Osservo la mascella definita della Me Virtuale, delineata e squadrata come i
lati di uno smartphone. Forse lei sarebbe capace di riconquistare Elia. Ha
sempre qualcosa di interessante entusiasmante esaltante da mostrare sotto la
luce giusta di un book café o della golden hour, mentre io sono una massa
informe sbiadita, un eccesso sbrodolante di culotte de cheval e ore sprecate a
lasciar marcire il cervello tra lenzuola stantie.
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Il mare si era ritirato e non si sapeva dove. Forse in un buco laggiù, al largo.
E da lì se ne era sceso nelle viscere della Terra, sparendo come l’acqua nello
scarico di un lavandino. Tutte le anime viventi di C. aspettavano il suo ritorno
ormai da giorni, ripetendo tra le labbra che era una disgrazia di proporzioni
gigantesche e che inginocchiarsi davanti a qualche candela, con le mani giunte,
stavolta sarebbe stato inutile. Nessuno lo aveva mai detto ad alta voce, ma il
mare a C. contava più del tizio messo in croce.
L a forma breve detta altrimenti racconto è per Lydia Davis in realtà una
strategia per arrivare a una scrittura automatica, un flusso unico, compatto e
continuo in grado di celebrare ogni singolo momento dell’esistenza, facendo
rilucere la quotidianità, anche quella considerata a torto spesso banale o
ovvia. La scrittura come un momento capace di dare corpo a una scia luminosa,
essenziale, rapida e mistica, ma soprattutto esistenzialmente fondamentale per
comprendere i chiaroscuri della vita e le sue inevitabili incertezze. Associata
alla scuola del minimalismo, Lydia Davis è ancora poco nota in Italia nonostante
gli sforzi di Rizzoli, Minimum Fax e ora di Mondadori che manda in libreria in
questi giorni ‒ dopo Osservazione sulle faccende domestiche (2022) ‒, I nostri
estranei, una raccolta uscita originariamente negli Stati Uniti nel 2023 e qui
tradotta splendidamente (come sempre) da Gioia Guerzoni.
Lydia Davis sconta la diffidenza e spesso più facilmente l’indifferenza dei
lettori che da sempre ‒ regola aura dell’editoria ‒ appaiono più attirati dalla
forma romanzo che dalla forma racconto. Un dato che in parte vive in
contraddizione con i tempi attuali che dettano in continuazione velocità e
rapidità e che in generale vedrebbero così favorita la forma breve alla forma
lunga. Ma probabilmente l’insicurezza unita all’ambizione a cogliere e
immergersi nella grande opera predispongono chi legge a imbarcarsi più
favorevolmente per un lungo viaggio che per una breve gita come sono spesso le
storie e le storielle (in senso tutt’altro che dispregiativo) che condiscono e
illuminano i libri di Davis. Racconti che spesso sono fatti di poche righe,
impressioni dettate sulla pagina che nascono da un momento rapido, da uno
sguardo abbagliato e incantato che fa resistere l’attimo e il suo accadere
espandendolo così nel fondo della memoria dei suoi lettori. Basta molto poco a
Lydia Davis per far accadere una storia su una pagina, ma oltre il racconto che
di volta in volta si pone davanti agli occhi è l’opera che appare di una
straordinaria compattezza. Sostanzialmente un unico lunghissimo racconto, un
oggetto letterario monumentale che ha la forma ultima e critica
dell’autobiografia di una scrittrice al lavoro, anzi nel mentre del suo lavoro.
> I racconti di Davis spesso sono fatti di poche righe, impressioni dettate
> sulla pagina che nascono da un momento rapido, da uno sguardo abbagliato e
> incantato che fa resistere l’attimo e il suo accadere espandendolo così nel
> fondo della memoria dei suoi lettori.
