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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU GRACIE ABRAMS
* Nome completo: Gracie Madigan Abrams
* Data di nascita: 7 settembre 1999
* Luogo di nascita: Los Angeles, California, Stati Uniti
* Segno zodiacale: Vergine
* Altezza: 165 cm circa
* Partner: Sembra essere single; in passato è stata legata a Omer Fedi
* Genitori: J.J. Abrams (regista, produttore) e Katie McGrath
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Auggie Abrams e Henry Abrams
* Instagram: @gracieabrams
ORIGINI E FAMIGLIA DI GRACIE ABRAMS
Parlare delle origini di Gracie Abrams è un po’ come sfogliare il diario segreto
di una tipa che, fin da bambina, ha vissuto in mezzo alla creatività come chi
cresce tra i fiori: all’inizio magari non te ne rendi conto, poi ti accorgi di
avere mille colori dentro. Gracie è nata a Los Angeles il 7 settembre 1999, e
già questo è tutto un programma. Ma la vera particolarità viene fuori quando
scopri che suo papà è J.J. Abrams, cioè il regista-sceneggiatore-producer che ha
rimesso in moto l’universo di Star Wars e fatto impazzire mezzo mondo con Lost.
Mamma sua, Katie McGrath, invece nasce nel mondo della strategia e della
comunicazione: una donna super smart, potente e attenta alle sfumature delle
persone.
Crescere in casa Abrams, però, non significava jet privati e scenari da red
carpet stile Gossip Girl — almeno, non sempre. Era più la situazione da cene
piene di chiacchiere, idee (anche strambe), amici variopinti seduti intorno al
tavolo, e soprattutto tanta libertà di esprimersi. Un ambiente in cui potevi
parlare tranquillamente delle tue passioni, senza paura di sembrare “fuori
posto”. Avere due genitori così—uno che ti insegna ad amare le storie, l’altra
che ti stimola a credere anche nei dettagli più minuscoli—insomma, è una
fortuna.
Ma Gracie non era da sola: ha due fratelli, Henry e August, con cui ha condiviso
la classica combo di giochi, piccoli litigi, complicità. Immaginatela bambina
che si infila di nascosto nello studio del padre, curiosando fra le colonne
sonore dei film o ascoltando per la millesima volta i cd della madre. Senti già
il profumo di quelle stanze piene di libri, dischi, immagini, vero?
Certo, è facile immaginare che fosse tutto perfetto. In realtà, la famiglia
Abrams è stata soprattutto il suo punto di partenza. Nessuno le ha mai “spianato
la strada”—semmai, le hanno costruito un trampolino per buttarsi, il prima
possibile, nelle proprie passioni. Gracie lo ha detto chiaro: “I miei genitori
mi hanno aiutata a capire che c’è sempre qualcosa da imparare nelle storie degli
altri”.
Te la immagini alle prime arpeggiate con la chitarra, magari circondata dai
fratelli che fanno casino in corridoio, oppure lì, sul divano, a guardare un
film del padre e improvvisare melodie nella testa. Alla fine, la cosa più
preziosa che ha ereditato non è stata il cognome famoso o il contatto VIP, ma
quella spinta a cercare la propria voce. E se ci pensi, è questa la vera marcia
in più: partire da un ambiente che stimola la curiosità, ma poi avere il
coraggio di sceglierti da sola, giorno dopo giorno, la strada da seguire.
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DALLA CAMERA DA LETTO AI PALCHI INTERNAZIONALI
Gracie Abrams ha iniziato come tante ragazze della sua generazione: con una
chitarra acustica un po’ vissuta, un microfono comprato online e una camera
tutta sua. C’è un fascino in quelle stanze piene di libri, di coperte
stropicciate e di sogni appuntati sul muro con lo scotch. È lì che nascono le
prime demo rubate al silenzio della notte, tra un messaggio vocale sul telefono
e mille bozze di testi scritti su quaderni che non vedranno mai la luce. Gracie
racconta spesso di sentirsi nascosta, protetta nella sua bolla, ma allo stesso
tempo spinta da un’urgenza quasi dolorosa: dover tradurre emozioni in musica
come se fosse l’unico modo di respirare davvero.
Per lei pubblicare qualcosa su SoundCloud o YouTube è stato più un atto di
coraggio che di ambizione. All’inizio, c’era solo la curiosità di vedere se
qualcuno, dall’altra parte del mondo, capisse quel senso di vulnerabilità che la
musica portava con sé. Non c’è niente di più impacciato delle prime interazioni
con i fan: Gracie rispondeva timida ai messaggi, era incredula davanti ai primi
commenti anonimi che dicevano cose del tipo “Questa canzone mi ha salvato la
serata”. È vero che internet è spesso un posto spietato, ma la sua esperienza –
almeno all’inizio – è stata come trovarsi in una stanza piena di sconosciuti
gentili, tutti con la stessa voglia di condividere.
Il percorso non è stato lineare, né scontato. Può sembrare una favola già
scritta quella di una ragazza cresciuta tra le sceneggiature e le colonne
sonore, e invece no: Gracie ci ha messo un bel po’, tra demo tenute segrete e
notti insonni passate a “sistemare quell’accordo che proprio non funziona”. Il
vero salto avviene quasi all’improvviso, quando la voce inizia a circolare.
Arrivano i contatti giusti, certo, ma ciò che fa davvero la differenza è che il
suo sound resta “crudo”, mai costruito a tavolino. E questa autenticità, oggi
che il “finto naturale” è ovunque – nei filtri Instagram come nei TikTok virali
– sembra una piccola rivoluzione.
Ecco come Gracie arriva, giovane e quasi incredula, al contratto con Interscope
Records. Lo racconta spesso come una soglia pazzesca: “Non ero pronta, però non
mi sono mai sentita più viva”. Lasciare la camera da letto per passare a
registrare in uno studio vero e proprio è un cambio di prospettiva totale: puoi
continuare a stare in pigiama – almeno con la testa – ma intorno tutto esplode.
La pressione, le aspettative, la consapevolezza (forse un po’ accecante) di
avere spazio e strumenti per farsi sentire davvero. Eppure, anche con in mano la
sua “big chance”, continua ad essere la ragazza dei vocali impacciati.
E quei primi EP, tipo “minor” e “This Is What It Feels Like”, portano con sé la
saggezza di chi non ha paura di mettere in musica le proprie fragilità.
Nonostante tutto l’hype, le recensioni entusiaste delle grandi riviste musicali
e i primi sold out, lei oscilla tra la voglia di nascondersi e quella di
raccontarsi ancora più a fondo. Un po’ come quelle volte in cui pubblichi una
storia su Instagram alle tre di notte e un secondo dopo vorresti cancellarla.
Solo che nel suo caso, la storia rimane, e milioni di persone iniziano a
leggerla insieme a te.
Ogni volta che sale su un palco, che sia in un piccolo locale di Los Angeles o
davanti a una folla in Europa, Gracie porta con sé le insicurezze, l’entusiasmo
impacciato, e una gratitudine che si sente anche tra una nota e l’altra. Perché
in fondo – ed è qui che scatta quella magia rara – c’è ancora qualcosa di
profondamente “bedroom”, anche nei suoi live più esplosivi. Come se ascoltandola
ci si ritrovasse, di colpo, schiacciati sul proprio cuscino con le cuffie
strette in testa, a pensare che sì, da quella stanza ci si può anche volare via.
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UN UNIVERSO SONORO FATTO DI CONFESSIONI SUSSURRATE
Il modo in cui Gracie Abrams trasforma i pensieri in canzoni è quasi ipnotico:
la sua voce entra nelle cuffie come una confidenza fatta sotto le coperte, con
quella delicatezza disarmante che ti fa pensare “ehi, questa potrei essere io”.
Non urla mai, Gracie. Piuttosto, accarezza le melodie, sussurra le incertezze,
lascia che ogni parola suoni autentica, anche quando trema un po’. C’è qualcosa
nelle sue atmosfere – quei pianoforti appena accennati, le chitarre quasi
timide, le produzioni minimaliste – che ti fa sentire in una stanza silenziosa,
illuminata solo dalla luce blu del cellulare alle due di notte.
E i testi? Un vero diario che scivola tra nostalgia e autocritica, senza paura
di chiamare le cose col loro nome: finiture sfilacciate, amori pieni di
contraddizioni, giorni “ni”, serate storte. Non c’è mai quella patina distante,
quell’armatura che invece – ammettiamolo –, a volte piace tanto al pop patinato.
TRA MITI E NUOVI IDOLI: DA JONI MITCHELL A TAYLOR SWIFT
Le influenze di Gracie sono un cocktail perfetto per chi ama le “safe spaces
musicali” ma non disdegna una scrittura piena di dettagli:
* Joni Mitchell, poetica e intensa, per quella capacità di parlare al cuore
delle esperienze quotidiane senza renderle banali.
* Lorde, tutta vibrazioni notturne e elettronica lieve, portata là dove
malinconia non è una parola tabù.
* Taylor Swift, indiscussa regina dei racconti autobiografici, che insegna a
trasformare anche la rottura più dolorosa in una hit da urlo sottovoce.
* Phoebe Bridgers? Sì, perché no! La sua ironia fragile e i suoi mondi sospesi
fanno capolino anche tra le produzioni più indie di Gracie.
E poi Gracie ci mette del suo: una vulnerabilità non forzata, mai troppo
“costruita”. È come se avesse preso le lezioni di songwriting dalle sue icone e
le avesse fatte esplodere in piccole confessioni da TikTok, confezionate in
melodie dove ogni pausa pesa quanto una parola.
PERCHÉ LA GEN Z (E I MILLENNIAL) CI SI RIVEDONO COSÌ TANTO?
Scommetto che almeno una volta, ascoltando Gracie, hai pensato “Ecco, è proprio
così che mi sento io”. Il trucco è che, pur partendo dalle sue storie super
personali, riesce a raccontare sentimenti generazionali: la paura di perdersi,
la nostalgia per cose vissute dieci minuti prima, quell’insoddisfazione sempre
lieve ma costante.
Ci sono poi quei dettagli che fanno la differenza:
* La sincerità cruda nei testi, senza maschere né filtri.
* L’estetica lo-fi e homemade, perfetta per chi ama le atmosfere cosy delle
camere da letto (letteralmente!).
* Il modo in cui racconta la fragilità senza sensazionalismi, ma con uno stile
che sembra un messaggio vocale spedito a un’amica su WhatsApp dopo una
giornata storta.
* Piccole chicche per chi passa le notti su Spotify a cercare “vibes da
pioggia/soft sadness” – e trova Gracie in cima alle playlist “sad girl
starter pack”.
Intanto le sue canzoni girano sulle storie di Instagram, diventano soundtrack di
grief moment, feste silenziose tra amiche o semplici pomeriggi a letto. È la
colonna sonora dei pensieri non detti, quella che ci fa compagnia quando il
mondo fuori fa troppo rumore. Semplicemente, Gracie Abrams è quella voce che ti
permette di sentirti capita, senza aggiungere filtri (nemmeno quelli di
Instagram).
VITA PRIVATA TRA RELAZIONI, AMICIZIE E VULNERABILITÀ
Parlare della vita privata di Gracie Abrams è un po’ come aprire una scatola
color pastello che profuma di segreti e risate notturne tra amiche. Ok, lo
ammetto: nonostante sia ormai una voce amatissima della Gen Z, Gracie è tutto
tranne che una “chiacchierona” sulle sue storie sentimentali. Anzi, la sua è
quella timida riservatezza che rende ogni piccolo dettaglio ancora più
interessante.
C’è stato – e lo sanno praticamente tutte le sue fan – il legame con Omer Fedi,
il produttore dai capelli rossi che ultimamente sembra coinvolto in metà delle
hit di TikTok. Se ne è parlato molto online, ma Gracie, con la sua delicatezza,
non ha mai fatto telenovela dei sentimenti (altro che reality trash da domenica
pomeriggio). Di quella relazione si è saputo giusto l’essenziale: momenti
teneri, qualche foto rarefatta, un’energia creativa che ha contagiato entrambi –
fine. Nessun drama post-rottura, niente frecciatine sui social: solo una
maturità che forse, noi comuni mortali, vediamo ancora nei film indie.
Gracie custodisce il suo privato come un diario con la chiave. Condivide solo
quello che si sente di svelare, e mai in modo forzato. È sinceramente selettiva:
mostra la sua camera sparsa di polaroid “unsent” o quei pomeriggi pigri col suo
cane. Ma la notte di lacrime, la chiamata disperata a un’amica, o la fragilità
dopo una delusione, quelle restano spesso tra le mura. Forse anche per questo
riesce a raccontare la vulnerabilità nelle canzoni, senza mai sembrare patetica
o costruita, no? Ti capita mai di ascoltare una sua ballad intimista,
chiedendoti dove finisca la storia vera e dove inizi la suggestione poetica?
Le amicizie per Gracie sono fondamentali: un gruppo ristretto di persone, spesso
altre musiciste o creativi, che la sostengono da sempre. In particolare, le sue
“bestie” (come le chiama nei pochi post dedicati) diventano il suo network di
supporto. Niente squadre oceaniche alla Taylor, più cerchi di fiducia piccoli,
ma solidissimi. Fanno pigiama party, playlist collaborative e gite notturne in
macchina con la musica altissima. Quelle cose che guardi e ti dici: eh, sì, la
fama ti può travolgere, però le amiche vere fanno da paracadute.
E poi, va detto, Gracie riesce a essere intima coi suoi follower pur senza mai
diventare invadente. Su Instagram? Ogni tanto, tra uno scatto in peluche e un
selfie sfocato, spunta qualche micro-confessione o un video impacciato in cui
sbaglia le parole e poi scoppia a ridere. Quella risata lì è autentica, come
quando chiacchieri ore con un’amica al telefono e a un certo punto capisci che
vi state solo raccontando la vostra vulnerabilità, e va benissimo così.
Ecco qualche piccolo segreto del modo “Abrams” di vivere i sentimenti e le
relazioni:
* Mai esibizionismo: le emozioni tenere non si gridano al mondo, semmai si
sussurrano nei versi.
* Fidarsi pochi, fidarsi bene: amicizie piccole ma d’acciaio (team “pochi ma
buoni” for the win).
* Sui social, solo quello che la fa sentire a casa; il resto è solo suo, e va
bene così.
* La vulnerabilità non è una debolezza, ma la materia prima con cui trasforma
la vita in arte (e ci insegna a fare lo stesso).
In fondo, la riservatezza di Gracie non è una barriera, ma una scelta. Un modo
per proteggersi e, allo stesso tempo, spalancare finestre sulla propria umanità.
Ed è anche questo che ci fa sentire meno sole quando la ascoltiamo nel cuore
della notte, mentre fuori, magari, piove davvero.
UN SISTEMA VALORIALE CHE FA RUMORE, MA DI QUELLI BELLI
Quando pensi a Gracie Abrams, magari ti immagini subito la ragazza malinconica
che sussurra desideri segreti fra un verso e l’altro, ma sotto quella voce
sussurrata c’è una tempesta di valori forti. Gracie non ha paura di mostrare il
cuore — e nemmeno le cicatrici. Nel suo modo naturale di comunicare (ti viene
quasi da pensare sia la tua amica del liceo su WhatsApp), non fa la predicatrice
e non si atteggia a guru: semplicemente, è sé stessa. Sempre, in ogni post; con
una trasparenza che spacca.
Il primo valore che ti salta addosso ascoltando Gracie o leggendo una sua
intervista è l’attenzione alla salute mentale. Non si limita a hashtag di
circostanza, anzi! Quando racconta delle sue giornate-no, di quell’ansia che
arriva nei “momenti silenziosi”, non sta pigiando su un tasto trend, ma su una
verità sua – e di tanti. Gracie è di quelle che, se le chiedi come sta su
Instagram, non ti risponde con emoji a caso ma, tipo, ti spiega che a volte si
sente “a pezzi”, che va bene non essere okay e che chiedere aiuto è un atto di
coraggio. Ha sostenuto campagne come “Seize the Awkward” e spesso nelle sue
story consiglia podcast e risorse utili per chi vive momenti bui, alternando
parole leggere a sprazzi di profondità che colpiscono dritto.
EMPATIA A SECCHIATE, FEMMINISMO SENZA BANDIERE FASTIDIOSAMENTE STRILLATE
Gracie, insomma, non si limita a parlare di sé: fa domande, risponde ai DM, si
preoccupa davvero. Appena succede qualcosa di importante – pensa a discussioni
accese sui social su temi come la body positiviy o il consenso – lei non sta
zitta. Sui suoi canali trovi post dove invita i fan a riflettere sul linguaggio
che usiamo ogni giorno, o lancia mini-racconti per chiedere “Com’è stato il tuo
oggi?”. L’empatia per lei non è una parola da bio, è una missione. Ti starai
forse chiedendo: ma cos’ha di diverso dagli altri artisti? Beh, Gracie non si
erge su un piedistallo: si butta in mezzo, proprio come una di noi, anche quando
c’è da parlare di femminismo.
Non la vedrai fare discorsi urlati o brandire manifesti (anche se potrebbe se le
va), ma la sua voce arriva forte in altro modo:
* condivide regolarmente storie di donne che la ispirano – musiciste,
scrittrici, attiviste;
* sostiene progetti contro la violenza domestica, tipo la collaborazione con
“RAINN”;
* si schiera senza giri di parole quando su TikTok imperversano trend tossici
da cui prendere le distanze.
La sua idea di femminismo è quella fresca, accessibile: ragazze che si aiutano,
che si ascoltano, che crescono insieme (e se ogni tanto crollano, si rialzano e
si abbracciano pure su Zoom).
GENTILEZZA, INCLUSIONE, PICCOLI GESTI RIVOLUZIONARI
Oltre a questi temi “grandi”, Gracie è portavoce di qualcosa che sembra
minuscolo e invece è una specie di superpotere: la gentilezza. Sì, proprio lei,
la parola più sottovalutata dell’ultimo decennio, come la t-shirt vintage che
ritrovi in fondo all’armadio e non vuoi più lasciare. La gentilezza per Gracie
non è solo non essere stronza; è un approccio attivo e tenace alla vita. Durante
i suoi tour:
* si prende il tempo di ringraziare singolarmente i fan – con frasi vere, non
copia-incolla;
* valorizza l’importanza di prendersi cura degli altri anche nei team di
lavoro, tanto che il suo staff la adora;
* parla sempre dei suoi collaboratori come di una famiglia allargata.
E poi c’è l’inclusione: Gracie ribadisce spesso che ognuno deve poter trovare
uno spazio sicuro nel suo pubblico. Dai suoi fan LGBTQ+ ai fan neurodivergenti,
ci tiene a ribadire quanto sia fondamentale sentirsi parte e mai esclusi – anche
solo per un commento, una parola fuori tono, una micro-esclusione che spesso
passa inosservata. Ricordo quando ha fatto quella live su IG dopo un episodio
spiacevole vissuto da una fan queer: Gracie non ha girato intorno alla
questione, ha parlato diretto, ha chiesto scusa a nome della community e ha
invitato chiunque a “stare all’erta” e a farsi scudo a vicenda.
Se vuoi un esempio concreto di messaggi che lancia:
* su Threads ha scritto “Non accettate di essere amate a metà solo perché non
siete perfette, nessuno lo è”;
* ogni tanto risponde a chi la attacca con humour, ma senza mai cedere alla
cattiveria. Una volta, a chi le lasciava commenti odiosi, ha replicato con un
semplice “Ti auguro una buona giornata, spero che l’amore arrivi anche a te”.
Frecciatina gentile, ma devastante.
In sintesi? Il sistema valoriale di Gracie Abrams è come una playlist di canzoni
in cui ogni brano ha un messaggio chiaro e diverso, ma un filo rosso: ci si può
sostenere, si può essere soft e forti insieme, e soprattutto ci si può amare
anche nei giorni in cui si sente solo il rumore delle proprie insicurezze. Ecco
perché alle sue fan fa bene seguirla: perché è coraggiosa senza essere
invincibile, e quella è la rivoluzione più pop di tutte.
L’ONDA LUNGA DEL SUCCESSO: GRACIE OGGI E LE SUE CONQUISTE
Alzi la mano chi non ha ascoltato almeno una volta “I miss you, I’m sorry” tipo
mentre guardava le nuvole fuori dalla finestra su un regionale lento verso casa.
Gracie Abrams è esattamente qui, nel presente: al centro di una corsa che sembra
non voler finire mai. La sua voce è ormai ovunque, eppure la sensazione è quella
di essere davanti a un’amica che ti scrive su WhatsApp alle due di notte, non a
una diva irraggiungibile. Mettere i piedi nella realtà di Gracie oggi significa
vivere dentro un sogno pop che non suona, mai e poi mai, finto.
Negli ultimi mesi Gracie ha infilato una serie di successi che – scusate la
franchezza – fanno venire il capogiro. L’album “Good Riddance”, ad esempio, ha
già raccolto uno zoccolo durissimo di fan che si fanno sentire ovunque, sia
sotto i suoi video TikTok che nel cuore dei suoi concerti, veri e propri
abbracci collettivi. E non è tutto:
* Ha suonato davanti a platee stracolme, con un tour che ha avuto tante date
sold out. Mica facile di questi tempi.
* Ha collaborato con Taylor Swift, cioè la Taylor, non una qualunque. Ed essere
scelta da un’artista così dice molto di come Gracie sia percepita anche tra
le “big”.
Basta guardare l’entusiasmo del pubblico: video virali, meme ispirati ai suoi
testi, messaggi commossi su Twitter (pardon, X). Ma la cosa che più colpisce è
la crescita, sia musicale che personale, che traspare già dal suo nuovo modo di
stare sul palco, di ridere, di raccontarsi. Sembra che ogni anno sia una piccola
evoluzione, e se ascolti in parallelo le sue prime canzoni con le ultime tipo
“Risk”, te ne accorgi al volo: c’è una profondità, una sicurezza, quasi una
consapevolezza del proprio essere vulnerabile che spacca.
NUOVA MUSICA, NUOVE STRADE: COSA CI ASPETTA DA GRACIE
A oggi quello che più elettrizza i fan è la sensazione che Gracie sia ancora “in
viaggio”. Non è una popstar cristallizzata – la sua musica cambia, a volte è più
elettronica, poi torna acustica, ogni tanto spunta fuori una ballad che sembra
scritta mentre fuori piove. Ogni disco è una nuova tappa, fatto di racconti che
incastrano nostalgia, crescita e speranza come i tasselli di un puzzle.
Le aspettative per il futuro sono altissime, e non è solo hype generato a caso:
chi la segue lo sente sulla pelle che Gracie non ha ancora detto tutto. C’è chi
si aspetta un featuring con Phoebe Bridgers (c’è anche chi sogna Olivia Rodrigo,
a dirla tutta), chi ipotizza un album completamente autoprodotto, chi si chiede
se la sua prossima tournée la porterà finalmente in Italia – e sì, è una domanda
che aleggia nei DM di tutte le sue fan page.
Tutto questo entusiasmo, però, non ha ancora intaccato la sua autenticità.
Gracie resta quella che si commuove leggendo le lettere dei fan, che ride per
una battuta scema tra un’intervista e l’altra, che si lascia andare anche al
microfono, con le sue fragilità. È incasellata tra le “next big thing”, ma non
si è mai costruita una maschera: e forse è proprio questo il segreto della
stella Gracie Abrams. Essere vera anche quando tutti si aspettano una
costruzione.
UN ESEMPIO CHE RESTA: PERCHÉ GRACIE CONTINUERÀ A ISPIRARE
Le giovani donne oggi cercano modelli che non siano solo “perfetti”, ma che
regalino quella dose di imperfezione che fa sentire meno sole. Gracie, in tutto
questo, è quasi terapeutica. Chi la segue si riconosce in:
* Un modo di raccontare i sentimenti che non ti fa sentire sbagliata
* Una narrazione di sé che valorizza i dubbi e le insicurezze, senza mai
vergognarsene
* Una capacità di essere costante e “vera” anche mentre diventi sempre più
celebre (che, diciamolo, non è per niente facile)
C’è una frase non scritta che passa in ogni sua canzone: “Vai bene così come
sei, e puoi farcela anche se hai paura”. È, in poche parole, la spinta che tutte
– almeno una volta – abbiamo sognato di ricevere. E, guarda caso, è la stessa
energia che oggi Gracie Abrams trasmette ogni volta che prende in mano una
chitarra, sale su un palco, o semplicemente sorride in una foto senza filtro. E
questa, davvero, è una rivoluzione vera.
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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU MADISON BEER
* Nome completo: Madison Elle Beer
* Data di nascita: 5 marzo 1999
* Luogo di nascita: Jericho, New York, Stati Uniti
* Segno zodiacale: Pesci
* Altezza: 165 cm
* Partner: Nick Austin (dal 2020); in passato Jack Gilinsky, Zack Bia e
Brooklyn Beckham
* Genitori: Tracie Beer, Robert Beer
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Ryder Beer (fratello minore)
* Instagram: @madisonbeer
LA NASCITA DI UNA STELLA DAL SOGNO DI YOUTUBE AL PANORAMA INTERNAZIONALE
Ripensarci oggi fa quasi strano, ma nel 2012 Madison Beer era una ragazzina come
tante, con la voce piena di sogni e solo una webcam a registrare quelle note.
Niente followers a sei cifre, niente stylist, niente filtri. Solo lei, la sua
cameretta e YouTube come finestra spalancata verso il mondo. Non cercava la
perfezione, voleva solo condividere la sua passione, quelle cover delle hit del
momento che caricava senza grandi aspettative. Eh, e invece—colpo di scena!—il
destino bussa spesso sotto forma di una notifica.
Justin Bieber, sì il Justin Bieber, nel luglio 2012 sente la sua cover di “At
Last” (storica canzone di Etta James) e resta folgorato. Non si limita a un like
o a una reaction emoji, no no: twitta entusiasta il video con tutti i suoi
milioni di fan. Dirlo ad alta voce sembra quasi una favola: un idolo planetario
che, tra migliaia di video di cover, si ferma sul tuo. Nel giro di poche ore,
Madison si ritrova improvvisamente al centro del palcoscenico digitale, sotto i
riflettori di una scena mondiale.
Ma non è solo una botta di fortuna. La cosa che ha sempre colpito di Madison
Beer, e che continua a sorprenderci oggi, è come abbia saputo cogliere al volo
le opportunità senza mai snaturarsi. Cioè, non era solo “la ragazza scoperta da
Bieber”. Era (ed è!) la ragazza che, una volta entrata nell’industria
discografica, si è presentata con il suo stile—non artificioso, non
prefabbricato. Quando firma con la Island Records poco dopo essere stata notata,
Madison continua comunque a pubblicare cover e canzoni originali su YouTube,
chiacchierando con i fan praticamente in diretta. Insomma, era già chiaro che la
sua determinazione era la vera arma segreta.
Magari tanti lo ignorano, ma uno dei suoi primi brani, “Melodies”, uscì quando
aveva appena 13 anni. Nel video—che se non l’hai visto, corri su TikTok che è un
meme vivente—ci sono già tutti i segni particolari della Madison che conosciamo:
freschezza, voce da brividi e quella voglia di mettersi sempre in gioco.
(Spoiler: c’è anche Bieber nel video, occhio!) Tuttavia, l’inizio non fu per
niente scontato. La pressione di essere stata “scelta” dal più famoso dei
teenager non era roba da poco, e Madison ha dovuto imparare presto a gestire le
luci e le ombre del successo – haters e aspettative incluse.
Un aneddoto che adoro: fin da piccola, Madison registrava i suoi demo con
GarageBand direttamente dal suo computer. Il padre, come qualsiasi genitore
semi-boomer, non capiva bene questa cosa di “fare musica in casa”, ma la
supportava portando a casa microfoni, tastiere, anche un mini mixer che ancora
oggi conserva. Niente etichette, niente filtri: la sua voce era quella che si
sentiva davvero, ruvida qualche volta, ma sempre autentica.
Riguardando la sua carriera, mi colpisce come sia riuscita, pur entrando dalla
porta principale grazie a un nome grosso, a reinventarsi costantemente. Madison
non ha mai avuto paura di cambiare sound, di dichiarare i suoi insuccessi e di
parlare dei suoi momenti difficili sui social. Forse è proprio questa la sua
magia: stare sull’onda, sì, ma restare fedele a sé stessa. E in un mondo dove
basta uno scroll per passare nel dimenticatoio, ci vuole davvero coraggio.
Ricapitolando, le tappe che hanno segnato la sua ascesa dal semplice sogno
digitale a star internazionale sono state:
* Video spontanei su YouTube, zero filtri e tanta voglia di esprimersi.
* L’incontro fortuito (ma meritato) con Justin Bieber e il boost che ne è
seguito.
* La determinazione a non farsi ingabbiare dal “prodotto facile”, anche quando
la pressione era forte.
* La capacità di parlare direttamente ai fan, quasi da amica a amica,
anticipando quello che oggi fanno molti artisti sui social.
E poi diciamolo: se ce l’ha fatta una ragazza con una webcam e una voce sincera,
forse un pezzettino di quei sogni che ci portiamo dentro sono meno impossibili
di quanto crediamo, no?
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DA “SELFISH” A “RECKLESS”: LE HIT CHE RACCONTANO CHI È DAVVERO MADISON
Se dovessi scegliere una canzone per capire davvero chi è Madison Beer, sarebbe
probabilmente “Selfish”. Non è solo una ballad: è una confessione, un tipico
pezzo che ascolti a luci soffuse mentre fuori piove e pensi ai tuoi errori
sentimentali. La voce fragile ma decisa di Madison ha una potenza particolare
qui, riesce a trasmettere tutta quella malinconia che viviamo – ammettiamolo –
dopo le rotture. Questo pezzo è diventato virale anche su TikTok, dove i “lip
sync” si sprecano e ognuno ci mette dentro il proprio drama. Ma Madison non è
solo dolcezza: ascolta “Reckless” e ti accorgi di quanto sappia essere anche
intensa, quasi cruda. Racconta delle cicatrici che ci lasciamo dopo i
tradimenti, fra storie d’amore che sembrano uscite da una serie Netflix.
Insomma: i suoi testi sono autentici, a volte scomodi, ma sempre sinceri.
LIFE SUPPORT E LA RIVOLUZIONE DEL SOUND
Il vero salto artistico arriva con “Life Support”, l’album che, diciamolo, forse
molte aspettavano con hype alle stelle. Questo disco non è l’ennesima raccolta
di pezzi radiofonici: è uno statement, un diario personale dove Madison Beer
gioca con sonorità che spaziano dal pop elettronico alle sfumature alternative,
mantenendo però quel filo conduttore emotivo che ormai è una sua firma. A me ha
colpito soprattutto la varietà tra i brani: c’è “Good in Goodbye”, dove la voce
diventa un’arma sottile, e “Stained Glass”, che sembra sussurrare un grido di
dolore. Madison ha parlato più volte di come “Life Support” sia nato da un
periodo difficile, affrontando ansia e depressione: e si sente tutto, ogni nota
sembra pesare, ogni parola sembra scelta dopo mille notti insonni.
Se volete un elenco delle perle da ascoltare nell’album (per le “maratone” al
buio, coperte e snack inclusi):
* Selfish
* Good in Goodbye
* Stained Glass
* Blue
* Default
LE SUE ICONE DI STILE (MUSICALE E NON SOLO): DA LANA DEL REY A RIHANNA
Madison non ha mai fatto mistero delle sue influenze musicali: in ogni
intervista salta fuori almeno il nome di Lana Del Rey, un’artista che – come lei
– sa immergersi nei sogni lucidi, nella nostalgia, nel vintage pop. Poi c’è
Rihanna, e lì la questione si fa più grintosa: Madison ha assorbito quella
capacità “camaleontica” che ti permette di reinventarti senza perdere la
bussola. E ascoltando gli ultimi pezzi, tipo “Showed Me”, non si può non sentire
l’eco delle migliori power-bad-girls della musica mondiale.
La lista delle sue muse:
* Lana Del Rey per l’iconico mood triste e autunnale
* Ariana Grande per le acrobazie vocali, che Madison sa gestire con una
leggerezza che spiazza
* Rihanna per l’attitudine, il dire “sono qui e sono io, punto”
* Britney Spears (sì, anche lei) per le melodie pop che ti si stampano addosso
anche dopo settimane
STILE E MUSICA: L’IMMAGINE COME RACCONTO DI SÉ
C’è un senso di coerenza fortissimo tra come Madison canta e come si presenta.
Il suo stile è immediatamente riconoscibile: crop top e cargo pants nei video,
look anni 2000 mixati a dettagli anni ’90, capelli lucidi e trucco che alterna
il nude alla palpebra glitter, un po’ Gigi Hadid, un po’ Alexa Demie di
Euphoria. Non è mai sopra le righe, mai costruita all’eccesso – piuttosto, sa
giocare con i trend ma li piega alla sua personalità. Questa sua estetica è
diventata una vera firma: infatti non è un caso se molti look di Madison fanno
tendenza su Instagram e Pinterest praticamente subito dopo ogni uscita pubblica.
In più, Madison sa usare i social in modo strategico: ogni post, ogni storia su
Instagram è pensata, ma mai finta. La sensazione è quella di una ragazza che
vuole aprirsi, senza però cedere a quella trasparenza artificiale che vedi in
troppe star. Ecco perché molte sue scelte fashion, dai dettagli vintage alle
sneakers platform, sembrano quasi un’estensione naturale della sua musica:
autenticità e vulnerabilità, mescolate a una dose di glamour old school.
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IL CONTINUO CAMBIAMENTO: UNA CRESCITA CHE NON STANCA MAI
Forse la chiave del successo di Madison Beer sta proprio nella sua capacità di
mescolare il “già visto” e il “mai sentito”. Non ha paura di cambiare, di
rischiare, sia con la musica che con l’immagine. Ogni suo nuovo singolo è un
piccolo reboot. Ogni dettaglio nel modo di cantare, nell’estetica, negli
arrangiamenti scelti urla “questa sono io oggi, domani magari sarò diversa”. E
noi ci sentiamo di crescere insieme a lei, una canzone alla volta.
AMORI VERI E GOSSIP: IL CUORE DI MADISON SOTTO I RIFLETTORI
Le relazioni sentimentali di Madison Beer sono spesso finite sulle pagine di
Instagram prima ancora che sui tabloid: oggi più che mai, la sua storia è quella
di una ragazza che si innamora (come tutti), ma deve imparare a farlo davanti a
uno specchio gigante, cioè la fama. Sì, ci sono stati momenti da film romantico
e altri tipo reality un po’ trash, ma la verità è che Madison ha sempre
mantenuto uno stile discreto e genuino, anche quando attorno a lei volavano
pettegolezzi a raffica.
Andiamo con ordine perché, ok, i nomi ci sono:
* Jack Gilinsky, prima vera storia importante (conosciuto grazie a Vine: cioè,
TikTok prima di TikTok!). Sono stati insieme dal 2015 al 2017 e, sebbene
all’inizio sembrassero la classica coppia da sogno, poi tra loro si è
infilata la difficoltà di gestire la notorietà e pure alcune polemiche serie.
* Brooklyn Beckham, sì, proprio il figlio di Victoria e David. Una relazione
lampo: la loro estate insieme nel 2017 è stata la cosa più cercata su
Twitter—almeno per un giorno!
* Zack Bia, dj e influencer della scena di Los Angeles. Relazione fatta di
tira-e-molla tra 2018 e 2019, su e giù come le montagne russe dell’Hollywood
Bowl.
* Nick Austin, altro creator amatissimo su TikTok, con cui Madison ha vissuto
una relazione più recente (2020-2022). Lì, i due sono riusciti a essere tanto
riservati che online a un certo punto si dubitava pure che stessero insieme
per davvero!
