C i chiamavamo quasi tutte Francesca, Giulia, Sofia. Più raramente c’erano
Yasmin, Amina, Safa e, ancora più raramente, qualche Marco, Federico, Alberto.
Nei ricoveri tra ospedali, cliniche e comunità terapeutiche, ho conosciuto più
di cento ragazze e donne e forse uno o due uomini. In una clinica in provincia
di Torino eravamo diciannove femmine e un solo uomo. Si chiamava Giovanni. Era
calvo, aveva una quarantina d’anni ed era ossessionato dagli esami del sangue.
Ogni lunedì mattina, quando infermiere e infermieri passavano nelle stanze per i
prelievi, veniva a cercarmi. Si fermava sulla soglia e mi domandava se mi fosse
mai capitato di ricevere una trasfusione. Gli rispondevo sempre di no, senza
riuscire mai a comprendere il significato di quella richiesta stravagante né la
sua insistenza a pormela.
Giovanni trascorreva gran parte del tempo libero da solo. Restava in piedi nella
sala comune, davanti alla televisione, a guardare documentari naturalistici.
Durante i mesi di degenza non mi sono mai fermata a riflettere sulla profonda
solitudine che doveva vivere. Mentre noi dividevamo stanze e bagni, lui dormiva
in una camera singola: il regolamento della clinica non permetteva che
condividesse la stanza con persone dell’altro genere.
In ambito clinico, l’idea che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione
siano una malattia esclusivamente femminile è ormai superata. In Italia circa
3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffrono di psicopatologie
alimentari. Le donne rappresentano ancora il 90% dei casi, ma è in costante
aumento il numero degli uomini che si rivolgono a strutture specializzate,
soprattutto nella fascia adolescenziale tra i 12 e i 17 anni. Infatti,
parallelamente al progressivo abbassamento dell’età di insorgenza e
all’emersione di nuove forme di manifestazione clinica, soprattutto a seguito
del lockdown, cresce anche il numero di soggetti maschili ospedalizzati.
Tuttavia, nell’immaginario collettivo, anoressia, bulimia e le tante altre
declinazioni della sofferenza – Binge Eating Disorder, ARFID
(Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, Disturbo evitante/restrittivo
dell’assunzione di cibo), ortoressia – continuano a essere associate quasi
soltanto all’universo femminile. La stessa percezione affiora anche dalla
narrazione mediatica e dalla letteratura autobiografica dedicata ai disturbi
alimentari, dominata da testimonianze di donne: da Giorni senza fame di Delphine
de Vigan (2001) a Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999).
Molti ragazzi e uomini non arrivano a chiedere aiuto perché costantemente
sottoposti alle pressioni di una cultura machista che impedisce loro di
riconoscere le emozioni e di comunicare situazioni di debolezza e fragilità.
Inoltre, i criteri diagnostici internazionali sui disturbi dell’alimentazione –
ad esempio il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) –
sono stati delineati a partire da studi su soggetti di genere femminile.
In questo contesto, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi
dell’alimentazione di Eugenio Giannetta, recentemente pubblicato da add editore,
si impone come un contributo raro e necessario, meritevole di ampliare i confini
del discorso e di includere l’esperienza maschile. Giornalista di Avvenire e
autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, Giannetta
costruisce un racconto corale, in cui una dettagliata indagine sul campo si
intreccia con una dimensione più intima, nata da un personale vissuto di
sofferenza. Leggendo il libro emerge infatti il profondo bisogno di chi scrive
di andare alla ricerca di storie di malattia, interrogandosi sull’esordio,
sull’eventuale ospedalizzazione e sul rischio di morte, come per immergersi
nelle pieghe di una possibilità, di uno scenario che avrebbe potuto attraversare
anche la sofferenza del narratore.
Attraverso la lettura di volumi clinici, le testimonianze di medici,
psicoterapeuti, pazienti e familiari e la visita in spazi ospedalieri e
comunitari, l’autore porta alla luce un universo sommerso, del tutto invisibile
nel discorso mediatico e politico.