Vista in tutta la sua interezza ‒ e forse varrebbe proprio di pensare un unico
volume fisico per tutti i suoi racconti ‒ l’opera di Lydia Davis appare come un
infinito flusso in continua evoluzione dentro cui zampilla e saltella un allegro
e musicale movimento d’onde che dà corpo a una ultracontemporanea e al tempo
stesso attualissima Antologia di Spoon River. Davis infatti riesce a giocare
brillantemente e coraggiosamente ‒ come pochissimi ‒ tra attualità e
contemporaneità mischiando abilmente i piani e restituendo al lettore una
sensazione di leggerezza là dove il discorso può facilmente assumere i toni e la
forma di un dramma, magari solo accennato, ma ben visibile nella possibilità di
un imminente accadimento. L’attesa è un elemento fondamentale della narrazione
di Lydia Davis: tutto potrebbe avvenire oltre l’ultima pagina data, una forma di
suspence non strategica, ma che vive dell’essenza delle cose, del loro naturale
accadere e agire. E da questo punto di vista l’influenza di Samuel Beckett è
percepibile in più di un racconto come una presenza di fondo che definisce le
tonalità narrative dei suoi scritti: “L’uomo acconsente, lo sconosciuto fa una
chiamata. L’uomo chiede allo sconosciuto se può venire in sinagoga. Serve un
altro uomo per raggiungere il minia. Lo sconosciuto accetta e rimane per quasi
tutta la funzione”. Così come fanno capolino situazioni metaletterarie: “A
Detroit, mentre aspettavo in coda, ho conosciuto una donna che si è rivelata
essere la figlia dell’editore di Samuel Beckett, Barney Rosset”.
> L’opera di Lydia Davis appare come un infinito flusso in continua evoluzione
> dentro cui zampilla e saltella un allegro e musicale movimento d’onde che dà
> corpo a una ultracontemporanea e al tempo stesso attualissima Antologia di
> Spoon River.
In particolare I nostri estranei offe un’irremovibile convinzione nella forma
letteraria pura capace proprio per questo di sfondare le pareti ‒ speso sterili
‒ della narrativa per invadere la strada, per tornare là dove gli eventi
accadono in continuazione, ma sempre senza il bisogno e la necessità di
riferirli se non in forma di telegrafica ovvietà. Il movimento proposto da Lydia
Davis è quello di un’attesa che possa illustrare non i fatti, ma la forma mobile
dello sguardo e della voce narrante, al punto che i suoi racconti alternano la
narrazione al punto di vista dell’autrice che risulta così uscire
improvvisamente dal ruolo di narratrice per divenire direttamente protagonista
di una vicenda, magari minima, ma che definisce un’interpunzione utile ad
accelerare o a rallentare quella che a tutti gli effetti appare come una
proiezione continua.
Il movimento che l’autrice impone ai suoi lettori è quasi cinematografico, una
sorta di piano sequenza warholiano in cui tutto quello che può accadere sta già
accadendo in quell’unico e dunque preciso istante. Un mentre che si posizione
perfettamente davanti agli occhi dello spettatore/lettore, senza però che vi sia
mai la necessità di mettere l’evento in evidenza, sottolineandolo o delineandolo
all’interno di una narrazione di particolare straordinarietà. Tutto per Davis
vive al medesimo stadio d’importanza: “quella nota sarebbe rimasta completamente
isolata nello spazio, al centro dell’attenzione di tutti coloro che ascoltavano,
isolata come qualsiasi altro suono che avresti emesso, e avrebbe riecheggiato
nella vastità della chiesa con tuo grande imbarazzo”.
> I nostri estranei alterna narrazioni lunghe, a forme più diradate, quasi degli
> haiku. Intervengono nel mentre ballate e incisive poesie narrative che
> espandono il loro senso fino a offrirlo al successivo racconto, come in una
> ritmica dall’armonia totalmente jazzistica.
Una forma che vive tranquillamente quale elemento sconosciuto la cui visibilità
e presenza è data solo dalla pretesa e voluta solitudine, come un’ombra cinese
la cui profondità non è data dalla temperatura del colore, ma dallo scambio tra
luce e buio. Un icastico imbarazzo attraversa i protagonisti dei racconti di
Lydia Davis che fanno così (sorprendentemente) capolino nelle singole memorie
esistenziali di ogni lettore. Là dove la letteratura diventa sì indagine, ma
anche memoria, un vero sistema organizzato capace ‒ sempre senza citare mai
esplicitamente ‒ di rimembrare come una percezione intima un passato privato che
diviene in questo modo autobiografia comune.
