S i nasce tutti figli. Si cresce promiscui nello stanzone claustrofobico
dell’infanzia. Si trova un fratello e ci si identifica, fino a lasciarsi
penetrare. Poi lo si tradisce: se si ha cara la pelle, bisogna diventare
ladruncoli e puttane. Nascondersi, ingannare e partire: solo allora, si comincia
finalmente a scrivere.
Abdellah Taïa nasce nella biblioteca pubblica di Rabat. Imbastardendo
neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della grande littérature
française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di autofiction, romanzi
autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un giovane marocchino
alle prese con il diventare uomo, dall’infanzia esaurita a Hay Salam nella casa
familiare fino all’arrivo in Europa, il dottorato alla Sorbonne e un’ascesa
letteraria che lo porta a essere tra i punti di riferimento della world
literature contemporanea.
Quando ce lo si trova di fronte (mette le mani avanti: “I never present myself
as a writer”), col suo accento francese, un accenno di baffetti e lo sguardo
disponibile e appuntito (“especially in France: they say ohlalà!”), sembra un
po’ un simpatico cantore (“It’s like Victor Hugo is in front of them!”) del
Marocco più povero, autentico e tradizionale: la stessa impressione che ha
portato uno come Edmund White a definire i libri di Taïa “pieni di amore” e il
suo alter ego “fiero, sveglio e flessibile”, “almost feminine in his desire to
please, boyish in his enthusiasm and trusting nature”. Poi, però, si scorge un
profilo un po’ meno pacificato, un’ombra: una fulminazione che fa di lui quasi
un miracolato.
Nel 2006, il magazine marocchino TelQuel chiede a Taïa di parlare della sua
sessualità: le reazioni del pubblico sono forti – sorprendenti, considerando che
il suo primo bestseller in Marocco, la raccolta autobiografica Le rouge du
tarbouche (2004), tutto faceva tranne mistero sull’omosessualità del
protagonista. Non musulmano, infedele, prostituta: insulti, scandalo e minacce
di morte, nel silenzio dell’intellighenzia locale. Taïa persevera in risposta a
una stretta del governo sulla pubblica moralità, nel 2009 pubblica un editoriale
sempre su TelQuel intitolato L’omosessualità spiegata a mia madre, una lettera
sincera e non apologetica in cui auspica una rivoluzione culturale del Paese
contro l’ipocrita e complice tradizionalismo della classe dirigente.
> Non sopporto più l’ipocrisia e le sue devastazioni in Marocco. Non sopporto
> più che venga data di noi un’immagine stereotipata, “folklorizzata” allo scopo
> di attirare turisti. Non sopporto più che non si veda la reale ricchezza di
> questo paese: l’immaginario, le storie, il mistero. LA GIOVINEZZA.
Nello stesso anno, coordina l’opera collettiva Lettres à un jeune marocain, una
denuncia e un auspicato argine contro la demoralizzazione e la disillusione
giovanile, che molti aveva spinto verso l’estremismo islamico. Con la
collaborazione dell’imprenditore e filantropo Pierre Bergé, fa distribuire
gratis in Marocco cinquantamila copie in francese e quarantamila in arabo.
> Imbastardendo neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della
> grande littérature française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di
> autofiction, romanzi autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un
> giovane marocchino alle prese con il diventare uomo.
Anche questo è Abdellah Taïa, il primo scrittore arabo apertamente gay. Tanto
amore nelle sue opere, ed entusiasmo prepuberale, ma anche il segno di chi da
solo si è trovato (“I had to find solutions…”) a crescere e sopravvivere come
ragazzo (o meglio, bambino) effeminato e gay in un quartiere povero del Marocco
più tradizionalista degli anni Settanta (“…not to be killed or raped”).
Il racconto di questo viaggio tocca tutti i suoi libri, ma soprattutto il
romanzo breve L’esercito della salvezza, pubblicato in Francia da Seuil nel
2006, poi esportato negli Stati Uniti da Semiotext(e) e in Italia da Isbn
edizioni. Allontanandosi dai resoconti di emancipazione e liberazione più
canonici, il libro intreccia sesso, linguaggio e letteratura postcoloniale per
raccontare in uno stile apparentemente semplice e ritmato (scandito sulla fièvre
dello scrivere, come la chiama Taïa) quell’affastellarsi non definitivo e
irrisolto di coming out, coming of age e profuso cumming che è l’adolescenza. Lo
spazio incestuoso della famiglia, la fusione con il fratello amatissimo e i
primi incontri con altri uomini, fino al difficile arrivo a Ginevra e alla
scoperta di un altro sé: questo è il percorso verso la reinvenzione dall’interno
di ciò che significa devenir un homme, e in particolare un homme arabe et
marocaine; questa, in altre parole, è la rotta di Abdellah verso la creazione di
un proprio esercito della salvezza.
Prima parte. Si comincia da una casa e tre camere: una per il padre Mohamed; una
per Abdelkébir, il fratello maggiore; una, infine, per tutti gli altri:
Abdellah, la madre M’Barka, il fratello minore e le sette sorelle. Zero letti,
solo tre panchine e la naturale vivacità di uno spazio in cui si consuma la vita
di undici persone (e, per inciso, l’infanzia e l’adolescenza del piccolo
Abdellah). M’Barka, una presenza ingombrante, “sempre in mezzo a noi”,
trasversalmente definita in ogni articolo e libro come fiera, straordinaria
dittatrice (“Mia madre è dappertutto”, rivela Taïa in un incontro ad Amsterdam,
“Era più gay e queer di me: ha dominato mio padre, ha programmato mio fratello
per portarci soldi, per salvarci dalla povertà”). Un’assenza: il padre,
diseredato dal fratello, guidato dalla sorella nella scelta matrimoniale,
testimone impotente delle avances del cugino verso la moglie. Mohamed sembra
incapace di agire: anche nelle sere in cui M’Barka non gli accorda il suo corpo,
lui alza la cintura ma non colpisce, al massimo si sfoga staccando la corrente
alla casa: “faceva solo finta, sapeva di esserne incapace”. E infine Abdellah,
felicemente inglobato nell’organismo familiare.
Questa sezione del libro descrive la prima delle tre fasi che il filosofo Paul
Ricouer formula nella costruzione di un’identità narrativa, ovvero la
prefigurazione: “imitare o rappresentare l’azione significa innanzitutto
pre-comprendere cos’è l’agire umano, nella sua semantica, nel suo sistema
simbolico, nella sua temporalità”. L’esperienza non formalizzata dei codici del
vivere tocca Abdellah come parte di un tutto indifferenziato, di cui comincia a
capire le regole ma, per ora, più di tanto non si distingue.
Taïa rappresenta (ma sarebbe meglio dire: Abdellah vive) la forte prossimità dei
corpi e la pubblica intimità negli spazi angusti della casa attraverso un
immaginario vivacemente incestuoso. Nella camera di Mohamed, i genitori fanno
spesso l’amore: “lo sapevamo. In quella casa sapevamo tutto di tutti”. (Dal
romanzo Colui che è degno di essere amato: “sentivamo tutto e anche di più”. Da
La vita lenta: “Il problema era l’intero palazzo. si sentiva tutto”. Da Mon
Maroc: “In Marocco nessuno viene mai lasciato solo, la privacy è inesistente”).
