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L’anoressia mima la morte
C i chiamavamo quasi tutte Francesca, Giulia, Sofia. Più raramente c’erano Yasmin, Amina, Safa e, ancora più raramente, qualche Marco, Federico, Alberto. Nei ricoveri tra ospedali, cliniche e comunità terapeutiche, ho conosciuto più di cento ragazze e donne e forse uno o due uomini. In una clinica in provincia di Torino eravamo diciannove femmine e un solo uomo. Si chiamava Giovanni. Era calvo, aveva una quarantina d’anni ed era ossessionato dagli esami del sangue. Ogni lunedì mattina, quando infermiere e infermieri passavano nelle stanze per i prelievi, veniva a cercarmi. Si fermava sulla soglia e mi domandava se mi fosse mai capitato di ricevere una trasfusione. Gli rispondevo sempre di no, senza riuscire mai a comprendere il significato di quella richiesta stravagante né la sua insistenza a pormela. Giovanni trascorreva gran parte del tempo libero da solo. Restava in piedi nella sala comune, davanti alla televisione, a guardare documentari naturalistici. Durante i mesi di degenza non mi sono mai fermata a riflettere sulla profonda solitudine che doveva vivere. Mentre noi dividevamo stanze e bagni, lui dormiva in una camera singola: il regolamento della clinica non permetteva che condividesse la stanza con persone dell’altro genere. In ambito clinico, l’idea che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione siano una malattia esclusivamente femminile è ormai superata. In Italia circa 3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffrono di psicopatologie alimentari. Le donne rappresentano ancora il 90% dei casi, ma è in costante aumento il numero degli uomini che si rivolgono a strutture specializzate, soprattutto nella fascia adolescenziale tra i 12 e i 17 anni. Infatti, parallelamente al progressivo abbassamento dell’età di insorgenza e all’emersione di nuove forme di manifestazione clinica, soprattutto a seguito del lockdown, cresce anche il numero di soggetti maschili ospedalizzati. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, anoressia, bulimia e le tante altre declinazioni della sofferenza – Binge Eating Disorder, ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo), ortoressia – continuano a essere associate quasi soltanto all’universo femminile. La stessa percezione affiora anche dalla narrazione mediatica e dalla letteratura autobiografica dedicata ai disturbi alimentari, dominata da testimonianze di donne: da Giorni senza fame di Delphine de Vigan (2001) a Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999). Molti ragazzi e uomini non arrivano a chiedere aiuto perché costantemente sottoposti alle pressioni di una cultura machista che impedisce loro di riconoscere le emozioni e di comunicare situazioni di debolezza e fragilità. Inoltre, i criteri diagnostici internazionali sui disturbi dell’alimentazione – ad esempio il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) – sono stati delineati a partire da studi su soggetti di genere femminile. In questo contesto, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi dell’alimentazione di Eugenio Giannetta, recentemente pubblicato da add editore, si impone come un contributo raro e necessario, meritevole di ampliare i confini del discorso e di includere l’esperienza maschile. Giornalista di Avvenire e autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, Giannetta costruisce un racconto corale, in cui una dettagliata indagine sul campo si intreccia con una dimensione più intima, nata da un personale vissuto di sofferenza. Leggendo il libro emerge infatti il profondo bisogno di chi scrive di andare alla ricerca di storie di malattia, interrogandosi sull’esordio, sull’eventuale ospedalizzazione e sul rischio di morte, come per immergersi nelle pieghe di una possibilità, di uno scenario che avrebbe potuto attraversare anche la sofferenza del narratore. Attraverso la lettura di volumi clinici, le testimonianze di medici, psicoterapeuti, pazienti e familiari e la visita in spazi ospedalieri e comunitari, l’autore porta alla luce un universo sommerso, del tutto invisibile nel discorso mediatico e politico. IL LIBRO È STATO PRECEDUTO DA UN ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA LUCY SULLA CULTURA NEL NOVEMBRE 2024. CHE COS’È SEGUITO ALLA PUBBLICAZIONE DI QUELL’INTERVENTO E COME HANNO PRESO FORMA L’IDEA E L’ESIGENZA DI ESPLORARE PIÙ A FONDO IL TEMA IN UN TESTO PIÙ AMPIO?  