
Joan Thiele, la voce cosmopolita che conquista la musica italiana
- The Wom - Tuesday, October 21, 2025
Getty Images- Nome completo: Alessandra Joan Thiele
- Data di nascita: 21 settembre 1991
- Luogo di nascita: Desenzano del Garda (Brescia)
- Segno zodiacale: Vergine
- Altezza: n/d
- Partner: n/d
- Genitori: madre italiana (napoletana), padre svizzero di origini colombiane
- Figli: n/d
- Fratelli/Sorelle: un fratello
- Instagram: @joanthiele
Dentro una famiglia, mille mondi: il melting pot di Joan
Sensazione di avere sempre un piede qui e uno là. Per Joan Thiele, il melting pot di culture non è mai stato uno slogan, un’immagine da Instagram o un filtro modaiolo. È la sua realtà, il paesaggio del cuore e delle abitudini. Una mamma italiana, solare e determinata (quelle mamme che hanno l’occhio dolce e lo sguardo che non scende mai a compromessi) e un papà svizzero, di sangue mezzo colombiano, occhi profondi come la storia – e pure un modo di parlare che tra accenti e inflessioni sembra già una playlist di Spotify.
In casa si parlavano tre lingue, mica una soltanto. L’italiano dei “ciao, amore, come stai?”, lo spagnolo dei ricordi della nonna, lo svizzero per i dettagli e le precisioni. Niente era scontato, ogni pranzo diventava una “tavola rotonda” di storie e leggende, tra risate a crepapelle e nostalgie improvvise. E Joan Thiele, da bambina, apprendeva così: ascoltando le note delle parole e quel diverso senso del tempo (che già è una lezione di vita).
Colombia-Italia: un’osmosi di universi
L’infanzia di Joan Thiele suona come una playlist shuffle fra due mondi: le estati roventi sulla costa adriatica e le visite in Colombia, fra abbracci stretti come nidi e le cene dove il ritmo è più importante della puntualità. La Colombia è “magia realista”, dicono Márquez e tutti i TikTok sotto #MagicalRealism, e per lei lo è davvero: colori saturi, zii che sembrano personaggi di un romanzo, danze che partono da una parola. E in Italia? È il contatto con la bellezza ordinata, con i tramonti lenti, gli amici d’infanzia che urlano “Ehi, che fai domani?” sotto casa, il rituale delle merende e i nonni che sfornano consigli.
Questa altalena crea una Joan Thiele con una bussola impazzita e, allo stesso tempo, inchiodata bene al Nord magnetico dell’identità. Sa essere selvaggia e composta, vulnerabile in modo latino e prudente alla svizzera. Clockwork orange di origini, dove ogni tic, ogni scelta musicale pesca da questo spessore internazionale.
Rapporti familiari: la tribù Thiele, la forza nella diversità
Non è solo carta d’identità. I rapporti familiari diventano – neanche a dirlo – lo scheletro delle sue canzoni. Il papà, che da piccolo la faceva ballare in soggiorno sulle note di cumbia e folk andino (mica playlist “Chill Out” di Spotify, ma roba vera, vinile graffiato e casse che gracchiano), è ancora un faro silenzioso. La mamma è la presenza femminile tosta che la spinge a non avere paura della propria unicità. E poi c’è il fratello: un complice, di quelli che sanno leggerti con uno sguardo e magari ti sanno prendere in giro quando stai per prenderti troppo sul serio.
Gli aneddoti si sprecano: tour lunghi in auto tra Bogotá e Cartagena con l’autoradio scassato. Oppure, a Milano, i momenti tutti assieme sul divano – Joan con la chitarra, il fratello che batte le mani e la nonna che cucina (e confonde sempre le “melanzane” con le “berenjenas”, e si ride di gusto di queste cose).