Una cosa che colpisce davvero di Madison? La sua determinazione a difendere la
propria privacy. Lei non posta mai troppo, se non lo vuole. Non parla dei
dettagli intimi neanche sotto tortura (social): spesso lascia che siano le
canzoni a svelare quello che vive davvero. E nelle sue interviste è sempre stata
limpida: il rispetto per le sue relazioni, passate o presenti, viene prima dei
click o dei like facili.
DALLA PELLE ALLE NOTE: RELAZIONI E MUSICA CHE SI INFLUENZANO
C’è una Madison che si innamora e una Madison artista che trasforma tutto in
musica. Le sue storie, a modo suo, finiscono nelle canzoni più intense e,
spesso, sono proprio i fan a cogliere i riferimenti—quella rima, quella melodia
malinconica, quel verso che sa di addio e non di arrivederci. Dai momenti
sofferti (basta ascoltare “Selfish” o “Good In Goodbye”, vere e proprie _lettere
aperte_ alle storie finite male), si vede che Madison ha imparato a non avere
paura della vulnerabilità.
Le relazioni, anche quando fanno male o sono troppo complicate, le hanno
insegnato:
* a conoscersi meglio;
* a capire che il confine tra amore e pressione mediatica è sottile come una
stories su Instagram;
* a non dimenticarsi di sé stessa, anche quando fuori è tutta una gara a chi ha
più visualizzazioni.
Sì, ha vissuto anche momenti di crisi, ansia, vero disagio, ma—e qui si sente
tanto la sua crescita personale—ne è uscita ogni volta più forte, più
consapevole e, soprattutto, sempre fedele ai propri valori.
A TESTA ALTA, OLTRE I RUMORS
Per Madison Beer, la vera sfida non è stata solo vivere relazioni nell’era dei
social, ma anche riuscire a rimanere autentica nell’oceano di gossip e curiosità
che la circonda. Nonostante i riflettori e le domande invadenti, ha sempre detto
la sua solo quando davvero lo voleva lei, ricorrendo magari a qualche ironia
(tipo _”Se proprio dovete sapere chi frequento, ascoltate il prossimo album!”_).
Questo suo modo di affrontare le cose rende difficile cadere nel giudizio
gratuito: Madison, più che una diva da copertina, è rimasta una ragazza che
mette il cuore davanti a tutto.
Quindi, tra una linea confidenziale e una storia d’amore vissuta tra DM e red
carpet, Madison Beer ci mostra che tra i like e la realtà c’è sempre spazio per
la delicatezza e il rispetto. E anche per la musica, sempre.
FAMIGLIA E AMICIZIE: I LEGAMI CHE CONTANO
Nell’universo pop scintillante di Madison Beer, dove tutto sembra un susseguirsi
di luci, palchi e applausi, il nucleo centrale resta la famiglia. Da sempre
Madison non fa mistero di quanto il rapporto con i genitori, Tracie e Robert, e
il fratello Ryder le dia letteralmente ossigeno. Ti basta scorrere il suo
Instagram per vedere che la presenza della madre è quasi una costante: una foto
dolcissima, un abbraccio o una caption che trasuda gratitudine. Dice sempre che,
anche quando il mondo urla e la carriera sembra divorare ogni energia, il
sostegno della mamma e il rapporto solidissimo con il padre (pur separati, resta
un team) sono la sua terraferma. C’è chi pensa che dietro una popstar ci sia
solo clamore, e invece c’è chi, come Madison, non rinuncia mai a un confronto
sincero con i suoi, che a volte sfuma nella classica telefonata disperata alle 2
di notte, stile drama da serie Netflix, quando serve un consiglio o solo sentire
una voce amica.
Poi c’è Ryder, il fratello minore, una presenza su cui Madison sembra costruire
anche un pezzo della sua identità. Non a caso in più di un’intervista racconta
che da piccoli, quando nessuno scommetteva su di lei, era proprio Ryder a darle
quella fiducia che le mancava, tipo cheerleader personale ma senza i pon pon.
Spesso lo descrive come il suo miglior amico, quello con cui puoi parlare di
tutto, farti mille meme e—importantissimo—capire quando è il momento di fermarsi
e lasciare il cellulare spento sul comodino.
Ma non finisce qui, perché Madison ha anche una cerchia ristretta di amiche e
amici che si sono rivelati fondamentali sia nei giorni belli che in quelli da
dimenticare. Quei legami, costruiti con la consapevolezza che la lealtà è un
bene raro nell’entertainment, sono scelti centellinando fiducia come se fosse
glitter. Basta leggere tra le righe di alcune sue stories (un DM qua, uno
scambio di emoji là) per intuire che i suoi veri amici sono quelli che:
* la fanno ridere di gusto quando fuori piove e dentro è tempesta
* non la trattano mai da diva, nemmeno quando tutto il mondo sembra volerle
dire sì
* sono disposti a chiudere Twitter insieme a lei e guardare, invece, una
maratona di classici Disney per disintossicare lo spirito
La cosa più sorprendente? Madison Beer è super incline a perdonare, ma mai a
tollerare la falsità. Lo dice davvero, senza peli sulla lingua. Per lei, fiducia
e rispetto sono tipo polaroid della sua infanzia: o ci sono o non saranno mai
sviluppate. Niente zone grigie. E il bello è che questo si riflette anche nella
sua musica, nelle sue scelte, nel modo in cui risponde ai fan che diventano
quasi amici virtuali, creando delle connessioni che non sanno di patinato ma,
piuttosto, di autentico.
Se poi pensiamo alle amicizie che ha costruito nel tempo—alcune visibili agli
occhi di tutti, altre custodite nei ricordi delle trasferte notturne dopo un
concerto—viene fuori una Madison che, sì, soffre come chiunque le delusioni, ma
che decide consapevolmente di circondarsi solo di chi porta vera luce. Si può
dire che per lei avere poche persone fidate intorno sia più importante di mille
conoscenti: in pratica, meglio pochi ma buoni. E sì, spesso le sue amiche la
aiutano a rimanere con i piedi per terra, tipo quando le ricordano che in fondo
restano sempre due ragazze che ordinano sushi e che si raccontano i segreti
guardando TikTok fino a tardi.
Quello che colpisce davvero è questa sua scelta, quasi radicale, di mettere
l’accento su un tipo di relazione fatto di trasparenza e presenza vera, lontana
dalle dinamiche tossiche del gossip e dagli specchi distorti dei social. In un
mondo in cui la fama fa rima con fragilità, Madison Beer risponde: “Io non mollo
i miei, e i miei non mollano me.” Ecco perché quegli abbracci, quelle risate,
quelle conversazioni notte fonda, sono il vero segreto del suo stare bene, anche
sotto i riflettori.
AUTENTICITÀ, VULNERABILITÀ E FORZA: I VALORI CHE GUIDANO MADISON
Non è un mistero: Madison Beer si è costruita come un vero antidoto alla
perfezione patinata dei social. Se vai a sbirciare le sue storie su Instagram o
dai un’occhiata ai TikTok, la vedi spesso struccata, con qualche occhiaia,
magari tra un attacco di ansia e l’altro, ma sempre autentica fino al midollo.
All’inizio – lo ha raccontato lei stessa mille volte – sentiva una pressione
enorme per apparire impeccabile, come se ogni emoji o filtro fosse una maschera
obbligatoria. Poi, col tempo, ha iniziato a mostrarsi davvero, anche nelle sue
fragilità. C’è stato quel periodo in cui Madison ha parlato apertamente della
sua lotta contro l’ansia: raccontava, senza edulcorare, che il palco spesso era
una lama a doppio taglio, capace di darle gioia ma anche di toglierle il fiato
dalla paura. Lo ha fatto non per cavalcare l’onda del momento, ma perché —
parole sue — “voglio che chi mi segue sappia di non essere solo”.
E qui c’è la svolta che ha fatto la differenza. Nell’era degli highlight
scintillanti a tutti i costi, Madison ha staccato la spina e scelto di
condividere anche il backstage più caotico. Questa scelta di trasparenza ha
ridisegnato completamente il rapporto con i suoi fan, perché la mette “a portata
di messaggio”. Avete presente quando una vostra amica vi scrive alle 2 di notte
perché non riesce a dormire e ha mille pensieri in testa? Ecco, Madison è stata
quella ragazza anche per i suoi follower, senza pretese e senza giudicare. Si è
fatta portavoce di una verità scomoda, e cioè che la vulnerabilità non è
debolezza, anzi: a volte, la forza è proprio abbassare la guardia e dire “oggi
non va”.
A colpire è la sua sensibilità, ma non in modo stucchevole o malinconico stile
telenovela sudamericana. È una sensibilità “street”, da Gen Z: ironica, smart,
un po’ ribelle. Per esempio, quando parla di salute mentale lo fa senza peli
sulla lingua, chiamando le cose col loro nome e usando un lessico vicino alle
sue coetanee.
In pratica, i valori a cui Madison tiene di più si possono riassumere così:
* Credere che l’autenticità sia la vera forma di forza
* Fare della propria esperienza personale una bussola anche per gli altri
* Riconoscere la bellezza nell’imperfezione, nonostante i filtri e le pressioni
da social
* Farsi carico del proprio potere mediatico non per sentirsi superiore, ma per
essere utile
Questa attitudine non solo l’ha resa una popstar diversa dalle altre (molto meno
robot, molto più umana), ma ha anche creato una comunità dove parlare di ansia,
insicurezza e notti insonni non è più un tabù. E, credetemi, in tempi di Will
Smith che sale sul palco agli Oscar o meme che sdrammatizzano il burnout, essere
“vulnerabile e influente” è più rivoluzionario di quanto sembri.
Insomma – e qui mi viene da sorridere – Madison non è perfetta (ma chi lo è,
davvero?), eppure il suo coraggio, la sua vulnerabilità vissuta come bandiera,
sono diventati per molte ragazze una specie di superpotere nascosto. C’è chi la
segue per la musica, chi per i look da copiare, ma in tante ci si rispecchiano,
ci si consolano, magari ci si danno il permesso di essere un po’ più vero e meno
filtrato. Una vera boccata d’aria in mezzo a un feed che sembra sempre uscito da
una pubblicità di mascara.
CUORE E CORAGGIO: COME MADISON BEER TRASFORMA LA POPOLARITÀ IN ATTIVISMO
Se pensi che una popstar sia solo voce, lustrini e palcoscenico, Madison Beer ti
fa davvero ricredere. Lei ha questa energia che sembra dire: “Ok, sono famosa,
mi seguono milioni, adesso usiamola per qualcosa che conta davvero”. Così, con
una naturalezza quasi disarmante, Madison diventa megafono delle battaglie
sociali della sua generazione. Non è solo #adv, è cuore, testa, e quel grido che
serve per cambiare le cose, anche solo un po’.
Sul suo profilo Instagram – che è un mix tra diario segreto e bacheca pubblica –
Madison ha dato voce, più volte e senza filtri, alle sue posizioni su temi come
l’uguaglianza razziale, la parità di genere e, soprattutto, il supporto ai
movimenti per i diritti civili. Durante il periodo bollente di Black Lives
Matter, ad esempio, non si è limitata a un post “giusto” per farsi notare, ma ha
partecipato fisicamente a manifestazioni, ha condiviso risorse utili e ha
affrontato anche le critiche che le sono piovute addosso con la grinta di chi
crede davvero in ciò che fa. Mi colpisce sempre come riesca a gestire la
pressione: potresti aspettarti una reazione difensiva, ma lei risponde con
calma, dati e passione. Ha raccontato di aver ricevuto hate (tanto, eh), ma
anche di sentirsi ancora più motivata dalle messaggi di fan che grazie a lei
hanno aperto gli occhi su certe tematiche.
Non si limita a *un solo* impegno: spesso la vediamo farsi ambasciatrice di
campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale, raccontando – tra una
collaborazione con un brand e una nuova canzone – l’importanza della terapia,
l’esperienza degli attacchi di panico e cosa significa chiedere aiuto. Confessa
le sue fragilità così, senza troppe maschere (“sono umana, cado anch’io!”) e
questa genuinità diventa contagiosa. Non è raro trovare tra i commenti “Grazie
Madison, mi hai cambiato la giornata” o “Sono andata a parlare con uno psicologo
grazie a te”. Insomma, un effetto domino che non riesci a ignorare.
E a proposito di azioni concrete, c’è una cosa che personalmente adoro: Madison
usa le sue IG stories e i tweet come fossero una piccola redazione a
disposizione dei ragazzi che la seguono. Ogni tanto si trasforma in un’amica che
ti passa il link giusto:
* Petizioni da firmare
* Numeri di emergenza a cui rivolgersi nelle crisi
* Consigli pratici per affrontare le giornate “no”
* Link a raccolte fondi
Tutto condito da una leggerezza che non banalizza, anzi. Lei rende cool il
prendersi cura di sé e degli altri – altro che cliché da popstar patinata.
Spesso, durante i Q&A con i fan (che sembra quasi di stare in una chat tra
amiche dopo una maratona di “Euphoria”…) tira fuori riflessioni su quanto sia
sbagliato giudicare senza sapere o quanto sia bello aiutarsi a vicenda anche da
lontano.
Questo suo impegno sociale si intreccia con la musica – ascolta attentamente i
testi, qualcosa scatta! – ma soprattutto trasforma il suo seguito in una
comunità, non in una semplice fanbase. C’è da imparare, davvero. A volte le
popstar sono moda, tendenza del momento. Madison invece è quella che scende
dalle nuvole dello star system e cammina fianco a fianco con chi la segue,
mettendoci la faccia sulle cose importanti. E sì, questa cosa fa tutta la
differenza del mondo.
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autenticità appeared first on The Wom.
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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU ROSALÍA
* Nome completo: Rosalía Vila Tobella
* Data di nascita: 25 settembre 1992
* Luogo di nascita: Sant Esteve Sesrovires, Catalogna, Spagna
* Segno zodiacale: Bilancia
* Altezza: 165 cm
* Partner: (2023) Rauw Alejandro
* Genitori: José Manuel Vila, Pilar Tobella
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Jéssica Vila Tobella (sorella maggiore)
* Instagram: @rosalia.vt
DALLA PROVINCIA CATALANA AI PRIMI PALCHI: IL BATTITO DI UNA PASSIONE
Se la musica avesse una culla, per Rosalía sarebbe una villetta a Sant Esteve
Sesrovires, un paesino a mezz’ora da Barcellona dove le colline sanno ancora di
legna e vento. Rosalía Vila Tobella, cresciuta tra biblioteche locali e gare di
talenti scolastici, non ha visto subito riflettori o schiere di fan come le
popstar delle serie Netflix. No, le sue prime note sono state fatte di
perseveranza e lunghi pomeriggi a giocare con le emozioni davanti allo specchio,
microfono improvvisato con la spazzola da capelli. Una bambina curiosa, tanto da
domandarsi il perché delle cose, instancabile nello scoprire ogni segreto dei
suoni che la circondavano (il sole che batteva sulla lamiera, ad esempio, per
lei era già musica).
C’è chi cresce con X Factor, lei invece ascoltava Manolo Caracol, Camarón de la
Isla e la voce antica del flamenco. Rosalía non perdeva tempo a fare la
ragazzina “normale”, perché quello che sentiva nel petto era un richiamo troppo
urgente. Ecco le sue primissime influenze:
* * Un padre appassionato di canzoni gitane che la porta a sentire concerti
tradizionali.
* * Una madre iper-presente che la supporta persino durante le note stonate
(perché ce ne sono state!).
* * La sorella Pilar, chiamata “La Pili”, una specie di partner-in-crime per
ogni sogno fuori dal normale.
CORTOCIRCUITI TRA SCUOLA, SACRIFICI E NOTTI INSONNI
Non era facile. Anzi, all’inizio sembrava proprio impossibile. Rosalía si trova
a crescere in un contesto dove essere “diversa” è romanticizzato solo nei film –
nella realtà, sembrava quasi un peso. La fatica più grande? Conciliare la scuola
con le lezioni di canto. Ogni mattina zaino in spalla, ogni pomeriggio in giro
tra autobus e metro per raggiungere il Taller de Músics a Barcellona. Spesso
racconta che le sue ore di sonno non bastavano mai (altro che maratona di
Netflix!), ma la voglia di imparare la teneva sveglia come un doppio espresso.
Al Taller, e poi alla prestigiosa ESMUC (Escola Superior de Música de
Catalunya), il flamenco non era solo una materia di studio: diventava quasi una
ragione di vita. Veniva guardata con sospetto, però, perché “troppo innovativa”
o “non abbastanza gitana”. E quanto pesano quei giudizi, specie quando sei
giovane? Rosalía rispondeva con la grinta, ripetendo le scale vocali fino a far
sanguinare la gola (e sì, ci sono state vere liti con insegnanti all’antica – e
piccole rivoluzioni personali davanti a chi diceva “non sei adatta”).
* * Esibizioni piccole, tipo matrimoni o bar minuscoli dove il pubblico magari
la ignorava, ma anche serate open mic in cui qualcuno si bloccava: “Quella
ragazza canta davvero così, oppure sto sognando?”.
* * Concorsi e audizioni perse, che la facevano tornare a casa in lacrime, ma
sempre più determinata.
* * Un episodio su tutti: una notte arrangia “Como en un mar eterno” in una
cover incisa da sola, con una vecchia tastiera e pochi amici — e per la prima
volta sente che potrebbe davvero funzionare.
IL SEME DI UN SOGNO GRANDE: ORIGINALITÀ ACCESA GIÀ DA GIOVANISSIMA
Cosa aveva Rosalía di diverso, fin dall’inizio? Prima di tutto un coraggio fuori
moda, quella capacità di metabolizzare il dolore e trasformarlo in energia
sonora, quasi come se la delusione fosse benzina (accendeva fuochi, non li
spegneva). Poi la curiosità: per lei tutto era fonte d’ispirazione, dai beat
latinoamericani ai suoni elettronici che sentiva in discoteca.
Giovane sì, ma già consapevole che “essere normale” non le interessava. Si
vestiva come voleva, spesso mischiando capi da mercatino con dettagli iper
glamour, e già si intuiva la futura fashion icon. Dietro la costruzione di ogni
performance c’era una cura quasi maniacale: arrangiamenti, movimenti delle mani,
persino il modo di camminare sul palco era studiato ad arte, ma con
quell’effetto naturale che fa pensare “è nata così, non può farne a meno”.
* * Rosalía registra da sola, montando strumentali e voci notte dopo notte,
quando Barcellona dorme e le idee ballano solo nella sua testa.
* * A modo suo, si crea un piccolo pubblico fidato sui social (quando ancora
Instagram non era il regno dei filtri), condividendo pezzi e rehearsal che
spariscono dopo poche ore ma che qualcuno, stranamente, comincia ad aspettare
con l’ansia del nuovo drop su Spotify.
* * Si costruisce il personaggio, ma senza maschere: la timidezza che convive
con lo sguardo fiero, la voglia di sperimentare anche rischiando di essere
presa per “strana”.
In pratica, già prima dei Grammy, degli stadi esauriti e delle felpe col
cappuccio iper cool, si sentiva che da lì, da una Catalunya un po’ appartata,
stesse nascendo qualcosa di enorme. Rosalía: la ragazza che aveva fame di mondo
e orecchie fameliche di ogni ritmo nuovo—perché, in fondo, il talento non basta
mai senza una sana, inspiegabile ossessione. E lei, questa fame, non l’ha mai
persa.
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DA “EL MAL QUERER” AL MONDO: LA SVOLTA MOTOMAMI
Quando si parla di successo internazionale, Rosalía è proprio il classico
esempio di come un’artista possa passare dall’essere “quella ragazza diversa” al
diventare – letteralmente – una superstar globale. E il bello è che tutto questo
non è arrivato per caso, ma grazie a una visione *sua*, autentica, quasi
testarda nel non volersi mai fermare alle regole del gioco.
Partiamo da “El mal querer”, l’album che nel 2018 ha acceso una vera e propria
tempesta nella musica latina (e non solo). Un progetto concettuale nato come
tesi universitaria – sì, avete capito bene: la prima popstar che usa la laurea
come trampolino! – e diventato un viaggio potentissimo nell’immaginario del
flamenco, ma portato nel presente con una grinta da strada e un’elettricità
urbana tutta nuova. “Malamente”, “Pienso en tu mirá”, “Di mi nombre”…
impossibile restare indifferenti davanti a quei video colorati, coreografie
ipnotiche e mood cut&paste preso da trap, hip hop e flamenco. Cioè, un vero
cocktail di influenze:
* Suoni elettronici e beat spezzati
* Palmas flamenca (le famose mani che battono a ritmo)
* Testi che mischiano fiaba e rabbia vera
* Elementi visivi ispirati sia alle telenovela sia ai video di TikTok
La cosa incredibile è che Rosalía riesce a farti sentire la Spagna tradizionale
e la contemporaneità di una Berlino underground nel giro di una stessa canzone.
Ecco perché “El mal querer” è diventato subito un caso, non solo tra critici e
addetti ai lavori, ma soprattutto tra ragazze e ragazzi che magari il flamenco
non l’avevano mai ascoltato, ma riconoscevano quella voglia di andare oltre, di
rompere le barriere.
COLLABO E COLPI DI SCENA: LA LUXURY CLASS DEL POP
Dopo il boom del primo album, Rosalía non si è certo messa comoda. Anzi! Ha
iniziato quasi a divertirsi a mescolare le carte: chi l’avrebbe mai detto che,
dalla sua base catalana, sarebbe arrivata a collaborare con giganti globali tipo
Travis Scott (con “TKN”, hit che spacca ovunque TikTok, per non parlare dei
balletti) o la misteriosissima Billie Eilish (“Lo vas a olvidar”, quella colonna
sonora che diventa subito mood di fine giornata dopo una doccia lunga)?
Collaborazioni che non sono “featuring acchiappa-like”, ma vere fusioni di mondi
creativi, dove come spettatrice hai la sensazione di assistere a un passaggio
segreto tra stili, lingue e generi.
Ecco una lista flash delle collaborazioni che hanno fatto la differenza negli
ultimi anni:
* “Con Altura” con J Balvin (che figata quel video in stile aereo privato anni
Duemila)
* “La Noche de Anoche” con Bad Bunny (quante volte l’hanno usata come audio nei
reel!)
* “TKN” con Travis Scott (crossover trap internazionale)
* “Lo vas a olvidar” con Billie Eilish (slow drama all’ennesima potenza)
È anche qui che Rosalía comincia a costruire il suo trono internazionale, capace
di saltare da un festival a Parigi a una performance ai Grammy senza perdere un
colpo, sempre fedele al suo *mix di influenze*.
MOTOMAMI: IDENTITÀ, LIBERTÀ, SORPRESA CONTINUA
Poi è arrivata “Motomami”, e tutto il discorso si è fatto, se possibile, ancora
più intenso e personale. “Motomami” è l’album che ti investe in faccia come il
vento in scooter: diretto, caotico, sincero. Rosalía azzera tutto e riparte da
capo, con una cifra linguistica che stavolta è molto più pop ma anche piena di
dettagli quasi intimi, cose che potresti raccontare solo a una sorella o a una
migliore amica nei messaggi vocali delle tre di notte.
Dentro “Motomami” c’è:
* Il flamenco, certo, ma destrutturato e riassemblato quasi come fosse un meme
* Beat da reggaeton e hyperpop, energia pura in certi momenti (“Saoko”,
“Bizcochito”, “Chicken Teriyaki” ti rimangono in testa come le pubblicità
anni Novanta)
* Voce che diventa strumento e giocattolo, emozione cruda
La rivoluzione? Motomami dice che essere donna oggi è essere molte cose insieme:
sensuale ma ironica, potente e fragile, libera di ballare e di piangere, di
gridare quanto si vuole (e se non ti va, pure di stare zitta). Rosalía, in
fondo, è diventata un faro per tutte quelle artiste e persone che vogliono
mischiare senza paura la cultura pop, la tradizione e il sentimento personale. E
lo fa tra outfit visionari e scelte creative che – ve lo dico – spesso
anticipano i nuovi trend di Instagram e Spotify mesi prima che se ne accorga il
resto del mondo.
Più che una cantante, Rosalía sembra una regista della propria rivoluzione. E
ogni pezzo, ogni singola traccia che pubblica, sembra urlare “questo sono io, e
domani magari cambierò di nuovo!”. Seducente perché sempre vera, mai infilata
dentro una casella. E sì, è proprio questa sua energia a renderla un’icona
generazionale che non si può non amare.
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QUANDO LA MUSICA INCONTRA LO STILE: L’ICONA FASHION ROSALÍA
C’è un momento, mentre guardi un videoclip di Rosalía o scorri il suo feed su
Instagram, in cui capisci che non stai solo osservando una popstar: stai
assistendo a una dichiarazione di stile, a una ragazza che trasforma ogni look
in un manifesto personale. Rosalía è l’amica che osa, quella che compare a una
festa con un vestito vintage pazzo oppure con un completo Miu Miu che sembra
appena rubato dal futuro. Insomma, la moda per lei non è solo accessorio, è
linguaggio. Ogni dettaglio, dalle unghie XXL ai capelli sempre diversi (c’è
stato quel periodo in cui portava i baby hair scolpiti che, ammettiamolo, ci
siamo segnate tutte come screenshot di ispirazione), racconta chi è e dove sta
andando: una donna che si reinventa e detta tendenze, senza aspettare l’ok di
nessuno.
La collaborazione con brand di alta moda come Jean Paul Gaultier e Miu Miu è
diventata ormai una firma. Rosalía non presta solo il volto, ci mette l’anima
intera: gioca con la moda, fa le sue regole. Per esempio, quando ha portato il
corsetto di Gaultier (e l’ha fatto diventare improvvisamente super desiderabile
anche per chi pensava che il corsetto fosse roba da damigelle d’altri tempi). O
con la collezione Motomami x M.A.C, dove ha voluto che anche il make-up fosse
parte del suo storytelling, mescolando glitter e look pop per farci sentire,
anche solo per una sera, un po’ Motomami pure noi.
Rosalía ama sorprendere:
* Passa da un total look rosso latex a tute oversize con stivaletti platform,
* Si diverte a mischiare il tradizionale flamenco con dettagli urban,
* Cambia le regole del gioco anche nei videoclip, dove la regia e il fashion
diventano la stessa cosa.
E poi c’è il fenomeno “Rosalía manicure”: insomma, quante volte abbiamo sognato
di sfoggiare quelle unghie chilometriche, tempestate di strass, disegnate come
fossero mini opere d’arte? Ogni volta che lancia un nuovo trend, TikTok esplode
con tutorial per ricrearlo. Non solo beauty, ma vera cultura pop che contagia le
strade, tra meme e fashion challenge che sembrano usciti direttamente dagli
appunti di stylist e makeup artist di Los Angeles.
Un’altra cosa magnetica di Rosalía è che non si limita a indossare vestiti o
make-up: li trasforma, li carica di significato. Se nei suoi video senti la
potenza di una regina gitana ultramoderna, è anche perché sceglie di mostrarsi
senza filtri, alternando look super curati a momenti al naturale. Rosalía non ha
mai avuto paura di una foto senza trucco o, anzi, di una smorfia buffa. In più,
ha sempre parlato di body positivity come di una cosa concreta: vestirsi per
piacere a sé stesse, prendersi spazio, cambiare stile secondo l’umore o la
stagione della vita. Non segue i canoni ma li riscrive; difende la libertà di
mostrarsi fragile, arrabbiata, sensuale – tutto insieme, esattamente come ci
sentiamo spesso nella realtà e non solo nei boomerang di IG.
E lo fa senza mai svendere la sua immagine, restando sempre determinata a
tenersi stretta la propria narrazione. Scenicamente, Rosalía è un vulcano:
balla, ridesegna la gestualità femminile nei palchi come nei backstage, incarna
le mille sfumature dell’autonomia femminile. Ecco perché è diventata, senza
volerlo troppo, la musa delle nuove generazioni. Ci fa venire voglia di osare,
di sperimentare, di uscire di casa convinte che anche il nostro look possa dire
qualcosa di importante – magari non rivoluzionare la moda, ma almeno raccontare
un pezzetto di noi.
Dietro tutto questo, c’è una ragazza che si diverte con la moda come se stesse
ancora giocando con i vestiti della mamma. Che non ha paura di cambiare rotta,
di osare sia un paio di zoccoli vintage sia i tacchi vertiginosi (che, al solo
sguardo, fanno quasi male ai piedi ma wow, che effetto). E tu pensi: sì ok,
magari non sono Rosalía, ma posso rubare un po’ della sua energia per sentirmi
più forte davanti allo specchio.
TRA CUORI E PRIVACY: LA SAGA SENTIMENTALE DI ROSALÍA
Quando pensi a Rosalía è facile immaginarla mossa dalla passione e dall’audacia
anche nella vita affettiva. Diciamocelo: negli ultimi anni si è parlato
moltissimo del suo legame con Rauw Alejandro, una storia che sembrava fatta di
complicità, carezze post-concerto e canzoni sussurrate nelle Instagram stories.
Loro due insieme erano l’equivalente amoroso di una traccia reggaeton che ti
rimane in testa per giorni. Eppure, tra trend e gossip, Rosalía ha sempre voluto
lasciare “porte socchiuse” sulla sua intimità, scegliendo la discrezione come
uno dei suoi superpoteri. Quando i tabloid rincorrevano ogni indizio su
possibili crisi o riavvicinamenti, lei ha continuato a sfoderare classe,
respingendo le invasioni nella sua privacy con la stessa grinta con cui affronta
un palcoscenico.
Un fatto curioso: anche nei momenti più chiacchierati della relazione, Rosalía
non ha mai smesso di parlare d’amore come di qualcosa da difendere, non
mostrare. Addirittura una volta, dopo un red carpet infuocato mano nella mano
con Rauw, ha detto: “Alcune cose le voglio solo per me”. Una frase che è
filosofia di vita, secondo me.
IL CLAN DI CASA: FAMIGLIA, SORELLE E RADICI FORTI
Forse però la vera costante nella vita di Rosalía non sono gli amori, ma i
legami di sangue, quelli che ci riportano sempre con i piedi per terra. Parlo
soprattutto di sua sorella Jéssica, che oltre a occuparsi della sua immagine, è
proprio la migliore amica con cui scambiarsi vocali fiume e meme a raffica su
WhatsApp. Praticamente, la “Jefa” cerca sempre di tenere il mood familiare anche
nei backstage più caotici; a volte pubblicano gli stessi ricordi delle estati in
Costa Brava di quando erano bambine.
Ci sono momenti quasi teneri: tipo Rosalía che, durante i tour, si collega in
videochiamata con la madre per raccontare la giornata, o che si fa spedire dalla
nonna i dolci tipici catalani quando ha nostalgia di casa (e chi non lo
farebbe?!). Queste piccole cose fanno capire che, dietro una diva, c’è ancora
una ragazza che cerca la sicurezza del nido familiare. E che spesso si affida
proprio al giudizio diretto e sincero della sua “tribù”.
VALORI TATUATI NELL’ANIMA: INDIPENDENZA, RADICI, LEALTÀ
Sotto la superficie di look da copertina e duet iconici, batte il cuore di una
donna profondamente guidata dai suoi valori. Rosalía non ha mai nascosto che fra
i suoi pilastri più solidi ci siano:
* L’indipendenza: non solo sul palco! Fin dall’inizio della carriera, voleva
gestire da sola le trattative con produttori e discografici, spesso
rinunciando a compromessi facili in favore di scelte più “dure ma vere”.
* Il rispetto delle radici: dai video ai costumi, non ha mai lasciato indietro
la cultura catalana, anzi – le sue canzoni sono piene di citazioni,
espressioni e immagini che profumano di casa.
* La lealtà: Rosalía è nota per tener fede ai suoi collaboratori di sempre, ma
anche per non dimenticare mai chi l’ha sostenuta davvero dai tempi
dell’università.
Per lei, avere dei “confini” netti tra ciò che è spettacolo e ciò che è vero
affetto è una forma di autodifesa, come mettere la crema solare prima di
scendere in spiaggia sotto il sole di Barcellona. Anche nella routine più
“normale”, tipo la colazione con churros, Rosalía non fa mai mezzo passo senza
pensare al senso di rispetto verso se stessa e le sue origini.
PICCOLI SEGRETI DELLA VITA DI OGNI GIORNO (CHE LA RENDONO UMANA)
Ecco alcune chicche che ti fanno dire “ok, Rosalía potrebbe essere una di noi”:
* Ama camminare da sola nei quartieri meno “glam” delle città che visita, per
sentire l’atmosfera vera – tipo che si infila occhiali giganti, cuffie e
archivia la divinità pop per qualche ora.
* Tiene un “taccuino delle emozioni”: una specie di diario in cui annota
pensieri e sogni (quelli che poi magari diventano brani o versi nei suoi
pezzi).
* Da vera pro della self-care, investe tanto tempo nelle routine beauty, ma non
rinuncia mai alle domeniche pigre in pigiama – e sì, ogni tanto confessa di
guardare repliche di “La casa de papel” in binge.
In definitiva, la sua capacità di mantenere autenticità e fedeltà a se stessa si
sente non solo nella musica, ma anche in ogni scelta che fa nella vita. L’amore,
la famiglia, i valori che la reggono: sono un po’ il suo backstage segreto,
quello che regala forza, ispirazione e – tra una hit e l’altra – la fa restare
saldamente ancorata a chi era, è e sarà. Anche quando il mondo intero la guarda.
UNA VOCE CHE SPACCA: OLTRE LA MUSICA, IL MESSAGGIO DI ROSALÍA
Quando ascolti Rosalía, ti accorgi subito che la sua voce graffia – non solo le
note, ma anche i muri invisibili degli stereotipi. Non stiamo parlando solo di
talento, qui si tratta di prendere il microfono e usarlo davvero come strumento
per “dire le cose”. La sua musica, lo avrai notato, fa ballare, sì – ma scuote
anche. Nei testi, spuntano come lampi riflessioni su cosa significhi essere
donna oggi, sulla libertà di esprimersi, sul non farsi mettere in una scatola
etichettata e impolverata. Un esempio? “Saoko”, dove Rosalía gioca con i ruoli
di genere, ribaltando immagini classiche e mostrando una femminilità che non
chiede permesso a nessuno.
E non è una posa. Basta seguirla su Instagram o TikTok per capire che la sua è
proprio una lotta quotidiana: risponde ai fan con naturalezza, si espone su temi
scomodi, mostra le proprie insicurezze e poi racconta storie di donne forti,
come quelle che ha interpretato nei videoclip. A volte ironizza sugli stereotipi
(tipo quella volta che ha parlato delle critiche per i suoi look e ha postato
una storia con “Il patriarcato c’ha paura dell’acrilico”) e altre volte si fa
seria, come quando dedica i premi alle donne “che stanno zitte, ma che hanno una
forza incredibile”.
NON SOLO PAROLE: ROSALÍA E L’ATTIVISMO VERO
Non è solo “bla bla” insomma – con Rosalía, i messaggi diventano azione vera.
L’ha dimostrato quando, durante un concerto a Siviglia, ha invitato sul palco un
gruppo di artiste emergenti per mostrare la vera diversità del mondo latino,
oppure quando ha donato parte degli incassi dei suoi tour a organizzazioni
contro la violenza sulle donne. Forse ricordi anche quando, in piena pandemia,
ha spinto i suoi follower a partecipare a raccolte fondi per infermieri e
medici, senza fronzoli, con post e storie che suonavano tanto “venite con me,
facciamo la differenza”.
Ecco alcune cause a cui Rosalía ha prestato la sua voce:
* Parità di genere (anche nelle piccole cose: una volta ha risposto
grintosissima “Più donne produttori!” a una domanda sui problemi
nell’industria musicale).
* Lotta alla discriminazione razziale e sociale (ha partecipato a iniziative
per i diritti dei migranti e dei lavoratori nell’ambito dello spettacolo).