Il giovane protagonista sogna “mio padre dentro mia madre. Il sesso duro e
grande (non poteva non essere grande!) di mio padre penetrava la vagina enorme
di mia madre”. La realtà della famiglia ha un “forte gusto sessuale, come se
tutti ci mescolassimo incessantemente, senza alcun senso di colpa” e Abdellah si
dice pronto “a dare una mano, eccitato, felice e ansimante con loro”.
Nel quadretto familiare rientra anche la zia Fatéma, che allattando al posto di
M’Barka il piccolo Abdelkébir diventa per lui una “seconda madre”. Quando un
giorno Abdellah, che ormai ha compiuto otto anni, viene picchiato da una banda
di ragazzi, Fatéma “estrasse il seno destro e me lo mise in bocca. Mi rivedo
poppare come un bebè, il latte di Fatéma, dal sapore intenso, mi invade la
bocca, il palato, la gola, lo stomaco, gli intestini. Adoravo quel contatto e
quel liquido; ho ancora il suo latte dentro di me; la chiamavo mamma”. Un tema
tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio l’assoluta
mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati in
un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente se
madri e figli). Nessun senso di colpa a riguardo, al massimo la delusione quando
l’unione effettiva non si compie. Per ora, si è detto, l’io è un tutto
indistinto.
> Un tema tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio
> l’assoluta mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati
> in un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente
> se madri e figli).
Seconda parte: Abdelkébir. Il fratello maggiore di Abdellah è il primogenito, un
maschio, “il simbolo della famiglia, il loro nome per anni e anni a venire”. È
un uomo vero: il suo silenzio è profetico, il suo corpo grande, le spalle forti.
Abdellah sente di non valere nulla rispetto al fratello, che si prende in carico
le sue responsabilità “come un uomo”, che si sposerà “come un uomo” (di certo
non con un uomo), che si comporta da uomo, “dittatore com’è, in questo simile a
mia madre”. Il primo istinto che prova è quello di scomparire (“Non sono più
io”), obbedire (“esisto per lui”), restare per sempre sotto le sue cure (“sono
suo”). In linea con il protagonista di Colui che è degno di essere amato: “Di
fronte a questo fratello maggiore, noi non esistevamo affatto. Con Abdelkébir mi
sarei arreso ovunque, persino tra gli infedeli”.
La dichiarazione di amore per il fratello è riservata a quattro lucidissime e
tenerissime pagine di L’esercito della salvezza, in cui il desiderio sessuale,
l’affetto e il bisogno di protezione si mescolano indissolubilmente. Fin
dall’incipit del capitolo, ritmo, febbre e ripetizione: “È mio fratello! Sì, mio
fratello, mio fratello grande. È mio. Io ho un fratello grande… un fratello
davvero grande! Si chiama Abdelkébir. È grande. È più di un fratello. Abbiamo lo
stesso padre, la stessa madre. È il primo maschio, io sono il secondo”. Nuclei,
accenti e variazioni: “mi ha fatto conoscere i libri, i suoi libri, e la musica,
la sua musica. Il piccolo letto, il nostro letto”. Mosse a tempo di valzer:
“conoscevo la pelle del suo viso, delle sue orecchie, delle sue mani. Libri,
libri, libri. Lo toccavo, lo analizzavo, lo fiutavo. Avevo voglia di chinarmi.
Avevo voglia di allungare la mano. Avevo voglia di un’infinità di cose”.
In questo stile paratattico, semplice e un po’ funkeggiante, Taïa riproduce il
gioioso desiderio di fusione di Abdellah con il fratello, maschio di riferimento
e suo doppio potenziato. Nelle occasionali incursioni clandestine nella camera
di Abdelkébir, il piccolo Abdellah osserva le mutande macchiate di sperma, le
sniffa, assaggia il suo sperma: “quello sperma veniva da lui. Era lui”.
In questa descrizione si esprime il secret gaze tipicamente gay di Abdellah, che
con Abdelkébir si muove sempre e soltanto sul piano del desiderio
irraggiungibile; guardare, ma da una distanza incolmabile, mai potendo toccare
l’oggetto delle proprie fantasie. I due partono per una vacanza insieme a
Tangeri. “Ho l’abitudine di osservarlo con discrezione”. Guardarlo dormire,
rimanere ipnotizzato, nuotare tutto il pomeriggio tra i peli neri della sua
schiena, fino a rivedere nel suo culo nudo la forma delle natiche della madre.
C’è un abisso di desiderio e distanza nei verba volendi che costellano la
seconda parte dell’Esercito della salvezza, nel voler toccare, palpare e vedere
delle chiappe fraterne. “Non che siano belle, ma appartengono ad Abdelkébir”.
Sempre come un voyeur, rubando – si può agire solo “discretamente, venerando di
nascosto con gli occhi”, come Abdellah fa con l’amico Ali in Le rouge du
tarbouche.
Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è
questa: entrer dans la peau de l’autre”. In L’esercito della salvezza, l’insieme
di amore, violenza e tenerezza si nasconde sotto uno stile apparentemente piano,
giocato tra mutande sporche e nomi propri. In un capitolo di Melanconia araba
(2020) troviamo qualcosa di simile quando Abdellah si trova a scrutare il
ragazzino a capo del branco che lo sta stuprando (“puttana, piccola, dammi il
tuo culo”). Cercando in lui delle tracce di affetto e di tenerezza, Abdellah
prima gli dà un nome, quello del cugino Chouaib; poi si arrabbia quando si sente
chiamare con il nomignolo falso, violento e impositivo di Laila. In un altro
romanzo, Colui che è degno di essere amato, il protagonista Ahmed si masturba
insieme a un nuovo amante pronunciando “ana enta”, io sono te, ripetendo a
pappagallo le due parole in arabo, pronto a esplodere di piacere nella sua
lingua di origine. I nomi, insieme al sesso, sono il punto centrale nella
ricerca di una simbiosi amorosa.
> Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è
> questa: entrer dans la peau de l’autre”.
Dopo l’unione, però, bisogna tradire o venire traditi. Abdelkébir, da vero uomo,
deve sposarsi, si sposa, trova una moglie, “una straniera, la nemica, una
baldracca”. Salma pronuncia il nome di Abdelkébir “in modo eccessivamente
sofisticato” – Salma stesso, è inutile dirlo, è un nome che Abdellah detesta.
No, la vera sposa “di quel fratello adorato è mia madre”. Altri motivi spingono
al tradimento: la solitudine; la scoperta del cinema e della letteratura
francese, proprio grazie ad Abdelkébir; l’emergere, quindi, di un mondo che per
il protagonista de L’esercito della salvezza è nuovo. A Tangeri, dunque, si
conclude la prima battaglia di Abdellah, il primo lungo apprendistato:
l’imparare ad amare, seppur in maniera ossessiva, parziale e manchevole. Il
tradimento va consumato: Abdellah entra in un cinema e sperimenta la gioia
clandestina di un corpo più anziano che lo avvolge, lo cerca, prova a toccargli
il sesso e le natiche.
Comincia la seconda fase descritta da Ricouer nella formazione dell’identità
narrativa: la configurazione, il mettere-a-storia la propria esperienza, trovare
una mediazione tra gli eventi individuali e la storia complessiva. Abdellah
impara a manipolare le parole, a farsi spazio tra i dieci corpi che vivono
insieme a lui, a diventare qualcos’altro (ma in realtà questo processo era in
corso già da tempo). La fusione non ha funzionato: è ora di provare a diventare
uomo.