IL LIBRO È STATO PRECEDUTO DA UN ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA LUCY SULLA
CULTURA NEL NOVEMBRE 2024. CHE COS’È SEGUITO ALLA PUBBLICAZIONE DI
QUELL’INTERVENTO E COME HANNO PRESO FORMA L’IDEA E L’ESIGENZA DI ESPLORARE PIÙ A
FONDO IL TEMA IN UN TESTO PIÙ AMPIO?
Parto da prima, da come è nato quell’articolo. Avevo già affrontato il tema dei
disturbi alimentari con un taglio più giornalistico senza espormi in prima
persona. Quando mi è stato proposto di contribuire al numero mensile di Lucy,
dedicato ai corpi, ho deciso di raccontare finalmente anche la mia esperienza. È
stato un passaggio fondamentale. Da una parte, avevo paura di cadere troppo
nell’autobiografico e di espormi in maniera eccessiva; dall’altra, sentivo che
il racconto del mio vissuto avrebbe potuto stimolare un dialogo su un tema
rispetto sul quale avevo più volte riscontrato difficoltà e chiusura. Dopo la
pubblicazione dell’articolo sono rimasto piacevolmente stupito: molte persone
che non conoscevo mi hanno scritto per ringraziarmi di aver messo in luce un
argomento di cui si parla ancora poco. Alcuni mi hanno chiesto persino dei
consigli medici, ma non avevo le competenze per rispondere. Ho capito quindi che
esistevano una curiosità e una necessità collettiva che valeva la pena
esplorare.
NEL VOLUME RICORRE SPESSO IL TERMINE “SOMMERSO”, RIFERITO ALLA DIMENSIONE
MASCHILE DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE, TANTO NELLE SUE RIFLESSIONI QUANTO
NELLE TESTIMONIANZE RACCOLTE. È IL RIFLESSO DI UNA SOCIETÀ ANCORA PROFONDAMENTE
GENDERIZZATA?
Sì, credo che la questione di genere incida profondamente sugli ideali di
bellezza maschili e femminili che sono ancora molto diversi. Allo stesso tempo,
penso che anche le componenti connesse allo sviluppo emotivo e fisico della
persona intervengano sull’età di insorgenza della malattia e sulla sua
manifestazione. Se attualmente nella popolazione femminile si riscontra un
abbassamento drastico dell’età di esordio, almeno dalle mie interviste, emerge
che negli uomini i sintomi compaiono generalmente più tardi. Inoltre, i
meccanismi sono un po’ differenti e negli uomini l’ideale della magrezza è meno
centrale. La malattia assume infatti spesso la forma della vigoressia,
caratterizzata dal controllo eccessivo per la massa magra e grassa e da
un’attenzione sproporzionata all’attività fisica e all’alimentazione.
COME SI INTRECCIANO MALATTIA E SESSUALITÀ NELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE E IN
QUELLA DELLE VOCI RACCOLTE?
È un tema che i ragazzi e gli uomini intervistati hanno affrontato poco e, per
delicatezza, ho preferito non insistere su questo aspetto. Alcuni ex pazienti mi
hanno raccontato di essere oggi felicemente fidanzati, uno è da poco diventato
padre, ma nessuno ha approfondito il rapporto tra disturbo alimentare e vita
sessuale. In generale, dalle testimonianze raccolte si nota come spesso sulla
malattia abbiano influito tutta una serie di dubbi e di interrogativi legati
alla propria sessualità. Io stesso nel libro racconto le mie difficoltà,
soprattutto durante l’adolescenza, a restare nudo davanti alla mia partner e a
lasciarmi toccare in determinati punti del corpo. Per superare questa impasse
sessuale ho dovuto affrontare un percorso di psicoterapia e attendere l’incontro
con una persona con cui mi sentissi pienamente a mio agio. Nonostante i passi
avanti, permangono momenti di insicurezza in cui torna a prendere parola la
“vocina nella testa”.