* Tutela della salute mentale – da sempre racconta l’importanza della terapia,
dell’ascolto, del non vergognarsi dei momenti di fragilità.
Insomma, non è il classico “impegno da copertina”: ogni suo gesto sembra
scorrere dritto nelle vene del suo modo di comunicare — niente filtri, molto
cuore, zero retorica.
ISPIRAZIONE “AL NATURALE”: COME ROSALÍA PARLA ALLA SUA GENERAZIONE
Quello che colpisce, parlandone tra amiche o scorrendo i mille commenti sotto i
suoi post, è la facilità con cui Rosalía diventa esempio senza essere “guru”.
Lei non ti dice mai cosa devi fare, ma ti dà la sensazione che “se ce l’ho fatta
io, anche tu puoi spaccare”. C’è qualcosa di liberatorio nel suo modo di
mostrarsi: capelli arruffati, unghie pazzesche, occhi sinceri e quel sorriso
“malicioso” da meme. Racconta le sue fragilità, la fatica che c’è dietro al
successo, i tentativi falliti, tutto con una spontaneità rara nel panorama pop.
A volte basta una storia – tipo quando, ancora sconosciuta, postava i video
delle sue prove in palestra o a casa, dicendo “Bisogna essere ossessionati… ma
anche gentili con se stessi”. Oppure quando lancia messaggi in codice sui
social, giocando con riferimenti alla sua infanzia, agli idoli di ieri e di
oggi. Rosalía riesce a essere vicinissima, come la tua amica che ti scrive su
WhatsApp: non è distante, irraggiungibile. Ed è per questo che milioni di
ragazze, soprattutto le più giovani, la sentono come una di loro – solo che, ok,
con un Grammy in borsa e un miliardo di stream in più.
C’è chi dice che la sua forza sia tutta nella capacità di mescolare arte e
realtà: canta, recita, fa spettacolo, ma soprattutto costruisce ponti – tra
storie, tra mondi, tra generazioni. E ogni volta che lo fa, ce lo ricorda: il
cambiamento vero non nasce mai da soli, ma da quella miccia che accende le idee
quando meno te l’aspetti.
VITA VERA, PASSIONI VERE: ROSALÍA OLTRE IL PALCO
Ci sono artisti che sul palco sembrano inarrivabili, distanti quasi quanto una
Galassia. Poi però li scopri nella loro quotidianità e capisci che sì, pure loro
hanno le loro manie, le loro passioni, le piccole fisse a cui tengono
tantissimo. Rosalía, per esempio: la vedi avvolta nei suoi look pazzeschi, ma in
realtà dietro le quinte è tutto un altro mondo. Si dice sempre che la vera
grandezza sta nell’essere se stessi senza filtri: ecco, Rosalía trasuda
spontaneità da tutti i pori.
Un dettaglio? Lei adora cucinare. Letteralmente: posta ricette sulle storie,
prepara la paella per gli amici la domenica – insomma, una persona che si
emoziona tanto davanti a un piatto riuscito quanto davanti a una standing
ovation. E dicono che abbia una certa ossessione per la pasticceria: i dolci
tipici catalani, ma anche quei mega cake pieni di glassa che vengono benissimo
nelle foto, i “foodporn” degni di TikTok.
ARTE, SPORT E CURIOSITÀ: LA SUA ENERGIA FUORI DAL COMUNE
Ma non è solo food & chill. Rosalía è una che non si ferma mai: oltre alla
musica, l’arte la strega proprio. Colleziona pezzi di street art, ama i murales
coloratissimi, ed è una fan totale della fotografia – quelle polaroid sfocate, i
flash sparati nelle notti di festa, la luce delle mattine storte.
Questa ragazza ama anche lo sport, ma a modo suo. Non aspettarti la solita
influencer-corsa-al-parco: Rosalía preferisce ballare. Si allena con il
flamenco, ma anche con esercizi di forza e yoga al mattino presto (l’ha detto
lei: “Nada como un poco de sudor para empezar el día”). Insomma, una specie di
energia che si moltiplica tra palestra, arredamento della casa, show e challenge
con gli amici.
E poi c’è la sua sete di conoscenza: libri ovunque, playlist di podcast, nuova
musica ascoltata in cuffia mentre viaggia in treno – tra un soundcheck e una
merenda rubata. Sa di arte classica, di filosofia e pure di meme sui gatti, non
pensate che si faccia sfuggire le tendenze: il suo TikTok è una miniera di
chicche pop.
IRONIA, AFFETTO E MOMENTI REALI: LA ROSALÍA CHE VORRESTI COME AMICA
La cosa bellissima di Rosalía è che ti fa sentire sempre coinvolta. È ironica,
senza paura di prendersi in giro sui social o in qualche intervista – tipo
quando ha raccontato di avere un “accento strano” perché da piccola imitava le
telenovelas latine. Che poi, lei le citava pure nelle caption delle foto,
facendo impazzire i fan (“Si eres fan de La Usurpadora, eres de los míos”).
Non mancano i momenti da vera amica: si ferma a rispondere anche ai messaggi più
random dei fan, regala biglietti a chi non se li può permettere. Una volta, a
Barcellona, ha visto un ragazzo cantare una sua canzone per strada e l’ha
invitato a uno dei suoi concerti – tutto rigorosamente documentato su Instagram.
Questo è empatia vera, quello a cui magari aspiriamo tutte: essere importanti
per qualcuno, restare generose anche quando avremmo tutti i motivi per
chiuderci.
E poi, diciamolo: chi non vorrebbe uscire a fare shopping vintage con Rosalía,
strappando consigli su dischi vecchissimi e sentendosi anche solo per un giorno
parte di quella crew che vive a metà tra un videoclip e il backstage di una
serie Netflix? È quella autenticità che spazza via qualunque distanza, la
capacità di stare con te così come sta con i milioni di follower. E la
sensazione che, dietro ogni suo successo, ci sia semplicemente la voglia di
essere felice… come tutte noi, insomma.
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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU CAMILA CABELLO
* Nome completo: Karla Camila Cabello Estrabao
* Data di nascita: 3 marzo 1997
* Luogo di nascita: Città del Messico, Messico (registrata anche a L’Avana,
Cuba)
* Segno zodiacale: Pesci
* Altezza: circa 157 cm
* Partner: Shawn Mendes (2019-2021), altri rapporti privati
* Genitori: Alejandro Cabello e Sinuhe Estrabao
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Sofia (sorella minore)
* Instagram: @camila_cabello
L’INFANZIA DI CAMILA: TRA SOGNI, VALIGIE E SAPORE DI CASA
Quando si ascolta Camila Cabello, c’è qualcosa nelle sue note che sa di sole
caldo, abbracci stretti, e malinconia dolce. Un’energia—quella che nasce quando
le radici si intrecciano tra terre diverse e la nostalgia si mischia al
desiderio di futuro. Camila non è solo la popstar che conosciamo dalle hit che
ci ossessionano su TikTok, è prima di tutto una ragazza figlia del viaggio.
Delle valigie che scricchiolano e di notti passate sognando una casa che, forse,
va inventata ogni giorno.
Cuba e il Messico erano la sua casa, eppure la sua casa era anche il coraggio di
due genitori —Sinuhe e Alejandro— che hanno avuto abbastanza forza da
scommettere tutto. Immagina una mamma che lavora come si può, ovunque e
comunque, con la dignità che solo chi ha davvero poco può mostrare. E una bimba,
gli occhi scuri e curiosi, che sente addosso il peso leggero e gigante di quella
speranza. Camila Cabello lo ha raccontato spesso: sua mamma e suo papà sono gli
eroi invisibili della sua storia. Non c’è successo senza sacrificio. E dietro
ogni nota c’è una valigia piena di sogni, ma anche di paure—quelle che ti fanno
stringere i denti ma anche riderci sopra, se sei bambina.
SACRIFICI, SORRISI E TEMPESTE: LA ROTTA DEGLI IMMIGRATI
Si parte per necessità, non per scelta. E questo Camila Cabello lo sa bene. Da
piccolissima, con lo zainetto sulle spalle, ha attraversato il confine tra
Messico e Stati Uniti insieme alla mamma. Un viaggio che oggi sembra un film, ma
la differenza è che in questo film la protagonista aveva davvero paura. Ha
raccontato che con loro c’era solo qualche vestito, qualche ricordo stretto nel
portafoglio, e un pupazzetto morbido. E poi c’era l’incognito, che ti sussurra
bugie e possibilità. Arrivare a Miami voleva dire cambiare lingua, amici,
abitudini. Vuol dire sentirsi diversi, all’inizio quasi fuori posto.
– * C’erano giorni in cui mancava tutto, anche le cose più banali come il latte
fresco o una coperta calda.
– * I suoi genitori prendevano lavori saltuari, si incastravano tra turni
assurdi senza mai lamentarsi.
– * Camila guardava la TV imparando l’inglese… ma a casa tra loro si ballava La
Habanera e ci si raccontavano barzellette in spagnolo.
Quel senso di “sono di qui, ma anche no”, Camila ce l’ha cucito addosso—come
quando il freddo si infila sotto la porta, anche se la casa è piena di musica.
Un senso che oggi trasuda in ogni sua canzone e che diventa forza: la voglia di
portare il cuore cubano-messicano anche dentro la scena pop americana.
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LE RADICI NON SI PERDONO (ANCHE SE CRESCONO ALTROVE)
Adesso ci sembra una diva nata star, ma in realtà Camila è cresciuta in un
piccolo appartamento di Miami, con una famiglia che faceva magie—tipo comprare
una torta anche quando i soldi erano giusto per la spesa. Quella cultura, quei
sapori (il riso alla cubana, i colori accesi del barrio), non li ha mai
dimenticati. E non sono solo dettagli da intervista: sono il motivo per cui
Camila mescola Spanglish e battiti latini anche in mezzo a un pop che
normalmente, diciamolo, suona “made in USA”.
Lei stessa ricorda:
– Il profumo di caffè nero la mattina, segno che la giornata cominciava sempre
con un sorriso e una speranza.
– La forza silenziosa della mamma, che le ripeteva che il mondo si cambia “un
passo alla volta”.
– I sabati pieni di risate, amici, cibo e balli: ovunque, mai senza famiglia.
Ecco perché nella sua musica la famiglia non è solo un valore, è il superpotere
che si porta dietro. Camila ce l’ha insegnato, con quella faccia buffa da
ragazzina che ancora si commuove ricordando quanto sia costato il sogno
americano ai suoi. Identità mista —cubano-messicana, americana, migrante,
figlia— ma in fondo, un cuore unico. Uno che batte sempre al ritmo di casa,
ovunque tu sia.
UN’AUDIZIONE VALE UNA VITA
Sai quel tipo di eventi che all’apparenza sembrano una follia, e poi ti cambiano
tutto nel giro di poche settimane? Ecco, l’audizione di Camila Cabello a “X
Factor USA” nel 2012 è stata proprio così. Non una scena da film, ma quasi – la
classica ragazza con il cappellino di lana, la voce tremante e i sogni grandi
quanto l’oceano. Solo che Camila, a differenza di tante altre, aveva qualcosa di
più: una fame di musica che si vedeva dagli occhi, una determinazione che bucava
lo schermo attraverso i suoi sorrisi timidi.
Quando fu messa insieme alle altre quattro ragazze – Ally, Normani, Lauren e
Dinah – per formare le Fifth Harmony, l’alchimia fu immediata. Cioè, non era la
sorellanza perfetta delle sitcom, diciamolo. Ma quando salivano sul palco e
iniziavano a cantare “Impossible”, succedeva una cosa magica: tutte le
insicurezze sparivano, si creava un’energia… da pelle d’oca.
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CRESCERE SOTTO I RIFLETTORI: GIOIE, ANSIE E SELFIE
Diventare una star mondiale a soli 16 anni, fare video che vanno in tendenza su
YouTube, essere catapultata nei backstage con coreografi, stylist, fan esaltate
e le prime valanghe di selfie: non c’era tempo di digerire tutto. Immagina, da
una cameretta condivisa con la sorellina a girare il mondo, tra tour,
interviste, red carpet e il primo vero assaggio di successo.
All’inizio tutto era nuovo, quasi surreale. Tanti risvegli nelle camere
d’albergo senza ricordarsi in che città si fosse. Il calendario fitto di
showcasi, premi, incontri. A volte Camila scherzava con le ragazze: “Ma questa
settimana dove siamo, Parigi o Miami?”, ed è lì che capisci quanto devi essere
solida per non perdere il controllo. I social iniziavano a strabordare di tag e
meme. E se ogni tanto qualcuna di loro metteva i filtri a caso (tipo le orecchie
da coniglietto su Snapchat), era solo per sentirsi ancora normali nel marasma
del pop.
TRA RISATE, LACRIME E SEGRETI SUSSURRATI NEL TOUR BUS
Non erano tutto zucchero filato e unicorni, eh. Cinque ragazze, ognuna con la
propria storia, chi più chi meno introversa, che convivono sotto pressione e
condividono tutto: fame, sogni, palchi e insicurezze. La routine tipo delle
Fifth Harmony era un giro sulle montagne russe, con piedi a terra e testa tra le
nuvole.
* Gli screzi su chi avesse il miglior outfit per MTV.
* Le risate per battute sceme fatte a notte fonda prima di addormentarsi.
* I silenzi carichi dopo qualche discussione (“Uff, di nuovo quella
questione?”).
* Le lacrime, certe volte, quando la nostalgia di casa faceva più rumore della
musica.
Non tutte le relazioni restano sempre uguali. Alcune diventano più forti, altre
si consumano sotto la luce accecante dei riflettori. Camila, in questo mix
frizzantino, era la più “cuore aperto”: sincera, sensibile, sempre pronta a
parlare dei suoi dubbi o delle sue gioie con sincerità.
DA “RAGAZZA NORMALE” A DONNA CHE SA COSA VUOLE
Gli anni con le Fifth Harmony hanno forgiato la Camila Cabello che conosciamo
oggi. Lei ha imparato il valore della determinazione – quella vera, che hai
quando ti accorgi che il palco è bello, ma fuori ci sono le tempeste
dell’adolescenza e della competizione. Stare in un girl group ti insegna anche
il potere della collaborazione, ma soprattutto il coraggio di non spegnere mai
la propria voce autentica, anche se il rumore intorno diventa assordante.
Camila Cabello durante quei primi anni non ha mai perso la bussola: con tutte le
sue insicurezze, la nostalgia di casa e quell’irrefrenabile bisogno di essere
vera, ha mostrato che si può essere star globali e restare, dentro, “la ragazza
della porta accanto”. Magari dopo uno di quei concerti oceanici si chiudeva in
camerino, chiamava mamma su FaceTime e parlava del nuovo trend di TikTok, giusto
per ricordarsi da dove tutto era partito.
IL CORAGGIO DELLA SCELTA: LA CARRIERA SOLISTA
Quando Camila decise di staccarsi dalle Fifth Harmony, mica fu una passeggiata
rilassante al parco. Sì, fuori sembrava tutto patinato e instagrammabile, ma
dentro di lei c’era una tempesta. Chi non l’ha mai provato? Quella sensazione
dolce e amara di capire che, per quanto qualcosa abbia dato, adesso stringe,
come quei jeans bellissimi che però non ti fanno respirare. Camila sentiva che
la sua anima aveva bisogno di aria nuova, di spazio e, soprattutto, di voce.
Però, lasciare un gruppo così amato, dopo anni di sudore condiviso, non è solo
un “ciao, ci vediamo”. È come dire addio a una versione di te stessa, quella che
aveva conquistato il mondo della pop culture, scattato selfie in ogni backstage,
vissuto migliaia di meme su Twitter. E poi la paura: “E se tutto crollasse? E se
da sola fossi niente?” La paura del giudizio, delle critiche feroci che fanno
più rumore dei complimenti. Mica facile diventare “la ragazza che ha lasciato le
Fifth Harmony”. Eppure, dentro di lei ribolliva un desiderio di libertà che
bruciava come quando fuori c’è il sole e tu vuoi solo tuffarti.
Ecco, in quei mesi Camila probabilmente ha imparato che il coraggio non è “non
avere paura”, ma fare le cose anche se quelle paure ti stringono la pancia. Si è
ritrovata a rileggere i suoi sogni da bambina, quelli che scriveva su un
quaderno pieno di cuoricini, e ha scelto di non lasciarli impolverare.
Quando ha detto “basta, provo davvero”, ha fatto il suo salto. E non è che il
mondo abbia subito lanciato coriandoli: si è dovuta guadagnare ogni metro del
suo nuovo percorso. I riflettori si sono trasformati in una lente di
ingrandimento: ogni sua mossa, ogni parola, ogni scelta stilistica finiva sotto
giudizio.
Però lei non si è tirata indietro, anche se all’inizio sembrava una partita
contro tutti:
* I fan delle Fifth Harmony a volte la guardavano come una traditrice, quasi
una protagonista di una serie Netflix in cui nessuno sa di chi fidarsi.
* I detrattori la definivano “l’ennesima popstar che ci prova da sola e poi
sparisce”.
* I produttori ridevano bonariamente, dicendo: “Vediamo se porta il suo ritmo
latino anche qui, fra i veri grandi”.
Ma Camila, cocciuta come poche, si è buttata. Anzi, si è tuffata senza più
cercare il bagnino. E lì sono arrivate le prime importanti collaborazioni,
quelle che fanno la differenza:
* Ha lavorato con Shawn Mendes – sì, proprio lui, quello delle hit che ci fanno
sognare l’amore estivo – per il brano “I Know What You Did Last Summer”.
* Ha incontrato produttori come Pharrell Williams, che le hanno insegnato come
giocare con le contaminazioni sonore, mescolando pop, trap, ritmi latini.
* Si è lanciata in featuring con Major Lazer e Machine Gun Kelly, come se
dicesse “io provo tutto, anche quello che non conosco, perché solo così posso
capire chi sono davvero”.
Non si trattava più solo di note e di testi, ma di identità. Camila voleva
essere padrona della sua narrazione, scegliere il ritmo, il messaggio, persino
il modo in cui entrare in scena: scarpe comode o tacchi, capelli mossi o
raccolti – ogni dettaglio diventava una dichiarazione d’intenti.
E dietro ai riflettori, lei stessa ha confidato in più interviste quanto fosse
difficile, all’inizio, entrare in sala d’incisione senza le amiche di sempre,
senza quei riti pre-concerto ridicoli che solo loro capivano. Ma in quegli
attimi di silenzio, Camila ha trovato la sua voce. E quel coraggio, fragile ma
esplosivo, ha acceso la miccia che l’avrebbe portata – proprio di lì a poco –
verso “Havana” e il vero abbraccio del mondo intero.
UN RITMO CHE CONQUISTA: LA NASCITA DI “HAVANA”
Quando “Havana” è arrivata sulle nostre cuffie, sembrava che l’estate si fosse
trasferita nel cuore di tutti noi. Prima di allora, Camila Cabello era
conosciuta soprattutto come la “ex Fifth Harmony”, una ragazza dal sorriso
timido che aveva avuto il coraggio di andare per la sua strada. Con “Havana”,
però, succede qualcosa di magico, come quando scarti un regalo e dentro trovi
proprio quello che speravi ma non sapevi di volere.
Il mix di sonorità latine, il pianoforte sincopato tutto “oh na-na-na”, quella
tromba un po’ nostalgica ma sexy – sembrava quasi che Cuba fosse esplosa dentro
il pop mondiale. Ci sono pochissime canzoni che riescono a portarti
immediatamente in un altro paese, figurati in una capitale tanto iconica. Camila
l’ha fatto con una leggerezza sfrontata. E, dettaglio non da poco: questa
canzone non è nata per diventare una hit radiofonica. Anzi, all’inizio in pochi
ci credevano davvero. Secondo un racconto divertente tra fan su Twitter, Camila
aveva litigato con se stessa per giorni e giorni su quale sarebbe dovuto essere
il singolo di lancio. Aveva detto: “Se mi butto, mi butto davvero con questa,
anche se mi dicono che magari non funziona”.
IL FASCINO LATINO: RADICI CHE DIVENTANO POP
“Havana” non è solo un pezzo ballabile: è una dichiarazione d’identità. Mentre
tutto il mondo occidentale era ancora mezzo stupito dalla febbre latina di
“Despacito”, Camila Cabello l’ha portata a un altro livello. Cioè, non è solo lo
spagnolo buttato qua e là per ridere. Qui la lingua è un fluire caldo e
naturale, mescolata all’inglese proprio come succede nei pensieri di una vera
“hyphenated Latina” (quelle ragazze che vivono a metà tra due mondi, diciamolo).
Parlando proprio di influenze, Camila ha raccontato più volte che sua madre le
cucinava mentre ascoltava Gloria Estefan e Celia Cruz. Ma il bello è che queste
radici emergono anche nei dettagli moderni: la produzione di Pharrell Williams,
il cameo di Young Thug. Questa è una canzone-puzzle: Cuba, Miami e la forza
delle donne forti, tutto in tre minuti e mezzo.
Spesso mi capita di pensare che “Havana” non sarebbe potuta nascere da
nessun’altra voce. Nel ritornello, c’è quella specie di frenesia innamorata, ma
anche la malinconia di chi la propria casa la porta in tasca, ovunque vada.
Letteralmente, c’è dentro il batticuore di chi sogna.
UN MESSAGGIO DI LIBERTÀ E INDIPENDENZA
“Havana”, sotto i ritmi caldi e il canto spensierato, trasmette molto più del
semplice racconto di un amore. È l’incarnazione della nuovo Camila: libera,
sfrontata, padrona della propria narrazione. Anche il testo, tradotto, dice
molto più di quello che sembra: parla di lasciarsi andare, di mettere davanti a
tutto ciò che ci rende veri, anche se significa rischiare.
C’è una leggenda metropolitana secondo cui Camila, dopo il boom della canzone,
ha ringraziato dal palco sua nonna – abbracciando il tema delle radici familiari
in diretta, tra lacrime e battiti di mani. In fondo il messaggio vero di
“Havana” è che puoi lasciarti dietro mille paure, però il cuore resta sempre
dove tutto è cominciato. E questa possibilità di tornare, nella musica e nella
vita, è una specie di superpotere.
Per molte ragazze (spoiler: anche per chi scrive), “Havana” è diventata un inno
personale. Prova a mettere su le cuffie e ballarci sopra davanti allo specchio:
succede qualcosa di magico. Come se per un attimo tutte le timidezze
scivolassero via.
IL RAPPORTO SPECIALE CON IL PUBBLICO E LA CAMILA “NUOVA”
Dal giorno dell’uscita di “Havana”, nulla è stato più come prima. Camila Cabello
non era più l’ex componente di una band, ma una cantante in grado di smuovere
emozioni e culture. Su Instagram, è apparsa spesso nei video dove balla sulle
note della sua canzone insieme ai fan: risate, passi maldestri, spesso a casa,
scompigliata, super spontanea. Una popstar con cui si ride e ci si sente capiti.
E non è solo una questione di like. Negli anni, “Havana” è stata remixata,
imitata, ballata su TikTok migliaia e migliaia di volte. I fan raccontano che
dopo aver ascoltato la canzone si sono sentiti più vicini sia alle proprie
radici che a quello che vogliono diventare. In fondo, come ha scritto una
ragazza su Twitter una volta, “Havana mi ha insegnato che il cuore bisogna
portarlo sempre all’avventura, anche se fa paura”.
Con “Havana”, Camila Cabello ha rubato la scena e il cuore di milioni. Ma
soprattutto ha cambiato per sempre la percezione di sé come artista libera: ora,
ogni palco è casa sua. E ogni fan, un po’ di più, la sente sorella.
AMARE CON TUTTA SE STESSA: TRA CUORI IN SUBBUGLIO E SORRISI MAI SPENTI
Quando penso a Camila Cabello e alle sue relazioni sentimentali, mi viene in
mente una di quelle ragazze che vedi in un parco, seduta su una panchina, capace
di ridere di se stessa anche dopo aver appena pianto. C’è qualcosa di
profondamente autentico nel modo in cui Camila vive l’amore: né diva distante né
principessa delle favole. Più che altro, una giovane donna che mette il cuore
dove altri metterebbero solo delle storie Instagram, insomma. La sua storia più
iconica? Beh, impossibile non parlare di quei mesi in cui lei e Shawn Mendes
sembravano la reincarnazione versione pop di Ross e Rachel di “Friends”, anche
senza la pausa di mezzo.
Ecco, il loro rapporto era così: fatto di selfie abbracciati, video dolcissimi
su TikTok, mani intrecciate alle feste… e sì, anche un paio di paparazzate che
hanno fatto impazzire i fandom. Persino chi, come me, di solito diffida delle
“coppie del pop” ha dovuto ricredersi davanti a quei piccoli dettagli che non
puoi fingere: la complicità negli sguardi rubati o il modo in cui ridevano
insieme come due ragazzini al primo appuntamento. Dopo la fine della storia,
Camila ne ha parlato con una sincerità che mi ha spiazzato – “L’amore non
sparisce solo perché ti lasci”, ha detto, “continua a far parte di te, in una
nuova forma”. Queste sono parole che sembrano scritte in una domenica di
pioggia, con il cuore aperto.
IL SOSTEGNO SILENZIOSO: GLI AMICI E LA FAMIGLIA SEMPRE SULLA SCENA
Ma Camila non sarebbe Camila senza quel piccolo esercito di amici veri e una
famiglia che è, letteralmente, la sua ancora e il suo vento. La mamma, Sinuhe, è
costantemente sullo sfondo delle sue stories. A volte ti viene quasi da pensare
che, più che la popstar internazionale, Camila sia ancora quella ragazza appena
arrivata a Miami, con la valigia piena di sogni e la mamma che controlla di
averle messo la merenda. C’è una dolcezza quasi “anni ‘90” in questa relazione,
come nelle sitcom dove la mamma ti aspetta con la cioccolata calda quando torni
a casa da una giornata no.
Nel gruppo dei suoi amici storici, pochi fronzoli e tanti abbracci. Non si
tratta solo di *colleghi di lavoro*, ma di:
* Complicità costruita tra una pizza e una confessione notturna
* Messaggi vocali chilometrici quando la nostalgia bussa alla porta
* Gesti piccoli, tipo fare una sorpresa in aeroporto o organizzare una maratona
Netflix improvvisata
Anche il suo rapporto con i collaboratori sembra più una grande famiglia
allargata che un insieme di addetti ai lavori. Il rispetto e l’affetto viaggiano
mano nella mano con la professionalità. Quando un produttore racconta che Camila
porta cupcakes per tutti in studio, non è una trovata di PR ma esattamente
quello che ti aspetteresti da lei: la ragazza che vuole che tutti si sentano a
casa. Gli aneddoti su di lei che consola chi ha sbagliato una nota o che esulta
per le vittorie altrui fanno il giro dei social, e diventano subito virali su
TikTok, perché si percepisce che non è una posa.
AMICIZIA, AMORE E CRESCITA: LA VERA RIVOLUZIONE DI CAMILA
A pensarci bene, i legami per Camila sono la vera benzina creativa. Le sue
canzoni più intense nascono proprio da queste montagne russe emotive, tra
amicizie sincere e amori vissuti fino in fondo. Camila non indossa maschere,
anzi: mostra la pelle vera, fatta di cicatrici ma anche di sogni buoni come pane
fresco. Ci sono momenti in cui le sue canzoni sembrano la colonna sonora di
tante relazioni delle ragazze che la ascoltano – litigi, riappacificazioni
cantate a squarciagola in macchina, promesse e addii pieni di malinconia.
Nelle interviste, Camila rivela una verità preziosa: “Non ci si protegge dal
dolore, si impara a capirlo”. Ecco, questa non è solo filosofia pop, ma il suo
modo di restare umana, nonostante tutto il rumore di fondo. Forse, ascoltando la
sua musica o leggendo i suoi post, anche noi impariamo a vivere i nostri legami
con un po’ più di coraggio e – perché no? – con il cuore spalancato così, senza
paura.
UNA BUSSOLA INTERIORE TUTTA SUA
Quello che davvero distingue Camila Cabello – più ancora della voce, dei capelli
lunghi che sembra uno spot Pantene o del sorriso da “girl next door” – è il suo
sistema di valori. Sì, lo so, suona come una di quelle frasi da influencer bio
su Instagram, tipo “love, peace, music”, ma con lei è una faccenda seria. Camila
è cresciuta tra due mondi, Cuba e Miami, e ha dovuto capirlo in fretta cosa vuol
dire essere vista come “l’altra”, quella che deve farsi spazio, spesso anche a
costo di sembrare fuori posto.
Questa sensibilità verso chi viene messo da parte, o verso le ingiustizie, è
diventata un faro per lei. Non solo nelle sue canzoni: anche nei gesti
quotidiani, nel modo in cui sceglie di esporsi. Lo si nota dal modo in cui si
esprime sui social, sempre autentica (mai troppo patinata, mai troppo
calcolata), anche quando risponde ai commenti più cattivelli o quando parla
delle sue paure e delle sue insicurezze.
Questa “antenna speciale” – la chiamo così – le permette di percepire al volo la
sofferenza degli altri, ma anche di trasformare tutto in qualcosa di positivo,
in un messaggio di incoraggiamento. Il suo carattere solare e la forza quasi
contagiosa si respirano nei suoi post, nei suoi live, negli abbracci ai fan,
persino nei TikTok scemi dove balla con la nonna. Forse, è questo il suo
superpotere vero.
IL CORAGGIO DI STARE “A PELLE SCOPERTA”
Non è facile, in un mondo dove tutti sembrano filtri e perfezione, mostrarsi per
quello che si è davvero. Camila Cabello lo fa, e non da ieri. Ha iniziato a
parlare apertamente di fragilità e attacchi di ansia quando era ancora nel pieno
del successo con le Fifth Harmony – cioè, quando avrebbe dovuto solo brillare
senza mai sudare una lacrima.
Ha raccontato dei suoi attacchi di panico, del sentirsi inadatta, degli insulti
sui social. Ma invece di chiudersi, ha fatto una cosa a dir poco rivoluzionaria:
si è tolta l’armatura e ha detto al mondo, in sostanza, “Ehi, capita anche a me!
E va bene così.”
Esempi?
* Quando ha postato un selfie senza trucco dopo una notte difficile, per
dimostrare che la forza non è solo apparenza.
* Quando, durante un’intervista, ha confessato di aver pensato di mollare
tutto, ma la passione per la musica e il sostegno della sua famiglia l’hanno
fatta rialzare.
* Quando ha risposto con toni ironici a chi la criticava per il suo corpo,
lanciando il messaggio, chiaro come il sole di Miami, che “nessuno ha il
diritto di decidere come dovresti essere”.
Questo coraggio la rende una presenza fresca, mai distante. È la sorella
maggiore che ti dice di non vergognarti se crolli, ma anche che “con un po’ di
glitter e buona musica passa tutto”. Un approccio tutt’altro che forzato, perché
chi la segue percepisce che non ci sono filtri sulla sua forza interiore. Solo
tanta verità.
RESTARE SE STESSI QUANDO TUTTO CAMBIA
La determinazione di Camila Cabello a restare fedele a se stessa è diventata
quasi proverbiale. Sembra una di quelle frasi che si appendono sulla bacheca, lo
so, eppure nelle sue scelte questa cosa si vede, eccome. Dal lasciare le Fifth
Harmony (che ok, yes girl power, ma pure un po’ tempesta emotiva, no?) al
reinventarsi come superstar solista, ha sempre seguito la sua “bussola interna”.
Cosa la rende davvero fonte di ispirazione per tante giovani donne? Secondo me
(e secondo molte delle sue fan):
* L’idea che non devi per forza piacere a tutti per avere valore.
* Che le ambizioni non sono un difetto, ma un motore.
* Che la fragilità non cancella la forza, anzi può renderla più autentica.
* Il rispetto verso le proprie radici e l’onestà con cui racconta la sua
storia, anche quando non è perfetta da copertina.
In un’epoca di filtri-pop e “fintitudine”, Camila Cabello è una ventata d’aria
vera. E non è solo quello che fa, è proprio come lo fa: con un sorriso, sì, ma
anche con determinazione. Perché prima di essere una regina del pop, resta una
ragazza che cerca, ogni giorno, di essere la versione più autentica di se
stessa. E questa è la vera rivoluzione.
L’ATTIVISMO TRA PALCO E SOCIALE: QUANDO CAMILA CABELLO ACCENDE I RIFLETTORI
SULLE CAUSE CHE LE STANNO A CUORE
Voglio essere sincera: vedere una popstar che non solo usa la sua voce per fare
hit, ma anche per risvegliare coscienze… beh, io ci vado in brodo di giuggiole!
Camila Cabello è proprio questo tipo di persona, e se pensi che sia attiva solo
sul palco, ci sono mille motivi per farti cambiare idea. Lei, tra un beat latino
che ti fa ballare la salsa da sola in cucina e una ballad che ti fa piangere in
macchina alle undici di sera, trova sempre il modo di mettersi in gioco anche
fuori dalla musica.
Iniziamo dal primo tema che le infiamma il cuore: i diritti degli immigrati.
Camila non ne ha mai fatto mistero: il suo passato da migrante, arrivata
piccolissima da Cuba negli USA insieme alla mamma, l’ha resa super sensibile a
tutte le storie di chi sogna una vita migliore. Non sono solo parole, ci ha
messo la faccia più e più volte:
* Durante proteste e manifestazioni, la si vede spesso sorridente ma
determinata, cartello in mano, pronta a gridare che “no one is illegal on
stolen land” (nessuno è illegale su una terra rubata).
* Ha sostenuto la campagna per i Dreamers, cioè i giovani immigrati cresciuti
negli USA, minacciati dalla politica anti-immigrazione. Alcuni suoi post su
Instagram sono diventati virali, esempi perfetti di come si possa usare un
social come filo diretto per l’attivismo.
* Nel 2019 si è presentata ai Latin Grammy con un abito che riportava la
scritta “familia” ricamata sopra, quasi fosse una seconda pelle, omaggio alle
radici e ai valori di chi non dimentica mai da dove viene.
Ma non pensare che sia “solo” una questione di origini: la sua voce risuona
anche quando si tratta di lotta contro il razzismo. Ricordo ancora quando nel
2020, dopo l’omicidio di George Floyd, molti artisti si sono allineati a Black
Lives Matter. Camila però ha fatto un passo ulteriore: ha riconosciuto
pubblicamente di avere avuto in passato comportamenti non corretti sui social –
ha chiesto scusa, ci ha messo cuore e umiltà. Un esempio di come si può
ammettere di sbagliare e lavorare davvero su se stessi, con l’intenzione di
essere un alleato e non solo una spettatrice. Per questo ha sostenuto
organizzazioni come Save The Children, Black Girls Code, e ha raccolto fondi per
famiglie colpite da discriminazioni razziali.
Infine – e qui la ammiro tantissimo – Camila è una delle poche popstar che non
ha paura di parlare apertamente di benessere mentale. In un mondo digitale dove
sembra che l’unica regola sia sembrare perfetti, lei racconta che sì, ha
sofferto di ansia; sì, le è capitato di sprofondare in momenti bui. Ma non lo fa
con pose da guru spirituale, lo fa in modo reale, tipo: “Se volete saperlo, ho
cominciato a stare meglio solo quando ho chiesto aiuto.” Una frase semplice, ma
potentissima. E poi, concretamente:
* Ha lanciato l’iniziativa “Healing Justice Project”, destinata a finanziare
servizi psicologici per le comunità latine e nere negli States.
* Supporta programmi scolastici che aiutano i giovani a prendersi cura del
proprio benessere emotivo: tipo, mindfulness, meditazione, e anche quelle
chiacchierate tra amici che ti salvano dall’overthinking.