I nostri estranei alterna narrazioni lunghe, a forme più diradate, quasi degli
haiku. Intervengono nel mentre ballate e incisive poesie narrative che espandono
il loro senso fino a offrirlo al successivo racconto, come in una ritmica
dall’armonia totalmente jazzistica. Minute che riportano alla letteratura di
Robert Walser, da sempre un riferimento per Davis, dentro cui a guidare è la
lingua prima della trama. È nell’essere ferma, istantanea che si definisce
infatti la cifra della scrittrice americana, in particolare in questa ultima
raccolta in parte criticata proprio perché sembra non andare oltre l’abituale e
confortevole giardino che da sempre Davis offre ai suoi lettori. Ma forse la
direzione da ricercare non è nel movimento, ma in quel non movimento che offre
una fotografia diretta della vita come della morte e del guaio che è riuscire a
far tornare ‒ da bambini come da vecchi ‒ tutti i conti.
L'articolo I nostri estranei di Lydia Davis proviene da Il Tascabile.
Ripara l’irreparabile. Una miniserie pubblicitaria di Lucia Manetti svela i
trucchi del marketing in letteratura
S torie di un secolo ulteriore di Andrea Inglese (2024) è una raccolta di
scenari fulminanti, paradossali, di biografie espressioniste e irrisolte; ha il
sapore del reading e della performance, e una vocazione teatrale e partecipativa
che obbliga chi legge a continue inferenze per dare un senso, o anche solo un
ordine, agli eventi. Eppure queste storie senza trama, senza dialoghi e a volte
persino senza personaggi non risultano mai veramente incomprensibili, in un modo
che ci lascia attoniti: com’è possibile che nel teatro dell’assurdo messo in
scena da Inglese emerga non solo una logica, ma addirittura in alcuni casi
un’ovvietà? Come fanno le sue storie, lontanissime da una forma narrativa
classica, volutamente così prive di linearità, a risultarci così evidenti?
L’effetto, costante e quasi nauseante, di appaesamento – il contrario di
straniamento, come l’ha giustamente definito Ezio Partesana – è dovuto in gran
parte alla tecnica ormai molto raffinata della prosa di Inglese di ricorrere
all’utilizzo di frasi fatte ed espressioni quotidiane in contesti inconsueti.
Alle frasi fatte è persino dedicata una storia intera – la “Storia delle frasi
fatte” – in cui il canonico problema degli “otto miliardi di bocche” da sfamare
consiste nel riempirle non di cibo, bensì di parole.
Se in Stralunati (2022) Inglese prendeva di mira l’alienazione prodotta
soprattutto dal mondo del lavoro, proseguendo il filone inaugurato con La vita
adulta (2021), qui la critica si fa ancora più profonda, esistenziale. Nella
“Storia del giro”, che apre la raccolta, va in scena una sorta di gara senza
scopo – una corsa forsennata a “entrare nel giro”, appunto, nella piena
ambivalenza di giro come “circuito” e come “comunità ristretta di persone” – che
però in qualche modo è “l’unica possibile”, in cui bisogna “accelerare” per non
perdere terreno malgrado la meta non sia nota né in vista. Un’urgenza che fa il
paio con quella della “Storia con cadaveri”, dove persino morire è “solo un modo
come un altro di portarsi avanti”.
> Com’è possibile che nel teatro dell’assurdo messo in scena da Inglese emerga
> non solo una logica, ma addirittura in alcuni casi un’ovvietà?
In un mondo ormai privo di punti di riferimento, dove il risultato di un lavoro
alienante e di relazioni altrettanto alienanti è l’alienazione definitiva da sé
stessi, l’unico appiglio che resta – sembra dirci Inglese – è la broda calda e
rassicurante dei luoghi comuni, baluardo finale contro il Nulla che avanza. Di
fronte alla prospettiva della perdita di qualunque significato, le parole, anche
le più trite e banali, diventano allora bene primario da custodire gelosamente,
necessarie per sopravvivere, soprattutto per quelli che “non sanno bene cosa
dire” – ovvero gli apocalittici, i ribelli, i sognatori lucidi delle lande
oniriche – e rischiano di rimanere esclusi persino dalle ultime, astruse forme
di comunione con l’altro.
È per questo che, proprio nelle descrizioni dei personaggi più improbabili e
nelle situazioni dove il filo che lega l’uno all’altro gli eventi narrati è più
esile e vago, vediamo fare capolino il fraseggiare incolore dei nostri scambi
formali, dal sapore giornalistico e rassicurante – come se la stranezza del
contesto non facesse altro che rendere ancora più imperativa la necessità di
conforto. Ma l’appaesamento della prosa di Inglese non è mai davvero
consolatorio. Anzi, al contrario, costituisce in realtà un feroce atto d’accusa
ai propri lettori: quanto spesso la nostra ricerca di senso e verità è disposta
a bearsi arenata nell’alveo placido del già noto?
