Il possibile ritorno della pubblicità sessista: un passo indietro senza precedenti

- The Wom - Thursday, October 30, 2025
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La proposta di eliminare il divieto di affiggere cartelloni sessisti o discriminatori, in vigore dal 2021, fa precipitare il nostro Paese indietro di decenni

Fino a pochi anni fa, c’era un’Italia in cui il corpo delle donne era esibito a ogni ora del giorno e in ogni spazio pubblico. Bastava accendere la televisione all’ora di cena per vedere donne in perizoma consegnare premi a partecipanti estasiati. Bastava andare in edicola per vedere donne in topless sulle copertine delle principali riviste italiane, a prescindere dal contenuto dell’articolo. Bastava uscire di casa per vedere i cartelloni di negozi di ferramenta, ristoranti, autolavaggi che pubblicizzavano i propri prodotti o servizi con donne in costume da bagno, o del tutto nude, con battute che ammiccavano al sesso. Quell’Italia non c’è più, e non perché i tempi sono cambiati, ma perché c’è stata la volontà politica di cambiarli:

nel 2021, è stato introdotto un divieto di affiggere messaggi sessisti, omofobi o lesivi della dignità delle persone su strade, veicoli e mezzi pubblici. Oggi però si rischia di tornare indietro nel tempo, perché il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha proposto di eliminare questo divieto

Pubblicità sessiste, il pretesto per abolirne il divieto

La stretta sui cartelloni era stata introdotta quattro anni fa con un emendamento al decreto Infrastrutture e Trasporti, proposto da due deputate del PD e Italia Viva, e riguardava sia le rappresentazioni sessiste che contenuti discriminatori di varia natura, come quelli legati all’orientamento sessuale o all’etnia.

Negli anni la norma sulle affissioni infatti non ha bloccato solo immagini degradanti della donna, ma anche cartelloni di natura politica, come quelli dell’associazione antiabortista ProVita e Famiglia

È questo il motivo per cui Malan, molto vicino all’organizzazione, vuole abolire il divieto: già nel 2021 lo aveva definito “una norma ideologica, volta a limitare la libertà di espressione”. Lo scorso agosto, ProVita ha perso una battaglia legale contro il comune di Roma, che nel 2018 aveva fatto rimuovere dei manifesti che mostravano un bambino imbronciato, circondato da mani adulte che cercavano di mettergli il rossetto e un fiocco sulla testa, con la scritta “Basta confondere l’identità sessuale dei bambini”. L’associazione, nota per le sue campagne choc contro aborto e “gender”, ha all’attivo numerosi contenziosi con il comune che le ha rimosse più volte.

Sacrificare la dignità delle donne?

Eliminare il divieto in nome della “libertà di espressione” significa però tornare ad autorizzare anche le pubblicità più sessiste e becere che per anni hanno occupato gli spazi delle nostre città. Ed è curioso che proprio chi si erge a paladino della dignità delle donne contro minacce inesistenti come il “gender” e “l’ideologia trans” sia disposto a sacrificarla ripristinando una delle forme più palesi e incontestabili di misoginia pubblica solo per far avanzare i propri interessi ideologici. È dal 1979, quando il sociologo inglese Erving Goffman pubblicò il famoso libro Gender Advertisements, che si discute dell’oggettivazione delle donne nella pubblicità e si analizza il suo impatto sulla realtà. Vietare le pubblicità sessiste non è solo una questione morale: è ormai dimostrato che esse hanno un impatto negativo sull’auto-percezione del proprio corpo e che sono associate a una maggiore accettazione e normalizzazione della violenza sessuale.

Lo spazio delle donne

“Lo spazio”, scrive Daniela Brogi ne Lo spazio delle donne, “è campo di espressione e verifica delle identità”. Alle donne è stato a lungo negato tanto quello simbolico – la storia, l’arte, la letteratura – quanto quello concreto: chiuse nelle quattro mura domestiche, le donne dovevano ritagliarsi la propria dimensione in un luogo separato, lontano dagli occhi di tutti e soprattutto lontano dai luoghi di potere.

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La conquista dello spazio pubblico, dalle prime donne che osavano andare in bicicletta a quelle che scendevano in piazza per i loro diritti, è stata lunga e faticosa, e non ancora conclusa: ancora oggi in molti luoghi del mondo, come in Afghanistan, le donne non possono uscire di casa se non accompagnate o non possono guidare l’automobile. Ma anche una volta ritagliato il proprio spazio, le donne devono continuamente ricordarsi che tutto spinge a ricacciarle al loro posto: le città sono modellate su abitudini ed esigenze maschili o non sono sicure per camminarci la sera. Oggi potevamo contare almeno su una piccola vittoria: niente più cosce e reggiseni per vendere padelle o lubrificanti, a ricordarci che il nostro corpo è in vendita. Ma se l’emendamento di Fratelli d’Italia passerà, sarà come tornare indietro nel tempo. 

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