F ra le tante carte venute alla luce dopo la morte di Lucia Rodocanachi, il 22
maggio 1978, un corposo gruppo di lettere conservate per decenni lasciava
emergere la trama di una vicenda editoriale tanto interessante quanto desolante
e, per alcuni, scandalosa. Eppure, non si sbaglierebbe affermando che la sua
storia, pur a distanza di oltre quarant’anni, continui a rimanere perlopiù
sconosciuta, benché Rodocanachi sia stata la ghost translator di importanti nomi
del mondo letterario italiano fra gli anni Trenta e Quaranta, compresi Eugenio
Montale, Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini. Il suo nome non comparve quasi
mai sui libri a cui lavorò; al suo posto, c’è la firma – sempre maschile – di
chi con mirabolanti salamelecchi le commissionava quei lavori. “Si diverte tanto
a tradurre?”, le scrisse una volta Vittorini con notevole mancanza di
perspicacia, viene da pensare, o, peggio, con totale malafede.
Santa patrona di tutti coloro che svolgono lavori culturali senza
riconoscimento, Lucia Rodocanachi (il cui cognome da nubile era Morpurgo) nacque
a Trieste nel 1901. Per il lavoro del padre, commerciante di caffè, la famiglia
si trasferì a Genova quando la ragazza era adolescente. A confronto della città
d’origine, la Liguria di quegli anni non le offriva che ragioni per sentirsi
irredimibilmente nostalgica (“Lucia che xe sempre triestina”, si firmava
scrivendo a una compagna degli anni giuliani). Si formò quindi all’Accademia di
Belle Arti a Genova, partecipando anche in un paio di occasioni alla Mostra
internazionale di Arti decorative di Monza. Frattanto, stringeva amicizia con
pittori e poeti. In un ritratto fattole da Oscar Saccorotti sul finire degli
anni Venti è seduta davanti a una finestra; alle sue spalle, oltre i vetri, un
giardino spoglio, invernale. Una mano regge la testa come in un emblema della
malinconia, l’altra è nascosta nel grembo. L’espressione della bocca tradisce
disappunto, gli occhi invece curiosità.
Dopo il matrimonio con Paolo Stamaty Rodocanachi, pittore di origini greche la
cui famiglia da secoli svolgeva incarichi consolari nella città ligure, si
trasferì con lui ad Arenzano. Una decisione da lei non voluta, almeno così pare,
e sofferta anche ad anni di distanza: l’isolamento della vita in villa (“grondo
solitudine”, scriveva) non si era addolcito con il tempo. Dopotutto, doveva
trattarsi di una soluzione temporanea per consentire al marito di dipingere
all’aria aperta e aveva invece finito per assumere i tratti di un destino. Se
c’era stato mai il sogno di coltivare la vocazione artistica o letteraria, qui
s’infranse: difficile scrivere romanzi se c’è qualcuno di cui prendersi cura
totalmente – se si è, come lei stessa scrive, “alle prese con la dura realtà
delle pentole e delle scope”. Per distrarsi, non le rimaneva che organizzare
ricevimenti comme il faut e leggere, talvolta le due cose insieme (“lavavo i
piatti leggendo James”, così lei). E ai ricevimenti e alla lettura dedicò
infatti tutta sé stessa.
Ma Lucia Rodocanachi non è una Cenerentola né un personaggio di Buñuel, né
tampoco una signora Bovary: la “Sévigné del nostro secolo”, la definì con più
precisione Montale. Attorno a Villa Desinge, dove viveva con il marito, negli
anni Trenta si formò un cenacolo artistico e letterario di cui lei era il centro
di gravità, attorno al quale “i poeti si radunavano” (così disse Orsola Nemi).
“Ci era apparsa all’ingresso delle Giubbe Rosse come una dea”, raccontò
Sebastiano Timpanaro nel settembre del 1935. Ma erano anni infausti per un
gruppo che coltivava con pari dedizione la xenofilia delle letture e il
dialetto, entrambi apertamente osteggiati dal fascismo. Facile, in quelle
circostanze, sentirsi “cittadini stranieri in un paese dittatoriale”, come anni
dopo scrisse Lucia Rodocanachi ripensando a quel decennio. La vita in villa,
nonostante i tanti ospiti, era venata di malinconia, si respirava un’“atmosfera
di villeggiatura gozzaniana”, di Weltschmerz, con le ombre che si facevano più
lunghe di giorno in giorno.
Vuoi per le origini nel continente in miniatura che era la Trieste di inizio
Novecento, vuoi per il fatto che la tebaide di Villa Desinge sembrava accorciare
le distanze con il vasto mondo da cui provenivano le sue letture, era
inevitabile che la cosmopolita repubblica delle lettere diventasse nella sua
vita interiore una pratica e non soltanto un ideale. Rodocanachi conosceva
l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Per i poeti e gli scrittori che
la frequentavano, il suo aiuto era prezioso. Da un certo momento in poi anche
troppo.
> La firma sul prodotto finale non era mai la sua. A loro la poesia, il genio,
> lo scarto dalla norma; a lei spettavano semmai un compenso economico – spesso
> in ritardo e fra grandi incertezze e imbarazzi –, riconoscenza, riverenze e
> promesse varie.
Fu Montale a presentarla a Vittorini nel 1933. Quest’ultimo aveva tradotto solo
una metà del St. Mawr di D.H. Lawrence, peraltro detestandolo, e sapeva che non
avrebbe mai consegnato in tempo il lavoro finito all’editore. Gli serviva un
aiutante, un garzone di bottega: a mali estremi. Iniziò così una collaborazione
o meglio un sistema di subappalti, come l’avrebbe correttamente etichettato
l’ingegner Gadda: a lei veniva commissionata la traduzione letterale del testo
di partenza, della quale poi i suoi “negrieri”, come Rodocanachi li chiamava non
si sa con quanta ironia (di contro, per loro lei era la “négresse inconnue”),
avrebbero curato la resa stilistica, o così almeno assicuravano, contando sulla
sua discrezione; in ogni caso, la firma sul prodotto finale non era mai la sua.
A loro la poesia, il genio, lo scarto dalla norma; a lei spettavano semmai un
compenso economico – spesso in ritardo e fra grandi incertezze e imbarazzi –,
riconoscenza, riverenze e promesse varie. Dopo il secondo lavoro congiunto,
Vittorini si sentì costretto a correre ai ripari: “non sono stato capace di
avvertire, come desideravo, che c’era lei in collaborazione. Ma per il terzo ci
penserò. Lo metterò in prima pagina che siamo in due ad aver tradotto”. Non andò
così, non quella volta almeno, e Vittorini poté in questa maniera apporre la
propria firma su quasi trenta traduzioni di narrativa fra il 1933 e la fine
degli anni Quaranta, raramente tutte farina del suo sacco.