Parto da prima, da come è nato quell’articolo. Avevo già affrontato il tema dei disturbi alimentari con un taglio più giornalistico senza espormi in prima persona. Quando mi è stato proposto di contribuire al numero mensile di Lucy, dedicato ai corpi, ho deciso di raccontare finalmente anche la mia esperienza. È stato un passaggio fondamentale. Da una parte, avevo paura di cadere troppo nell’autobiografico e di espormi in maniera eccessiva; dall’altra, sentivo che il racconto del mio vissuto avrebbe potuto stimolare un dialogo su un tema rispetto sul quale avevo più volte riscontrato difficoltà e chiusura. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono rimasto piacevolmente stupito: molte persone che non conoscevo mi hanno scritto per ringraziarmi di aver messo in luce un argomento di cui si parla ancora poco. Alcuni mi hanno chiesto persino dei consigli medici, ma non avevo le competenze per rispondere. Ho capito quindi che esistevano una curiosità e una necessità collettiva che valeva la pena esplorare.  NEL VOLUME RICORRE SPESSO IL TERMINE “SOMMERSO”, RIFERITO ALLA DIMENSIONE MASCHILE DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE, TANTO NELLE SUE RIFLESSIONI QUANTO NELLE TESTIMONIANZE RACCOLTE. È IL RIFLESSO DI UNA SOCIETÀ ANCORA PROFONDAMENTE GENDERIZZATA? Sì, credo che la questione di genere incida profondamente sugli ideali di bellezza maschili e femminili che sono ancora molto diversi. Allo stesso tempo, penso che anche le componenti connesse allo sviluppo emotivo e fisico della persona intervengano sull’età di insorgenza della malattia e sulla sua manifestazione. Se attualmente nella popolazione femminile si riscontra un abbassamento drastico dell’età di esordio, almeno dalle mie interviste, emerge che negli uomini i sintomi compaiono generalmente più tardi. Inoltre, i meccanismi sono un po’ differenti e negli uomini l’ideale della magrezza è meno centrale. La malattia assume infatti spesso la forma della vigoressia, caratterizzata dal controllo eccessivo per la massa magra e grassa e da un’attenzione sproporzionata all’attività fisica e all’alimentazione.  COME SI INTRECCIANO MALATTIA E SESSUALITÀ NELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE E IN QUELLA DELLE VOCI RACCOLTE? È un tema che i ragazzi e gli uomini intervistati hanno affrontato poco e, per delicatezza, ho preferito non insistere su questo aspetto. Alcuni ex pazienti mi hanno raccontato di essere oggi felicemente fidanzati, uno è da poco diventato padre, ma nessuno ha approfondito il rapporto tra disturbo alimentare e vita sessuale. In generale, dalle testimonianze raccolte si nota come spesso sulla malattia abbiano influito tutta una serie di dubbi e di interrogativi legati alla propria sessualità. Io stesso nel libro racconto le mie difficoltà, soprattutto durante l’adolescenza, a restare nudo davanti alla mia partner e a lasciarmi toccare in determinati punti del corpo. Per superare questa impasse sessuale ho dovuto affrontare un percorso di psicoterapia e attendere l’incontro con una persona con cui mi sentissi pienamente a mio agio. Nonostante i passi avanti, permangono momenti di insicurezza in cui torna a prendere parola la “vocina nella testa”.  NELLA STANZA ASETTICA E OSCURATA DI VILLA MIRALAGO – LA PIÙ GRANDE COMUNITÀ TERAPEUTICA ITALIANA PER LA CURA DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE – HA AVUTO MODO DI INCONTRARE E ASCOLTARE FRANCESCO, TRENTACINQUENNE MALATO DI ANORESSIA, CHE IDENTIFICA LUCIDAMENTE IL PROPRIO PROBLEMA NELLA SOLITUDINE E NELLA “GESTIONE DEL VUOTO”. QUANTO QUESTO VUOTO NASCE DAL TERRORE DI NON CONOSCERSI DAVVERO, DI NON SAPERE CHI SI È E PERCHÉ SI È SU QUESTA TERRA? E QUANTO, INVECE, È LEGATO A UN’IDENTITÀ SEMPRE PIÙ PLASMATA ATTRAVERSO I SOCIAL, SOPRATTUTTO TRA LE GENERAZIONI PIÙ GIOVANI? Centrale è il tema della solitudine. Francesco parla apertamente di “vuoto”, ma anche gli altri ragazzi e uomini intervistati raccontano momenti di solitudine, il più delle volte connessi al rapporto con persone amiche che, con l’emergere della malattia, hanno preso le distanze. Tutti descrivono l’isolamento vissuto durante l’esperienza di ospedalizzazione dove la sera