I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine
sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per
diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk,
iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si
sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per
quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie
Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath
sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano
attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i
temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non
viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.
Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice.
Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la
riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni,
segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata
per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con
la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero
è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare
con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva
valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo
delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a
nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto
decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono
temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di
una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora
luoghi, persone e apparati simbolici.
Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha
cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e
investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un
valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi
locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche
pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi.
L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di
un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi
benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria
differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa
possibile.
Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti
percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura,
l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno
successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista
dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e
tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico
internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa
rappresentare la famiglia.
> L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi
> dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che
> lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e
trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città
possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita
collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una
risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di
sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la
commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come
unico.
Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di
attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta
ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione
urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare
spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili.
Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante
con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per
consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo.
La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella
stessa identità scaturiva.
Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione
della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza
fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo
contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo
spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non
coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva
campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che
se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare
la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”.
Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il
bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative
rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare
quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere
sostegno.
Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale,
mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo
esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del
mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare
l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la
possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato,
inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali
attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui,
nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli
abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non
previsti.
> La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto
> come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso
l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa
una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi
permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di
sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città
poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole
proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e
rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il
contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo
piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città
alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un
intralcio amministrativo.
Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si
intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto
aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio
sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a
praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella
programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione
di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva
della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di
chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai
corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha
costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla.
Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha
interrotto, senza esaurirle.
Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia
di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via
Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti,
una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e
concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che
trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le
attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo
aveva la forma della quotidianità.
> L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava
> di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di
> verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole
> elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione
Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro
e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del
quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che
meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire,
adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di
autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di
lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato
nell’agosto del 2019, con le ruspe.
Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore
di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due
idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio,
aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art –
Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società
della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue
opere senza il suo consenso.
Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il
processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati
nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa
vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae
valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove
un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del
conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce
prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la
separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi
protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie
opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono
le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in
risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.
> Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la
> separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei
> suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle
> proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di
nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le
immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per
legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di
risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul
potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali
condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura
se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?
Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un
luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono.
Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha
prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più
lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi
non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo
d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e
organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre
diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo
di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse,
significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca
voce nel presente.
> Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di
> sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta
> culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per
> contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della
sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita
culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria:
enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni
Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività
di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società
Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il
circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il
60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da
Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di
Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi
finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.
Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie,
accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità
di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita
culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere,
quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la
conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a
indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei
numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle
esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli
abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un
problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende
così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con
pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite
altrove.
Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la
distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la
loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire
chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di
patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe
ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico
dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza
affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla
ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della
Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la
destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il
carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad
aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso.
Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente
ambiziosa.
La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni
materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità
del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza
abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280
persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo
ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno
successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student
Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per
studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.
> La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la
> possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema
> democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo
i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una
doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore
di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di
riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita;
nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto
per la rendita che può produrre per la proprietà.
La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”.
Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano
bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il
complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato,
all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati
dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà
abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di
spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a
sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche,
comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di
vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi
più alti o restano vuoti.
L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un
“club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta
capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare
valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni.
La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il
raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori
finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono
il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.
> La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
> edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e
> garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina
ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato
una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare
è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla
convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle
condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche
l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive.
Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una
responsabilità democratica dello Stato.
Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione
collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano
esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni,
formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi
conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano
anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei
luoghi può orientare la loro riappropriazione.
Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi
dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti.
È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il
volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di
Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di
mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci,
che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana.
Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici
migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai
turisti.
Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un
“welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno
pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate.
Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi
generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo
aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i
costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il
reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre
quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del
turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto
diseguali.
> Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo
> offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci
> comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità
> assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa
> turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche
e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche
culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.
Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone,
pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende
corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili,
che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città
partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili
incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare
insieme.