Con encomiabile concisione, ancora nel 1942 Montale spiegava in questo modo il
loro protocollo a proposito di un romanzo: “Si potrebbe tradurlo insieme […]. Si
potrebbe fare così: tradurlo per conto nostro, senza parlarne a nessuno, e a
cose fatte vendere il ms a Einaudi o a qualche altro, s’intende col mio nome”.
Più eloquenti le lettere speditele da Gadda (raccolte da Giuseppe Marcenaro in
Lettere a una gentile signora, 1983), in cui l’ingegnere confessa all’amica
angosce, rovinosi sensi di colpa e tutto il bestiario delle ipocondrie, oltre a
offrire a noi oggi il romanzo tragicomico delle loro collaborazioni. Nel 1938,
Gadda si domanda per via epistolare come frazionare il compenso per una
traduzione papabile: “Se fosse un libro non letterario e se lei potesse farmi la
traduzione quasi definitiva e io avessi davvero poco lavoro, potrei lasciare a
lei il maggior utile: e contentarmi di un quasi parassitario prelievo, dovuto
alla mia qualità di grand’uomo (semi-fesso). Del resto, scrive meglio Lei di
me”. Quindi, chiarita la natura del libro, un testo di chimica industriale di
taglio divulgativo:
> potrei contare sulla sua collaborazione piena per la traduzione? Si tratta di
> chimica facilissima spiegata alle balie (scusi, era per dire che è facile)
> […]: l’importante per me è che, se accetto di tradurlo, ho assolutamente
> bisogno dell’opera Sua, essendo già molto impegnato […]. Credo che dovrò
> “rivedere” (per modo di dire) il suo testo, sia per fare onore alla firma, sia
> per quel po’ di magra scienza che vi fosse. Ma penso che se Lei mi prepara già
> una traduzione spigliata, la mia revisione si ridurrà a una semplice lettura.
> La divisione del magro bottino si avvantaggerà a suo favore: e sarò
> onestissimo nella valutazione della reciproca fatica: se la mia fosse nulla o
> quasi, mi considererò un volgare sub-appaltatore anche nel premio. Occorre
> però che del sub-appalto, nel quale non vedo niente di male di fronte alla
> legge divina, sia rigorosamente taciuto: anche per ragioni di mondana,
> editoriale opportunità.
Nessuno di loro fu parco di ossequi e lodi, sempre sperticate (“meglio della
Mansfield”, disse di lei sempre Montale), come lo fu di denaro. Pare che una
volta Vittorini, il quale aveva una famiglia a carico e non navigava in buone
acque, avesse falsificato una firma per intascarsi l’assegno destinatole. Il
nome di Lucia Rodocanachi comparve su un frontespizio per la prima volta nel
1943. Dopo quella data, anche lei riuscì a ritagliarsi qualche soddisfazione.
Vittorini, ora in una posizione più sicura, non dimenticò di aiutarla.
Ma questi, appunto, sono fatti resi noti da decenni. Ciò che invece è mancato
finora è la voce della diretta interessata, costretta, anche nel tentativo di
riscoperta e riabilitazione della sua figura dimenticata, a comparire in qualità
di muta vittima – di un sistema, di un’epoca, di una cultura o degli uomini, a
seconda delle antipatie di ciascuno. Sono state pubblicate, nel corso degli
anni, le lettere speditele da Vittorini, da Montale, da Gadda. Ma sono sempre
state lettere a Lucia, non di Lucia. È ben diverso. Di fatto, ha significato
mettere l’accento su di loro, mai su di lei. E la spiegazione è semplice e
sconsolante: lei, “inguaribilmente fedele agli amici” come di sé scrisse,
conservò per tutta la vita le lettere ricevute dai corrispondenti, i quali, di
contro, quasi mai tennero le sue. Anche qui “ragioni di mondana, editoriale
opportunità”?
> Ciò che è mancato finora è la voce della diretta interessata, costretta, anche
> nel tentativo di riscoperta e riabilitazione della sua figura dimenticata, a
> comparire in qualità di muta vittima.
Uno dei pochi a fare eccezione, ossia ad aver conservato la corrispondenza in
entrata speditagli da Lucia Rodocanachi, è stato un uomo ancor meno conosciuto
di lei, Guglielmo Bianchi. Al loro scambio è dedicato il volume Carissimo Billy,
dear Lucky, a cura di Benedetta Vassallo e Alessandra Barbero (2024). Come
spiega Virna Brigatti nell’introduzione, l’obiettivo esplicito è quello, per una
volta, di dar voce a Lucia Rodocanachi, rimediare a un vuoto durato molto a
lungo e mettere in risalto non il suo lavoro fatto per conto altrui, ma ciò che
invece lei stessa ha scritto, ossia soltanto lettere, che costituiscono, nelle
parole delle curatrici, la sua “opera assoluta”. La scoperta che se ne fa ha
dello stupefacente. E certo c’è una tremenda ironia nel fatto che per rendersi
conto di quale mancata scrittrice sia stata Lucia Rodocanachi sia necessario
ripercorrere l’epistolario da lei tenuto con un altro scrittore fallito, il più
improbabile. I loro profili, a ben vedere, sono tanto diversi quanto intimamente
legati dalle maglie inestricabili delle affinità elettive.
Bianchi, “ospite inospitabile” come si presentava, incarna il perfetto
dilettante dalle tendenze dandistiche: un po’ scrittore, un po’ poeta, un po’
pittore, in grossa parte svogliato e inconcludente. Ricco di famiglia,
propugnatore di un sistema filosofico che pare una sintesi sorniona di
stoicismo, taoismo e dolce far niente, poté permettersi sia di sprecare i suoi
talenti, sia di farsi carico economico di riviste letterarie, come quando, con i
soldi del padre, cercò di dare continuità a Circoli, un periodico genovese il
cui comitato di redazione comprendeva Angelo Barile, Giacomo Debenedetti,
Montale, Camillo Sbarbaro e Sergio Solmi, oltre allo stesso Bianchi. Nel 1932 ne
divenne condirettore; tre anni dopo aveva abbandonato la nave. Intanto, si dava
alla scrittura e alla pittura senza pressioni professionali, obblighi produttivi
e imperativi di vendita. Era talmente libero, in questo senso, che poteva dare
del venduto a Montale, cosa che fece. Ma la libertà ha un prezzo da pagare,
notoriamente salatissimo anche per un ereditiero scioperato, e a maggior ragione
se ossessionato dall’idea di meritarsi la gloria letteraria. Ma per scrivere
serve disciplina, troppo alto è il rischio del rifiuto o di rimanere delusi da
sé stessi e dal mondo. Come se non bastasse, intraprendere alcunché sembra
sempre innaturale e inelegante a coloro in cui lo spirito è qualcosa.
> C’è una tremenda ironia nel fatto che per rendersi conto di quale mancata
> scrittrice sia stata Lucia Rodocanachi sia necessario ripercorrere
> l’epistolario da lei tenuto con un altro scrittore fallito, il più
> improbabile, Guglielmo Bianchi.
