo per piacere a qualcuno” –, alla naturalezza con cui cerca di dare spazio a ragazze altrettanto coraggiose, che magari hanno solo bisogno di una piccola spinta o di vedere che non sono sole. Lei stessa racconta di aver passato periodi complicati: sentirsi fuori posto, poco compresa, perfino presa in giro per la voce o per il modo di vestire. “Se non mi fossi difesa da sola, chi lo avrebbe fatto?”, chiede talvolta ai microfoni. Poi però condivide questi aneddoti sperando di trasmettere fiducia a chi la segue, specialmente alle più giovani. Tre cose che ripete quasi come un mantra e che hanno ispirato molte delle sue follower: * Prenditi seriamente solo quando serve, scherza su tutto il resto. * Scegli chi ti fa sentire a tuo agio, non chi va di moda. * La fragilità non è un difetto, è solo un modo diverso di essere forti. IMPEGNO PER I DIRITTI CIVILI E RISPETTO PER L’ALTRO Negli ultimi mesi, Clara si è distinta anche per la sua attenzione ai diritti civili: dalle campagne contro le discriminazioni, alle raccolte fondi per centri antiviolenza, fino al semplice – ma non banale – uso dei pronomi corretti durante le interviste. Scrivere i testi delle sue canzoni non le basta: cerca di creare dialogo, di attivarsi dal vivo, di rispondere, spiegare, ascoltare. Ha detto in più di un’occasione che il suo obiettivo non è salire sul piedistallo, piuttosto “mettersi anche in ascolto, imparare qualcosa di nuovo ogni giorno”. Viene quasi da pensare che, se non fosse diventata artista, avrebbe trovato comunque il modo di parlare al suo pubblico, magari attraverso qualche altra forma di attivismo. E invece ha scelto la musica perché, come dice lei, “è la forma più vera e di pancia per arrivare dove la testa non basta”. Clara, tra sorrisi e battute, si muove quindi sul confine sottile tra la voglia di cambiare il mondo e l’attenzione spontanea alle storie degli altri. Questo mix di energia, coraggio e delicatezza è la chiave della sua autenticità: Clara non si limita a dire cosa pensa, lo vive e lo fa vivere anche a chi la ascolta. UN DOMANI CHE NON FA PAURA: LA VISIONE DI CLARA La cosa incredibile di Clara Soccini è che mentre stai ancora pensando alla sua ultima canzone, lei sta già progettando qualcosa di nuovo. E non è solo questione di musica: è come abbia sempre uno sguardo rivolto al futuro, pieno di mille idee che scorrono veloci nella testa. Ok, d’accordo, detta così sembra un cliché – la tipica artista “che non si ferma mai”, ma basta guardarne le stories per capire che questa ragazza sembra proprio non fermarsi davvero. E viene quasi voglia di starle dietro, anche solo per rubare un po’ della sua grinta. Sognare, ma col cuore acceso, radicato nella realtà. Clara ha dichiarato in diverse interviste che sta lavorando non solo a nuovi brani ma anche a progetti legati al cinema (ci state? Proviamo a immaginare: una serie in cui scrive la colonna sonora e interpreta la protagonista? Sembra una roba alla “Euphoria” ma con un clima tutto italiano). Non nega di voler osare: contaminare i generi, mischiare arte, suoni, emozioni. C’è chi la vorrebbe “dentro una scatola”, definirla come cantante pop, o attrice emergente, ma Clara preferisce restare liquida, pronta a ridefinirsi quando serve. Del resto, il futuro non lo vuole scritto a matita, ma a colori fortissimi. ATTIVISMO, MUSICA E CINEMA: UN MIX CHE FA BENE ALL’ANIMA Quello che può sembrare un miscuglio caotico – oggi una canzone, domani un film, dopodomani una campagna per una ONG – in realtà ha un filo logico. Clara non fa solo “le cose che vanno di moda” (e si vede), ma si porta dietro un’urgenza di raccontare quel che sente. Per lei, ogni progetto diventa un’occasione di farsi ambasciatrice di istanze che la toccano da vicino: dalla giustizia sociale all’ecologia, ma in modo pratico e tangibile. Per esempio: * Nei set musicali, pretende plastica zero e valorizza madrepore sconosciute, scovando giovani talenti femminili tra la crew. * Nelle dirette promuove l’autenticità (il vero “filtro Instagram” è quello che ti fa sentire bene nella tua pelle, no?). * Nel partecipare a iniziative benefiche, ci mette la faccia senza retorica: una foto, una chitarra, un appello concreto. Insomma, Clara sogna “ad occhi aperti”, ma i piedi li tiene ben saldi sul pavimento. È una di quelle per cui la carriera non è “scappare”, ma inventarsi uno spazio dove esprimersi, con tutti i rischi e la fatica che comporta. MODELLI CHE FANNO LA DIFFERENZA – PERCHÉ CI SERVE UNA CLARA? Quante volte, crescendo, ci hanno detto che bisognava essere o troppo brave o troppo carine o troppo silenziose? Clara, invece, preferisce una strada con i gradini sghembi: le sue canzoni sono spesso una mano tesa verso chi si sente in bilico. Esserci, con le fragilità e tutto, è il messaggio che passa. Perché di modelli reali c’è un bisogno pazzesco: non quelli perfetti, ma quelli che ogni tanto ci cascano pure loro, che hanno imparato a riderci su e poi a rialzarsi. Secondo me, il vero “esempio” che lascia Clara alle ragazze italiane è tutto qui: * Puoi desiderare dieci cose diverse, e nessuna sarà “sbagliata”. * Puoi cambiare idea, abiti, sogni e anche taglio di capelli – e va benissimo così. * Basta essere sempre sincere con se stesse, anche se la voce trema un po’. Ci sarebbe da copiarla, la sua ostinazione a non arrendersi al pregiudizio, e la cosa bellissima è che per farlo non serve una platea, ma solo quella mezza rivoluzione silenziosa che inizia nello sguardo, davanti allo specchio. UN INVITO CHE ACCENDE IL CORAGGIO In fondo, Clara non lancia manifesti: ti fa venire voglia di credere nelle tue idee perché lei per prima ci crede. Se qualcosa ti fa vibrare il cuore, se un sogno sembra troppo grande, prova a non lasciarlo incartare nei “non ce la farai”. Tra successi imprevisti, passi falsi (che fanno curriculum, altroché!) e nuove avventure, Clara ci dimostra che si può essere giovani, irriducibili e vere, tutto insieme. Ecco, se la vedi in tv o la ascolti mentre si diverte a storpiare un pezzo famoso su TikTok, prendilo come un promemoria: la parte migliore di noi è quella che osa, che non finge, che scivola ma ride. E che, alla fine, trasforma ogni piccola fragilità in una forza da esibire – come un accessorio vintage trovato per caso, che invece di coprirti ti esalta. The post Clara Soccini tra Musica, Recitazione e Autenticità: La Nuova Voce della Generazione Z appeared first on The Wom.
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Doja Cat, La regina pop-rap che ha rivoluzionato la musica e non solo
Getty Images * Nome completo: Amala Ratna Zandile Dlamini * Data di nascita: 21 ottobre 1995 * Luogo di nascita: Tarzana, Los Angeles, California, USA * Segno zodiacale: Bilancia * Altezza: circa 1,65 m * Partner: Notizie di relazioni passate, tra cui Johnny Utah e Bree Runway, ma attualmente single e molto riservata sulla vita privata * Genitori: Deborah Sawyer (designer grafico americana di origini ebraiche) e Dumisani Dlamini (attore sudafricano di origini zulu) * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Un fratello * Instagram: @dojacat DALLE RADICI A LOS ANGELES AL SUCCESSO INTERNAZIONALE Quando penso al percorso di Doja Cat mi viene subito in mente quell’immagine di bambina ribelle e sognatrice che si muove tra i colori sgargianti di Los Angeles e l’energia schietta di New York – come se nella sua infanzia si fossero mescolati i glitter della West Coast col ritmo accelerato della East. Doja Cat, o meglio Amala Ratna Zandile Dlamin, nasce proprio così: con i piedi ben piantati su due mondi e la testa già tra le stelle. E credimi, la sua storia è tutto fuorché ordinaria. Amala cresce in una famiglia in cui il concetto di multiculturalità non è solo una parola sui libri, ma una faccenda quotidiana. Sua madre, Deborah Sawyer, artista visiva ebrea-americana dai capelli rosso fuoco e dalle idee stravaganti tipo mostrare alla figlia frammenti di arte e cultura mentre le prepara la colazione. Poi c’è il padre, Dumisani Dlamini, musicista e attore sudafricano, che porta con sé la forza ruvida dell’Africa e il calore della tradizione. Il twist? Loro due, insieme, sono una miscela esplosiva dove cultura pop-art, radici africane, spiritualità e libertà creativa si danno il cinque ogni giorno. C’è un piccolo dettaglio che a molte sfugge (e qui entriamo in zona curiosità da raccontare tra amiche davanti a una pizza): per alcuni anni Doja Cat vive con la nonna materna in un ashram fuori Los Angeles. Ashram, sì: pensa a una comunità spirituale, vestiti comodi, lezioni di yoga e niente tecnologia, ma tanta meditazione. Un universo a parte, in cui la piccola Amala scopre la spiritualità come forma di autoconoscenza – e forse anche quel pizzico di ironia che mai l’ha abbandonata. Crescere così, immersa in mondi anche molto diversi tra loro, le dà la capacità di saltare da una cosa all’altra con una facilità che ha quasi del magico. Tutto questo si riflette nei suoi primi approcci all’arte e alla musica, che arrivano letteralmente in punta di piedi e poi con una potenza inattesa. In casa Sawyer la creatività era praticamente nell’aria, un po’ come i glitter dopo una festa ben riuscita. La madre dipingeva, lui ascoltava beat africani, lei invece danzava davanti allo specchio o inventava melodie improvvisate mentre sistemava i Lego. E qui la musica non era solo una cosa da adulti: era la colonna sonora di ogni giorno. Essere una bimba vivace, con la passione per il ballo hip hop delle crew di Venice Beach, le lezioni di breakdance (ci scommetto, le sue prime mosse provate davanti allo specchio di casa), il debutto tra i talenti locali di Los Angeles nelle jam session – tutto questo era, per Doja, molto più di uno svago. Era un modo per affermare sé stessa in un mondo che spesso fatica a dare spazio alle ragazze così fuori dagli schemi. * Radici africane e cultura ebraica fuse in una sola persona * Mamma artista e papà musicista e attore sudafricano, mai una routine scontata * Vita nell’ashram, abitudini zen e spiritualità new age: meditazione prima dei compiti! * Prime jam session tra amici e coreografie “rubate” alle crew locali, con una sicurezza già da boss Mi fa sempre sorridere pensare a quante piccole cose, apparentemente trascurabili, abbiano gettato le basi per la donna fortissima – e a modo suo, anche consapevolmente “strana” – che Doja Cat è diventata. Crescere tra pop e spiritualità, tra lezioni di arte e sessioni di danza sotto il sole californiano, le ha dato la capacità di disegnare un “universo personale” che nessun’altra popstar oggi può davvero copiare. Forse è anche per questo che, appena la ascolti o la guardi ballare su TikTok, capisci subito che dietro ogni suo successo internazionale c’è una storia vera. E, cavolo, quanto conta la differenza. LEGGI ANCHE: Lo sapevi che Doja Cat ha iniziato a produrre musica in camera sua (e con Garage Band) L’ESPLOSIONE ONLINE E L’IRONIA CHE HA CONQUISTATO LA GEN Z Prima che il mondo la conoscesse come regina pop-rap, Doja Cat ha imparato a farsi spazio tra le onde rumorose di SoundCloud. Sembra incredibile pensare che tutto sia iniziato in una cameretta, con un computer mezzo scassato, cuffiette vintage e la voglia di urlare al mondo la sua unicità. Se ci pensate, non c’era niente di “classico” nel suo modo di proporsi: niente filtri levigati né strategie da popstar costruita a tavolino, solo tanta ironia, lati assurdi messi in mostra senza vergogna e uno stile impossibile da etichettare. Il vero big bang? Ovviamente il fenomeno virale di “Mooo!”