Getty ImagesValori e curiosità senza confini
In tutto questo, Joan Thiele sviluppa una cosa che si percepisce appena le si ascolta parlare: curiosità senza pregiudizi. Da piccola, per lei ogni nuova persona era una storia da scoprire (e, spesso, imitare con accenti buffissimi). Cresce con la sensazione che “straniero” sia solo una parola e che mescolare mondi sia parte del gioco.
Su TikTok va forte il trend dello “show your passport and your culture”, e Joan Thiele potrebbe anche girarci una serie. Invece, preferisce raccontare se stessa attraverso piccole cose:
- Accento che oscilla, tipo pendolo, quando è stanca e parla con gli amici.
- Parole diverse per uno stesso oggetto, che ogni tanto la fanno sorridere a bordo palco.
- Gesti familiari presi in prestito senza accorgersene dai nonni, dai fratelli, dalle zie.
Essere figlia di culture diverse, insomma, non l’ha resa confusa ma soltanto più duttile, simile a quelle conchiglie che profumano ancora di mare anche quando stanno in un cassetto.
Il mondo visto da Joan Thiele non è mai bianco o nero, ma pieno di sfumature neon, come un filtro iridescente su Instagram una mattina di primavera. Ed è questa apertura mentale – insieme a quell’empatia dilatata – che poi si riverserà in ogni brano, in ogni scelta di suono. Gli altri cambiano Paese e si sentono spaesati, lei invece trasforma la multiculturalità in forza, e persino in poesia.
Una chitarra, qualche sogno in tasca: i primi passi da busker
Immagina una ragazzina con una chitarra in mano, cuffiette nelle orecchie e occhi che brillano di quell’eccitazione che hai solo quando sei davvero giovane e un po’ incosciente. Ecco, Joan Thiele a sedici anni era così: una busker tra le vie, i parchi, le piazze. Suonava per la gente che spesso non la vedeva nemmeno, o peggio, la osservava con quella distrazione tipica di chi pensa solo ai propri affari. Ma lei lì, con la sua voce aperta, si prendeva ogni nota come una sfida, ogni sguardo come una possibilità. Tutto era puro, ruvido, vero. Non c’era filtro, nessuna produzione perfetta, nessun pubblico in platea, solo lei e la città.
C’è qualcosa di magico e un po’ sfrontato nell’arte di suonare per strada: devi essere capace di startene lì, nuda davanti al mondo, coi tuoi limiti e i tuoi sogni. Joan si è forgiata così, tra il rumore delle auto e l’odore di panini bruciati, a prendere (spesso) la pioggia e a sentire (a volte) gli applausi quelli veri, quelli di chi si ferma perché hai saputo toccargli il cuore anche solo per un attimo. In quei giorni ha imparato che puoi piacere o non piacere, ma l’importante è suonare sempre come se la platea fosse infinita.
Spirito ribelle: il salto a Londra a soli diciott’anni
Ma chi l’ha detto che bisogna aspettare il momento giusto? Joan no, non ci ha mai creduto. Così, a diciotto anni appena compiuti, Londra la chiama come in una song dei Beatles e lei risponde (cioè, avete presente? Non era la Londra romantica, ma quella vera, piovosa, multiculturale, sconfinata). Ha preso e ha mollato tutto: scuola, amici, comfort, per inseguire quella vocina ribelle dentro di sé che le diceva “corri, prova, mettiti in gioco, adesso”.
Non era mica glam come sembra adesso nelle storie Instagram: Londra ti tempra, porta il conto delle tue insicurezze e non fa sconti. Joan ci si è lanciata dentro con, tipo, lo spirito di un’esploratrice urbana che alterna jam session improvvisate nei garage a lavori per pagarsi il letto a castello in una casa che traballa. Le difficoltà? Quelle sì che hanno forgiato il carattere, mica i like. Ha imparato a chiederlo l’aiuto, a incassare i rifiuti senza lasciarci l’entusiasmo, a scrivere canzoni che sanno davvero di lei e non di qualcuno che la imita. E poi la solitudine, che a vent’anni può sembrare una nemica tremenda, l’ha trasformata piano in una specie di musa, di fiammella creativa.