Bianchi pubblicò in effetti qualche raccolta di poesia e un libro di prose,
Eleganze, uscito nel 1928. Le testimonianze ci restituiscono l’immagine di un
uomo eclettico ed eccentrico, un giramondo, un frequentatore di caffè, un
cultore del buen vivir dall’aneddoto sempre pronto, dall’aforisma arguto e
paradossale, ma anche – noblesse oblige – inconseguente e vanesio. Al cuore
della dottrina cui aderiva, l’ozio era una necessità. Come Oscar Wilde aveva
scritto di Thomas Griffiths Wainewright, “cercava di essere qualcosa piuttosto
che di fare qualcosa. Sapeva che la vita stessa era un’arte e, non diversamente
dall’arte, aveva uno stile”. Lasciare le briciole del proprio talento all’arte e
riservare il genio per la vita, sempre parafrasando Wilde. Al contrario, fare
qualcosa di sé stessi, adeguarsi alla classificazione standardizzante, al mantra
dell’utile, della produttività a tutti i costi, del lavoro che nobilita l’uomo,
investire su di sé come in un gruzzolo di azioni per poi venire riconosciuti per
qualcosa che si è fatto con la fama o anche solo un mensile assicurato – tutto
ciò, dalla prospettiva del dandy, è delle siberie la peggiore.
Ma Bianchi non era il solo a credere nel proprio talento. Rodocanachi, la sua
“dinamo”, lo incoraggiava a scrivere, a creare, e non perdeva occasione per
ribadire il suo invito ad andare a trovare lei e il marito in villa, augurandosi
di poter godere della sua squisita compagnia. D’altro canto, la solitudine per
lei era lancinante e solo qualche volta veniva Roberto Bazlen a farle da
consolatore o da analista: “vivo ormai di auguri e dell’affetto degli amici”,
scrive lei a Bianchi, “tutti gli altri cibi più sostanziosi mi sono stati
tolti”, e ancora: “a me i corvi invece di pane come al Santo nel deserto portano
lettere”. Talvolta, per celia, Bianchi le rimproverava una certa frivolezza, che
Rodocanachi indossava come il distintivo della padrona di casa. “Mio caro”, gli
risponde lei,
> è solo con le coeur triste et l’esprit gai che potremo sollevarci dalla
> nevrastenia e da tutto per essere pronti a sopravvivere non solo allo stato di
> relitti. Dopo una notte d’insonnia si vanno a cogliere i fiori per adornare la
> casa, si studia il menu, si fa la spesa, si prepara il pranzo. Non credere che
> la mia vita sia molle di ozii borghesi, lavoro nel vero senso della parola, ho
> appena una piccola selvaggia che mi aiuta nel lavoro di casa accresciuto e
> complicato dalle circostanze […]. Leggi Barbey d’Aurevilly e vi vedrai meglio
> di quanto io non possa farlo la lode della frivolezza e del dandysmo
> interpretato quale eroismo e massima di vita.
E in una vita “che non riesce a diventare eroica”, come lei gli scrive in
un’altra occasione, “una lettera al momento giusto è spesso una cosa essenziale
che mi persuade della realtà della mia esistenza. Non puoi credere quante volte
io dubiti della mia propria realtà […]. Il fatto di esistere per un altro è una
specie di conferma […]. Qui sono estremamente sola”. Altro che Madame de
Sévigné: il personaggio in cui si riconosceva era la Marta del Vangelo “presa
dai molti servizi”, che si affanna per troppe cose inutili mentre il Signore è
suo ospite e “una sola è la cosa di cui c’è bisogno”, come si legge in Luca. Ma
quanto è difficile riconciliarsi con il fatto che a qualcun altro è andata “la
parte migliore”. Intanto, scrive Rodocanachi, nel “corpo a corpo spietato con la
materia” l’anima va seccandosi e “un mare di mediocrità” sembra sommergerla. Si
capisce come, in condizioni del genere, anche le corvées di cui sopra sembrino
un compromesso accettabile pur di mantenere vivo lo scambio. Nulla, infatti,
pare ferirla di più dei silenzi degli amici, del ritardo delle loro risposte. Il
resto è il male necessario, corollario dei rapporti umani.
Due sensibilità rare, le loro, passate senza lasciar traccia o quasi. Da un
lato, uno che evita il riconoscimento e tuttavia lo brama; dall’altro, una che
al riconoscimento rinuncia, e in ogni caso non potrebbe ottenerlo. Lui, che i
compromessi li aveva sempre fuggiti o rifiutati, e lei, che non aveva fatto
altro che accettarne. In questo senso, sono più simili di quanto si immagini.
Spiegando come lo stesso tipo di lavoro potesse essere produttivo o
improduttivo, Marx faceva l’esempio dello scrittore: chi sforna opere letterarie
a ritmi e con modalità industriali per stare al passo con i dettami del mercato
e le necessità dell’editore è un lavoratore produttivo a tutti gli effetti,
mentre John Milton, che vendette il manoscritto del Paradise Lost per cinque
sterline, è chiaramente improduttivo. Milton, così Marx, scrisse il suo
capolavoro “per la stessa ragione per la quale il baco da seta produce la seta.
L’attività era parte della sua natura”. Chi gliel’ha fatto fare? chiede il volgo
profano. La risposta si trova forse in Kafka, quando scriveva a Felice di
sentirsi un essere “incatenato con invisibili catene a una letteratura
invisibile”, il quale “grida se qualcuno si avvicina, perché pensa che tocchi
quella catena”.
> Due sensibilità rare, passate senza lasciar traccia o quasi. Da un lato, uno
> che evita il riconoscimento e tuttavia lo brama; dall’altro, una che al
> riconoscimento rinuncia, e in ogni caso non potrebbe ottenerlo.
Se Bianchi, nei primi tempi almeno, voleva che Rodocanachi, con i suoi contatti,
lo aiutasse a far conoscere i propri scritti, lei, che più di chiunque altro lo
spronava a tirar fuori il capolavoro dai suoi vagabondaggi, in cambio chiedeva
all’amico lotofago qualcosa di più raro, “un rimedio nuovo” per “liberarmi […]
di me stessa”. Anche questo avevano in comune: l’attrazione irresistibile per la
vertigine di scomparire, uno nella pampa, l’altra fra le amarene, gli ulivi e le
peonie del suo giardino di provincia, che in fondo è la stessa cosa, ma senza
gauchos e soprattutto senza l’aggravante dell’esotismo. Lei di lui ammirava la
leggerezza della fuga perpetua, che dal canto suo era costretta a sublimare
nella lettura. Così gli scrisse nell’agosto del 1937, quando la bella stagione
non faceva che peggiorare la prostrante condizione di solitudine in cui versava:
“come l’ostrica allo scoglio, la invidio proprio per esser scomparso senza
lasciar traccia nel grande oceano destinazione ignota”. E ancora, due anni più
tardi:
> Ho sempre l’idea che la mia mancanza d’impegni quotidiani e quella di rapporti
> sociali ed umani mi permetterebbe di sparire senza lasciare traccia, come un
> oggetto di poco uso della cui scomparsa ci si accorge a volte dopo mesi o dopo
> anni, perché la sua funzione non era né definitiva né necessaria, né occupava
> uno spazio determinato in senso effettivo. Non credo cioè, e sta diventando
> una mania, alla realtà della mia esistenza.
