Quando morì, il 9 febbraio del 1979, Allen Tate, Poet, Critic and Teacher, come
titolava il “NY Times” – evidenziando la parola “maestro” – era già morto più
volte. Stava male da tempo, aveva diradato gli interventi pubblici; dal 1975
sopravviveva, in sostanza, a letto. Non gli era stato derubato il brio e una
certa caustica gioia: nel ’76, a mo’ di risarcimento per il vecchio leone della
letteratura americana, gli era stata conferita la “National Medal for
Literature” – prima di lui, l’avevano ricevuta W.H. Auden, Marianne Moore e
Vladimir Nabokov. Due anni prima, aveva onorato il centenario dalla nascita di
Robert Frost con un discorso dei suoi, brillante & tonante. Amava ripetere che
“In poesia tutto è possibile se si è abbastanza uomini”, una frase che reca in
sé l’indole marziale, iliadica della poesia, e quella divina (“Nulla è
impossibile a Dio”, sussurra l’angelo secondo l’evangelista Luca). Per parlare
di poesia, di solito, accennava al giaguaro e al lupo, bestie araldiche del
continente americano, e a Pascal, al “conflitto tra cuore e mente”. Qualcuno,
timidamente, lo aveva proposto per il Nobel, anche se i re, è noto, rifiutano i
premi.
Si può dire, in effetti, che Allen Tate, il più noto e il più frainteso tra i
poeti statunitensi del secolo scorso – nel giorno dell’insediamento del
Presidente Kennedy, a cui era stato doverosamente invitato, la First Lady,
‘Jakie’, lo fissò urlacchiando “Io l’ho già vista!”, scambiandolo per un attore,
per via “dei biondi capelli, gli occhi azzurri, la fronte prominente che gli
conferiva l’aspetto di un saggio”, come scrisse Jill Krementz, incaricato di
redigere il ‘coccodrillo’ per il suddetto “NY Times” – abbia perso tutte le
battaglie. Tra i conservatori, era un anarchico, era il diamante: proveniva dal
vecchio Sud, volle morire a Nashville, si era laureato alla Vanderbilt, fu
l’astro dei “Fugitives”, sostituì Marx – odiatissimo – a Thomas S. Eliot, il
venerabile maestro. Come scrive – con scaltrita ironia – il giornalista del “NY
Times”, “Tate stigmatizzava l’industrialismo americano, sosteneva che una
società che investe tutto nella scienza e nelle macchine è destinata al
decadimento del pensiero intellettuale”. Nessuno gli credette – aveva ragione.
Al fratello – un imprenditore nel campo del carbone – dedicò una poesia, To my
Brother, appunto, che dice tutto:
> “Capitani d’industria, il vostro potere senza scopo
> risveglia le aspre velleità del tempo:
> ma tu, fratello, capitanando la tua ora,
> sii zelante che i tuoi numeri sian tutti primi,
> perché una falsa divisione con la scaltra matematica
> non saccheggi l’interiore dimora del sangue,
> il tracio, gonfio d’orgoglio, non assedi l’attico –
> l’invasore che depreda il bosco sacro:
> eppure il segreto primo la cui semplicità
> la tua torre di macchine, per ridurla, martella,
> sebbene respinta, conserva quel baluardo del mare
> che spezzato lascerà libero l’indicibile furore
> che sommerge chi giura di rettificare
> l’infinito, ma non ha occhi né orecchie”.
Gli piaceva ricordare che da ragazzo, obbligato a impegnarsi nell’azienda di
famiglia, dilapidò in una manciata di giorni la rendita che gli era stata
affidata. Fallì su tutta la scala, Allen Tate – dagli anni Sessanta lo presero
per una maceria del tempo antico, cosa che a lui, per altro, piaceva – gli
piaceva sentirsi come il torso di Apollo decapitato. Lo dissero “il sommo
sacerdote di una setta arcana” – gli piacque anche questa battuta. Era un retore
invidiabile: combatteva “le spire del positivismo razionalista” facendo
conferenze intorno a Emily Dickinson, Dante, John Donne. Lottò per la
scarcerazione di Ezra Pound; fu il più intimo amico di Hart Crane un poeta,
diceva, “le cui disperate condizioni personali non gli hanno impedito le più
vaste conquiste poetiche della nostra generazione”. Aiutò Delmore Schwartz a
pubblicare i suoi testi, così irti di vertigini.
