Quanto mi piacciono i libri dai quali esco sapendone qualcosa in più rispetto a
quando ci ero entrato! Volevo fosse il caso dello spillato di Federico Fubini,
omaggiato dal “Corriere della Sera” del trenta giugno. Titolo: Dazi.
Sottotitolo: Il secolo della guerra economica. In copertina: guantone a stelle
strisce contro guantone a stelle europee, perché l’immaginario italo-americano
resta affezionato allo Stallone di Balboa, e nel sottopancia un istogramma in
dissolvenza, come fossero grattacieli lynchiani.
In effetti i guantoni, il sinistro sulla destra che cozza col destro sulla
sinistra, potrebbero essere dello stesso pugile, per cui il dubbio: è una guerra
autolesionista, e schizoide, se non proprio l’ennesimo show per un pubblico
pagante pago di vedere gli altri darsi apparenti botte da orbi, in pieno stile
wrestler, restando cieco di fronte all’evidenza che a finire pestato più di
tutti resterà lui, pubblico spettatore, e non certo i proprietari dell’arena, i
fornitori, i preparatori atletici, i lottatori in scena, gli sponsor
dell’evento, le emittenze varie e eventuali?
L’estenuante guerra vinta dai ricchi che continuano a dichiararne, terrorizzati
come sono dall’idea di esserlo meno. Guerre combattute dai poveri, magari lo
fossero solo di spirito, contro i poveri di volta in volta convinti di averlo
finalmente trovato il ricco che renderà ricco anche loro, alla faccia di chi
povero lo resterà anche stavolta perché avrà puntato sul ricco sbagliato,
neanche l’errore madornale non fosse continuare a stare nello stesso gioco della
guerra su cui si fonda la straricchezza di quei ricchi che sanno arruolare i
poveri con la sola promessa di ricchezza, guadagnandoci pure, arricchendosi
assecondando la propria natura, del resto i poveri non stanno tanto a
sottilizzare tra una povertà e una ancora peggiore. Almeno per un po’ si saranno
illusi di qualcosa, un altro niente di fatto è pur sempre meglio del solito
niente di prima.
Metti il dazio, togli il dazio, questo dazio qua spostalo là e quello là mettilo
qua, la politica doganale trumpiana è esilarante, è il gioco degli “assetti del
potere” che sta creando “ostacoli al commercio internazionale” facendo
barcollare nella sola Europa “trenta milioni di posti di lavoro”, ciò non toglie
non serva un Dario Fo per metterla in opera buffa: sembra proprio di stare nella
favola dell’imperatore che brontola nell’attesa di quel bimbo che lo punterà a
dito per dirgli quant’è nudo, stufo – l’imperatore – di dover continuare a
andare in giro chiappe all’arie rischiando di buscarsi polmoniti, alla sua età!,
attorniato da comprimari il cui massimo sforzo critico è civettare
un Presidente, ma quanto le dona la calzamaglia color carne!
Che lo scenario economico e quindi geopolitico mondiale sia favoloso lo scrive
Fubini stesso, ricordando come degli “organismi internazionali dalle regole
condivise quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o
l’Organizzazione mondiale del commercio” ormai resta “quasi solo il guscio:
vuoto come la corazza del Cavaliere inesistente del romanzo di Italo Calvino.”
L’avverarsi delle ambizioni della sinistra più antagonista, per opera del suo
antagonista più spavaldo e beffardo.
Di macroeconomia e dunque del nocciolo della politica cosa mai ne posso capire
io lettore di letteratura, in particolar modo di quegli scrittori che tante
volte provocano tali buchi a bilancio cheppoi va da sé gli editori debbano
stampare chef, tiktoker, ex-presidenti del Consiglio e giallisti tinti di nero
per non doversi riciclare del tutto in copisterie di catena? Non ho le carte,
non faccio deal, sono profano al punto da trovare brillante una sintesi
associativa che immagino del tutto usurata per indicare gli effetti
dell’economia finanziaria su quella reale, “da Wall Street a Main Street”, e da
mandare giù come pillola prescritta dello specialista la descrizione di
stablecoin: le chiamiamole valute “digitali private sostenute da depositi, per
lo più in dollari, di valore equivalente”.