Inquieto per vocazione e non solo per indole, bisognoso di riconoscimento ma
incapace di perorare la propria causa, Bianchi optò poi realmente per l’esilio
volontario, forse nella speranza che, imponendo agli altri la propria mancanza,
avrebbe suscitato in loro il desiderio, come uno che s’incapricci di morire per
vedere chi lo piange e come. Certo, è difficile dire che cosa sia una posa,
tanto nello sfoggio di aloofness quanto nella confessione nevrastenica. Il
rischio che non si tratti che di giochi di poeta, pur dilettante, è sempre
dietro l’angolo, ma a forza di provocazioni e paradossi qualcuno prima o poi si
stanca.
Così, nel 1938, quando il vecchio continente pareva sull’orlo del suicidio,
questo Peter Walsh in carne e ossa scelse per sé stesso “la parte dell’illustre
scomparso” e raggiunse il fratello a Buenos Aires. Era il compimento di
un’ambizione coltivata per tutta la vita, ciò che le curatrici del volume
chiamano il suo “culto dell’assenza”, già prefigurato nelle continue sparizioni,
nei silenzi per cui Rodocanachi lo rimproverava. A separarli, adesso, c’era un
oceano; “il mio naufragio”, disse lui, era compiuto. Tornò in Europa dopo la
guerra, ma allora, come di lui scrisse Carlo Bo, aveva perduto “quello spirito
ironico che lo faceva ospite del mondo. Sentiva che il mondo aveva cambiato
abiti e modi e probabilmente non si trovava più con le abitudini di un tempo”.
Era riuscito a farsi dimenticare per davvero. Gli amici gli avevano voltato le
spalle, eccetto Rodocanachi, come lui naufraga, benché anche fra di loro
qualcosa sembrasse essersi rotto.
> Le lettere di Rodocanachi dell’immediato dopoguerra ci offrono uno scorcio di
> quella terra di relitti che era all’epoca l’Italia e sono il saggio
> inconfutabile del romanzo che lei non scrisse mai.
Niente, d’altronde, sarebbe tornato come prima della guerra. Bianchi, già da
Buenos Aires, le aveva elencato le moltitudini che sentiva di contenere
traendone un bilancio negativo: “Invecchio e non ho fatto strada né in un senso
né nell’altro. Ambizioso e pigro, dinamico e claustrale, visionario e pratico,
umile e megalomane, puro e lussurioso, aureolato e maledetto”. Come se non
bastasse, ora non c’era più un pubblico che si interessasse a lui. Rodocanachi,
invece, dalla Storia era stata offesa ulteriormente: nel 1940 era finita in
carcere per effetto delle leggi razziali, riuscendo a evitare l’internamento in
campo di concentramento per un soffio. Suo nipote era stato fucilato dalle SS.
La villa, metafora di un mondo, era stata occupata prima dai tedeschi, poi dagli
americani. Le sue lettere dell’immediato dopoguerra ci offrono uno scorcio di
quella terra di relitti che era all’epoca l’Italia e sono il saggio
inconfutabile del romanzo che lei non scrisse mai, confermando il sospetto che
ad Arenzano si nascondesse una scrittrice d’eccezione per nostra sventura mai
venuta allo scoperto.
Restano, sul finale, il “rammarico del poco compiuto” e “la convinzione che meno
sarebbe stato ancor meglio”. E tuttavia, scrive Bianchi a Rodocanachi, “il poter
credere che uno spirito gentile ha scoperto e apprezzato in noi qualche cosa di
insolito e lo ha avvalorato e custodito è già una grazia fondamentale”. È vero,
nessuno dei due ha avuto il successo che meritava, o che pensava di meritarsi.
Anche per questo, però, entrambi hanno potuto coltivare qualcosa di ancora più
raro, ancora più prezioso, qualcosa che cresce alla larga dal mercato e al di
fuori delle logiche editoriali: sé stessi.
L'articolo La traduttrice segreta di Vittorini proviene da Il Tascabile.
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Q ualche settimana fa a Dublino, a ridosso del compleanno di James Joyce (2
febbraio), c’è stata la presentazione in anteprima mondiale dell’unica
(all’oggi) traduzione cinese completa del libro definitivo e sognante di Joyce,
il Finnegans Wake [Fennigen Shouling: Zhui Sheng Meng Shi Ji (Finnegans Wake)
Taipei, Bookman Books, 2024]. Il curatore di quest’impresa storica e
pionieristica è di Taiwan, Sun-chieh Liang. Come ci ha spiegato, la sua
traduzione dell’opera di Joyce segue in modi inattesi lo spirito plurilingue
dell’originale, nell’impiegare, nella sua tessitura verbale e simbolica, non
soltanto il mandarino o il cinese semplificato, ma anche caratteri giapponesi,
coreani, e persino inventati dal traduttore stesso a partire dai simboli
dell’alfabeto latino, adattati alle forme del cinese. Infatti, le risorse del
cinese hanno a che fare con un piano multiplo, perlomeno trino, quello del
suono, del significato e della forma. La forma è tanto importante quanto gli
altri due livelli.
Un esempio è la traduzione di un’espressione che in Joyce rimanda alla
compresenza, nel testo, della figura di una madre e una figlia nello stesso
personaggio: il traduttore ha in questo caso utilizzato un ideogramma che in
cinese significa madre, ma in giapponese figlia, ottenendo così dal punto di
vista della forma multilingue quella stessa fusione che Joyce otteneva forzando
le regole del linguaggio e inventando parole. Ma non serve entrare negli
specialismi. Torniamo all’evento dublinese.
> La traduzione segue in modi inattesi lo spirito plurilingue dell’originale,
> nell’impiegare, nella sua tessitura verbale e simbolica, non soltanto il
> mandarino o il cinese semplificato, ma anche caratteri giapponesi, coreani, e
> persino inventati dal traduttore stesso.
Nel presentare al Trinity College la sua opera eccellente, Sun-chieh ha detto
che leggere il Finnegans Wake di Joyce è un’esperienza “mistica”. Il commento mi
ha fatto pensare allora e continua a incuriosirmi adesso, perché, senza mai
averlo detto o scritto, anche io trovo che leggere quel libro situato sulla
soglia dell’indicibile e ai limiti del linguaggio sia un’esperienza che ha del
mistico (se per mistico intendiamo il raggiungere un piano di coscienza ampliato
rispetto all’ordinario). Riflettendoci in seguito, mi sono reso conto che ogni
lettura, non soltanto quella di un’opera impossibile come il Finnegans è
potenzialmente un’esperienza mistica, perché ogni lettura può consentirci di
accedere a un piano di consapevolezza e anche di sapienza altro da noi stessi,
di fatto estendendo la sfera del nostro essere.