ci si ritrova da soli nelle stanze e ci si confronta maggiormente con la propria interiorità. In un momento storico in cui la vita fuori va molto veloce al punto che a volte dobbiamo quasi rincorrerla, essere costretti a rallentare e metterci in ascolto di noi stessi non è sempre facile. Rispetto all’illusione esercitata dal mondo dei social, soprattutto sui più giovani, nel libro cito il caso di Thiago Elar, il ragazzo di 27 anni transgender divenuto famoso su TikTok e morto nel luglio del 2025. Se, attraverso il racconto e l’esposizione mediatica della propria fragilità, si può avere l’impressione di essere visti e ascoltati e di ricevere un grande sostegno, in realtà nessun account social è realmente vicino alla persona che soffre perché non si può cancellare la distanza dello schermo.  NEL LIBRO SI METTE IN ASCOLTO DI STORIE DI FRAGILITÀ NEL TENTATIVO DI “STARE NELLA COMUNE FRAGILITÀ”. FINO A CHE PUNTO È POSSIBILE ABITARE GLI SPAZI DI UNA SOFFERENZA COLLETTIVA? E QUANTO È GRANDE IL RISCHIO DI RIPORTARE A GALLA VISSUTI PERSONALI E ALIMENTARE NUOVE RICADUTE?  Credo che la risposta stia nella frase che ho messo in esergo al mio libro e che ho ritrovato negli appunti di Martina, la mia compagna scomparsa a fine 2025 a causa di un tumore. Martina era una psicologa che si occupava in particolare di lutto. Già prima della stesura del libro, ci confrontavamo spesso su come, nel mestiere psicoterapeutico, si tende ad assorbire il dolore degli altri: bisogna essere capaci di fargli spazio senza esserne investiti e, in alcuni momenti, può essere efficace una self-disclosure, cioè la condivisione, da parte del terapeuta, di un aspetto di sé quando questo risulta funzionale alla relazione con il paziente. Quasi tutte le interviste per il libro sono state svolte quando la mia compagna era ancora in vita, e a casa l’ho più volte interrogata su quale fosse il modo migliore di pormi davanti alla sofferenza altrui. Grazie alla sua competenza ho capito che era necessario presentarsi in modo orizzontale e assolutamente paritario, con curiosità e senza paura di mostrare anche la mia fragilità. Questa modalità mi ha aiutato a entrare più rapidamente in empatia con le persone intervistate. Tuttavia, mi rendo conto che, esponendosi in questo modo, si rischia di far emergere aspetti della propria personalità che ancora non si è pronti ad affrontare. Dal punto di vista emotivo, io sono un temerario, mi piace buttarmi a volte senza salvagente e capire cosa accade dentro di me.  IN CHE MODO L’ESPERIENZA DI PROSSIMITÀ A UNA PERSONA MALATA E IL SUO RUOLO DI CAREGIVER HANNO MODIFICATO IL SUO SGUARDO SUL CORPO MALATO? Come spesso accade, sono partito da un’idea di racconto che si è poi modificata durante la scrittura del libro. All’inizio, l’unico capitolo in cui compariva Martina, doveva essere quello finale, dedicato alla cura del corpo. Successivamente, però, la sua figura è entrata in tutto il racconto, soprattutto quando scrivevo della morte, ma anche del percorso di malattia e di cura nutrizionale. Le sacche per la nutrizione artificiale, usate per le persone con anoressia, sono infatti le stesse che io ero solito preparare alla mia compagna. Anche affrontando il tema della pesante partecipazione del “sistema famiglia” nel disturbo alimentare di un proprio membro – su questo aspetto, ho avuto l’occasione di intervistare Francesca Lazzari e Stefano Tavilla, rispettivamente la madre e il padre di due giovani persone morte a causa delle complicazioni di un disturbo alimentare – mi sono accorto di come spesso, di fronte a ogni forma di malattia, la famiglia si attiva e si ricostruisce attorno alla persona in cura. Quando ho cominciato ad affrontare il tema da giornalista, non avevo ancora una percezione chiara di quanto fosse alto il tasso di mortalità nei disturbi alimentari. Quando mi sono imbattuto nei numeri, ho avuto un effetto di shock. Mi ha poi particolarmente colpito per la sua precisione la frase di una psicoterapeuta che ho intervistato: “L’anoressia mima la morte”. Il tema della mortalità nei disturbi dell’alimentazione si è dunque riflesso nell’esperienza da me vissuta come caregiver di una persona amata portata dalla malattia a un dimagrimento molto rapido e vicino alla morte.  L'articolo L’anoressia mima la morte proviene da Il Tascabile.