Sono il corrispettivo italiano di quegli americani, stimati il 38% del totale,
“che non possiedono azioni quotate alla Borsa di New York e che non hanno altro
che debiti”, convinti – erroneamente – “di avere poco a che fare con l’andamento
di Wall Street e molto da perdere dalla globalizzazione”, dico erroneamente
perché se il 38% di americani azioni non ne ha, il restante 62% sì, e se si
rovinano economicamente due americani su tre, il terzo non si arricchirà certo a
loro spese, anzi: loro le spese le ridurranno, potendosele comunque permettere,
e sarà proprio il terzo, ulteriormente colpito dalle contrazioni del mercato, a
rimetterci il poco che aveva e vedere ancora più lontana la possibilità di
acquistarla una Ferrari, ora che l’azienda “ha alzato i suoi listini del 10%
prima ancora che entrassero effettivamente i vigori i dazi al 25% sulle auto in
arrivo negli Stati Uniti.” Per dire: le conseguenze della guerra dei dazi non
potranno mai essere le stesse per chi dovrà rinviare all’anno prossimo
l’acquisto di una Ferrari e per chi già da ora deve pagare “spesso anche il 28%
sulle loro carte di credito: interessi da mafia dei colletti bianchi, che in
Europa verrebbero puniti per il reato di usura”.
Da lettore non specialista ho l’ambizione anti-economica che Vollmann rielabori
in centinaia e centinaia di pagine psichedeliche il materiale che Fubini
precipita nel capitolo che in Dazi ne conta soltanto tredici: La storia nelle
vite di tre uomini: Clinton, Stiglitz e Vance. Per essere più sintetici di
Fubini: Stiglitz, nato in una steel town 82 anni fa, aveva capito per tempo “che
la globalizzazione beneficia i detentori di capitale e i lavoratori con diplomi
di college o con master in università prestigiose, nei Paesi avanzati; ma
svantaggia chi non ha né qualifica né capitali” e aveva fatto in modo che il
messaggio arrivasse a Clinton quando era lui il Presidente. Clitton il 20 aprile
del 1999 dalla libreria della Casa Bianca disse: “Questo è il momento di agire
per impedire che le crisi finanziarie raggiungano livelli catastrofici in
futuro.” Dopodiché non si agì affatto, e qui entra in scena Vance, nato in una
steel town circa quaranta anni dopo Stiglitz, solo che Vance non diventa un
economista anche premio Nobel e saggista prolifico tanto acquistato quanto
ignorato come Stiglitz: Vance a 32 anni pubblica Elegia americana prima di
diventare vicepresidente degli States a 40, rappresentando in pieno la
narrazione dell’elettorato di Trump: uno che non ci crede più ai rimedi
macroeconomici di uno Stiglitz, uno che rivuole la fabbrica in casa anche se da
casa sua sta espellendo i migranti indispensabili per coprire la forza lavoro
richiesta. Vance vuole riscatto ovvero vendetta subito, Promuovendo l’America
Grande Ancora, il cui acronimo un italiano forse rende meglio l’idea. E se
sostituissimo Promuovendo con Costruendo?
Riflessione: lo scrittore di autofiction Vance ha e ha avuto un effetto sul
mondo cosiddetto reale molto più sensibile dello stimato e inascoltato saggista
Stiglitz. Dipende dai lettori che raggiungi, da come li raggiungi, da cosa gli
racconti, se quello che racconti a quegli stessi lettori piaccia doverlo
sentirselo dire, dopo essersi dovuti prendere persino l’impegno di leggerlo, per
ascoltarlo.
E cosa dovrebbe gridare il bambino europeo al petulante imperatore nordamericano
che lascia indizi peggio di Pollicino, sbottando ogni tanto un vagamente
depistante meglio un jockstrap in filo spinato che un fottuto kimono di seta
cinese? Scrive Fubini: chiamare col suo nome la coercizione economica fra Stati
che è l’ultima moda del commercio internazionale, poiché
> “In sostanza Trump e Bessent [il Segretario del Tesoro] potrebbero stare
> cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare
> debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti
> contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori
> americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.”