Tradurre Finnegans Wake in cinese è ovviamente la prodezza delle prodezze.
Significa trovare una nuova forma e una nuova casa per il grande libro di Joyce
in luoghi che non ci aspetteremmo. E ora, questo testo che disorienta i suoi
lettori fin dall’inizio, è di casa anche in Oriente. Proprio come Adamo, che nel
libro diventa “atoms” ma anche “athome” ossia “a suo agio” ma anche “a casa
sua”. Nel libro dei mutamenti di Joyce, un vero I-Ching moderno, la forma è
tutto, e l’audace tentativo di Sun-chieh Liang di renderla per la prima volta
nella sua interezza in uno dei modi di dire più importanti del libro (il Wake
contiene centinaia di riferimenti al cinese) è di per sé una nuova festa di
tutte lingue. Con tutti i suoi caratteri cinesi non convenzionali scava nella
storia della lingua tanto quanto vi fa capolino nel futuro: un futuro di
possibilità proprio come quello che Joyce progettò per l’emancipazione
linguistica di tutti noi.
Forma, forme. Ecco il dilemma. Perché nel Finnegans Wake nuove forme sono sempre
nuovi modi di rimodellare il mondo tanto quanto la Parola. Uno dei più grandi
giochi di parole riguarda un altro maestro e inventore del linguaggio, William
Shakespeare, che nel libro di Joyce diventa Shapesphere. Chi è questa nuova
entità? Un plasmatore di sfere o forse di paure? O entrambi? Tali mutazioni di
forma si compiono nel testo di Joyce in nome della simultaneità, che è una
caratteristica molto orientale del libro. Ecco alcuni esempi.
Il sanscrito, una delle lingue dei testi sacri vedici antichi ma anche buddisti,
nel libro dei cambiamenti del Ventesimo secolo da “sanscrito” diventa
“sanscreed”. Forse un nuovo santo (san in italiano), perde letteralmente (sans è
“senza” in francese) un credo, diventando così quasi il suo opposto. Questa è la
“simultaneità” nella letteratura del futuro. O, se preferiamo usare un gergo
quantistico, questo è un esempio di “sovrapposizione” letteraria. Nel Wake il
concetto di simultaneità è immortalato in alcuni passaggi importanti. Prendiamo
quello che succede con due fratelli esemplari nel libro, Burrus e Caseous (in un
altro caso, altri gemelli sono chiamati siamesi, ma la parola che Joyce usa lì è
“soamheis”, qualcosa che condensa l’espressione “as I am so he is”, “come io
sono così lui è”). I due fratelli gemelli qui non sono stati in grado di
districarsi, ma, ciò che Joyce scrive cripticamente è che “have not
seemaultaneously sysentangled themselves”. In questa espressione abbiamo tante
cose, forse troppe. Per cominciare, c’è il verbo inglese “to seem”, che indica
il fatto che la simultaneità è solo simultaneità apparente (Einstein sarebbe
d’accordo). Poi abbiamo il prefisso greco per “con, insieme” (sy-), e
curiosamente una parola tedesca per “bocca” o “muso” (maul). Infine, abbiamo un
gioco di parole sull’inglese che ci parla di “entanglement districati”, quasi a
voler ribadire che nessuno può dissolvere ciò che il creatore, o meglio,
l’artista ha unito.
Alcuni esempi dal libro (tratti da Joyce Studies in Italy, 2024, 26, p. 340).
La simultaneità fa sì che i significati coincidano senza la possibilità di
disunirli. Sono significati che, se presi singolarmente, indicherebbero
qualcos’altro. Invece, nella fusione nucleare operata da Joyce, essi assumono un
nuovo valore proprio rispecchiandosi l’uno nell’altro, producendo cioè fenomeni
di interazione capaci di generare nuove grammatiche, nuove sintassi, nuovi
lessici. La simultaneità è la firma, non solo di Finnegans Wake, ma di molte
grandi opere d’arte. È la loro capacità non solo di dire molte cose allo stesso
tempo, ma di farlo in modo tale che quelle cose rimangano aggrovigliate. In
entanglement, appunto.
> La simultaneità fa sì che i significati coincidano senza la possibilità di
> disunirli. Sono significati che, se presi singolarmente, indicherebbero
> qualcos’altro. Invece, nella fusione nucleare operata da Joyce, essi assumono
> un nuovo valore proprio rispecchiandosi l’uno nell’altro.
Ma da dove prende Joyce questa intuizione che appare così semplice e così
complessa allo stesso tempo, un’intuizione che riassume l’anima segreta di ogni
grande opera, cioè quella preziosa potenza che aiuta a configurare un testo come
un’opera del futuro da riscoprire solo in modi nuovi? Ecco che torna l’Oriente a
disorientare. Fin da giovane Joyce era stato affascinato da un tipo di pensiero
capace di minare la preminenza della logica razionale della tradizione
occidentale, che affonda le sue radici nel principio di non contraddizione
secondo il quale la sequenza di causa ed effetto viene spesso letta attraverso
una sorta di linearità cronologica. Joyce era appassionato di Giordano Bruno e
si avvaleva un po’ ovunque del principio dell’unione degli opposti che il Nolano
aveva sviluppato a partire dal Cusano. Questo principio trova una sorta di
consonanza nella tradizione del pensiero cinese secondo la quale tutto
nell’universo, comprese le idee, è strutturato in coppie di polarità opposte,
ognuna delle quali è essenziale per la comprensione dell’altra.
> Fin da giovane Joyce era stato affascinato da un tipo di pensiero capace di
> minare la preminenza della logica razionale della tradizione occidentale, che
> affonda le sue radici nel principio di non contraddizione.
Ho visitato Taiwan un paio di anni fa e ho insegnato insieme al professor
Sun-chieh Liang in un corso di laurea su Ulisse, Finnegans Wake e la traduzione.
Tra le altre cose abbiamo affrontato anche l’episodio del Wake con l’incontro
tra San Patrizio e l’Arcidruido. È uno dei primi testi composti da Joyce.
Eppure, anche se questa è stata tra le prime storie a nascere, ora si trova
quasi alla fine del libro. Come mai? Perché Joyce vi è tornato dopo tanti anni
di rivisitazione completa? Quando decise di rivisitarlo, stava riflettendo su
una strana teoria, o piuttosto su una strana possibilità, e cioè che le radici
della religione irlandese fossero orientali e non occidentali. Strano, vero? San
Patrizio, secondo una leggenda, convertì tutta l’Irlanda spiegando il mistero
della Trinità a quei Celti pagani per mezzo di un trifoglio, e ora quel padre
del cristianesimo irlandese veniva trattato quasi come un mistico orientale.
Perché?