La “Storia di Luigi Rinaldo” è a suo modo emblematica di questa dinamica. Luigi
Rinaldo, il protagonista, viene trattato dagli altri con rispetto, se non
proprio deferenza, nonostante “capita che sporchi molto in giro” – “ma non
sempre questo accade”, puntualizza Inglese, “non c’è una regola chiara in
proposito”. Rinaldo, come molti protagonisti delle Storie, è un enigma vivente:
non agisce secondo pattern riconoscibili, e non sembra avere alcuna aspirazione
all’intelligibilità. Proprio per questo viene lasciato stare dalle persone che
lo circondano, disposte a sopportare qualsiasi stranezza pur di non mettere in
discussione i propri, di pattern. Rinaldo ricorda da vicino il Bartleby di
Melville: una figura che con il suo “I would prefer not to” incarna la normalità
impossibile nel moderno, represso e civilizzato mondo, e che più di ogni altra
può aiutarci a capire la realtà potenziata, “ulteriore”, di Inglese. Come nel
racconto di Melville, è Luigi Rinaldo “che deve essere spiegato”, ed è la sua
stessa esistenza, o meglio, la possibilità stessa di un’esistenza come la sua, a
dover trovare una giustificazione in una società che non accetta più che si
voglia uscire dalla frenesia dei suoi giri.
> L’appaesamento di Inglese non è mai consolatorio, anzi costituisce un feroce
> atto d’accusa: quanto spesso la nostra ricerca di senso e verità è disposta a
> arenarsi nell’alveo placido del già noto?
Il debito con Melville d’altra parte è dichiarato esplicitamente in la “Storia
con balena o baleniera”, dove il bivio che il protagonista si trova davanti –
far parte dell’umanità carnefice, anche solo come bassa manovalanza, o tentare
la strada dell’indipendenza e della libertà pagandone il prezzo salatissimo – è
lo stesso bivio in cui siamo incastrati anche noi in ogni scelta quotidiana: un
gioco a somma zero in cui è impossibile vincere, dove ognuno vorrebbe soltanto
“un metro cubo di presente dentro cui infilare la testa, come una resina tiepida
e traslucida, dove respirare è un incanto”.
I personaggi di Inglese lo dicono spesso, “I would prefer not to”: si ammazzano
“con atteggiamento, diciamo, costruttivo”, e smettono di vivere perché “bisogna
pur passare a qualcosa d’altro”. La resistenza per sottrazione è per molti dei
protagonisti – uomini, donne, e in un caso bambini – l’unica strada possibile.
Lungi dall’essere semplice rinuncia, la sua potenza è tale da far detonare la
realtà stessa, infrangendo la patina di sensatezza preservata dai suoi luoghi
comuni e portandosi dietro le reti di relazioni e gerarchie sociali che la
compongono.
Ma si tratta pur sempre di una resistenza stanca, frustrata, in cui pesa “tutta
la fatica di un terrorismo portato avanti con generosità dilettantesca”. Le idee
che la animano, le nostre idee, sono interessanti, ma “non sono di grande
utilità”: condannati a un’attesa perenne – di un segnale, di un cambiamento, di
una fine, anche, se necessario – intanto “corriamo qua e là, come spinti da
convincimento, diamo fondo a tutte le motivazioni che abbiamo, facciamo la
nostra parte”, “spinti dalle piccole, medie e grandi cose”. Interpelliamo gli
esperti, che però ci dissuadono dalla possibilità di un intervento efficace –
capace di scongiurare o fermare una guerra, ad esempio – e ci invitano, nel nome
della complessità (“più le cose sono spiacevoli più è probabile che siano
complicate”), ad arrotolare i nostri manifesti, ad avvolgere i nostri
striscioni, e ad andare a casa.
Ci sono molti divieti, nelle Storie, d’ispirazione per lo più kafkiana, e ci
sono mostri, ammesso che esistano davvero e non siano “delle semplici
rappresentazioni morali di noi stessi, quando facciamo il male” in qualità di
poveri disgraziati, persone “male in arnese”, o letteralmente richiedenti asilo.
Gli scenari includono di frequente folle confusionarie, che premono e irrompono
all’interno di scenografie metafisiche. Gli incontri lasciano una sensazione di
sfasamento, di incomprensione, se non proprio di incomunicabilità.