Che gli unici valori realmente difesi dalle civiltà egemoni odierne o meno,
quelli per i quali sono disposte ad architettare aggressioni verso tutto e tutti
dalle soft alle ultrahard, siano quelli che ci stanno in una borsa, specialmente
se la Borsa è la loro, per capirlo mica bisognava aspettare il ventunesimo
secolo e leggere Fubini! Bastava l’Ottocento e leggere Balzac. O Bel Ami di
Maupassant, che secondo me è la più bella biografia mai scritta sui normalissimi
uomini di potere, e dei secoli precedenti al 1885, anno in cui fu pubblicato, e
di quelli a venire. Per le mire dell’America made-in-Trump verso la per nulla
virginale Europa può valere il trattamento che George Duroy riservò alla
ammansita, cavalcata e pussata via signora Walter: lei
> “D’un tratto, smise di lottare e, vinta, rassegnata, si lasciò spogliare.”
antonio coda
L'articolo Letteratura da manuale. Per capire i dazi bisogna leggere Maupassant
(mica Fubini…) proviene da Pangea.
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Un giorno dovremo fare nuovamente i conti con il vuoto.
Immaginate di svegliarvi, dopo l’ennesima notte inquieta in preda alle
preoccupazioni, e di non dover più lavorare. Mai più. Nessuno di voi –
quantomeno la maggior parte. Siete dei cassieri? Fotografi? Avvocati? Broker?
Videomaker? HR? Scrittori? Segretari? Magazzinieri? Potrei andare avanti a
lungo… ebbene, una mattina, l’Intelligenza artificiale vi avrà sostituito.
Tutti. Ma proprio tutti.
Cosa farcene del tempo?
Siamo la società dell’iperconnessione, del brain rot, del burn out, della
stanchezza, dell’angoscia (per citare i titoli di alcuni libri del filosofo
Byung-chul Han).
Un bel giorno potremmo scoprire che il mondo può fare benissimo a meno di noi.
In realtà ha sempre potuto fare a meno di noi, ma almeno, prima, avevamo una
parvenza di utilità.
Tanti finiranno sul divano come Homer Simpson, altri s’inventeranno nuovi lavori
o si formeranno. Altri diventeranno dispensatori umani di abbracci o di grattini
(ah, ci sono già), in un mondo sempre più freddo, ostile e tecnologico.
Siamo pronti?
Avremo tempo, molto più tempo, e questo tempo ci metterà a disagio, in
soggezione. Saremo obbligati a fermarci, a porci domande che non avevamo mai
avuto il coraggio di porci, un po’ come avvenne durante il lockdown, ma
all’ennesima potenza. Non a caso, proprio dopo il Covid, in America e in Europa
è nato quel fenomeno detto Grandi Dimissioni.
Fermarsi implica il sentire. È quello che avviene quando si medita: la gente si
siede, porta l’attenzione al respiro, e si stupisce di non rilassarsi, di non
sentirsi bene, di non levitare da terra. Come mai? Perché non succede quello che
si vede nelle pubblicità o sui video sui social? Perché non sorrido beatamente
volteggiando tra gli arcobaleni? Perché continuo a sentire? Anzi, sento di
più.
Perché meditare vuol dire imparare a entrare in contatto con il vuoto.
L’uomo avrà di nuovo tempo, e si ritroverà a fare i conti con sé stesso. Come
disse Filosofia a Boezio mentre era imprigionato in attesa della condanna a
morte: “Ora so quale è la causa più grave del tuo male: non sai più chi sei”.
La filosofia, proprio lei, che abbiamo relegato in soffitta, ma che ora ci
converrà recuperare, perché potrà esserci utile più che mai, più che in
qualunque altra epoca storica.
La contemplazione potrebbe diventare una componente imprescindibile nella vita
di un uomo. E così l’arte, la letteratura, la poesia, la musica. Avremo tempo
per pensare, per il riposo, per il silenzio, per coltivare l’orto, per
passeggiare, per la preghiera, per meditare, per dipingere, per scrivere e
creare, per reimparare a sognare, senza perché. E non più solo per vendere e
diventare famosi, ma per il gusto del puro atto in sé. E la scuola tornerà a
insegnare e a far riscoprire tutto questo. Dovrà farlo.
Questa è la versione ottimistica. In quella pessimistica, tanti si suicideranno.