Terza parte. Abdellah si trova presto un nuovo grande fratello, un altro
dittatore: Jean, un professore svizzero in visita a Rabat, che diventa suo
amante. In lui Abdellah vede, in una prospettiva a suo modo controesotica, una
via di salvezza dalla povertà e una porta di accesso al mondo intellettuale: “un
uomo occidentale. un uomo colto, l’uomo dei sogni”. Dopo mesi di fitta
corrispondenza e una fuga romantica in Svizzera, Abdellah decide di spostarsi a
Ginevra per studiare letteratura francese, trasferendosi definitivamente da
Jean. Quando arriva in aeroporto, non trova nessuno: è stato abbandonato. La
prima esperienza dell’Europa consiste proprio nel capire di non essere a casa.
Il critico indiano Homi K. Bhabha la chiama unhomeliness: la condizione di
infamiliarità che prova chi vive delocalizzato, nel mezzo tra due mondi. Se
trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro, con
tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che questo
comporta (sto qui utilizzando le parole della studiosa queer Eve Kosofsky
Sedgwick in Epistemology of the closet, 1990), in questo gioco di identità e
domande (cosa vuol dire essere arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah
si scopre s-casato. Bhabha parla di un’iniziazione extraterritoriale e
crossculturale; Abdellah Taïa, che si trova a lavorare su un piano di urgenza
diverso, si interroga certo sulla questione, ma soprattutto si chiede dove poter
trovare da dormire e da mangiare.
> Se trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro,
> con tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che
> questo comporta, in questo gioco di identità e domande (cosa vuol dire essere
> arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah si scopre s-casato.
“Cercavo un’immagine umana, un segno, mi ritrovai davanti al silenzio. Devo
crescere velocemente, molto velocemente. Essere forte, FORTE”. E a questo fine,
due figure. Prima, un tassista gli indica un ente di accoglienza sul territorio
e gli parla della storia d’amore più importante della sua vita. Seloua (“Voglio
solo ricordare il suo nome, tutto ciò che mi è rimasto”) è una che sa sfruttare
la propria bellezza, ci gioca, conosce il fascino che emana in quanto donna
araba: dopo un’intensa storia d’amore, lascia il tassista per un uomo più
vecchio e più ricco, svizzero-tedesco. Abdellah ha un’intuizione. Poi Mohamed,
un coetaneo incontrato anni prima a Tangeri, con il sogno di andare in Europa
seducendo una donna occidentale: “mostarle di cosa è capace un uomo marocchino;
in altre parole scoparla come una cagna, renderla pazza per lui, e del suo cazzo
soprattutto”. O, perché no, anche prendendolo in culo se serve, pur di salvarsi
– gli uomini, nota, erano più gentili e meno complicati. Solo con gli stranieri,
si intende: “essere scambiato per uno zamel gli avrebbe fatto orrore”. Il
feticismo arabeggiante, il turismo sessuale, l’economia della disperazione (“Non
scordarti di farti pagare bene ‒ e lavati bene il culo dopo, frocio di merda!”):
tutto questo comincia a formularsi in Abdellah nello iato tra l’incontro con
Jean e l’arrivo in Europa.
La prima soluzione è scordare chi si è, tagliarsi fuori dal mondo, diventare
un’ombra (da Melanconia araba: “Sarei stato quello che non si dice, quello che
non esiste” – cosa non molto difficile, per chi si trova in Europa senza soldi
né alloggio). Seguire l’esempio di Samira Said, l’amata cantante e danzatrice
del ventre egiziana che con lo scandalo e il suo ombelico insegnò agli uomini
arabi il fascino della trasgressione; o di Marilyn Monroe, la ragazza orfana
stuprata dal mondo ma eternamente pura. Non si sarebbe trattato di un
cambiamento improvviso: da anni Abdellah, girando per strada in Marocco, viene
chiamato quotidianamente piccolo demone, mostro, prostituta – e quello è solo il
meno. Bisogna imparare a tradire, di nuovo.
In un’espressione ormai classica degli studi postcoloniali, Abdellah comincia a
vivere nell’opacità di Glissant: “smettere, per il momento, di essere
ossessionati da cosa c’è sul fondo della natura”; lasciarsi aperte le
possibilità; essere in pace con l’idea di non capire l’altro, e arrogarsi il
diritto di non farsi capire. Nascondere la verità, anche, e imparare a lanciare
incantesimi: recedere dal mondo. “Ero curioso di stare nei panni di una
prostituta”. Abdellah abbassa la testa e fa il docile, ha compreso la lezione di
Mohamed: in ogni gioco, è necessario che qualcuno si sottometta, faccia lo
schiavo, onori l’altro come colui che ha il potere. Uscendo dalla norma,
negoziando, corteggiando; a volte anche succhiando. “Fingo di sottomettermi a
questo mondo crudele”, scrive Taïa in un articolo per The Queer Arab Glossary:
“dovrò pensare a una vendetta”.
A un certo punto, leggendo L’esercito della salvezza, si ha all’improvviso la
netta sensazione che non si tratti solo di un’operazione letteraria, di un gioco
formale di identità narrative. Certo, c’è anche questo: il libro è un sapiente
intreccio di identificazioni e disidentificazioni tramite il riciclo e il
ripensamento dei significati convenzionali di mascolinità, spiritualità,
nazione. Lo studioso queer José Munoz definisce questo processo come “il
rivelare le macchinazioni universalizzanti ed esclusorie del messaggio
codificato e dirottarle verso l’inclusione e l’emancipazione di identità
minoritarie”. Dare un nuovo significato alle grandi etichette per includere i
margini. Vero.
Ma come anticipato, L’esercito della salvezza, e tutta l’opera di Taïa, racconta
anche e soprattutto la lotta di Abdellah contro chi cerca di sputargli contro,
stuprarlo, lapidarlo. “Now he’s fourteen, he seems to be used to rape. He does
not complain. His ass in an offer. Mi hanno condannato a essere violentato ogni
giorno, ogni notte, dappertutto. A dirty effeminate moroccan, a zamel. Una
puttana”.
Non c’è spazio per piangere, o essere deboli. Un’ombra lo segue, dovunque vada.
Un ragazzino di qualche anno più grande, di nome Naim, anche lui effeminato,
anche lui zamel, anche lui cercato da corpi che non possono attendere, devono
diventare uomini, grandi, potenti. E lo fanno – lo hanno sempre fatto, sempre lo
faranno – proprio attraverso quell’ombra. Un presentimento. Poi, una
fulminazione, che fa di Abdellah un miracolato. A boy to be sacrificed. Ora ha
dieci anni, o dodici quattordici diciassette ventidue, a seconda del libro: è
l’ora di diventare un uomo, di essere grandi, di fare sul serio. “Now I am 38
years old, and I can state without fanfare: no one saved me”. Non Jean, non
M’barka, non Abdelkébir. “Sono diventato un altro, uno sconosciuto. To save my
skin, I killed myself”. In L’esercito della salvezza c’è solo l’incipit: il
processo è appena cominciato.
Quarta parte. Come porto sicuro di innocenza e purezza, il sesso gay. Vagando
sperduto per Ginevra, Abdellah incontra uno sconosciuto che lo accompagna in un
bagno pubblico. Lì, una dozzina di uomini si guardano e toccano con affetto,
senza violenza, come compagni. In una scena di intensa e debordante sensualità
poetica, ognuno di loro tiene la mano destra intorno al proprio sesso, mentre
con la sinistra accarezza le natiche del vicino, in un circolo di reciprocità e
fratellanza. “Questo è l’amore”, dice la voce narrante di Colui che è degno di
essere amato, “avere la possibilità di trovare bello quello che la gente reputa
brutto e indecente. Le palle, una foresta di peli nerissimi e un cazzo”.