Lo vollero morto, questa spina nel fianco all’ideologia progressista americana –
lui aveva già rinnegato se stesso: guidato da Jacques Maritain, scelse, nel
1950, di convertirsi al cattolicesimo.
Due libri, su tutti, aiutano a comprendere Allen Tate – e soprattutto, lo
‘spirito’ americano, per lo più malcompreso dalle orde dei geopolitici odierni,
che sfoggiano i loro manuali, il loro anemico casellario uso a tutto, ignorando
le fondamenta della letteratura, dell’immaginario, del mito. Il primo è un
romanzo, The Fathers (1938), epopea livida degli Stati Uniti del Sud: un tempo
lo stampava Feltrinelli. L’altro è Ode to the Confederate Dead, il poemetto
edito la prima volta nel 1927, tra i più audaci tentativi di fondere storia e
poesia, impeto epico e misura ‘morale’. L’Ode ai caduti confederati, insieme ad
“altre poesie”, uscì per lo ‘Specchio’ Mondadori nel 1970, a cura di Alfredo
Rizzardi. L’opera di Tate veniva paragonata a quella “di un suo grande
contemporaneo, il romanziere William Faulkner”; la sua poesia, tra le più
possenti del secolo, era detta “aristocratica e difficile”. Tate fu invitato a
Firenze per festeggiare la traduzione, tra applausi e convegni. I suoi libri
sono fuori dall’orbita editoriale italica da un pezzo: Tate non è
autore conveniente a questo tempo.
Tra l’altro, aveva il genio per i sonetti natalizi. Ne pubblicò alcuni, in un
paio di cicli – o meglio: di cieli esistenziali – a quasi dieci anni di distanza
l’uno dall’altro. I primi Sonnets at Christmas escono nel 1934: il momento,
forse, più puro & selvaggio del Tate poeta. Sono, in effetti, sonetti intimi,
sofferti, che marcano il tema della colpa. Nel 1942, invece, i Sonnets prendono
un tono sociale, di critica totale, ruvida, al “marziale progresso” americano –
inutile ricordare il contesto bellico, intorno. Poco dopo, Tate divorzierà dalla
prima moglie, Caroline Gordon, scrittrice di alto talento, dopo vent’anni di
matrimonio – risposandola, perché il fato è delittuoso, per poi ri-divorziare,
nel ’59, e collezionare altre due mogli. Non fu avara di dolori la vita di
Tate.
È difficile trovare dei poeti che sappiano ‘consuonare’ con il Natale: la festa
è tanto luminosa da annientare ogni tentativo di agonizzarla per verba. È
nascita che non ammette altra nascita. Grosso modo intorno agli anni natalizi di
Tate, nel 1938, dal Collegio Rosmini di Domodossola, Clemente Rebora, il
poeta-sacerdote, cardine del nostro canone, appunta:
> “Dio sia con me in questo caro e familiare periodo di sollievo; Egli mi sia
> presente, ché tutto il resto è niente”.
Cos’altro possiamo dire che non ci fulmini la lingua, che non la tramuti in ciò
che è: lucertola e varano. In una delle sue poesie natalizie, David Maria
Turoldo scrive:
“La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.
E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo,
che ora parla con voce di uomo”.
Non è una bella poesia: il rito vanifica retorico ornamento. Poiché tutto dal
Bimbo è fatto bello anche il bello muta contorni, sconfina. Nel Protovangelo di
Giacomo è scritto che nel momento della Nascita “l’aria fu scolpita da stupore…
immobili gli uccelli del cielo… le pecore spinte avanti stavano ferme: il
pastore alzava la mano per percuoterle, ma la mano era fissa, immota… le bocche
dei capri poggiate sul fiume non bevevano. Poi, d’improvviso, le cose ripresero
il loro corso”. Il cosmo si blocca per fare spazio al Bimbo; la vita ghiaccia
per dare vita alla Vita. È il silenzio – il pregare muto – in apnea. Creato
ri-creato. Che qualcuno ci snodi il respiro, Nascita vuol dire mollare gli
ormeggi. Arenarsi altrove.
