È oramai un fatto acclarato – al punto di essere entrato nel sentire comune –
che gli strumenti di comunicazione di massa come Facebook, Instagram o TikTok
sono strumenti di sorveglianza. L’illusione di utilizzarli per comunicare
contenuti in qualche modo antisistema sempre più spesso si schianta contro la
realtà di servizi di intelligence che usano quello stesso ecosistema per
controllare il dissenso, individuare gli attivisti, ricostruirne le reti
sociali, tracciarli e colpirli. In tutti blocchi imperialisti vi è questa
dinamica ed è una dinamica dove vi è una partnership inestricabile tra i servizi
di sicurezza statali e le aziende private che forniscono servizi analitici.
Inutile girarci intorno: i movimenti politici hanno bisogno della comunicazione
di massa. Nonostante buona parte del variegato mondo “movimenti sociali” abbia
scelto di stare sui social commerciali molti di questi stessi attori avevano
anche una presenza sulla piattaforma di blog noblogs.org, gestita da A/I.
Costringere alla chiusura quello che è stato uno strumento facilmente
accessibile anche a militanti con scarse capacità tecniche e al contempo
autonomo dalle piattaforme commerciali significa sia mettere immediatamente il
bagaglio a migliaia di collettivi che costringere questi stessi ad affidarsi a
strumenti commerciali che estraggono valore dai dati pubblicati e che sono più
che contenti di contribuire alla crociata contro la sinistra radicale dichiarata
dal presidente Trump.
Senza dire nulla di nuovo possiamo pacificamente affermare che viviamo da anni
in un ecosistema comunicativo monopolista. Poche aziende controllano buona parte
della comunicazione pubblica a livello globale. L’attacco a una piattaforma
autonoma significa cercare di costringere ancora più persone a utilizzare,
volenti o nolenti, i servizi GAFAM.
Il messaggio è chiaro: è il centro imperiale a decidere quali sono le
piattaforme che si possono utilizzare e quali non si possono usare.
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Tag - GAFAM
La scuola è il luogo della formazione al pensiero critico. Negli ultimi anni,
invece, vediamo sempre più spesso farsi strada una tendenza ad uniformare, a
polarizzare, ad additare il dissenso come diserzione o propaganda, nella logica
di una scuola-azienda che si fa sempre più caserma.
La scuola italiana, poi, è sempre più colonizzata dalle aziende tecnologiche
statunitensi - le Big Tech - legate a doppio flo al governo USA e al suo
complesso militare industriale; guidate da leader che fnanziano con miliardi di
euro movimenti di ultradestra accarezzando ideologie antidemocratiche quando non
apertamente neonaziste.
Queste stesse aziende hanno reso possibile e sostengono a corpo morto il governo
di Donald Trump, la sua caccia all'immigrato, le sue aggressioni militari
(ultima quella contro l'Iran) e il suo sostegno al genocidio in Palestina.
Queste aziende sono, nei fatti, complici dei crimini del governo che hanno reso
possibile e che sostengono, che a sua volta approva e sostiene qualsiasi loro
capriccio.
Perché riguarda la scuola?
Leggi il comunicato di alcuni sindacati sul sito di I.A. Basta
Martedì 16 novembre si è tenuto a Torino e, contemporaneamente, in streaming il
lancio della campagna “I.A., basta!” pensato dai sindacati di base, in
collaborazione con l’associazione “Agorà 33 – La nostra scuola”, per «resistere
all'adozione frettolosa e acritica delle intelligenze artificiali centralizzate
imposte da Big Tech, come ChatGpt e Gemini», in risposta all’appello di alcuni
docenti.
Lo scopo principale della campagna è far partire un dibattito che latita
dall’inizio della “transizione digitale”, incentivata dai vari round di
finanziamenti Pnrr Scuola. Fino a ora, infatti, si è sempre sentito parlare di
“intelligenza artificiale”, strettamente al singolare, sottintendendo con questo
che l’unica opzione per la scuola sia accettare “a scatola chiusa” le soluzioni
delle Big Tech, oppure rigettare in toto la tecnologia alla maniera degli Amish.