Scoprire l’intimità osservando un amico eiaculare latte o vedere, come in Un
pays pour mourir (2015), “due cazzi incontrarsi, toccarsi, venire insieme,
insieme tornare all’infanzia”.
Nella spanna di qualche minuto, l’uomo lo porta in un cubicolo, lo fa venire,
gli regala un’arancia: “nient’altro. Un equo scambio di piaceri”. Qualche ora
dopo, tornando alla sede dell’Esercito della salvezza che lo ha accolto,
Abdellah trova in camera un nuovo compagno di stanza, un giovane ragazzo
tunisino, che, notando la sua gracilità, osserva casualmente: “potresti passare
per il mio fratello più piccolo”. Abdellah, quella sera, divide con lui
l’arancia.
Un secondo incontro chiude il libro. Sul treno, di notte, un marocchino, un
tedesco e un polacco si conoscono in inglese sospesi tra Spagna e Francia.
Rafael, il meraviglioso amante, Mathias, suo innamorato perso, e Abdellah in
procinto di lasciare Jean, in una locomotiva in cui tutti si trovano “lontani
dalle proprie frontiere”. Nudi, insieme e sospesi, “siamo diventati fratelli di
sperma e di sangue”. Un threesome in between, in movimento tra Oriente e
Occidente, senza ancora una storia legittima alle spalle. Verso il
riconoscimento reciproco. Verso, finalmente, una fratellanza vera.
> Il francese semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della
> sottomissione all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la
> consapevolezza del potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e
> incredibilmente fredda”.
Quinta e ultima parte: la letteratura. Nel racconto di questa evoluzione, di
questo viaggio tra famiglia, doppi, opacità e amore, il rischio di diventare un
frocetto parigino settario imborghesito doc è ben presente a Taïa. Il francese
semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della sottomissione
all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la consapevolezza del
potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e incredibilmente fredda”.
Abdellah, l’abbiamo visto, ha rinunciato fin dall’infanzia al suo residuo
selvatico: era questione di vita e di morte. “Per me la vera felicità”, ammette
all’Universiteit van Amsterdam, “era quando a sette anni ballavo per le mie
sorelle. Le contaminavo, le rendevo gay, sia nel senso di gaie felici che gay
gay”. Ride di gusto. Si ferma: una piccola pausa. Ci pensa. Riprende. “Sono
dispiaciuto per quel piccoletto che non sono più io. Quel bambino effeminato
l’ho perso per sempre”.
La letteratura non è che vampirismo: “siamo completamenti divorati dalle parole,
dallo stile”. Non c’è salvezza o terapia nello scrivere. Ci si sacrifica nello
stesso modo in cui si è morti in vita, si perdono parti di sé, della memoria e
delle proprie tragedie. Il massimo che si può fare è fulminarsi di nuovo,
inseguire quell’ombra e raccontare il mix di violenza, amore e tenerezza che ne
è risultato. Si espone la contraddizione.
Contro i rischi di un’eccessiva intellettualizzazione, lo scrittore tiene sempre
vicino a sé le voci polifoniche dell’infanzia: il mondo invisibile degli
incantesimi e della religione di M’Barka (“your language, mother, is my
language”), le sorelle, i jinns e gli spiriti dell’oltretomba, che molto più gli
fanno scuola rispetto ai pur amati Genet, Proust o Pasolini. Queste voci, queste
identità mescolate e rimescolate, hanno permesso ad Abdellah di parlare, creando
un punto di unione tra individuo, società e mondo, mai accennando a pose
vittimistiche o narrazioni autocelebrative. Sempre scongiurando il rischio di
diventare una checca francese fatta e finita, di quelle che “si dimenticano dei
poveri quando diventano intellettuali”. “Io un intellettuale? Una puttana sì,
ufficialmente una puttana, mai un intellettuale”.
Per un progetto letterario di questo tipo, l’autofiction è la scelta di
elezione: Taïa, che ha imparato fin da bambino le strategie narrative più forti
per persuadere con le storie, nei suoi libri propone diverse configurazioni
dello stesso narratore, che viene costantemente dislocato, ricollocato,
reinventato. “Nonostante da Ho sognato il re i miei libri tecnicamente non
riguardano me, sono tutti me”. Lui la chiama group autofiction: tutti i
personaggi dei libri di Taïa sono in qualche modo momenti e riflessi diversi
dell’identità narrativa di Abdellah. Reinventare il soggetto autobiografico e
insieme il mondo, cercando di dire qualcosa di nuovo sulla realtà
extraletteraria. Dare spazio alle voci.
> Nel sottile interstizio tra urgenza materiale, costruzione autobiografica e
> polifonico altoparlante di voci e visioni sta la tensione di Abdellah Taïa,
> per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma insieme, profondo e vivace
> rivisitatore di tutte e quattro le categorie.
In questo accostamento, nell’esperienza della lettura, si esaurisce il terzo
passaggio ipotizzato da Ricoeur, la rifigurazione: l’intersezione tra il mondo
del testo e il mondo del lettore, tra il mondo della letteratura e il mondo
dell’azione reale. In questo sottile interstizio, tra urgenza materiale,
costruzione autobiografica e polifonico altoparlante di voci e visioni sta la
tensione di Abdellah Taïa, per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma
insieme, profondo e vivace rivisitatore di tutte e quattro le categorie.
Da figli e fratelli a ladruncoli e amanti: solo allora si comincia finalmente a
scrivere. Arrivato ormai ai cinquant’anni, lo scrittore marocchino con la
passione per il silenzio non è più da tempo l’eccitante ed esotico oggetto
sessuale francese; ha smesso la ricerca della letteratura come salvezza e
riscatto sociale; ha pure sviluppato negli anni una diffidenza per la borghesità
intrinseca del romanzo, sebbene continui a pubblicare con cadenza biennale. Ora
si dedica, tra le altre cose, alla prima passione della giovinezza, quella per i
film e i blockbuster, e il loro linguaggio popolare: dopo l’adattamento di
L’esercito della salvezza, sta presentando in questi mesi un nuovo corto, Cairo
streets, a diversi festival europei. A dicembre esce il suo secondo
lungometraggio, Cabo Negro, la storia di due ragazzi LGBTQ+ marocchini in cerca
di libertà.
“Nell’avvicinarmi ai quarant’anni volevo essere visto. Il silenzio è una forma
di viltà. La solitudine è la morte”. Dopo aver perso sé stesso, essersi
invisibilizzato, avere cercato di riformulare dall’interno l’esperienza di un
giovane uomo arabo e gay spatriato in Francia, Taïa ha ora un nome, è
ufficialmente qualcuno. Ma lui lo sa, “non portiamo niente con noi nella vita
lenta”. Libertà, uguaglianza e fraternità, in qualche modo, sono state trovate,
discusse o abbandonate per sempre. Quello che rimane è la gioia di uno scrittore
che ama presentarsi come non-scrittore, la tristezza di chi sa che scrittore lo
sarà comunque per sempre, e la caparbia ostinazione di chi sullo scrivere del
perdersi e del ritrovarsi ci ha costruito una carriera. “Non serve che capisci
tutto. L’importante è continuare a muoversi”, senza mai fermarsi. “E poi un
giorno, senza saperlo, capirai”.