Joyce aveva infatti ripreso una vecchia passione per le filosofie e le religioni
orientali. Era stato esposto a loro da giovane, quando era in contatto con
persone legate ai circoli occulti. Ottenne poi una copia di Maya. Der indische
Mythos di Heinrich Zimmer e lo studiò con la massima serietà. Quel libro
contiene molti riferimenti precisi al buddismo. Era stato anche in contatto con
uno studente che gli aveva spiegato il valore figurativo di certi ideogrammi che
riteneva rivelatori per la storia che stava scrivendo. Ha lavorato sodo, Joyce,
e il risultato è che, secondo i miei calcoli, nel libro abbiamo almeno 229
occorrenze di parole o concetti cinesi, 119 legate alla lingua e alla tradizione
giapponese, e infine 117 al sanscrito e a testi originariamente composti in
quella lingua. Ci sono anche almeno due importanti riferimenti a Lao Tsé, il
grande pensatore cinese e fondatore del Taoismo secondo il quale l’intero
universo è dentro ogni cosa o persona che lo compone. Un altro Bruno, verrebbe
da pensare.
> Nel libro abbiamo almeno 229 occorrenze di parole o concetti cinesi, 119
> legate alla lingua e alla tradizione giapponese, e infine 117 al sanscrito e a
> testi originariamente composti in quella lingua.
Ecco perché questa traduzione completa del Finnegans Wake in cinese è per molti
versi un altro ritorno a casa! Il Wake non è infatti solo un libro di
simultaneità, ma anche un testo circolare, che è un’altra eredità orientale se
pensiamo al continuum temporale delle filosofie orientali, all’idea di un flusso
continuo, e alla conseguente circolarità che nega e beffa le rappresentazioni
lineari. Questo risveglio cinese del Finnegans Wake non è, quindi, solo un
omaggio alle filosofie e alle religioni orientali che emergono nel libro di
Joyce. Si tratta senza dubbio di un nuovo modo di guardare al sistema di
pensiero, non sistematico di Joyce da una prospettiva orientante (e
disorientante). Ci aiuterà a costruire nuovi ponti e a individuare nuovi modelli
interpretativi capaci di farci esplorare percorsi inaspettati in questo libro di
mutamenti oscuri.
L'articolo La lettura mistica proviene da Il Tascabile.
T ra il 2019 e il 2023 ho lavorato a un progetto di digital humanities tra
British Library e Alan Turing Institute chiamato Living with Machines. Scopo
del progetto era di applicare metodologie basate sull’uso dell’intelligenza
artificiale a larghi corpora di dati relativi al periodo della rivoluzione
industriale inglese per vedere se si potessero identificare nuove
interpretazioni sul rapporto tra meccanizzazione del lavoro e dei trasporti e
società inglese, ma soprattutto esplorare e testare nuove forme di
collaborazione interdisciplinare. Per questo, oltre a me che mi sarei occupata
principalmente di digitalizzazione e giornali, sono stati reclutati a far parte
del team anche linguisti computazionali, storici, digital curators, digital
humanists e software developers.
Riuniti sotto l’egida della transdisciplinarità, guidati da intenzioni radicali
come la collaborazione orizzontale (meno gerarchie e più circolazione di
conoscenza), ci siamo imbarcati assieme in un progetto di quattro anni che ci ha
visti prima raccogliere e riunire un largo numero di datasets (giornali
pubblicati tra il 1780 e il 1880, Press directories, Ordnance survey maps, dati
del censo, Railway station directories ecc.) e poi cercare di analizzarlo
articolando le più svariate ipotesi di ricerca.
Messo assieme questo corpus di datasets, in nessun modo rappresentativo
dell’intero impatto della rivoluzione industriale in Inghilterra, ma sicuramente
vasto abbastanza per offrire innovative prospettive di ricerca, abbiamo così, ad
esempio, provato a visualizzare il rapporto tra lo sviluppo dell’infrastruttura
ferroviaria, l’industrializzazione e l’urbanizzazione nelle zone rurali inglesi;
con i dati del censo e quelli dell’infrastruttura ferroviaria abbiamo guardato
al rapporto tra classi sociali, urbanizzazione e industrializzazione, con i
giornali invece ci siamo focalizzati sul linguaggio dell’epoca. Utilizzando gli
strumenti della linguistica computazionale ci siamo chiesti come la
meccanizzazione sia stata descritta a seconda della distribuzione e taglio
politico dei giornali; oppure ci siamo interrogati su come sia evoluto il campo
semantico di certe parole chiave (machine, accident ecc.) parallelamente a certi
eventi di maggiore o minore rilievo storico.
Nonostante la collaborazione radicale, ognuno di noi si è trovato,
inevitabilmente, più strettamente coinvolto in ipotesi di ricerca affini al
proprio profilo accademico. Così, avendo io una formazione letteraria,
nonostante mi occupassi principalmente della digitalizzazione dei giornali e
delle mappe, sono finita a lavorare a stretto contatto con le colleghe
linguiste. Con e sotto la loro direzione ho mosso i primi passi in un mondo
nuovo e ho appreso le regole base della linguistica computazionale. Nei quattro
anni in cui ho collaborato al progetto, ho imparato che per essere analizzati i
testi vengono trasformati in vettori, che questi vettori possono rappresentare
parole, frasi o interi testi, che i vettori hanno un orientamento in uno spazio
pluridimensionale e che quanto più l’orientamento tra due vettori è simile tanto
più è probabile una prossimità semantica. Ho compreso come si creano i modelli
linguistici usati dai network neurali, come si affinano perché generino
risultati bilanciati, e come questi si possano usare per interrogare un testo.
Soprattutto ho imparato una cosa fondamentale: trasformando i testi in numeri,
qualunque ipotesi linguistica per essere indagata deve basarsi sul più gran
numero di esempi disponibili. Non solo. Perché questi “testi” possano dirci
qualcosa devono essere guardati “da lontano”.
Compreso il mio compito, ho perciò indossato gli occhiali per il distant reading
(cfr. Franco Moretti, Conjectures on World Literature, 2000) della linguista
computazionale e mi sono unita alle colleghe nel loro lavoro di indagine.
Dapprima il fascino della scoperta di una nuova disciplina e delle possibilità
che apre mi ha sedotta. Ho studiato manuali di codice, letto articoli
accademici, analizzato case studies forniti da altri progetti. Poi pian piano
qualcosa si è incrinato dentro di me. Ho iniziato a vedere milioni e milioni di
articoli di giornali compilati da giornalisti vittoriani trasformarsi in valori
aritmetici e geometrici, in punti senza significato in sé, semplici componenti
accessori di un’immagine più grande. Ho visto assegnare valori positivi o
negativi (sentiment analysis) a sequenze di frasi estrapolate, senza contesto,
da articoli più lunghi unicamente sulla base di un numero preciso di parole o
tokens (n-gram analysis, co-collocation ecc.). Ho visto determinare il contenuto
di un articolo basandosi unicamente sulla ricorrenza di una o più parole chiave
all’interno di una sequenza di parole di lunghezza determinata (topic
modelling).