NELLA STANZA ASETTICA E OSCURATA DI VILLA MIRALAGO – LA PIÙ GRANDE COMUNITÀ
TERAPEUTICA ITALIANA PER LA CURA DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE – HA AVUTO MODO
DI INCONTRARE E ASCOLTARE FRANCESCO, TRENTACINQUENNE MALATO DI ANORESSIA, CHE
IDENTIFICA LUCIDAMENTE IL PROPRIO PROBLEMA NELLA SOLITUDINE E NELLA “GESTIONE
DEL VUOTO”. QUANTO QUESTO VUOTO NASCE DAL TERRORE DI NON CONOSCERSI DAVVERO, DI
NON SAPERE CHI SI È E PERCHÉ SI È SU QUESTA TERRA? E QUANTO, INVECE, È LEGATO A
UN’IDENTITÀ SEMPRE PIÙ PLASMATA ATTRAVERSO I SOCIAL, SOPRATTUTTO TRA LE
GENERAZIONI PIÙ GIOVANI?
Centrale è il tema della solitudine. Francesco parla apertamente di “vuoto”, ma
anche gli altri ragazzi e uomini intervistati raccontano momenti di solitudine,
il più delle volte connessi al rapporto con persone amiche che, con l’emergere
della malattia, hanno preso le distanze. Tutti descrivono l’isolamento vissuto
durante l’esperienza di ospedalizzazione dove la sera ci si ritrova da soli
nelle stanze e ci si confronta maggiormente con la propria interiorità. In un
momento storico in cui la vita fuori va molto veloce al punto che a volte
dobbiamo quasi rincorrerla, essere costretti a rallentare e metterci in ascolto
di noi stessi non è sempre facile. Rispetto all’illusione esercitata dal mondo
dei social, soprattutto sui più giovani, nel libro cito il caso di Thiago Elar,
il ragazzo di 27 anni transgender divenuto famoso su TikTok e morto nel luglio
del 2025. Se, attraverso il racconto e l’esposizione mediatica della propria
fragilità, si può avere l’impressione di essere visti e ascoltati e di ricevere
un grande sostegno, in realtà nessun account social è realmente vicino alla
persona che soffre perché non si può cancellare la distanza dello schermo.
NEL LIBRO SI METTE IN ASCOLTO DI STORIE DI FRAGILITÀ NEL TENTATIVO DI “STARE
NELLA COMUNE FRAGILITÀ”. FINO A CHE PUNTO È POSSIBILE ABITARE GLI SPAZI DI UNA
SOFFERENZA COLLETTIVA? E QUANTO È GRANDE IL RISCHIO DI RIPORTARE A GALLA VISSUTI
PERSONALI E ALIMENTARE NUOVE RICADUTE?
Credo che la risposta stia nella frase che ho messo in esergo al mio libro e che
ho ritrovato negli appunti di Martina, la mia compagna scomparsa a fine 2025 a
causa di un tumore. Martina era una psicologa che si occupava in particolare di
lutto. Già prima della stesura del libro, ci confrontavamo spesso su come, nel
mestiere psicoterapeutico, si tende ad assorbire il dolore degli altri: bisogna
essere capaci di fargli spazio senza esserne investiti e, in alcuni momenti, può
essere efficace una self-disclosure, cioè la condivisione, da parte del
terapeuta, di un aspetto di sé quando questo risulta funzionale alla relazione
con il paziente.
Quasi tutte le interviste per il libro sono state svolte quando la mia compagna
era ancora in vita, e a casa l’ho più volte interrogata su quale fosse il modo
migliore di pormi davanti alla sofferenza altrui. Grazie alla sua competenza ho
capito che era necessario presentarsi in modo orizzontale e assolutamente
paritario, con curiosità e senza paura di mostrare anche la mia fragilità.