L'articolo Sarei stato quello che non si dice, quello che non esiste proviene da
Il Tascabile.
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Nel 1917, per le edizioni di Georges Crès, pubblicò un libro delizioso, La
Maison dans l’œil du chat. I disegni, vigorosamente liberty – che un po’
ricordano, frenati per gioia ingenua, Aubrey Beardsley, l’inquieto illustratore
di Wilde –, scortavano uno strampalato libro ‘per bambini’, che alternava brani
in prosa a brevi testi poetici. Crès era l’editore di Victor Segalen e di Marcel
Schwob, aveva stampato Noa Noa di Paul Gauguin: il fiabesco e l’esotico, cioè,
dalle tinte perturbanti.
L’autrice, Mireille Havet, era giovanissima: nata nell’ottobre del 1898 a Médan,
aveva scritto quei testi, in origine, a quindici anni, pubblicandoli su “Les
Soirées de Paris”, la rivista su cui pubblicavano, tra gli altri, Blaise
Cendrars e Giovanni Papini, Alberto Savinio e Max Jacob. Il padre, nevrastenico,
si era suicidato proprio quell’anno, era il 1913, nel ricovero psichiatrico dove
l’avevano rinchiuso; lei dirà di aver vissuto l’infanzia nell’agone di una
libertà “terribile”. Negli “avvertimenti”, Mireille – un nome che sa di miracolo
e di sole – scrive di aver “lasciato alcune pagine bianche per il lettore: sono
tue. Scrivi la tua storia (una storia che potrebbe essere più bella di quelle
che ho scritto io), fai il tuo disegno”. Il libro – di cui abbiamo tradotto
alcuni brani, in calce – ha la violenta innocenza dell’infanzia: sguardi che
recano more e coltelli.
L’introduzione l’aveva scritta Colette, la superstar della letteratura francese,
l’autrice del ciclo di “Claudine”. In realtà, l’introduzione di Colette è una
lettera a Bel-Gazou, Colette de Jouvenel, la figlia, nata nell’estate del 1913:
> “Bel-Gazou, bimba mia, nata esattamente dodici mesi prima della guerra, ancora
> non sai leggere. Serberò per te questo libro, il primo che leggerai. È stato
> scritto da una bambina, non vi troverai le frivolezze degli adulti. Gli
> adulti, mia Bel-Gazou, aspettano sempre che sia troppo tardi per scrivere un
> libro per bambini. Quando lo fanno, hanno dimenticato che l’infanzia è una
> cosa seria, spesso disprezzano la farsa e non capiscono i racconti
> stravaganti… Colei che conversa, con fare infantile, con il Gatto e con la
> Rana, non esita a cantare le Stelle, a seguire le orme della Notte, del Fumo,
> del Raggio; si protende con familiarità verso l’Eterno… Amerai questo libro,
> Bel-Gazou, lo amerai così tanto che sarà il tuo primo segreto, il primo libro
> che troverò nascosto sotto il tuo cuscino”.
Cresciuta in un ambiente supremamente autarchico – cioè, in piene ristrettezze
– Mireille divenne il souvenir e il passepartout dei grandi scrittori del tempo.
Colette la adorava, Guillaume Apollinaire, il suo mentore, la vezzeggiava,
chiamandola “le petite poyétesse”; Jean Cocteau tentò di rubarle l’ispirazione,
fece di lei la sua musa-musetto. Il suo primo romanzo, Carnaval, pubblicato nel
1922 da Arthème Fayard, ne consacrò il talento: fu applaudito da André Gide e da
René Crevel, gareggiò per il Goncourt. Il resto era il sapido frutto della sua
audacia: bella, disinvolta, lasciva, Mireille vestiva da uomo, professava con
ribalderia la propria omosessualità, dicono fosse insaziabile, un cannibale con
il viso da bambola. Nell’anno in cui esce Carnaval,scrive sul diario una frase
che ne identifica l’indole:
> “Procedere, rompere, non ammettere altro, distruggere e respingere tutto ciò
> che, pur da molto lontano, minaccia la mia indipendenza anche soltanto per un
> secondo: questa sia la mia legge. Non una politica di conciliazione ma di
> rivolta. Non mangerò il tuo pane. Sarò sconvolgente fino alla fine”.
Dal 1919 fu letteralmente schiava dell’oppio e della cocaina. La
bambina terrible che scriveva con leggiadra sapienza mutò in vampiro: si dava a
chiunque, di notte, nelle catacombe parigine, per pochi denari, a corroborare le
proprie manie. Tubercolotica, tossica, divorò tutti e fu da tutti rigettata, fin
dalla fine degli anni Venti – morì in un sanatorio, nel marzo del 1932, a
trentatré anni. Prima di morire, aveva consegnato i suoi scritti a Ludmila
Savitzky, attrice, poetessa, traduttrice (tra l’altro, di Joyce, Virginia Woolf
e Frederic Prokosch). Nel 1995, Dominique Tiry, nipote di Ludmila, scovò nella
soffitta di famiglia i diari di Mireille. Fu un evento sconvolgente:
nei Journal, tenuti tra il 1913 e il 1929, Mireille Havet descrive, con
micidiale minuzia, la sua “vita da dannata”. Il ‘genere’ canonico della
letteratura francese – il diario, genio dell’egotismo supremo, viziato gioco di
maschere – viene sviscerato fino al suo contrario: l’ego non è che bocca che
trabocca, denti che mordono, lingua che lecca. “Il mondo intero ti tira per il
ventre”, scrive Mireille. I Journal di Mireille sono stati stampati, in cinque
tomi, tra il 2003 e il 2010 dalle Éditions Claire Paulhan; in Italia esiste una
porzione del Diario (1918-1919) divulgata da Editoria & Spettacolo nel 2015. Il
fondo dei suoi scritti, invece, è custodito, insieme al fondo Jean Cocteu,
presso l’Université Paul Valery di Montpellier.
A tratti, la ferocia di Mireille Havet, così come traspare dai diari, ricorda
quella di Alejandra Pizarnik. Mireille usa la scrittura per scotennarsi, per
annientarsi – dunque: per esistere. Dicendo il proprio abominio, lo abbellisce e
lo abolisce; scrivendo l’abisso, lo abita, lo domina.
Fu l’androgino di quei folli anni – figura che penetra e comprime tutti gli
opposti, sapienza nell’abiezione e nell’elezione. Tentò di restare un’eterna
bambina, l’effimero ‘maschiaccio’, l’imperdonabile a cui tutto è perdonato. Finì
per esplodere – gli altri, intanto, osservavano, distratti, a tratti.
**
Da La Maison dans l’œil du chat
Quello che pensano
“Mi piacciono gli abeti neri, dice Jacques, dove si nascondono le volpi”.
“Preferisco le radure, dice Luce, dove sbocciano i papaveri”.
Il grande fuoco crepita e offre agli occhi il mistero del bosco che si sgretola,
rivelando nella cenere città e luoghi che non potranno mai possedere.
*
Marmellata di mele
È duro coltivare le mele, ma hanno un buon profumo, un profumo che evoca il
mistero delle dispense chiuse, dove sono stipate, dormienti, le marmellate di
qualche anno fa, insieme alle tovaglie degli sposi. Forza, coraggio! Abbiamo
superato i tre alberi, manca soltanto il sentiero del paese. Ma il sole picchia
e abbiamo le braccia nude. Non importa. Avremo una mela da assaggiare, una mela
tutta per noi, da mangiare al lavatoio: i pioppi muovono lentamente le loro
cime, a sera.