> La freddezza, la distanza, e in sintesi la perdita di umanità emergono a ogni
> pagina come tema dominante, fulcro di tutta la raccolta.
Ci sono anche alcuni pallini ricorrenti della produzione di Inglese. Ad esempio,
una delle storie di più ampio respiro è dedicata al grottesco e violento mondo
del lavoro, dove setting e incarico – il “selezionatore di emozioni” – sono,
come sempre, assurdi. O a un’altra delle sue grandi passioni, l’assemblea di
condominio, in cui, come in Stralunati, prevalgono “l’urgenza, e il carattere
inspiegabile” della riunione, che dopo poche righe rivela la sua natura
ballardiana e feroce.
Sono storie di isolamento, come la “Storia con il pesce siluro”, dove ciascuno
ha un motivo di preoccupazione preponderante slegato dagli altri, o come la
“Storia di Nirsina”, ossessionata da “la musica originale, la musica vera,
quella corretta” di un video di TikTok visto per caso, specchio del nostro
tentativo di cercare, in questo o quel dettaglio del mondo che ci circonda, la
chiave di volta della realtà. Ma la verità è che “non è chiaro quali siano le
cose da appurare”, quale sia il focus su cui vale la pena fermare la nostra
attenzione; non resta che “rimandare bilanci e conclusioni”, e “dormirci sopra
la notte”. In generale, ogni elemento delle Storie – ambienti e persone – si
muove freddo come un oggetto meccanico condannato a un moto perpetuo. La
freddezza, la distanza, e in sintesi la perdita di umanità emergono a ogni
pagina come tema dominante, fulcro di tutta la raccolta.
Nella “Storia della perduta umanità” il perturbante accennato negli altri quadri
si erge con chiarezza al centro della scena, rivelando infine la natura del
disagio provocato dall’appaesamento: “Non siamo più umani da un bel pezzo, e non
c’è niente di cui vergognarsi”. Non fraintendiamoci, “siamo rimasti tipi attivi,
soprattutto da giovani. Siamo capaci di combinare una gran varietà di cose” e
“raramente stiamo con le mani in mano”; ma non siamo più esseri umani, almeno
non “per un sufficiente lasso di tempo”. E in questo “secolo ulteriore”,
post-umano, in cui “avidità e amore non sono per forza spinte opposte e
inconciliabili” e il senso della vita è ridotto a un “groppo inespresso […]
denso, scuro e leggermente rumoroso”, l’ultimo e inevitabile destino comune è
quello di scomparire, malgrado la semplicità e la bellezza del “progetto
originale”: “stare assieme il più tempo possibile”.
L'articolo Storie di un secolo ulteriore di Andrea Inglese proviene da Il
Tascabile.
Aleteon interpretava questa sua trasformazione come il più alto cammino sacro
che un cittadino su Azatos possa compiere, quello di cui parlano i
medici-sacerdoti, il potenziamento umano nella sua più perfetta forma, dove
oltre l’ibrido duale del cyborg nasca quello che chiamavano Xenorg, che
travalica gli spazi definiti di ogni categoria.
Immergiti nel nuovo numero di Neutopia come se fosse una foresta inesplorata
I miei amici vanno fuori di testa uno dopo l’altro e io sono dentro l’onda che
non si può fermare. Mi chiedo il perché, ma non c’è. Perché non c’è mai un
perché?
I testi di Roberto Bolaño fino a oggi pressoché inediti in italiano e che da
qualche giorno è possibile leggere nell’edizione dei racconti completi (Tutti i
racconti) pubblicata da Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani, sono
apparsi, fatta eccezione per “Il contorno dell’occhio (Diario dell’ufficiale
cinese Chen Huo Deng, 1980)”, per la prima volta in Spagna nel 2007, tre anni
dopo il capitale 2666 e quattro anni dopo la morte del loro autore. Stando alla
testimonianza di Ignacio Echevarría, amico e all’epoca agente di Bolaño, sono i
racconti a cui lo scrittore cileno lavorò negli ultimi anni della sua vita. La
cartella in cui quasi tutti sono stati ritrovati portava la dicitura “BAIRES”.