Questa modalità mi ha aiutato a entrare più rapidamente in empatia con le
persone intervistate. Tuttavia, mi rendo conto che, esponendosi in questo modo,
si rischia di far emergere aspetti della propria personalità che ancora non si è
pronti ad affrontare. Dal punto di vista emotivo, io sono un temerario, mi piace
buttarmi a volte senza salvagente e capire cosa accade dentro di me.
IN CHE MODO L’ESPERIENZA DI PROSSIMITÀ A UNA PERSONA MALATA E IL SUO RUOLO DI
CAREGIVER HANNO MODIFICATO IL SUO SGUARDO SUL CORPO MALATO?
Come spesso accade, sono partito da un’idea di racconto che si è poi modificata
durante la scrittura del libro. All’inizio, l’unico capitolo in cui compariva
Martina, doveva essere quello finale, dedicato alla cura del corpo.
Successivamente, però, la sua figura è entrata in tutto il racconto, soprattutto
quando scrivevo della morte, ma anche del percorso di malattia e di cura
nutrizionale. Le sacche per la nutrizione artificiale, usate per le persone con
anoressia, sono infatti le stesse che io ero solito preparare alla mia compagna.
Anche affrontando il tema della pesante partecipazione del “sistema famiglia”
nel disturbo alimentare di un proprio membro – su questo aspetto, ho avuto
l’occasione di intervistare Francesca Lazzari e Stefano Tavilla, rispettivamente
la madre e il padre di due giovani persone morte a causa delle complicazioni di
un disturbo alimentare – mi sono accorto di come spesso, di fronte a ogni forma
di malattia, la famiglia si attiva e si ricostruisce attorno alla persona in
cura.
Quando ho cominciato ad affrontare il tema da giornalista, non avevo ancora una
percezione chiara di quanto fosse alto il tasso di mortalità nei disturbi
alimentari. Quando mi sono imbattuto nei numeri, ho avuto un effetto di shock.
Mi ha poi particolarmente colpito per la sua precisione la frase di una
psicoterapeuta che ho intervistato: “L’anoressia mima la morte”. Il tema della
mortalità nei disturbi dell’alimentazione si è dunque riflesso nell’esperienza
da me vissuta come caregiver di una persona amata portata dalla malattia a un
dimagrimento molto rapido e vicino alla morte.
L'articolo L’anoressia mima la morte proviene da Il Tascabile.
Tag - salute
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
A lla domanda “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?”,
tra le tre opzioni “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”, Daniel
(36 anni, maschio) aveva scelto l’opzione “Per niente deluso”, rientrando così
tra i Detractor del nostro prodotto. Gli inviai la solita e-mail preimpostata
per invitarlo a un’intervista, come avevo fatto con altri centoquarantasette
utenti che nelle ultime due settimane avevano espresso lo stesso giudizio
rispondendo al questionario che appare nell’applicazione. Speravo di
intervistare almeno otto di loro.
Per incentivare la partecipazione, offrivo un premio: un’infusione endovenosa
gratuita di vitamina C presso il nostro laboratorio. Nel corpo dell’e-mail avevo
incluso un link al mio calendario. Dopo pochi minuti, la notifica: Daniel aveva
prenotato uno slot per il giorno successivo alle 8 e 30 del mattino. Odiavo fare
interviste così presto. Un’intervista alle 8 e 30 significava dovermi svegliare
un’ora prima del solito. Ma considerate le condizioni del mercato del lavoro a
Berlino dopo la pandemia, non potevo certo lamentarmi.
Parte I: Il questionario
Tra marzo 2024 e aprile 2025, prima di essere vittima del secondo licenziamento
di massa in cinque anni, ho lavorato come User Researcher per una start up
tedesca nel settore Health Tech. L’applicazione, tuttora presente sul mercato,
consente agli utenti di prenotare esami del sangue, recarsi in un laboratorio
affiliato e ricevere il referto entro ventiquattro ore direttamente sul proprio
telefono. Il vantaggio principale del prodotto è quello di bypassare il medico,
spesso definito the middle man dagli utenti che intervistavo durante le varie
ricerche e test di usabilità. The middle man: una locuzione dietro la quale si
cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale, scomodando
una celebre espressione di Thomas Kuhn.