*
La pecora
La pecora si chiama Robin.
Lo so, ne avevo un’altra che si chiamava Robin; poi Blanchot, ma Robin è sempre
stata la più carina.
Ci allontaniamo, fianco a fianco, come due fratellini nel gorgo della vita. Una
pecora pascola, l’Altra sogna. Entrambe, ci voltiamo verso i prati in fiore.
Poi, quando arriviamo presso un albero frondoso, mi fermo all’ombra e stringo la
mia pecora al cuore.
La lana è morbida. La pecora profuma di timo selvatico. Nelle grandi orecchie
piene di lana, le sussurro la storia di un principe che aveva tre castelli
stregati. La pecora ascolta in silenzio, con la solita aria triste e rassegnata…
Poi, seguendo il fiume, torniamo a casa, come due fratellini nel gorgo della
vita.
*
Il mare
Alla fine del sentiero, la chiesa:
la croce si alza come una mano
verso l’azzurro cielo.
Il sentiero si snoda
per il dolce pendio della collina
che domina sulla Casa del Buon Dio.
Il tempo è bello su tutta la terra
perché in uno spiraglio del paesaggio
c’è l’immenso mare…
uno zaffiro gigante.
Le barche danzano sul mare.
Pescherecci, barche a vela partite
all’alba, che la marea di mezzogiorno
fa rincasare: le vele lacere formano
rombi d’ombra contro il cielo.
L’universo intero è qui
placido, esatto.
Dal mare alla chiesa, solo la luce
e un sentiero che sale come una preghiera
per configgersi nel Chiaro.
*
Nel prato
Tutta la dolcezza del mondo
si annida nell’erba alta:
non c’è altro che Pace
nei labirinti del prato
e il sole sboccia
come il fiore dei re.
Insegui serenamente il tuo sogno
pieno del felice fascino
che dispensa il bel tempo.
Le mucche ritmiche
muovono le code come
orologi magnifici e potenti:
ti insegnano la fermezza del tempo ideale
dove cola l’infanzia
pura come un cristallo.
*
Sss…
Claude si è addormentato, a voi divinare, prima di chiudere il libro, qual è il
meraviglioso sogno che vaga sotto le sue palpebre.
Quanto a me, non posso dirvi nulla: Claude dorme… Sss!
Camminate piano e non svegliatelo, sapete meglio di me che le anime dei bambini
misteriosamente tornano in cielo. Claude si è addormentato mentre giocava…
**
Dal Journal
Il mio vizio non è l’amore né la ricerca del più infimo piacere fisico, perché
in fondo faccio l’amore per guadagnarmi da vivere e ottenere dalle mie amanti il
reddito necessario ai miei veri appetiti, per sfamare il mio ego, e comprarmi,
soprattutto, sostanze tossiche, morfina più che altro, nella cui presunta
ebbrezza incenerisco la mia anima calcolatrice e il mio corpo, innamorato di
quell’oblio artificiale che mi permette di dimenticare le sconvenienze della mia
carriera illecita.
[…] I miei libri? Le poesie? Costruzioni di un tossico con il cervello
surriscaldato dagli stupefacenti e l’idea fissa di camuffare la propria vera
identità con l’aura del poeta prodigio, ignaro, per eccesso di purezza e incuria
d’intelletto, delle realtà materiali della vita.
[…] Infine, non sono che un operaio della distruzione e dello scandalo, della
putrefazione contagiosa, del disordine nelle famiglie, sono un subdolo
istigatore, avveleno le donne che mi si avvicinano, che cadono nelle mie
trappole.
L’unica giusta punizione è abbandonarmi per sempre, lasciarmi nel mio
inevitabile deserto, nella miseria.
Che mi arrangi.
Siete avvertiti: chiudete le porte e i cuori alla mia doppiezza, alla mia
prevaricazione. Nessuno mi deve niente, nessuno mi perdoni – questo mi basta.
Ho ventotto anni.
19 e 20 gennaio 1927
*
Progressivamente, lo ripeto, come un rullo compressore che avanza, inesorabile,
senza incontrare ostacoli, compiendo il suo lavoro ora dopo ora, la morfina ha
distrutto tutto, minato tutto, annientato tutto, e io da tutti sono alienata,
dagli amici, dai soldi, dalle case, dalla fiducia negli altri, dalla salute,
dagli anni, dal mio talento, dal mio coraggio, dalla mia naturalezza, dall’amore
e dall’amicizia, dalla poesia che si ritrae da me come il mare da un ingrato
scoglio, che d’ora in poi, frantumato, lurido, sorgerà nudo, senza più onde,
senza uccelli, senza semi, senza terra, soprattutto, dove i semi portati dagli
uccelli possono germogliare, senza più nulla nell’infinito dell’eternità se non
il cielo e il mare, entrambi egualmente lontani, sempre più lontani,
lontanissimi.
Tutto ho perduto, la vita, l’istinto a vivere, la ripugnanza per il male, il
desiderio di guarire. La morfina, quella spina invisibile, è diventata il mio
pugnale, l’alabarda che si è impossessata del mio corpo e mi ha trafitto il
cuore, mi ha ucciso, inchiodandomi alla bassezza, alla terra fangosa dove sarò
sepolta… era ora! La morfina e sua sorella, la cocaina, e l’eroina, la più
grande, sette volte più pericolosa e tossica di un veleno, hanno gradualmente
sostituito tutto: ora rimango io, sola.
Come puoi aspettarti che non avendo più nulla non abbia venduto l’anima al
diavolo e stretto un patto con lui? È per comprare la droga che prendo in
prestito, do tutto, imploro a chiunque. Venderò tutto per questa spesa che mi
distrugge, unica e dominante.
Giovedì 24 maggio 1928
*
Trent’anni! L’età in cui ho perso tutto ciò che avevo a venti. Mi ci sono voluti
dieci anni per liberarmi dei miei privilegi e della mia eredità, dieci anni per
distruggermi, impoverirmi, annientarmi in ogni modo – si potrebbe dire, per
sempre.
29 giugno 1929
L'articolo “Chiudete le porte del cuore, sono uno scandalo”. Storia tragica di
Mireille Havet proviene da Pangea.
La storia della letteratura è costellata di nomi invisi alla critica e destinati
a un immeritato oblio. Spesso scavalcati dalle righe antologiche, censurati o
macchiati dallo stigma di un castigo morale imposto dalla propria epoca, la cui
eco grava a tutt’oggi sulla loro eredità artistica, costituiscono un lavoro
avventuroso – e quanto mai necessario – per molti esegeti. È certamente questo
il caso di Jacques d’Adelswärd-Fersen, il poeta barone francese ritratto con
scrupolosa attenzione da Roger Peyrefitte – autore delle pubescenti Amitiés
particulières (1943) – ne L’Exilé de Capri[1] (Edizioni La Conchiglia, Capri
2020).
Dalla precisione di un testamento, la biografia romanzata rende omaggio a uno
scrittore considerato assai controverso, oltretutto ancora poco noto,
restituendo al contempo l’affresco di un mondo perduto, quello dei primi del
Novecento, al confine tra Italia e Oltralpe.