***
Sonetti di Natale
I
Questo è il giorno in cui viene la Sua ora:
che mi prepari dalla testa ai piedi
lupesco nello sguardo per cogliere
il mio premio, il premio di un ingegno
che si pavoneggia. Alcuni sono felici:
bevono, mangiano, altri sono a caccia
eppure, roso dalla stanchezza, in estasi
io disputo, ingenuo, sul dilemma della stagione:
Uomo, cretina creatura dall’enorme cranio
cosa vedi oltre la caligine celeste? Ma io devo
inginocchiarmi ai Morti, devo aggregarmi a loro
mentre le campane di Natale, in raso rosso
e bianco, decorate con profili di ragazzi, esaltano
il silenzio con cui continuamente mi sfamo.
*
II
Cristo, ti amo: Tu ululi in questo cielo
selvaggio e il passato mi tormenta:
a dieci anni ho detto una bugia infame
ho fatto frustare un ragazzo nero; ma
gli anni passano, presi in un preciso baluginio,
si rovesciano come palle di Natale su un panno –
che tornino a suonare le antiche trombe
che l’antica folgore dello sguardo di Cristo
ci fulmini. Io sono sordo, io non vedo, sono
un uomo dagli inattuali sensi, inesperto
nel retroscena della conoscenza, ma so che
un incubo non ha suono, così, inerte, con le mani
sulla testa, siedo davanti al fuoco, è fine dicembre,
minacciato dai crimini da cui vorrei essere assolto.
1934
**
Altri sonetti di Natale
A Denis Devlin
I
È ancora l’ora natia, ha i capelli sciolti
e neri, ma la barba ondeggia, grigia;
dieci anni fa i Suoi occhi, feroci chiodi,
perforavano la trama dei miei fallimenti:
temevo il corpo gelido, la tomba, che mi
tradisse la deriva delle contrite cordialità;
dieci anni sono sufficienti per essere storditi
dal Cristo-mummia, la testa tra le sue ginocchia.
Supponi che mi metta alla guida di un bombardiere
per spezzare il sole e sentire i suoi spettri
gemere: Ecco il giogo capitale – lascia
stare, non ci sono spettri da temere nel giorno
zenit; il sentore di un’atrocità imminente
si insinua, faina, nell’orecchio mistico.
*
II
Il giorno è finito, non c’è luogo dove andare,
venite presso il fuoco che muore;
alzatevi e invitate educatamente
le belle signore al vischio, fissatele
con occhi avidi come vecchi corvi.
Un tempo pendevano le ghirlande
di agrifoglio e Babbo Natale faceva
tintinnare le renne sulla mensola del camino.
Fate di questo bel quadretto un calendario
e pregate, sull’attenti, insieme al gregge,
per il marziale progresso della vostra stella
con vasti pensieri di commercio e società
Cinesi munti a dovere, Negri inabili al canto
e Unni, castrati, che pascolano in cerchio.
*
III
Dammi oggi una fede impersonale
di questo tipo: Il popolo Americano in armi
con polizze assicurative per i giusti e i danneggiati
combatte il mondo di cui non è parte.
Quel ragazzino di dieci anni, nel corridoio,
teneva il cappello in mano (così lo carezzava
il padre: Sarai Presidente…), ma non si sentì
male quando cadde. Nessuno gli disse
che avrebbe potuto fare l’idraulico, il falegname,
l’impiegato, l’autista di autobus, il bombardiere:
lasciate che i figli precipitino in un sonno feroce,
nello squillante squallore dell’Egeo, dove
la paura è il nemico di remoti oceani
non conquistati da Cristo: questo è il solo bene.
1942
Allen Tate
In copertina: Andrew Wyeth, Snow Hill, 1989
L'articolo “Cristo, ti amo: ulula in questo cielo selvaggio”. Sulle poesie di
Natale di Allen Tate proviene da Pangea.
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La morte di Bruno Pizzul, The Voice, la voce del calcio italiano, mi ha fatto
venire in mente un articolo di Gianni Brera – il più bello, a dire di Indro
Montanelli. S’intitola Peppìn Meazza era il fòlber, racconta la morte di
Giuseppe Meazza, una specie di Achille del calcio dei primordi, uscì su “il
Giornale” il 24 agosto del 1979. Pizzul avrebbe iniziato a narrare le gesta
della Nazionale l’anno dopo.