Prima del marzo 2024, non sapevo nulla del settore Health Tech, né tantomeno di
come interpretare referti di laboratorio. Avevo da poco compiuto quarant’anni e
non mi era mai passato per la testa di aggirare il parere medico per sapere se
ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me. Il motivo per cui ero stato assunto
da quella start up era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero
se rispondesse in modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a
cui era indirizzata.
Avevo condotto ricerche simili in passato per due aziende diverse: una di
viaggi, un’altra di e-commerce. Ci sono vari modi per misurare il cosiddetto
Product-Market Fit. Quello che preferisco è stato ideato recentemente da Sean
Ellis, una sorta di guru del Growth Marketing. Tutto comincia con una semplice
domanda da porre in un questionario: “Come ti sentiresti se non potessi più
utilizzare la nostra app?” Tre risposte possibili: “Molto deluso”, “Un po’
deluso”, “Per niente deluso”.
> Il motivo per cui ero stato assunto da una start up del settore Health Tech
> era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in
> modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era
> indirizzata.
Secondo Ellis, un prodotto soddisfa i bisogni di mercato quando almeno il 40% di
chi risponde al questionario si dichiara “molto deluso” all’idea di non poterlo
più usare. Quella app raggiungeva a malapena il 30%, quindi era ancora lontana
dal tanto desiderato market fit. Ma la ricerca non finiva qui. Il questionario
era solo l’inizio. Oltre a offrire quel benchmark ideale, mi permetteva di
segmentare gli utenti in tre categorie di sentimento: Supporter, On-the-fence,
Detractor. In quelle settimane di aprile del 2024, la mia attenzione era rivolta
ai Detractor come Daniel.
Parte II: L’intervista
Il giorno dell’intervista, mi svegliai alle 7. Come ogni mattina, presi dal
frigorifero la scodella di fiocchi d’avena lasciati in ammollo tutta la notte
per ridurne il contenuto di acido fitico che, a detta della nutrizionista
olistica dell’azienda, interferisce con l’assorbimento dei minerali. Vi aggiunsi
miele e una manciata di mirtilli, antiossidanti. In pochi minuti l’avevo
spazzato. Poi inghiottii una pastiglia di vitamina D3 da 5000 IU e un
integratore di vitamine B-Complex.
Da circa un mese, questa era diventata la mia routine mattutina: una nuova
versione di me che non mi sarei mai aspettato ‒ perché stavo benissimo. Per
provare quel prodotto avevo fatto un test. Era gratis per i dipendenti.
Risultati alla mano, la nutrizionista aziendale disse che i miei valori di
vitamina D e vitamine B, sebbene pienamente nella norma, potevano essere più
alti: dovevano essere più alti. Citava opinioni di influencer come Rhonda
Patrick e Mark Hyman, di cui non avevo mai sentito parlare. Mi prescrisse due
integratori, io mi fidai.
Quella mattina arrivai in ufficio puntuale alle 8 e 15, giusto il tempo per
prepararmi un caffè lungo, nero e senza zucchero, che sempre secondo la
nutrizionista avrebbe la proprietà di prevenire. tra gli altri, cancro al
fegato, diabete di tipo 2 e infarto. Alle 8 e 25 prendevo posto sul piccolo
sgabello nel booth insonorizzato, aprivo il laptop di fronte a me, pronto per la
videochiamata con Daniel. Alle 8 e 30, la notifica: Daniel era entrato nella
sala d’attesa virtuale. Lo feci accedere alla chiamata.
“Grazie per aver trovato il tempo per parlare con me,” lessi dai miei appunti.
Di fronte a me avevo un documento intitolato PMF Interview Script. Cominciai a
recitare l’introduzione in cui spiegavo a Daniel come sarebbe andata la nostra
chiacchierata. Avremmo parlato dei suoi interessi legati a salute, fitness,
nutrizione. Poi gli avrei posto una quarantina di domande sulla sua esperienza
con il nostro prodotto ed eventuali competitor. Infine avrei lasciato cinque
minuti di tempo per le sue domande. Quarantacinque minuti in tutto.