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Il malato immaginato
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo, redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione. Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica. La patologizzazione della bruttezza Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente, sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per guarire una “malattia dell’anima”. > Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici > alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti > normali. Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica migliorativa, ma come intervento terapeutico. In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni della malattia. Malattia come danno, disfunzione e deviazione La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi. Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni. > Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi > economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati > scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo > nelle relazioni. La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale, entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni soggettive o valori culturali. La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo, utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di “deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali, mascherandoli da criteri biologici universali. La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto svantaggio biologico o sociale. Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come “mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di benessere e trattamenti. > Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione > della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, > più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases), la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli anni Settanta. L’osteoporosi e altre zone grigie Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”, nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci. Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche analoghe, per citare solo qualche esempio. > Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto > la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni > farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed > efficaci. Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali. La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi farmaci. L’era della subsalute L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea. Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale” impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi, tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento. > Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su > ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un > “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e > correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione, soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria, accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng, studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di “sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana. La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale, poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti, tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie conclamate. Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di risposte sociali, cliniche e commerciali. Il potere del discorso Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a concetti privi di un sostegno empirico robusto. > Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al > pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso > pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla > solidità delle evidenze. Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio, basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici, sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati, ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia più fondata e tangibile. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere dalla solidità delle evidenze. Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a vantaggio di chi. L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
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Il malato immaginato
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo, redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione. Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica. La patologizzazione della bruttezza Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente, sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per guarire una “malattia dell’anima”. > Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici > alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti > normali. Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica migliorativa, ma come intervento terapeutico. In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni della malattia. Malattia come danno, disfunzione e deviazione La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi. Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni. > Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi > economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati > scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo > nelle relazioni. La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale, entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni soggettive o valori culturali. La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo, utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di “deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali, mascherandoli da criteri biologici universali. La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto svantaggio biologico o sociale. Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come “mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di benessere e trattamenti. > Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione > della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, > più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases), la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli anni Settanta. L’osteoporosi e altre zone grigie Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”, nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci. Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche analoghe, per citare solo qualche esempio. > Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto > la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni > farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed > efficaci. Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali. La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi farmaci. L’era della subsalute L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea. Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale” impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi, tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento. > Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su > ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un > “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e > correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione, soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria, accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng, studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di “sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana. La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale, poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti, tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie conclamate. Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di risposte sociali, cliniche e commerciali. Il potere del discorso Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a concetti privi di un sostegno empirico robusto. > Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al > pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso > pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla > solidità delle evidenze. Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio, basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici, sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati, ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia più fondata e tangibile. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere dalla solidità delle evidenze. Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a vantaggio di chi. L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
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Teorie e pratiche della stanchezza
A lla domanda “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?”, tra le tre opzioni “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”, Daniel (36 anni, maschio) aveva scelto l’opzione “Per niente deluso”, rientrando così tra i Detractor del nostro prodotto. Gli inviai la solita e-mail preimpostata per invitarlo a un’intervista, come avevo fatto con altri centoquarantasette utenti che nelle ultime due settimane avevano espresso lo stesso giudizio rispondendo al questionario che appare nell’applicazione. Speravo di intervistare almeno otto di loro. Per incentivare la partecipazione, offrivo un premio: un’infusione endovenosa gratuita di vitamina C presso il nostro laboratorio. Nel corpo dell’e-mail avevo incluso un link al mio calendario. Dopo pochi minuti, la notifica: Daniel aveva prenotato uno slot per il giorno successivo alle 8 e 30 del mattino. Odiavo fare interviste così presto. Un’intervista alle 8 e 30 significava dovermi svegliare un’ora prima del solito. Ma considerate le condizioni del mercato del lavoro a Berlino dopo la pandemia, non potevo certo lamentarmi. Parte I: Il questionario Tra marzo 2024 e aprile 2025, prima di essere vittima del secondo licenziamento di massa in cinque anni, ho lavorato come User Researcher per una start up tedesca nel settore Health Tech. L’applicazione, tuttora presente sul mercato, consente agli utenti di prenotare esami del sangue, recarsi in un laboratorio affiliato e ricevere il referto entro ventiquattro ore direttamente sul proprio telefono. Il vantaggio principale del prodotto è quello di bypassare il medico, spesso definito the middle man dagli utenti che intervistavo durante le varie ricerche e test di usabilità. The middle man: una locuzione dietro la quale si cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale, scomodando una celebre espressione di Thomas Kuhn. Prima del marzo 2024, non sapevo nulla del settore Health Tech, né tantomeno di come interpretare referti di laboratorio. Avevo da poco compiuto quarant’anni e non mi era mai passato per la testa di aggirare il parere medico per sapere se ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me. Il motivo per cui ero stato assunto da quella start up era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era indirizzata. Avevo condotto ricerche simili in passato per due aziende diverse: una di viaggi, un’altra di e-commerce. Ci sono vari modi per misurare il cosiddetto Product-Market Fit. Quello che preferisco è stato ideato recentemente da Sean Ellis, una sorta di guru del Growth Marketing. Tutto comincia con una semplice domanda da porre in un questionario: “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?” Tre risposte possibili: “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”. > Il