Getty ImagesLe prime canzoni, il fuoco creativo, la nascita di uno stile
Ecco, tra un bus della linea 7 e un tè troppo caldo, Joan riempiva taccuini e note audio sul telefono con pezzi che avevano dentro tutto: la nostalgia, la fame di futuro, il bisogno di identità. Non aveva paura di mescolare: la sua voce, un po’ retrò e un po’ pulita come la carta vetrata fine, parlava di sentimenti universali ma con storie sue, personali, colorate da quei mille dettagli che ti fanno capire che c’è qualcuno vero dietro ogni strofa.
Fare musica in quel modo, con la pelle ancora addosso all’esperienza del busking e la mente che viaggia a Londra, vuol dire ascoltarsi davvero e non scegliere mai la strada più semplice. Così Joan Thiele si è cucita addosso uno stile che non è solo un patchwork di suoni ma anche:
- una narrazione sincera (di quelle che ti senti amica appena ascolti una canzone)
- il coraggio di tenere insieme le sfumature: dolce come una nenia latina, ma anche graffiante, quasi elettrica
- la voglia costante di imparare, di chiedersi “cos’altro posso essere?”
Se ascolti i primi brani, magari quelli suonati nelle serate open mic o caricati in rete con ansia e speranza, percepisci questa energia: non è arroganza, è autodifesa creativa. Se vuoi conquistare la tua voce, devi perderti almeno una volta. Joan Thiele lo sa bene.
Più difficili, più grandi: le scelte che fanno la differenza
Nessuno l’ha mai spinta davvero se non la sua estroversione mista a ostinazione. Ed è questo che le ha permesso, tornata in Italia, di non seguire la linea dritta ma di inventarsi, passo dopo passo, il suo percorso. Le esperienze difficili diventano come delle corde di chitarra tese: fanno male ma ti permettono di suonare. Joan, oggi, lo racconta con la leggerezza di chi ha superato l’ansia del giudizio e punta tutto sulla sincerità. Ci ha messo la faccia e la voce, ha accettato i no, i “non sei abbastanza italiana” o i “non siamo pronti per te”.
E tutto questo, invece di spegnerla, l’ha portata a essere una delle artiste più libere, non incasellabili, mai scontate. Quella determinazione, plasmata tra le vie di città piene di rumore e le notti solitarie e piene di note a Londra, si sente ancora adesso ogni volta che Joan Thiele sale su un palco. Non importa se davanti ci sono dieci amici o mila persone a un festival: lei rimane quel mix di coraggio e vulnerabilità, con la stessa voglia di suonare, senza filtri.
Dal folk internazionale alla ricerca di un’identità italiana
C’è qualcosa di magico nell’ascoltare l’evoluzione musicale di Joan Thiele, come sfogliare un diario segreto scritto in codici, lingue e suoni diversi. Se si parte da “Save Me”, la primissima canzone che la lancia ufficialmente, si sente già questa voglia pazza di mischiare le carte. C’è il folk morbido alla Daughter, c’è la malinconia di Cat Power, ma c’è anche una leggerezza pop che ti entra in testa come quelle hit che ascolti in cuffia mentre cammini e ti senti un po’ protagonista. Lei, che in Italia ci è tornata dopo aver vissuto tra Colombia, Svizzera, Londra, ci mette tutto dentro. Letteralmente: i pezzi dei suoi primi EP sono come cocktail con ingredienti presi in giro per il mondo—la voce che sussurra in inglese, le chitarre acustiche, ma anche un beat digitale che si insinua piano.
Poi, però, Joan sente sempre la necessità di esprimersi attraverso strade nuove. Non si accontenta della comfort zone pop-folk. Se ascolti anche solo in ordine i suoi singoli, noti questa metamorfosi: c’è una voglia di elettronica sempre più decisa, tocchi di Afrobeat qui e là, un modo di campionare la voce che viene direttamente dalla curiosità per la musica urban internazionale. Non le basta “essere una cantautrice”, lei vuole essere tutto questo insieme.