> Il vantaggio principale dell’applicazione è quello di bypassare il medico,
> spesso definito the middle man dagli utenti, una locuzione dietro la quale si
> cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale.
“Okay, cominciamo,” mi esortò lui, stortando il volto in un’espressione
annoiata. Non era un comportamento insolito. I detrattori di un prodotto, quando
accettano di essere intervistati, tendono a esagerare il proprio malcontento.
Spesso lo fanno per ottenere sconti su acquisti futuri o, nei casi più audaci,
per richiedere rimborsi completi e la cancellazione dell’account. Non mi feci
intimidire. “Perfetto. C’è un aspetto della tua salute a cui presti particolare
attenzione ultimamente?” “Ho da poco superato i 35 anni,” rispose Daniel,
trascinando le parole, “Prima di provare il vostro servizio, l’anno scorso ho
fatto un esame del sangue generico. È saltato fuori che i miei livelli di
colesterolo LDL sono troppo elevati.”
Daniel indossava una maglietta a maniche corte bianca; rivelava spalle strette,
spigolose, un collo sottile e teso. A guardarlo, pensai che non doveva essere un
Optimizer, una delle quattro user persona su cui si basava il design del
prodotto. Forse rientrava tra i Guidance Seeker o i Disease Preventer. Per la
sua età, oltre che per la figura esile, non poteva certo essere un Fit Retiree.
Indagai. “In che modo cerchi di monitorare e migliorare il tuo colesterolo?”
“Cosa devo fare? Cerco di fare attenzione a quello che mangio. Ogni tanto vado a
correre, ma non con regolarità.”
Confermato: non era un Optimizer. Un Optimizer avrebbe parlato fino allo
sfinimento ‒ mio ‒ di sport, diete, integratori, podcast, influencer. Gli sport
che vanno per la maggiore tra gli Optimizer sono cross-fit, corsa, nuoto. Quelli
che avevo intervistato nelle settimane precedenti facevano maratone e gare di
triatlon. Tra i podcast, menzionavano spesso biohacker come Andrew Huberman,
Peter Attia, Bryan Johnson. Leggono libri di self-help come The Glucose
Revolution di Jessie Inchauspe, e Metabolical di Robert Lustig. Gli Optimizer
poi tendono a utilizzare app di tracciamento biometrico. Prodotti come Whoop,
Fitbit, Garmin, Oura. Utilizzano bilance a sensori come quelle di Withings che
offrono analisi della composizione corporea e monitoraggio della salute
cardiaca. Invece di consultare dottori, gli Optimizer chiedono consigli a
ChatGPT e Claude. I dottori, sostengono loro, pensano a curare, non a prevenire:
non ne sanno nulla di self-improvement.
Il fatto che Daniel avesse risposto in modo così misero alla mia domanda sulle
sue abitudini di fitness e alimentazione ‒ una corsetta ogni tanto e una
generica attenzione al cibo ‒ lo collocava chiaramente tra i Disease Preventer:
quelli che sì, vogliono evitare di ammalarsi, ma non dimostrano lo stesso
impegno attivo, costante degli Optimizer. Stavo per porgli un’altra domanda,
quando lui mi interruppe. “In tutta onestà, non so nulla di queste cose. Dovete
dirmi voi cosa fare. Ho accettato di partecipare a questa intervista solo per
poter parlare con qualcuno della pessima esperienza che ho avuto.” “Qualcosa
non è andato come speravi?” “Ho fatto il test a fine gennaio. Avevo undici
valori fuori range. Undici. Sono andato nel panico. Cliccavo qua e là per capire
se avessi qualcosa di grave. Una malattia. Un tumore. Ma la app non diceva
nulla. Mi consigliava di fare sport, mangiare salmone, smettere di fumare. Non
ho mai fumato e credo di nutrirmi bene. Il servizio clienti mi ha detto che in
quanto prodotto non-medico, non potete fare diagnosi. Ho pagato 179 euro per
questo test e tutto quello che avete da dirmi è di mangiare salmone?”