Nella prefazione al romanzo, un impietoso Jean Cocteau lo etichettava
ingiustamente come «Eros Apteros». Per dirla col Vate, il
disdegnato maudit incarnava una sorta di Cupido «larvato e senz’ali» (Il Fuoco,
1900), una razza di impotente lirico al quale sono state tarpate le ali alla
nascita, che è riuscito tuttavia a tramutare la propria vita in un’opera
d’arte. Sotto questa luce, l’elegante damerino della Belle Époque rassomiglia a
prima vista a “uno di quei personaggi emersi direttamente dalla letteratura, uno
di quei protagonisti tipici che non è difficile incontrare in certi libri di
Baudelaire e di Flaubert, una via di mezzo tra Dorian Gray e Andrea
Sperelli.”[2]
Eppure, colui che fu definito a suo tempo un «Oscar Wilde au petit pied»[3] era
in realtà molto più complesso dell’esteta apollineo modellato sullo stereotipo.
Come ribadisce il suo più tenace studioso Gianpaolo Furgiuele (Jacques
d’Adelswärd-Fersen. La cospirazione delle sirene[4], Ladolfi, 2021), promotore
di una riscoperta del talento artistico così come della assoluta modernità della
voce – coraggiosa, vibrante e fuori da ogni regola – di questo «ultimo dandy»
della sua generazione, Jacques Fersen è stato testimone di un Decadentismo ormai
agli sgoccioli ed è riuscito ad attirare attorno alla sua figura una colonia di
artisti e intellettuali rinnegati in patria.
Poeta mercuriale e ramingo, compose versi carichi di spleen poggiandosi su
eclettiche commistioni metriche. Il sogno irrealizzabile di ritorno al
paganesimo in un mondo di pregiudizi lo avrebbe perlomeno elevato al ruolo di
cantore del passato classico. Non esente dall’invettiva polemica, in aperta
sfida delle convenzioni, fu anche direttore di una delle prime riviste europee a
carattere marcatamente omosessuale, la “Revue Mensuelle d’Art Libre et de
Critique” (in vita un anno, 1909), che raccolse, tra gli altri, contributi di
Anatole France, Achille Essebac, Colette e del nostro Tommaso Marinetti.
Finito ben presto sulle liste di proscrizione francesi come “persona non grata”,
il beniamino diurno dei salotti mondani, schiavo di orde fameliche di ragazzi
(tra cui molti minorenni) e libertino sfrenato durante la notte, pensò bene di
lanciare una satira alla «maschera infiacchita e grottesca» della società
benpensante, la stessa che l’aveva condannato – in modo non dissimile dal caso
wildiano in Inghilterra – per oltraggio alla morale pubblica, in Voi siete i
borghesi:
> “[…] Contro un male sconosciuto
> Mettete alla porta Ganimede, e nudo,
> Benché segretamente ne conserviate la brama;
> Insensati, pensate di avere un gesto d’artisti
> E vi scagliate sui nostri pretesi vizi.
> Credete di cancellare il riso di Narciso,
> Scapini che non siete, valletti di Cesare?”
In seguito agli scandali delle sue “Messe nere” (difese in Lord
Lyllian[5], 1905) – nient’altro che innocenti tableaux vivants più che cortei di
giovinetti in panni di efebi – inscenate nei suoi appartamenti parigini, si
rifugiò in esilio volontario nella terra del Grand Tour, da qui alla volta di
Napoli fino a Capri. Nel 1904 tornava sull’isola dei piaceri segreti della sua
giovinezza, a cui era stato iniziato dal nobile Robert de Tournel, immortalata
da Norman Douglas[6] in Vento del Sud (1917) e da Compton McKenzie[7] nel
romanzo caprese Le vestali del fuoco (1927). Intorno a lui, i contemporanei
conosciuti sul posto, vittime sofisticate dell’etica nordica che popolano
l’aneddotica del sogno italiano d’inizio secolo, erano le “sorelle”
Walcott-Perry – le inquiline saffiche di Villa Torricella – al braccio
dell’amatissima marchesa Casati (detta la Semiramide), la principessa Ephi
Lovatelli e Godfrey Henry Thornton, l’ufficiale in congedo coinvolto in
malaffari con giovanotti locali, tutti invitati speciali ai suoi festini, dove
passò la crème de la crème di quegli anni.
L’episodio, riportato da Peyrefitte, che imprime la parabola all’intera storia,
reale e immaginaria, del giovane aristocratico fu però l’incontro folgorante con
gli sventurati amanti inglesi, ‘Bosie’ Douglas e Wilde (appena liberato da
Reading), apparsi in un breve cameo vacanziero del 1897, quando questi ultimi
vennero cacciati dal ristorante Quisisana:
> “Robert gli prese la mano sotto la tovaglia. ‘Calmatevi, ragazzo mio,
> calmatevi.’ Con aria ironica, il giovane Lord toccò la spalla del maître
> d’hôtel con il suo bastone. ‘Vi faccio i miei complimenti in nome
> dell’Inghilterra’, disse. Se ne andò con il suo amico e gli ospiti tornarono a
> sedersi, senza domandargli spiegazione per quelle parole. Negli occhi di
> Jacques brillavano le lacrime, e le aveva viste brillare in quelli di Oscar
> Wilde”.
Dopo un turbinoso giro del Mediterraneo, il tragico Fersen – spogliatosi del
primo cognome d’alto lignaggio – oserà scappare definitivamente sull’isola blu
con l’amato Nino Cesarini, un manovale quindicenne conosciuto per le vie
dell’Urbe e «più bello della luce di Roma», perfetto per gli scatti iconici dei
fotografi Plüschow e Von Gloeden. Assunto il piccolo Adone come “segretario”
privato, a tratti algido eppure fedele in lunghi pellegrinaggi orientali e
divertimenti oppiacei, l’illustrissimo conte (così per gli amici) creò a
Capri il suo paradiso artificiale: un paesaggio «infernale e divino insieme», ma
anche un riparo fatto di silenzio e pace per poter scrivere e amare come
desiderava, senza ostacoli di perbenismo borghese o riprovazione di sorta. Per
coltivare le sue passioni più intime, fece costruire su un eremo dell’isola una
magnifica residenza in stile rocaille, «sacra al dolore e all’amore»,
ribattezzata poi Villa Lysis da La Gloriette. Un tempio d’amicizia platonica,
divenuto il simbolo di una personale Acropoli della bellezza, comunicante con la
gloriosa Villa Jovis di Tiberio (due passi più in alto), dove riceveva file di
accoliti.
Allo stesso tempo, l’amara realtà lo risvegliava col fardello di un’angoscia
insaziabile derivata in gran parte dall’ostracismo sociale. Nell’autunno 1923,
recluso dentro il suo fumoir sotterraneo, dal cuore stanco di ogni frenesia e
reprobo degli isolani, ingiuriato a più riprese dalla stampa scandalistica in
quanto omosessuale e “mangiatore di oppio”, decise di tagliare corto con
un’overdose di coca affondata in un bicchiere di champagne.
Gli ultimi fleurs du mal, sparsi come anatemi sugli altari dell’invocato Angelo
della morte, fanno eco alle litanie di Lionel Johnson (The Dark Angel, 1894),
mentre cade allucinato:
“O bell’Angelo del male che vivi nelle tenebre
Per esaltarmi la dolcezza dell’amore maledetto;
Angelo triste, esule dai divini paradisi,
Quale ombra serra il tuo funebre sorriso?