Spesso, quando ci si avvicina al materiale ritrovato di un morto illustre,
capita di trovarsi di fronte a “bozzetti, tentativi, esercizi segreti” condotti
“in una stanza buia e sconosciuta”, simili alle creazioni del poeta Ponç Altés
evocato in “Il provocatore”, che per una frazione di secondo fanno la loro
comparsa, per poi ripiombare con un passo di danza nel nulla. Fossili, resti di
un’era perduta di cui non si potrà mai cogliere la totalità. Eppure i racconti
del Segreto del male ‒ questo il titolo scelto per l’edizione del 2007 ‒,
sembrano possedere un valore nuovo, ulteriore, diverso da quello di una
confortevole familiarità, rispetto a quanto già letto, e arrivano ancora una
volta a smentire la convinzione diffusa secondo cui i racconti di Bolaño nella
maggior parte dei casi non siano altro che studi periferici, manovre di
avvicinamento, esercizi preparatori a un nucleo romanzesco ben più solido e
decisivo. Se non si considera la totalità del lavoro dello scrittore cileno come
un progetto di superamento e ridefinizione della forma, non si può capire che ci
si trova di fronte a un movimento niente affatto concentrico, ma eccentrico
all’ennesima potenza, frutto di una volontà deliberata e vitale.
Nella letteratura di Roberto Bolaño, quanto appare incompiuto non lo è mai
davvero. Quanto sembra doppio in realtà è ossessivo. Basterebbe confrontare le
coppie cardinali che è possibile identificare nel complesso dell’opera per
rendersene conto. La nouvelle Amuleto non è solo l’espansione di un capitolo dei
Detective selvaggi; Stella distante non è la voce dedicata a Carlos Wieder in La
letteratura nazista in America in scala aumentata; il racconto “Muscoli” non è
un bozzetto di Un romanzetto lumpen; la biografia di Amalfitano di cui si legge
in 2666 differisce per larghi tratti da quella dell’Amalfitano dei Dispiaceri
del vero poliziotto, eccetera. Si tratta di formulare una teoria dell’orrore
basata su due fattori: la necessità dell’incompiutezza e la tracciabilità dei
movimenti del tempo tra le cose, delle cose nel tempo.
> Se non si considera la totalità del lavoro dello scrittore cileno come un
> progetto di superamento e ridefinizione della forma, non si può capire che ci
> si trova di fronte a un movimento niente affatto concentrico, ma eccentrico
> all’ennesima potenza, frutto di una volontà deliberata e vitale.
In Il segreto del male la questione dell’incompiutezza è quanto mai cruciale. Si
potrebbe dire, usando le parole di Echevarría, che in questi testi è più che mai
evidente la ricerca di una poetica dell’incompiutezza, in cui “il sopraggiungere
dell’orrore determina la fine del racconto, o forse”, in maniera ancora più
sottile, “è l’interruzione repentina del racconto a suggerire al lettore
l’imminenza dell’orrore”. È il caso di “I delitti”, perfido meccanismo
hitchcockiano, o della title track “Il segreto del male”, i cui protagonisti,
entrambi giornalisti, si ritrovano sul ciglio di una rivelazione irrealizzata. A
chi legge, naturalmente, non è dato sapere. E non è detto che l’autore ne sappia
di più, anche se su questo, stando alle numerose testimonianze che parlano di
Bolaño come di un autore ben consapevole della geografia interna, delle piste,
delle deviazioni e dei vicoli ciechi del proprio lavoro, è lecito nutrire dei
dubbi.
Ciò che in questi racconti suona nuovo, per così dire, è un’aria di presagio, un
presagio originario e al tempo stesso un ultimo presagio, come se lo scrittore,
mentre vi lavorava, non facesse che ripetersi i versi che si leggono in una
delle sue Poesie perdute: “Cerca di non dormire, Roberto… Anche se il sonno ti
chiude / le palpebre, cerca di non dormire… Ricorda immagini felici”. Arrivato
alla fine, quel presagio è tutto ciò gli resta, tutto ciò che ha mai avuto.
Ecco, quindi, che da questa prospettiva i testi del Segreto del male sembrano
produrre una deviazione, un movimento di scarto, quasi la distanza tra Bolaño e
la materia della sua letteratura, tra il mondo a parte di 2666 e le antiche
ossessioni riguardanti la generazione perduta dei latinoamericani, negli ultimi
anni, si sia fatta più ampia e difficile da colmare.
> Ciò che in questi racconti suona nuovo, per così dire, è un’aria di presagio,
> un presagio originario e al tempo stesso un ultimo presagio. Arrivato alla
> fine, quel presagio è tutto ciò gli resta, tutto ciò che ha mai avuto.