. Un video bizzarro e irresistibile, caricato un giorno quasi per scherzo su YouTube, che ha innescato una catena di meme, reaction e duetti su TikTok. In poche ore, Doja Cat è passata da cantante indie con una fanbase di nicchia a regina delle timeline, capace di smuovere trend con la stessa naturalezza con cui si indossa una parrucca a macchie di mucca. Dietro quella hit giocosa (lei stessa l’ha definita una “canzone meme”) si nasconde una consapevolezza furba: Doja ha sempre saputo giocare con l’autoironia, ribaltando le aspettative e ridefinendo il confine tra talento e trash. Tra SoundCloud, Twitter, TikTok e Instagram, la sua presenza social è diventata una masterclass di comunicazione digitale. Mentre molti puntano a sembrare sempre perfetti online, lei fa saltare il banco: a volte si mostra spettinata, con filtri buffi o pronta a trollare i fan. Un approccio che parla dritto alla Gen Z, sempre affamata di autenticità e meme, sempre pronta a “stannarla” e a farla protagonista di remix, reaction video, fan art. Ci sono addirittura thread lunghissimi su Reddit dedicati a *tutte* le sue crisi di risate durante le live, ai vestiti più improbabili o alle improvvisate con i fan. Come quando, in piena notte, ha risposto con voce roca a un random che le chiedeva se davvero mangiasse cereali col succo d’arancia. La sua risposta? “Sì, e mi sento benissimo, provaci anche tu.” Ed è subito trend. Queste “sregolatezze” la rendono umana, accessibile, mai distante. * Alcune delle sue strategie social vincenti: * Generare meme su se stessa per evitare che altri la prendano troppo sul serio (e poi la deridano davvero). * Rispondere ai commenti con umorismo tagliente ma affettuoso. * Condividere momenti imperfetti, tipo make-up mezzo disfatto o piatti cucinati male. * Scrollare TikTok e duettare a sorpresa con piccole creator emergenti, segnalandole nel suo feed. * Raccontare aneddoti random in diretta, tipo la volta in cui il suo gatto si è mangiato una delle sue ciglia finte preferite (epico). Proprio questo mix di irriverenza, sincerità spudorata e cultura meme ha creato una connessione tutta nuova: il rapporto con le fan non è “teatrale”, ma una vera e propria chat tra amiche. I “kittenz” (il suo fandom) non la idolatrano come una divinità inarrivabile, piuttosto la vedono come una compagna di sbronze digitali e confessioni notturne, capace di parlare di trucco, relazioni o momenti “cringe” con la stessa naturalezza. Ma, sotto la superficie appariscente e scanzonata, c’è una libertà creativa rara nel pop di oggi. Doja Cat usa i social non solo per esibirsi o promuoversi, ma per autoaffermarsi, sperimentare, cambiare idea, addirittura litigare con se stessa e con i fan. Ogni commento è una tela bianca, ogni live uno spazio per mettersi a nudo o reinventarsi, senza paura del giudizio. In un panorama di star tutte uguali, lei è quella che ride, cambia look ogni due settimane, si fa beffe di sé stessa e trasforma ogni debolezza in meme-gloria. La sua genialità sta proprio qui: far ridere abbattendo le maschere, un racconto collettivo dove chiunque può sentirsi parte del gioco, senza cliché né barriere. Una rivoluzione social che ha riscritto le regole per tutte le aspiranti popstar post-Instagram. Getty Images HOT PINK: L’ESPLOSIONE DEI COLORI E DEI SUONI Quando si parla di Doja Cat che sboccia come popstar globale, viene subito in mente quell’ondata fucsia, dolce e acidula insieme, chiamata *Hot Pink*. Quest’album, pubblicato nel 2019, è molto più di una raccolta di hit: è una dichiarazione, una palette di personalità che spaziano dal pop all’R&B, passando per rap e un filo di funk. Pensa a “Say So”: impossibile aver navigato online negli ultimi anni senza esserti imbattuta anche solo una volta in quell’inciso luccicante, reso ancora più virale da TikTok (giuro, pure chi non sa ballare ha ceduto alla tentazione). Hot Pink non è solo “Say So” però. È “Juicy”, è “Like That”, è il coraggio di mostrare tutte le proprie “sfumature”. Doja Cat sorprende perché ogni pezzo cambia pelle: uno zuccherino al gusto vintage, uno sfottò ironico, una dichiarazione di indipendenza. L’immaginario visivo? Letteralmente pop: latex, animazioni che sembrano uscite da un cartoon iper-glam e mille riferimenti ai trend della cultura digitale. * Dettaglio che adoro: Doja Cat disegna la copertina di “Hot Pink” a mano insieme al suo team creativo. * Nel video di “Say So”, quei look da disco-queen anni ’70 sono da copiare tutte le sere prima di uscire (o anche solo per ballare in salotto, chi ha detto che non vale?). * Fino a “Streets”, che diventa meme e challenge a sé su TikTok: la viralità ormai non è una sorpresa, è il suo habitat naturale. PLANET HER: IL BALZO NELL’UNIVERSO POP-RAP “*Planet Her*” (2021) è un vero viaggio interplanetario, non solo musicale. Qui si vede Doja Cat che sperimenta senza paura: una che indossa mille identità come fossero vestiti diversi nello stesso armadio (e a noi non dispiace affatto, anzi!). Il disco si popola di collaborazioni assolutamente da urlo: * Con SZA in “Kiss Me More” crea una hit da cantare sotto la doccia, in macchina, ovunque. * Ariana Grande la accompagna in “I Don’t Do Drugs”, dove pop e sensualità si mixano che è una meraviglia. * Eve, The Weeknd, Young Thug… ogni feat è una parte di un universo in continua espansione. Ciò che colpisce è la capacità di Doja Cat di mischiare i generi come preparasse una pozione magica: c’è la cassa dritta della dance, il flow rapper da swag purissimo e melodie ipnotiche. Ogni traccia è un cambio di stato d’animo, uno switch intelligente tra party e confessione, tra autoironia e sensualità sfacciata. * Nel video di “Woman”, Doja Cat diventa una regina futuristica. Ho ancora in mente i bodypaint e le coreografie tribali: sembra una dea cyber-amazzonica, non penso di esagerare. * Il modo in cui usa la voce – cantando e rappando, a volte stravolgendo la pronuncia – è il suo vero superpotere: una camaleontica, insomma, e le sta bene così. MUSICA COME IDENTITÀ, CORAGGIO E RIBELLIONE In ogni tappa Doja Cat trasforma la *musica in un portale per esprimere sé stessa*: non si limita mai a seguire regole, spesso le infrange e ci ride pure sopra. Prendi le sue scelte artistiche: cambiare look tra un giro di promo e l’altro (ricordi quando si è rasata i capelli, mandando in tilt i fan?), spingersi in video che sembrano film sci-fi con twist femminista, scegliere testi che oscillano tra empowerment e parodia. * Le collaborazioni sono sempre dialoghi, mai pose di circostanza. La sua attitudine? Fare troupe, non solo feat: si diverte, spiazza, coinvolge. * Sui social è schietta, condivide errori, sbaglia e ri-prova. E questa vulnerabilità, questa libertà—eh, forse è la sua arma segreta. Doja Cat si è ritagliata uno spazio dove la musica diventa uno specchio di valori e ribellione: non si piega mai troppo alle aspettative e, anzi, ogni provocazione – dai look ai testi – vibra di consapevolezza, anche quando sembra una provocazione fine a sé stessa. E magari è proprio quel mix di talento, audacia e ironia a renderla una delle poche star moderne che, disco dopo disco, lascia l’impressione di poter davvero cambiare le regole del gioco. Getty Images TRA CUORI, LIKES E “BESTIE”: L’ALTALENA DELLE RELAZIONI DI DOJA CAT C’è qualcosa di magnetico quando Doja Cat parla (o, ancora di più, non parla) della sua sfera privata. Le sue storie d’amore e di amicizia sono sempre rimaste in una zona di confine, tra post social cancellati in fretta e indizi disseminati tra interviste, meme e canzoni. Un po’ come quella chat con Noah Schnapp (sì, proprio il ragazzino di Stranger Things!) finita ovunque su TikTok: un momento che ha mostrato quanto l’universo delle relazioni, per lei, sia una miscela di ironia, sincerità e caos perfettamente calibrato. Da un lato, c’è la *diva pop da milioni di follower* che scherza su Twitter e lancia battute sulle sue cotte. Dall’altro, la ragazza che difende al massimo la propria privacy e si tiene stretta la parte fragile di sé lontana dai riflettori. La sua relazione con il rapper britannico JAWNY, per esempio, è stata al centro del gossip solo per un attimo: picchi di tenerezza su Instagram, qualche foto, e poi… puff, spariti quasi entrambi dai feed l’uno dell’altra. E quando i media hanno provato a scavare, Doja ha risposto a modo suo: con silenzi ostinati, battute surreali, qualche emoji. La scelta di non condividere tutto diventa una dichiarazione di forza, in un’epoca in cui le storie d’amore sembrano esistere solo per essere scrollate e commentate. AMICIZIE NELL’ERA DEI FILTRI: CHI C’È DAVVERO? Nel mondo iper-connesso dello showbiz, i “friend goals” spuntano come funghi. Ma quante sono davvero autentiche? Doja Cat sembra aver sviluppato un radar speciale per distinguere tra amicizie vere e relazioni di facciata, quelle da selfie e cuore rosso. Il suo gruppo ristretto di amici la segue in tour, backstage, party e giornate di pigiama, chattando come qualunque gruppo di ventenni normali, lontano dagli occhi del pubblico. Si dice sia tra le poche popstar a rispondere ai messaggi vocali degli amici a qualsiasi ora, anche se, tipo, sta scegliendo gli outfit per il Met Gala. – * Le serate karaoke con Lil Nas X, che sono diventate meme virali – * I DM scambiati con Normani e SZA tra confessioni imbarazzanti e consigli “da sorelle” – * I confronti sinceri con il team creativo, niente filtri ma rispetto e qualche sporadico litigio, come accade nelle amicizie vere La sua regola? “Meglio pochi ma veri”. In un circo mediatico in cui le “colleghe” sono spesso anche competitor, Doja coltiva l’ironia, supporta gli altri talenti senza giocare a chi-ce-l’ha-più-bella (la hit, la foto, l’ingaggio). E quando un rapporto finisce o cade nella tossicità, lei… taglia corto, letteralmente blocca e avanti. PRESSIONE, SOLITUDINE, E LA FATICA DI ESSERE SEMPRE “ON” Più montano i followers e la fama, più diventa difficile capire chi c’è davvero e chi cerca solo un pezzetto di visibilità. Doja Cat racconta spesso di sentirsi spaesata, quasi sballottata tra abbracci e pugnalate alle spalle, come in un reality dove la nomination è dietro l’angolo. Non è poi così semplice restare fedeli a se stesse, quando tutti si aspettano la versione perfetta, patinata, virale di te. – * Paura di restare soli, anche con milioni di cuori virtuali sotto le foto – * La pressione di essere “la ragazza più cool della stanza” anche quando vorresti solo stare in pigiama a guardare anime – * Momenti di crisi e ansia che racconta a modo suo, con meme, autoironia e quella risata sguaiata che è diventata un po’ il suo superpotere È un equilibrio fragile, sempre in bilico tra il bisogno di autenticità e l’urgenza di proteggere la propria salute mentale. Per chi la segue, il messaggio tra le righe è chiaro: meglio essere un po’ goffe, “strane” e selettive nelle relazioni, che schiacciate dal peso di connessioni solo apparenti. E tu, quanto valore dai alle tue vere “bestie”, nella giungla dei like? VALORI DICHIARATI E VISSUTI SULLA