Eppure, hai conosciuto i baci più sanguinanti,
L’abbraccio urlante e tenero dei giovani.
In te si è riflesso il loro più bel sonno
Come il chiaro di luna in mare nelle sere dei poeti.
I fanciulli ti hanno offerto la freschezza della loro bocca
E la loro anima innocente in cui tremava l’ignoto.
Il mondo intero ha vibrato nelle tue braccia nude
Sul tuo ventre, O Satana, che sogghigni truce,
Perché tu passi, vai, disprezzi, muori, rinasci,
Spazzando la terra con le tue ali,
Mentre si prova, nell’eterno errore, a colmare
Attraverso un dio il vuoto dei nostri cuori.”
Nella sua casa dell’anima, a distanza di più di cent’anni, lo spettro
malinconico del barone sembra risalire dai marosi e aleggiare tra le stanze
desolate, sopra gli occhi dei visitatori che in ogni stagione accorrono a
quell’antica dimora attratti dalla sua fama. La targa apposta a strapiombo
sull’azzurro intorno alla villa, da lui consacrata «alla gioventù d’amore», reca
il monito di una vita consumata al limite della vertigine. Dopotutto, come detta
la Morante nella vicina Achilleide, fuori del limbo non v’è eliso.
Pierluigi Piscopo
*****
Messi da parte i versi della maturità, si propone qui una manciata di poesie
giovanili di Jacques Fersen, tratte da L’innario di Adone: alla maniera del
signor marchese de Sade (1902), dove la tipica provocazione del verbo si
stempera in un’insueta dolcezza, con echi ai maestri simbolisti e decadenti
prediletti, da Rimbaud a d’Aurevilly.
L’innario di Adone (Proemio)
Per le aurore d’oro dove l’erba giace addormentata
Sotto la rugiada caduta dalle labbra della notte,
Per le aurore d’oro quando canti amici
Si svegliano nei nidi con un frullo d’ali e di voci,
Son partito leggero, più leggero d’un capro,
Attraverso i campi arati e i boschi tremanti,
Con nastri chiari e munito d’un arco in legno bianco,
Per venire a conquistare, O giovane Adone, la tua bocca!
Udivo i richiami dei fiori e dei pastori,
– il riflesso del tuo sorriso negli stagni che attraversavo –
E qua e là dei canti modulati da lire,
Le uniche a celebrare la tua viva dolcezza.
Vedevo fanciulli, come me, mormorare
Parole d’amore alle tue statue, a cui rassomigli;
Offrendo lillà, profumi e latte.
E tutto ciò vagando, bello, fra i verzieri.
E il cielo infinito, quel cielo dei templi ellenici,
Che rende gli Dèi più belli e le preghiere più caste,
Stendeva sui tuoi proseliti un velo di luce,
Dove i cuori crepitavano come legna secca al fuoco.
Ma a sera, triste e dolce, tornai più fedele,
Meno gioioso e più calmo, ch’avevo dentro al cuore
Il fermento sconosciuto dei dolori divini
Con cui tu sai domare gli schiavi ribelli:
I campi lontani lasciavano svolazzi nell’oblio
Tra fuochi brillanti sulle alte montagne,
Un riposo virgiliano accarezzava i campi
E io mi sentivo puro, il male annientato.
I miti antichi in cui avevi creato il tuo Impero
Palpitavano nella mia carne con vaga sorpresa;
Avrei voluto morire di un bacio nel momento
Di quella sera mesta e dolce come l’inizio di un delirio!
Per ciò mi trovo qui, in lacrime ai tuoi piedi,
Ai tuoi piedi più setosi dell’ala di una colomba,
Per offrirti il mio cuore come una coppa cadente
Satolla dei frutti vermigli raccolti dal pastore.
E ti offro le mie grida, i miei sogni, la mia supplica,
Deboli lamenti d’amore in baci di sillabe,
Sogni infantili simili al cielo roseo
E la mia bocca umida per proferire questi inni!
*
Innocenza
Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa,
I nostri cuori bambini han spiegato le ali,
Sogni confusi, ignari d’ogni nevrosi,
Li han fatti tremare come tortorelle;
Sugli occhi addormentati, sulle manine richiuse,
La lampada notturna ha posato il suo chiarore,
E sulle labbra inebriate da una preghiera pia,
I nostri piccoli cuori bambini sanno che Dio li chiama.
A momenti, come il suono di una viola lontana,
Che vibra sulla pace di candide visioni,
Un brivido, un sospiro infantile si diffonde
Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa.
*
Schoolboy
Era un liceo vecchio e cupo,
Mi ricordo, e come mi ricordo…
Nei miei occhi calarono le ombre,
La prima volta che vi entrai,
Il direttore era austero e duro,
Mi pareva un Dio,
E quando dovetti dire addio,
Separandomi dalla mamma,
Il mio cuore bambino non osò
Gridare dolore né incertezza,
Proseguii da solo sul selciato,
Fra ricordi di antiche carezze.
Un ragazzino mi condusse in aula,
Tutti a fissare il novizio,
Credendolo un vitellino,
E da solo trovai un posto.
Aprii un libro a caso,
Sentendo ronzare nella testa,
I giorni andati, come tamburi,
Che mi cantavano il caro abbandono.
Rivedevo la casa serrata,
Il grande sole la riscaldava,
E il giardino tremante
Di uccelli, insetti e rose.
Allora, non appena una lacrima
Stillò lungo il viso,
Per evitare scherni
E risate sulla mia tristezza,
Cercai qualcosa da scrivere
Laggiù, alla mia cara mamma,
Da scrivere a singhiozzi,
Che mi annoio senza il suo sorriso!
*Le traduzioni delle poesie in calce sono di Pierluigi Piscopo. Per le citazioni
dalle opere restanti, si fa riferimento al romanzo di Roger Peyrefitte e ai
volumi su Jacques Fersen indicati in bibliografia.
Bibliografia consigliata:
J. Fersen, Amori et dolori sacrum, La Conchiglia, Capri 1990 (prefazione di
Roger Peyrefitte).
F. Esposito, I misteri di villa Lysis. Testamento e morte del barone Jacques
Fersen, La Conchiglia, Capri 1996.
R. Ciuni, I peccati di Capri, Longanesi, Milano 1998.
J. Fersen, E il fuoco si spense sul mare…, La Conchiglia, Capri 2005.
AA. VV., À la jeunesse d’amour. Villa Lysis a Capri: 1905-2005, La Conchiglia,
Capri 2005.
T.M. Pellicanò, Villa Lysis, Abrabooks, 2021.
C.M. d’Ambrosìa, Nino, il sole di Roma, la luna di Capri. Vita reale ed
immaginata di Nino Cesarini, La Conchiglia, Capri 2023.
*In copertina: Jacques d’Adelswärd-Fersen nel 1901
--------------------------------------------------------------------------------
[1] https://laconchigliacapri.it/prodotto/lesule-di-capri-2/
[2] https://caprinews.it/?p=22986
[3] Philip J., Pourriture, in «L’Aurore», 14 luglio 1904, p. 1.
[4]https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/agata/jacques-d-adelswaerd-fersen-la-cospirazione-delle-sirene.html
[5] https://www.pendragon.it/catalogo/narrativa-1/linferno/lord-lyllian-detail.html
[6] https://isoladicapriportal.com/norman-douglas-alla-scoperta-di-capri/
[7] https://isoladicapriportal.com/compton-mackenzie-luomo-che-amava-le-isole/
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