Daniel era decisamente un Disease Preventer di tipo ansioso. Il candidato
perfetto per un progetto su cui stavamo lavorando in quel periodo, dal titolo
Reduce Anxiety, che prevedeva nuove funzionalità per ridurre l’ansia in caso di
referti che potevano apparire preoccupanti. Cliccai sul tasto “Eureka” del
software di videochiamata per evidenziare quel momento e presentarlo al team più
tardi, come spunto di riflessione.
“Puoi dirmi di più sulle sensazioni che hai provato quando hai ricevuto il
referto?” “Panico. Ho telefonato al mio dottore. Mi disse che non avrei dovuto
spendere soldi per un servizio del genere. Che sarei dovuto andare da lui. Ma
lui non mi è mai stato d’aiuto. Dice sempre ‘Va tutto bene’, anche quando lo
vedo con i miei occhi che i risultati non sono nella norma.” “E cosa hai fatto
allora?” “Non avevo altra scelta. Sono andato in studio da lui. Mi ha fatto un
altro prelievo. Una settimana dopo mi ha chiamato. I risultati non erano diversi
dai vostri, ma secondo lui non c’era nulla di strano. Erano appena passati
Natale e Capodanno, era normale che trigliceridi, glucosio, insulina fossero un
po’ sballati, diceva. E che stress e cattivo sonno potessero influenzare
cortisolo, glicemia e altre cose. Dovrò rifare i test tra quattro mesi.” “C’è
qualche contenuto tra quelli proposti dalla app che hai trovato di qualche
utilità?” “No.” “Cosa avresti voluto trovare in una app ideale, in quel
momento?” “Dirmi chiaramente che non stavo per morire. Ricevere consigli
personalizzati. Darmi una lista di integratori da prendere. Quello sarebbe un
buon inizio.” “Prendi qualche integratore?” “Per ridurre stress e infiammazione
prendo curcumina, quercetina e bromelina.” “Te li ha consigliati il dottore?”
“No. Lui dice che non sono scientificamente provati. Li ho trovati su Internet.”
“Stanno funzionando?” “Ho cominciato da poco.”
> Il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata
> circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più
> accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un
> fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
Quando il tempo a disposizione stava per terminare, chiesi a Daniel se avesse
qualcosa da aggiungere. Disse di no. Conclusi ringraziandolo per il tempo che mi
aveva dedicato. Lui ricambiò con una smorfia insoddisfatta, lo schermo si fece
buio. Finii il mio caffè in una sorsata e gli inviai un’e-mail con le
informazioni su come riscuotere l’infusione endovenosa di vitamina C presso il
nostro laboratorio di Mitte. Tre giorni dopo, ricevetti un suo messaggio. Voleva
farmi sapere che era stato al laboratorio per l’infusione. Qualche ora dopo,
ChatGPT gli ha assicurato che è normale non avvertire un effetto immediato dopo
un’infusione di vitamine, che spesso i risultati si manifestano gradualmente.
Avrebbe riprovato in futuro, diceva.
Parte III: La società della stanchezza
Secondo un rapporto di Statista del febbraio 2025, il mercato globale del
settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata circa al 7% annuo ‒,
trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più accessibili e
personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un fatturato di quasi
200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Il mercato analizzato da
Statista si articola in tre segmenti principali: fitness tracking, consultazioni
online e trattamenti digitali con l’uso di biosensori per diagnosi e cura.
Questo trend si manifesta in larga parte nella proliferazione di applicazioni
dedicate alla gestione autonoma della salute, arricchite spesso
dall’integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language
model, LLM) presi in prestito da OpenAI o Alphabet, altre volte creati di sana
pianta.