Mi ha colpito leggere che, poco fa, una fan le ha scritto su TikTok “grazie
perché hai normalizzato l’idea di chiedere aiuto”. E lei, con quella sua
sincerità che spiazza, ha risposto: “Se mi volete vedere sempre perfetta, avete
sbagliato persona!”. Ecco, Camila è così: vera anche nelle sue battaglie, e per
questo la sua voce fa davvero rumore.
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LE PRINCIPALI INFORMAZIONI DU ARIETE
* Nome completo: Arianna Del Giaccio
* Data di nascita: 27 marzo 2002
* Luogo di nascita: Anzio (Roma)
* Segno zodiacale: Ariete
* Altezza: (dato non confermato pubblicamente)
* Partner: (informazioni riservate o non pubbliche)
* Genitori: (informazioni non pubbliche)
* Figli: nessuno
* Fratelli/Sorelle: (informazioni non pubbliche)
* Instagram: @iosonoariete
GLI INIZI DI ARIETE TRA NOTE E SOGNI
Nascere ad Anzio ha un sapore tutto particolare; è come partire da una ballata
lenta, con l’odore salmastro del mare e le voci di famiglia in sottofondo la
domenica mattina. Ariete, all’anagrafe Arianna Del Giaccio, respira la musica
già da piccola, tra finestre spalancate e i rumori di una casa dove il silenzio
proprio non esiste. Il suo primo amore? Assolutamente la chitarra, anche se il
pianoforte non si è fatto aspettare troppo. Voglio dire, chi non si è mai
ritrovata a sognare davanti ai tasti bianchi e neri, immaginando di poter
raccontare tutto, ma proprio tutto, con una melodia?
La sua infanzia ad Anzio è quella che ti fa venire voglia di scrivere una
canzone solo per ricordarla. Una scuola vicina al porticciolo, i pomeriggi
passati tra amici, le prime playlist su Spotify da condividere con le amiche
storiche. Ma Ariete non è mai stata una ragazzina qualsiasi. Non ti sto parlando
della solita storia della tipa che cantava solo sotto la doccia, eh! Arianna
cresce in una famiglia che la sostiene come poche, dove la musica si ascolta, si
suona, si discute. E il bello è che tutto avviene senza pressioni, senza quei
discorsetti tipo “fai la cosa giusta” che spesso ti incastrano. No, qui c’è
sempre stata libertà di provare, sbagliare, ricominciare.
Immaginatela: lei, ragazzina con occhi dolci ma decisi, si infila nella stanza
dei genitori a rubare attenzioni con una canzone nuova o qualche riff provato
stropicciando le corde della chitarra della mamma. Ehhh, la mamma di Ariete,
figura praticamente mitologica per chi la segue: sempre pronta ad ascoltarla,
pure quando ripete la stessa strofa venti volte. Insomma, la classica casa dove
il talento non viene chiuso a chiave, ma lasciato libero di prendere aria come
il bucato steso al sole.
La musica per lei non è una scelta, è più come una piccola ossessione gentile.
Chiama la chitarra la sua alleata nei giorni no, il pianoforte diventa una
coperta nei momenti d’ansia. E a scuola, mentre gli altri preferiscono i
pomeriggi a gelato, lei si tuffa nelle lezioni di musica, tra giri di Do e
battiti di cassa elettronica presi da internet. A tredici anni appena, Ariete
comincia a mettersi in gioco nelle prime serate live locali: locali piccoli,
spesso pieni solo di amici e genitori di altri ragazzi. Ma lì, tra un cavo e un
microfono traballante, nasce qualcosa di vero, di crudo, che rimane. Lei canta e
si racconta, senza mettersi filtri, e questa cosa – fidati – traspare nella
pelle quando ascolti le sue canzoni oggi.
Ariete però non è una giovane che si accontenta. C’è *sempre* quella fame di
mettersi in discussione, quel brillio negli occhi che viene solo a chi sogna in
grande. Così, ancora minorenne, scocca la scintilla: perché non andare a X
Factor? Cioè, chi da ragazzina non ci ha mai pensato almeno una volta? Ma per
lei è tutto tranne che un capriccio: ci arriva carica, con le mani che tremano,
la voce che punta dritta al cuore. La scelta di partecipare a X Factor non è
solo una vetrina, è una sfida contro se stessa, una prova per vedere fin dove
può spingersi quel suo modo strano di sentire le note.
La famiglia ovviamente è con lei – non resa di glamour né fanfare da TV, ma
quella presenza vera, tipo zaino sulle spalle nelle gite scolastiche. E le
amiche, quelle poche ma fedelissime, la sostengono su Instagram, la taggano nei
meme, le inviano vocali chilometrici “dai che spacchi, ti prego” la sera prima
delle selezioni. E questa energia, positiva e concreta, si sente proprio nelle
prime clip dove Ariete canta davanti ai giudici: nessun filtro, nessuna posa.
Solo una ragazza che ha il coraggio di essere vulnerabile, fragile, colorata di
un’umanità che riconosci subito, istintivamente.
Gli inizi di Ariete sono quelli in cui la musica è complicità e sogno insieme,
dove tutto fa ancora paura ma tutto sembra anche possibile. E se racconta delle
sue radici, si sente un calore inconfondibile: la sua musica, dall’inizio, è
stata un modo per riportarsi a casa, per ricordare chi è davvero, tenendo saldi
quei valori imparati tra il mare di Anzio e il rumore delle prime accordature.
Non c’è trucco, non c’è inganno, solo spontaneità e il desiderio di lasciare il
segno. E, per una ragazza della GenZ, questa è già una piccola rivoluzione.
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DALLE PRIME TRACCE INDIPENDENTI AL PRIMO CONTRATTO: IL VERO SALTO
C’è un momento preciso in cui capisci che la musica di Ariete sta cambiando
aria. Siamo dopo l’esperienza a X Factor, quando anche chi non la seguiva ancora
sente, magari su Instagram o su TikTok, quelle prime note di “Quel bar”. Quel
pezzo arriva, quasi di nascosto, come se fosse una poesia sussurrata davanti al
mare: un indie che sembra nato per racchiudere le serate d’estate quando non
vuoi tornare a casa. Ariete lo pubblica senza grandi mezzi, indipendente e
autentica, con la voce che graffia la pelle e il cuore insieme. Forse è proprio
lì che inizia davvero tutto: perché chi ascolta quei brani fatti in camera,
magari tra un cuscino e una tazza di tè, sente che c’è qualcosa di diverso, di
vero.
E quando arriva la firma con Bomba Dischi, succede quello che si sente solo nei
film: la sensazione che una ragazza che scrive canzoni per salvarsi le notti ora
può davvero farle ascoltare al mondo. È una di quelle label che capiscono quando
c’è qualcosa da dire, cioè la scintilla giusta — e Ariete ce l’ha. I suoi brani
girano sulle storie, tra le amiche che si lasciano e poi si riprendono, e il
nome di Ariete comincia a circolare come un meme che però, al contrario, non ti
stanca mai.
SPAZIO, “18 ANNI” E LE PRIME GRANDI EMOZIONI DAL VIVO
Lo ammetto: ricordo ancora la sensazione di sentire dal vivo per la prima volta
“Spazio”. Quella specie di brivido sottopelle che ti prende quando finalmente
riesci a riconoscere qualcuno che canta quello che spesso non sai neanche
mettere in parole. L’EP “Spazio” arriva subito dopo aver firmato con Bomba
Dischi e ti si attacca addosso. È crudo, diretto. Niente tappeti rossi: subito
la realtà, le storie di provincia, la voce un po’ spigolosa e dolcissima che ti
dice “guarda che si può essere fragili e forti insieme”.
Poi arriva “18 Anni”, il primo vero successo. Un disco adolescenziale ma maturo,
una raccolta di confessioni buttate fuori come vocali WhatsApp infiniti che
mandi quando hai bisogno di buttare tutto giù e nessuno ti risponde. E invece la
risposta c’è, e sono centinaia, migliaia di ragazze e ragazzi che si riconoscono
in quei testi. Se sei stata a uno dei suoi primi live lo sai: si entrava spesso
nei locali piccoli, con i muri pieni di scritte, la gente stretta, il vociare da
festa. Quando partiva la chitarra e Ariete saliva sul palco, succedeva una roba
particolare: tutto si zittiva, le voci si spegnevano. Lei chiudeva gli occhi e
quasi sussurrava una verità universale che stava dentro di te e non te ne eri
neanche accorta. E poi tutti a cantare in coro, con quella complicità magica che
solo i concerti più veri sanno creare.
COLLABORAZIONI, STUDIO E PICCOLI SEGRETI DAL BACKSTAGE
Quello che colpisce di Ariete, davvero, è la sua voglia di fare gruppo. Non è la
classica artista “one woman show”, ma una che ama condividere — basta guardare
le sue storie con gli Psicologi, con Alfa, o con Frah Quintale. Ogni
collaborazione sembra un capitolo di un diario pieno di citazioni, disegni a
penna e sorrisi presi al volo. “Tatuaggi”, la hit con gli Psicologi, sembra
quasi scritta in una notte tra amici, di quelle finite troppo tardi tra
chiacchiere e pizza fredda.
1. Ariete in studio non è quella che ti aspetti: zero pose. Si mette comoda, si
toglie le scarpe, prende la chitarra e inizia a cercare le parole come fossero
conchiglie sulla spiaggia.
2. Spesso lascia brani a metà per giorni, a volte li finisce in una notte sola:
segue l’onda dell’ispirazione come chi rincorre l’ultima metro.
Sul palco, invece, Ariete è esattamente come la vedi su Instagram, solo con
molta più energia reale: emozionata che quasi arrossisce, ma capace di urlare le
strofe come se stessero uscendo davvero dal centro dello stomaco. Una volta,
durante un mini-live a Milano, ha dimenticato una strofa, si è messa a ridere e
ha chiesto al pubblico di aiutarla. Tutti sono partiti insieme, e la canzone è
diventata ancora più bella, come un abbraccio collettivo.
Ecco, io credo che in questa fase si sia davvero vista la forza di Ariete: una
che mette a nudo le proprie fragilità e scopre che in fondo non siamo soli se
impariamo a cantarle insieme.
LA PRIMA VOLTA AL FESTIVAL: TRA EMOZIONE, VERTIGINE E SVOLTA
Quando Ariete è salita sul palco del Teatro Ariston per la prima volta, aveva lo
sguardo di chi sa che sta scrivendo una nuova pagina della propria storia.
Niente di studiato o artefatto: sembrava di vederla ancora quella ragazza in
felpa oversize che, fino a poco tempo fa, suonava con gli amici e postava
stories dopo una pizza al volo. Ariete a Sanremo non era solo “un’altra in
gara”, era una giovane donna cresciuta troppo in fretta, pronta a portare
finalmente la sua voce fragile e magnetica su una delle vetrine più importanti
della musica italiana.
L’atmosfera era quella sospesa che solo il Festival riesce a creare: tutto
patinato, luci forti, milioni di occhi incollati agli schermi. Eppure, Lei
sembrava a suo agio: è come se si fosse presa lo spazio che le spetta, senza
dover urlare.
Se ci pensi, un palco così può essere una roulette russa per un’artista come
lei—così autentica, così fedele all’idea che “meno trucco, più verità”. Eppure,
la magia è successa davvero
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LA SCELTA DI “MARE DI GUAI”: UNA BALLATA CHE SPACCA
Non era affatto scontato portare a Sanremo una ballata come “Mare di guai”. Di
solito quel palco si aspetta fuochi d’artificio, superproduzioni, coreografie.
Ma Ariete ha scelto di portare semplicemente sé stessa e una storia che sentiva
sua, senza filtri. “Mare di guai” è una canzone che parla di perdita, di
nostalgia salmastra, di quei momenti in cui pensi di affogare nei ricordi ma
invece poi impari a galleggiare.
La scelta non è arrivata per caso. Anzi, in un’intervista Ariete ha raccontato
che sentiva l’urgenza di portare qualcosa di vero. E si sente—dall’arrangiamento
scarno, alla voce rotta qua e là, alle parole che sembrano letteralmente “uscite
dalla chat”. Un po’ come quelle volte in cui mandi un vocale alle tre di notte
solo per svuotarti il cuore.
Il fascino di “Mare di guai” sta qui:
* Porta una vulnerabilità che non puoi fingere.
* Fa venir voglia di mandare un “Mi manchi” anche se ti sei ripromessa di non
farlo più.
* Suona come la colonna sonora perfetta mentre guardi le onde a fine stagione,
con quel magone che non sai bene spiegare.
Parlare apertamente di sentimenti, paure e rimpianti—senza mascherarli con giri
di parole—è stato un atto di coraggio che ha parlato soprattutto al pubblico
femminile: ragazze, donne che si sono riconosciute in quelle fragilità.
L’IMPATTO SULLA CARRIERA: DA OUTSIDER A SIMBOLO
Dopo Sanremo, si può dire che “Ariete è esplosa” è riduttivo. È successo
qualcosa di più profondo. Quel palco l’ha consacrata come voce della GenZ, ma
anche come artista capace di dialogare con persone di età, mondi e vissuti
diversissimi. Le playlist su Spotify si sono riempite di “Mare di guai”—ma
soprattutto, i social si sono accesi di storie, meme, reaction.
Piccola lista delle cose successe dopo:
* Migliaia di meme su TikTok con le sue frasi più iconiche (spoiler: alcune le
ha condivise anche lei nelle sue stories).
* Un vero boom di streaming, con la canzone che rimbalzava ovunque, dalle
cuffiette in metro alle casse sul lungomare d’estate.
* Standing ovation nei live, con il pubblico che per la prima volta cantava
tutti insieme ogni singola parola—e diciamocelo, brividi.
Il punto è che Ariete non è solo piaciuta, è diventata *necessaria*. Ha colmato
un vuoto: quello delle canzoni intime senza paura di cadere nel sentimentale,
quello di una rappresentazione genuina dove puoi essere sensibile e forte,
innamorata e arrabbiata, tutto insieme.
UNA CRESCITA PERSONALE A RITMO DI NOTE
Sanremo non è stata solo una vetrina: è stata una scuola di vita. Ariete l’ha
detto chiaramente—ha imparato a gestire la pressione, ad accettare i propri
limiti, a trovare una nuova postura sul palco e nella vita. Non è uscita
indenne, ma sicuramente “più corazzata”—ma senza perdere quello sguardo un po’
spaesato, felice di essere dove non avrebbe mai creduto di arrivare.
Quell’esperienza l’ha aiutata a:
* Fidarsi di più del proprio istinto.
* Parlar chiaro, anche quando fa paura.
* Aprirsi ancora di più col pubblico, soprattutto sulle insicurezze (come la
paura di non “bucare” lo schermo).
La verità è che dopo Sanremo niente è stato più uguale. Sono arrivate nuove
collaborazioni, porte spalancate, occasioni che sembravano fuori portata fino a
un mese prima. E, paradossalmente, anche più libertà: sentirsi capita su un
palco così grande le ha dato il permesso di essere finalmente se stessa—senza
giustificazioni.
Alla fine, la vera vittoria di Ariete a Sanremo è stata questa: essere rimasta
Ariete, semplicemente, ma con le spalle più larghe e il cuore ancora più
esposto. E da lì, il viaggio è diventato infinito.
AMORI, LEGAMI E CUORE: LA SFERA PERSONALE DI ARIETE
Chi segue Ariete sui social lo sa: la sua vita privata è concretamente cucita
nelle sue canzoni, nei suoi racconti, nei suoi sguardi a volte un po’
introversi. Il filo conduttore? Il coraggio di mostrarsi per com’è, vulnerabile
e forte insieme, mai in posa. Amore, amicizia, famiglia: nei suoi brani c’è
sempre una finestra aperta sulla realtà, senza filtri e, cosa non da poco, senza
paura di mostrarsi nella propria unicità. Se la canzone “Mare di guai” ha
segnato per lei una svolta professionale, nella vita, Ariete ha sempre dato
priorità ai rapporti veri, quelli che non si dissolvono in una notifica di
troppo o nel clamore di un trend passeggero.
Nelle interviste capita spesso che sorrida quando le chiedono delle sue
relazioni sentimentali, ma mai con imbarazzo: sembra quasi dire “hey, sono fatta
così, e allora?” Quel tipo di naturalezza che fa bene al cuore: perché mentre
tanti artisti scelgono il mistero, lei spalanca invece la porta, specie
sull’argomento amore. La sua è una visione dinamica, moderna, mai incasellata
nelle regole classiche. C’è una parola fondamentale che torna sempre quando
parla del tema: libertà.
AMORE LIBERO, SENZA ETICHETTE
Essere Ariete oggi vuol dire essere portavoce dell’amore universale, autentico,
senza bisogno di etichette appiccicose o definizioni scomode. Spesso, nei suoi
racconti, appare come una ragazza come tante: ha amato, ha sofferto, ha riso
(tanto), è stata lasciata e ha lasciato. Però c’è una differenza, che è quella
che conquista tantissimo le sue fan: la capacità di confrontarsi in modo
naturale con la sua bisessualità, fin dall’inizio. Niente ostentazione, ma
neanche censure. Quando si parla di lei, tutto sembra vero, vissuto, a volte
anche raccontato sottovoce nei versi delle sue canzoni più intime.
Per molti, Ariete è diventata una sorta di icona anche proprio per questa
capacità di abbracciare la complessità dei sentimenti, senza mai giudicare o
essere giudicata. Una volta, in una risposta a un commento su Instagram, ha
scritto candidamente: “L’amore è un casino, non provate nemmeno a spiegarlo.”
Ecco, in quelle poche parole c’è la sua filosofia. Nelle sue strofe si respira
adolescenza ma, anche, una maturità che sorprende: descrive la gelosia come un
film francese in bianco e nero, il bacio rubato come una gif su TikTok, il cuore
spezzato come un meme condiviso a notte fonda con le amiche.
FAMIGLIA E RADICI: I VERI PILASTRI
Dietro la grande libertà di Ariete, c’è però una base solida: la famiglia.
Cresciuta a Anzio, in una realtà dove lo sguardo dei genitori conta come un
abbraccio, Ariete non perde mai occasione per ricordare quanto la vicinanza dei
suoi sia un ancora. Ha raccontato più volte di aver trovato in mamma e papà la
forza per essere sincera, anche nelle “scelte non semplici”, come il coming out
e il cimentarsi subito con il music business.
Il contatto quotidiano con il suo mondo d’origine – le cene a base di carbonara,
la nonna che la consola con una battuta quando le cose vanno male, il fratello
che la supporta nei momenti più bui – si riflettono sia nel suo modo di vivere
che nelle sue canzoni. Forse qui c’è il suo segreto: nessuna sovrastruttura,
solo la voglia di essere sé stessa, sempre. In fondo, Ariete non smette mai di
sottolineare l’importanza di “avere un posto sicuro a cui tornare”, nei momenti
di tempesta (e nel music biz le tempeste, fidatevi, arrivano).
AMICIZIE, SORELLANZA E UN’EMPATIA SPECIALE
Amiche vere, poche. Ma ognuna scelta come si sceglie il fiore più strano in
mezzo a una distesa di margherite. Ariete coltiva le relazioni sincere, quelle
in cui:
* le mattinate passano tra audio chilometrici su WhatsApp,
* la nanna dopo il concerto si trasforma in una specie di pigiama party
collettivo,
* i problemi d’amore si risolvono tra lacrime, meme e chili di gelato.
Questa vibe si sente tutta, anche agli occhi delle donne che la seguono, perché
non c’è distanza emotiva tra lei e chi la ascolta. In più, l’empatia che trasuda
dai suoi brani e dal suo modo di esporsi genera una connessione fortissima col
mondo femminile. Non sorprende affatto che per molte ragazze della GenZ e non
solo, Ariete sia diventata una sorta di confidente virtuale, una voce che
racconta storie simili alle proprie. Insomma: la sua trasparenza e il suo
coraggio sono i mattoni di ponti veri, che non si spezzano al cambio di
algoritmo o di stagione.
LIBERTÀ, AUTENTICITÀ E ZERO FILTRI: IL DNA DI ARIETE
La prima cosa che colpisce, appena ascolti Ariete – ma proprio subito, neanche
il tempo di finir la prima strofa – è quanta verità riesca a infilarsi dentro la
sua voce. Lei è una che, anche nelle interviste, lascia sempre quella sensazione
di “ehi, ma dice davvero quello che pensa!”, senza filtri, senza maschere. La
sua idea di libertà parte da lì: essere se stessa in ogni situazione, a
prescindere dall’aspettativa di chi sta dall’altra parte del microfono o dello
schermo. Ogni volta che parla, che commenta, anche solo con una storia su
Instagram, si coglie quell’energia limpida di chi ha scelto di non nascondere
parti di sé, neanche quelle che sono più difficili da spiegare.
Ci sono artisti che si costruiscono un personaggio e lo fanno talmente bene da
non lasciar capire dove finisca la persona vera e dove inizi la maschera. Con
Ariete, invece, è proprio l’opposto: ti rendi conto che la sua personalità è il
suo “brand”, se così vogliamo chiamarlo, e nasce tutta dallo stare fedele alla
sua natura, alle sue fragilità, alla voglia di non dover essere per forza
soddisfatta degli standard di qualcun altro. Un vero ossigeno, in un mondo
(musicale e non solo) in cui si tende a mostrare solo il lato più luccicante e
levigato di sé.
LA SINCERITÀ COME BANDIERA (ANCHE NEI MOMENTI NO)
Uno dei suoi valori cardine è indubbiamente la sincerità: la senti in ogni sua
canzone, ma la leggi anche nei post che condivide, in quelle caption un po’
poetiche, un po’ sbilenche, che sembrano scritte sotto la coperta in una
domenica di pioggia. Ariete non ha problemi a raccontare che a volte ha paura, a
mostrare giorni storti, insicurezze, momenti in cui la luce sembra lontana. E
questa trasparenza, ragazzi, è talmente rara da sembrare magica.
Mi viene in mente quella volta in cui, dopo una performance non perfetta live,
anziché scansare il tema o rispondere con un comunicato dal tono distaccato,
Ariete ha condiviso nelle storie il suo dispiacere, la sua delusione, ma anche
la voglia di far meglio. Roba che, nei tempi dei filtri e delle risposte
preconfezionate, è diventata quasi rivoluzionaria. Lei, con questo stile “lo so
che non sono impeccabile”, ha fatto delle imperfezioni una forma di coraggio e
di bellezza.
* Non teme di parlare di fallimenti: li vede come tappe, non come etichette
definitive.
* Racconta spesso la fatica del lavoro, della pressione, senza il bisogno di
forzarsi “super eroina”.
* Valorizza la connessione tra vulnerabilità e forza – cosa che, diciamolo, a
volte ci scordiamo.
UNA RELAZIONE VERA CON I FAN: ASCOLTARE, RISPONDERE, ABBRACCIARE (ANCHE A
DISTANZA)
C’è questa cosa che la distingue, e te ne accorgi davvero solo se la segui da un
po’: l’ascolto. Ariete ha sviluppato una relazione con il suo pubblico che va
oltre l’idolatria – la classica “star genZ”, che non fa mai sentire chi sta
dall’altra parte un semplice follower. Le sue dirette su TikTok e Instagram sono
tutte un “Come state?”, “Vi leggo, raccontatemi”, “Vi è mai capitato anche a
voi?”. Cioè, più che una cantante, a volte sembra quell’amica che ti ascolta
senza giudicarti.
Non è solo una questione di risposte ai commenti: capita spessissimo che Ariete
porti nelle sue canzoni e nei suoi post input o domande nate proprio dal dialogo
con chi la segue. Ha detto più volte di voler sentire “la voce di chi mi
ascolta, la voce della realtà”. Questa sensibilità, quest’empatia quasi
tangibile – che passa anche da una foto senza trucco pubblicata a mezzanotte, o
dal consiglio dato in privato a una fan in crisi – è una delle cose che ha
cementato il legame con la sua “comunità”.
* Interagisce anche su argomenti personali e difficili, restando sempre
rispettosa e accogliente.
* Non gioca mai “ad essere superiore”: confessa paure, cerca conforto,
condivide piccoli traguardi insieme ai fan.
* Riesce a trasformare le stories in uno spazio sicuro, dove sentirsi accettati
anche nei propri momenti un po’ così.
COMUNICARE COL CUORE – E SENZA FILTRI – SU SOCIAL E PALCO
Il modo in cui Ariete sta sui social è istintivo, unplugged proprio. Mette in
circolo la sua quotidianità, i meme che la fanno ridere, le citazioni
malinconiche, i book consigliati per chi si sente perso. C’è chi dice che sia
“la regina del low profile”, ma il bello è che understatment o meno, ogni suo
messaggio profuma di genuinità. Ed è per questo che molte ragazze e ragazzi la
sentono davvero vicina, di casa.
Sul palco, Ariete si porta dietro la stessa naturalezza: ringrazia se le arriva
uno striscione buffo dalle prime file, si commuove quando qualcuno canta a
squarciagola i suoi testi. A volte si perde pure lei nelle emozioni, non teme di
perdersi – anzi, sembra proprio che perdersi ogni tanto sia parte della sua
libertà. Quella vera.
UNA VOCE CHE DIVENTA BANDIERA: LIBER* DI ESSERE SE STESSI
Non è solo questione di note, arrangiamenti indie-pop o strofe tormentate che ti
si piantano sotto pelle. Ariete, con la sua dolcezza un po’ spigolosa, ha
trasformato la visibilità conquistata sul palco – da X Factor a Sanremo – in un
megafono potente per difendere i diritti LGBTQ+ e tutte le identità non
conformi. Non lo fa mai con forzature, né con slogan vuoti: usa la sua presenza
online, i live, persino le interviste, come tappe di una lotta continua. Che sia
tramite un post Instagram sfacciato, con la bandiera arcobaleno tra le mani, o
con una lettera aperta ai suoi fan sul tema dei diritti civili, la sensazione è
sempre la stessa. Ariete ci mette la faccia. E anche il cuore, parecchio cuore.
SOCIAL, PALCO, BACKSTAGE: OGNI SPAZIO È AZIONE
Curiosità: se scorrete le stories di Ariete su Instagram, potreste imbattervi in
meme dedicati al Pride, confessioni senza filtri sull’amore libero, ricordi
delle sue prime insicurezze da ragazzina “diversa”, ma anche appelli concreti
contro omofobia e discriminazione. Ariete non lascia i discorsi ai comunicati
ufficiali; invece, preferisce:
* raccontare piccoli gesti quotidiani, tipo portare la maglietta arcobaleno al
supermercato di quartiere (“Mi guardavano strano, bon, pazienza!”);
* condividere le storie delle sue fan che, grazie alle sue canzoni, hanno
trovato la forza di fare coming out;
* lanciare raccolte fondi o campagne mirate per associazioni LGBTQ+.
Nei concerti, questa energia si trasforma in una specie di abbraccio collettivo.
Nessuno esce lo stesso da un live di Ariete: durante “18 anni” o “Cicatrici”, le
luci si abbassano e la platea s’illumina di bandiere rainbow. C’è la promessa
dolceamara che puoi essere chi sei, anche se fuori, qualcuno preferirebbe
vederti spent*.
LE PAROLE CONTANO. E PESANO
Forse il segreto di Ariete è che non predica dall’alto, non si mette mai nella
posizione di “io so e tu ascolta”. Anzi. Capita spesso che nei commenti, sotto i
suoi post, risponda personalmente a chi le chiede un consiglio: magari una
ragazza che teme di non piacere come si sente, o un ragazzo che confessa la
paura di essere tagliato fuori dalla famiglia se dovesse parlare troppo di sé.
Ariete prende le parole e le trasforma in ponte. Usa la naturalezza come ascia
per spaccare i tabù. A volte cita serie cult come “Sex Education” oppure TikTok
virali che inneggiano al soft queer power, rendendo il discorso sempre vicino
alle emozioni vere, alle insicurezze, ai sogni di chi la ascolta.
Alcuni suoi post recenti che sono diventati virali:
* la lettera aperta in occasione del DDL Zan affossato (“Se smettiamo di
parlare, vincono loro. Io non smetterò mai.”);
* il video senza filtri in cui racconta la prima volta che una donna l’ha fatta
sentire libera davvero;
* gli appelli ai brand perché abbandonino il rainbow washing e scelgano
attivismo concreto.
UN MODELLO CHE NON SI LIMITA ALLO SLOGAN
L’attivismo di Ariete non è mai decorativo, insomma. Non basta il logo
arcobaleno per diventare “safe space”. Lei si sporca le mani, mette a
disposizione visibilità e consapevolezza per dare voce a chi non ce l’ha. Molte
musiciste sue coetanee – specialmente quelle che si sentono “fuori posto” nei
modelli tradizionali – raccontano di trovare in Ariete un esempio luminoso:
ragazza che non nasconde nulla, che non sacrifica pezzi di sé per piacere, che
ride di sé stessa e delle sue goffaggini, e che lotta davvero.
C’è un elenco di cose che Ariete ha fatto e che andrebbe incorniciato:
* invitare attivisti e attiviste LGBTQ+ sul palco, durante alcune date dei
tour;
* sostenere attivamente progetti con Arcigay e altre associazioni;
* parlare di salute mentale – perché la libertà di essere sé stessi passa anche
da lì, dall’imparare a volersi bene e chiedere aiuto quando serve.
CORAGGIO CONTAGIOSO: ISPIRAZIONE, NON SOLO RAPPRESENTANZA
In fondo, Ariete è diventata un punto di riferimento per chi si sente
costantemente “in costruzione”. Ragazze, donne, chiunque viva la propria
autenticità come uno spazio da proteggere, guarda Ariete con una specie di
gratitudine sincera. Non serve diventare paladine eroiche: a volte basta
ascoltare quella strofa, leggere quella story, guardare Ariete ballare storta e
innamorata controcorrente su TikTok, per ricordare che la libertà è, prima di
tutto, una scelta quotidiana.
Sarà per questo che, più che una nuova stella del mainstream, Ariete assomiglia
a una sorella maggiore a cui confidare insicurezze e sogni. Che non pretende
perfezione, solo verità. E, sarà pure una frase vista su mille magliette, ma
resta vera: “Chi si ama, vince sempre.”
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libertà appeared first on The Wom.
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* Nome completo: Alessandra Joan Thiele
* Data di nascita: 21 settembre 1991
* Luogo di nascita: Desenzano del Garda (Brescia)
* Segno zodiacale: Vergine
* Altezza: n/d
* Partner: n/d
* Genitori: madre italiana (napoletana), padre svizzero di origini colombiane
* Figli: n/d
* Fratelli/Sorelle: un fratello
* Instagram: @joanthiele
DENTRO UNA FAMIGLIA, MILLE MONDI: IL MELTING POT DI JOAN
Sensazione di avere sempre un piede qui e uno là. Per Joan Thiele, il melting
pot di culture non è mai stato uno slogan, un’immagine da Instagram o un filtro
modaiolo. È la sua realtà, il paesaggio del cuore e delle abitudini. Una mamma
italiana, solare e determinata (quelle mamme che hanno l’occhio dolce e lo
sguardo che non scende mai a compromessi) e un papà svizzero, di sangue mezzo
colombiano, occhi profondi come la storia – e pure un modo di parlare che tra
accenti e inflessioni sembra già una playlist di Spotify.
In casa si parlavano tre lingue, mica una soltanto. L’italiano dei “ciao, amore,
come stai?”, lo spagnolo dei ricordi della nonna, lo svizzero per i dettagli e
le precisioni. Niente era scontato, ogni pranzo diventava una “tavola rotonda”
di storie e leggende, tra risate a crepapelle e nostalgie improvvise. E Joan
Thiele, da bambina, apprendeva così: ascoltando le note delle parole e quel
diverso senso del tempo (che già è una lezione di vita).
COLOMBIA-ITALIA: UN’OSMOSI DI UNIVERSI
L’infanzia di Joan Thiele suona come una playlist shuffle fra due mondi: le
estati roventi sulla costa adriatica e le visite in Colombia, fra abbracci
stretti come nidi e le cene dove il ritmo è più importante della puntualità. La
Colombia è “magia realista”, dicono Márquez e tutti i TikTok sotto
#MagicalRealism, e per lei lo è davvero: colori saturi, zii che sembrano
personaggi di un romanzo, danze che partono da una parola. E in Italia? È il
contatto con la bellezza ordinata, con i tramonti lenti, gli amici d’infanzia
che urlano “Ehi, che fai domani?” sotto casa, il rituale delle merende e i nonni
che sfornano consigli.
Questa altalena crea una Joan Thiele con una bussola impazzita e, allo stesso
tempo, inchiodata bene al Nord magnetico dell’identità. Sa essere selvaggia e
composta, vulnerabile in modo latino e prudente alla svizzera. Clockwork orange
di origini, dove ogni tic, ogni scelta musicale pesca da questo spessore
internazionale.
RAPPORTI FAMILIARI: LA TRIBÙ THIELE, LA FORZA NELLA DIVERSITÀ
Non è solo carta d’identità. I rapporti familiari diventano – neanche a dirlo –
lo scheletro delle sue canzoni. Il papà, che da piccolo la faceva ballare in
soggiorno sulle note di cumbia e folk andino (mica playlist “Chill Out” di
Spotify, ma roba vera, vinile graffiato e casse che gracchiano), è ancora un
faro silenzioso. La mamma è la presenza femminile tosta che la spinge a non
avere paura della propria unicità. E poi c’è il fratello: un complice, di quelli
che sanno leggerti con uno sguardo e magari ti sanno prendere in giro quando
stai per prenderti troppo sul serio.
Gli aneddoti si sprecano: tour lunghi in auto tra Bogotá e Cartagena con
l’autoradio scassato. Oppure, a Milano, i momenti tutti assieme sul divano –
Joan con la chitarra, il fratello che batte le mani e la nonna che cucina (e
confonde sempre le “melanzane” con le “berenjenas”, e si ride di gusto di queste
cose).
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VALORI E CURIOSITÀ SENZA CONFINI
In tutto questo, Joan Thiele sviluppa una cosa che si percepisce appena le si
ascolta parlare: curiosità senza pregiudizi. Da piccola, per lei ogni nuova
persona era una storia da scoprire (e, spesso, imitare con accenti buffissimi).
Cresce con la sensazione che “straniero” sia solo una parola e che mescolare
mondi sia parte del gioco.
Su TikTok va forte il trend dello “show your passport and your culture”, e Joan
Thiele potrebbe anche girarci una serie. Invece, preferisce raccontare se stessa
attraverso piccole cose:
* Accento che oscilla, tipo pendolo, quando è stanca e parla con gli amici.
* Parole diverse per uno stesso oggetto, che ogni tanto la fanno sorridere a
bordo palco.
* Gesti familiari presi in prestito senza accorgersene dai nonni, dai fratelli,
dalle zie.
Essere figlia di culture diverse, insomma, non l’ha resa confusa ma soltanto più
duttile, simile a quelle conchiglie che profumano ancora di mare anche quando
stanno in un cassetto.
Il mondo visto da Joan Thiele non è mai bianco o nero, ma pieno di sfumature
neon, come un filtro iridescente su Instagram una mattina di primavera. Ed è
questa apertura mentale – insieme a quell’empatia dilatata – che poi si
riverserà in ogni brano, in ogni scelta di suono. Gli altri cambiano Paese e si
sentono spaesati, lei invece trasforma la multiculturalità in forza, e persino
in poesia.
UNA CHITARRA, QUALCHE SOGNO IN TASCA: I PRIMI PASSI DA BUSKER
Immagina una ragazzina con una chitarra in mano, cuffiette nelle orecchie e
occhi che brillano di quell’eccitazione che hai solo quando sei davvero giovane
e un po’ incosciente. Ecco, Joan Thiele a sedici anni era così: una busker tra
le vie, i parchi, le piazze. Suonava per la gente che spesso non la vedeva
nemmeno, o peggio, la osservava con quella distrazione tipica di chi pensa solo
ai propri affari. Ma lei lì, con la sua voce aperta, si prendeva ogni nota come
una sfida, ogni sguardo come una possibilità. Tutto era puro, ruvido, vero. Non
c’era filtro, nessuna produzione perfetta, nessun pubblico in platea, solo lei e
la città.