Nell’articolo, Brera rovescia i canoni del ‘coccodrillo’: racconta Meazza,
antico eroe condannato alla trita vecchiaia, a partire dal disastro del corpo,
dal collasso medico. La morte del mito rispecchia, con incredibile crudeltà, la
morte di tutti noi: “vederlo sfiorire a quel modo era come dover riflettere sui
nostri anni perduti, sulla fine più o meno vicina di tutti”. La considerazione
finale, in calce al leggendario pezzo, pare quasi ovvia:
> “mi dico oggi che gli eroi quelli veri, andrebbero per tempo rapiti in cielo,
> così come usava una volta, che non debbano restare fra noi a morire accorati e
> offesi della loro ingiustissima sorte”.
Triste fine di un campione, marchiato da sorte solerte, condannato a rivivere la
propria giovinezza per ciò che gli resta ingloriosamente da vivere.
*
Null’altro tiene insieme la filigrana di questo articolo se non che nel giorno
in cui muore Pizzul esce in tivù la serie dedicata al Gattopardo. Il collante
del tutto, semmai, è felino. Brera scrive che Meazza apparteneva alla “specie
sorniona” dei gatti; qualcosa di ‘gattesco’ aveva pure Pizzul: i telecronisti di
oggi, genericamente, abbaiano. Il resto è l’eccesso di z che lega Pizzul a
Meazza e una serie televisiva che non ringhia né dà in unghiate.
*
Della serie, naturalmente, poco m’importa. Piuttosto, è l’anniversario a
sorprendermi. I settant’anni della Feltrinelli Editore, di cui Il Gattopardo,
edito nel 1958, è una delle più sgargianti gemme. Sulla “Storia di un editore
irregolare… che seppe sfidare il conformismo di sinistra”, ha scritto un
articolo più che efficace Pierluigi Battista, Feltrinelli 70: è uscito sul
“Foglio” qualche giorno fa. Dal 1970, come si sa, Giangiacomo Feltrinelli si dà
alla macchia, rischiando tutto ciò che ha – ricchezze, sicurezze, prestigio –
per l’idea, l’avventatezza, la rivoluzione. Sulla latitanza e sull’attività
politica di Feltrinelli ha scritto un bel libro il figlio, Carlo,
s’intitola Senior Service. Da tempo dialogo con Enzo Fontana, arruolato,
diciottenne, nei Gruppi d’Azione Partigiana ideati da Feltrinelli. Arrestato nel
1977, vent’anni di carcere a Milano, una nuova vita da romanziere; parla con
reticenza, recinto dal pudore, dei suoi anni con Feltrinelli. Ma non è questo il
punto.
In qualche modo, pur nelle vesti di rivoluzionario e di fuggiasco, Feltrinelli
era braccato dai suoi libri. Il 31 maggio del 1970, sul “Sunday Times”, scrive
un lungo articolo in cui racconta l’intricatissima vicenda della pubblicazione
del Dottor Zivago – e la sua, in una sorta di austero gemellaggio. L’articolo –
riprodotto in Senior Service – termina con parole che sanno di profezia,
imparagonabili a un oggi di teste vuote e pance piene:
> “Ma io mi trovo dove nessuno potrà trovarmi. Si pensa che io mi trovi in una
> vecchia fattoria, riadattata e ammobiliata in fretta la scorsa estate, in una
> valle dell’Austria sudorientale. Ma io non sono lì e nessuno sa dove mi
> trovo”.
A dirla tutta, pare che Feltrinelli sia in un nessundove dell’anima, riferisca
di una topografia dello spirito – è nella sua notte oscura.