PELLE Doja Cat non si limita a sventolare i propri valori, li indossa come una felpa fluo e taglia i cliché a colpi di ironia. La sua autenticità non è solo una parola da bio Instagram: la vedi in ogni intervista, in quelle storie su TikTok dove ride di sé, e nei post in cui gioca con i filtri ma non con la maschera. Forse la qualità che la rende così magnetica è proprio questa: non ha paura di mostrarsi come è, con le sue contraddizioni e i suoi slanci spiazzanti. In un mondo che ti chiede sempre più spesso di adattarti, lei fa schifo alle regole. Questa autoironia feroce è il suo scudo migliore. Prendiamo la famosa diretta in cui, davanti a una critica insensata su Twitter, ha risposto cantando una canzone assurda su… i piedi! Sì, i piedi. Ha fatto di un momento imbarazzante qualcosa di virale, lasciando a bocca a perplessa la metà di Internet, all’altra metà la voglia di seguirla proprio per quella sincerità scanzonata, senza filtri né sovrastrutture come qualcuno che parla con l’amica al bar dopo una giornata di lavoro. INDIPENDENZA E LIBERTÀ: PAROLE-CHIAVE DELLA SUA GALASSIA Non esiste “Doja Cat” senza indipendenza e senza una libertà d’espressione che spacca davvero. La sua musica rompe i confini: trap e pop si fondono, i testi mischiano ironia, sensualità e un’onestà nei riferimenti che tante altre eviterebbero come la zona spoiler su una nuova serie Netflix. Ma anche fuori dal palco, Doja batte la strada della libertà. L’ha detto molte volte: non sopporta chi la mette in una scatola, che sia per il passato, per il colore della pelle o per la sua visione delle cose. Il suo armadio – così pazzo e multiforme che ogni stylist vorrebbe almeno un minuto dentro – è una dichiarazione di guerra allo stile “giusto” imposto da altri. Tre sue regole non scritte che dovremmo ricordarci un po’ tutte: * Se non ti rappresenta, non farlo. * Se ti fa ridere, condividilo: la risata è salvezza. * Se ti obbligano a scegliere, cambia le regole, non te stessa. ATTIVISMO SINCERO TRA SOCIAL E REALTÀ Ironica sì, ma sotto c’è la sostanza. Il suo attivismo digitale non è mai scontato: Doja Cat ha scelto la sua enorme visibilità per lanciare messaggi diretti sull’inclusività e sull’empowerment, specie femminile. Ha preso posizione contro il body shaming ogni volta che qualcuno ha provato a criticarla per il suo aspetto: la risposta? Una foto in bikini, magari con una posa buffa, e uno “so che mi guardate, guardate bene”. Non quella rabbia da meme, ma una risata che smonta ogni hater, che sembra dire: “Trova qualcosa di meglio da fare col tuo tempo!” L’empowerment per lei è anche portare avanti battaglie sulle origini miste e la narrazione del proprio corpo. Più di un’intervista ha sottolineato quanto le storie delle donne nere e delle donne bianche come lei – figlia di due culture diverse, figliata da un melting pot unico – meritino voce, spazio, complessità, e quanto sia stanca di chi cerca soluzioni facili a questioni complesse come razza, genere e rappresentazione. SIMBOLO DELLA GENERAZIONE SENZA PAURA In definitiva, Doja Cat è diventata il manifesto vivente di quella generazione – la nostra – che non vuole più mimetizzarsi. Il suo modo di stare sui social, di parlare (a volte anche troppo, direbbe la nonna!), di rispondere alle critiche, rivela un mix di vulnerabilità e forza capace di smuovere una palude di pregiudizi. Ecco perché anche nei rari momenti in cui cade nell’occhio del ciclone social, lei resta in piedi, sempre con quell’aria da “ci riprovo, ma stavolta decido io le regole del gioco”. Ed è proprio tutto questo, se ci fai caso, a farci sentire così dannatamente rappresentate. GENIO CREATIVO ALLO STATO PURO: DOJA CAT FUORI DAGLI SCHEMI La creatività di Doja Cat è una di quelle che ti spiazza, tipo quando sfreccia tra un sound funk e una base trap come se cambiare pelle fosse la cosa più naturale del mondo. Se ascolti “Say So” e poi passi a “Demons”, hai l’impressione di trovarli in playlist di artisti diversi, eppure sono sempre lei: Doja Cat, camaleontica e imprevedibile come una serie TV che ogni stagione cambia completamente trama. Non è un caso che i suoi videoclip sembrino spesso uscite da universi paralleli tra cartoni animati, citazionismo anni Novanta e quell’ossessione per i meme che solo una vera nativa digitale può comprendere. Una delle sue passioni segrete? Fare cose per il puro gusto di spiazzare – tipo la famosa diretta su Instagram in cui si è presentata truccata da mucca per lanciare il singolo “Mooo!”. In 24 ore era già meme planetario. Solo una mente fuori dal comune potrebbe immaginare un “torero latteo” e trasformarlo in un trend globale, con milioni di visualizzazioni e remix su TikTok. IRONIA E AUTOIRONIA: IL VERO “SUPERPOTERE” DI DOJA In un mondo in cui spesso prendersi sul serio sembra la regola, lei ha deciso di riscrivere le regole. Doja Cat è ironica fino al midollo, non solo nei testi (dove potrebbe benissimo parlare di alieni che ballano e nessuno batterebbe ciglio), ma anche e soprattutto sui social, dove ti scodella frecciatine e punchline peggio di una puntata di “Emily in Paris”. Questa sua attitudine si traduce in momenti indimenticabili, tipo: * le risposte geniali e imprevedibili ai tweet di chi la critica (“Se non trovi il mio gattino carino, forse hai bisogno di nuovi occhiali”); * i duetti sarcastici su TikTok, dove reinventa i trend prendendosi in giro (“Io che provo a svegliarmi presto – finisco sempre in modalità snooze, come una regina…”); * quel modo tutto suo di smontare il body shaming con meme e selfie dove esagera difetti inventati, sdrammatizzando tutto. La sua ironia è sempre fresca, mai forzata: sembra quasi che ogni haters per lei sia solo un’occasione per una battuta ancora più brillante. SPIRITO AUTENTICO E PROVOCAZIONE INTELLIGENTE Doja Cat non provoca “tanto per”, ma perché la provocazione è il suo modo di raccontare le cose che la fanno arrabbiare, ridere, riflettere. Ha lo sguardo tagliente di chi osserva il mondo, lo filtra con la sua lente fucsia-psichedelica e poi lo ribalta in chiave satirica. Guardate i look sul red carpet: mai banali, spesso al limite del surreale. Ricordate quando si è presentata interamente ricoperta di cristalli Swarovski? Un’ode al kitsch, ma anche una presa di posizione sull’estetica e le aspettative che ruotano attorno alle donne nello showbiz. Ci sono episodi memorabili, certo: * la “sfida dei capelli rasati” fatta in diretta per zittire chi le diceva come doveva apparire; * le dirette su Twitch dove canta con i fan improvvisando melodie su ingredienti da dispensa (“Riso, latte di mandorla e zucchero – e nasce subito una hit!”). Doja Cat è l’amica che vorresti al tavolo dell’aperitivo, quella che trasforma ogni commento un po’ acido in una risata collettiva e dirompente. UN RAPPORTO SPECIALE CON I FAN (E CON CHI LA CRITICA) Diciamolo: i fan di Doja Cat non seguono solo una cantante, ma una vibe intera. Lei li chiama “i suoi alieni” e risponde spesso — anche senza filtri — alle loro domande o perplessità. Quando i social diventano “un’arena”, non scompone mai la sua freschezza: trasforma ogni critica in combustibile per nuove idee, risponde sempre con un mix di sincerità e sarcasmo, riuscendo a mostrare che potrai anche essere superstar ma passarla liscia non è previsto. Nessuno è invincibile, ma Doja Cat sembra davvero imbattibile nel restare se stessa, qualsiasi cosa dicano. Il bello? Nonostante la fama, è ancora capace di ridere di se stessa — e regalarci quella sensazione bellissima di non dover mai chiedere scusa per essere chi si è davvero. VERSO NUOVI ORIZZONTI: L’EVOLUZIONE CONTINUA DI DOJA CAT Immagina di avere una sfera di cristallo e di provare a vedere cosa succederà a Doja Cat da qui a cinque, dieci anni. Difficile, vero? Perché proprio lei è l’artista-imprevedibile-per-definizione. Se c’è una cosa certa nell’universo fluido e caleidoscopico di Doja, è che non puoi mai sapere quale sarà la sua prossima mossa. La vedi rossa demoniaca a un party, e il giorno dopo ti trolla su TikTok con una parrucca di spaghetti. Il futuro? Letteralmente uno spartito tutto da scrivere—e sì, sarai sorpresa da ogni nota. Doja Cat si muove su una linea sottile tra pop e rap, ma non le basta: è già oltre. Nelle ultime uscite ha insinuato sonorità più crude, a tratti punk, quasi che volesse scuotere il sistema e prendersene gioco un’altra volta. Personalmente sogno una Doja che esplora l’elettronica, i suoni world, magari uno featuring con Rosalía dal vibe apocalittico. E non ci sarebbe nulla di strano: lei continua a decostruire le etichette con la stessa disinvoltura con cui cambia colore di capelli. LA REGINA DELLE CONTAMINAZIONI: L’IMPATTO SU MUSICA E MODA Quello che Doja sta già facendo—ma che nel tempo diventerà grandioso—è il miscelare mondi apparentemente opposti. Ha normalizzato la fusione tra ironia pop e conscious rap, tra meme e attivismo. Chi ascolta “Say So” difficilmente immaginerebbe la furia artistica di “Demons” o gli eccessi dark di “Scarlet”. Ma è proprio qui il punto: la sua potenza sta nel sorprendere e, spesso, nello scandalizzare chi vorrebbe metterle un’etichetta addosso. Il suo impatto sull’estetica è palese. La moda per lei non è abito, è linguaggio. Ha rivoluzionato il concetto di red carpet, rendendo ogni apparizione una performance. Pensa solo a questi trend che, diciamolo, vediamo ovunque ora (grazie, Doja!): * Nail art come forma d’arte. * Abiti second skin e texture materiche. * Makeup che è quasi body painting, tra glitter e dichiarazioni di identità. * Il revival degli accessori oversized, da occhiali a stivali space. Tutto questo, moltiplicato per la cassa di risonanza di TikTok e Instagram, fa di Doja una vera trendsetter, con una community di follower che—non scherzo—veramente si veste e si pettina “alla Doja”. OLTRE LA MUSICA: ICONA SOCIALE PER UNA GENERAZIONE CHE NON HA PAURA Doja Cat, con la sua attitudine senza filtri, è diventata il manifesto di una nuova generazione. Tanti suoi stream (e meme!) sono diventati piccoli moti di liberazione. Sì, perché se puoi essere te stessa senza dover per forza piacere a tutti, allora c’è spazio per una rivoluzione anche nel piccolo, anche nel nostro quotidiano. Questo, secondo me, è il pezzo di futuro più potente che Doja Cat sta seminando: * Rappresenta il diritto al cambiamento continuo, a reinventarsi mille volte. * È la prova che l’ironia intelligente può smontare body shaming, stereotipi tossici e fake news. * Incoraggia a esporsi su temi come identità, libertà sessuale e salute mentale—senza il tono pesante della predica, ma con la forza di chi si sporca le mani davvero. UN ESEMPIO CHE RESTA—E CHE SPINGE TUTTE A RISCHIARE La cosa più ispirante di Doja Cat? Non teme mai di essere “troppo”—troppo stravagante, troppo diversa, troppo avanti per certi schemi. E la sua lezione, specialmente per noi donne, è chiara: va bene cambiare idea, va bene osare, va bene anche non piacere. Nel mondo di Doja Cat, la vera rivoluzione è imparare ad alzare il volume della propria unicità senza paura. Chissà, magari il prossimo futuro della pop culture parlerà sempre più la lingua di chi ha il coraggio di ballare da sola. The post Doja Cat, La regina pop-rap che ha rivoluzionato la musica e non solo appeared first on The Wom.