C’è qualcosa di magico e un po’ sfrontato nell’arte di suonare per strada: devi
essere capace di startene lì, nuda davanti al mondo, coi tuoi limiti e i tuoi
sogni. Joan si è forgiata così, tra il rumore delle auto e l’odore di panini
bruciati, a prendere (spesso) la pioggia e a sentire (a volte) gli applausi
quelli veri, quelli di chi si ferma perché hai saputo toccargli il cuore anche
solo per un attimo. In quei giorni ha imparato che puoi piacere o non piacere,
ma l’importante è suonare sempre come se la platea fosse infinita.
SPIRITO RIBELLE: IL SALTO A LONDRA A SOLI DICIOTT’ANNI
Ma chi l’ha detto che bisogna aspettare il momento giusto? Joan no, non ci ha
mai creduto. Così, a diciotto anni appena compiuti, Londra la chiama come in una
song dei Beatles e lei risponde (cioè, avete presente? Non era la Londra
romantica, ma quella vera, piovosa, multiculturale, sconfinata). Ha preso e ha
mollato tutto: scuola, amici, comfort, per inseguire quella vocina ribelle
dentro di sé che le diceva “corri, prova, mettiti in gioco, adesso”.
Non era mica glam come sembra adesso nelle storie Instagram: Londra ti tempra,
porta il conto delle tue insicurezze e non fa sconti. Joan ci si è lanciata
dentro con, tipo, lo spirito di un’esploratrice urbana che alterna jam session
improvvisate nei garage a lavori per pagarsi il letto a castello in una casa che
traballa. Le difficoltà? Quelle sì che hanno forgiato il carattere, mica i like.
Ha imparato a chiederlo l’aiuto, a incassare i rifiuti senza lasciarci
l’entusiasmo, a scrivere canzoni che sanno davvero di lei e non di qualcuno che
la imita. E poi la solitudine, che a vent’anni può sembrare una nemica tremenda,
l’ha trasformata piano in una specie di musa, di fiammella creativa.
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LE PRIME CANZONI, IL FUOCO CREATIVO, LA NASCITA DI UNO STILE
Ecco, tra un bus della linea 7 e un tè troppo caldo, Joan riempiva taccuini e
note audio sul telefono con pezzi che avevano dentro tutto: la nostalgia, la
fame di futuro, il bisogno di identità. Non aveva paura di mescolare: la sua
voce, un po’ retrò e un po’ pulita come la carta vetrata fine, parlava di
sentimenti universali ma con storie sue, personali, colorate da quei mille
dettagli che ti fanno capire che c’è qualcuno vero dietro ogni strofa.
Fare musica in quel modo, con la pelle ancora addosso all’esperienza del busking
e la mente che viaggia a Londra, vuol dire ascoltarsi davvero e non scegliere
mai la strada più semplice. Così Joan Thiele si è cucita addosso uno stile che
non è solo un patchwork di suoni ma anche:
* una narrazione sincera (di quelle che ti senti amica appena ascolti una
canzone)
* il coraggio di tenere insieme le sfumature: dolce come una nenia latina, ma
anche graffiante, quasi elettrica
* la voglia costante di imparare, di chiedersi “cos’altro posso essere?”
Se ascolti i primi brani, magari quelli suonati nelle serate open mic o caricati
in rete con ansia e speranza, percepisci questa energia: non è arroganza, è
autodifesa creativa. Se vuoi conquistare la tua voce, devi perderti almeno una
volta. Joan Thiele lo sa bene.
PIÙ DIFFICILI, PIÙ GRANDI: LE SCELTE CHE FANNO LA DIFFERENZA
Nessuno l’ha mai spinta davvero se non la sua estroversione mista a ostinazione.
Ed è questo che le ha permesso, tornata in Italia, di non seguire la linea
dritta ma di inventarsi, passo dopo passo, il suo percorso. Le esperienze
difficili diventano come delle corde di chitarra tese: fanno male ma ti
permettono di suonare. Joan, oggi, lo racconta con la leggerezza di chi ha
superato l’ansia del giudizio e punta tutto sulla sincerità. Ci ha messo la
faccia e la voce, ha accettato i no, i “non sei abbastanza italiana” o i “non
siamo pronti per te”.
E tutto questo, invece di spegnerla, l’ha portata a essere una delle artiste più
libere, non incasellabili, mai scontate. Quella determinazione, plasmata tra le
vie di città piene di rumore e le notti solitarie e piene di note a Londra, si
sente ancora adesso ogni volta che Joan Thiele sale su un palco. Non importa se
davanti ci sono dieci amici o mila persone a un festival: lei rimane quel mix di
coraggio e vulnerabilità, con la stessa voglia di suonare, senza filtri.
DAL FOLK INTERNAZIONALE ALLA RICERCA DI UN’IDENTITÀ ITALIANA
C’è qualcosa di magico nell’ascoltare l’evoluzione musicale di Joan Thiele, come
sfogliare un diario segreto scritto in codici, lingue e suoni diversi. Se si
parte da “Save Me”, la primissima canzone che la lancia ufficialmente, si sente
già questa voglia pazza di mischiare le carte. C’è il folk morbido alla
Daughter, c’è la malinconia di Cat Power, ma c’è anche una leggerezza pop che ti
entra in testa come quelle hit che ascolti in cuffia mentre cammini e ti senti
un po’ protagonista. Lei, che in Italia ci è tornata dopo aver vissuto tra
Colombia, Svizzera, Londra, ci mette tutto dentro. Letteralmente: i pezzi dei
suoi primi EP sono come cocktail con ingredienti presi in giro per il mondo—la
voce che sussurra in inglese, le chitarre acustiche, ma anche un beat digitale
che si insinua piano.
Poi, però, Joan sente sempre la necessità di esprimersi attraverso strade nuove.
Non si accontenta della comfort zone pop-folk. Se ascolti anche solo in ordine i
suoi singoli, noti questa metamorfosi: c’è una voglia di elettronica sempre più
decisa, tocchi di Afrobeat qui e là, un modo di campionare la voce che viene
direttamente dalla curiosità per la musica urban internazionale. Non le basta
“essere una cantautrice”, lei vuole essere tutto questo insieme.
SPERIMENTAZIONE SENZA PAURA: TRA SUONI, LINGUA E COLLABORAZIONI
La verità è che Joan Thiele ha fatto della sperimentazione la sua cifra, quel
tratto imprevedibile che la rende davvero anti-banalità. Funziona così: il gusto
per le contaminazioni latine e digitali esplode negli EP successivi, tra synth
anni Ottanta e cori che sembrano arrivare da un’altra parte del mondo. Mentre
molti artisti italiani giocano sul sicuro, lei nella sua musica ti tira dentro
il caos bellissimo delle nuove scoperte. In “Polite”, per esempio, si inizia ad
avvertire una Joan che spinge il piede sull’acceleratore dell’elettronica senza
mai dimenticare quell’anima da storyteller.
E poi succede una cosa che, se sei una fan delle voci indie con la valigia in
mano, magari hai sognato anche tu: la svolta verso l’italiano. Una scelta
coraggiosa, per certi versi rischiosa. Perché Joan si era cucita addosso
quest’identità cosmopolita, e passare a scrivere e cantare in italiano sarebbe
potuto sembrare un passo indietro. Invece è l’esatto opposto: è un modo per
riappropriarsi delle sue radici, per darsi la possibilità di raccontarsi in modo
più diretto. A un certo punto, anche lei dice basta filtri—apre la porta e si
butta, con testi che diventano più intimi, dove il suono e il senso vanno a
braccetto.
IL VIAGGIO DI “JOANITA” E IL CORAGGIO DI ESSERE SE STESSI
Quando arriva l’album “Joanita”, capisci che tutta quella ricerca, quei cambi di
rotta, portano sempre e solo verso una cosa: essere veri. È come se Joan si
fosse costruita una casa tutta sua dove ogni stanza è una sfida—un pezzo con le
percussioni afro, uno con i synth dreamy, uno con una cumbia sussurrata (e qui,
ragazze, ditemi se anche voi non vi mettete a ballare in salotto). In “Joanita”
quello che salta all’orecchio è proprio questa naturalezza nel cambiare pelle.
Ogni traccia è come una pagina nuova di diario, un po’ malinconica, un po’
sfrontata, molto potente.
E vogliamo parlare delle collaborazioni? Quella con Elodie è proprio la
dimostrazione che Joan non ha paura di mettersi in gioco, anzi. Mescolare il suo
stile raffinato e internazionale con la voce pop e grintosa di Elodie è il
classico tipo di incastro sperimentale che può funzionare solo se sei pronta
davvero a lasciare entrare un’altra storia nella tua—e Joan Thiele, questa cosa,
ce l’ha cucita dentro. Non è solo una questione di mood musicale, è proprio un
modo di essere: spalancare porte, accogliere l’altro, mischiare, rischiare di
perdere un pezzo di sé per ritrovarsi più completa.
Ecco, in questo continuo sperimentare, Joan Thiele porta in ogni nota i suoi
pensieri: parla di libertà, di identità multipla, di fragilità che diventano
forza. Le sue canzoni sono li, specchi lucidi di una personalità mai uguale a se
stessa, che non ha paura di cercare, sbagliare, rinascere. Ogni volta che
ascolti un suo pezzo, hai la sensazione che ti stia dicendo la verità del
giorno, senza vergogna di mostrarti le sue sfumature, anche le più complicate. A
pensarci bene, è proprio questo che conquista: uno stile inconfondibile, sì, ma
che non si lascia mai etichettare. E che ci fa sentire compagne di viaggio in
questa esplorazione.
RELAZIONI SENTIMENTALI, AMICIZIE E SISTEMA VALORIALE
Se dovessimo pensare alla sfera privata di Joan Thiele come a uno dei suoi video
musicali, parleremmo di mille colori e sfumature in continuo movimento. Non è
“tutto rose e fiori”, ma nemmeno tempesta pura: è piuttosto una sequenza di
istanti veri, vissuti fino in fondo. Joan ha sempre dichiarato di mettere la
sincerità davanti a tutto — sia nelle canzoni sia, soprattutto, nei rapporti
intimi. Questo per lei significa non fingere, accettare le sfumature, perfino i
lati spigolosi che ognuno si porta addosso. L’onestà emotiva è argomento sacro,
e le è capitato di chiudere un’amicizia o una storia d’amore anche solo per aver
sentito venire meno quella trasparenza autentica. Proprio come nelle sue
melodie, c’è un ritmo che si spezza: quando qualcosa non si incastra più, è
inutile forzare la nota.
Il tema delle relazioni, per Joan, si muove su diversi piani. Da un lato c’è il
rapporto con la famiglia: una costellazione inevitabilmente complessa che le ha
insegnato, da piccola, cosa vuol dire “appartenere e non appartenere mai del
tutto” a uno spazio, una lingua, una cultura precisa. Proprio questa
multiculturalità, questa doppia appartenenza, il sentirsi permanente outsider —
tra Svizzera, Colombia e Italia — secondo lei l’ha resa più ricettiva ai
sentimenti degli altri, più attenta ai dettagli che fanno la differenza tra un
discorso banale e un vero atto di empatia. “Essere empatici”, dice spesso Joan,
non è solo capire l’altro: è anche decidere quanto ti lasci cambiare da quello
che l’altro porta nella tua vita. Forse per questo le sue amicizie durano nel
tempo, a dispetto dei mille impegni, delle trasferte e di quella tendenza (molto
Z) a cambiare continuamente rotta.
Una delle cose che saltano all’occhio, parlando con chi la conosce davvero, è il
modo in cui difende la profondità dei legami che sceglie. Cioè, Joan non
accumula “rapporti vetrina” solo per raccattare like o followers: il suo giro di
amicizie è ristretto a persone con cui può davvero aprirsi — anche perché, lo
ammette ridendo, “non sono mica brava a fingere entusiasmo se non mi viene
naturale!”. In un mondo dove ci si smaterializza tra chat infinite, gruppi
WhatsApp e cuore su Instagram, lei preferisce ancora i messaggi vocali
chilometrici, le chiamate a tarda sera, un caffè improvvisato sotto casa. E
quando trova una sintonia reale, si affeziona per davvero, in modo quasi
viscerale.
Il capitolo sentimentale? Qui entra in gioco quella sua disarmante sincerità.
Non ha mai fatto mistero di aver avuto amori turbolenti e intensi — d’altronde,
chi canta di cuori sradicati e viaggi interiori ha spesso una tempesta dentro.
Joan però si tiene ben lontana dal cliché della “diva maledetta” o della cronaca
rosa a tutti i costi. Anzi, per lei le storie d’amore sono state (e sono)
terreno fertile per la crescita personale, non gossip da raccontare a tavola.
Una sua amica, una volta, ha detto che “Joan si butta nelle storie come in un
nuovo sound”: senza paura di sperimentare, disposta a perdersi ma anche a
ritrovarsi più forte.
E poi c’è un’altra cosa che incide tanto sul suo modo di vivere i rapporti: il
rispetto per le diversità. La sua visione delle relazioni, sia amorose che
amicali, si basa su un principio molto semplice:
* accogliere l’altro per quello che è, senza volerlo cambiare
* valorizzare i difetti, non solo le qualità da copertina
* sapersi mettere da parte, quando serve, per lasciare spazio all’altro
Tutto questo si sente nella musica, lo si percepisce nei suoi post, nelle
interviste, nel modo in cui si rivolge a chi la segue. E il suo pubblico
femminile lo coglie subito, quasi d’istinto: Joan diventa “una di noi” proprio
perché non si mette mai su un piedistallo, ma racconta fragilità, dubbi,
entusiasmi che ogni ragazza – chi più chi meno – ha provato almeno una volta.
Ci sono piccoli gesti che lasciano il segno: dal messaggio di incoraggiamento
mandato a un’amica nel bel mezzo della notte, al tempo ritagliato per ascoltare
una storia triste senza fretta. Ecco, il sistema valoriale di Joan sembra cucito
(o meglio, intrecciato come un telaio colorato) con questi fili:
* sincerità a muso duro, anche quando fa male
* empatia attiva, quella che trasforma chi la vive
* libertà di essere fuori dagli schemi, senza sentirsi fuori posto
Su questi pilastri, la popstar costruisce non solo le proprie relazioni, ma
anche il modo in cui si racconta e si lascia raccontare. Così facendo crea uno
spazio – tanto in musica quanto nella vita – dove chiunque, specialmente una
giovane donna che si sente smarrita, può trovare un pezzetto di sé e sentirsi a
casa.
ATTIVISMO COME RIFLESSO DI SÉ: IL PERCORSO AUTENTICO DI JOAN
Diciamocelo chiaramente, quando si tratta di impegno sociale, Joan Thiele non è
mai stata una da proclami altisonanti e nulla più. Il suo attivismo è cresciuto
(piano, ma deciso) come quel fiore selvatico che spunta dove meno te lo aspetti:
tra le crepe del cemento. La sua voce, nel senso letterale e metaforico, è
diventata un modo per portare in superficie quei temi che spesso nella musica
sembrano solo slogan da usare nei trend su TikTok e invece per lei sono respiri
quotidiani.
Di fronte a tematiche come l’inclusione, l’empowerment femminile, la
valorizzazione delle culture minoritarie, Joan gioca a carte scoperte. Ricordo
quando raccontava, durante un concerto semi-improvvisato in uno spazio sociale a
Milano (e lì davvero c’era poco da posa: luci basse, pubblico a due metri e
nessuna barriera tra palco e persone), di come la sua identità divisa tra
Colombia, Italia, Svizzera le abbia insegnato a non sentirsi né carne né pesce,
ma a fare della sua “non appartenenza” un superpotere. Lo ha detto proprio così.
In quei momenti, la platea – fatta soprattutto di ragazze giovani, studenti, un
paio di mamme coi figli – non stava più semplicemente ascoltando una cantante:
stava ricevendo una specie di iniezione di coraggio.
EMPOWERMENT FEMMINILE E NUOVI MODELLI DA PALCO (E SOCIAL)
Joan non ha mai nascosto le sue fragilità. Anzi, le ha portate sul palco, magari
tra un cambio di chitarra e un ricciolo caduto davanti agli occhi. Eppure,
proprio questa vulnerabilità è diventata il suo manifesto di empowering: perché
essere donna nella musica, in Italia oggi, vuol dire barcamenarsi tra
aspettative, scripting di femminilità, giudizi estetici anche quando vorresti
solo parlare di suono. Lo si è visto chiaramente in progetto come “Spazio”, la
mini web-serie che ha lanciato durante la pandemia: qui ha intervistato altre
cantautrici, musiciste, dj, cercando storie vere, lontane dai cliché. Dal
confronto sono emerse voci di ragazze che hanno dovuto sgomitare per un
soundcheck decente o per ottenere almeno la metà dello spazio creativo dei loro
colleghi maschi. Joan ha dato visibilità a queste voci, sia su Instagram che
durante le sue dirette – spesso lasciando spazio agli altri, in modo che la sua
community diventasse una specie di piazza digitale dove ci si ascolta e ci si
sostiene davvero.
In diversi post e storie ha anche parlato apertamente del diritto a cambiare, a
sbagliare, a reinventarsi. Ad esempio:
* Ha supportato la campagna “No More Body Shaming” collaborando con altre
musiciste italiane, condividendo messaggi positivi e sinceri.
* Ha lasciato spazio nelle sue storie ai racconti di follower che vivevano
discriminazioni di genere o micro-aggressioni, rispondendo una a una, come se
fossero amiche e non semplici fan.
ORGOGLIO DI CULTURE MINORITARIE: RADICI COME ALI
Se c’è una cosa che Joan sa fare (e che traspare subito, anche solo
chiacchierandoci cinque minuti), è trasformare le radici multiple in carburante.
In una scena musicale dove spesso l’internazionalità sembra solo una patina
patinata, la Thiele porta ritmi, parole e colori che puzzano di verità vissuta.
Basti pensare alla scelta di cantare talvolta in spagnolo, di inserire nei suoi
concerti intro di musica tradizionale sudamericana – a volte facendo salire sul
palco percussionisti che nemmeno parlano italiano, ma con cui si crea una
sinergia a colpi di ritmo e sguardi complici, quasi da meme.
Durante alcune campagne social per la Giornata Mondiale dei Rifugiati, Joan ha
portato la sua testimonianza, spiegando quanto sia difficile trovare “casa”
dentro sé stessi e quanto sia importante offrire ascolto e dignità a chi ha
vissuto lo sradicamento. In questi momenti ha invitato i suoi follower a:
* Donare a ONG come Emergency, spiegando con una schiettezza disarmante dove
finiscono i soldi e perché sostenere certi progetti non è mai una cosa da
fare “solo per pulirsi la coscienza”.
* Raccontare le proprie storie di migrazione – e non solo quelle “epiche” viste
su Netflix – ma anche le piccole lotte quotidiane: una collega di università
che fa storie su WhatsApp in tre lingue, un’amica venezuelana che inventa
nuove ricette con ingredienti italiani.
ATTIVISMO COME ESTENSIONE DELLA VISIONE ARTISTICA
Quello che sorprende, se ci pensi, è quanto Joan riesca a rendere il suo impegno
sociale una prosecuzione naturale della sua arte. Non c’è mai un punto in cui
“Joan la cantante” finisce e “Joan l’attivista” comincia. È tutto un mischione,
una specie di jam session del cuore e della testa. Lei stessa, più volte, ha
dichiarato che non avrebbe potuto “restare in silenzio” perché la musica, per
come la intende lei, è anche uno spazio di presa di parola, di scomoda
autenticità, sia quando compone sia quando scuote il microfono davanti a una
folla.
I suoi valori individuali – dal rispetto per le diversità, alla fame di dialogo,
all’amore per l’incontro delle differenze – diventano così l’humus da cui
nascono sia le sue canzoni che le sue battaglie sociali. E se oggi il suo
pubblico la percepisce come un’artista completa, lo deve anche a questa
coerenza: alle scelte minuscole (tipo correggere un follower che fa un commento
razzista sotto un post) e ai gesti pubblici, come le raccolte fondi ai concerti
per le donne che vivono situazioni di disagio o discriminazione.
Insomma, se dovessi disegnare Joan Thiele come una timeline di meme, la sintesi
sarebbe: immagine nitida, messaggio chiaro, zero filtri e tanto cuore. E questa,
per davvero, è la cosa che più conquista.
ONDA DOPO ONDA: IL DAVID, ELODIE E LE PRIME GRANDI ONDE
Tutto sembra ancora incredibilmente fresco: Joan Thiele che si prende la scena
mano nella mano con Elodie, le due donne che splendono in “Proiettili (ti mangio
il cuore)”, successo trasversale che non solo ha scosso la classifica, ma anche
il pubblico al cinema. La canzone – sì, quella col suo tocco immediatamente
riconoscibile, quasi a metà tra una carezza e un pugno – è diventata traino del
film omonimo e ha portato a casa un premio pesante, mica pizza e fichi: il David
di Donatello 2023 per la miglior canzone originale. E sentite questa: vedere il
suo nome salire, sentire quella sottile emozione nella voce quando stringe la
statuetta… Joan si è trovata a un crocevia magico: il suo essere multiculturale,
l’abilità di sperimentare senza imporsi paletti, arrivano finalmente dritti al
cuore della scena nazionale.
Non era un exploit isolato, però. Quello che colpisce, riguardando tutto il
percorso di Joan, è che le sue scelte portano sempre un senso di libertà quasi
ostinata. Il successo con Elodie? Certo, una super vetrina, ma anche una
dimostrazione concreta che in Italia può funzionare chi rifiuta ogni etichetta.
La Thiele ha regalato al grande pubblico una realtà diversa: puoi essere
musicista, autrice, producer, totalmente te stessa — pure quando lavori con le
mega popstar.
SANREMO 2025: LA CONSACRAZIONE POP(OLARE)
E adesso? Beh. Arriva lei, Joan, Sanremo 2025. Non è la prima volta sul palco
dell’Ariston, certo, ma questa volta l’attenzione è tutta un’altra storia. Dopo
il successo con Elodie e un paio di singoli esplosi su TikTok (cosa che qualche
anno fa sembrava fantascienza per una come lei!), era quasi fisiologico. Cioè,
la aspettavamo tutti: dai fan storici alle nuove generazioni che sognano fare
“duetti di voci fuori dal coro” con le amiche al karaoke.
L’arrivo a Sanremo è come un rito di passaggio, un punto di svolta senza
ritorno. Joan ha scelto brani che mischiano melodie forti e quella sua scrittura
viscerale, sempre a metà fra inglese, italiano e – novità assoluta – inserti
dalle sue radici sudamericane. Su TikTok girano già le clip delle prove, i meme
che giocano sul fatto che “nessuno capisce da dove venga il suo accento, ma
tutti sentono la verità nelle sue parole.” Quell’esibizione diventa subito
trend: la sua voce calda, l’interpretazione intensa, il look che sembra un mix
tra Chanel e vintage anni ’70, fanno scattare una quantità di reaction
impazzita.
A Sanremo, le luci sono forti, i tempi sono stretti, l’emozione spesso un
frullatore. Eppure Joan dà l’idea di danzare dentro quello spazio come se nulla
fosse. Una frase che lei stessa ha raccontato in radio, dopo la prima serata:
“Sanremo ti mette a nudo, ma è anche quello il bello. Devi scegliere cosa
lasciare andare di te, e cosa tenere stretto. Io tengo stretto quello che mi ha
salvato: la musica.” Tutto chiaro, no?
TROVARE IL PROPRIO EQUILIBRIO NEL BOOM DELLA NOTORIETÀ
Ok, la fama. Ma cosa succede dopo? Nei DM di Instagram, nelle richieste
martellanti delle radio, nelle interviste (alcune carine, altre peggio di
un’interrogazione di fisica): come fa Joan a non perdere il controllo? Non è
facile. Le sue giornate adesso si dividono tra
* promozione (infinita, va detto)
* sessioni di scrittura tra Milano e metà del mondo (letteralmente)
* incontri con fan che si riconoscono nella sua identità “né qui, né là, ma
sempre autentica”.
Il rischio di diventare un “personaggio” e dimenticare la persona reale è sempre
dietro l’angolo. Joan lo sa, e ci scherza pure sopra: “A volte mi sento come
un’idea di me stessa in un feed di Instagram. Poi mi faccio una passeggiata in
bicicletta e torno normale.” Ecco, uno la immagina così: restare vera significa
anche prendersi i propri spazi, difendere quella parte di sé che trova senso nei
piccoli rituali, nelle playlist raffazzonate, nelle chiacchiere con la mamma via
WhatsApp alle tre di notte.
I SOGNI E LE SFIDE: UNA VISIONE (SEMPRE) MOBILE
Se le chiedi cosa sogna ancora, Joan sorride e cambia posizione: “Non voglio
smettere mai di cercare. Voglio imparare da tutto e da tutti, pure dai flop.” Le
sfide non mancano. Alcuni punti fermi:
* portare la musica italiana fuori, nei circuiti internazionali veri, non solo
nei club degli expat
* esplorare altri linguaggi: cinema, arte visiva, magari una serie tv dove
raccontare storie di confine, che parlino di appartenenza multipla e di
libertà
* combattere (sempre) per una scena musicale più inclusiva, dove le donne che
scrivono e producono siano la regola e non un’eccezione
La visione di Joan, oggi, è liquida e audace. Ogni nuovo disco è la fotografia
di un passaggio, mai la destinazione. “Voglio che la mia musica cambi insieme a
me — e se un giorno mi sveglio e mi viene da cantare solo bosanova, lo farò
senza sensi di colpa.” Ecco il segreto forse: trasformarsi senza mai perdere il
cuore, con quella fame di scoperta che non si può davvero spegnere. Chi ascolta
Joan Thiele oggi lo sa: i suoi sorrisi, i suoi sbagli, il suo modo di
stravolgere le regole, sono la prova che una voce può inventare mondi, e non
solo canzoni.
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* Nome completo: Clara Soccini
* Data di nascita: 25 ottobre 1999
* Luogo di nascita: Travedona-Monate, Lombardia
* Segno zodiacale: Scorpione
* Altezza: (informazione non disponibile pubblicamente)
* Partner: (informazione non disponibile pubblicamente)
* Genitori: cresciuta dalla madre, genitori separati
* Figli: nessuno
* Fratelli/Sorelle: un fratello di nome Filippo
* Instagram: @soccins
RADICI IN UNA PROVINCIA (SOLO APPARENTEMENTE) TRANQUILLA
Travedona-Monate. Solo a pronunciarlo senti già il lago che si sveglia al
mattino, le biciclette dei ragazzini e quell’aria fresca che ti sbatte in faccia
la verità: non è Milano, non è Roma, e forse la ribalta sembra lontanissima. In
questa minuscola costellazione di case e sogni, Clara Soccini cresce – e cresce
in fretta, perché certe situazioni, e certe famiglie, ti insegnano una cosa o
due sulla resilienza già da piccola.
Tra i sentieri sterrati e i corridoi di una casa che, all’improvviso, non ha più
due ma un solo genitore, Clara inizia a vedere il mondo con occhi diversi. La
separazione dei suoi mamma e papà non è solo una linea netta, ma una trama che
si infila ovunque: nei silenzi, nei pranzi più veloci, in quel bisogno di
capire, di proteggere il fratello più piccolo – e, a tratti, anche se stessa.
Spesso si pensa che la provincia sia noiosa; Clara invece la viveva come uno di
quei libri che, sì, magari non c’è l’azione, ma se sfogli bene ti accorgi che ci
sono mondi nascosti ovunque. La curiosità, la sua, parte così: è la miccia che
scatta quando la realtà sembra schiacciare e tu, invece, scegli di guardare più
in là.
UNA FAMIGLIA CHE DIVENTA TRIBÙ (E PALESTRA DI VITA)
Per lei, la madre diventa il punto fermo. Non tanto (o solo) come chi lavora,
s’impegna e si reinventa ogni giorno, ma proprio come esempio silenzioso di
forza, di vulnerabilità accettata. C’è qualcosa di tanto normale, eppure
rivoluzionario, in queste madri che ti insegnano a stare in piedi anche mentre
la tempesta infuria. Con il fratello si crea invece quel legame-salvagente,
fatto di complicità, risate notturne sotto le coperte e promesse sussurrate
quando nessuno sente.
* Clara impara presto a:
* Mettere la musica a tutto volume per scacciare via i pensieri pesanti.
* Scrivere versi su quaderni sgualciti, per mettere in ordine le emozioni.
* Essere attenta ai dettagli, ai vissuti degli altri, perché “tutti combattono
una battaglia che non vedi”.
Sono anni in cui la sensibilità diventa superpotere, mica difetto. Chi non l’ha
vissuto forse sottovaluta cosa significhi crescere “tra gli equilibri instabili”
di una famiglia che cambia: Clara ci si arrampica con le scarpe bucate, ma
sempre col sorriso. E le radici rimangono lì, tra i piatti sporchi, le
chiacchiere in cucina e qualche discussione forte ma vera.
MODEL, STUDENTESSA, AMICA: IDENTITÀ IN MOVIMENTO
L’adolescenza di Clara sembra la bozza di una canzone indie che piano piano
trova l’accordo giusto. A scuola non è la classica “secchiona perfetta”, ma una
che sente i silenzi, assorbe le emozioni degli altri come carta assorbente e
mescola tutto nei suoi pensieri.
* C’è chi la vede come la ragazza “diversa”,
* chi la cerca quando ha bisogno di una parola autentica,
* chi la osserva mentre sogna guardando fuori dalla finestra.
Se la curiosità è il carburante, la sua voglia di ricerca è la bussola. Così,
tra:
* i primi lavori “da grandi” per togliersi piccoli sfizi,
* i viaggi mentali fuori dai confini della provincia (TikTok, YouTube, playlist
fatte a mano),
* le ore passate a parlare con la mamma, a sbrogliare i nodi di anime che si
somigliano
…Clara si costruisce da sé. Senza manuali, spesso improvvisando, quasi sempre
con il coraggio (e la strizza) di non volersi omologare.
VALORI, VISIONI, E LA GENTILEZZA COME ATTO RIVOLUZIONARIO
Se si parla oggi di Gen Z, spesso si pensa a una generazione liquida, confusa.
Clara però ha sangue “di lago”: riflessivo, profondo, ma anche inaspettatamente
deciso quando serve. Dalla sua infanzia e adolescenza tira fuori tre cose che –
oggi, guardandola dal palco o dallo schermo – si sentono tutte:
* Resilienza, quella che ti fa rialzare sette volte su otto.
* Curiosità, nata dai libri, dalle chiacchiere notturne, dagli occhi che
sbirciano di là dal proprio cortile.
* Sensibilità sociale: sapere che il proprio vissuto è unico ma anche simile a
chi ti sta accanto, e che si può cambiare le cose, anche solo con una parola,
con una canzone, o semplicemente non lasciando mai solo un amico.
Nel raccontare Clara Soccini, tutto questo si percepisce come il profumo di un
maglione di lana appena lavato: sa di casa, di coraggio, e di una voglia
incredibile di essere autentici. E la verità, quella vera, è che si può essere
“di provincia” e rivoluzionari insieme. Basta volerlo, e Clara lo dimostra ogni
giorno.
PRIMA PASSERELLA: IL GIOCO DEI RUOLI DAVANTI AGLI OBIETTIVI
Clara a sedici anni – pensateci un attimo – sorride davanti a uno specchio di
camerino milanese mentre le stringono i fianchi in una taglia sample che urla
“moda high fashion”. Milano è una giungla elegante e feroce dove sfilare in
passerella vuol dire, ogni tanto, inciampare nei propri limiti. Eppure, Clara
non era solo una bellezza di passaggio: lei aveva quella cosa lì che non si vede
subito ma si sente, come quando inizia un pezzo e ti prende lo stomaco. In un
mondo di voci che ti dicono come devi essere, impari presto che la vera sfida è
restare fedeli a sé stessi.
Appena entrata nei backstage, Clara ha capito che nel fashion nessuno ti regala
niente. Senti giudizi come sassi lanciati; devi essere scattante, pronta, quasi
camaleontica. Questo, però, le ha costruito addosso una corazza sottile fatta di
autostima vera: “Se mi accetto io, nulla mi può spostare davvero”, avrebbe detto
più tardi nelle sue interviste. E intanto lei giocava con la diversità come
fosse una palette di colori insoliti, osservando con curiosità chiunque perché a
Milano nessuno è uguale all’altro – e questa cosa qui, lo ammette spesso, l’ha
segnata profondamente.
L’ESPLOSIONE CREATIVA: QUANDO LA MUSICA BUSSA
Finire tra le mani dei fotografi significa anche conoscere l’incertezza del
giudizio istantaneo, quella tensione che ti fa chiedere: “Piacerò davvero? Sarò
abbastanza?”. Clara però, invece di spegnersi, ha scelto la via più folle:
scriveva testi nei break tra gli shooting, appuntava frasi random tra le pagine
di un’agenda un po’ rovinata dal fondotinta. Alle modelle che si lamentavano
delle scarpe troppo strette, lei rispondeva con canzoni inventate al volo –
piccole storie pop che già trasudavano ironia e voglia di spaccare i cliché.
La musica, per lei, diventa una seconda pelle, un modo per prendere tutto quel
mondo di silhouette perfette e ribaltarlo: “Ci sarà pure spazio per chi ha una
voce diversa, no?”. Il coraggio arriva così, da dentro e da fuori, come una
pandemia di libertà. Non è stato un salto a occhi chiusi, però: Clara ascoltava
i dischi della mamma, pescava ispirazione da TikTok e memi, mescolava rap
italiano e hit globali. E più ascoltava, più si convinceva che sì, una voce
nuova può fare la differenza anche quando nessuno se lo aspetta.
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PRIME COLLABORAZIONI & SPERIMENTAZIONI: IL SAPORE DELL’INEDITO
Passare dalla moda alla musica è stato come togliersi un tailleur e infilarsi la
felpa preferita: improvvisamente, Clara si sente libera. Le prime demo arrivano
mentre ancora posa in shooting: brevi note vocali sul telefono, giri di basso
gracchianti, testi che parlano di sentimenti veri, dove la perfezione non esiste
e la vulnerabilità è un’arma, mica una sconfitta.
Le sue collaborazioni iniziali sono piccole, ma già si sente il graffio. C’è la
complicità con giovani produttori under 25 conosciuti via Instagram, le sessioni
infinite in camerette piene di led, dove si registra di notte perché di giorno
“abbiamo tutti un lavoro più noioso, tipo prendere caffè e organizzare casting”.
Eccone alcune cose che caratterizzano subito il suo stile che non assomiglia a
nessuno:
* Ritornelli contagiosi, di quelli che restano in testa tipo tormentoni di
TikTok
* Testi schietti e diretti, che non girano mai troppo intorno (se c’è da dire
una cosa scomoda, la dice)
* Beat che mescolano elettronica, pop e accenni urban ma senza mai diventare
una copia-qualsiasi
* Quella vena ironica, tipica delle ragazze che conoscono il sarcasmo come
forma d’arte
I TEMI RICORRENTI: DAL VISSUTO ALLA RIVOLUZIONE SILENZIOSA
La musica di Clara la riconosci subito. C’è un filo rosso che cuce tutti i
pezzi, e sono i temi della libertà, della ricerca di autenticità e
dell’autoironia. Le sue canzoni sono uno spaccato di giovani donne che si
svegliano con mille insicurezze ma trovano sempre il meme giusto per riderci su.