Molti impazziranno. Non troveranno più un senso. Il Fentanyl andrà via come il
pane, molto più di adesso. Diventeremo molto più dipendenti dalle droghe,
dall’alcol, dal sesso, un piacere caduco, che non si farà più per procreare ma
per rammentarci la rilevanza della fusione di due respiri affannosi. La
sensazione di vivere.
Ci butteremo via dentro ai videogames, atrofizzati nella realtà virtuale. Non
usciremo più di casa. Non servirà più. Non servirà più esistere in quell’Aperto
– per citare Rilke e la sua Ottava Elegia – che in realtà non siamo mai stati
capaci di abitare:
> Con tutti gli occhi la creatura vede
> l’aperto. Gli occhi nostri soltanto
> son come rivoltati e tesi a lei intorno:
> trappole al suo libero cammino.
> Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
> animale lo sappiamo; perché già tenero
> il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
> ciò che ha forma, e non l’aperto che
> nel volto animale è sì profondo. Libero da morte.
> Questa solo noi la vediamo; il libero animale
> ha sempre dietro di sé il suo tramonto
> e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
> nell’eterno; come vanno le fonti.
>
> Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
> lo spazio puro innanzi, nel quale all’infinito
> si schiudono i fiori. È sempre mondo
> e mai non-luogo senza non: il puro,
> incustodito, che si respira,
> si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
> in questo si perde uno in segreto e
> viene scosso. O un altro lo è morendo.
> Poiché vicino a morte più non si vede morte,
> si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale.
> Gli amanti, se non ci fosse l’altro che
> la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore…
> quasi per una svista, per loro dietro l’altro
> si schiude l’aperto… di là da lui però
> nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
> Alla creazione sempre rivolti, solo
> specchiato vediamo in esso l’aperto,
> oscurato da noi. O che un animale, muto,
> alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
> Questo è destino: esser di fronte
> e poi null’altro e di fronte sempre.
Tornerà anche il bisogno di Dio? Sappiamo che ha perso rilevanza non solo in
Occidente ma anche nei paesi del Terzo Mondo. Ha avuto il suo appeal per
millenni, soprattutto nei paesi poveri. Il concetto di liberazione dopo la morte
dal ciclo delle reincarnazioni è nato in Oriente anche a causa di malattie,
pestilenze, carestie e povertà che hanno sempre fatto pensare alla vita come a
un inferno in Terra. E ancora oggi, per la maggior parte delle persone, la vita
non è un meraviglioso viaggio di cui fare esperienza, è un incubo da cui
liberarsi il prima possibile. La favola della “vita che vale sempre la pena di
essere vissuta a ogni costo” è figlia del capitalismo occidentale. La felicità
fa vendere, fa consumare, fa guadagnare. Tutto il pensiero orientale, il
cristianesimo e anche lo stesso ebraismo e islamismo, non vedono la vita come
qualcosa di cui fare tesoro, ma solo come un passaggio, spesso disastroso e
durissimo, in attesa di condizioni migliori o dell’estinzione. Oggi, però, si
crede sempre meno in un Dio che premierà i poveri e gli umiliati e offesi e in
un paradiso che pacificherà le anime sofferenti.
Ma a parte il tempo, il vuoto, la filosofia, l’autodistruzione, Dio: con che
soldi vivremo?
Sembra un’utopia, una fantasia di poco conto. Eppure, come scritto in un
articolo de “L’Internazionale”, tutto questo potrebbe diventare realtà in tempi
molto brevi. Come ci sostenteremo? Con una cosa che per molti ha un suono
aberrante: il reddito universale, o basic income, che non è il reddito di
cittadinanza (che è stato gestito malissimo e ha affossato qualunque possibilità
di dialogo sul reddito universale).
Sono già stati fatti i primi esperimenti in Texas e Illinois, finanziati e
ideati da Sam Altman, fondatore di OpenAI, grazie alla sua organizzazione
no-profit OpenSearch: dare mille euro al mese a un gruppo di persone a basso
reddito selezionate per la ricerca, per circa due anni. Il gruppo di controllo
ha ricevuto cinquanta dollari al mese.