Sperimentazione senza paura: tra suoni, lingua e collaborazioni
La verità è che Joan Thiele ha fatto della sperimentazione la sua cifra, quel tratto imprevedibile che la rende davvero anti-banalità. Funziona così: il gusto per le contaminazioni latine e digitali esplode negli EP successivi, tra synth anni Ottanta e cori che sembrano arrivare da un’altra parte del mondo. Mentre molti artisti italiani giocano sul sicuro, lei nella sua musica ti tira dentro il caos bellissimo delle nuove scoperte. In “Polite”, per esempio, si inizia ad avvertire una Joan che spinge il piede sull’acceleratore dell’elettronica senza mai dimenticare quell’anima da storyteller.
E poi succede una cosa che, se sei una fan delle voci indie con la valigia in mano, magari hai sognato anche tu: la svolta verso l’italiano. Una scelta coraggiosa, per certi versi rischiosa. Perché Joan si era cucita addosso quest’identità cosmopolita, e passare a scrivere e cantare in italiano sarebbe potuto sembrare un passo indietro. Invece è l’esatto opposto: è un modo per riappropriarsi delle sue radici, per darsi la possibilità di raccontarsi in modo più diretto. A un certo punto, anche lei dice basta filtri—apre la porta e si butta, con testi che diventano più intimi, dove il suono e il senso vanno a braccetto.
Il viaggio di “Joanita” e il coraggio di essere se stessi
Quando arriva l’album “Joanita”, capisci che tutta quella ricerca, quei cambi di rotta, portano sempre e solo verso una cosa: essere veri. È come se Joan si fosse costruita una casa tutta sua dove ogni stanza è una sfida—un pezzo con le percussioni afro, uno con i synth dreamy, uno con una cumbia sussurrata (e qui, ragazze, ditemi se anche voi non vi mettete a ballare in salotto). In “Joanita” quello che salta all’orecchio è proprio questa naturalezza nel cambiare pelle. Ogni traccia è come una pagina nuova di diario, un po’ malinconica, un po’ sfrontata, molto potente.
E vogliamo parlare delle collaborazioni? Quella con Elodie è proprio la dimostrazione che Joan non ha paura di mettersi in gioco, anzi. Mescolare il suo stile raffinato e internazionale con la voce pop e grintosa di Elodie è il classico tipo di incastro sperimentale che può funzionare solo se sei pronta davvero a lasciare entrare un’altra storia nella tua—e Joan Thiele, questa cosa, ce l’ha cucita dentro. Non è solo una questione di mood musicale, è proprio un modo di essere: spalancare porte, accogliere l’altro, mischiare, rischiare di perdere un pezzo di sé per ritrovarsi più completa.
Ecco, in questo continuo sperimentare, Joan Thiele porta in ogni nota i suoi pensieri: parla di libertà, di identità multipla, di fragilità che diventano forza. Le sue canzoni sono li, specchi lucidi di una personalità mai uguale a se stessa, che non ha paura di cercare, sbagliare, rinascere. Ogni volta che ascolti un suo pezzo, hai la sensazione che ti stia dicendo la verità del giorno, senza vergogna di mostrarti le sue sfumature, anche le più complicate. A pensarci bene, è proprio questo che conquista: uno stile inconfondibile, sì, ma che non si lascia mai etichettare. E che ci fa sentire compagne di viaggio in questa esplorazione.