Non esiste una sola intelligenza artificiale
Fin dalla prima sperimentazione, lanciata all’inizio dello scorso anno
scolastico, il ministero dell’Istruzione e del Merito sembra muoversi in accordo
al grido di battaglia che fu di Margaret Thatcher: «Non ci sono alternative»! La
sperimentazione, partita in 15 su 8254 scuole del paese utilizzando
esclusivamente prodotti Google e Microsoft, non è ancora terminata e già il
Ministero ha fatto un altro possente balzo in avanti: a settembre ha presentato
le “Linee guida per l’introduzione dell’I.A. nella scuola”.
A partire dal titolo del documento, emerge in maniera chiara una visione
rigidamente determinista: l’intelligenza artificiale è una, quella venduta da
Big Tech (OpenAi, Google, Meta, Microsoft, Anthropic), non ci sono discussioni.
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Le piattaforme spingono consapevolmente i post cospirazionisti sulla
disinformazione climatica per i loro interessi economici e politici
Quando a inizio di luglio le inondazioni in Texas hanno ucciso centotrenta
persone, tra cui oltre venti ragazze in un campo estivo, i social network hanno
dimostrato il loro immenso e nefasto potere nel campo della disinformazione
climatica. Non solo hanno diffuso false informazioni, mettendo a rischio diverse
vite umane e ostacolando il lavoro dei soccorritori. Ma tra fake news, assurde
cospirazioni e improbabili teorie del complotto, le grandi piattaforme come Meta
(Facebook e Instagram), X e YouTube si sono rivelate ancora una volta il peggior
megafono del negazionismo climatico.
Il tutto per qualche milione di click. Ovvero, per un pugno di dollari da
guadagnare attraverso pubblicità e raccolta di dati. Per evidenti ragioni
politiche, visto che i loro Ceo si sono tutti affrettati a celebrare l’elezione
presidenziale di Donald Trump e a sostenerlo economicamente con donazioni
spaventose. E per qualche buon affare con le multinazionali del fossile che da
sempre le sostengono. E con le quali condividono diversi fondi d’investimento
nelle loro ragioni sociali.
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Dal 2019, le cinque Big Tech hanno assorbito quasi 200 aziende. Ma solo il 4%
delle operazioni è stato oggetto di indagine
Alphabet, la holding a cui fa capo Google, ha recentemente annunciato la più
grande acquisizione della sua storia: l’acquisto della startup israeliana di
cybersicurezza Wiz per la cifra record di 32 miliardi di dollari. Nonostante
l’entità dell’operazione, esiste il rischio concreto che l’accordo sfugga ai
controlli normativi, in particolare in giurisdizioni come l’Unione europea. Si
tratta dell’ultimo esempio – tra i più emblematici – della strategia di
espansione silenziosa portata avanti dalle Big Tech negli ultimi anni.
Tutte le acquisizioni delle Big Tech, in un unico database
Il tracker, realizzato dalla ong olandese SOMO (Centre for Research on
Multinational Corporations), raccoglie e rende accessibili tutte le acquisizioni
effettuate dalle cinque Big Tech dal 2010 a oggi. Ma il dato più allarmante
riguarda gli ultimi sei anni, in cui si sono fatte più frequenti e aggressive.
Un fenomeno giudicato positivamente dalle stesse Big Tech. Ad esempio, nel 2019
il Ceo di Apple Tim Cook ha dichiarato che «in media Apple acquista un’azienda
ogni due o tre settimane».
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Ecco perché, secondo un articolo di Key4Biz, serve un nuovo manifesto degli
appalti pubblici: Consip e MePa aprano alle PMI italiane dell’innovazione.
La paura che un fornitore di servizi cloud statunitense, come AWS, Microsoft o
Google, possa essere “spento” a causa di un ordine esecutivo o di una decisione
privata (ad esempio, un ipotetico spegnimento di Starlink in Ucraina da parte di
Musk) ha rappresentato il vero campanello d’allarme per l’UE. Questa
preoccupazione non è teorica e non è retorica: è radicata in veri cambiamenti
geopolitici, come il disimpegno di Donald Trump dalla NATO (tema al centro del
bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni) o la riduzione della
condivisione di intelligence con alleati come l’Ucraina. Ormai è chiaro a tutti
che la dipendenza dai servizi cloud basati negli Stati Uniti per infrastrutture
critiche – civili e militari -espone l’Europa a rischi esistenziali se i servizi
vengono interrotti o l’accesso ai dati è compromesso da leggi USA come il FISA o
il Cloud Act.