I risultati? Non sono stati catastrofici come si potrebbe pensare, anzi. Come
scritto in un articolo sul “Corriere della Sera”, il gruppo che ha ricevuto i
mille euro ha lavorato circa 1,3 ore in meno a settimana. Alcuni hanno chiesto
di avere più tempo libero da dedicare alla famiglia. Si sono spesi più soldi per
le cure mediche, il cibo, l’affitto. Sono aumentate del 5% le probabilità di
avere un’idea per un’attività imprenditoriale e del 14% quelle per proseguire
gli studi o fare formazione. Le persone non sono rimaste sul divano a non fare
nulla, hanno ricominciato a programmare, ad avere idee, a fare progetti, a
formarsi, a migliorarsi; hanno potuto dedicarsi alla salute e al benessere,
vivendo con meno stress per paura degli imprevisti.
Altman dice che l’AI è già pronta per effettuare una sostituzione di massa. Ma
chi glielo dice ai governanti di destra o di sinistra che parlare di pensioni,
di salario minimo, di flat tax ecc. è già roba vecchia?
Emanuele Murra – ricercatore e docente di storia e filosofia –, in un’intervista
rilasciata a “Slow News”, ha parlato così del reddito universale:
> “La definizione minima di reddito di base è quella di un trasferimento
> monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità
> pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle
> condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di
> contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale. Il
> principio del basic income è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve
> avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai
> comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita»”.
Tutto questo permette di ripensare totalmente il concetto di lavoro, definendolo
non come una necessità ma come un valore aggiunto alla mia vita.
Forse verrà anche finanziato con patrimoniali, tasse sugli extra profitti o
sulle eredità, o con la ricchezza generata proprio dall’AI. Parole che non
scandalizzeranno più come oggi, perché i ricchi non potranno più essere così
ricchi se non esisteranno più i consumatori, dato che non ci saranno più i
lavoratori.
Il reddito di cittadinanza portava a dover rinunciare al reddito per “scegliere”
un lavoro di otto ore non soddisfacente e sottopagato che portava via tempo alla
vita. Il reddito universale, invece, potrà continuare a essere percepito
nonostante il lavoro che si troverà o che si sceglierà di fare. Rinunciare a
quelle otto ore di tempo comporterebbe comunque un reddito che vale il doppio.
È una follia? Sarà un cambio di paradigma? E se questa possibilità non fosse
così assurda e nemmeno così lontana? Il tema della povertà sarà la vera urgenza
in un mondo in cui il lavoro come lo conoscevamo non esisterà più, forse più
urgente del tema di quel tempo vuoto che avremo a disposizione e che dovremo
imparare a riempire. Forse sarebbe il caso di aprire una discussione seria, una
riflessione.
Quando il tempo a disposizione sarà tanto ma il cibo scarseggerà anche per
coloro che fino a poco tempo fa si potevano considerare benestanti, che cosa
accadrà? E in fondo, non sta già succedendo? Non siamo già a quel punto? Non
siamo già in ritardo?
Dejanira Bada
*In copertina: un’opera di Yves Klein
L'articolo Abitare il vuoto. Piccolo discorso sulla povertà e il reddito minimo
universale proviene da Pangea.
L’ industria culturale contemporanea pare tutta impegnata nelle attività
espansive e imprenditoriali di crescita quantitativa, moltiplicazione dei
titoli, stampa-distribuzione-vendita. Chissà cosa ne avrebbe pensato Vladimir
Majakovskij – lui che in una celebre poesia (invecchiata male) scriveva: “Contro
la marea di parole innalziamo una diga. / All’opera! / Al lavoro nuovo e vivo! /
E gli oziosi oratori, / al mulino! / Ai mugnai! / Che l’acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine”. E quanto avrebbe berciato Louis-Ferdinand Céline di
fronte al galateo della benignità sciorinato in vesti eleganti (o eccentriche,
in ogni caso distintive) al vernissage dei molti eventi culturali, piccoli o
grandi, dai benemeriti attori editoriali che raccontano l’incremento di vendite
librarie, sic et simpliciter, come un fattore autoevidente di sviluppo
culturale? “Forse semplicemente il pubblico applaude perché è presente; intendo
non tanto presente a se stesso, ma all’evento”, scriveva un altro autore
allergico alla mondanità, Vitaliano Trevisan, in Works.