Relazioni sentimentali, amicizie e sistema valoriale
Se dovessimo pensare alla sfera privata di Joan Thiele come a uno dei suoi video musicali, parleremmo di mille colori e sfumature in continuo movimento. Non è “tutto rose e fiori”, ma nemmeno tempesta pura: è piuttosto una sequenza di istanti veri, vissuti fino in fondo. Joan ha sempre dichiarato di mettere la sincerità davanti a tutto — sia nelle canzoni sia, soprattutto, nei rapporti intimi. Questo per lei significa non fingere, accettare le sfumature, perfino i lati spigolosi che ognuno si porta addosso. L’onestà emotiva è argomento sacro, e le è capitato di chiudere un’amicizia o una storia d’amore anche solo per aver sentito venire meno quella trasparenza autentica. Proprio come nelle sue melodie, c’è un ritmo che si spezza: quando qualcosa non si incastra più, è inutile forzare la nota.
Il tema delle relazioni, per Joan, si muove su diversi piani. Da un lato c’è il rapporto con la famiglia: una costellazione inevitabilmente complessa che le ha insegnato, da piccola, cosa vuol dire “appartenere e non appartenere mai del tutto” a uno spazio, una lingua, una cultura precisa. Proprio questa multiculturalità, questa doppia appartenenza, il sentirsi permanente outsider — tra Svizzera, Colombia e Italia — secondo lei l’ha resa più ricettiva ai sentimenti degli altri, più attenta ai dettagli che fanno la differenza tra un discorso banale e un vero atto di empatia. “Essere empatici”, dice spesso Joan, non è solo capire l’altro: è anche decidere quanto ti lasci cambiare da quello che l’altro porta nella tua vita. Forse per questo le sue amicizie durano nel tempo, a dispetto dei mille impegni, delle trasferte e di quella tendenza (molto Z) a cambiare continuamente rotta.
Una delle cose che saltano all’occhio, parlando con chi la conosce davvero, è il modo in cui difende la profondità dei legami che sceglie. Cioè, Joan non accumula “rapporti vetrina” solo per raccattare like o followers: il suo giro di amicizie è ristretto a persone con cui può davvero aprirsi — anche perché, lo ammette ridendo, “non sono mica brava a fingere entusiasmo se non mi viene naturale!”. In un mondo dove ci si smaterializza tra chat infinite, gruppi WhatsApp e cuore su Instagram, lei preferisce ancora i messaggi vocali chilometrici, le chiamate a tarda sera, un caffè improvvisato sotto casa. E quando trova una sintonia reale, si affeziona per davvero, in modo quasi viscerale.
Il capitolo sentimentale? Qui entra in gioco quella sua disarmante sincerità. Non ha mai fatto mistero di aver avuto amori turbolenti e intensi — d’altronde, chi canta di cuori sradicati e viaggi interiori ha spesso una tempesta dentro. Joan però si tiene ben lontana dal cliché della “diva maledetta” o della cronaca rosa a tutti i costi. Anzi, per lei le storie d’amore sono state (e sono) terreno fertile per la crescita personale, non gossip da raccontare a tavola. Una sua amica, una volta, ha detto che “Joan si butta nelle storie come in un nuovo sound”: senza paura di sperimentare, disposta a perdersi ma anche a ritrovarsi più forte.
E poi c’è un’altra cosa che incide tanto sul suo modo di vivere i rapporti: il rispetto per le diversità. La sua visione delle relazioni, sia amorose che amicali, si basa su un principio molto semplice:
- accogliere l’altro per quello che è, senza volerlo cambiare
- valorizzare i difetti, non solo le qualità da copertina
- sapersi mettere da parte, quando serve, per lasciare spazio all’altro
Tutto questo si sente nella musica, lo si percepisce nei suoi post, nelle interviste, nel modo in cui si rivolge a chi la segue. E il suo pubblico femminile lo coglie subito, quasi d’istinto: Joan diventa “una di noi” proprio perché non si mette mai su un piedistallo, ma racconta fragilità, dubbi, entusiasmi che ogni ragazza – chi più chi meno – ha provato almeno una volta.