*
Ma non è questo il punto. M’importa, a questo punto, andare dietro all’articolo
di Battista. M’interessa comprendere la grana di un editore. Lo faccio
attraverso due libri – naturalmente mai più pubblicati, ormai nell’acquasantiera
dei libri estromessi dal catalogo. Il primo è “Il più bel libro di Enrico
Emanuelli, di gran lunga il più bello, e molto bello in assoluto” (così Guido
Piovene, in quarta): s’intitola Curriculum mortis, viene pubblicato nella
collana “I Narratori di Feltrinelli” nel febbraio del 1968. Enrico Emanuelli,
novarese, poderoso inviato della “Stampa”, autore di romanzi sagaci, ogni tanto
ripescati dall’oblio – ma non questo, troppo torbido, questo, troppo audace e in
controluce –, era morto l’anno prima. Uscì nella stessa collana in cui sono
stati pubblicati Boris Pasternak e Malcolm Lowry, Saul Bellow e Karen Blixen,
Giovanni Testori e Alberto Arbasino.
È bello vedere, a distanza di anni, la lista degli autori impilati nelle più
note collane degli editori italiani: si misura la futilità della fama, ma ancor
più il criterio dell’incuria. A rari autori intramontabili – chessò: Henry
Miller, Yukio Mishima, Günter Grass, Mario Vargas Llosa – fanno da contralto
diversi altri, perduti – James Baldwin, ad esempio, ora edito da Fandango,
oppure Giorgio Manganelli, ora nel paddock Adelphi, come Goffredo Parise –
quando non dimenticati – tra i moltissimi: l’ungherese Tibor Déry, un tempo
stampato con le fanfare; il russo Boris Pilnjak, azzerato dalla furia
stalinista; lo svizzero francese Robert Pinget, antico alfiere del ‘Nouveau
Roman’, allora di moda.
*
Curriculum mortis è un libro a dittico: le prime trenta pagine sono una specie
di enigmatico poemetto in prosa, l’epos di un vagabondo. Le successive
centoventi sono delle “Note di vario genere” al poemetto. La struttura
ricorda Fuoco pallido, il più folle dei romanzi di Nabokov, uscito in lingua
inglese, da Putnam, nel 1962. Stando alla pagina introduttiva, però, Emanuelli
avrebbe cominciato a scrivere Curriculum mortis “nel 1958, a New York, sulla
carta da lettere dell’hotel Lexington”: elaborò nascostamente quel libro – “fu
un libro molto privato, rimasto ignoto a tutti” – per anni. Al principio,
avrebbe dovuto intitolarsi Ad un mescolatore di Martini dry. È un libro
notturno, questo, una notta oscura – ancora. Soprattutto, è un libro che non ha
eguali nel panorama del romanzo italiano, stretto tra evanescenze ottocentesche
e vieti sperimentalismi. Pur nella struttura anarcoide, ciò che preme
all’autore, ciò che urge, è la pura vita, una violenta vitalità.
*
Le Note sono la parte più bella di questo romanzo impossibile: Emanuelli ci
trascina da Buenos Aires – “nello studio di Perón” – a Rio de Janeiro, dalla
“chiesa di Hedar Sion, la più bella e famosa di tutta l’Etiopia” al fiume Lemen,
in Finlandia, valicato insieme a un cercatore d’oro di nome Erkki Kokko, “che
poi chiamammo Cinque Kappa perché tante ce ne sono nel suo nome”. C’è l’India,
certo, c’è Suez e c’è anche “il cuore di Dalí”, messo in mostra a Milano nel
1954, “alto circa quattro centimetri, racchiuso in una specie di nicchia d’oro…
il tutto risultava irritante, sgradevole e persino schifoso”. Il libro è pieno
di bagliori:
> “Gli intermediari fra il giorno e la notte, coloro che concludono il tempo
> della luce e conducono i loro concittadini verso il tempo delle tenebre,
> spadroneggiano con antichi espedienti. Chi sono?”
*
Esattamente quattro anni prima, nel febbraio del 1964, Feltrinelli pubblica
l’unico romanzo di Allen Tate, I nostri padri. Il libro è tradotto da Marcella
Bonsanti, adornato da fascetta blu: “Il mito di una preziosa e arcaica civiltà
del Sud, nel capolavoro di Allen Tate, un classico della letteratura americana”.
Il romanzo – 344 pagine per 2.500 lire di allora – reca un segnalibro, che è poi
un repertorio critico; secondo Janet Adam-Smith I nostri padri “è un capolavoro
di bellezza formale… una delle opere di maggior rilievo del nostro tempo”.