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Olivia Rodrigo: talento, emozioni e rivoluzione pop
Getty Images INFORMAZIONI PRINCIPALI SU OLIVIA RODRIGO * Nome completo: Olivia Isabel Rodrigo * Data di nascita: 20 febbraio 2003 * Luogo di nascita: Murrieta, California, USA * Segno zodiacale: Pesci * Altezza: 1,65 m circa * Partner: non ufficialmente dichiarati * Genitori: Jennifer (insegnante) e Chris Rodrigo (terapeuta familiare) * Figli: nessuno * Fratelli/Sorelle: figlia unica * Instagram: @oliviarodrigo LE RADICI DI UNA NUOVA STELLA C’è chi dice che si nasce con la musica dentro. Olivia Rodrigo ne è la prova vivente: basta guardare qualche vecchio video, poco più che minuscola, che canta davanti allo specchio impugnando la spazzola come fosse un microfono. La sua famiglia è stata il primo palco: da una parte il papà, di origini filippine, pragmatico ma tenero, dall’altra la mamma, statunitense, con una scintilla creativa che sembra riflettersi da sempre negli occhi di Olivia. Insomma, casa Rodrigo era *una specie di mix culturale*, un crogiolo di ricette, suoni e serate finite tra risate e playlist condivise. Da piccola, Olivia non era una di quelle bambine che si fermano alle canzoncine dello zecchino d’oro. Aveva una fame di musica pazzesca, e appena aveva tre o quattro anni già era impaziente di imparare a suonare il pianoforte. Si innamorava perdutamente delle melodie, stava ore ad ascoltare le cassette dei suoi genitori, percussionando l’aria con le dita. Un dettaglio incredibile: nelle foto dell’asilo, mentre tutti stringono l’orsetto, lei tiene stretta una vecchia musicassetta. L’INFLUENZA FILIPPINA CHE NESSUNO PUÒ IGNORARE Olivia, forse proprio grazie a quella radice filippina, ha sempre portato dentro una sensibilità calda, intensa, che si vede persino nei dettagli: negli abiti colorati delle feste di famiglia, nelle storie tramandate dalla nonna, ma soprattutto in quella malinconia dolce, quasi ancient, che a volte traspare nei suoi testi. La cultura filippina – piena di suoni, balli, un modo speciale di raccontare i sentimenti – è stata come un fertilizzante per il suo talento. Parliamoci chiaro: non tutti i bambini hanno la fortuna di poter contare su genitori che dicono “vai, provaci davvero”. E invece, Olivia, con la tipica cocciutaggine di chi ha già ben chiaro cosa le gira dentro, li ha conquistati molto presto: * Suo padre la accompagnava ovunque, anche nelle audizioni più improbabili. * La madre le incollava bigliettini di incoraggiamento nello zaino. * Nei compleanni di famiglia, ogni occasione era buona per farle cantare “Just The Way You Are” di Bruno Mars. L’INIZIO: TRA PALCO E SET A un certo punto, la sua passione ha iniziato a chiedere di più. Un giorno, sentendo una pubblicità radiofonica di un casting per una pubblicità di auto, Olivia ha chiesto di andarci, tipo: “Per favore, posso provarci anche io?”. Qui si vede subito la differenza: al provino, invece di seguire il copione, ha improvvisato qualche battuta e ha cantato con tutta la grinta del mondo. Risultato? Selezionata a soli otto anni per la pubblicità di un’auto. Ecco il colpo di scena che cambia tutto. Da lì, l’incastro tra canto e recitazione è stato naturale, quasi magico, come una delle transizioni che ora va tanto su TikTok. * Da una parte, il palco del piccolo teatro locale, con tanto di vestitino luccicante e applausi di parenti in platea. * Dall’altra, i primi provini veri nei set pubblicitari, dove Olivia inizia a capire che la recitazione può essere persino un modo nuovo (e super divertente) di comunicare. UNA DETERMINAZIONE FUORI DAL COMUNE Mentre molti suoi coetanei pensavano agli sport o ai cartoni animati, Olivia si organizzava da sola il tempo per fare esercizi di scala, provare nuove pose davanti allo specchio, riscrivere i testi delle sue canzoni preferite su fogli volanti. Sembra uno di quei cliché da storie motivazionali, ma la differenza stava tutta lì: non mollava mai, nemmeno davanti a piccoli insuccessi o ai classici “se solo fossi più grande…”. E poi quella capacità di raccontare emozioni grandi senza il filtro della paura, con un candore che oggi si traduce nelle sue hit. Olivia non sognava solo la fama: sognava la possibilità di esprimersi, con tutta la sua voce, i suoi “perché”, la sua curiosità. Chi l’ha conosciuta da bambina la descrive così: * Testarda come pochi, quando si trattava di imparare un pezzo difficile. * Capace di incantare un’intera stanza solo con una strofa sussurrata. * Sempre pronta a difendere la musica, anche contro le mode del momento. Così, prima ancora di diventare la superstar che conosciamo, Olivia era già un piccolo vulcano, con dentro una forza rara: quella di chi sa, fin da subito, di avere una storia da raccontare e la voglia di urlarla al mondo. Olivia Rodrigo at the 2025 Governors Ball Music Festival held at Flushing Meadows Corona Park on June 07, 2025 in New York, New York. (Photo by Nina Westervelt/Billboard via Getty Images) IL BANCO DI PROVA DISNEY: TRA SET E CRESCITA PERSONALE Quando pensi a Olivia Rodrigo adolescente, è quasi impossibile non immaginarla nei corridoi elettrici e colorati di “Bizaardvark”, la serie Disney che l’ha lanciata ufficialmente nel circuito dello showbiz mondiale. Eppure, quello che in tanti sottovalutano è quanto questo periodo sia stato per lei una vera palestra di vita. Ok, certo, sembrava tutto divertentissimo: youtuber bizzarri, gag surreali, vestiti sgargianti—ma sotto la superficie si nascondeva un intenso allenamento a essere sempre “sul pezzo”. Olivia doveva adattarsi alle regole ferree dei set Disney: copioni da imparare ogni giorno, routine quasi militari, e tante aspettative sulle spalle. Niente male per una ragazza che sognava la musica e che, dietro al sorriso disarmante, iniziava a sviluppare un’identità tutta sua. Dalla sua esperienza in “Bizaardvark”, Olivia ha tratto almeno tre cose fondamentali: * disciplina nell’affrontare la pressione * la capacità di essere credibile pur entrando nei panni di personaggi non sempre simili a lei * un’incredibile confidenza con il pubblico giovane, con cui ha scambiato titubanze, segreti, sogni e—diciamocelo—anche un po’ di ansia da prestazione Questa pressione, però, le ha anche consentito di brillare davvero quando le è stata data la possibilità di essere quasi se stessa sul set di “High School Musical: The Musical: The Series”. HIGH SCHOOL MUSICAL: LA SERIE, IL SALTO DI QUALITÀ (E DI CONSAPEVOLEZZA) Arrivata su Disney+, la nuova serie ispirata all’iconico film aveva bisogno di volti freschi e di storie vere. Olivia, con quell’aria da ragazza della porta accanto ma lo sguardo di chi ha già visto troppo dietro le quinte, si è ritrovata a interpretare Nini Salazar-Roberts: personaggio combattuto, talentuoso, pieno di insicurezze. Non era più la ragazzina spumeggiante delle sitcom. Qui Olivia si è messa davvero in gioco, mescolando paure, speranze e ambizioni—e soprattutto, riversando nel personaggio la sua verità personale. Un aneddoto curioso: alcune delle canzoni decisive della serie le ha scritte di suo pugno, direttamente dal cuore—tipo “All I Want”, che poi è pure diventata virale su TikTok—perché la produzione aveva capito che il suo modo di raccontare le emozioni, crudo e autentico, convinceva molto più di mille sceneggiature perfette. Pare che durante le riprese di quell’episodio, Olivia fosse terrorizzata all’idea di non essere “abbastanza”, e invece, proprio lì, ha raccolto una standing ovation silenziosa da parte della troupe: tutti capivano che stava succedendo qualcosa di raro. Questa capacità di trasformare la vulnerabilità in forza espressiva, fino a parlarne pubblicamente nei vlog e nelle interviste (a volte con qualche gaffe adorabile inclusa), l’ha avvicinata tantissimo ai coetanei che si sono riconosciuti nei suoi drammi. LA METAMORFOSI: DALLA “BRAVA RAGAZZA” DISNEY ALL’ARTISTA (QUASI) SENZA FILTRI Il bello del percorso Disney, per Olivia, non è stato solo lo stare sotto i riflettori, ma piuttosto imparare a gestire la noia e la stanchezza che, nei dietro le quinte di una produzione per ragazzi, sono spesso sottovalutati. Lì ha iniziato a capire cosa voleva davvero comunicare, cosa lasciar andare del passato e, soprattutto, come prendersi i suoi spazi creativi anche quando tutti intorno le consigliavano di restare nel suo “personaggio-tipo”. C’è chi dice che Olivia abbia usato quel periodo come un canvas su cui fare errori, mettere a fuoco la propria voce e persino—tra un break di riprese e l’altro—scrivere i primi abbozzi di ciò che poi sarebbe diventato il suo profumo più riconoscibile: la sincerità. Disney, insomma, è stato il suo laboratorio di emozioni, dove ha imparato che non bisogna fuggire da ciò che si è, anche quando tutto il mondo sembra aspettarsi solo allegria e perfezione. E cos’è successo subito dopo? Beh, la proverbiale porta girevole dello showbiz ha fatto concretamente “click”—spalancando le porte a un successo planetario impensabile solo pochi mesi prima. Getty Images IL MOMENTO IN CUI TUTTO ESPLODE: LA MAGIA CRUDA DI DRIVERS LICENSE Diciamolo chiaramente: “Drivers License” è stato uno tsunami che ha ribaltato la vita di Olivia Rodrigo, ma anche il modo in cui il mondo guardava alla musica pop scritta da una giovanissima. Prima era la ragazza simpatica di Disney Channel, sì; ma dal 2021 in poi chiunque sapesse usare TikTok conosceva quella voce un po’ rotta, emozionata, sincera. E no, nessuno era davvero pronto a farsi portare in quel viaggio, triste e bellissimo, che parte davanti al volante e finisce dentro la pancia, nello stomaco, dove senti davvero le cose. Il pezzo nasce da un dolore freschissimo e concreto: Olivia che, come milioni di adolescenti e non, si