Ci sono piccoli gesti che lasciano il segno: dal messaggio di incoraggiamento mandato a un’amica nel bel mezzo della notte, al tempo ritagliato per ascoltare una storia triste senza fretta. Ecco, il sistema valoriale di Joan sembra cucito (o meglio, intrecciato come un telaio colorato) con questi fili:
- sincerità a muso duro, anche quando fa male
- empatia attiva, quella che trasforma chi la vive
- libertà di essere fuori dagli schemi, senza sentirsi fuori posto
Su questi pilastri, la popstar costruisce non solo le proprie relazioni, ma anche il modo in cui si racconta e si lascia raccontare. Così facendo crea uno spazio – tanto in musica quanto nella vita – dove chiunque, specialmente una giovane donna che si sente smarrita, può trovare un pezzetto di sé e sentirsi a casa.
Attivismo come riflesso di sé: il percorso autentico di Joan
Diciamocelo chiaramente, quando si tratta di impegno sociale, Joan Thiele non è mai stata una da proclami altisonanti e nulla più. Il suo attivismo è cresciuto (piano, ma deciso) come quel fiore selvatico che spunta dove meno te lo aspetti: tra le crepe del cemento. La sua voce, nel senso letterale e metaforico, è diventata un modo per portare in superficie quei temi che spesso nella musica sembrano solo slogan da usare nei trend su TikTok e invece per lei sono respiri quotidiani.
Di fronte a tematiche come l’inclusione, l’empowerment femminile, la valorizzazione delle culture minoritarie, Joan gioca a carte scoperte. Ricordo quando raccontava, durante un concerto semi-improvvisato in uno spazio sociale a Milano (e lì davvero c’era poco da posa: luci basse, pubblico a due metri e nessuna barriera tra palco e persone), di come la sua identità divisa tra Colombia, Italia, Svizzera le abbia insegnato a non sentirsi né carne né pesce, ma a fare della sua “non appartenenza” un superpotere. Lo ha detto proprio così. In quei momenti, la platea – fatta soprattutto di ragazze giovani, studenti, un paio di mamme coi figli – non stava più semplicemente ascoltando una cantante: stava ricevendo una specie di iniezione di coraggio.
Empowerment femminile e nuovi modelli da palco (e social)
Joan non ha mai nascosto le sue fragilità. Anzi, le ha portate sul palco, magari tra un cambio di chitarra e un ricciolo caduto davanti agli occhi. Eppure, proprio questa vulnerabilità è diventata il suo manifesto di empowering: perché essere donna nella musica, in Italia oggi, vuol dire barcamenarsi tra aspettative, scripting di femminilità, giudizi estetici anche quando vorresti solo parlare di suono. Lo si è visto chiaramente in progetto come “Spazio”, la mini web-serie che ha lanciato durante la pandemia: qui ha intervistato altre cantautrici, musiciste, dj, cercando storie vere, lontane dai cliché. Dal confronto sono emerse voci di ragazze che hanno dovuto sgomitare per un soundcheck decente o per ottenere almeno la metà dello spazio creativo dei loro colleghi maschi. Joan ha dato visibilità a queste voci, sia su Instagram che durante le sue dirette – spesso lasciando spazio agli altri, in modo che la sua community diventasse una specie di piazza digitale dove ci si ascolta e ci si sostiene davvero.
In diversi post e storie ha anche parlato apertamente del diritto a cambiare, a sbagliare, a reinventarsi. Ad esempio:
- Ha supportato la campagna “No More Body Shaming” collaborando con altre musiciste italiane, condividendo messaggi positivi e sinceri.
- Ha lasciato spazio nelle sue storie ai racconti di follower che vivevano discriminazioni di genere o micro-aggressioni, rispondendo una a una, come se fossero amiche e non semplici fan.
Orgoglio di culture minoritarie: radici come ali
Se c’è una cosa che Joan sa fare (e che traspare subito, anche solo chiacchierandoci cinque minuti), è trasformare le radici multiple in carburante. In una scena musicale dove spesso l’internazionalità sembra solo una patina patinata, la Thiele porta ritmi, parole e colori che puzzano di verità vissuta. Basti pensare alla scelta di cantare talvolta in spagnolo, di inserire nei suoi concerti intro di musica tradizionale sudamericana – a volte facendo salire sul palco percussionisti che nemmeno parlano italiano, ma con cui si crea una sinergia a colpi di ritmo e sguardi complici, quasi da meme.