Il meccanismo dello spettacolo, il cui esito inevitabile è appunto l’applauso, e
la logica del “purché si legga” hanno moltiplicato – ancora: quantitativamente –
le occasioni in cui le diverse agenzie del campo letterario, tutte insieme nel
pentolone “culturale”, celebrano la propria bontà (così, tra l’altro, è
intitolato un racconto lungo di Walter Siti pubblicato nel 2018, il cui
protagonista è proprio un editore misantropo e del tutto a disagio in questo
nuovo clima): il festival, l’happening, il reading e altri sostantivi di
importazione. La letteratura, l’arte, i prodotti estetici, tuttavia, sono sempre
frutto di un compromesso tra i vari attori sulla scena: “il patrimonio culturale
[…] non è mai un documento della cultura senza essere insieme un documento della
barbarie”, scriveva Benjamin nella più celebre delle Tesi di filosofia della
storia (la VII), evidenziando la dialettica storica che produce ciò che
genericamente siamo disposti a chiamare “arte”. Pertanto, in tempi di reazione
come i nostri, ancor più che in passato, tutte le dichiarazioni in ambito
culturale sulle quali ricade la più completa unanimità andrebbero portate a
critica con particolare accuratezza.
Vorrei condurre qui, passato lo zelo forcaiolo puntualmente sgonfiatosi nel giro
di un amen, una critica spassionata della vicenda Più libri più liberi,
concentrando l’attenzione su un aspetto solo di rado chiamato in causa eppure, a
mio giudizio, cruciale, forse il vero prius della faccenda. La faccenda…
ricordate? Chiara Valerio, in qualità di direttrice editoriale della fiera della
piccola e media editoria, invita Leonardo Caffo, autore di Anarchia. Il ritorno
del pensiero selvaggio (2024), nonostante i molti dubbi, sollevati in tempi non
sospetti, sull’opportunità della presenza di una persona imputata (e poi
condannata in primo grado l’11 dicembre 2024) per maltrattamenti e lesioni nei
confronti della ex compagna in una fiera dedicata, tra gli altri, a Giulia
Cecchettin, uccisa brutalmente nel novembre del 2023 dall’ex fidanzato. Molto
presto il caso è scoppiato, come si dice, e si è creata subito una
polarizzazione mediatica che, com’era prevedibile, ha impedito un dibattito
accurato, e che si incardinava fondamentalmente su due argomentazioni: da un
lato la presunzione di innocenza e la libertà di parola, arrocco difensivo
immediato quanto inefficace di Valerio e dei suoi difensori, in compagnia –
insolita, ma significativa – della nuova destra reazionaria e alternative (che
tiene il dito sul grilletto per tirare a vista su qualsiasi cosa possa essere,
com’è qui il caso, ricondotta a ciò che sempre spesso più viene definita
ideologia woke); l’altra argomentazione riguardava l’inadeguatezza dell’invito,
declinata in molti modi, più o meno aggressivi: chi ha rinunciato all’invito
alla fiera defilandosi in silenzio come un imbucato, chi l’ha fatto
platealmente, con una comunicazione pubblica; chi, ancora, ha pubblicato dei
pezzi rap sarcastici contro Valerio e il suo femminismo di carta (brani
verbalmente molto violenti e di pessima qualità, ad essere onesti).
La questione va forse ripensata a partire proprio dalla dedica a una persona,
Giulia Cecchettin, la cui vita (e la cui morte) c’entra ben poco con l’editoria
e con i libri. Occorre fare un passo indietro. La dichiarazione di Valerio
all’apertura della sua direzione, nel novembre del 2023, era un appello, di per
sé più che legittimo benché un po’ astratto e dunque evasivo, alla connessione
tra i testi e il mondo: “Le fiere e i festival, i libri, stanno nel mondo e
servono nel mondo, in mezzo alle persone. E così questa fiera comincia in un
momento tetro. Noi parliamo mentre Giulia Cecchettin è stata ammazzata. Ma siamo
qui a parlare perché siamo certi che leggere fornisca le parole e più parole si
hanno, meno mani si alzano. […] Per me questa fiera è per Elena Cecchettin che
ha tutte le parole, ma ci aggiungo le mie, anzi, le nostre ogni volta che
dovessero servirle, i libri servono in mezzo agli esseri umani. Ed è in memoria
di Giulia Cecchettin.”