ritrova con la patente nuova ma senza la persona che aveva promesso di esserci. Il cuore rotto ha una colonna sonora e questa volta la scrive lei, senza fiocchetti né filtri. Ecco l’autenticità: la sensazione di mettere la testa sul volante e buttare fuori la rabbia, la mancanza, la delusione. E mentre canta –“I guess you didn’t mean what you wrote in that song about me”– ci si sente tutti un po’ lei, con la playlist sullo sfondo e il mascara che magari cola un po’ (e chi se ne frega!). UN IMPATTO PLANETARIO: DA MEME A FENOMENO SOCIALE Non era mai successo che un debutto toccasse così in fretta ogni angolo del pianeta. Per capirci: appena uscita, “Drivers License” era ovunque. Qualcuno l’ha sentita su una playlist, altri hanno intercettato il sound malinconico dai video su Instagram, ma il vero botto è esploso su TikTok. Cioè, prove video su prove video: ragazze che piangono in macchina, meme su ex che si pentono, *interpretazioni degne di un Oscar* nelle stories. I numeri? Quelli ufficiali sono assurdi, ma quelli più veri sono questi: * Un’amica che ti scrive “l’hai sentita Olivia? Sembra parli di me…” * Commenti ovunque tipo “Questa canzone mi ha distrutta ma mi fa sentire meglio” * Ragazze in pigiama che, nell’intimità di una stanza (o davanti allo specchio del bagno), si lasciano andare a un karaoke da lacrime agli occhi Il brano ha conquistato le chart mondiali, ha rotto ogni record Spotify e ha trasformato Olivia in una specie di simbolo pop dell’onestà emotiva. Perché funzionava così? Perché era vera, non finta, non costruita a tavolino. Non raccontava solo la “fine di una storia”: parlava di tutte le emozioni impresentabili che di solito, nella musica, restano nascoste tra le righe. LEGGI ANCHE: Il trucco geniale di Olivia Rodrigo per scrivere canzoni ovunque (anche in metro) UNA VOCE CHE RAPPRESENTA: PERCHÉ CI SI SENTE OLIVIA Qui è venuta fuori la vera rivoluzione. “Drivers License” è diventata *istantaneamente* un inno per una generazione di giovani donne che si sono riconosciute non solo nella storia, ma proprio nel modo di raccontarla. Perché? Be’, ecco qualche motivo: * Olivia non nasconde la vulnerabilità: piange, si arrabbia, parla di rabbia e insicurezza senza filtri – roba che suona come una sister più grande che ti capisce davvero. * Parla di esperienze universali: la solitudine dopo una delusione, il sentirsi fuori posto anche tra i propri amici, la rabbia di vedere l’ex con qualcun altro (spoiler: c’era tutto quel chiacchiericcio sul triangolo amoroso, che sia vero o no, chi importa?). * Ha usato la sua voce imperfetta come uno strumento: suoni reali, niente patinature. Si nota nei piccoli silenzi, nei respiri, anche nelle frasi rotte. E alla fine, “Drivers License” è diventata quella canzone che ascolti quando hai bisogno di condividere un dolore, senza doverlo spiegare troppo. Una specie di abbraccio, ma in chiave pop. E da lì in poi, niente sarebbe più stato lo stesso per Olivia – e per tutte noi. DA “DRIVERS LICENSE” A SOUR: UN VIAGGIO TRA RABBIA, CUORI SPEZZATI E VERITÀ Quando “drivers license” è esplosa, c’era già nell’aria qualcosa di elettrico. Ma è con Sour che Olivia Rodrigo ha fatto davvero sentire la sua voce, con quel modo di gridare le proprie insicurezze e al tempo stesso riderne, tipo quando mandi un vocale troppo lungo alle 3 di notte, poi lo riascolti e oscillano tutte insieme la vergogna e la complicità. Sour nasce da questa miscela: Olivia praticamente ventenne, bombardata dai drammi sentimentali e dalle ansie di chi cresce in pubblico – e invece di chiudersi, lei scrive canzoni. C’è questa cosa incredibile che solo lei sa fare: infilare in pezzi di pop super catchy tutte quelle emozioni che di solito si tengono nascoste nelle note segrete del telefono. Rabbia (“brutal”), disillusione (“traitor”), quell’amaro in bocca tipo mascara che cola – ma pure momenti di rivincita e dolcezza, come se si potesse essere sia la ragazza che piange in macchina sia quella che parte con la sua playlist preferita e dice “sai che c’è, vado avanti lo stesso”. Mi viene in mente proprio “good 4 u”: la canzone che letteralmente è diventata il tormentone per vendicarsi ballando sul pavimento della cucina. Il suo successo è anche questo: non è un piagnisteo post-rottura, è fuoco puro, un urlo liberatorio. E infatti, le canzoni di Olivia sono subito finite tra le caption delle foto su Instagram, nei lip sync su TikTok, nei meme che tutte ci siamo girate almeno una volta. GUTS: NUOVA MATURITÀ, STESSA URGENZA EMOTIVA (MA CON PIÙ IRONIA) Quando Olivia pubblica GUTS, il mondo pop è già ai suoi piedi, ma lei si scrolla di dosso l’etichetta di “next Taylor Swift” e si ritaglia il suo grado di ribellione. GUTS è tutto un saliscendi tra sarcasmo e vulnerabilità, tipo quando in “vampire” racconta di sentirsi tradita, ma invece di crogiolarsi nel dolore, se ne fa un’armatura fatta di riferimenti gotici e ritornelli che restano appiccicati come i brillantini sulle mani dopo una notte fuori. Vedi bene la crescita artistica: bastano certi dettagli a far capire come Olivia abbia imparato a usare la rabbia (che in “Sour” lacerava letteralmente ogni riga) in modo più sottile. Ci mette dosi generose di autoironia, tipo in “get him back!” – che sembra la chat di gruppo dopo essere stata demolished da un ex – o la nostalgia punk anni 2000 di “bad idea right?”. Quello che in Sour era un urlo primordiale, in GUTS diventa più consapevole, quasi una spallata gentile: “sì, sto male, ma mi prendo pure in giro, perché sappiamo tutte che alla fine si sopravvive”. EMOZIONI VERE, STORYTELLING E RAPPRESENTAZIONE Davvero, uno dei punti forti di Olivia è questa onestà implacabile unita a un’ironia da chat privata. * Perché Sour e GUTS non sono album teorici o distanti, ma playlist perfette per sopravvivere alle giornate storte * Sono canzoni che parlano di come spesso ci sentiamo “troppo” – troppo arrabbiate, troppo fragili, troppo “fuori posto” * Rappresentano tutte quelle volte in cui sembra che nessuno ti capisca, e invece Olivia mette in rima esattamente quello che non troveresti il coraggio di dire ad alta voce. C’è chi dice che il pop sia leggero, ma Olivia ci ricorda che può essere una cosa intensa, che ti prende allo stomaco. Le sue storie, raccontate così come vengono, sono lo specchio di una generazione abituata a mettersi a nudo online ma comunque affamata di autenticità vera: non perfetta, spesso scomoda, eppure potente. E in fondo, chi non si è sentita almeno una volta come in “lacy” o “logical”? La sua rivoluzione non sta solo nei numeri, ma nella nuova identità che ci ha regalato: puoi gridare, piangere, ridere (anche di te stessa) e restare una regina. E, alla fine, ballare con le amiche perché anche il dolore, con la giusta canzone, si trasforma in forza. IL CUORE A NUDO: AMORI, AMICIZIE E ISPIRAZIONE VERA Nel turbine luminoso del successo globale, Olivia Rodrigo si è trovata spesso sotto il microscopio anche per la sua vita sentimentale. Non tanto per il gusto del gossip spicciolo, bensì perché ogni suo innamoramento, ogni delusione, ogni relazione trasformata in melodia sembra urlare al mondo una verità che troppe popstar relegano altrove: il cuore spezzato, l’amicizia vera, la ricerca di legami autentici sono il carburante delle sue canzoni. E delle sue giornate, probabilmente. Dicono che il suo cuore abbia battuto forte per Joshua Bassett – e non serve certo TikTok per ricordare come la presunta storia tra loro sia finita sotto riflettori ronzanti, tra teorie, video reaction e un mare di meme su “drivers license”. Però chi ha davvero ascoltato quell’album ha capito subito che il pettegolezzo si ferma sulla superficie: “drivers license” e brani come “traitor” o “enough for you” sono veri tuffi nelle emozioni crude che solo chi ha amato fino a bruciarsi può descrivere così. Non c’è finzione, né desiderio di vendetta. Solo un’urgenza quasi fisica di raccontare stupore, rabbia, nostalgia – e quella sottile sensazione di “sono stata ferita, ma sono ancora qui”. Siamo state tutte lì, almeno una volta, no? Olivia, tra l’altro, non ha mai nascosto il suo modo di vivere l’amore: dichiarazioni candide, qualche emoji sparsa su Instagram e il coraggio di non farsi ingabbiare in storie “da copertina”, già belle e pronte per i tabloid. Il risultato? La sensazione che quella ragazza con il cardigan XXL sia vera come una migliore amica che ti racconta la sua ultima cotta con una pizza davanti al divano. LA FORZA DELLE AMICIZIE: SORELLANZA E COMPLICITÀ Più ancora dei flirt, Olivia mette al centro del suo universo le amicizie vere. Anche qui niente favole zuccherose: la sua skill principale sembra quella di circondarsi di poche persone giuste, che sanno esserci nei giorni di gloria, ma anche nella tempesta (che può essere un cuore spezzato o il caos di Twitter dopo un lancio discografico). Penso a Madison Hu, l’amica storica dai tempi di Disney Channel, o a Conan Gray, nuova leva del pop globale con cui scambia consigli, playlist segrete e meme irresistibili. Le amicizie scelte come cerchi, sempre più stretti e sicuri. Ecco cosa traspare nella sua musica: * Nei testi trovi spesso la parola “we”, “noi”, come se volesse dire: non sono sola qui. * Dichiarazioni pubbliche in cui Olivia ringrazia le amiche per “sopportare i miei drammi” – e chi non ha un team di amiche così, merita di trovarlo subito. * Gli abbracci post-concerto e le stories con emoji sdolcinate: nulla di costruito, tutto parte di una routine sincera. Il meglio è che Olivia trasforma ogni storia, anche quella non d’amore, in un racconto da condividere. Nella musica pop, questa è vera rivoluzione. Ecco perché, tra un tour mondiale e una diretta TikTok in cui appare struccata e confusa