Sovranità digitale priorità della Ue
Questa vulnerabilità ha spinto l’UE – stavolta con una retorica quasi
stucchevole perché non dà seguito a fatti – a dare priorità alla sovranità
digitale, in particolare nel Cloud Computing, dove i GAFAM dominano (AWS,
Microsoft e Google controllano due terzi del mercato globale del cloud).
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Il rapporto della Fair Tax Foundation sulle "Silicon six", che continuano a
pagare molte meno tasse rispetto a quelle che risulterebbero applicando le
normali aliquote fiscali in vigore per le altre aziende
Alphabet/Google, Amazon, Apple, Meta/Facebook, Microsoft e Netflix, le sei
maggiori aziende tecnologiche Usa, nell’ultimo decennio hanno eluso imposte per
277,8 miliardi di dollari. È questa, secondo un rapporto della Fair Tax
Foundation, la differenza tra le aliquote fiscali nominali che sulla carta si
applicano a tutte le altre società e le cifre effettivamente versate all’erario
da quelle che la fondazione definisce “Silicon six“, il cui fatturato annuo di
1.800 miliardi di dollari è superiore al pil di quasi tutti i Paesi del mondo.
Nel periodo 2015-2024 le sei Big tech – che lo scorso anno, en passant, hanno
speso 115 milioni di dollari in attività di lobbying negli Stati Uniti e in Ue –
hanno registrato ricavi per 11mila miliardi e profitti per 2.500 miliardi. E
questi ultimi sono stati tassati con un’aliquota media globale pari solo
all’18,8% nonostante quella ufficiale fosse in media del 29,7% negli Stati Uniti
e del 27% a livello mondiale. Se non si considerano le tasse pagate su utili
esteri rimpatriati, frutto di pregressa elusione fiscale, l’aliquota effettiva
scende addirittura al 16,1%.
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In nemmeno 50 anni le aziende della Silicon Valley sono passate dal sognare la
pace al realizzare sistemi in grado di sorvegliare silenziosamente qualsiasi
smartphone e sistemi d’arma automatici che uccidono con un minimo o nessun
intervento umano, i “killer robots”. E sembrano ben felici di mettere queste
tecnologie a disposizione di nazioni in guerra e dittatori alla ricerca di
sistemi di controllo del dissenso. La rubrica di Stefano Borroni Barale
Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta,
di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che
ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di
appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i
primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della
Apple.
Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer
avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta
Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All
watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta
fortuna.
Leggi l'articolo di Stefano Borroni Barale
Prima parte dedicata ad "Un dos tres: passo passo oltre le big tech",
l'iniziativa di AvANa per aiutare le realtà di movimento che vogliono rendere
più indipendente la propria presenza nel Web.
Continuiamo poi con una serie di notiziole:
* Ungheria: il parlamento ungherese proibisce le attività legate al pride e
autorizza il riconoscimento facciale per sanzionare le persone che vi
partecipano
* Trump: desecretati materiali relativi all'omicidio Kennedy... inclusi i dati
personali di persone che lavoravano nello staff presidenziale al tempo.
* Piracy Shield contro Google
* Seagate: dischi usatissimi ma venduti come nuovi
Chiudiamo con gli aggiornamenti sul caso Paragon dopo la pubblicazione,
mercoledì sera, di un report da parte di Citizen Lab sulla vicenda.
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
Edward Snowden, la gola profonda che nel 2013 ha svelato il programma di
sorveglianza di massa organizzato dall’agenzia di spionaggio civile degli Stati
Uniti, sosteneva che la macchina della tirannia automatizzata fosse già pronta e
che fossimo a un giro di chiave dal suo avviamento. Gli eventi recenti negli Usa
sembrano tristemente confermare questa profezia. E in Europa?
“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che
scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li
sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto
il basamento”. Étienne de La Boétie, “Discorso sulla servitù volontaria”, 1576.
Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di
base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della
diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione
dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in
cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a
cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni
tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi,
giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80.
Leggi l'articolo di Stefano Borroni Barale