A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra
scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie
dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle
vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il
linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di
inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un
comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni,
le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e
amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di
stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una
Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è
più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di
quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una
tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla
Bologna giusta.
> Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali
> mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più
confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo
gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella
città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella
vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma.
Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo
appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per
una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una
stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.
Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia
resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato
perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città
orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che –
seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla
turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”.
La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile
accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.
Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di
abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle
decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può
restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla
riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere
l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la
possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora
imprevedibili, su di un’isola felice.
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Tascabile.
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E ra l’estate del 2007 quando il Rhino, lo squat più conosciuto di Ginevra, fu
sgomberato dalla polizia. La fine di questa esperienza iniziata nel 1988 ha
rappresentato anche l’epilogo di un lungo periodo in cui le case occupate
ginevrine hanno attirato persone da ogni Paese d’Europa. A partire dalla metà
degli anni Settanta e con un incremento dalla fine degli anni Ottanta, infatti,
ci fu una proliferazione eccezionale delle occupazioni, dovuta alla penuria di
alloggi e alla grande speculazione immobiliare in atto nella città della
Svizzera romanda: un fenomeno che stava producendo l’allontanamento delle classi
sociali meno agiate dal centro urbano e che ha invece generato una reazione
storica agevolata dalle condizioni economiche e dalla situazione politica di
allora. Molti immobili dismessi, insomma, venivano popolati abusivamente da
gruppi di persone, per lo più giovani, che li sistemavano in autonomia puntando,
quando possibile, sul reimpiego di materiali e oggetti. Ne è seguita una lunga
stagione in cui questi spazi sono diventati degli esperimenti riusciti di vita
comunitaria ‒ per lo più tra artisti, creativi e studenti ‒ in cui si
promuovevano le culture underground e alternative in un clima di accoglienza,
socialità, solidarietà, convivialità, creatività e tolleranza.
All’inizio del 1995 nel comune di Ginevra risiedevano poco più di 175.000
persone: tra queste, circa duemila stavano occupando in contemporanea tra i 150
e i 250 spazi abbandonati, che avevano rivitalizzato, chi aprendosi al pubblico
e chi vivendoci in piena discrezione. Tra quelli più attivi pubblicamente c’era
il Rhino, il cui nome era stato scelto dagli occupanti dello stabile perché
acronimo di Retour des Habitants dans les Immeubles Non Occupés, ossia “ritorno
degli abitanti negli immobili non occupati”. Gli anni Novanta hanno costituito
l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra
era uno dei centri nevralgici di questo movimento.
Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile perché la città
svizzera era ed è conosciuta nel mondo soprattutto per essere una delle sedi
predilette delle multinazionali e dei milionari (non a caso nel 2025 è ancora
una delle capitali internazionali dei servizi di private banking). A metà degli
anni Novanta se, da italiani, si passava per Ginevra, si restava colpiti per
come la città fosse quieta e pulita, e per quanto si percepisse la presenza
della ricchezza. Anche per queste ragioni passare nelle zone dove si
concentravano gli squat, ad esempio vicino all’università, nel quartiere
Plainpalais, apriva un panorama completamente inaspettato, molto differente dal
resto della città, quanto mai vivo e colorato: sulla facciata del Rhino, in
particolare, oltre agli striscioni con frasi sul concetto e sullo spirito
dell’occupazione, spiccava la riproduzione di un corno di rinoceronte enorme e
rosso.
“Bar, teatri, sale da concerto, ristoranti a prezzi modici e asili nido
autogestiti hanno costituito un arcipelago provvidenziale nella città svizzera,
sia per le fasce più precarie della popolazione sia per i giovani che, senza di
essi, avrebbero rischiato di morire di noia” ha scritto Mona Chollet, scrittrice
e giornalista svizzera romanda, su Le Monde Diplomatique (nel periodo in cui ne
era caporedattrice), per raccontare questa realtà. E al suo elenco iniziale si
potrebbero quanto meno aggiungere sale prove musicali, spazi espositivi, atelier
e negozi alternativi con prodotti provenienti dai circuiti dell’autoproduzione.
> Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒
> Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo
> movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile.
Per anni la dimensione del fenomeno è stata tale che le istituzioni non potevano
permettersi di ignorarlo, ma neanche di reprimerlo con la violenza mettendo a
rischio l’ordine pubblico. Di conseguenza, si erano organizzate. Esisteva,
infatti, un corpo speciale della gendarmeria di Ginevra chiamato Brigade des
squats che per lo più provvedeva a fare da intermediario tra gli occupanti e i
proprietari degli immobili. Responsabile di questa “brigata” dal 1990, Christian
Pasquier, nel 2002 in un articolo del quotidiano locale La Tribune de Genève ha
sintetizzato l’essenza del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi in questo
modo: “Secondo la volontà del Consiglio di Stato cerchiamo di gestire la
situazione nella maniera meno conflittuale possibile”. In un post di un gruppo
Facebook fino a pochi anni fa molto vivo, Histoire des Squats à Genève (“Storia
degli Squat a Ginevra”), in cui si parla di questi poliziotti, i commenti delle
persone che all’epoca vivevano nelle case occupate si dividono tra chi li
ricorda come tolleranti, umani e disponibili, “più assistenti sociali che
poliziotti”, e chi li definisce subdoli, ipocriti e crudeli, “dei cani al
servizio del potere in carica”.
Senza dubbio quando agli inizi degli anni Duemila è cambiato il procuratore
generale e il clima di relativa tolleranza si è incrinato, si sono create le
condizioni per attuare una serie di sgomberi sistematici, e questi stessi
rappresentanti delle forze dell’ordine hanno messo in pratica tutte le misure
per evacuare gli spazi senza particolari “gentilezze”. Anche qualche anno prima,
in ogni caso, il clima non era sempre e comunque amichevole, come si deduce da
un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi occupati,
Intersquat, che sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione coperti di
elogi”.
Le divergenze d’opinione riguardo alla polizia, anche dopo tanti anni dai fatti,
svela in parte un conflitto che si riscontrava anche su altre questioni. Il
sociologo urbano svizzero romando di origine italiana Luca Pattaroni, professore
della EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), si occupa da anni di
squat, e in particolare di quelli ginevrini, anche perché ha vissuto in uno di
questi spazi grazie a un contratto fiduciario – un sistema controverso, non
amato dagli squatter più radicali (che concepivano le occupazioni esclusivamente
come illegali), ma comunque abbastanza diffuso. L’ho contattato perché provasse
a sintetizzarmi la realtà degli squat di allora, a cui ha dedicato molti
scritti. Mi ha spiegato che tra gli squatter di Ginevra non c’erano delle
tensioni molto forti, anche se c’erano delle divisioni e una di queste era
proprio in relazione alla tipologia di squat. “Alla fine, però, il coordinamento
Intersquat raggruppava tutte le tipologie di squat: da quelli illegali a quelli
con i contratti fiduciari, dai più radicali e più o meno politicizzati fino a
quelli più ‘festosi’ e ‘culturali’. La situazione era diversa, ad esempio, da
quella di Parigi, dove gli squat militanti erano repressi e quelli ‘culturali’
valorizzati, dunque lì ci sono state fratture alquanto dure”. Ma questo tipo di
divisioni erano meno presenti a Ginevra: “il Rhino, per capirci, era un grande
squat illegale la cui attività era prevalentemente culturale, perché era animato
da molti studenti di Belle arti”. Va specificato, mi spiega, che in Svizzera le
forme politiche della sinistra radicale sono sempre state più miti rispetto alla
tradizione francese, ma anche a quella italiana. Solo negli anni Duemila, quando
sono cominciati gli sgomberi, la situazione si è un po’ inasprita: “Poi, certo,
gli squatter più radicali si sono sempre rifiutati di dialogare con la Brigade
des squats perché per loro rappresentava un sistema di controllo, un modo per
rendere gli squat una realtà non anticapitalista ma capace di colmare un vuoto
fino a quando non ci sarebbe stato di nuovo bisogno di quel vuoto per fare
soldi”.