come una di noi, diventa una specie di portavoce dei cuori giovani: imperfetti, ma determinati a non arrendersi mai. RIPRENDERSI LA VITA FUORI DAL PALCO C’è poi il lato più privato, quello che Olivia difende con le unghie. Perché sì, concede tanto della sua vita ai fan, ma si ritaglia spazi offline, depura la routine dalla pressione (e dal drama). Si racconta come ragazza “semplice”, quella che prende appunti sul telefono, fa binge watching, si cucina la pasta anche a tarda sera – tutti gesti minuscoli, ma fondamentali per non perdere la bussola tra i riflettori. Se c’è un insegnamento che lascia, è proprio questo: * Le relazioni vanno vissute intensamente, senza paura del dolore. * Le amicizie sincere sono la corazza che rende forti. * La vita fuori dal palco, con i suoi alti e bassi, basta e avanza per inspirare un intero album pop. Olivia Rodrigo non ha paura di scendere dal palcoscenico per vivere e amare, anche quando fa male. Anzi, lì c’è il vero segreto della sua musica universale: un cuore che si rompe, si ricuce e poi… batte ancora più forte. UNA PERSONALITÀ TRAVOLGENTE E GENUINA La prima cosa che ti colpisce di Olivia Rodrigo, se la segui un po’ oltre i soliti riflettori da red carpet, è la sua autenticità disarmante. Non la senti mai perfettina, patinata, “da vetrina”. Olivia è una di quelle che ci mette la faccia anche quando sarebbe più facile mimetizzarsi. Una che fa battute goffe durante le interviste, che si emoziona per le cose più piccole, ma che non ha paura di mostrarsi fragile o di sbagliare. Ha questo modo di parlare schietto, diretto, che ti fa sentire come se stessi ascoltando una tua amica piuttosto che una superstar mondiale. Essere vera è la sua regola numero uno, anche quando avrebbe tutti i motivi per proteggersi dietro a un personaggio. Pure sui social Olivia non ha mai aderito a quell’immagine perfetta e curata al millimetro che va tanto di moda tra le giovani celebs. Nei suoi post c’è disordine, c’è ironia, ci sono facce buffe, gobbo del letto, messaggi vocali cancellati e selfie con le amiche in pigiama. Tutto molto “tua cugina cool”, zero filtri finti. VALORI CHE ROMPONO GLI SCHEMI Ma dietro la spontaneità di Olivia c’è un sistema valoriale che lascia il segno: empatia, inclusività, lotta alla discriminazione. Sono pilastri che lei difende come una leonessa. Ricordo quando, poco dopo l’uscita di “drivers license”, in un’intervista confessò di aver imparato più sui sentimenti e sulle battaglie sociali leggendo le storie delle sue fan che guardando talk show o chiacchierando con i grandi. Mettersi nei panni degli altri per lei è un superpotere, non una debolezza. Se le chiedi quali siano i valori irrinunciabili della sua generazione, Olivia ti risponde subito: * accettare ogni sfumatura del proprio essere * ascoltare, non solo parlare * non vergognarsi mai di essere sensibili * impegnarsi (un pochino alla volta, anche con piccoli gesti quotidiani) E queste idee le mette in pratica. Non fa la predica, mai. Ti dice “ehi, io la penso così, se vuoi far parte di questa onda… salta su, lo facciamo insieme”. Una leader silenziosa, che non si impone, ma trascina tutti per… voglia di esserci. L’ATTIVISMO CHE NON È SOLO DI FACCIATA Quando Olivia parla di parità di genere o di diritti delle minoranze, non lo fa per cavalcare l’hashtag del momento. Serve uno spunto concreto? Lei stessa, durante la promozione di “GUTS”, ha collaborato con organizzazioni che supportano la salute mentale delle giovani donne e l’accesso all’istruzione per ragazze svantaggiate. Ha condiviso storie di body positive, sostenendo senza filtri le fan che si sentivano fuori posto. In un post diventato virale, Olivia ha risposto punto per punto a chi l’aveva criticata per il suo aspetto fisico, dicendo – in soldoni – che sentirsi abbastanza è già una rivoluzione. A livello di ambiente e climate change, Olivia è una di quelle che “fa e poi semmai lo dice”. Sostiene la moda vintage e il riciclo come stile di vita, non come accessorio di un servizio fotografico. Una volta, durante una diretta TikTok, ha raccontato la sua “guerra personale” contro la plastica monouso nella sua crew durante i tour, mostrando le sue borracce piene di stickers. Piccole cose, apparentemente. Ma in una cultura dove ogni gesto diventa esempio, sono semi potentissimi. UN MEGAFONO PER LE NUOVE DONNE Olivia Rodrigo, alla fine, usa la propria popolarità come fosse un enorme megafono. Non si accontenta di essere una voce nella folla, vuole che la sua voce serva davvero a qualcosa. Ha spesso dato spazio – dal palco e nei suoi profili – a: * attiviste e artiste emergenti delle minoranze etniche * storie di ragazze che lottano contro stereotipi o discriminazioni * messaggi a sostegno dei diritti LGBTQIA+ * raccolte fondi per cause sociali locali, anche lontane dalle telecamere Tutto ciò senza mai risultare forzata o autoreferenziale. Olivia trasmette che per cambiare il mondo non servono milioni di follower o un selfie virale, basta essere se stessi e prendersi cura degli altri. Una rivoluzione silenziosa, genuina, che forse è più efficace di mille slogan. Chi la segue, la sente vicina proprio per questo: Olivia è la prova che il pop può essere contagioso, ma anche profondamente, imperfettamente umano. QUANDO UNA CANZONE DIVENTA UNO SPECCHIO: L’INFLUENZA DI OLIVIA SULLA GEN Z C’è qualcosa di magico in quello che succede quando ascolti “drivers license” alle due del mattino, sul letto, con le luci soffuse (o magari quando scrolli quella canzone su TikTok e i duetti si moltiplicano come popcorn nel microonde). Olivia Rodrigo, senza mezzi termini, è diventata una delle voci che più hanno segnato la cultura pop in questi anni, soprattutto per chi vive tra sogni e realtà, con il cellulare sempre a portata di mano. Spesso, quando parlo con amiche o sento le chiacchiere alle feste, le sue canzoni sono più terapia che semplice musica. Raccontano l’amore, il dolore, la rabbia, ma in un modo diverso, schietto, diretto – come uno screenshot mandato all’amica del cuore. Cosa ha fatto la differenza, e qui non serve neanche essere particolarmente fan per accorgersene, è proprio la sua capacità di rendere normale ciò che non è perfetto. L’immagine scintillante della popstar che sbaglia diventa subito meme, trend, stile. Olivia ha cambiato, a colpi di canzoni e reel, la percezione che la sua generazione ha di sé stessa. Ora piangere per una delusione o insultare l’ex su Instagram diventa quasi una tappa obbligata. Questa è rivoluzione pop, mica fumo negli occhi. I “POST-OLIVIA”: COME HA CONTAGIATO MODA, LINGUAGGIO E MOOD Non serve seguire proprio la musica per capire che dietro a quella ragazza con le unghie colorate e il rossetto sbavato c’è molto di più. Olivia ha portato nelle playlist (e nei guardaroba) di mezzo mondo un nuovo modo di essere cool: il “sad girl aesthetic”, le mollette tra i capelli, i vestiti da collegiale vintage. Persino il linguaggio è cambiato. Frasi come “It’s brutal out here” scivolano nelle chat come fossero password segrete per chi ha capito come gira il mondo. Non posso non notare che anche il modo di rapportarsi ai social si è adeguato al suo stile. Un po’ di vulnerabilità, zero filtri, tanti sticker irriverenti: Olivia ha normalizzato l’ansia, la tristezza, la voglia di abbuffarsi di serie tv evitando la realtà. Cioè, quante volte la vediamo lasciare cuoricini lanciare messaggi motivazionali tra uno shooting e l’altro, come se fosse l’amica sempre pronta a scrivere “sei stupenda” sotto i nostri selfie anche nei giorni no? SGUARDO AVANTI: TRA NUOVI DISCHI, CINEMA E… CHÉ CI DOBBIAMO ASPETTARE? Sul futuro, inutile nascondersi: c’è grandissima attesa. Olivia è la tipa che quando annunciava qualcosa sui social, mandava letteralmente in tilt Twitter (cioè X, ma per molte resta sempre Twitter, dai). Ciò che la rende speciale è questa continua voglia di sperimentare senza dimenticare da dove è venuta. Dopo i concerti sold-out e i riconoscimenti ovunque, i rumors – pardon, le voci – parlano di nuovi progetti non solo musicali ma anche cinematografici, magari ruoli impegnativi e per niente scontati. La curiosità è alle stelle: saremo davanti a un’attrice intensa alla Billie Eilish, o magari, why not, alla Zendaya? Oltre ai nuovi album—che di sicuro faranno cantare (e piangere) milioni di ragazze—Olivia è sempre più attenta anche alla sua crescita personale. Si parla di scrittura, di collaborazioni con artiste che avrebbero fatto impazzire le tredicenni di vent’anni fa e di una presenza sempre più marcata negli spazi dove si decide cosa sarà il pop di domani. UN’ISPIRAZIONE GIGANTE, MA A PORTATA DI TUTTE Cosa rende davvero unica Olivia Rodrigo per chi la segue, giorno dopo giorno? Forse il fatto che, pur essendo una superstar globale, trasmette l’idea che tutto sia possibile. Il suo percorso—dalla ragazzina che sognava tra le pareti della cameretta all’emblema di un’intera generazione—è come una chiamata all’azione per le ragazze che non si sono mai sentite abbastanza forti, creative o “all’altezza”. Ecco qualche esempio pratico di ciò che Olivia ci mostra ogni giorno: * Rivendicare la propria fragilità come una forma di forza, non di debolezza. * Usare la rabbia e la delusione come carburante per creare o migliorarsi. * Non vergognarsi di andare fuori dagli schemi, anche quando a scuola, in ufficio o nella vita ti dicono che sei “troppo”. * Dare voce alle emozioni – letteralmente, anche se la voce trema, stona, sbaglia. In breve, Olivia Rodrigo è tutte noi: quelle che sbagliano, amano, soffrono, si rialzano. E forse è proprio per questo che il suo impatto, oggi, va ben oltre la musica. The post Olivia Rodrigo: talento, emozioni e rivoluzione pop appeared first on The Wom.