Del vasto universo poetico e geografico dei Detective selvaggi non rimane che
un’ombra, l’ultima, la Northern star, l’ombra fraterna di Ulises Lima, eteronimo
di Mario Santiago Papasquiaro, anima del movimento infrarealista messicano, che
nel Segreto del male vediamo apparire due volte, entrambe essenziali per la
comprensione di questi testi: una nel racconto di apertura “Il vecchio della
montagna”, in cui la falsa notizia della morte di William Burroughs risuona come
il solco lasciato da una profezia nelle vite di due amici, unite da un legame
indissolubile, ma sempre più distanti l’una dall’altra; la seconda, un pugno di
pagine più avanti, in “Morte di Ulises”, in cui l’ormai invecchiato Arturo
Belano, un uomo che perde i capelli e che è diventato un noto scrittore, dopo
molti anni torna a Città del Messico e si reca all’ultimo domicilio conosciuto
di Ulises Lima. Lo trova vuoto. Quello che segue ha i connotati di un sogno o di
una danza sull’orlo di una rissa: nell’appartamento accanto a quello a cui
Belano ha bussato invano vivono tre ragazzi, tre musicisti attaccabrighe, che
dicono di essere gli ultimi discepoli di Lima e gli raccontano i suoi ultimi
anni di vita, un resoconto in cui “i bar e le stanze dove Ulises Lima si è
sentito male e ha vomitato” sono “i diversi volumi della sua opera omnia”.
“La mia proposta letteraria ha un legame diretto con la mia vita. La mia
proposta letteraria è la mia vita” dice Bolaño in un’intervista. E aggiunge: “La
proposta letteraria, la poesia del poeta, è il poeta stesso. Sempre”. Se si
tengono a mente queste parole, forse è possibile collocare i racconti del
Segreto del male in uno spazio liminale, distinto dal resto della sua produzione
per un dettaglio quasi impercettibile. Nella prefazione all’edizione spagnola
dei Cuentos completos, Lina Meruane annota: “ciò che ora la inquieta è la
reiterazione [nell’intera opera di Bolaño] della stessa locuzione, triste e
minacciosa. ‘Non lo rivide mai più’, ‘Non ci saremmo più rivisti’, ‘Non ci
rivedremo mai più’, ‘Come se non dovessero mai più rivedersi’”. Meruane si
domanda:
> Perché un autore dalle così ampie risorse stilistiche e strutturali, dalla
> retorica così disinvolta e limpida, dall’immaginazione così debordante, ripete
> così tante volte questa frase? Non può trattarsi di una svista o di
> un’abitudine formulare, bensì di un volontario gesto di addio da qualcuno che
> si è perduto lungo il cammino o del desiderio di rievocare amici, scrittori,
> nemici, amanti, poeti del passato incrociati lungo la strada, figure che gli
> hanno lasciato una ferita nella memoria. In quei ‘mai più’ pulsa qualcosa che
> resiste alla scomparsa.
L’appunto di Meruane è sorprendente, acuto ed esatto, ma è una sorpresa scoprire
che negli ultimi racconti che Bolaño scrisse prima di morire l’espressione “mai
più” compare una volta sola (un figlio realizza che non vedrà più suo padre).
Eppure i temi sono gli stessi di sempre: l’amore, la violenza privata, la
violenza collettiva, la miseria, luminosa ma pur sempre derelitta, della
letteratura, l’orrore, o meglio le sue numerose prefigurazioni. Che ne è stato,
dunque, di quei “mai più” lanciati come sassi destinati ad allontanarsi sempre
di più, a compiere traiettorie eterne nel futuro? Sotto questa luce, una luce
autoptica e macabra, il Segreto del male, nella sua indubitabile unità, somiglia
a una rinuncia all’eternità o forse, più precisamente, a un tentativo di fuga
dal paese delle ultime volte. È come se, all’improvviso, le cose abbiano smesso
di finire e abbiano iniziato a ripetersi.