Uscito in origine nel 1938, il romanzo tratteggia l’epopea ‘sudista’ con maggior
potenza dei pur più potenti libri di Faulkner. Ne sentii dire, la prima volta,
molti anni fa, con armamento di aggettivi barocchi, da Marco Respinti,
giornalista, fanatico di Tolkien, esperto del pensiero conservatore americano,
in specie di Russell Kirk. Voglio dire: Allen Tate, poeta di genio – vinse un
Bollingen, fu laureate nel biennio 1943-44 –, saggista sagace, non era certo
uno di sinistra, qualunque cosa voglia dire tale etichetta. Figura di spicco –
insieme a Robert Penn Warren e a John Crowe Ransom – dei “Fugitives” e dei
“Southern Agrarians”, fu, per un pezzo di vita, fautore del ritorno al ‘vecchio
Sud’: criticava il progresso fine a se stesso, la spregiudicata
industrializzazione, la fine delle tradizioni.
Prima che se ne accorgesse Feltrinelli, Allen Tate era conosciuto in Italia
soltanto per i suoi Saggi, editi nel 1957 dalle Edizioni di storia e
letteratura. Nel 1970, per Mondadori, Alfredo Rizzardi tradurrà Ode ai caduti
confederati e altre poesie. Tutti libri non conformi, altri rispetto alla
vulgata americanoide presa per buona, presto cinti dall’oblio.
*
I nostri padri racconta la caduta di un casato della Virginia, una famiglia
dell’aristocrazia del Sud che fa capo al maggiore Buchan, uomo-totem che “vive
secondo i canoni dell’onore, ignaro d’ogni manifestazione di volgarità o
bassezza, in un tenor di vita che scorre liscio e comodo, perché ispirato
all’osservanza di un cerimoniale” (così l’esplicativo segnalibro). Sembra un po’
la cornice del Gattopardo. La prima pagina del libro ha del miracolo, costruita
con aristocratico passo:
> “Oggi soltanto mentre andavo al fiume lungo Fayette Street mi è giunto un
> odore di pesce secco su una folata di vento, e ho ricordato il giorno in cui
> stavo sotto il grande corniolo a Colle Ameno. Nella fine d’aprile i suoi fiori
> si lanciavano nell’aria come spuma. Era morta mia madre. La sera avanti il
> parentado era arrivato a frotte; e dopo la prima colazione usciva sul piazzale
> il ragazzo quindicenne ch’ero allora. Sotto il corniolo mi restava in bocca il
> sapore salato delle aringhe di latte che mia zia Myra Parrish aveva offerto
> ripetutamente ai parenti e agli amici di Washington e di Alexandria. C’era il
> vecchio zio Armistead, fratello di mio padre e più anziano di lui di
> vent’anni, nato alla fine della Rivoluzione, e ancor più vecchio delle sue
> ottanta primavere; che sordo e mezzo cieco rispondeva unicamente “eeh?” quando
> gli si parlava, e non poneva mai una domanda. Ora quell’eeh mi echeggia nella
> mente ridestato dall’odore d’aringa e rivedo la bara nera di mia madre che
> posa nelle quiete del salotto anteriore, una stanza bianca, assai lunga. Mi
> chiamo Lacy Gore Buchan e sono il terzo maschio e l’ultimo di quattro
> fratello. Mio padre il fu maggiore Lewis Buchan, era nato nella Contea di
> Spotsylvania in Virginia…”
Una stanza bianca, odore penetrante di aringhe, la bara nera, la morte della
madre e i fiori del corniolo; il ragazzo quindicenne, l’abbaiare di un sordo,
una sfilza di nomi, un lignaggio. Così si crea la vita in un romanzo. Che libro
magnifico: essenziale per sognare e prendere a morsi le stelle, è vero, ma anche
per capire il cuore profondo degli Stati Uniti e finanche gli attuali suoi
governanti, dacché tutto si svolge secondo le norme di un immaginario, di una
mitografia, se non di un rito. Naturalmente, da allora, nessuno si premura di
ripubblicarlo.
*In copertina: fotogramma da “La morte corre sul fiume”, il film di Charles
Laughton del 1955
L'articolo “Dove nessuno potrà trovarmi”. Bruno Pizzul, Feltrinelli e “Il
Gattopardo” dei “sudisti” proviene da Pangea.