Affronta l’ansia, le relazioni nude e crude, il diritto a scegliere senza
scusarsi. Anzi, ti viene da pensare: “Da quanto mancava una voce così?”.
Nelle sue hit si parla spesso di:
* Non conformarsi, mai.
* Difendere le proprie fragilità senza vergognarsene.
* Festeggiare la diversità, anche quando gli altri non la capiscono.
* Nestare sempre sé stessi, a costo di stonare un po’.
La sensazione, ascoltando Clara dalla prima traccia all’ultima, è che questa
ragazza trasformi ogni esperienza – bella o brutta – in uno slancio creativo. La
moda, invece di limitarla, le ha insegnato ad abitare corpi diversi e ad
ascoltare senza giudizi. E quel viaggio, tra luci da sfilata e microfoni, è
stato il vero big bang della sua voce artistica.
SANREMO E IL BOOM DELLA POPOLARITÀ
Parliamoci chiaro: in Italia non esiste altro palco che abbia il potere di
Sanremo. E quando dici “Clara Soccini a Sanremo”, automaticamente pensi a quella
ragazza che si è fatta spazio tra le icone pop del Festival con l’energia di chi
non chiede il permesso, ma semplicemente arriva e lascia il segno. La sua
vittoria a Sanremo Giovani non è stato solo un momento wow per i fan, ma una
specie di click collettivo. Hai presente quando un pezzo va virale su TikTok da
una settimana all’altra? Ecco, la svolta di Clara è stata così: improvvisa,
fresca, memorabile.
L’emozione della finale, quando è salita su quel palco, la voce che per un
secondo tentenna ma poi esplode calda, come se avesse aspettato proprio quel
microfono per raccontarsi al mondo intero. Non una nota fuori posto, ma – ancora
più forte – nessuna maschera: Clara è rimasta Clara, spontanea, impulsiva, con
lo sguardo che cerca conforto fra le luci e quello sguardo vero. E per il
pubblico giovane questo conta, eccome se conta. Siamo abituati a filtri ovunque
– filtri su Instagram, filtri sulle storie, filtri nei messaggi – e sentire una
voce che filtri non ne vuole è una carezza, a volte quasi una rivoluzione.
La canzone che ha portato a Sanremo, “Diamanti Grezzi”, è uno di quei brani che
ti si infila in testa senza chiedere permesso, con quel ritmo che oscilla tra
malinconia e voglia di riscatto. Il testo parla di inciampi, di imperfezioni da
celebrare come fossero pietre rare, e sembra scritta per chi si è sentita fuori
posto almeno una volta nella vita (spoiler: cioè tutte noi). E mentre lei la
canta, ti sembra quasi di vederle le sue storie passate scorrere dietro le
palpebre – un misto di ansia ed entusiasmo, quelle emozioni prime che fanno
tremare le gambe.
Nell’edizione di Sanremo a cui ha partecipato, l’impatto mediatico è stato
clamoroso. Su Twitter partivano le gif con il suo sorriso irresistibile, su
TikTok i duetti e i lip sync con le sue frasi più iconiche. In pochi giorni è
esplosa una Clara-mania che non era solo hype effimero, ma vera identificazione:
centinaia di ragazze che nelle sue parole trovavano un coraggio familiare, una
nuova maniera di essere libere.
E le aspettative? Mamma mia, altissime. C’è chi, tra una storia e l’altra,
immaginava per lei un percorso fulminante. Ma la cosa più bella? Clara Sanremo
non lo ha vissuto come una gara di popolarità, ma come un palcoscenico dove
portare le sue fragilità e la sua forza. Non andava in cerca di approvazione,
anzi – sembrava quasi volesse dire: “Ragazze, fatevi vedere così come siete.
Rovinati quanto vi pare, ma veri”. E vedere che questa attitudine ha conquistato
pubblico e critica ti fa capire che la chiave del successo, almeno oggi, non è
la perfezione, ma l’autenticità.
C’è qualcosa di incredibilmente simbolico nel successo di Clara, soprattutto in
un festival che, diciamocelo, negli anni non è sempre stato un esempio di
apertura alle donne giovani e fuori dagli schemi. Lei arriva schietta, taglia
corto con i cliché—niente pose artefatte, niente outfit imposti dalla moda del
momento. Sceglie quello che le piace, suona quello che sente davvero. E il fatto
che sia proprio una ragazza così, con questa energia da “amica della porta
accanto”, a spaccare a Sanremo, dice molto anche su come sta cambiando la musica
italiana, soprattutto per quanto riguarda l’universo femminile. È come se Clara
avesse preso a martellate un soffitto di cristallo che tanti ancora vedevano
intatto.
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Se dovessi riassumere in poche cose l’impatto del suo Sanremo, direi:
* Ha portato in televisione un nuovo modo di raccontare le fragilità, senza
paura.
* Ha ispirato tantissime ragazze a buttarsi—che sia per scrivere, cantare o
semplicemente esporsi senza vergogna.
* Ha svecchiato l’immagine dell’artista pop: niente compromessi, solo
personalità e canzoni vere.
* Ha dimostrato che il pubblico giovane non vuole solo contenuti digitali, ma
anche emozioni “live” e sincere.
Certo, dopo il festival nessun giorno è mai uguale all’altro. Interview, dirette
Instagram con decine di migliaia di follower, meme, reaction. Tutto corre
veloce, ma Clara resta salda, con quell’aria da ragazza che, anche vestita di
lustrini, resterebbe volentieri a mangiare la pizza con le amiche. Forse è
proprio questa normalità a farla brillare così. E il successo non le scivola via
addosso: lo indossa senza paura, come si fa con una felpa preferita che profuma
di casa e di sogni nuovi.
UN SET CHE SEMBRA UNA SECONDA CASA
Entrare nel mondo di “Mare Fuori” per Clara Soccini è stato come tuffarsi in un
mare aperto – sì, incerto, movimentato, ma anche pieno di vita e possibilità che
non ti aspetti. Quando l’hanno scelta per il ruolo di Crazy J, lei ancora non
immaginava che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno. Il set: un
microcosmo di ragazzi, ognuno con la propria storia da portare davanti alla
macchina da presa, ma anche, tra una pausa e l’altra, fuori copione. Clara
subito si è sentita a casa, anche grazie al clima quasi “da gita scolastica”,
con battute, risate e, diciamolo, qualche momento di ansia prima di una scena
difficile.
Il bello è stato proprio questo: nessuno lì voleva solo “recitare”, ma ognuno si
metteva in gioco sul serio. Crazy J (Giulia) è un personaggio che “spacca” (non
c’è altro termine): sfrontata, ribelle, a tratti tenerissima. Interpretarla
voleva dire navigare in un’onda emotiva continua. “All’inizio avevo paura di
perdere il controllo,” racconta spesso Clara, “ma poi mi sono lasciata andare –
e credo che quella versione un po’ fuori rotta di me mi abbia pure insegnato
qualcosa”.
DALLA MUSICA ALLA RECITAZIONE, E RITORNO
Non è un caso che Giulia sia anche una rapper. Se ci pensate, c’è un
parallelismo pazzesco tra le rime che Clara scrive sul suo blocco note e quelle
che invece si trova a portare in scena, “indossando” Crazy J. Recitare non è
stato solo un modo per cambiare prospettiva, ma anche per amplificare la propria
voce artistica, trovare nuovi suoni interiori.
Clara dice di aver scoperto lati di sé che non sospettava.
Eccone alcuni:
* La vulnerabilità non è debolezza – anzi, spesso magnetizza chi ti guarda,
perché è autentica.
* Ballare tra le emozioni forti del set e quelle intime della scrittura dà una
forza incredibile, è come un doppio allenamento.
* Le parole non sono mai solo parole: quando diventano azione, cambiano tutto.
Questa contaminazione tra musica e cinema ha creato un’alchimia unica. Giulia
sarebbe stata diversa senza la sensibilità musicale di Clara? Probabilmente sì.
E la musica stessa, per Clara, ha ora più profondità proprio grazie a tutto
quello che ha vissuto sul set.
ENERGIA, BATTICUORE E LACRIME DIETRO LE QUINTE
C’è un retroscena che fa sempre sorridere chi la conosce: i primi giorni di
riprese, Clara – che non si considera una “veterana” del set – tremava come una
foglia dopo ogni ciak. Ma a un certo punto, tra una chiacchiera con Massimiliano
Caiazzo e un abbraccio alle colleghe attrici, quella tensione si è trasformata
in carica pura. Fare scena con pezzi di dialogo forti, storie vere come pugni
nello stomaco, e poi ridere tutti in camerino, magari pure stonando con la
chitarra, ti sblocca letteralmente.
Un elenco di situazioni assurde vissute in quei mesi?
* Standby eterni prima di una scena madre poi finita in 30 secondi netti.
* Pranzi improvvisati sul pavimento del backstage – rigorosamente con meme e
battute trash di sottofondo.
* Momenti di confronto durissimi ma sinceri, da cui sono nate amicizie che oggi
per Clara sono famiglia.
E poi gli abbracci pieni, quelli che stringi e quasi ti spezzano, perché c’è
fatica, orgoglio, ma anche la consapevolezza che stanno tutti facendo qualcosa
di importantissimo.
L’ABBRACCIO TRAVOLGENTE DEL PUBBLICO
Non si può ignorare il calore dei fan. Quando la prima scena di Crazy J è andata
in onda, Instagram di Clara si è riempito di messaggi – meme divertenti, Tiktok
remixati con le sue battute, storie di ragazze che si sono finalmente sentite
viste. Per tante, Giulia è diventata un simbolo: della voglia di spezzare
catene, della libertà di emozionarsi senza filtri.
Una sera, un gruppo di fan le ha scritto: “Hai dato voce a chi si sente sempre
fuori posto, come noi”. È lì che Clara ha capito quanto la potenza di un
personaggio vada oltre il copione, diventando energia collettiva. Una specie di
rito condiviso, dove quello che porti in scena aiuta chi ti segue a sentirsi
meno solo.
La cosa pazzesca? Clara dice che sono proprio questi feedback a cambiare il suo
modo di essere artista: ogni messaggio, ogni fan, aggiunge un tassello al suo
percorso, soprattutto nella scrittura delle sue canzoni.
UN’ESPERIENZA CHE SEGNA (E INSEGNA)
In definitiva, il viaggio di Clara tra schermo e palco non è mai lineare: è come
una playlist in shuffle, dove ogni brano aggiunge una sfumatura nuova. La
recitazione le ha insegnato a non avere paura di mostrarsi imperfetta, a vedere
il valore nei dettagli, nei momenti fragili.
E poi – e forse non tutti lo sanno – anche quando le luci si spengono e si torna
a casa, l’eco di quelle emozioni resta, e ogni giorno è un po’ più ricco, vero,
autentico. Proprio quello che, tra musica e fiction, Clara Soccini oggi
rappresenta.
FAMIGLIA, AMICIZIE E RADICI EMOZIONATE
Clara Soccini in pubblico appare forte, scintillante, con quell’energia
contagiosa che trasmette anche a chi la osserva solamente tramite uno schermo.
Ma basta scavare appena sotto la superficie per trovare qualcosa di molto più
intimo: legami veri, valori radicati e quella malinconia dolce che si sente
nelle sue canzoni, in cui la voce trema, a tratti, come se si emozionasse
davvero mentre canta. Questo attaccamento alla famiglia non è solo una questione
“privata”: Clara lo porta anche nei suoi progetti, nelle scelte artistiche.
Parla spesso di sua mamma come della sua prima grande fan – e non c’è diretta
Instagram in cui non scappi almeno un cenno alle sorelle o agli amici storici,
tipo quelli di scuola, quelli che la conoscevano “prima di tutto questo”, come
dice lei.
Parlarle di amore, di amicizia, la smuove davvero: nei suoi racconti usano
spesso verbi forti, tipo “fidarsi”, “proteggere”, “lasciare andare”. Anche in
questi aspetti, non cede mai alle maschere. È facile non accorgersene, ma questa
sincerità la distingue in un mondo dove la facciata rischia di sostituire la
sostanza. Clara mantiene un rispetto quasi religioso per la verità dei rapporti,
anche quando significa ammettere i propri errori o rivelare fragilità scomode.
LIBERTÀ DI ESSERE E PENSIERO LIBERO
Uno dei temi che Clara sente più vicini è la libertà di espressione. La difende
a spada tratta, anche quando sembrerebbe più comodo tacere o “andare d’accordo
con tutti”. Nei suoi pezzi, nei post e perfino nelle interviste mette in chiaro
che la questione non è solo “dirsi liberi”, ma praticarla questa benedetta
libertà, giorno per giorno. Schierarsi, esprimersi anche quando si rischia di
non piacere a tutti.
* Si è vista spesso rispondere ai commenti pesanti con l’ironia.
* Ha partecipato a eventi dove l’argomento era il diritto di essere se stessi,
senza filtri e senza paura.
* In tende e backstage, non ha problemi a discutere – anche animatamente – di
libertà di genere, di pregiudizi, di ruoli imposti.
Dietro questa facciata c’è però anche una certa stanchezza verso chi confonde la
sicurezza con l’arroganza. Clara lo dice proprio così: “Non sopporto chi urla
forte solo per paura di ascoltarsi davvero”. Una frase che, detta da lei, suona
più come uno sprone che come una critica.
EMPOWERMENT FEMMINILE: UN’ENERGIA CHE SI SENTE
Il femminismo di Clara è viscerale, concreto, mai scontato né urlato a vuoto.
*Non ci sono slogan patinati, ma una serie di piccoli gesti quotidiani che
valgono molto di più.* Dal modo in cui risponde alle critiche – “non intendo
cambiare solo per piacere a qualcuno” –, alla naturalezza con cui cerca di dare
spazio a ragazze altrettanto coraggiose, che magari hanno solo bisogno di una
piccola spinta o di vedere che non sono sole.
Lei stessa racconta di aver passato periodi complicati: sentirsi fuori posto,
poco compresa, perfino presa in giro per la voce o per il modo di vestire. “Se
non mi fossi difesa da sola, chi lo avrebbe fatto?”, chiede talvolta ai
microfoni. Poi però condivide questi aneddoti sperando di trasmettere fiducia a
chi la segue, specialmente alle più giovani.
Tre cose che ripete quasi come un mantra e che hanno ispirato molte delle sue
follower:
* Prenditi seriamente solo quando serve, scherza su tutto il resto.
* Scegli chi ti fa sentire a tuo agio, non chi va di moda.
* La fragilità non è un difetto, è solo un modo diverso di essere forti.
IMPEGNO PER I DIRITTI CIVILI E RISPETTO PER L’ALTRO
Negli ultimi mesi, Clara si è distinta anche per la sua attenzione ai diritti
civili: dalle campagne contro le discriminazioni, alle raccolte fondi per centri
antiviolenza, fino al semplice – ma non banale – uso dei pronomi corretti
durante le interviste. Scrivere i testi delle sue canzoni non le basta: cerca di
creare dialogo, di attivarsi dal vivo, di rispondere, spiegare, ascoltare. Ha
detto in più di un’occasione che il suo obiettivo non è salire sul piedistallo,
piuttosto “mettersi anche in ascolto, imparare qualcosa di nuovo ogni giorno”.
Viene quasi da pensare che, se non fosse diventata artista, avrebbe trovato
comunque il modo di parlare al suo pubblico, magari attraverso qualche altra
forma di attivismo. E invece ha scelto la musica perché, come dice lei, “è la
forma più vera e di pancia per arrivare dove la testa non basta”.
Clara, tra sorrisi e battute, si muove quindi sul confine sottile tra la voglia
di cambiare il mondo e l’attenzione spontanea alle storie degli altri. Questo
mix di energia, coraggio e delicatezza è la chiave della sua autenticità: Clara
non si limita a dire cosa pensa, lo vive e lo fa vivere anche a chi la ascolta.
UN DOMANI CHE NON FA PAURA: LA VISIONE DI CLARA
La cosa incredibile di Clara Soccini è che mentre stai ancora pensando alla sua
ultima canzone, lei sta già progettando qualcosa di nuovo. E non è solo
questione di musica: è come abbia sempre uno sguardo rivolto al futuro, pieno di
mille idee che scorrono veloci nella testa. Ok, d’accordo, detta così sembra un
cliché – la tipica artista “che non si ferma mai”, ma basta guardarne le stories
per capire che questa ragazza sembra proprio non fermarsi davvero. E viene quasi
voglia di starle dietro, anche solo per rubare un po’ della sua grinta.
Sognare, ma col cuore acceso, radicato nella realtà. Clara ha dichiarato in
diverse interviste che sta lavorando non solo a nuovi brani ma anche a progetti
legati al cinema (ci state? Proviamo a immaginare: una serie in cui scrive la
colonna sonora e interpreta la protagonista? Sembra una roba alla “Euphoria” ma
con un clima tutto italiano). Non nega di voler osare: contaminare i generi,
mischiare arte, suoni, emozioni. C’è chi la vorrebbe “dentro una scatola”,
definirla come cantante pop, o attrice emergente, ma Clara preferisce restare
liquida, pronta a ridefinirsi quando serve. Del resto, il futuro non lo vuole
scritto a matita, ma a colori fortissimi.
ATTIVISMO, MUSICA E CINEMA: UN MIX CHE FA BENE ALL’ANIMA
Quello che può sembrare un miscuglio caotico – oggi una canzone, domani un film,
dopodomani una campagna per una ONG – in realtà ha un filo logico. Clara non fa
solo “le cose che vanno di moda” (e si vede), ma si porta dietro un’urgenza di
raccontare quel che sente. Per lei, ogni progetto diventa un’occasione di farsi
ambasciatrice di istanze che la toccano da vicino: dalla giustizia sociale
all’ecologia, ma in modo pratico e tangibile.
Per esempio:
* Nei set musicali, pretende plastica zero e valorizza madrepore sconosciute,
scovando giovani talenti femminili tra la crew.
* Nelle dirette promuove l’autenticità (il vero “filtro Instagram” è quello che
ti fa sentire bene nella tua pelle, no?).
* Nel partecipare a iniziative benefiche, ci mette la faccia senza retorica:
una foto, una chitarra, un appello concreto.
Insomma, Clara sogna “ad occhi aperti”, ma i piedi li tiene ben saldi sul
pavimento. È una di quelle per cui la carriera non è “scappare”, ma inventarsi
uno spazio dove esprimersi, con tutti i rischi e la fatica che comporta.
MODELLI CHE FANNO LA DIFFERENZA – PERCHÉ CI SERVE UNA CLARA?
Quante volte, crescendo, ci hanno detto che bisognava essere o troppo brave o
troppo carine o troppo silenziose? Clara, invece, preferisce una strada con i
gradini sghembi: le sue canzoni sono spesso una mano tesa verso chi si sente in
bilico. Esserci, con le fragilità e tutto, è il messaggio che passa. Perché di
modelli reali c’è un bisogno pazzesco: non quelli perfetti, ma quelli che ogni
tanto ci cascano pure loro, che hanno imparato a riderci su e poi a rialzarsi.
Secondo me, il vero “esempio” che lascia Clara alle ragazze italiane è tutto
qui:
* Puoi desiderare dieci cose diverse, e nessuna sarà “sbagliata”.
* Puoi cambiare idea, abiti, sogni e anche taglio di capelli – e va benissimo
così.
* Basta essere sempre sincere con se stesse, anche se la voce trema un po’.
Ci sarebbe da copiarla, la sua ostinazione a non arrendersi al pregiudizio, e la
cosa bellissima è che per farlo non serve una platea, ma solo quella mezza
rivoluzione silenziosa che inizia nello sguardo, davanti allo specchio.
UN INVITO CHE ACCENDE IL CORAGGIO
In fondo, Clara non lancia manifesti: ti fa venire voglia di credere nelle tue
idee perché lei per prima ci crede. Se qualcosa ti fa vibrare il cuore, se un
sogno sembra troppo grande, prova a non lasciarlo incartare nei “non ce la
farai”. Tra successi imprevisti, passi falsi (che fanno curriculum, altroché!) e
nuove avventure, Clara ci dimostra che si può essere giovani, irriducibili e
vere, tutto insieme.
Ecco, se la vedi in tv o la ascolti mentre si diverte a storpiare un pezzo
famoso su TikTok, prendilo come un promemoria: la parte migliore di noi è quella
che osa, che non finge, che scivola ma ride. E che, alla fine, trasforma ogni
piccola fragilità in una forza da esibire – come un accessorio vintage trovato
per caso, che invece di coprirti ti esalta.
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della Generazione Z appeared first on The Wom.
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* Nome completo: Amala Ratna Zandile Dlamini
* Data di nascita: 21 ottobre 1995
* Luogo di nascita: Tarzana, Los Angeles, California, USA
* Segno zodiacale: Bilancia
* Altezza: circa 1,65 m
* Partner: Notizie di relazioni passate, tra cui Johnny Utah e Bree Runway, ma
attualmente single e molto riservata sulla vita privata
* Genitori: Deborah Sawyer (designer grafico americana di origini ebraiche) e
Dumisani Dlamini (attore sudafricano di origini zulu)
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Un fratello
* Instagram: @dojacat
DALLE RADICI A LOS ANGELES AL SUCCESSO INTERNAZIONALE
Quando penso al percorso di Doja Cat mi viene subito in mente quell’immagine di
bambina ribelle e sognatrice che si muove tra i colori sgargianti di Los Angeles
e l’energia schietta di New York – come se nella sua infanzia si fossero
mescolati i glitter della West Coast col ritmo accelerato della East. Doja Cat,
o meglio Amala Ratna Zandile Dlamin, nasce proprio così: con i piedi ben
piantati su due mondi e la testa già tra le stelle. E credimi, la sua storia è
tutto fuorché ordinaria.
Amala cresce in una famiglia in cui il concetto di multiculturalità non è solo
una parola sui libri, ma una faccenda quotidiana. Sua madre, Deborah Sawyer,
artista visiva ebrea-americana dai capelli rosso fuoco e dalle idee stravaganti
tipo mostrare alla figlia frammenti di arte e cultura mentre le prepara la
colazione. Poi c’è il padre, Dumisani Dlamini, musicista e attore sudafricano,
che porta con sé la forza ruvida dell’Africa e il calore della tradizione. Il
twist? Loro due, insieme, sono una miscela esplosiva dove cultura pop-art,
radici africane, spiritualità e libertà creativa si danno il cinque ogni giorno.
C’è un piccolo dettaglio che a molte sfugge (e qui entriamo in zona curiosità da
raccontare tra amiche davanti a una pizza): per alcuni anni Doja Cat vive con la
nonna materna in un ashram fuori Los Angeles. Ashram, sì: pensa a una comunità
spirituale, vestiti comodi, lezioni di yoga e niente tecnologia, ma tanta
meditazione. Un universo a parte, in cui la piccola Amala scopre la spiritualità
come forma di autoconoscenza – e forse anche quel pizzico di ironia che mai l’ha
abbandonata. Crescere così, immersa in mondi anche molto diversi tra loro, le dà
la capacità di saltare da una cosa all’altra con una facilità che ha quasi del
magico.
Tutto questo si riflette nei suoi primi approcci all’arte e alla musica, che
arrivano letteralmente in punta di piedi e poi con una potenza inattesa. In casa
Sawyer la creatività era praticamente nell’aria, un po’ come i glitter dopo una
festa ben riuscita. La madre dipingeva, lui ascoltava beat africani, lei invece
danzava davanti allo specchio o inventava melodie improvvisate mentre sistemava
i Lego. E qui la musica non era solo una cosa da adulti: era la colonna sonora
di ogni giorno.
Essere una bimba vivace, con la passione per il ballo hip hop delle crew di
Venice Beach, le lezioni di breakdance (ci scommetto, le sue prime mosse provate
davanti allo specchio di casa), il debutto tra i talenti locali di Los Angeles
nelle jam session – tutto questo era, per Doja, molto più di uno svago. Era un
modo per affermare sé stessa in un mondo che spesso fatica a dare spazio alle
ragazze così fuori dagli schemi.
* Radici africane e cultura ebraica fuse in una sola persona
* Mamma artista e papà musicista e attore sudafricano, mai una routine scontata
* Vita nell’ashram, abitudini zen e spiritualità new age: meditazione prima dei
compiti!
* Prime jam session tra amici e coreografie “rubate” alle crew locali, con una
sicurezza già da boss
Mi fa sempre sorridere pensare a quante piccole cose, apparentemente
trascurabili, abbiano gettato le basi per la donna fortissima – e a modo suo,
anche consapevolmente “strana” – che Doja Cat è diventata. Crescere tra pop e
spiritualità, tra lezioni di arte e sessioni di danza sotto il sole
californiano, le ha dato la capacità di disegnare un “universo personale” che
nessun’altra popstar oggi può davvero copiare. Forse è anche per questo che,
appena la ascolti o la guardi ballare su TikTok, capisci subito che dietro ogni
suo successo internazionale c’è una storia vera. E, cavolo, quanto conta la
differenza.
LEGGI ANCHE: Lo sapevi che Doja Cat ha iniziato a produrre musica in camera sua
(e con Garage Band)
L’ESPLOSIONE ONLINE E L’IRONIA CHE HA CONQUISTATO LA GEN Z
Prima che il mondo la conoscesse come regina pop-rap, Doja Cat ha imparato a
farsi spazio tra le onde rumorose di SoundCloud. Sembra incredibile pensare che
tutto sia iniziato in una cameretta, con un computer mezzo scassato, cuffiette
vintage e la voglia di urlare al mondo la sua unicità. Se ci pensate, non c’era
niente di “classico” nel suo modo di proporsi: niente filtri levigati né
strategie da popstar costruita a tavolino, solo tanta ironia, lati assurdi messi
in mostra senza vergogna e uno stile impossibile da etichettare.
Il vero big bang? Ovviamente il fenomeno virale di “Mooo!”. Un video bizzarro e
irresistibile, caricato un giorno quasi per scherzo su YouTube, che ha innescato
una catena di meme, reaction e duetti su TikTok. In poche ore, Doja Cat è
passata da cantante indie con una fanbase di nicchia a regina delle timeline,
capace di smuovere trend con la stessa naturalezza con cui si indossa una
parrucca a macchie di mucca. Dietro quella hit giocosa (lei stessa l’ha definita
una “canzone meme”) si nasconde una consapevolezza furba: Doja ha sempre saputo
giocare con l’autoironia, ribaltando le aspettative e ridefinendo il confine tra
talento e trash.
Tra SoundCloud, Twitter, TikTok e Instagram, la sua presenza social è diventata
una masterclass di comunicazione digitale. Mentre molti puntano a sembrare
sempre perfetti online, lei fa saltare il banco: a volte si mostra spettinata,
con filtri buffi o pronta a trollare i fan. Un approccio che parla dritto alla
Gen Z, sempre affamata di autenticità e meme, sempre pronta a “stannarla” e a
farla protagonista di remix, reaction video, fan art.
Ci sono addirittura thread lunghissimi su Reddit dedicati a *tutte* le sue crisi
di risate durante le live, ai vestiti più improbabili o alle improvvisate con i
fan. Come quando, in piena notte, ha risposto con voce roca a un random che le
chiedeva se davvero mangiasse cereali col succo d’arancia. La sua risposta? “Sì,
e mi sento benissimo, provaci anche tu.” Ed è subito trend. Queste
“sregolatezze” la rendono umana, accessibile, mai distante.
* Alcune delle sue strategie social vincenti:
* Generare meme su se stessa per evitare che altri la prendano troppo sul serio
(e poi la deridano davvero).
* Rispondere ai commenti con umorismo tagliente ma affettuoso.
* Condividere momenti imperfetti, tipo make-up mezzo disfatto o piatti cucinati
male.
* Scrollare TikTok e duettare a sorpresa con piccole creator emergenti,
segnalandole nel suo feed.
* Raccontare aneddoti random in diretta, tipo la volta in cui il suo gatto si è
mangiato una delle sue ciglia finte preferite (epico).
Proprio questo mix di irriverenza, sincerità spudorata e cultura meme ha creato
una connessione tutta nuova: il rapporto con le fan non è “teatrale”, ma una
vera e propria chat tra amiche. I “kittenz” (il suo fandom) non la idolatrano
come una divinità inarrivabile, piuttosto la vedono come una compagna di sbronze
digitali e confessioni notturne, capace di parlare di trucco, relazioni o
momenti “cringe” con la stessa naturalezza.
Ma, sotto la superficie appariscente e scanzonata, c’è una libertà creativa rara
nel pop di oggi. Doja Cat usa i social non solo per esibirsi o promuoversi, ma
per autoaffermarsi, sperimentare, cambiare idea, addirittura litigare con se
stessa e con i fan. Ogni commento è una tela bianca, ogni live uno spazio per
mettersi a nudo o reinventarsi, senza paura del giudizio. In un panorama di star
tutte uguali, lei è quella che ride, cambia look ogni due settimane, si fa beffe
di sé stessa e trasforma ogni debolezza in meme-gloria.
La sua genialità sta proprio qui: far ridere abbattendo le maschere, un racconto
collettivo dove chiunque può sentirsi parte del gioco, senza cliché né barriere.
Una rivoluzione social che ha riscritto le regole per tutte le aspiranti popstar
post-Instagram.
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HOT PINK: L’ESPLOSIONE DEI COLORI E DEI SUONI
Quando si parla di Doja Cat che sboccia come popstar globale, viene subito in
mente quell’ondata fucsia, dolce e acidula insieme, chiamata *Hot Pink*.
Quest’album, pubblicato nel 2019, è molto più di una raccolta di hit: è una
dichiarazione, una palette di personalità che spaziano dal pop all’R&B, passando
per rap e un filo di funk. Pensa a “Say So”: impossibile aver navigato online
negli ultimi anni senza esserti imbattuta anche solo una volta in quell’inciso
luccicante, reso ancora più virale da TikTok (giuro, pure chi non sa ballare ha
ceduto alla tentazione).
Hot Pink non è solo “Say So” però. È “Juicy”, è “Like That”, è il coraggio di
mostrare tutte le proprie “sfumature”. Doja Cat sorprende perché ogni pezzo
cambia pelle: uno zuccherino al gusto vintage, uno sfottò ironico, una
dichiarazione di indipendenza. L’immaginario visivo? Letteralmente pop: latex,
animazioni che sembrano uscite da un cartoon iper-glam e mille riferimenti ai
trend della cultura digitale.
* Dettaglio che adoro: Doja Cat disegna la copertina di “Hot Pink” a mano
insieme al suo team creativo.
* Nel video di “Say So”, quei look da disco-queen anni ’70 sono da copiare
tutte le sere prima di uscire (o anche solo per ballare in salotto, chi ha
detto che non vale?).
* Fino a “Streets”, che diventa meme e challenge a sé su TikTok: la viralità
ormai non è una sorpresa, è il suo habitat naturale.
PLANET HER: IL BALZO NELL’UNIVERSO POP-RAP
“*Planet Her*” (2021) è un vero viaggio interplanetario, non solo musicale. Qui
si vede Doja Cat che sperimenta senza paura: una che indossa mille identità come
fossero vestiti diversi nello stesso armadio (e a noi non dispiace affatto,
anzi!). Il disco si popola di collaborazioni assolutamente da urlo:
* Con SZA in “Kiss Me More” crea una hit da cantare sotto la doccia, in
macchina, ovunque.
* Ariana Grande la accompagna in “I Don’t Do Drugs”, dove pop e sensualità si
mixano che è una meraviglia.
* Eve, The Weeknd, Young Thug… ogni feat è una parte di un universo in continua
espansione.
Ciò che colpisce è la capacità di Doja Cat di mischiare i generi come preparasse
una pozione magica: c’è la cassa dritta della dance, il flow rapper da swag
purissimo e melodie ipnotiche. Ogni traccia è un cambio di stato d’animo, uno
switch intelligente tra party e confessione, tra autoironia e sensualità
sfacciata.
* Nel video di “Woman”, Doja Cat diventa una regina futuristica. Ho ancora in
mente i bodypaint e le coreografie tribali: sembra una dea cyber-amazzonica,
non penso di esagerare.
* Il modo in cui usa la voce – cantando e rappando, a volte stravolgendo la
pronuncia – è il suo vero superpotere: una camaleontica, insomma, e le sta
bene così.
MUSICA COME IDENTITÀ, CORAGGIO E RIBELLIONE
In ogni tappa Doja Cat trasforma la *musica in un portale per esprimere sé
stessa*: non si limita mai a seguire regole, spesso le infrange e ci ride pure
sopra. Prendi le sue scelte artistiche: cambiare look tra un giro di promo e
l’altro (ricordi quando si è rasata i capelli, mandando in tilt i fan?),
spingersi in video che sembrano film sci-fi con twist femminista, scegliere
testi che oscillano tra empowerment e parodia.
* Le collaborazioni sono sempre dialoghi, mai pose di circostanza. La sua
attitudine? Fare troupe, non solo feat: si diverte, spiazza, coinvolge.
* Sui social è schietta, condivide errori, sbaglia e ri-prova. E questa
vulnerabilità, questa libertà—eh, forse è la sua arma segreta.
Doja Cat si è ritagliata uno spazio dove la musica diventa uno specchio di
valori e ribellione: non si piega mai troppo alle aspettative e, anzi, ogni
provocazione – dai look ai testi – vibra di consapevolezza, anche quando sembra
una provocazione fine a sé stessa. E magari è proprio quel mix di talento,
audacia e ironia a renderla una delle poche star moderne che, disco dopo disco,
lascia l’impressione di poter davvero cambiare le regole del gioco.
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TRA CUORI, LIKES E “BESTIE”: L’ALTALENA DELLE RELAZIONI DI DOJA CAT
C’è qualcosa di magnetico quando Doja Cat parla (o, ancora di più, non parla)
della sua sfera privata. Le sue storie d’amore e di amicizia sono sempre rimaste
in una zona di confine, tra post social cancellati in fretta e indizi
disseminati tra interviste, meme e canzoni. Un po’ come quella chat con Noah
Schnapp (sì, proprio il ragazzino di Stranger Things!) finita ovunque su TikTok:
un momento che ha mostrato quanto l’universo delle relazioni, per lei, sia una
miscela di ironia, sincerità e caos perfettamente calibrato. Da un lato, c’è la
*diva pop da milioni di follower* che scherza su Twitter e lancia battute sulle
sue cotte. Dall’altro, la ragazza che difende al massimo la propria privacy e si
tiene stretta la parte fragile di sé lontana dai riflettori.
La sua relazione con il rapper britannico JAWNY, per esempio, è stata al centro
del gossip solo per un attimo: picchi di tenerezza su Instagram, qualche foto, e
poi… puff, spariti quasi entrambi dai feed l’uno dell’altra. E quando i media
hanno provato a scavare, Doja ha risposto a modo suo: con silenzi ostinati,
battute surreali, qualche emoji. La scelta di non condividere tutto diventa una
dichiarazione di forza, in un’epoca in cui le storie d’amore sembrano esistere
solo per essere scrollate e commentate.
AMICIZIE NELL’ERA DEI FILTRI: CHI C’È DAVVERO?
Nel mondo iper-connesso dello showbiz, i “friend goals” spuntano come funghi. Ma
quante sono davvero autentiche? Doja Cat sembra aver sviluppato un radar
speciale per distinguere tra amicizie vere e relazioni di facciata, quelle da
selfie e cuore rosso. Il suo gruppo ristretto di amici la segue in tour,
backstage, party e giornate di pigiama, chattando come qualunque gruppo di
ventenni normali, lontano dagli occhi del pubblico. Si dice sia tra le poche
popstar a rispondere ai messaggi vocali degli amici a qualsiasi ora, anche se,
tipo, sta scegliendo gli outfit per il Met Gala.