E alla fine è quello che è successo, specialmente da quando, negli anni Duemila,
i tassi ipotecari si sono abbassati (prima, tra il 1990 e il 1995 erano molto
alti). Dal 1998, in pratica, sono iniziate le dispute tra gli occupanti e il
procuratore generale Bernard Bertossa, un socialista nonché principale artefice
di questo clima di relativa tolleranza. “Questa dottrina faceva comodo anche a
un deputato di destra” prosegue Pattaroni “il membro del Partito liberale
svizzero Claude Haegi, ex consigliere amministrativo della città di Ginevra e
consigliere di Stato del Cantone di Ginevra, molto vicino agli ambienti del
mercato immobiliare ‒ in quel momento poco florido – e promotore in qualche modo
della politica del ‘self-help’. In pratica, Haegi lasciava il rinnovo delle
abitazioni a carico degli squatter, li trattava come imprenditori, e lo Stato
non spendeva nulla, ma poi la destra ha iniziato a criticarlo perché con i
contratti fiduciari sono arrivati dei costi per lo Stato”.
Inoltre tra il 1995 e il 1998 nel settore immobiliare è tornato a circolare il
denaro e quindi molti proprietari hanno depositato domande di autorizzazione per
attuare una serie di demolizioni e costruzioni. “Dal momento in cui sono stati
concessi loro i permessi, il procuratore ha iniziato ad autorizzare degli
sgomberi, ma non perché stesse ritrattando la sua dottrina di tolleranza,
semplicemente perché le condizioni del mercato immobiliare erano cambiate”.
Infine nel 2002 la situazione è cambiata ulteriormente con l’arrivo di un nuovo
procuratore, Daniel Zappelli ‒ vicino all’ambiente del mercato immobiliare ‒,
che, già durante la campagna elettorale, aveva promesso di sgomberare gli squat.
Lo farà anche grazie al supporto di un politico, Mark Muller (anche lui vicino
al mercato immobiliare), e alla virata a destra dei vertici della polizia. “Per
esaminare la storia degli squat bisogna considerare le vicende politiche ma
anche quelle economiche” conclude Pattaroni “perché va detto che le case vuote
che venivano occupate erano tutte fuori mercato, non rispettavano le norme per
poter stare sul mercato, e le statistiche dicono che a Ginevra il picco di
questo tipo di abitazioni è stato raggiunto nel 1995, lo stesso anno in cui ci
sono stati più squat nella storia della città”.
Di certo i semplici frequentatori, nella maggioranza dei casi ignari delle
dinamiche politico-economiche, restavano per lo più colpiti dall’intensa
programmazione culturale degli squat aperti al pubblico che, come si sottolinea
in un lungo servizio del 1993 realizzato dalla Radio televisione svizzera (RTS),
La culture squat, era ricercata e di qualità. In questo documentario televisivo
le dichiarazioni degli occupanti permettono soprattutto di capire lo spirito che
li animava. Ad esempio quando la giornalista di RTS chiede ad Anne, una giovane
stilista che vive nella casa occupata Philos da tre anni, “qual è il vantaggio
di abitare in uno squat?”, la risposta è questa: “Il vantaggio di poter… di
poter lavorare a dei progetti perché ci interessano e non perché sono pagati o
meno. Io ho voglia di fare quello che voglio e non di essere obbligata a
regolare la mia vita in relazione al denaro. Ossia, se alla fine del mese ho un
affitto da pagare, bisogna che accetti quel lavoro che mi dà quel tanto, anche
se me ne interessa un altro che non mi porta nulla: io così ho la libertà di
scegliere il lavoro che mi interessa e non quello che mi permette di pagare
l’affitto”.
> Un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi
> occupati, Intersquat, sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione
> coperti di elogi”.
Ribadisce il concetto il fotografo Julien Gregorio, che ha vissuto in più di uno
squat ginevrino e nel 2012 ha pubblicato un libro ‒ con una postfazione
circostanziata di Pattaroni – che raccoglie una serie di immagini che
documentano la fase finale di questa lunga stagione di occupazioni: Squats.