Durante alcune campagne social per la Giornata Mondiale dei Rifugiati, Joan ha portato la sua testimonianza, spiegando quanto sia difficile trovare “casa” dentro sé stessi e quanto sia importante offrire ascolto e dignità a chi ha vissuto lo sradicamento. In questi momenti ha invitato i suoi follower a:
- Donare a ONG come Emergency, spiegando con una schiettezza disarmante dove finiscono i soldi e perché sostenere certi progetti non è mai una cosa da fare “solo per pulirsi la coscienza”.
- Raccontare le proprie storie di migrazione – e non solo quelle “epiche” viste su Netflix – ma anche le piccole lotte quotidiane: una collega di università che fa storie su WhatsApp in tre lingue, un’amica venezuelana che inventa nuove ricette con ingredienti italiani.
Attivismo come estensione della visione artistica
Quello che sorprende, se ci pensi, è quanto Joan riesca a rendere il suo impegno sociale una prosecuzione naturale della sua arte. Non c’è mai un punto in cui “Joan la cantante” finisce e “Joan l’attivista” comincia. È tutto un mischione, una specie di jam session del cuore e della testa. Lei stessa, più volte, ha dichiarato che non avrebbe potuto “restare in silenzio” perché la musica, per come la intende lei, è anche uno spazio di presa di parola, di scomoda autenticità, sia quando compone sia quando scuote il microfono davanti a una folla.
I suoi valori individuali – dal rispetto per le diversità, alla fame di dialogo, all’amore per l’incontro delle differenze – diventano così l’humus da cui nascono sia le sue canzoni che le sue battaglie sociali. E se oggi il suo pubblico la percepisce come un’artista completa, lo deve anche a questa coerenza: alle scelte minuscole (tipo correggere un follower che fa un commento razzista sotto un post) e ai gesti pubblici, come le raccolte fondi ai concerti per le donne che vivono situazioni di disagio o discriminazione.
Insomma, se dovessi disegnare Joan Thiele come una timeline di meme, la sintesi sarebbe: immagine nitida, messaggio chiaro, zero filtri e tanto cuore. E questa, per davvero, è la cosa che più conquista.
Onda dopo onda: il David, Elodie e le prime grandi onde
Tutto sembra ancora incredibilmente fresco: Joan Thiele che si prende la scena mano nella mano con Elodie, le due donne che splendono in “Proiettili (ti mangio il cuore)”, successo trasversale che non solo ha scosso la classifica, ma anche il pubblico al cinema. La canzone – sì, quella col suo tocco immediatamente riconoscibile, quasi a metà tra una carezza e un pugno – è diventata traino del film omonimo e ha portato a casa un premio pesante, mica pizza e fichi: il David di Donatello 2023 per la miglior canzone originale. E sentite questa: vedere il suo nome salire, sentire quella sottile emozione nella voce quando stringe la statuetta… Joan si è trovata a un crocevia magico: il suo essere multiculturale, l’abilità di sperimentare senza imporsi paletti, arrivano finalmente dritti al cuore della scena nazionale.
Non era un exploit isolato, però. Quello che colpisce, riguardando tutto il percorso di Joan, è che le sue scelte portano sempre un senso di libertà quasi ostinata. Il successo con Elodie? Certo, una super vetrina, ma anche una dimostrazione concreta che in Italia può funzionare chi rifiuta ogni etichetta. La Thiele ha regalato al grande pubblico una realtà diversa: puoi essere musicista, autrice, producer, totalmente te stessa — pure quando lavori con le mega popstar.