– * Le serate karaoke con Lil Nas X, che sono diventate meme virali
– * I DM scambiati con Normani e SZA tra confessioni imbarazzanti e consigli “da
sorelle”
– * I confronti sinceri con il team creativo, niente filtri ma rispetto e
qualche sporadico litigio, come accade nelle amicizie vere
La sua regola? “Meglio pochi ma veri”. In un circo mediatico in cui le
“colleghe” sono spesso anche competitor, Doja coltiva l’ironia, supporta gli
altri talenti senza giocare a chi-ce-l’ha-più-bella (la hit, la foto,
l’ingaggio). E quando un rapporto finisce o cade nella tossicità, lei… taglia
corto, letteralmente blocca e avanti.
PRESSIONE, SOLITUDINE, E LA FATICA DI ESSERE SEMPRE “ON”
Più montano i followers e la fama, più diventa difficile capire chi c’è davvero
e chi cerca solo un pezzetto di visibilità. Doja Cat racconta spesso di sentirsi
spaesata, quasi sballottata tra abbracci e pugnalate alle spalle, come in un
reality dove la nomination è dietro l’angolo. Non è poi così semplice restare
fedeli a se stesse, quando tutti si aspettano la versione perfetta, patinata,
virale di te.
– * Paura di restare soli, anche con milioni di cuori virtuali sotto le foto
– * La pressione di essere “la ragazza più cool della stanza” anche quando
vorresti solo stare in pigiama a guardare anime
– * Momenti di crisi e ansia che racconta a modo suo, con meme, autoironia e
quella risata sguaiata che è diventata un po’ il suo superpotere
È un equilibrio fragile, sempre in bilico tra il bisogno di autenticità e
l’urgenza di proteggere la propria salute mentale. Per chi la segue, il
messaggio tra le righe è chiaro: meglio essere un po’ goffe, “strane” e
selettive nelle relazioni, che schiacciate dal peso di connessioni solo
apparenti. E tu, quanto valore dai alle tue vere “bestie”, nella giungla dei
like?
VALORI DICHIARATI E VISSUTI SULLA PELLE
Doja Cat non si limita a sventolare i propri valori, li indossa come una felpa
fluo e taglia i cliché a colpi di ironia. La sua autenticità non è solo una
parola da bio Instagram: la vedi in ogni intervista, in quelle storie su TikTok
dove ride di sé, e nei post in cui gioca con i filtri ma non con la maschera.
Forse la qualità che la rende così magnetica è proprio questa: non ha paura di
mostrarsi come è, con le sue contraddizioni e i suoi slanci spiazzanti. In un
mondo che ti chiede sempre più spesso di adattarti, lei fa schifo alle regole.
Questa autoironia feroce è il suo scudo migliore. Prendiamo la famosa diretta in
cui, davanti a una critica insensata su Twitter, ha risposto cantando una
canzone assurda su… i piedi! Sì, i piedi. Ha fatto di un momento imbarazzante
qualcosa di virale, lasciando a bocca a perplessa la metà di Internet, all’altra
metà la voglia di seguirla proprio per quella sincerità scanzonata, senza filtri
né sovrastrutture come qualcuno che parla con l’amica al bar dopo una giornata
di lavoro.
INDIPENDENZA E LIBERTÀ: PAROLE-CHIAVE DELLA SUA GALASSIA
Non esiste “Doja Cat” senza indipendenza e senza una libertà d’espressione che
spacca davvero. La sua musica rompe i confini: trap e pop si fondono, i testi
mischiano ironia, sensualità e un’onestà nei riferimenti che tante altre
eviterebbero come la zona spoiler su una nuova serie Netflix. Ma anche fuori dal
palco, Doja batte la strada della libertà. L’ha detto molte volte: non sopporta
chi la mette in una scatola, che sia per il passato, per il colore della pelle o
per la sua visione delle cose. Il suo armadio – così pazzo e multiforme che ogni
stylist vorrebbe almeno un minuto dentro – è una dichiarazione di guerra allo
stile “giusto” imposto da altri.
Tre sue regole non scritte che dovremmo ricordarci un po’ tutte:
* Se non ti rappresenta, non farlo.
* Se ti fa ridere, condividilo: la risata è salvezza.
* Se ti obbligano a scegliere, cambia le regole, non te stessa.
ATTIVISMO SINCERO TRA SOCIAL E REALTÀ
Ironica sì, ma sotto c’è la sostanza. Il suo attivismo digitale non è mai
scontato: Doja Cat ha scelto la sua enorme visibilità per lanciare messaggi
diretti sull’inclusività e sull’empowerment, specie femminile. Ha preso
posizione contro il body shaming ogni volta che qualcuno ha provato a criticarla
per il suo aspetto: la risposta? Una foto in bikini, magari con una posa buffa,
e uno “so che mi guardate, guardate bene”. Non quella rabbia da meme, ma una
risata che smonta ogni hater, che sembra dire: “Trova qualcosa di meglio da fare
col tuo tempo!”
L’empowerment per lei è anche portare avanti battaglie sulle origini miste e la
narrazione del proprio corpo. Più di un’intervista ha sottolineato quanto le
storie delle donne nere e delle donne bianche come lei – figlia di due culture
diverse, figliata da un melting pot unico – meritino voce, spazio, complessità,
e quanto sia stanca di chi cerca soluzioni facili a questioni complesse come
razza, genere e rappresentazione.
SIMBOLO DELLA GENERAZIONE SENZA PAURA
In definitiva, Doja Cat è diventata il manifesto vivente di quella generazione –
la nostra – che non vuole più mimetizzarsi. Il suo modo di stare sui social, di
parlare (a volte anche troppo, direbbe la nonna!), di rispondere alle critiche,
rivela un mix di vulnerabilità e forza capace di smuovere una palude di
pregiudizi. Ecco perché anche nei rari momenti in cui cade nell’occhio del
ciclone social, lei resta in piedi, sempre con quell’aria da “ci riprovo, ma
stavolta decido io le regole del gioco”. Ed è proprio tutto questo, se ci fai
caso, a farci sentire così dannatamente rappresentate.
GENIO CREATIVO ALLO STATO PURO: DOJA CAT FUORI DAGLI SCHEMI
La creatività di Doja Cat è una di quelle che ti spiazza, tipo quando sfreccia
tra un sound funk e una base trap come se cambiare pelle fosse la cosa più
naturale del mondo. Se ascolti “Say So” e poi passi a “Demons”, hai
l’impressione di trovarli in playlist di artisti diversi, eppure sono sempre
lei: Doja Cat, camaleontica e imprevedibile come una serie TV che ogni stagione
cambia completamente trama. Non è un caso che i suoi videoclip sembrino spesso
uscite da universi paralleli tra cartoni animati, citazionismo anni Novanta e
quell’ossessione per i meme che solo una vera nativa digitale può comprendere.
Una delle sue passioni segrete? Fare cose per il puro gusto di spiazzare – tipo
la famosa diretta su Instagram in cui si è presentata truccata da mucca per
lanciare il singolo “Mooo!”. In 24 ore era già meme planetario. Solo una mente
fuori dal comune potrebbe immaginare un “torero latteo” e trasformarlo in un
trend globale, con milioni di visualizzazioni e remix su TikTok.
IRONIA E AUTOIRONIA: IL VERO “SUPERPOTERE” DI DOJA
In un mondo in cui spesso prendersi sul serio sembra la regola, lei ha deciso di
riscrivere le regole. Doja Cat è ironica fino al midollo, non solo nei testi
(dove potrebbe benissimo parlare di alieni che ballano e nessuno batterebbe
ciglio), ma anche e soprattutto sui social, dove ti scodella frecciatine e
punchline peggio di una puntata di “Emily in Paris”.
Questa sua attitudine si traduce in momenti indimenticabili, tipo:
* le risposte geniali e imprevedibili ai tweet di chi la critica (“Se non trovi
il mio gattino carino, forse hai bisogno di nuovi occhiali”);
* i duetti sarcastici su TikTok, dove reinventa i trend prendendosi in giro
(“Io che provo a svegliarmi presto – finisco sempre in modalità snooze, come
una regina…”);
* quel modo tutto suo di smontare il body shaming con meme e selfie dove
esagera difetti inventati, sdrammatizzando tutto.
La sua ironia è sempre fresca, mai forzata: sembra quasi che ogni haters per lei
sia solo un’occasione per una battuta ancora più brillante.
SPIRITO AUTENTICO E PROVOCAZIONE INTELLIGENTE
Doja Cat non provoca “tanto per”, ma perché la provocazione è il suo modo di
raccontare le cose che la fanno arrabbiare, ridere, riflettere. Ha lo sguardo
tagliente di chi osserva il mondo, lo filtra con la sua lente
fucsia-psichedelica e poi lo ribalta in chiave satirica. Guardate i look sul red
carpet: mai banali, spesso al limite del surreale. Ricordate quando si è
presentata interamente ricoperta di cristalli Swarovski? Un’ode al kitsch, ma
anche una presa di posizione sull’estetica e le aspettative che ruotano attorno
alle donne nello showbiz.
Ci sono episodi memorabili, certo:
* la “sfida dei capelli rasati” fatta in diretta per zittire chi le diceva come
doveva apparire;
* le dirette su Twitch dove canta con i fan improvvisando melodie su
ingredienti da dispensa (“Riso, latte di mandorla e zucchero – e nasce subito
una hit!”).
Doja Cat è l’amica che vorresti al tavolo dell’aperitivo, quella che trasforma
ogni commento un po’ acido in una risata collettiva e dirompente.
UN RAPPORTO SPECIALE CON I FAN (E CON CHI LA CRITICA)
Diciamolo: i fan di Doja Cat non seguono solo una cantante, ma una vibe intera.
Lei li chiama “i suoi alieni” e risponde spesso — anche senza filtri — alle loro
domande o perplessità. Quando i social diventano “un’arena”, non scompone mai la
sua freschezza: trasforma ogni critica in combustibile per nuove idee, risponde
sempre con un mix di sincerità e sarcasmo, riuscendo a mostrare che potrai anche
essere superstar ma passarla liscia non è previsto. Nessuno è invincibile, ma
Doja Cat sembra davvero imbattibile nel restare se stessa, qualsiasi cosa
dicano.
Il bello? Nonostante la fama, è ancora capace di ridere di se stessa — e
regalarci quella sensazione bellissima di non dover mai chiedere scusa per
essere chi si è davvero.
VERSO NUOVI ORIZZONTI: L’EVOLUZIONE CONTINUA DI DOJA CAT
Immagina di avere una sfera di cristallo e di provare a vedere cosa succederà a
Doja Cat da qui a cinque, dieci anni. Difficile, vero? Perché proprio lei è
l’artista-imprevedibile-per-definizione. Se c’è una cosa certa nell’universo
fluido e caleidoscopico di Doja, è che non puoi mai sapere quale sarà la sua
prossima mossa. La vedi rossa demoniaca a un party, e il giorno dopo ti trolla
su TikTok con una parrucca di spaghetti. Il futuro? Letteralmente uno spartito
tutto da scrivere—e sì, sarai sorpresa da ogni nota.
Doja Cat si muove su una linea sottile tra pop e rap, ma non le basta: è già
oltre. Nelle ultime uscite ha insinuato sonorità più crude, a tratti punk, quasi
che volesse scuotere il sistema e prendersene gioco un’altra volta.
Personalmente sogno una Doja che esplora l’elettronica, i suoni world, magari
uno featuring con Rosalía dal vibe apocalittico. E non ci sarebbe nulla di
strano: lei continua a decostruire le etichette con la stessa disinvoltura con
cui cambia colore di capelli.
LA REGINA DELLE CONTAMINAZIONI: L’IMPATTO SU MUSICA E MODA
Quello che Doja sta già facendo—ma che nel tempo diventerà grandioso—è il
miscelare mondi apparentemente opposti. Ha normalizzato la fusione tra ironia
pop e conscious rap, tra meme e attivismo. Chi ascolta “Say So” difficilmente
immaginerebbe la furia artistica di “Demons” o gli eccessi dark di “Scarlet”. Ma
è proprio qui il punto: la sua potenza sta nel sorprendere e, spesso, nello
scandalizzare chi vorrebbe metterle un’etichetta addosso.
Il suo impatto sull’estetica è palese. La moda per lei non è abito, è
linguaggio. Ha rivoluzionato il concetto di red carpet, rendendo ogni
apparizione una performance. Pensa solo a questi trend che, diciamolo, vediamo
ovunque ora (grazie, Doja!):
* Nail art come forma d’arte.
* Abiti second skin e texture materiche.
* Makeup che è quasi body painting, tra glitter e dichiarazioni di identità.
* Il revival degli accessori oversized, da occhiali a stivali space.
Tutto questo, moltiplicato per la cassa di risonanza di TikTok e Instagram, fa
di Doja una vera trendsetter, con una community di follower che—non
scherzo—veramente si veste e si pettina “alla Doja”.
OLTRE LA MUSICA: ICONA SOCIALE PER UNA GENERAZIONE CHE NON HA PAURA
Doja Cat, con la sua attitudine senza filtri, è diventata il manifesto di una
nuova generazione. Tanti suoi stream (e meme!) sono diventati piccoli moti di
liberazione. Sì, perché se puoi essere te stessa senza dover per forza piacere a
tutti, allora c’è spazio per una rivoluzione anche nel piccolo, anche nel nostro
quotidiano.
Questo, secondo me, è il pezzo di futuro più potente che Doja Cat sta seminando:
* Rappresenta il diritto al cambiamento continuo, a reinventarsi mille volte.
* È la prova che l’ironia intelligente può smontare body shaming, stereotipi
tossici e fake news.
* Incoraggia a esporsi su temi come identità, libertà sessuale e salute
mentale—senza il tono pesante della predica, ma con la forza di chi si sporca
le mani davvero.
UN ESEMPIO CHE RESTA—E CHE SPINGE TUTTE A RISCHIARE
La cosa più ispirante di Doja Cat? Non teme mai di essere “troppo”—troppo
stravagante, troppo diversa, troppo avanti per certi schemi. E la sua lezione,
specialmente per noi donne, è chiara: va bene cambiare idea, va bene osare, va
bene anche non piacere. Nel mondo di Doja Cat, la vera rivoluzione è imparare ad
alzare il volume della propria unicità senza paura. Chissà, magari il prossimo
futuro della pop culture parlerà sempre più la lingua di chi ha il coraggio di
ballare da sola.
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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU OLIVIA RODRIGO
* Nome completo: Olivia Isabel Rodrigo
* Data di nascita: 20 febbraio 2003
* Luogo di nascita: Murrieta, California, USA
* Segno zodiacale: Pesci
* Altezza: 1,65 m circa
* Partner: non ufficialmente dichiarati
* Genitori: Jennifer (insegnante) e Chris Rodrigo (terapeuta familiare)
* Figli: nessuno
* Fratelli/Sorelle: figlia unica
* Instagram: @oliviarodrigo
LE RADICI DI UNA NUOVA STELLA
C’è chi dice che si nasce con la musica dentro. Olivia Rodrigo ne è la prova
vivente: basta guardare qualche vecchio video, poco più che minuscola, che canta
davanti allo specchio impugnando la spazzola come fosse un microfono. La sua
famiglia è stata il primo palco: da una parte il papà, di origini filippine,
pragmatico ma tenero, dall’altra la mamma, statunitense, con una scintilla
creativa che sembra riflettersi da sempre negli occhi di Olivia. Insomma, casa
Rodrigo era *una specie di mix culturale*, un crogiolo di ricette, suoni e
serate finite tra risate e playlist condivise.
Da piccola, Olivia non era una di quelle bambine che si fermano alle canzoncine
dello zecchino d’oro. Aveva una fame di musica pazzesca, e appena aveva tre o
quattro anni già era impaziente di imparare a suonare il pianoforte. Si
innamorava perdutamente delle melodie, stava ore ad ascoltare le cassette dei
suoi genitori, percussionando l’aria con le dita. Un dettaglio incredibile:
nelle foto dell’asilo, mentre tutti stringono l’orsetto, lei tiene stretta una
vecchia musicassetta.
L’INFLUENZA FILIPPINA CHE NESSUNO PUÒ IGNORARE
Olivia, forse proprio grazie a quella radice filippina, ha sempre portato dentro
una sensibilità calda, intensa, che si vede persino nei dettagli: negli abiti
colorati delle feste di famiglia, nelle storie tramandate dalla nonna, ma
soprattutto in quella malinconia dolce, quasi ancient, che a volte traspare nei
suoi testi. La cultura filippina – piena di suoni, balli, un modo speciale di
raccontare i sentimenti – è stata come un fertilizzante per il suo talento.
Parliamoci chiaro: non tutti i bambini hanno la fortuna di poter contare su
genitori che dicono “vai, provaci davvero”. E invece, Olivia, con la tipica
cocciutaggine di chi ha già ben chiaro cosa le gira dentro, li ha conquistati
molto presto:
* Suo padre la accompagnava ovunque, anche nelle audizioni più improbabili.
* La madre le incollava bigliettini di incoraggiamento nello zaino.
* Nei compleanni di famiglia, ogni occasione era buona per farle cantare “Just
The Way You Are” di Bruno Mars.
L’INIZIO: TRA PALCO E SET
A un certo punto, la sua passione ha iniziato a chiedere di più. Un giorno,
sentendo una pubblicità radiofonica di un casting per una pubblicità di auto,
Olivia ha chiesto di andarci, tipo: “Per favore, posso provarci anche io?”.
Qui si vede subito la differenza: al provino, invece di seguire il copione, ha
improvvisato qualche battuta e ha cantato con tutta la grinta del mondo.
Risultato? Selezionata a soli otto anni per la pubblicità di un’auto. Ecco il
colpo di scena che cambia tutto.
Da lì, l’incastro tra canto e recitazione è stato naturale, quasi magico, come
una delle transizioni che ora va tanto su TikTok.
* Da una parte, il palco del piccolo teatro locale, con tanto di vestitino
luccicante e applausi di parenti in platea.
* Dall’altra, i primi provini veri nei set pubblicitari, dove Olivia inizia a
capire che la recitazione può essere persino un modo nuovo (e super
divertente) di comunicare.
UNA DETERMINAZIONE FUORI DAL COMUNE
Mentre molti suoi coetanei pensavano agli sport o ai cartoni animati, Olivia si
organizzava da sola il tempo per fare esercizi di scala, provare nuove pose
davanti allo specchio, riscrivere i testi delle sue canzoni preferite su fogli
volanti. Sembra uno di quei cliché da storie motivazionali, ma la differenza
stava tutta lì: non mollava mai, nemmeno davanti a piccoli insuccessi o ai
classici “se solo fossi più grande…”.
E poi quella capacità di raccontare emozioni grandi senza il filtro della paura,
con un candore che oggi si traduce nelle sue hit. Olivia non sognava solo la
fama: sognava la possibilità di esprimersi, con tutta la sua voce, i suoi
“perché”, la sua curiosità.
Chi l’ha conosciuta da bambina la descrive così:
* Testarda come pochi, quando si trattava di imparare un pezzo difficile.
* Capace di incantare un’intera stanza solo con una strofa sussurrata.
* Sempre pronta a difendere la musica, anche contro le mode del momento.
Così, prima ancora di diventare la superstar che conosciamo, Olivia era già un
piccolo vulcano, con dentro una forza rara: quella di chi sa, fin da subito, di
avere una storia da raccontare e la voglia di urlarla al mondo.
Olivia Rodrigo at the 2025 Governors Ball Music Festival held at Flushing
Meadows Corona Park on June 07, 2025 in New York, New York. (Photo by Nina
Westervelt/Billboard via Getty Images)
IL BANCO DI PROVA DISNEY: TRA SET E CRESCITA PERSONALE
Quando pensi a Olivia Rodrigo adolescente, è quasi impossibile non immaginarla
nei corridoi elettrici e colorati di “Bizaardvark”, la serie Disney che l’ha
lanciata ufficialmente nel circuito dello showbiz mondiale. Eppure, quello che
in tanti sottovalutano è quanto questo periodo sia stato per lei una vera
palestra di vita. Ok, certo, sembrava tutto divertentissimo: youtuber bizzarri,
gag surreali, vestiti sgargianti—ma sotto la superficie si nascondeva un intenso
allenamento a essere sempre “sul pezzo”. Olivia doveva adattarsi alle regole
ferree dei set Disney: copioni da imparare ogni giorno, routine quasi militari,
e tante aspettative sulle spalle. Niente male per una ragazza che sognava la
musica e che, dietro al sorriso disarmante, iniziava a sviluppare un’identità
tutta sua.
Dalla sua esperienza in “Bizaardvark”, Olivia ha tratto almeno tre cose
fondamentali:
* disciplina nell’affrontare la pressione
* la capacità di essere credibile pur entrando nei panni di personaggi non
sempre simili a lei
* un’incredibile confidenza con il pubblico giovane, con cui ha scambiato
titubanze, segreti, sogni e—diciamocelo—anche un po’ di ansia da prestazione
Questa pressione, però, le ha anche consentito di brillare davvero quando le è
stata data la possibilità di essere quasi se stessa sul set di “High School
Musical: The Musical: The Series”.
HIGH SCHOOL MUSICAL: LA SERIE, IL SALTO DI QUALITÀ (E DI CONSAPEVOLEZZA)
Arrivata su Disney+, la nuova serie ispirata all’iconico film aveva bisogno di
volti freschi e di storie vere. Olivia, con quell’aria da ragazza della porta
accanto ma lo sguardo di chi ha già visto troppo dietro le quinte, si è
ritrovata a interpretare Nini Salazar-Roberts: personaggio combattuto,
talentuoso, pieno di insicurezze. Non era più la ragazzina spumeggiante delle
sitcom. Qui Olivia si è messa davvero in gioco, mescolando paure, speranze e
ambizioni—e soprattutto, riversando nel personaggio la sua verità personale.
Un aneddoto curioso: alcune delle canzoni decisive della serie le ha scritte di
suo pugno, direttamente dal cuore—tipo “All I Want”, che poi è pure diventata
virale su TikTok—perché la produzione aveva capito che il suo modo di raccontare
le emozioni, crudo e autentico, convinceva molto più di mille sceneggiature
perfette. Pare che durante le riprese di quell’episodio, Olivia fosse
terrorizzata all’idea di non essere “abbastanza”, e invece, proprio lì, ha
raccolto una standing ovation silenziosa da parte della troupe: tutti capivano
che stava succedendo qualcosa di raro. Questa capacità di trasformare la
vulnerabilità in forza espressiva, fino a parlarne pubblicamente nei vlog e
nelle interviste (a volte con qualche gaffe adorabile inclusa), l’ha avvicinata
tantissimo ai coetanei che si sono riconosciuti nei suoi drammi.
LA METAMORFOSI: DALLA “BRAVA RAGAZZA” DISNEY ALL’ARTISTA (QUASI) SENZA FILTRI
Il bello del percorso Disney, per Olivia, non è stato solo lo stare sotto i
riflettori, ma piuttosto imparare a gestire la noia e la stanchezza che, nei
dietro le quinte di una produzione per ragazzi, sono spesso sottovalutati. Lì ha
iniziato a capire cosa voleva davvero comunicare, cosa lasciar andare del
passato e, soprattutto, come prendersi i suoi spazi creativi anche quando tutti
intorno le consigliavano di restare nel suo “personaggio-tipo”.
C’è chi dice che Olivia abbia usato quel periodo come un canvas su cui fare
errori, mettere a fuoco la propria voce e persino—tra un break di riprese e
l’altro—scrivere i primi abbozzi di ciò che poi sarebbe diventato il suo profumo
più riconoscibile: la sincerità. Disney, insomma, è stato il suo laboratorio di
emozioni, dove ha imparato che non bisogna fuggire da ciò che si è, anche quando
tutto il mondo sembra aspettarsi solo allegria e perfezione. E cos’è successo
subito dopo? Beh, la proverbiale porta girevole dello showbiz ha fatto
concretamente “click”—spalancando le porte a un successo planetario impensabile
solo pochi mesi prima.
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IL MOMENTO IN CUI TUTTO ESPLODE: LA MAGIA CRUDA DI DRIVERS LICENSE
Diciamolo chiaramente: “Drivers License” è stato uno tsunami che ha ribaltato la
vita di Olivia Rodrigo, ma anche il modo in cui il mondo guardava alla musica
pop scritta da una giovanissima. Prima era la ragazza simpatica di Disney
Channel, sì; ma dal 2021 in poi chiunque sapesse usare TikTok conosceva quella
voce un po’ rotta, emozionata, sincera. E no, nessuno era davvero pronto a farsi
portare in quel viaggio, triste e bellissimo, che parte davanti al volante e
finisce dentro la pancia, nello stomaco, dove senti davvero le cose.
Il pezzo nasce da un dolore freschissimo e concreto: Olivia che, come milioni di
adolescenti e non, si ritrova con la patente nuova ma senza la persona che aveva
promesso di esserci. Il cuore rotto ha una colonna sonora e questa volta la
scrive lei, senza fiocchetti né filtri. Ecco l’autenticità: la sensazione di
mettere la testa sul volante e buttare fuori la rabbia, la mancanza, la
delusione. E mentre canta –“I guess you didn’t mean what you wrote in that song
about me”– ci si sente tutti un po’ lei, con la playlist sullo sfondo e il
mascara che magari cola un po’ (e chi se ne frega!).
UN IMPATTO PLANETARIO: DA MEME A FENOMENO SOCIALE
Non era mai successo che un debutto toccasse così in fretta ogni angolo del
pianeta. Per capirci: appena uscita, “Drivers License” era ovunque.
Qualcuno l’ha sentita su una playlist, altri hanno intercettato il sound
malinconico dai video su Instagram, ma il vero botto è esploso su TikTok. Cioè,
prove video su prove video: ragazze che piangono in macchina, meme su ex che si
pentono, *interpretazioni degne di un Oscar* nelle stories.
I numeri? Quelli ufficiali sono assurdi, ma quelli più veri sono questi:
* Un’amica che ti scrive “l’hai sentita Olivia? Sembra parli di me…”
* Commenti ovunque tipo “Questa canzone mi ha distrutta ma mi fa sentire
meglio”
* Ragazze in pigiama che, nell’intimità di una stanza (o davanti allo specchio
del bagno), si lasciano andare a un karaoke da lacrime agli occhi
Il brano ha conquistato le chart mondiali, ha rotto ogni record Spotify e ha
trasformato Olivia in una specie di simbolo pop dell’onestà emotiva. Perché
funzionava così? Perché era vera, non finta, non costruita a tavolino. Non
raccontava solo la “fine di una storia”: parlava di tutte le emozioni
impresentabili che di solito, nella musica, restano nascoste tra le righe.
LEGGI ANCHE: Il trucco geniale di Olivia Rodrigo per scrivere canzoni ovunque
(anche in metro)
UNA VOCE CHE RAPPRESENTA: PERCHÉ CI SI SENTE OLIVIA
Qui è venuta fuori la vera rivoluzione. “Drivers License” è diventata
*istantaneamente* un inno per una generazione di giovani donne che si sono
riconosciute non solo nella storia, ma proprio nel modo di raccontarla.
Perché? Be’, ecco qualche motivo:
* Olivia non nasconde la vulnerabilità: piange, si arrabbia, parla di rabbia e
insicurezza senza filtri – roba che suona come una sister più grande che ti
capisce davvero.
* Parla di esperienze universali: la solitudine dopo una delusione, il sentirsi
fuori posto anche tra i propri amici, la rabbia di vedere l’ex con qualcun
altro (spoiler: c’era tutto quel chiacchiericcio sul triangolo amoroso, che
sia vero o no, chi importa?).
* Ha usato la sua voce imperfetta come uno strumento: suoni reali, niente
patinature. Si nota nei piccoli silenzi, nei respiri, anche nelle frasi
rotte.
E alla fine, “Drivers License” è diventata quella canzone che ascolti quando hai
bisogno di condividere un dolore, senza doverlo spiegare troppo. Una specie di
abbraccio, ma in chiave pop. E da lì in poi, niente sarebbe più stato lo stesso
per Olivia – e per tutte noi.
DA “DRIVERS LICENSE” A SOUR: UN VIAGGIO TRA RABBIA, CUORI SPEZZATI E VERITÀ
Quando “drivers license” è esplosa, c’era già nell’aria qualcosa di elettrico.
Ma è con Sour che Olivia Rodrigo ha fatto davvero sentire la sua voce, con quel
modo di gridare le proprie insicurezze e al tempo stesso riderne, tipo quando
mandi un vocale troppo lungo alle 3 di notte, poi lo riascolti e oscillano tutte
insieme la vergogna e la complicità. Sour nasce da questa miscela: Olivia
praticamente ventenne, bombardata dai drammi sentimentali e dalle ansie di chi
cresce in pubblico – e invece di chiudersi, lei scrive canzoni.
C’è questa cosa incredibile che solo lei sa fare: infilare in pezzi di pop super
catchy tutte quelle emozioni che di solito si tengono nascoste nelle note
segrete del telefono. Rabbia (“brutal”), disillusione (“traitor”), quell’amaro
in bocca tipo mascara che cola – ma pure momenti di rivincita e dolcezza, come
se si potesse essere sia la ragazza che piange in macchina sia quella che parte
con la sua playlist preferita e dice “sai che c’è, vado avanti lo stesso”.
Mi viene in mente proprio “good 4 u”: la canzone che letteralmente è diventata
il tormentone per vendicarsi ballando sul pavimento della cucina. Il suo
successo è anche questo: non è un piagnisteo post-rottura, è fuoco puro, un urlo
liberatorio. E infatti, le canzoni di Olivia sono subito finite tra le caption
delle foto su Instagram, nei lip sync su TikTok, nei meme che tutte ci siamo
girate almeno una volta.
GUTS: NUOVA MATURITÀ, STESSA URGENZA EMOTIVA (MA CON PIÙ IRONIA)
Quando Olivia pubblica GUTS, il mondo pop è già ai suoi piedi, ma lei si scrolla
di dosso l’etichetta di “next Taylor Swift” e si ritaglia il suo grado di
ribellione. GUTS è tutto un saliscendi tra sarcasmo e vulnerabilità, tipo quando
in “vampire” racconta di sentirsi tradita, ma invece di crogiolarsi nel dolore,
se ne fa un’armatura fatta di riferimenti gotici e ritornelli che restano
appiccicati come i brillantini sulle mani dopo una notte fuori.
Vedi bene la crescita artistica: bastano certi dettagli a far capire come Olivia
abbia imparato a usare la rabbia (che in “Sour” lacerava letteralmente ogni
riga) in modo più sottile. Ci mette dosi generose di autoironia, tipo in “get
him back!” – che sembra la chat di gruppo dopo essere stata demolished da un ex
– o la nostalgia punk anni 2000 di “bad idea right?”. Quello che in Sour era un
urlo primordiale, in GUTS diventa più consapevole, quasi una spallata gentile:
“sì, sto male, ma mi prendo pure in giro, perché sappiamo tutte che alla fine si
sopravvive”.
EMOZIONI VERE, STORYTELLING E RAPPRESENTAZIONE
Davvero, uno dei punti forti di Olivia è questa onestà implacabile unita a
un’ironia da chat privata. * Perché Sour e GUTS non sono album teorici o
distanti, ma playlist perfette per sopravvivere alle giornate storte * Sono
canzoni che parlano di come spesso ci sentiamo “troppo” – troppo arrabbiate,
troppo fragili, troppo “fuori posto” * Rappresentano tutte quelle volte in cui
sembra che nessuno ti capisca, e invece Olivia mette in rima esattamente quello
che non troveresti il coraggio di dire ad alta voce.
C’è chi dice che il pop sia leggero, ma Olivia ci ricorda che può essere una
cosa intensa, che ti prende allo stomaco. Le sue storie, raccontate così come
vengono, sono lo specchio di una generazione abituata a mettersi a nudo online
ma comunque affamata di autenticità vera: non perfetta, spesso scomoda, eppure
potente. E in fondo, chi non si è sentita almeno una volta come in “lacy” o
“logical”?
La sua rivoluzione non sta solo nei numeri, ma nella nuova identità che ci ha
regalato: puoi gridare, piangere, ridere (anche di te stessa) e restare una
regina. E, alla fine, ballare con le amiche perché anche il dolore, con la
giusta canzone, si trasforma in forza.
IL CUORE A NUDO: AMORI, AMICIZIE E ISPIRAZIONE VERA
Nel turbine luminoso del successo globale, Olivia Rodrigo si è trovata spesso
sotto il microscopio anche per la sua vita sentimentale. Non tanto per il gusto
del gossip spicciolo, bensì perché ogni suo innamoramento, ogni delusione, ogni
relazione trasformata in melodia sembra urlare al mondo una verità che troppe
popstar relegano altrove: il cuore spezzato, l’amicizia vera, la ricerca di
legami autentici sono il carburante delle sue canzoni. E delle sue giornate,
probabilmente.
Dicono che il suo cuore abbia battuto forte per Joshua Bassett – e non serve
certo TikTok per ricordare come la presunta storia tra loro sia finita sotto
riflettori ronzanti, tra teorie, video reaction e un mare di meme su “drivers
license”. Però chi ha davvero ascoltato quell’album ha capito subito che il
pettegolezzo si ferma sulla superficie: “drivers license” e brani come “traitor”
o “enough for you” sono veri tuffi nelle emozioni crude che solo chi ha amato
fino a bruciarsi può descrivere così. Non c’è finzione, né desiderio di
vendetta. Solo un’urgenza quasi fisica di raccontare stupore, rabbia, nostalgia
– e quella sottile sensazione di “sono stata ferita, ma sono ancora qui”. Siamo
state tutte lì, almeno una volta, no?
Olivia, tra l’altro, non ha mai nascosto il suo modo di vivere l’amore:
dichiarazioni candide, qualche emoji sparsa su Instagram e il coraggio di non
farsi ingabbiare in storie “da copertina”, già belle e pronte per i tabloid. Il
risultato? La sensazione che quella ragazza con il cardigan XXL sia vera come
una migliore amica che ti racconta la sua ultima cotta con una pizza davanti al
divano.
LA FORZA DELLE AMICIZIE: SORELLANZA E COMPLICITÀ
Più ancora dei flirt, Olivia mette al centro del suo universo le amicizie vere.
Anche qui niente favole zuccherose: la sua skill principale sembra quella di
circondarsi di poche persone giuste, che sanno esserci nei giorni di gloria, ma
anche nella tempesta (che può essere un cuore spezzato o il caos di Twitter dopo
un lancio discografico). Penso a Madison Hu, l’amica storica dai tempi di Disney
Channel, o a Conan Gray, nuova leva del pop globale con cui scambia consigli,
playlist segrete e meme irresistibili. Le amicizie scelte come cerchi, sempre
più stretti e sicuri.
Ecco cosa traspare nella sua musica:
* Nei testi trovi spesso la parola “we”, “noi”, come se volesse dire: non sono
sola qui.
* Dichiarazioni pubbliche in cui Olivia ringrazia le amiche per “sopportare i
miei drammi” – e chi non ha un team di amiche così, merita di trovarlo
subito.
* Gli abbracci post-concerto e le stories con emoji sdolcinate: nulla di
costruito, tutto parte di una routine sincera.
Il meglio è che Olivia trasforma ogni storia, anche quella non d’amore, in un
racconto da condividere. Nella musica pop, questa è vera rivoluzione. Ecco
perché, tra un tour mondiale e una diretta TikTok in cui appare struccata e
confusa come una di noi, diventa una specie di portavoce dei cuori giovani:
imperfetti, ma determinati a non arrendersi mai.
RIPRENDERSI LA VITA FUORI DAL PALCO
C’è poi il lato più privato, quello che Olivia difende con le unghie. Perché sì,
concede tanto della sua vita ai fan, ma si ritaglia spazi offline, depura la
routine dalla pressione (e dal drama). Si racconta come ragazza “semplice”,
quella che prende appunti sul telefono, fa binge watching, si cucina la pasta
anche a tarda sera – tutti gesti minuscoli, ma fondamentali per non perdere la
bussola tra i riflettori.