> Ho iniziato a vedere milioni e milioni di articoli di giornali compilati da
> giornalisti vittoriani trasformarsi in valori aritmetici e geometrici, in
> punti senza significato in sé, semplici componenti accessori di un’immagine
> più grande.
Mentre colleghi e colleghe cercavano di arrivare al cuore pulsante di specifiche
parole cambiando parametri numerici per capire quali fossero le vibrazioni che
le modificavano, tanto più vedevo i testi usati per l’analisi perdere
completamente importanza, venire scartati e dimessi come inutili bucce
funzionali solo a proteggere un frutto prezioso. Man mano che aiutavo i colleghi
a capire come una parola quale machine assumesse valori più o meno umani nel
contesto di articoli su incidenti industriali, o mentre con loro mi chiedevo se
una determinata parola evolvesse verso l’ipo- o l’iperonima, l’unica cosa che
realmente vedevo erano linee di codice e valori numerici. Nonostante i risultati
che ottenevamo sembrassero confermare le ipotesi di ricerca, a me pareva che
nulla avesse più senso. Mentre i colleghi felici interpretavano questi numeri,
per me tutto spariva. Addio stile, addio autorialità, addio aneddoti curiosi,
addio giochi di parola. Visti “da lontano”, gli articoli di giornale erano
diventati un’unica stringa di lettere utile unicamente a convalidare un
risultato numerico. Le parole non avevano, letteralmente, più senso per me.
Così, forse per caso o forse per controbilanciare questo senso di vuoto
esistenziale, la sera e nel weekend, ho iniziato a dedicarmi alla traduzione.
Come chiudevo il computer del lavoro e aprivo quello personale, mi spostavo da
un mondo in cui le parole erano numeri a uno dove ogni parola era invece un
prisma prezioso che rifletteva una miriade di diverse esperienze umane a seconda
del punto di vista da cui lo si guardasse. Traducevo Ma mère rit di Chantal
Akerman (Mia madre ride, 2022), un diario intimo in cui Akerman parla della
progressiva malattia della madre e della sua depressione; mi fermavo ore a
chiedermi se nella scelta di una determinata parola non si celasse il tentativo
di raccontare un trauma indicibile (“Quand enfin elle est montée dans la voiture
[…] elle m’a dit mes filles, mes filles elles ont tout ça. Moi je n’ai rien eu à
part les camps. C’était la première fois qu’elle disait ça.”) – come avrebbero
interpretato “camps” i network neurali? –, se nella scelta di una terza persona
e un sostantivo maschile per riferirsi a sé stessa, l’autrice avesse racchiuso
volutamente o meno un’ambiguità di genere (“Dès que l’enfant arrivait, toujours
exténué par la vie d’adulte qu’il n’arrivait pas à vivre, il se couchait sur le
divan et dormait quelques heures. Après, un peu moins exténué, il mangeait.
L’enfant, c’est elle, c’est moi.”), o se nell’intraducibilità di una determinata
parola o costrutto francese in italiano non si manifestasse l’impossibilità di
“vivere” quell’esperienza in italiano.
Ogni settimana, tra il progetto di ricerca e la traduzione, mi muovevo tra
distant e close reading, tra un mondo dove le parole avevano significato
unicamente per la loro prossimità ad altre, e dove il contenuto di un singolo
testo era irrilevante, a uno dove ogni parola, ogni pronome, ogni scelta
stilistica era la specifica volontà, razionale o meno, di un’autrice di
trasferire la propria esperienza in una composizione testuale. Ogni giorno
aprivo il computer assegnatomi dal lavoro come se entrassi in un osservatorio
astronomico, pronta a guardare le galassie senza distinguerne i singolari
ammassi stellari, e lo chiudevo per spostarmi nello studio da entomologa, dove
avrei invece osservato con una lente di ingrandimento ogni microdettaglio,
micromovimento, habitat e abitudine delle parole-insetto che componevano il
testo che traducevo. Avrei potuto continuare a muovermi così, a vivere quella
vita divisa tra dimensioni infinite e microdettagli se non fosse che a un certo
punto il progetto è arrivato a conclusione e quando è stato il momento di
muovere il passo successivo, l’ho fatto per tornare alla materialità dei testi,
all’unicità e specificità delle parole, al contenuto, alla realtà localizzata
nello spazio e nel tempo. Pur non avendo del tutto abbandonato la linguistica
computazionale (fa ancora parte del mio lavoro), mi sono trasferita a fare
ricerca in un grande archivio inglese.
Questa esperienza di movimento tra infinitamente grande e dettagli minimi non si
è limitata a quegli anni di ricerca e traduzione, ma si è ripresentata leggendo
Orbital di Samantha Harvey (2025). Siamo in una base spaziale con sei
astronauti. La voce narrante, onnisciente selettiva, ne segue le attività
quotidiane – colazione, esercizi fisici, capriole, osservazioni, misurazioni,
esperimenti scientifici – e si sposta tra i penseri e i flussi di coscienza
dell’uno e dell’altro con movimenti così fluidi e sciolti da emulare quasi
quelli privi di gravità degli astronauti all’interno della stazione spaziale. Al
di fuori la Terra gira su sé stessa, ignara di essere osservata, tracciando
orbite regolari, mostrando agli osservatori solo una superficie su cui si
alternano acqua e suolo, luce e ombra, e su cui si addensano nuvole, creano
tifoni, soffiano venti:
> Durante l’addestramento erano stati avvertiti di cosa sarebbe successo
> esponendosi ripetutamente a questa Terra priva di interruzioni. Vedrete la sua
> pienezza, l’assenza di confini se non la linea tra mare e terraferma,
> dicevano. Non vedrete paesi, solo una sfera rotante che non conosce
> possibilità di divisioni, e tantomeno di guerre. E vi sentirete tirati in due
> direzioni simultaneamente. Euforia, ansia, estasi, depressione, tenerezza,
> rabbia, speranza, disperazione. Perché ovviamente sapete che le guerre
> abbondano e che la gente uccide e muore per i confini. Mentre quassù ci può
> essere il lieve e distante incresparsi della terra che suggerisce una catena
> montuosa o una vena che fa pensare a un grande fiume, ma nient’altro. Non ci
> sono muri o barriere – e nemmeno tribù, guerre o corruzione, né particolari
> motivi per cui aver paura.
Da lontano i confini non esistono, “dettagli” come guerre e rivendicazioni
politiche non hanno senso, solo la superficie corrugata o coperta d’acqua della
Terra assume rilevanza agli occhi degli astronauti. Come nella linguistica
computazionale, allontanandosi dal “testo”, le sequenze di paragrafi, le scelte
linguistiche, la punteggiatura, gli a capo, le sequenze e i giri di frase
perdono significato a favore di un’immagine d’insieme. Da lontano gli astronauti
provano emozioni contraddittorie, liberatorie e opprimenti. Si accorgono
dell’irrilevanza delle azioni umane a fronte di un tempo la cui magnitudine
oblitera l’esistenza, della gloriosa bellezza di un pianeta che gira su sé
stesso imperturbabile rispetto a quanto accade sulla sua superficie. Allo stesso
tempo provano la speranza, la rabbia e la frustrazione dei messaggeri
silenziati, la disperazione della consapevolezza “che non solo siamo ai margini
dell’universo, ma che è un universo di margini, che non c’è un centro, solo un
ammasso vertiginoso di cose danzanti, e che forse tutto il nostro sapere
consiste in una conoscenza elaborata e in continua evoluzione della nostra
estraneità, uno smantellamento dell’ego attraverso gli strumenti dell’indagine
scientifica fino a che, quell’ego, non sarà ridotto a un edificio in rovina da
cui filtra la luce.”