Sanremo 2025: la consacrazione pop(olare)
E adesso? Beh. Arriva lei, Joan, Sanremo 2025. Non è la prima volta sul palco dell’Ariston, certo, ma questa volta l’attenzione è tutta un’altra storia. Dopo il successo con Elodie e un paio di singoli esplosi su TikTok (cosa che qualche anno fa sembrava fantascienza per una come lei!), era quasi fisiologico. Cioè, la aspettavamo tutti: dai fan storici alle nuove generazioni che sognano fare “duetti di voci fuori dal coro” con le amiche al karaoke.
L’arrivo a Sanremo è come un rito di passaggio, un punto di svolta senza ritorno. Joan ha scelto brani che mischiano melodie forti e quella sua scrittura viscerale, sempre a metà fra inglese, italiano e – novità assoluta – inserti dalle sue radici sudamericane. Su TikTok girano già le clip delle prove, i meme che giocano sul fatto che “nessuno capisce da dove venga il suo accento, ma tutti sentono la verità nelle sue parole.” Quell’esibizione diventa subito trend: la sua voce calda, l’interpretazione intensa, il look che sembra un mix tra Chanel e vintage anni ’70, fanno scattare una quantità di reaction impazzita.
A Sanremo, le luci sono forti, i tempi sono stretti, l’emozione spesso un frullatore. Eppure Joan dà l’idea di danzare dentro quello spazio come se nulla fosse. Una frase che lei stessa ha raccontato in radio, dopo la prima serata: “Sanremo ti mette a nudo, ma è anche quello il bello. Devi scegliere cosa lasciare andare di te, e cosa tenere stretto. Io tengo stretto quello che mi ha salvato: la musica.” Tutto chiaro, no?
Trovare il proprio equilibrio nel boom della notorietà
Ok, la fama. Ma cosa succede dopo? Nei DM di Instagram, nelle richieste martellanti delle radio, nelle interviste (alcune carine, altre peggio di un’interrogazione di fisica): come fa Joan a non perdere il controllo? Non è facile. Le sue giornate adesso si dividono tra
- promozione (infinita, va detto)
- sessioni di scrittura tra Milano e metà del mondo (letteralmente)
- incontri con fan che si riconoscono nella sua identità “né qui, né là, ma sempre autentica”.
Il rischio di diventare un “personaggio” e dimenticare la persona reale è sempre dietro l’angolo. Joan lo sa, e ci scherza pure sopra: “A volte mi sento come un’idea di me stessa in un feed di Instagram. Poi mi faccio una passeggiata in bicicletta e torno normale.” Ecco, uno la immagina così: restare vera significa anche prendersi i propri spazi, difendere quella parte di sé che trova senso nei piccoli rituali, nelle playlist raffazzonate, nelle chiacchiere con la mamma via WhatsApp alle tre di notte.
I sogni e le sfide: una visione (sempre) mobile
Se le chiedi cosa sogna ancora, Joan sorride e cambia posizione: “Non voglio smettere mai di cercare. Voglio imparare da tutto e da tutti, pure dai flop.” Le sfide non mancano. Alcuni punti fermi:
- portare la musica italiana fuori, nei circuiti internazionali veri, non solo nei club degli expat
- esplorare altri linguaggi: cinema, arte visiva, magari una serie tv dove raccontare storie di confine, che parlino di appartenenza multipla e di libertà
- combattere (sempre) per una scena musicale più inclusiva, dove le donne che scrivono e producono siano la regola e non un’eccezione
La visione di Joan, oggi, è liquida e audace. Ogni nuovo disco è la fotografia di un passaggio, mai la destinazione. “Voglio che la mia musica cambi insieme a me — e se un giorno mi sveglio e mi viene da cantare solo bosanova, lo farò senza sensi di colpa.” Ecco il segreto forse: trasformarsi senza mai perdere il cuore, con quella fame di scoperta che non si può davvero spegnere. Chi ascolta Joan Thiele oggi lo sa: i suoi sorrisi, i suoi sbagli, il suo modo di stravolgere le regole, sono la prova che una voce può inventare mondi, e non solo canzoni.
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