motivo per cui ero stato assunto da una start up del settore Health Tech > era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in > modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era > indirizzata. Secondo Ellis, un prodotto soddisfa i bisogni di mercato quando almeno il 40% di chi risponde al questionario si dichiara “molto deluso” all’idea di non poterlo più usare. Quella app raggiungeva a malapena il 30%, quindi era ancora lontana dal tanto desiderato market fit. Ma la ricerca non finiva qui. Il questionario era solo l’inizio. Oltre a offrire quel benchmark ideale, mi permetteva di segmentare gli utenti in tre categorie di sentimento: Supporter, On-the-fence, Detractor. In quelle settimane di aprile del 2024, la mia attenzione era rivolta ai Detractor come Daniel. Parte II: L’intervista Il giorno dell’intervista, mi svegliai alle 7. Come ogni mattina, presi dal frigorifero la scodella di fiocchi d’avena lasciati in ammollo tutta la notte per ridurne il contenuto di acido fitico che, a detta della nutrizionista olistica dell’azienda, interferisce con l’assorbimento dei minerali. Vi aggiunsi miele e una manciata di mirtilli, antiossidanti. In pochi minuti l’avevo spazzato. Poi inghiottii una pastiglia di vitamina D3 da 5000 IU e un integratore di vitamine B-Complex. Da circa un mese, questa era diventata la mia routine mattutina: una nuova versione di me che non mi sarei mai aspettato ‒ perché stavo benissimo. Per provare quel prodotto avevo fatto un test. Era gratis per i dipendenti. Risultati alla mano, la nutrizionista aziendale disse che i miei valori di vitamina D e vitamine B, sebbene pienamente nella norma, potevano essere più alti: dovevano essere più alti. Citava opinioni di influencer come Rhonda Patrick e Mark Hyman, di cui non avevo mai sentito parlare. Mi prescrisse due integratori, io mi fidai. Quella mattina arrivai in ufficio puntuale alle 8 e 15, giusto il tempo per prepararmi un caffè lungo, nero e senza zucchero, che sempre secondo la nutrizionista avrebbe la proprietà di prevenire. tra gli altri, cancro al fegato, diabete di tipo 2 e infarto. Alle 8 e 25 prendevo posto sul piccolo sgabello nel booth insonorizzato, aprivo il laptop di fronte a me, pronto per la videochiamata con Daniel. Alle 8 e 30, la notifica: Daniel era entrato nella sala d’attesa virtuale. Lo feci accedere alla chiamata. “Grazie per aver trovato il tempo per parlare con me,” lessi dai miei appunti. Di fronte a me avevo un documento intitolato PMF Interview Script. Cominciai a recitare l’introduzione in cui spiegavo a Daniel come sarebbe andata la nostra chiacchierata. Avremmo parlato dei suoi interessi legati a salute, fitness, nutrizione. Poi gli avrei posto una quarantina di domande sulla sua esperienza con il nostro prodotto ed eventuali competitor. Infine avrei lasciato cinque minuti di tempo per le sue domande. Quarantacinque minuti in tutto. > Il vantaggio principale dell’applicazione è quello di bypassare il medico, > spesso definito the middle man dagli utenti, una locuzione dietro la quale si > cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale. “Okay, cominciamo,” mi esortò lui, stortando il volto in un’espressione annoiata. Non era un comportamento insolito. I detrattori di un prodotto, quando accettano di essere intervistati, tendono a esagerare il proprio malcontento. Spesso lo fanno per ottenere sconti su acquisti futuri o, nei casi più audaci, per richiedere rimborsi completi e la cancellazione dell’account. Non mi feci intimidire. “Perfetto. C’è un aspetto della tua salute a cui presti particolare attenzione ultimamente?” “Ho da poco superato i 35 anni,” rispose Daniel, trascinando le parole, “Prima di provare il vostro servizio, l’anno scorso ho fatto un esame del sangue generico. È saltato fuori che i miei livelli di colesterolo LDL sono troppo elevati.” Daniel indossava una maglietta a maniche corte bianca; rivelava spalle strette, spigolose, un collo sottile e teso. A guardarlo, pensai che non doveva essere un Optimizer, una delle quattro user persona su cui si basava il design del prodotto. Forse rientrava tra i Guidance Seeker o i Disease Preventer. Per la sua età, oltre che per la figura esile, non poteva certo essere un Fit Retiree. Indagai.  “In che modo cerchi di monitorare e migliorare il tuo colesterolo?” “Cosa devo fare? Cerco di fare attenzione a quello che mangio. Ogni tanto vado a correre, ma non con regolarità.” Confermato: non era un Optimizer. Un Optimizer avrebbe parlato fino allo sfinimento ‒ mio ‒ di sport, diete, integratori, podcast, influencer. Gli sport che vanno per la maggiore tra gli Optimizer sono cross-fit, corsa, nuoto. Quelli che avevo intervistato nelle settimane precedenti facevano maratone e gare di triatlon. Tra i podcast, menzionavano spesso biohacker come Andrew Huberman, Peter Attia, Bryan Johnson. Leggono libri di self-help come The Glucose Revolution di Jessie Inchauspe, e Metabolical di Robert Lustig. Gli Optimizer poi tendono a utilizzare app di tracciamento biometrico. Prodotti come Whoop, Fitbit, Garmin, Oura. Utilizzano bilance a sensori come quelle di Withings che offrono analisi della composizione corporea e monitoraggio della salute cardiaca. Invece di consultare dottori, gli Optimizer chiedono consigli a ChatGPT e Claude. I dottori, sostengono loro, pensano a curare, non a prevenire: non ne sanno nulla di self-improvement. Il fatto che Daniel avesse risposto in modo così misero alla mia domanda sulle sue abitudini di fitness e alimentazione ‒ una corsetta ogni tanto e una generica attenzione al cibo ‒ lo collocava chiaramente tra i Disease Preventer: quelli che sì, vogliono evitare di ammalarsi, ma non dimostrano lo stesso impegno attivo, costante degli Optimizer. Stavo per porgli un’altra domanda, quando lui mi interruppe.  “In tutta onestà, non so nulla di queste cose. Dovete dirmi voi cosa fare. Ho accettato di partecipare a questa intervista solo per poter parlare con qualcuno della pessima esperienza che ho avuto.”  “Qualcosa non è andato come speravi?”  “Ho fatto il test a fine gennaio. Avevo undici valori fuori range. Undici. Sono andato nel panico. Cliccavo qua e là per capire se avessi qualcosa di grave. Una malattia. Un tumore. Ma la app non diceva nulla. Mi consigliava di fare sport, mangiare salmone, smettere di fumare. Non ho mai fumato e credo di nutrirmi bene. Il servizio clienti mi ha detto che in quanto prodotto non-medico, non potete fare diagnosi. Ho pagato 179 euro per questo test e tutto quello che avete da dirmi è di mangiare salmone?” Daniel era decisamente un Disease Preventer di tipo ansioso. Il candidato perfetto per un progetto su cui stavamo lavorando in quel periodo, dal titolo Reduce Anxiety, che prevedeva nuove funzionalità per ridurre l’ansia in caso di referti che potevano apparire preoccupanti. Cliccai sul tasto “Eureka” del software di videochiamata per evidenziare quel momento e presentarlo al team più tardi, come spunto di riflessione. “Puoi dirmi di più sulle sensazioni che hai provato quando hai ricevuto il referto?” “Panico. Ho telefonato al mio dottore. Mi disse che non avrei dovuto spendere soldi per un servizio del genere. Che sarei dovuto andare da lui. Ma lui non mi è mai stato d’aiuto. Dice sempre ‘Va tutto bene’, anche quando lo vedo con i miei occhi che i risultati non sono nella norma.”  “E cosa hai fatto allora?” “Non avevo altra scelta. Sono andato in studio da lui. Mi ha fatto un altro prelievo. Una settimana dopo mi ha chiamato. I risultati non erano diversi dai vostri, ma secondo lui non c’era nulla di strano. Erano appena passati Natale e Capodanno, era normale che trigliceridi, glucosio, insulina fossero un po’ sballati, diceva. E che stress e cattivo sonno potessero influenzare cortisolo, glicemia e altre cose. Dovrò rifare i test tra quattro mesi.” “C’è qualche contenuto tra quelli proposti dalla app che hai trovato di qualche utilità?” “No.” “Cosa avresti voluto trovare in una app ideale, in quel momento?” “Dirmi chiaramente che non stavo per morire. Ricevere consigli personalizzati. Darmi una lista di integratori da prendere. Quello sarebbe un buon inizio.” “Prendi qualche integratore?” “Per ridurre stress e infiammazione prendo curcumina, quercetina e bromelina.” “Te li ha consigliati il dottore?” “No. Lui dice che non sono scientificamente provati. Li ho trovati su Internet.” “Stanno funzionando?” “Ho cominciato da poco.” > Il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata > circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più > accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un > fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Quando il tempo a disposizione stava per terminare, chiesi a Daniel se avesse qualcosa da aggiungere. Disse di no. Conclusi ringraziandolo per il tempo che mi aveva dedicato. Lui ricambiò con una smorfia insoddisfatta, lo schermo si fece buio. Finii il mio caffè in una sorsata e gli inviai un’e-mail con le informazioni su come riscuotere l’infusione endovenosa di vitamina C presso il nostro laboratorio di Mitte. Tre giorni dopo, ricevetti un suo messaggio. Voleva farmi sapere che era stato al laboratorio per l’infusione. Qualche ora dopo, ChatGPT gli ha assicurato che è normale non avvertire un effetto immediato dopo un’infusione di vitamine, che spesso i risultati si manifestano gradualmente. Avrebbe riprovato in futuro, diceva. Parte III: La società della stanchezza Secondo un rapporto di Statista del febbraio 2025, il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Il mercato analizzato da Statista si articola in tre segmenti principali: fitness tracking, consultazioni online e trattamenti digitali con l’uso di biosensori per diagnosi e cura. Questo trend si manifesta in larga parte nella proliferazione di applicazioni dedicate alla gestione autonoma della salute, arricchite spesso dall’integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language model, LLM) presi in prestito da OpenAI o Alphabet, altre volte creati di sana pianta. Un caso tra tutti quello di SelfDecode, start up di base a Miami che si definisce l’unica azienda al mondo a fornire direttamente al consumatore un “punteggio di rischio poligenico” basandosi sull’analisi del DNA ed esami di laboratorio. Questa è la promessa, o in gergo tech lo “Unique Value Proposition” di SelfDecode, che si riflette nel classico, pomposo inciting incident da public speaking espresso dal CEO, Joe Cohen: “Negli anni, ho sofferto di settantacinque diversi problemi di salute. I medici non potevano curarmi, così ho dovuto pensarci io. Molti anni e milioni di dollari dopo, sono stato in grado di usare la mia genetica per risolvere tutti i miei problemi.” Tralasciando per un momento la disarmante performatività che si cela, neanche troppo velatamente, dietro queste parole ‒ e immagini, se avete dato un’occhiata a come si presenta il CEO di SelfDecode in fondo alla homepage ufficiale ‒, si nota nel proliferare di questi nuovi prodotti un desiderio sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita come ostacolo: quello scomodo middle man, appunto, di cui è meglio sbarazzarsi. Nel libro La società della stanchezza, pubblicato per la prima volta in tedesco (Müdigkeitsgesellschaft) nel 2010 e giunto alla sua sesta edizione uscita in Italia nel 2020, il filosofo Byung-Chul Han esplora e critica in modo incisivo questa spinta ossessiva verso il continuo miglioramento di sé. Un concetto che affonda le radici in una delle idee cardine del secolo