> Il patrimonio culturale non è mai un documento della cultura senza essere
> insieme un documento della barbarie” scriveva Benjamin.
Certo, le fiere “stanno nel mondo” (e vabbè: nulla da discutere ma nemmeno nulla
di significativo) e “servono nel mondo”. Qui emerge il primo tratto elusivo
della dichiarazione. Non è in discussione l’importanza di chi stampa i libri e
ne consente la circolazione in quanto prodotti, né va idealizzata la
letteratura. D’altra parte, dallo specifico punto di vista che qui assumiamo,
non va mitizzata l’editoria, nemmeno quella piccola che, in altri contesti,
definiremmo per certi versi “eroica” (a dirla tutta, poi, alla fiera partecipano
anche editori che piccoli non sono affatto, e forse nemmeno medi, né eroici,
tipo Adelphi). Le fiere servono anzitutto una parte del mondo: quella che fa
profitto con il commercio libresco. E per quanto misero, per quanto irrisorio
possa essere, il profitto va preso per quello che oggettivamente è, cioè l’esito
di una struttura di relazioni che permette l’appropriazione privata del frutto
di un lavoro collettivo.
In Soglie (1989), Gérard Genette ha preso in esame, tra le altre cose, le
differenti funzioni che può avere una dedica, senza trascurarne le ambiguità né
ignorando il carattere talora spurio delle possibili interpretazioni. Da
quell’analisi, che riguarda le dediche librarie ma che contiene spunti
interessanti anche per la questione che discutiamo qui, possiamo trarre due
riflessioni.
Prima considerazione: in una logica archivistica, secondo la quale
nell’evoluzione di un fenomeno c’è molta più sopravvivenza di quanto non sembri,
le dediche, anche quelle moderne redatte in autonomia (e parlo qui
dell’autonomia specifica del campo letterario), recano con sé traccia degli atti
di cortigianeria dell’antichità, quando cioè l’autore dedicava l’opera, per
farla breve, al proprio mecenate, a chi l’aveva finanziata. È bene tener
presente che, anche laddove la dedica sia votata a un principio morale o
estetico, essa proietta in ogni caso la propria potestà anche nel campo
economico, che nella modernità afferma un principio molto differente rispetto al
passato e molto chiaro: il mercato. Semplificando molto, potremmo dire che la
dedica innesca un processo comunicativo dal carattere anche commerciale. Ciò
appare indiscutibile, a maggior ragione, se consideriamo il contesto di una
fiera letteraria, che si propone di presentare l’attività commerciale delle
imprese editoriali. In secondo luogo va osservato che la dedica a Giulia
Cecchettin non dà adito ad alcuna possibilità di replica, per l’evidente ragione
che si tratta di una dedica in memoria. È uno di quei casi in cui il dedicatario
non può replicare, poiché è unicamente il suo stato di defunta a dare ragione
della sua menzione.
Ci sono però altri problemi, meno legati a intrinseche ambiguità funzionali e
connessi invece al contesto, inerenti cioè ai rapporti produttivi e al campo
letterario contemporanei. La prima notazione, forse banale, è di ordine
cinico-realista. Il campo editoriale e letterario, così come tutti gli altri
ambiti dell’attività relazionale umana, è composto da uomini e donne della più
varia schiera: alti e bassi, belli e brutti, buoni e cattivi, con tutta una
serie di gradazioni e variabili indipendenti. Dedicare una fiera dell’editoria a
una vittima di femminicidio impone una selezione degli invitati che prescinde
dalla qualità dei libri. Non ci potranno essere violenti contro le donne, in
particolare. Sacrosanto. Se non che un numero discreto di scrittori del passato
e del presente rientra, per ragioni che qui riassumeremo senza approfondire con
l’aggettivo “nevrotiche”, nel gruppo (definito su base interrelazionale e
sintetica) degli antipatici.