Genève 2002-2012. Nell’introduzione al suo libro, Gregorio scrive: “In questi
luoghi vuoti e fatiscenti, abbandonati da anni, si è sviluppata una maniera di
vivere parallela, prima di tutto comunitaria e associativa, basata sulla
condivisione e sulla sperimentazione di modelli alternativi alla società del
commercio e del consumo”. Anche su un quotidiano conservatore, il Journal de
Genève, nel 1991 il giornalista Oliver Perrin sottolineava questo spirito: “gli
squatter tendono a recuperare un ideale culturale comunitario in una società
che, come tutti sappiamo, privilegia lo sviluppo economico e individuale”.
Insomma si trattava di una sorta di anticapitalismo molto pratico e poco
dogmatico, lo stesso che ha coinvolto attivamente una buona parte della
Generazione X europea prima che il cosiddetto movimento No global dai primi anni
del Duemila in poi (e in particolare nel 2001), fosse represso con violenza.
La memoria della lunga esperienza degli spazi occupati di Ginevra resta viva
grazie al lavoro di studiosi come Luca Pattaroni ma anche a iniziative di
attivisti come, ad esempio, Marie Hélène Grinevald, che ha precorso il periodo
più rigoglioso degli squat occupando una casa nella prima metà degli anni
Ottanta. Grinevald lavora soprattutto per tramandare lo spirito di quegli
ambienti e da circa dieci anni è una guida qualificata nel campo della cultura e
del turismo che ha organizzato per molto tempo delle passeggiate alla scoperta
degli squat ginevrini. Nel periodo in cui guidava questi tour si presentava così
online: “In questa città la lotta per gli alloggi nel centro a prezzi
accessibili (purtroppo non oso più usare il termine ‘a buon mercato’) rimane una
battaglia di attualità. Finché il diritto alla proprietà continuerà a prevalere
sul diritto alla casa, finché il diritto alla casa sarà solo un obiettivo
sociale e non un diritto fondamentale, continuerò a raccontare questa storia di
lotta per dei valori, delle culture e dei modi di vita diversi da quelli che ci
vengono imposti”.
Oggi, come racconta Pattaroni, a Ginevra le realtà in qualche modo riconducibili
all’esperienza degli squat degli anni Novanta e Duemila sono rappresentate da
una rete di collettivi engagé che ha a cuore la controcultura e, in specifiche
occasioni, organizza delle manifestazioni. Ma le poche occupazioni rimaste
esistono grazie ai contratti fiduciari e sono quasi tutte molto discrete, ovvero
raramente ospitano iniziative pubbliche. L’edificio dove ha preso vita il Rhino,
nel frattempo, è stato completamente ristrutturato ed è diventato un palazzo
residenziale, e la stessa sorte è capitata agli altri spazi occupati che non
sono stati demoliti. Alcuni occupanti hanno preso atto che i proprietari hanno
beneficiato della loro presenza perché un immobile abitato gode sempre di una
certa manutenzione che lo preserva dalla rovina, e quegli edifici senza di loro
sarebbero rimasti vuoti ancora per molto tempo proprio a causa della crisi del
mercato immobiliare di allora.
Non certo solo per questo, e non solo a Ginevra, quindi, gli appartenenti alla
Generazione X, in media, hanno una certa nostalgia di questa epoca d’oro degli
squat. Gli anni Novanta del resto arrivavano dopo gli anni Ottanta, che furono
una sinistra anticipazione di ciò che sarebbe stato il nuovo millennio. Forse di
fronte a questa anticipazione dell’impassibile avanzata del capitalismo, alcune
persone si sono giustamente impaurite e hanno tentato di reagire. Oggi in molte
città europee gli spazi occupati esistono ancora, sono attivi e resistono, ma
negli anni Novanta nell’Europa occidentale costituivano una fitta rete che
rendeva quanto mai rilevante la controcultura e faceva sentire a casa chi si
riconosceva in quello spirito e, arrivato per la prima volta in città lontane,
li andava subito a cercare.
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