> Da lontano i confini non esistono, “dettagli” come guerre e rivendicazioni
> politiche non hanno senso, solo la superficie corrugata o coperta d’acqua
> della Terra assume rilevanza.
Toccato l’apice di un desiderio nato nell’infanzia, raggiunta la stazione
spaziale, gli astronauti si trovano di fronte a una crisi esistenziale. Il
grande sogno di libertà e scoperta si traduce in una prigionia il cui tempo è
scandito dai soliti gesti ‒ impacchettare e spacchettare cose, armeggiare con
germogli di piselli e radici di cotone, studiare i comportamenti dei topi o
pedalare su una cyclette – e popolato dagli “stessi vecchi pensieri che girano
in tondo insieme a te”. E allora ecco che subentrano le domande: Perché fare una
cosa del genere? Perché cercare di vivere dove non si può prosperare, perché
cercare di andare dove l’universo non ti vuole, quando invece c’è un’ottima
Terra pronta ad accoglierti?”.
Tra slanci di entusiasmo nei confronti del progresso scientifico e ricadute nel
nichilismo esistenziale, gli astronauti si chiedono se la sete di spazio sia una
forma di “curiosità o ingratitudine”, se questo strano desiderio li renda eroi o
idioti. In questo ruminare esistenziale ritrovano posto i dettagli, gli oggetti,
i sentimenti. Una cartolina rappresentante Las Meninas, il ricordo di una madre
che cammina sulla spiaggia, il sapore del cibo, la giornata di un pescatore.
Nascono liste di cose sorprendenti – l’immaginazione, come è morta Jackie
Onassis (linfoma inguinale), i dinosauri, una penna blu con il cappuccio rosso,
nuvole verdi, bambini con il papillon – o cose prevedibili – sbattere una porta
con furia, mal di piedi, uova in padella, il gracidare delle rane, il bisogno di
un cappotto invernale. Liste che li aiutano a non perdere il contatto con la
Terra, a non sparire. Liste che diano “densità” a un’esistenza altrimenti priva
di senso.
Come leggevo il libro, non ho potuto che pensare alla mia esperienza durante gli
anni in cui lavoravo a Living with Machines e traducevo Akerman. Superato
l’incanto e la magia dei numeri, tutto quello a cui volevo tornare era la
“parola”, il dettaglio. Tornare a quel che mi circondava, al close reading. E
forse sarà stato di nuovo un caso, o forse no – dipende come si decide di
raccontarlo –, ma anche questa volta ho arginato le pulsioni nichiliste
ritrovando orientamento in un altro libro, I dettagli di Ia Genberg (2024)
Qui, Genberg dà voce a una narratrice anonima che ripercorre una serie di
relazioni della sua vita – il primo amore per una donna che sarebbe poi
diventata una figura televisiva di spicco, l’amicizia con una ex coinquilina
successivamente scomparsa, la tormentata storia d’amore con un ballerino
cileno-tedesco, il difficile rapporto con la madre e la salute mentale. I
quattro personaggi attraversano la vita della protagonista lasciando solo tracce
– un vassoio con una stampa da Monica e il desiderio di Bergman, la lettura di
The New York Trilogy di Auster, un asciugamano e un costume bagnati, gli abiti
indossati a una festa di capodanno – tutti dettagli che, pur privi di reale
valore in sé, con la distanza del tempo finiscono però per assurgere a emblemi
delle persone stesse e delle loro idiosincrasie. Dettagli minori e oggetti
irrilevanti situati nelle pieghe della vita quotidiana che, come madeleines
proustiane, riattivano per la protagonista il ricordo delle persone scomparse.
> A cosa serve muoversi costantemente, accanirsi a inseguire ciò che sembra
> sempre sfuggire, essere sempre alla ricerca di qualcosa oltre, continuare a
> sfondare i propri confini per ottenere qualcosa in più, quando tutto quel che
> serve è già attorno a noi, se si impara a vederlo?
Seppur largamente condotto nella staticità di un appartamento dove si trova a
trascorrere alcuni giorni malata, attraverso questo viaggio nella memoria sulle
tracce lasciate dalle persone, la protagonista comprende qualcosa di vitale,
ovvero che “l’unica cosa che conta sono i dettagli, la densità, il come e il
cosa e tutto ciò che riguarda il chi”. A cosa serve infatti, si chiede, muoversi
costantemente, accanirsi a inseguire ciò che sembra sempre sfuggire, essere
sempre alla ricerca di qualcosa oltre, continuare a sfondare i propri confini
per ottenere qualcosa in più, quando tutto quel che serve è già attorno a noi,
se si impara a vederlo?
> Da giovane pensavo che avrei dovuto viaggiare di più, andare più lontano,
> passare più tempo all’estero, che vivere davvero significasse stare sempre in
> movimento, ma poi ho capito che quello che cercavo era proprio qui, dentro di
> me, dentro le cose che mi stanno intorno, in quei lavoretti che sono diventati
> il mio lavoro, nella fatica di ogni giorno, negli occhi delle persone che
> incontro quando lascio indugiare lo sguardo.
Il senso delle cose, sembra indicarci la narratrice, alla fine si trova nel
close reading, nei dettagli, nella parola singola, nella traccia, in ciò che,
pur parziale, se lo si guarda con attenzione può sussumere un valore globale. E
allora ecco che tornando a Orbital e rileggendolo da “vicino”, girando lo
sguardo dalla terra agli astronauti e ascoltando le loro conversazioni mi sono
resa conto che forse tutto sommato anche per loro è così, forse alla fine anche
per loro sono le cose inutili a contare.
> Pietro finisce i cereali e aggancia il suo cucchiaio al vassoio magnetico. Sai
> cosa sarò felice di ritrovare, quando torniamo? dice. Le cose di cui non ho
> bisogno. Inutili. Tipo un ninnolo su una mensola. Un tappeto.
>
>
>
> Roman ride. Non alcol o sesso, solo un tappeto.
>
> Non ho detto cosa farei sul tappeto.
> Giusto, dice Anton. E non dirlo, per favore.
> Cosa faresti? chiede Nell.
> Chie gli strizza l’occhio. Dai Pietro, cosa faresti?
O, chissà, forse non del tutto.
> Me ne starei lì disteso, dice Pietro. A sognare lo spazio.
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