Gli autori che abbiamo citato in apertura fanno parte, probabilmente, di questa
pseudocategoria. Certo, non ogni persona antipatica è violenta, ma siamo appunto
in presenza di categorie intuitive e superficiali, la cui comprensione e il cui
uso pubblico mainstream faticano a contestualizzare criticamente. Un uomo che
tira uno schiaffo è violento, e va bene. E chi risponde male, magari con toni
sarcastici, minacciosi o apertamente aggressivi? Come valutare il libro scritto
da questa stessa persona? È violento a sua volta, immediatamente e come per
contagio? E che dire, ancora, delle rappresentazioni finzionali della violenza,
dei punti di vista prospettici frastornanti in cui spesso il romanzo immette il
lettore? Ogni spazio di ambiguità è anche uno spazio di collusione? Lascio in
sospeso queste domande, non per viltà, spero, ma perché credo che vadano sempre
modulate rispetto ai contesti: cosa che, di contro, la dedica suddetta non
invita a fare.
> Le fiere servono anzitutto chi fa profitto con il commercio libresco. E per
> quanto misero il profitto va preso per quello che è: l’esito di una struttura
> di relazioni che permette l’appropriazione privata del frutto di un lavoro
> collettivo.
Più gravi e meno discutibili, a mio avviso, sono due ulteriori ragioni. Da un
lato l’autonomia del campo culturale, come è già emerso almeno in parte. È
evidente che una simile dedica e la conseguente esclusione di alcune voci ponga
il campo letterario in una posizione eteronoma. Con la sua presenza simbolica,
essa ridisegna i confini del dicibile e pone un cappello normativo e morale (ma
attenzione: non dimentichiamo le ragioni commerciali implicite di cui si diceva
sopra) sulle dinamiche di costruzione della ribalta, in collusione con la deriva
biografista, cui sempre più spesso è esposto il dibattito culturale e che
ingiunge di parlare della vita delle persone piuttosto che della loro produzione
intellettuale. Ora, l’autonomia del campo artistico è, per certi versi, una
modellizzazione variamente interpretabile e forse anche un’idealizzazione
controvertibile. Ma un conto è che a metterla in discussione siano movimenti che
emergono dalle dinamiche sociali, altro è che vi siano meccanismi top-down a
imporla, con tutte le implicazioni (morali, commerciali ecc.) del caso.
Infine vi è un’ultima questione, che in qualche modo riassume tutte le altre.
Nell’editoria, e specialmente nella piccola editoria in quanto attività
economicamente marginale, il ruolo del lavoro gratuito, povero o precarizzato è
centrale per la tenuta dell’intera baracca: tirocini, volontariato, precarietà,
cottimo sono strumenti – utilizzati in maniera talora strutturale – che
consentono di comprimere i costi e di realizzare il profitto necessario alla
sopravvivenza dell’attività, in una dinamica perversa, che moltiplica lo
sfruttamento quanto più alla linea di classe si sommino le altre fratture che
aumentano la possibilità di manovra nell’estrazione del plusvalore dal lavoro:
tra le altre, quella di genere, naturalmente. La questione femminile
nell’editoria c’è, allora, e si somma a una situazione di per sé già grave:
riguarda i lavori non pagati, lo sfruttamento (non importa se autoimposto, ciò
che conta è il dato strutturale), la difficoltà di conciliazione tra vita e
lavoro e tutta quella serie di problemi segnalati molto tempo fa dal femminismo
materialista e ormai, direi, di dominio pubblico.
La dedica a Cecchettin elude tutte queste questioni, e sposta – ingenuamente?
Chissà – la questione femminile da una serie di problemi interpretabili solo
alla luce della questione di classe (e cioè politicizzabili in prospettiva
intersezionale, secondo la prospettiva di Angela Davis) alla questione generica
della violenza maschile sulle donne, che, se pure è un problema reale certo non
rinviabile, ha il vantaggio comunicativo della semplicità e dell’immediatezza,
pagato però sul piano politico della banalizzazione idealizzante e della
spendibilità commerciale. Dal conflitto all’idea, dalla politica all’etica.
Assume così tutto un altro senso il luogo comune citato da Valerio. Ammesso e
non concesso che una fiera dell’editoria serva ad avere più parole, non è
affatto detto che queste contribuiscano alla riduzione della violenza. Dipende
infatti da quali parole, e dipende anche da quale violenza, la quale può essere
espressione di molte, differenti e variamente valutabili, forme di conflitto.
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