È oramai un fatto acclarato – al punto di essere entrato nel sentire comune –
che gli strumenti di comunicazione di massa come Facebook, Instagram o TikTok
sono strumenti di sorveglianza. L’illusione di utilizzarli per comunicare
contenuti in qualche modo antisistema sempre più spesso si schianta contro la
realtà di servizi di intelligence che usano quello stesso ecosistema per
controllare il dissenso, individuare gli attivisti, ricostruirne le reti
sociali, tracciarli e colpirli. In tutti blocchi imperialisti vi è questa
dinamica ed è una dinamica dove vi è una partnership inestricabile tra i servizi
di sicurezza statali e le aziende private che forniscono servizi analitici.
Inutile girarci intorno: i movimenti politici hanno bisogno della comunicazione
di massa. Nonostante buona parte del variegato mondo “movimenti sociali” abbia
scelto di stare sui social commerciali molti di questi stessi attori avevano
anche una presenza sulla piattaforma di blog noblogs.org, gestita da A/I.
Costringere alla chiusura quello che è stato uno strumento facilmente
accessibile anche a militanti con scarse capacità tecniche e al contempo
autonomo dalle piattaforme commerciali significa sia mettere immediatamente il
bagaglio a migliaia di collettivi che costringere questi stessi ad affidarsi a
strumenti commerciali che estraggono valore dai dati pubblicati e che sono più
che contenti di contribuire alla crociata contro la sinistra radicale dichiarata
dal presidente Trump.
Senza dire nulla di nuovo possiamo pacificamente affermare che viviamo da anni
in un ecosistema comunicativo monopolista. Poche aziende controllano buona parte
della comunicazione pubblica a livello globale. L’attacco a una piattaforma
autonoma significa cercare di costringere ancora più persone a utilizzare,
volenti o nolenti, i servizi GAFAM.
Il messaggio è chiaro: è il centro imperiale a decidere quali sono le
piattaforme che si possono utilizzare e quali non si possono usare.
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