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SZA: Un’Icona dell’R&B Contemporaneo e la Sua Straordinaria Ascesa
INFORMAZIONI PRINCIPALI SU SZA * Nome completo: Solána Imani Rowe * Data di nascita: 8 novembre 1989 * Luogo di nascita: St. Louis, Missouri, USA * Segno zodiacale: Scorpione * Altezza: Non specificato * Partner: Non specificato * Genitori: Audrey Rowe e Abdul Rowe * Figli: Nessuno * Fratelli/Sorelle: Fratello Daniel (alias Manhattan), sorellastra Panya * Instagram: @sza IL BACKGROUND FAMILIARE DI SZA SZA, il cui vero nome è Solána Rowe, è cresciuta in un contesto familiare variegato e ricco di influenze culturali. Nata il 8 novembre 1989, ha trascorso i suoi anni formativi a Maplewood, nel New Jersey. Un posto che non è esattamente il primo che viene in mente quando si pensa all’industria musicale, ma che, forse proprio per questo, ha giocato un ruolo cruciale nella sua crescita personale e artistica. Suo padre, un produttore esecutivo alla CNN, e sua madre, un dirigente di AT&T, le hanno trasmesso valore e determinazione, due qualità che sarebbero diventate fondamentali nella sua carriera. Crescendo in una famiglia di questo tipo, si può immaginare quanto variegate e variegate fossero le influenze che la circondavano. Il papà, con la sua esperienza nelle notizie, le ha inculcato la capacità di vedere il mondo attraverso una lente critica. Forse è da lui che ha preso quella sottile capacità di narrare storie nelle sue canzoni, come se ogni pezzo fosse un telegiornale personale della sua vita interiore. La mamma, d’altro canto, le ha insegnato l’importanza dello sforzo e della costanza. Non sorprende che, in famiglia, si parlasse sempre di quanto sia fondamentale lavorare sodo per ottenere ciò che si desidera. UN’INFANZIA TRA DIVERSE INFLUENZE RELIGIOSE Una delle particolarità più affascinanti dell’infanzia di SZA è stata la sua esposizione a diverse influenze religiose. La madre è cristiana e il padre è musulmano, e questo ha permesso a SZA di crescere tra due mondi. Lei stessa ha frequentato una scuola musulmana, indossando il hijab fino al primo anno di liceo. Questa duplicità di influenze religiose è stata fondamentale nella sua formazione, arricchendo il suo modo di vedere il mondo e aggiungendo quel certo “non so che” alla sua musica. Immaginate: mentre alcuni bambini trascorrevano i pomeriggi a giocare a pallone per strada, SZA era impegnata a navigare queste due realtà apparentemente contrastanti. Questo mix le ha fornito una prospettiva unica sulla vita, aiutandola a tratteggiare il paesaggio complesso delle sue canzoni. Il fatto di sentirsi a cavallo tra due mondi ha arricchito la sua anima di sfumature e stratificazioni, come dipingere un quadro con più strati di colore sovrapposti. L’AMBIENTE CIRCOSTANTE E LA FORMAZIONE DI SZA La cittadina di Maplewood potrebbe sembrare un luogo insignificante, una di quelle località che pochi conoscono. Eppure, è qui che SZA ha trovato le radici della sua espressione artistica. L’ambiente del New Jersey, variegato e cosmopolita, le ha permesso di esplorare diversi stili musicali e di immergersi in una comunità di artisti e creativi. In questo piccolo angolo di mondo, l’adolescente Solána cercava continuamente qualcosa di nuovo, sperimentando e scontrandosi con le varie sfumature della sua identità musicale. Era il tipo di ambiente che incoraggiava a sognare in grande, un posto dove la creatività poteva scorrere libera come un fiume. Aggiungiamo a questi ingredienti un pizzico di individualità innata e una scuola superiore che incentivava l’arte e la curiosità intellettuale, e avremo il quadro completo della giovane SZA che cominciava a delineare il suo destino. Era come se ciascun elemento della sua infanzia avesse sparso un semino nel fertile terreno della sua immaginazione, permettendo a chi siamo oggi di sbocciare. In sintesi, la sua infanzia è stata un mosaico di esperienze e influenze diverse che hanno plasmato il suo talento e contribuito alla sua crescita personale e artistica. Forse non sapremo mai esattamente quale canzone, quale momento o quale parola le abbia dato quella scintilla, ma sappiamo che Maplewood, e tutto ciò che rappresentava, è stato un capitolo fondamentale nella sua storia, una storia che continuerà nel prossimo capitolo con il suo primo incontro con la musica. IL PERCORSO VERSO LA MUSICA Il viaggio musicale di SZA non è iniziato con un colpo di scena spettacolare, ma piuttosto con piccoli passi di una ragazza determinata a lasciare il segno nel firmamento musicale. Crescendo a Maplewood, nel New Jersey, era immersa in un mondo di suoni e ritmi che componevano la sua quotidianità, in quel piccolo angolo di mondo dove i suoi sogni cominciavano a prendere forma. SZA ha iniziato a percepire la musica come un rifugio e un’opportunità per esprimere le sue emozioni e la sua visione del mondo. Una delle sue prime esperienze è stata nell’ambiente domestico, dove la sua famiglia incoraggiava ogni sua nota stonata o melodia perfetta. Non erano solo i tutti i dischi di artisti leggendari come Ella Fitzgerald o Marvin Gaye a spiegarle cosa significasse arte, ma anche quei momenti quotidiani in cui le canzoni riempivano la casa di vibrazioni e speranze. In quel contesto, scoprì il rap e l’R&B, che la affascinarono per le loro vibrazioni potenti e autentiche. Non ci volle molto prima che SZA iniziasse a creare una propria musica, spinta dal desiderio di far sentire la propria voce in un mare di tante altre. Quando decise di entrare nel mondo della musica, non fu tutto rose e fiori. Anzi, l’industria musicale è notoriamente difficile da penetrare, specialmente per una giovane artista emergente. Tuttavia, SZA aveva qualcosa di speciale: un talento innegabile e un ardente desiderio di riuscire. I suoi primi progetti musicali riflettono quest’ardore e la determinazione di farsi sentire. Iniziò a pubblicare musica su piattaforme virtuali, dove la sua personalità musicale unica e la sua capacità di raccontare storie attraverso la musica iniziarono ad attirare l’attenzione. Fu come una reazione a catena: una volta iniziato, diventava impossibile ignorarla. Tra le sue prime release, gli EP “See.SZA.Run” e “S” furono tappe fondamentali nel suo percorso artistico. Questi lavori mostrano chi era SZA all’inizio: un’artista innovativa con una propensione per sound astratti e introspettivi, che riusciva a coniugare dolcezza e forza in ogni traccia. * Innovazione musicale e testi introspettivi: SZA seppe combinare elementi dell’R&B tradizionale con nuove interpretazioni sonore. * Capacità di storytelling: Le sue canzoni non erano solo melodie, ma racconti di vita, amore e scoperta di sé. * Crescita spontanea sul web: Sfruttando i social media e le piattaforme online, iniziava a creare una comunità di fan affascinata dalla sua autenticità. SZA faceva tutto questo con un tale naturalezza genuina, che risultava impossibile non esserne attratti. E mentre c’era chi sognava di vederla fallire, lei continuava a crescere, supportata da un network di amici e collaboratori che credevano davvero in lei. Nonostante gli ostacoli iniziali, la sua determinazione e il talento unici le permisero di emergere come un’artista unica nel suo genere. Le sue radici musicali affondavano nei suoni dell’infanzia, mentre i rami si estendevano per esplorare nuovi orizzonti creativi. Arrivata alla pubblicazione degli EP, SZA non era più solo una giovane donna con un sogno, ma una preziosa gemma nel mondo dell’R&B, pronta a brillare ancora di più. Aveva finalmente trovato la sua voce, e il suo viaggio era solo all’inizio. I suoi primi passi furono la scintilla che innescò un incendio di creatività, che avrebbe scaldato e incantato milioni di persone in tutto il mondo. L’ESPLOSIONE DI ‘CTRL’ NEL PANORAMA MUSICALE Quando SZA ha rilasciato ‘Ctrl’ nel giugno 2017, il mondo musicale non era ancora pronto a incastrare ogni singola emozione che l’album svelava. Era come aprire una finestra sulla psiche di una giovane donna, alle prese con il caos di definire sé stessa in un mondo che tenta, ostinatamente, di incasellarla. SZA, con la sua musica, è stata la voce di una generazione che si interroga costantemente su chi è e chi vuole essere. LE TEMATICHE E LA LORO FORZA TRASCINANTE Ogni traccia di ‘Ctrl’ è un capitolo a sé stante, ma insieme creano un romanzo di vita vissuta. SZA si confronta con la complessità delle relazioni amorose, la sfida dell’autostima e l’ansia dell’incertezza tipica dei ventenni. C’è argento vivo nei suoi testi, una danza tra la vulnerabilità e la forza: in “Supermodel”, ad esempio, esplora l’insicurezza con una brutalità sincera; in “Drew Barrymore”, quasi una celebrazione triste della vulnerabilità, SZA canta della lotta tra volersi sentire amabile e sentirsi sempre un po’ sbagliate. Le sue parole ti prendono allo stomaco, no? L’ACCOGLIENZA CRITICA: UN TRIONFO NON COSÌ SCONTATO ‘Ctrl’ è stato accolto dalla critica con entusiasmo irrefrenabile, ma anche con un certo stupore. Veniva da un’artista che, fino a quel momento, era forse sottovalutata. Improvvisamente, SZA era ovunque: dalle recensioni dei più prestigiosi magazine musicali alle playlist dei ragazzi che ascoltavano musica sui banchi di scuola. Pitchfork, per esempio, ha applaudito il suo coraggio, la capacità di essere cruda e autentica in un’industria che spesso premia l’artificio. Un’industria, diciamocelo, che ancora fatica ad accomodare voci femminili così oneste e non addomesticate. COME ‘CTRL’ HA TRASFORMATO SZA L’uscita di ‘Ctrl’ ha segnato un cambiamento drastico nella carriera di SZA. Prima di questo album, era un nome noto in circoli ristretti; dopodiché, è diventata un riferimento per chi cercava autenticità e originalità. È stata nominata a quattro Grammy Awards l’anno successivo e ha attirato collaborazioni di alto profilo. Va detto: se prima SZA camminava nella periferia del mainstream, con ‘Ctrl’ si è letteralmente trasformata in un faro luminoso nel panorama dell’R&B contemporaneo. UN’ALTERATA PERCEZIONE PUBBLICA Non è solo la carriera di SZA ad essere cambiata, ma anche la percezione pubblica di lei. La sua capacità di parlare senza mezzi termini di ansia, amore e autostima ha trovato una risonanza particolare con le giovani donne che si sono viste riflesse nelle sue parole. Con ‘Ctrl’, SZA ha dimostrato che si può essere fragili e potenti insieme, creando un qualcosa di meravigliosamente umano e irriducibile. IL SISMA NEL MONDO DELLA MUSICA La vera rivoluzione portata da ‘Ctrl’ è stata quella di plasmare le sonorità dell’R&B. Le influenze del soul, la dolcezza malinconica del pop e una modernità unica ne hanno fatto un punto di riferimento senza pari. Parliamo di un album che non solo ha ridefinito il genere, ma ha anche aperto la strada ad altre artiste emergenti. E non è forse questo il migliore testamento della grandezza di un’opera? Cioè, mentre su TikTok esplodevano meme su canzoni come “The Weekend”, SZA ridefiniva già il ‘next step’ di un genere. In breve, ‘Ctrl’ non è solo un album: è un viaggio attraverso emozioni che sembrano invisibili ma che, in realtà, prendono vita dalla voce di SZA, diventando parte di ognuno di noi. Quasi come se la sua musica, come una sera d’estate, sapesse abbracciare e lenire. E in fondo, chi non ha mai desiderato una piccola dose di embrace musicale? INNOVAZIONI MUSICALI E COLLABORAZIONI SZA è un’artista che ama rompere gli schemi. La sua capacità di esplorare nuovi orizzonti musicali è innegabilmente uno dei suoi tratti distintivi. Partendo da basi R&B, è riuscita a travolgere e trasformare il genere nelle sue mani, arricchendolo con influenze soul, hip-hop, e indie. Una vera e propria alchimista della musica, che mescola suoni e emozioni come un esperto chef che sa dosare sapientemente gli ingredienti segreti del suo piatto speciale. Le collaborazioni hanno giocato un ruolo cruciale nel suo viaggio musicale. Non si tratta solo di scambi creativi, ma di veri e propri incontri di anime affini. Prendi ad esempio Kendrick Lamar—sì, proprio lui. Insieme hanno prodotto “All the Stars”, un brano che non è soltanto una canzone, ma un’intera dichiarazione estetica e culturale. L’energia che si sprigiona da questo duo è come quella di due stelle che si fondono nello spazio, creando un’esplosione di luce e suoni. * Non sarà un caso se la loro collaborazione è stata