Se c’è un insegnamento che lascia, è proprio questo:
* Le relazioni vanno vissute intensamente, senza paura del dolore.
* Le amicizie sincere sono la corazza che rende forti.
* La vita fuori dal palco, con i suoi alti e bassi, basta e avanza per
inspirare un intero album pop.
Olivia Rodrigo non ha paura di scendere dal palcoscenico per vivere e amare,
anche quando fa male. Anzi, lì c’è il vero segreto della sua musica universale:
un cuore che si rompe, si ricuce e poi… batte ancora più forte.
UNA PERSONALITÀ TRAVOLGENTE E GENUINA
La prima cosa che ti colpisce di Olivia Rodrigo, se la segui un po’ oltre i
soliti riflettori da red carpet, è la sua autenticità disarmante. Non la senti
mai perfettina, patinata, “da vetrina”. Olivia è una di quelle che ci mette la
faccia anche quando sarebbe più facile mimetizzarsi. Una che fa battute goffe
durante le interviste, che si emoziona per le cose più piccole, ma che non ha
paura di mostrarsi fragile o di sbagliare. Ha questo modo di parlare schietto,
diretto, che ti fa sentire come se stessi ascoltando una tua amica piuttosto che
una superstar mondiale. Essere vera è la sua regola numero uno, anche quando
avrebbe tutti i motivi per proteggersi dietro a un personaggio.
Pure sui social Olivia non ha mai aderito a quell’immagine perfetta e curata al
millimetro che va tanto di moda tra le giovani celebs. Nei suoi post c’è
disordine, c’è ironia, ci sono facce buffe, gobbo del letto, messaggi vocali
cancellati e selfie con le amiche in pigiama. Tutto molto “tua cugina cool”,
zero filtri finti.
VALORI CHE ROMPONO GLI SCHEMI
Ma dietro la spontaneità di Olivia c’è un sistema valoriale che lascia il segno:
empatia, inclusività, lotta alla discriminazione. Sono pilastri che lei difende
come una leonessa. Ricordo quando, poco dopo l’uscita di “drivers license”, in
un’intervista confessò di aver imparato più sui sentimenti e sulle battaglie
sociali leggendo le storie delle sue fan che guardando talk show o
chiacchierando con i grandi. Mettersi nei panni degli altri per lei è un
superpotere, non una debolezza.
Se le chiedi quali siano i valori irrinunciabili della sua generazione, Olivia
ti risponde subito:
* accettare ogni sfumatura del proprio essere
* ascoltare, non solo parlare
* non vergognarsi mai di essere sensibili
* impegnarsi (un pochino alla volta, anche con piccoli gesti quotidiani)
E queste idee le mette in pratica. Non fa la predica, mai. Ti dice “ehi, io la
penso così, se vuoi far parte di questa onda… salta su, lo facciamo insieme”.
Una leader silenziosa, che non si impone, ma trascina tutti per… voglia di
esserci.
L’ATTIVISMO CHE NON È SOLO DI FACCIATA
Quando Olivia parla di parità di genere o di diritti delle minoranze, non lo fa
per cavalcare l’hashtag del momento. Serve uno spunto concreto? Lei stessa,
durante la promozione di “GUTS”, ha collaborato con organizzazioni che
supportano la salute mentale delle giovani donne e l’accesso all’istruzione per
ragazze svantaggiate. Ha condiviso storie di body positive, sostenendo senza
filtri le fan che si sentivano fuori posto. In un post diventato virale, Olivia
ha risposto punto per punto a chi l’aveva criticata per il suo aspetto fisico,
dicendo – in soldoni – che sentirsi abbastanza è già una rivoluzione.
A livello di ambiente e climate change, Olivia è una di quelle che “fa e poi
semmai lo dice”. Sostiene la moda vintage e il riciclo come stile di vita, non
come accessorio di un servizio fotografico. Una volta, durante una diretta
TikTok, ha raccontato la sua “guerra personale” contro la plastica monouso nella
sua crew durante i tour, mostrando le sue borracce piene di stickers. Piccole
cose, apparentemente. Ma in una cultura dove ogni gesto diventa esempio, sono
semi potentissimi.
UN MEGAFONO PER LE NUOVE DONNE
Olivia Rodrigo, alla fine, usa la propria popolarità come fosse un enorme
megafono. Non si accontenta di essere una voce nella folla, vuole che la sua
voce serva davvero a qualcosa. Ha spesso dato spazio – dal palco e nei suoi
profili – a:
* attiviste e artiste emergenti delle minoranze etniche
* storie di ragazze che lottano contro stereotipi o discriminazioni
* messaggi a sostegno dei diritti LGBTQIA+
* raccolte fondi per cause sociali locali, anche lontane dalle telecamere
Tutto ciò senza mai risultare forzata o autoreferenziale. Olivia trasmette che
per cambiare il mondo non servono milioni di follower o un selfie virale, basta
essere se stessi e prendersi cura degli altri. Una rivoluzione silenziosa,
genuina, che forse è più efficace di mille slogan. Chi la segue, la sente vicina
proprio per questo: Olivia è la prova che il pop può essere contagioso, ma anche
profondamente, imperfettamente umano.
QUANDO UNA CANZONE DIVENTA UNO SPECCHIO: L’INFLUENZA DI OLIVIA SULLA GEN Z
C’è qualcosa di magico in quello che succede quando ascolti “drivers license”
alle due del mattino, sul letto, con le luci soffuse (o magari quando scrolli
quella canzone su TikTok e i duetti si moltiplicano come popcorn nel microonde).
Olivia Rodrigo, senza mezzi termini, è diventata una delle voci che più hanno
segnato la cultura pop in questi anni, soprattutto per chi vive tra sogni e
realtà, con il cellulare sempre a portata di mano. Spesso, quando parlo con
amiche o sento le chiacchiere alle feste, le sue canzoni sono più terapia che
semplice musica. Raccontano l’amore, il dolore, la rabbia, ma in un modo
diverso, schietto, diretto – come uno screenshot mandato all’amica del cuore.
Cosa ha fatto la differenza, e qui non serve neanche essere particolarmente fan
per accorgersene, è proprio la sua capacità di rendere normale ciò che non è
perfetto. L’immagine scintillante della popstar che sbaglia diventa subito meme,
trend, stile. Olivia ha cambiato, a colpi di canzoni e reel, la percezione che
la sua generazione ha di sé stessa. Ora piangere per una delusione o insultare
l’ex su Instagram diventa quasi una tappa obbligata. Questa è rivoluzione pop,
mica fumo negli occhi.
I “POST-OLIVIA”: COME HA CONTAGIATO MODA, LINGUAGGIO E MOOD
Non serve seguire proprio la musica per capire che dietro a quella ragazza con
le unghie colorate e il rossetto sbavato c’è molto di più. Olivia ha portato
nelle playlist (e nei guardaroba) di mezzo mondo un nuovo modo di essere cool:
il “sad girl aesthetic”, le mollette tra i capelli, i vestiti da collegiale
vintage. Persino il linguaggio è cambiato. Frasi come “It’s brutal out here”
scivolano nelle chat come fossero password segrete per chi ha capito come gira
il mondo.
Non posso non notare che anche il modo di rapportarsi ai social si è adeguato al
suo stile. Un po’ di vulnerabilità, zero filtri, tanti sticker irriverenti:
Olivia ha normalizzato l’ansia, la tristezza, la voglia di abbuffarsi di serie
tv evitando la realtà. Cioè, quante volte la vediamo lasciare cuoricini lanciare
messaggi motivazionali tra uno shooting e l’altro, come se fosse l’amica sempre
pronta a scrivere “sei stupenda” sotto i nostri selfie anche nei giorni no?
SGUARDO AVANTI: TRA NUOVI DISCHI, CINEMA E… CHÉ CI DOBBIAMO ASPETTARE?
Sul futuro, inutile nascondersi: c’è grandissima attesa. Olivia è la tipa che
quando annunciava qualcosa sui social, mandava letteralmente in tilt Twitter
(cioè X, ma per molte resta sempre Twitter, dai). Ciò che la rende speciale è
questa continua voglia di sperimentare senza dimenticare da dove è venuta. Dopo
i concerti sold-out e i riconoscimenti ovunque, i rumors – pardon, le voci –
parlano di nuovi progetti non solo musicali ma anche cinematografici, magari
ruoli impegnativi e per niente scontati. La curiosità è alle stelle: saremo
davanti a un’attrice intensa alla Billie Eilish, o magari, why not, alla
Zendaya?
Oltre ai nuovi album—che di sicuro faranno cantare (e piangere) milioni di
ragazze—Olivia è sempre più attenta anche alla sua crescita personale. Si parla
di scrittura, di collaborazioni con artiste che avrebbero fatto impazzire le
tredicenni di vent’anni fa e di una presenza sempre più marcata negli spazi dove
si decide cosa sarà il pop di domani.
UN’ISPIRAZIONE GIGANTE, MA A PORTATA DI TUTTE
Cosa rende davvero unica Olivia Rodrigo per chi la segue, giorno dopo giorno?
Forse il fatto che, pur essendo una superstar globale, trasmette l’idea che
tutto sia possibile. Il suo percorso—dalla ragazzina che sognava tra le pareti
della cameretta all’emblema di un’intera generazione—è come una chiamata
all’azione per le ragazze che non si sono mai sentite abbastanza forti, creative
o “all’altezza”.
Ecco qualche esempio pratico di ciò che Olivia ci mostra ogni giorno:
* Rivendicare la propria fragilità come una forma di forza, non di debolezza.
* Usare la rabbia e la delusione come carburante per creare o migliorarsi.
* Non vergognarsi di andare fuori dagli schemi, anche quando a scuola, in
ufficio o nella vita ti dicono che sei “troppo”.
* Dare voce alle emozioni – letteralmente, anche se la voce trema, stona,
sbaglia.
In breve, Olivia Rodrigo è tutte noi: quelle che sbagliano, amano, soffrono, si
rialzano. E forse è proprio per questo che il suo impatto, oggi, va ben oltre la
musica.
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INFORMAZIONI PRINCIPALI SU SZA
* Nome completo: Solána Imani Rowe
* Data di nascita: 8 novembre 1989
* Luogo di nascita: St. Louis, Missouri, USA
* Segno zodiacale: Scorpione
* Altezza: Non specificato
* Partner: Non specificato
* Genitori: Audrey Rowe e Abdul Rowe
* Figli: Nessuno
* Fratelli/Sorelle: Fratello Daniel (alias Manhattan), sorellastra Panya
* Instagram: @sza
IL BACKGROUND FAMILIARE DI SZA
SZA, il cui vero nome è Solána Rowe, è cresciuta in un contesto familiare
variegato e ricco di influenze culturali. Nata il 8 novembre 1989, ha trascorso
i suoi anni formativi a Maplewood, nel New Jersey. Un posto che non è
esattamente il primo che viene in mente quando si pensa all’industria musicale,
ma che, forse proprio per questo, ha giocato un ruolo cruciale nella sua
crescita personale e artistica. Suo padre, un produttore esecutivo alla CNN, e
sua madre, un dirigente di AT&T, le hanno trasmesso valore e determinazione, due
qualità che sarebbero diventate fondamentali nella sua carriera.
Crescendo in una famiglia di questo tipo, si può immaginare quanto variegate e
variegate fossero le influenze che la circondavano. Il papà, con la sua
esperienza nelle notizie, le ha inculcato la capacità di vedere il mondo
attraverso una lente critica. Forse è da lui che ha preso quella sottile
capacità di narrare storie nelle sue canzoni, come se ogni pezzo fosse un
telegiornale personale della sua vita interiore. La mamma, d’altro canto, le ha
insegnato l’importanza dello sforzo e della costanza. Non sorprende che, in
famiglia, si parlasse sempre di quanto sia fondamentale lavorare sodo per
ottenere ciò che si desidera.
UN’INFANZIA TRA DIVERSE INFLUENZE RELIGIOSE
Una delle particolarità più affascinanti dell’infanzia di SZA è stata la sua
esposizione a diverse influenze religiose. La madre è cristiana e il padre è
musulmano, e questo ha permesso a SZA di crescere tra due mondi. Lei stessa ha
frequentato una scuola musulmana, indossando il hijab fino al primo anno di
liceo. Questa duplicità di influenze religiose è stata fondamentale nella sua
formazione, arricchendo il suo modo di vedere il mondo e aggiungendo quel certo
“non so che” alla sua musica.
Immaginate: mentre alcuni bambini trascorrevano i pomeriggi a giocare a pallone
per strada, SZA era impegnata a navigare queste due realtà apparentemente
contrastanti. Questo mix le ha fornito una prospettiva unica sulla vita,
aiutandola a tratteggiare il paesaggio complesso delle sue canzoni. Il fatto di
sentirsi a cavallo tra due mondi ha arricchito la sua anima di sfumature e
stratificazioni, come dipingere un quadro con più strati di colore sovrapposti.
L’AMBIENTE CIRCOSTANTE E LA FORMAZIONE DI SZA
La cittadina di Maplewood potrebbe sembrare un luogo insignificante, una di
quelle località che pochi conoscono. Eppure, è qui che SZA ha trovato le radici
della sua espressione artistica. L’ambiente del New Jersey, variegato e
cosmopolita, le ha permesso di esplorare diversi stili musicali e di immergersi
in una comunità di artisti e creativi.
In questo piccolo angolo di mondo, l’adolescente Solána cercava continuamente
qualcosa di nuovo, sperimentando e scontrandosi con le varie sfumature della sua
identità musicale. Era il tipo di ambiente che incoraggiava a sognare in grande,
un posto dove la creatività poteva scorrere libera come un fiume.
Aggiungiamo a questi ingredienti un pizzico di individualità innata e una scuola
superiore che incentivava l’arte e la curiosità intellettuale, e avremo il
quadro completo della giovane SZA che cominciava a delineare il suo destino. Era
come se ciascun elemento della sua infanzia avesse sparso un semino nel fertile
terreno della sua immaginazione, permettendo a chi siamo oggi di sbocciare.
In sintesi, la sua infanzia è stata un mosaico di esperienze e influenze diverse
che hanno plasmato il suo talento e contribuito alla sua crescita personale e
artistica. Forse non sapremo mai esattamente quale canzone, quale momento o
quale parola le abbia dato quella scintilla, ma sappiamo che Maplewood, e tutto
ciò che rappresentava, è stato un capitolo fondamentale nella sua storia, una
storia che continuerà nel prossimo capitolo con il suo primo incontro con la
musica.
IL PERCORSO VERSO LA MUSICA
Il viaggio musicale di SZA non è iniziato con un colpo di scena spettacolare, ma
piuttosto con piccoli passi di una ragazza determinata a lasciare il segno nel
firmamento musicale. Crescendo a Maplewood, nel New Jersey, era immersa in un
mondo di suoni e ritmi che componevano la sua quotidianità, in quel piccolo
angolo di mondo dove i suoi sogni cominciavano a prendere forma.
SZA ha iniziato a percepire la musica come un rifugio e un’opportunità per
esprimere le sue emozioni e la sua visione del mondo. Una delle sue prime
esperienze è stata nell’ambiente domestico, dove la sua famiglia incoraggiava
ogni sua nota stonata o melodia perfetta. Non erano solo i tutti i dischi di
artisti leggendari come Ella Fitzgerald o Marvin Gaye a spiegarle cosa
significasse arte, ma anche quei momenti quotidiani in cui le canzoni riempivano
la casa di vibrazioni e speranze.
In quel contesto, scoprì il rap e l’R&B, che la affascinarono per le loro
vibrazioni potenti e autentiche. Non ci volle molto prima che SZA iniziasse a
creare una propria musica, spinta dal desiderio di far sentire la propria voce
in un mare di tante altre.
Quando decise di entrare nel mondo della musica, non fu tutto rose e fiori.
Anzi, l’industria musicale è notoriamente difficile da penetrare, specialmente
per una giovane artista emergente. Tuttavia, SZA aveva qualcosa di speciale: un
talento innegabile e un ardente desiderio di riuscire.
I suoi primi progetti musicali riflettono quest’ardore e la determinazione di
farsi sentire. Iniziò a pubblicare musica su piattaforme virtuali, dove la sua
personalità musicale unica e la sua capacità di raccontare storie attraverso la
musica iniziarono ad attirare l’attenzione. Fu come una reazione a catena: una
volta iniziato, diventava impossibile ignorarla.
Tra le sue prime release, gli EP “See.SZA.Run” e “S” furono tappe fondamentali
nel suo percorso artistico. Questi lavori mostrano chi era SZA all’inizio:
un’artista innovativa con una propensione per sound astratti e introspettivi,
che riusciva a coniugare dolcezza e forza in ogni traccia.
* Innovazione musicale e testi introspettivi: SZA seppe combinare elementi
dell’R&B tradizionale con nuove interpretazioni sonore.
* Capacità di storytelling: Le sue canzoni non erano solo melodie, ma racconti
di vita, amore e scoperta di sé.
* Crescita spontanea sul web: Sfruttando i social media e le piattaforme
online, iniziava a creare una comunità di fan affascinata dalla sua
autenticità.
SZA faceva tutto questo con un tale naturalezza genuina, che risultava
impossibile non esserne attratti. E mentre c’era chi sognava di vederla fallire,
lei continuava a crescere, supportata da un network di amici e collaboratori che
credevano davvero in lei.
Nonostante gli ostacoli iniziali, la sua determinazione e il talento unici le
permisero di emergere come un’artista unica nel suo genere. Le sue radici
musicali affondavano nei suoni dell’infanzia, mentre i rami si estendevano per
esplorare nuovi orizzonti creativi.
Arrivata alla pubblicazione degli EP, SZA non era più solo una giovane donna con
un sogno, ma una preziosa gemma nel mondo dell’R&B, pronta a brillare ancora di
più. Aveva finalmente trovato la sua voce, e il suo viaggio era solo all’inizio.
I suoi primi passi furono la scintilla che innescò un incendio di creatività,
che avrebbe scaldato e incantato milioni di persone in tutto il mondo.
L’ESPLOSIONE DI ‘CTRL’ NEL PANORAMA MUSICALE
Quando SZA ha rilasciato ‘Ctrl’ nel giugno 2017, il mondo musicale non era
ancora pronto a incastrare ogni singola emozione che l’album svelava. Era come
aprire una finestra sulla psiche di una giovane donna, alle prese con il caos di
definire sé stessa in un mondo che tenta, ostinatamente, di incasellarla. SZA,
con la sua musica, è stata la voce di una generazione che si interroga
costantemente su chi è e chi vuole essere.
LE TEMATICHE E LA LORO FORZA TRASCINANTE
Ogni traccia di ‘Ctrl’ è un capitolo a sé stante, ma insieme creano un romanzo
di vita vissuta. SZA si confronta con la complessità delle relazioni amorose, la
sfida dell’autostima e l’ansia dell’incertezza tipica dei ventenni. C’è argento
vivo nei suoi testi, una danza tra la vulnerabilità e la forza: in “Supermodel”,
ad esempio, esplora l’insicurezza con una brutalità sincera; in “Drew
Barrymore”, quasi una celebrazione triste della vulnerabilità, SZA canta della
lotta tra volersi sentire amabile e sentirsi sempre un po’ sbagliate. Le sue
parole ti prendono allo stomaco, no?
L’ACCOGLIENZA CRITICA: UN TRIONFO NON COSÌ SCONTATO
‘Ctrl’ è stato accolto dalla critica con entusiasmo irrefrenabile, ma anche con
un certo stupore. Veniva da un’artista che, fino a quel momento, era forse
sottovalutata. Improvvisamente, SZA era ovunque: dalle recensioni dei più
prestigiosi magazine musicali alle playlist dei ragazzi che ascoltavano musica
sui banchi di scuola. Pitchfork, per esempio, ha applaudito il suo coraggio, la
capacità di essere cruda e autentica in un’industria che spesso premia
l’artificio. Un’industria, diciamocelo, che ancora fatica ad accomodare voci
femminili così oneste e non addomesticate.
COME ‘CTRL’ HA TRASFORMATO SZA
L’uscita di ‘Ctrl’ ha segnato un cambiamento drastico nella carriera di SZA.
Prima di questo album, era un nome noto in circoli ristretti; dopodiché, è
diventata un riferimento per chi cercava autenticità e originalità. È stata
nominata a quattro Grammy Awards l’anno successivo e ha attirato collaborazioni
di alto profilo. Va detto: se prima SZA camminava nella periferia del
mainstream, con ‘Ctrl’ si è letteralmente trasformata in un faro luminoso nel
panorama dell’R&B contemporaneo.
UN’ALTERATA PERCEZIONE PUBBLICA
Non è solo la carriera di SZA ad essere cambiata, ma anche la percezione
pubblica di lei. La sua capacità di parlare senza mezzi termini di ansia, amore
e autostima ha trovato una risonanza particolare con le giovani donne che si
sono viste riflesse nelle sue parole. Con ‘Ctrl’, SZA ha dimostrato che si può
essere fragili e potenti insieme, creando un qualcosa di meravigliosamente umano
e irriducibile.
IL SISMA NEL MONDO DELLA MUSICA
La vera rivoluzione portata da ‘Ctrl’ è stata quella di plasmare le sonorità
dell’R&B. Le influenze del soul, la dolcezza malinconica del pop e una modernità
unica ne hanno fatto un punto di riferimento senza pari. Parliamo di un album
che non solo ha ridefinito il genere, ma ha anche aperto la strada ad altre
artiste emergenti. E non è forse questo il migliore testamento della grandezza
di un’opera? Cioè, mentre su TikTok esplodevano meme su canzoni come “The
Weekend”, SZA ridefiniva già il ‘next step’ di un genere.
In breve, ‘Ctrl’ non è solo un album: è un viaggio attraverso emozioni che
sembrano invisibili ma che, in realtà, prendono vita dalla voce di SZA,
diventando parte di ognuno di noi. Quasi come se la sua musica, come una sera
d’estate, sapesse abbracciare e lenire. E in fondo, chi non ha mai desiderato
una piccola dose di embrace musicale?
INNOVAZIONI MUSICALI E COLLABORAZIONI
SZA è un’artista che ama rompere gli schemi. La sua capacità di esplorare nuovi
orizzonti musicali è innegabilmente uno dei suoi tratti distintivi. Partendo da
basi R&B, è riuscita a travolgere e trasformare il genere nelle sue mani,
arricchendolo con influenze soul, hip-hop, e indie. Una vera e propria
alchimista della musica, che mescola suoni e emozioni come un esperto chef che
sa dosare sapientemente gli ingredienti segreti del suo piatto speciale.
Le collaborazioni hanno giocato un ruolo cruciale nel suo viaggio musicale. Non
si tratta solo di scambi creativi, ma di veri e propri incontri di anime affini.
Prendi ad esempio Kendrick Lamar—sì, proprio lui. Insieme hanno prodotto “All
the Stars”, un brano che non è soltanto una canzone, ma un’intera dichiarazione
estetica e culturale. L’energia che si sprigiona da questo duo è come quella di
due stelle che si fondono nello spazio, creando un’esplosione di luce e suoni. *
Non sarà un caso se la loro collaborazione è stata la colonna sonora di un film
iconico come Black Panther. Lion Roars!
E poi c’è Doja Cat. La loro sinergia in “Kiss Me More” ha davvero conquistato il
cuore dei fan e, non solo, le classifiche di tutto il mondo. Questo pezzo è un
perfetto incrocio tra la levità del pop, la profondità dell’R&B e il ritmo
incalzante del funk. Dagli un ascolto su TikTok e vedrai quante persone ci
ballano sopra! Questo incrocio di generi in una sola traccia è un esempio di
come SZA non teme di infrangere le regole e di diventare pioniera di suoni
nuovi.
Se ci pensi, è un po’ come fare una torta al cioccolato con un pizzico di
peperoncino. Sai che gli ingredienti funzionano, ma finché non li provi insieme,
non capisci il livello di magia che può scaturire. Così è la musica di SZA:
sorprendente, multisfaccettata, irresistibile. Un mix perfetto di sapori e
sensazioni.
* Non possiamo dimenticare il suo contributo nel ridefinire il pathos e
l’estetica dell’R&B contemporaneo. In una scena musicale spesso dominata da
suoni omogenei, SZA porta il balsamo dell’autenticità e dell’innovazione. Con
lei, il concetto di R&B si allarga, si trasforma, si arricchisce. E quando
credi di aver capito dove va a parare, lei sorprende ancora con una nuova
nota, un nuovo ritmo, una nuova vibrazione.
Se mai ti capita di assistere a una sua performance dal vivo, capirai subito di
cosa sto parlando. È un’esperienza che ti invoglia a ballare, a pensare, a
sentire. Questo perché con SZA ogni canzone è una conversazione personale, un
dialogo intimo con il pubblico, come quegli incontri tra amiche al bar dove si
parla di vita, amori e sogni.
* E in questo suo viaggio di scoperta e innovazione, SZA è riuscita a
intrecciare collaborazioni con nomi di spicco in modo così fluido che sembra
il più naturale degli approdi. Ogni brano, una riflessione, una storia
diversa, ma sempre intrisa di quell’essenza unica che la contraddistingue.
Insomma, SZA sa sorprendere e coinvolgere, e lo fa non solo con il talento, ma
con una visione artistica audace. Ti cattura, ti racconta. Che sia la piccola
sfumatura di una melodia o la potente energia di una collaborazione, con SZA il
viaggio musicale è sempre un’avventura da non perdere.
L’IMPATTO CULTURALE E SOCIALE DI SZA
SZA non è solo una cantante; è una forza culturale che ha fatto breccia nel
cuore delle nuove generazioni, portando con sé un messaggio potente. Con la sua
musica, ha saputo parlare direttamente ai giovani, affrontando questioni di
empowerment, amore e vulnerabilità in un modo che risuona autentico, quasi come
se stesse leggendo i nostri diari segreti.
Pensiamoci. Quante volte ci siamo trovati a guardare uno schermo, persi tra
TikTok e meme, trovando un riflesso di noi stessi nelle confessioni disperate ma
oneste di SZA? Le sue canzoni non sono solo canzoni, sono esperienze condivise,
una sorta di terapia musicale. È come se ogni riff di chitarra, ogni battuta di
rullante e ogni nota vocale ci abbracciassero in un momento di verità.
* Empowerment: Molte delle sue canzoni, come “Drew Barrymore” o “Normal Girl,”
non sono altro che un inno alla forza interiore. Parlano della presa di
coscienza del proprio valore, senza temere il giudizio degli altri. È un po’
come il brusio dei social quando una ragazza pubblica una foto senza filtri:
autentico e liberatorio.
* Amore e vulnerabilità: D’altra parte, SZA riesce a catturare anche il lato
più fragile dell’amore. Quante serate abbiamo passato ad ascoltare “The
Weekend” e riconoscerci in quella dualità di desiderio e insicurezza? Sì, è
dolce e terribile, ma reale. Come quel meme che dice: “Le persone tossiche mi
attraggono più della gravità”, ecco, è un po’ così.
La sua influenza va oltre la musica. SZA è diventata una sorta di guru informale
per molti giovani che cercano di destreggiarsi nel caos emotivo della vita
moderna. Il suo approccio trasparente e diretto riflette un desiderio di
autenticità che si sta diffondendo rapidamente nella nostra cultura pop. È un
po’ come l’evoluzione delle serie TV, che da perfette rappresentazioni
idealizzate, sono passate a raccontare storie con difetti visibili e incertezze
narrative.
Inoltre, la capacità di SZA di vestirsi come nessun’altra – mescolando haute
couture con streetwear di seconda mano – ha gettato le basi per una nuova
iconografia di stile. È un messaggio che urla “Sii te stessa, sempre”, e questa
arte di mescolare passato e presente, fast fashion e pezzi unici, ha ispirato un
esercito di giovani a fare lo stesso.
* Realtà emotiva: In un mondo spesso filtrato, SZA offre una prospettiva grezza
e raffinata, priva di artifici. I suoi testi ci ricordano l’importanza di
abbracciare tutte le sfumature dell’essere umano, compresi i momenti di
vulnerabilità che spesso evitiamo di condividere. È un po’ come quando su
Instagram vediamo che anche le celebrità hanno i giorni no – ci fa sentire
meno soli.
* Inclusività: Un altro aspetto cruciale della sua influenza è il messaggio di
inclusività. Nelle sue canzoni non c’è spazio per le etichette rigide.
Parliamo di una vera celebrazione della diversità, dove ogni differenza
diventa un punto di forza piuttosto che un motivo di divisione.
La sua musica ci invita a esplorare noi stessi senza paura, a riconoscere e
accettare i nostri difetti. In un certo senso, ascoltare SZA è come partecipare
a una di quelle lunghe conversazioni notturne con gli amici, dove finalmente
possiamo essere noi stessi, ridere delle nostre imperfezioni e sentirci, infine,
compresi.
VITA PERSONALE E VALORI
La vita personale di SZA è un caleidoscopio di esperienze, visioni e valori che
rispecchiano non solo la sua musica ma anche il suo modo di vivere il mondo.
SZA, il cui vero nome è Solána Imani Rowe, è più di una semplice cantante. È una
mente riflessiva, una presenza magnetica che attrae e ispira con il semplice
gesto di essere autentica.
Quando si parla di spiritualità, SZA non si etichetta in un’unica visione del
mondo. È come una farfalla che vola di fiore in fiore, esplorando varie
filosofie senza mai fermarsi a una sola. Tra i suoi ideali principali c’è la
continua ricerca di crescita e trasformazione, che si riflette nella sua musica
intima e personale. Non a caso molti fan si sentono risonanti con i suoi testi,
che spesso esplorano non solo l’amore e la vulnerabilità, ma anche un senso di
profonda ricerca interiore.
In tema di valori, SZA valorizza l’autenticità e la libertà di espressione.
Crede nel diritto di sbagliare e imparare dai propri errori, un concetto che
spicca in molte delle sue canzoni. È una filosofa del quotidiano, che trae
insegnamenti dai piccoli dettagli della vita, come una parola sussurrata al
momento giusto o un tramonto dimenticato. Proprio questa capacità di estrarre il
senso dalle cose semplici la rende tanto attraente per i suoi fan.
* SZA considera la vulnerabilità una forza e non una debolezza. Questo è
evidente nei suoi dialoghi con i fan sui social media, dove non ha paura di
mostrarsi in tutta la sua umanità.
* Sul tema dell’ambizione, crede che la vera misura del successo sia personale
e non basata su parametri esterni imposti dalla società.
* Il rispetto per sé stessa e gli altri è un pilastro nei suoi rapporti
sociali, e lo si vede nel modo in cui interagisce con le persone a lei care.
Quando parla con i suoi fan, che inondano le sue pagine sui social con affetto e
domande, SZA si presenta sempre in un modo che non tradisce i suoi valori
fondamentali. È come un’acqua che non si lascia mai contenere, adattandosi ma
mai perdendo la sua essenza. Lei è la confidente perfetta, che sa ascoltare
senza giudicare.
Ma c’è tanto di più dietro a un post su Instagram o a un tweet. C’è una donna
che medita, che cerca risposte negli antichi testi di saggezza e che ama
perdersi nei paesaggi sconfinati della natura. Piccole gite per riscoprire il
mondo, rifugiando nel verde per connettersi con qualcosa di più grande di lei,
che sia un albero millenario o il fruscio del vento. Tutto questo si traduce in
un modo unico di fare musica.
Forse non tutti sanno che SZA è anche molto dedita a cause sociali, con diversi
progetti che sostengono la giustizia razziale e l’uguaglianza di genere. È una
battaglia continua per lei, che combatte con la sua voce e con la sua arte. In
questo modo, ogni canzone diventa non solo un’opera musicale ma anche un
manifesto di ciò che le sta a cuore, capito?
E quindi, il suo stile di vita rispecchia proprio questo: armonia tra essere e
apparire, una danza sottile tra il personale e il pubblico, tra l’intimo e il
condiviso. Perché alla fine, la vera potenza di SZA sta nel mantenere viva
quella connessione sincera con sé stessa, incapace di tradire la sua vera
essenza. E noi, come spettatori, non possiamo che sentirci ispirati da questa
autenticità disarmante che ci invita a riflettere su chi siamo e su chi vogliamo
diventare.
IL FUTURO DI SZA: TRA INNOVAZIONE MUSICALE E CRESCITA PERSONALE
Immagina SZA come un fuoco d’artificio nel cielo dell’industria musicale. Ogni
album, ogni singolo, è stato un’esplosione di colori e suoni che ha lasciato
tutti a bocca aperta. Ma cosa ci riserverà il futuro della nostra icona
dell’R&B? Beh, tenetevi forte, perché le previsioni sono più brillanti di una
sera d’estate!
Per prima cosa, SZA è sempre stata un’artista di sperimentazione sonora. E non
si tratta solo di cambiare il genere musicale, ma anche di fondere stili diversi
come il jazz, l’hip-hop, e addirittura l’elettronica. Possiamo aspettarci da lei
un continuo tentativo di superare i confini della musica R&B, creando qualcosa
di completamente nuovo e inaspettato. Immaginate qualcosa che unisce il calore
del vinile anni ’70 con le vibrazioni dei suoni più futuristici. Avete presente
quando ascoltate una canzone e sentite quel brivido lungo la schiena? Ecco,
quella è SZA!
1. Innovazione costante: SZA non si adagia mai sugli allori. Ogni suo progetto è
una dimostrazione della sua capacità di evolversi.
2. Collaborazioni audaci: Non sarebbe sorprendente vederla collaborare con
artisti inaspettati. Magari un featuring con un rapper emergente o un duetto con
un’icona del pop? Le possibilità sono infinite.
Ma non è solo di musica che parliamo. Se consideriamo la crescita personale, è
affascinante vedere come SZA utilizza la sua carriera come uno specchio per
riflettere su di sé e sugli altri. Attraverso le sue canzoni, ha indagato sulle
tematiche dell’amore, della vulnerabilità e dell’identità personale. Aspettatevi
che continui a spingersi oltre, esplorando argomenti più profondi e personali.
Pensate alle sue interviste, dove ha condiviso sfumature di vita reale e di come
queste influenzino la sua arte. Siamo curiosi di scoprire come il suo approccio
personale si evolverà in futuro. Forse diventerà ancora più spirituale? O tirerà
fuori un altro manifesto di empowerment femminile da farci alzare le mani in
aria?
* Apertura verso nuovi generi: Chissà, magari un giorno ci potrebbe sorprendere
con un album folk o una ballad rock.
* Approfondimento tematico: I suoi testi potrebbero diventare ancora più
poetici e complessi, parlando di esperienze comuni con un tocco unico.
Inoltre, l’influenza di SZA va oltre i confini della musica. È un’icona
culturale, un simbolo di autenticità in un mondo spesso dominato dall’apparenza.
Le sue scelte stilistiche, sia nei video musicali che sul tappeto rosso,
continuano a dettare tendenze. L’autenticità è la sua firma, e in un’epoca
dominata dai filtri e dalle app di fotoritocco, questo è rivoluzionario. Che sia
per la sua capacità di connettersi emotivamente con i fan o per il modo in cui
reinterpreta la sua eredità culturale, SZA continuerà a lasciare il segno.
Si potrebbe anche dire che la sua impronta d’influenza si allarga come onde
concentriche in un lago. Ecco qui:
* I suoi fan la percepiscono come inclusiva e rappresentativa delle loro
esperienze culturali e personali.
* Artisti emergenti la citano come fonte di ispirazione e modello di audacia
creativa.
In sintesi, il futuro di SZA è come un libro aperto pieno di capitoli ancora da
scrivere. Ma una cosa è certa: qualsiasi cosa decida di fare, sarà un viaggio
che vale la pena seguire con il cuore in gola. E voi, siete pronti a viverlo
insieme a lei?
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