corrente, secondo la quale un progresso individuale costante sia non solo possibile, ma dovuto. Han vede in questo mantra una forma di autosfruttamento che, nell’incessante ricerca della massima performance, non può che portare l’individuo al collasso. > Nel proliferare dei prodotti del settore Health Tech si nota un desiderio > sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una > progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita > come ostacolo. Secondo Byung-Chul Han, questa dinamica caratterizza la fine della “società immunologica” del secolo scorso che aveva come categoria fondamentale l’alterità, ovvero l’estraneità di batteri e virus da sconfiggere: “Oggi, invece, al posto dell’alterità abbiamo la differenza, che non provoca alcuna reazione immunitaria […] non è causa di malattia.” Qui Han allude tangenzialmente all’eguale di Baudrillard de La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi  (1991), per definire un nuovo tipo di violenza che l’individuo contemporaneo si trova ad affrontare: una violenza che non è più volta verso l’esterno, ma l’interno. Una “violenza della positività” che non presuppone più alcuna ostilità perché si sviluppa in una società ormai sterilizzata. Svanisce quindi una volta per tutte, nell’analisi di Han, la polarizzazione interno-esterno, perché la violenza oggi è “sistemica, vale a dire immanente al sistema”: un’infiammazione interna dell’Io che si sente in costante difetto nell’odierna società della prestazione (Leistungsgesellschaft). L’estremo di questa visione è il doping, che “trasforma non solo il corpo, ma l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve funzionare indisturbata.” L’individuo da ottimizzare rifugge così da qualsiasi divieto o ostacolo ‒ da qui, anche il suo compiaciuto svincolarsi dalla scienza normale ‒ e si allinea invece con la società della libera volontà, al centro della quale può finalmente dirsi unico player incontrastato, soggetto di prestazione che, ora pienamente libero, “concorre con se stesso e cade sotto la costrizione distruttiva a doversi superare costantemente.” Questo perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il burnout. “Il burnout è il risultato della concorrenza assoluta. […] Di fronte all’Io-Ideale, l’Io reale appare come un fallito, che viene coperto di autorimproveri. L’Io fa guerra a se stesso. In questa guerra non può esserci un vincitore, perché la vittoria termina con la morte di chi vince. Il soggetto di prestazione si distrugge nella vittoria. La società della positività, che crede di essersi liberata da ogni costrizione estranea, si impiglia in autocostrizioni distruttive.” Ecco qui spiegata l’ansia irrisolvibile di un Disease Preventer impossibile da soddisfare: scettico del parere medico, deluso dalle applicazioni, perso nelle sue ricerche online. Un destino terrificante. > Il perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si > svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale > irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il > burnout. Byung-Chul Han però si sforza di trovare una soluzione positiva a tutto questo. Per farlo, attinge al Saggio sulla stanchezza (1991) di Peter Handke, in cui vengono esplorati due tipi di stanchezza: una “stanchezza solitaria, priva di mondo”, quella del burnout, distruttiva perché causata da un senso di costante mancanza; e una “stanchezza fiduciosa del mondo”, che risulta invece nel non-fare come atto di resistenza contemplativa, generativa. Han scrive: “[La stanchezza fiduciosa] non è uno stato nel quale ogni senso svanirebbe. In essa invece si risveglia una particolare capacità di vedere.” Leggendo questo passaggio mi è tornato alla mente Horacio Oliveira, protagonista del romanzo Il gioco del mondo (1969, ed. or. 1963) di Julio Cortázar, quando si trova ad affermare esattamente e forse ancora più incisivamente questo stesso cambio di paradigma, da una stanchezza del difetto a una stanchezza del non-fare come rinuncia consapevole: “dietro ad ogni azione si nascondeva la protesta […] in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora fatto e che era possibile fare, la protesta tacita di fronte alla continua evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente. […] Era meglio rinunciare, perché la rinuncia all’azione era la protesta medesima e non la sua maschera.” Qualche settimana dopo la chiacchierata con Daniel, mi svegliai in piena notte con formicolii ai piedi e alle mani, pruriti che nei giorni successivi sarebbero diventati veri e propri bruciori, accompagnati da un fastidioso senso di nausea. Mi sentivo sempre stanco, i muscoli molli, vuoti. Una mattina prima di andare in ufficio, mi presentai in laboratorio per fare un esame completo su oltre sessanta marker. La sera del giorno dopo, una notifica mi avvisava che i risultati erano pronti. Aprii la app e scoprii con sollievo che tutti i valori erano in regola, eccetto due: la vitamina B6 aveva fatto un salto del 250% in più rispetto al test precedente e la vitamina D era ben oltre la soglia massima dei livelli di riferimento per individui adulti. Tra i sintomi di eccesso di vitamina B6 ci sono formicolii agli arti e intorpidimenti. Mentre l’eccesso di vitamina D può causare nausee. Non c’era altra spiegazione: entrambi i valori erano schizzati alle stelle a causa delle dosi massicce di integratori prescritti dalla nutrizionista olistica che seguiva religiosamente le opinioni dei biohacker di Instagram. Smisi immediatamente di prendere integratori, i formicolii svanirono nel giro di un paio di settimane. Nella mia piccola rinuncia ripresi a stare bene, normalmente bene. L'articolo Teorie e pratiche della stanchezza proviene da Il Tascabile.
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