la colonna sonora di un film iconico come Black Panther. Lion Roars! E poi c’è Doja Cat. La loro sinergia in “Kiss Me More” ha davvero conquistato il cuore dei fan e, non solo, le classifiche di tutto il mondo. Questo pezzo è un perfetto incrocio tra la levità del pop, la profondità dell’R&B e il ritmo incalzante del funk. Dagli un ascolto su TikTok e vedrai quante persone ci ballano sopra! Questo incrocio di generi in una sola traccia è un esempio di come SZA non teme di infrangere le regole e di diventare pioniera di suoni nuovi. Se ci pensi, è un po’ come fare una torta al cioccolato con un pizzico di peperoncino. Sai che gli ingredienti funzionano, ma finché non li provi insieme, non capisci il livello di magia che può scaturire. Così è la musica di SZA: sorprendente, multisfaccettata, irresistibile. Un mix perfetto di sapori e sensazioni. * Non possiamo dimenticare il suo contributo nel ridefinire il pathos e l’estetica dell’R&B contemporaneo. In una scena musicale spesso dominata da suoni omogenei, SZA porta il balsamo dell’autenticità e dell’innovazione. Con lei, il concetto di R&B si allarga, si trasforma, si arricchisce. E quando credi di aver capito dove va a parare, lei sorprende ancora con una nuova nota, un nuovo ritmo, una nuova vibrazione. Se mai ti capita di assistere a una sua performance dal vivo, capirai subito di cosa sto parlando. È un’esperienza che ti invoglia a ballare, a pensare, a sentire. Questo perché con SZA ogni canzone è una conversazione personale, un dialogo intimo con il pubblico, come quegli incontri tra amiche al bar dove si parla di vita, amori e sogni. * E in questo suo viaggio di scoperta e innovazione, SZA è riuscita a intrecciare collaborazioni con nomi di spicco in modo così fluido che sembra il più naturale degli approdi. Ogni brano, una riflessione, una storia diversa, ma sempre intrisa di quell’essenza unica che la contraddistingue. Insomma, SZA sa sorprendere e coinvolgere, e lo fa non solo con il talento, ma con una visione artistica audace. Ti cattura, ti racconta. Che sia la piccola sfumatura di una melodia o la potente energia di una collaborazione, con SZA il viaggio musicale è sempre un’avventura da non perdere. L’IMPATTO CULTURALE E SOCIALE DI SZA SZA non è solo una cantante; è una forza culturale che ha fatto breccia nel cuore delle nuove generazioni, portando con sé un messaggio potente. Con la sua musica, ha saputo parlare direttamente ai giovani, affrontando questioni di empowerment, amore e vulnerabilità in un modo che risuona autentico, quasi come se stesse leggendo i nostri diari segreti. Pensiamoci. Quante volte ci siamo trovati a guardare uno schermo, persi tra TikTok e meme, trovando un riflesso di noi stessi nelle confessioni disperate ma oneste di SZA? Le sue canzoni non sono solo canzoni, sono esperienze condivise, una sorta di terapia musicale. È come se ogni riff di chitarra, ogni battuta di rullante e ogni nota vocale ci abbracciassero in un momento di verità. * Empowerment: Molte delle sue canzoni, come “Drew Barrymore” o “Normal Girl,” non sono altro che un inno alla forza interiore. Parlano della presa di coscienza del proprio valore, senza temere il giudizio degli altri. È un po’ come il brusio dei social quando una ragazza pubblica una foto senza filtri: autentico e liberatorio. * Amore e vulnerabilità: D’altra parte, SZA riesce a catturare anche il lato più fragile dell’amore. Quante serate abbiamo passato ad ascoltare “The Weekend” e riconoscerci in quella dualità di desiderio e insicurezza? Sì, è dolce e terribile, ma reale. Come quel meme che dice: “Le persone tossiche mi attraggono più della gravità”, ecco, è un po’ così. La sua influenza va oltre la musica. SZA è diventata una sorta di guru informale per molti giovani che cercano di destreggiarsi nel caos emotivo della vita moderna. Il suo approccio trasparente e diretto riflette un desiderio di autenticità che si sta diffondendo rapidamente nella nostra cultura pop. È un po’ come l’evoluzione delle serie TV, che da perfette rappresentazioni idealizzate, sono passate a raccontare storie con difetti visibili e incertezze narrative. Inoltre, la capacità di SZA di vestirsi come nessun’altra – mescolando haute couture con streetwear di seconda mano – ha gettato le basi per una nuova iconografia di stile. È un messaggio che urla “Sii te stessa, sempre”, e questa arte di mescolare passato e presente, fast fashion e pezzi unici, ha ispirato un esercito di giovani a fare lo stesso. * Realtà emotiva: In un mondo spesso filtrato, SZA offre una prospettiva grezza e raffinata, priva di artifici. I suoi testi ci ricordano l’importanza di abbracciare tutte le sfumature dell’essere umano, compresi i momenti di vulnerabilità che spesso evitiamo di condividere. È un po’ come quando su Instagram vediamo che anche le celebrità hanno i giorni no – ci fa sentire meno soli. * Inclusività: Un altro aspetto cruciale della sua influenza è il messaggio di inclusività. Nelle sue canzoni non c’è spazio per le etichette rigide. Parliamo di una vera celebrazione della diversità, dove ogni differenza diventa un punto di forza piuttosto che un motivo di divisione. La sua musica ci invita a esplorare noi stessi senza paura, a riconoscere e accettare i nostri difetti. In un certo senso, ascoltare SZA è come partecipare a una di quelle lunghe conversazioni notturne con gli amici, dove finalmente possiamo essere noi stessi, ridere delle nostre imperfezioni e sentirci, infine, compresi. VITA PERSONALE E VALORI La vita personale di SZA è un caleidoscopio di esperienze, visioni e valori che rispecchiano non solo la sua musica ma anche il suo modo di vivere il mondo. SZA, il cui vero nome è Solána Imani Rowe, è più di una semplice cantante. È una mente riflessiva, una presenza magnetica che attrae e ispira con il semplice gesto di essere autentica. Quando si parla di spiritualità, SZA non si etichetta in un’unica visione del mondo. È come una farfalla che vola di fiore in fiore, esplorando varie filosofie senza mai fermarsi a una sola. Tra i suoi ideali principali c’è la continua ricerca di crescita e trasformazione, che si riflette nella sua musica intima e personale. Non a caso molti fan si sentono risonanti con i suoi testi, che spesso esplorano non solo l’amore e la vulnerabilità, ma anche un senso di profonda ricerca interiore. In tema di valori, SZA valorizza l’autenticità e la libertà di espressione. Crede nel diritto di sbagliare e imparare dai propri errori, un concetto che spicca in molte delle sue canzoni. È una filosofa del quotidiano, che trae insegnamenti dai piccoli dettagli della vita, come una parola sussurrata al momento giusto o un tramonto dimenticato. Proprio questa capacità di estrarre il senso dalle cose semplici la rende tanto attraente per i suoi fan. * SZA considera la vulnerabilità una forza e non una debolezza. Questo è evidente nei suoi dialoghi con i fan sui social media, dove non ha paura di mostrarsi in tutta la sua umanità. * Sul tema dell’ambizione, crede che la vera misura del successo sia personale e non basata su parametri esterni imposti dalla società. * Il rispetto per sé stessa e gli altri è un pilastro nei suoi rapporti sociali, e lo si vede nel modo in cui interagisce con le persone a lei care. Quando parla con i suoi fan, che inondano le sue pagine sui social con affetto e domande, SZA si presenta sempre in un modo che non tradisce i suoi valori fondamentali. È come un’acqua che non si lascia mai contenere, adattandosi ma mai perdendo la sua essenza. Lei è la confidente perfetta, che sa ascoltare senza giudicare. Ma c’è tanto di più dietro a un post su Instagram o a un tweet. C’è una donna che medita, che cerca risposte negli antichi testi di saggezza e che ama perdersi nei paesaggi sconfinati della natura. Piccole gite per riscoprire il mondo, rifugiando nel verde per connettersi con qualcosa di più grande di lei, che sia un albero millenario o il fruscio del vento. Tutto questo si traduce in un modo unico di fare musica. Forse non tutti sanno che SZA è anche molto dedita a cause sociali, con diversi progetti che sostengono la giustizia razziale e l’uguaglianza di genere. È una battaglia continua per lei, che combatte con la sua voce e con la sua arte. In questo modo, ogni canzone diventa non solo un’opera musicale ma anche un manifesto di ciò che le sta a cuore, capito? E quindi, il suo stile di vita rispecchia proprio questo: armonia tra essere e apparire, una danza sottile tra il personale e il pubblico, tra l’intimo e il condiviso. Perché alla fine, la vera potenza di SZA sta nel mantenere viva quella connessione sincera con sé stessa, incapace di tradire la sua vera essenza. E noi, come spettatori, non possiamo che sentirci ispirati da questa autenticità disarmante che ci invita a riflettere su chi siamo e su chi vogliamo diventare. IL FUTURO DI SZA: TRA INNOVAZIONE MUSICALE E CRESCITA PERSONALE Immagina SZA come un fuoco d’artificio nel cielo dell’industria musicale. Ogni album, ogni singolo, è stato un’esplosione di colori e suoni che ha lasciato tutti a bocca aperta. Ma cosa ci riserverà il futuro della nostra icona dell’R&B? Beh, tenetevi forte, perché le previsioni sono più brillanti di una sera d’estate! Per prima cosa, SZA è sempre stata un’artista di sperimentazione sonora. E non si tratta solo di cambiare il genere musicale, ma anche di fondere stili diversi come il jazz, l’hip-hop, e addirittura l’elettronica. Possiamo aspettarci da lei un continuo tentativo di superare i confini della musica R&B, creando qualcosa di completamente nuovo e inaspettato. Immaginate qualcosa che unisce il calore del vinile anni ’70 con le vibrazioni dei suoni più futuristici. Avete presente quando ascoltate una canzone e sentite quel brivido lungo la schiena? Ecco, quella è SZA! 1. Innovazione costante: SZA non si adagia mai sugli allori. Ogni suo progetto è una dimostrazione della sua capacità di evolversi. 2. Collaborazioni audaci: Non sarebbe sorprendente vederla collaborare con artisti inaspettati. Magari un featuring con un rapper emergente o un duetto con un’icona del pop? Le possibilità sono infinite. Ma non è solo di musica che parliamo. Se consideriamo la crescita personale, è affascinante vedere come SZA utilizza la sua carriera come uno specchio per riflettere su di sé e sugli altri. Attraverso le sue canzoni, ha indagato sulle tematiche dell’amore, della vulnerabilità e dell’identità personale. Aspettatevi che continui a spingersi oltre, esplorando argomenti più profondi e personali. Pensate alle sue interviste, dove ha condiviso sfumature di vita reale e di come queste influenzino la sua arte. Siamo curiosi di scoprire come il suo approccio personale si evolverà in futuro. Forse diventerà ancora più spirituale? O tirerà fuori un altro manifesto di empowerment femminile da farci alzare le mani in aria? * Apertura verso nuovi generi: Chissà, magari un giorno ci potrebbe sorprendere con un album folk o una ballad rock. * Approfondimento tematico: I suoi testi potrebbero diventare ancora più poetici e complessi, parlando di esperienze comuni con un tocco unico. Inoltre, l’influenza di SZA va oltre i confini della musica. È un’icona culturale, un simbolo di autenticità in un mondo spesso dominato dall’apparenza. Le sue scelte stilistiche, sia nei video musicali che sul tappeto rosso, continuano a dettare tendenze. L’autenticità è la sua firma, e in un’epoca dominata dai filtri e dalle app di fotoritocco, questo è rivoluzionario. Che sia per la sua capacità di connettersi emotivamente con i fan o per il modo in cui reinterpreta la sua eredità culturale, SZA continuerà a lasciare il segno. Si potrebbe anche dire che la sua impronta d’influenza si allarga come onde concentriche in un lago. Ecco qui: * I suoi fan la percepiscono come inclusiva e rappresentativa delle loro esperienze culturali e personali. * Artisti emergenti la citano come fonte di ispirazione e modello di audacia creativa. In sintesi, il futuro di SZA è come un libro aperto pieno di capitoli ancora da scrivere. Ma una cosa è certa: qualsiasi cosa decida di fare, sarà un viaggio che vale la pena seguire con il cuore in gola. E voi, siete pronti a viverlo insieme a lei? The post SZA: Un’Icona dell’R&B Contemporaneo e la Sua Straordinaria Ascesa appeared first on The Wom.
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