Di ripetizioni, ritorni, fantasmi del possibile, l’ultima produzione di Bolaño è
piena. Basti pensare a “Labirinto”, senza dubbio il racconto più bello
dell’intera sezione, in cui i movimenti degli occhi di un osservatore e i
mutamenti della luce sono sufficienti ad animare una fotografia in cui posano
Jacques Henric, Jean-Joseph Goux, Philippe Sollers, Julia Kristeva,
Marie-Thérèse Réveillé, Pierre Guyotat e Marc e Carla Devade. Il risultato è un
movimento irreale e al tempo stesso concreto, in cui i soggetti della foto,
“creature letterarie”, vengono baciati sulle labbra dalla letteratura senza che
se ne accorgano, e, senza mai spostarsi, deambulano nella Parigi delle loro
vite, negli interni domestici delle loro vite, nelle passioni delle loro vite,
come all’interno di un diorama animato.
> Il Segreto del male, nella sua indubitabile unità, somiglia a una rinuncia
> all’eternità o forse, più precisamente, a un tentativo di fuga dal paese delle
> ultime volte. È come se, all’improvviso, le cose abbiano smesso di finire e
> abbiano iniziato a ripetersi.
Altre forme di ripetizione si ritrovano nei due testi intitolati “I Giorni del
Caos” e “Non so leggere”, in cui il narratore, parlando di alcuni episodi
capitati a suo figlio, ha l’impressione di averli già vissuti. Ad esempio,
quando riceve una telefonata da Berlino in cui gli viene detto che suo figlio
non si trova più, che è scomparso insieme a un amico. Il narratore si mette in
viaggio, arriva nella capitale tedesca e dopo una notte di vane ricerche si
siede e realizza che suo figlio ha quindici anni, la stessa età di quando lui,
trentacinque anni prima, si è lasciato alle spalle il Cile per cominciare la sua
vera vita in Messico. Qualcosa di simile accade in “Non so leggere”: un giorno,
dopo una mattinata in piscina a cui il narratore non ha preso parte, sua moglie
gli racconta che dal nulla il loro figlio si è accostato al bordo dell’acqua e
si è messo a orinare davanti a tutti. Quella notte il narratore fa un sogno:
> sognai mio figlio circondato da quel paesaggio che era stato il mio paesaggio,
> il paesaggio atroce dei miei vent’anni, e qualcosa nel suo atteggiamento
> divenne comprensibile. Se mi avessero ammazzato in Cile nel 1973 o all’inizio
> del 1974, lui non sarebbe nato, e orinare dal bordo della piscina, come se
> stesse dormendo o di colpo si fosse messo a sognare, equivaleva a riconoscere,
> attraverso un gesto il fatto e la sua ombra: essere nato e la possibilità di
> non essere nato, essere al mondo e la possibilità di non esserci. Nel sogno
> capii che quando Lautaro aveva fatto pipì nella piscina stava anche sognando,
> e capii che io non avrei mai potuto avvicinarmi al suo sogno ma che sarei
> sempre stato al suo fianco. E appena mi svegliai mi ricordai che da bambino
> una notte mi ero alzato e avevo orinato a lungo dentro l’armadio di mia
> sorella. Ma io ero un bambino sonnambulo e Lautaro, per fortuna, non lo è.
L’impressione, una volta terminati questi racconti, è di aver instaurato un
nuovo rapporto non solo con la letteratura di Roberto Bolaño, ma con il tempo
stesso, di prendere parte a una visione del tempo utopica, stavolta non
letteraria ma biologica, se di biologia si può parlare quando si ragiona di
fantasmi, alla luce della quale chiedersi se altri testi mai letti salteranno
fuori o se l’archivio da oggi chiuderà per sempre. Forse non ha importanza.
Anche senza nuove scoperte, l’opera di Bolaño, come è nella sua natura,
continuerà a espandersi e a irradiare le vite di coloro che ne sono stati
toccati.
Nell’ultimo racconto del Segreto del male, il narratore dice: “Una sera, quando
avevo vent’anni ed ero un giovane sensibile, in una pensione del Guatemala,
sentii due uomini parlare nella stanza accanto”. Anche se non siamo mai stati in
Guatemala e se di anni adesso ne abbiamo il doppio, di là dalla parete, di tanto
in tanto, ci capita di sentirli ancora. È questo, siamo d’accordo, è miracoloso.
L'articolo La mia proposta letteraria è la mia vita proviene da Il Tascabile.
Sono partita con l’intento preciso di tagliare il cordone ombelicale con tutto
ciò che significhi, dentro di me e fuori, paese. Per non essere appunto come
quei pescatori nazionalisti di Francia, che continuano a vantare come secondo
lago più grande della nazione quella pozza salmastra dell’Etang de Thau in cui
gettano gli ami senza tirar su granché.