È oramai un fatto acclarato – al punto di essere entrato nel sentire comune –
che gli strumenti di comunicazione di massa come Facebook, Instagram o TikTok
sono strumenti di sorveglianza. L’illusione di utilizzarli per comunicare
contenuti in qualche modo antisistema sempre più spesso si schianta contro la
realtà di servizi di intelligence che usano quello stesso ecosistema per
controllare il dissenso, individuare gli attivisti, ricostruirne le reti
sociali, tracciarli e colpirli. In tutti blocchi imperialisti vi è questa
dinamica ed è una dinamica dove vi è una partnership inestricabile tra i servizi
di sicurezza statali e le aziende private che forniscono servizi analitici.
Inutile girarci intorno: i movimenti politici hanno bisogno della comunicazione
di massa. Nonostante buona parte del variegato mondo “movimenti sociali” abbia
scelto di stare sui social commerciali molti di questi stessi attori avevano
anche una presenza sulla piattaforma di blog noblogs.org, gestita da A/I.
Costringere alla chiusura quello che è stato uno strumento facilmente
accessibile anche a militanti con scarse capacità tecniche e al contempo
autonomo dalle piattaforme commerciali significa sia mettere immediatamente il
bagaglio a migliaia di collettivi che costringere questi stessi ad affidarsi a
strumenti commerciali che estraggono valore dai dati pubblicati e che sono più
che contenti di contribuire alla crociata contro la sinistra radicale dichiarata
dal presidente Trump.
Senza dire nulla di nuovo possiamo pacificamente affermare che viviamo da anni
in un ecosistema comunicativo monopolista. Poche aziende controllano buona parte
della comunicazione pubblica a livello globale. L’attacco a una piattaforma
autonoma significa cercare di costringere ancora più persone a utilizzare,
volenti o nolenti, i servizi GAFAM.
Il messaggio è chiaro: è il centro imperiale a decidere quali sono le
piattaforme che si possono utilizzare e quali non si possono usare.
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Tag - tecnofascismo
La reputazione liberale del settore è fuorviante. Le sue tendenze reazionarie,
che celebrano ricchezza, potere e mascolinità tradizionale, sono state chiare
sin dalla mania delle dotcom degli anni Novanta.
Questo crescente "tecnofascismo", come lo avevano chiamato i critici dell'epoca,
fu temporaneamente scongiurato dal crollo del mercato azionario delle dotcom del
2000. [...] Elon Musk , Peter Thiel e altri avevano assorbito le lezioni degli
anni '90. All'inizio del nuovo millennio, erano pronti a lasciare il segno sul
futuro, guidati dai sogni reazionari del passato.
I titani della Silicon Valley del 2025 stanno seguendo lo stesso schema. La
scorsa settimana, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato i
suoi programmi DEI (sulla diversità e identità di genere) e modificato le sue
policy di piattaforma per consentire post più discriminatori e molesti. Nel
podcast di Joe Rogan, Zuckerberg ha chiarito le sue motivazioni: ha affermato
che la cultura aziendale si era allontanata dall'"energia maschile" e aveva
bisogno di ripristinarla dopo essere stata "castrata".
Elon Musk ha rimodellato Twitter in X, una piattaforma che opera in gran parte
come risposta alle affermazioni di un "virus del woke", l'ultima iterazione del
"politicamente corretto". E lo stesso Marc Andreessen, il "bambino genio" degli
anni '90, ha tratto sempre più ispirazione dai futuristi italiani, un movimento
di artisti fascisti all'inizio del XX secolo che glorificavano la tecnologia
mentre cercavano di "demolire" il femminismo.
Ma la storia della valle suggerisce che non si tratta di un glitch o di
un'anomalia. È un crescendo di forze centrali per l'industria tecnologica, e
l'attuale ondata di titani della tecnologia di destra sta costruendo sulle
fondamenta della Silicon Valley.
Articolo completo (in inglese)