Un caso tra tutti quello di SelfDecode, start up di base a Miami che si
definisce l’unica azienda al mondo a fornire direttamente al consumatore un
“punteggio di rischio poligenico” basandosi sull’analisi del DNA ed esami di
laboratorio. Questa è la promessa, o in gergo tech lo “Unique Value Proposition”
di SelfDecode, che si riflette nel classico, pomposo inciting incident da public
speaking espresso dal CEO, Joe Cohen: “Negli anni, ho sofferto di settantacinque
diversi problemi di salute. I medici non potevano curarmi, così ho dovuto
pensarci io. Molti anni e milioni di dollari dopo, sono stato in grado di usare
la mia genetica per risolvere tutti i miei problemi.”
Tralasciando per un momento la disarmante performatività che si cela, neanche
troppo velatamente, dietro queste parole ‒ e immagini, se avete dato un’occhiata
a come si presenta il CEO di SelfDecode in fondo alla homepage ufficiale ‒, si
nota nel proliferare di questi nuovi prodotti un desiderio sempre più ossessivo
di controllo sull’io che prende le mosse da una progressiva perdita di fiducia
nella medicina tradizionale, spesso percepita come ostacolo: quello scomodo
middle man, appunto, di cui è meglio sbarazzarsi.
Nel libro La società della stanchezza, pubblicato per la prima volta in tedesco
(Müdigkeitsgesellschaft) nel 2010 e giunto alla sua sesta edizione uscita in
Italia nel 2020, il filosofo Byung-Chul Han esplora e critica in modo incisivo
questa spinta ossessiva verso il continuo miglioramento di sé. Un concetto che
affonda le radici in una delle idee cardine del secolo corrente, secondo la
quale un progresso individuale costante sia non solo possibile, ma dovuto. Han
vede in questo mantra una forma di autosfruttamento che, nell’incessante ricerca
della massima performance, non può che portare l’individuo al collasso.
> Nel proliferare dei prodotti del settore Health Tech si nota un desiderio
> sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una
> progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita
> come ostacolo.
Secondo Byung-Chul Han, questa dinamica caratterizza la fine della “società
immunologica” del secolo scorso che aveva come categoria fondamentale
l’alterità, ovvero l’estraneità di batteri e virus da sconfiggere: “Oggi,
invece, al posto dell’alterità abbiamo la differenza, che non provoca alcuna
reazione immunitaria […] non è causa di malattia.” Qui Han allude
tangenzialmente all’eguale di Baudrillard de La trasparenza del male. Saggio sui
fenomeni estremi (1991), per definire un nuovo tipo di violenza che l’individuo
contemporaneo si trova ad affrontare: una violenza che non è più volta verso
l’esterno, ma l’interno. Una “violenza della positività” che non presuppone più
alcuna ostilità perché si sviluppa in una società ormai sterilizzata. Svanisce
quindi una volta per tutte, nell’analisi di Han, la polarizzazione
interno-esterno, perché la violenza oggi è “sistemica, vale a dire immanente al
sistema”: un’infiammazione interna dell’Io che si sente in costante difetto
nell’odierna società della prestazione (Leistungsgesellschaft).
L’estremo di questa visione è il doping, che “trasforma non solo il corpo, ma
l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve
funzionare indisturbata.” L’individuo da ottimizzare rifugge così da qualsiasi
divieto o ostacolo ‒ da qui, anche il suo compiaciuto svincolarsi dalla scienza
normale ‒ e si allinea invece con la società della libera volontà, al centro
della quale può finalmente dirsi unico player incontrastato, soggetto di
prestazione che, ora pienamente libero, “concorre con se stesso e cade sotto la
costrizione distruttiva a doversi superare costantemente.” Questo perenne senso
di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si svolge tutta all’interno
del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale irraggiungibile, idealmente
immortale, conduce necessariamente al collasso: il burnout.
“Il burnout è il risultato della concorrenza assoluta. […] Di fronte
all’Io-Ideale, l’Io reale appare come un fallito, che viene coperto di
autorimproveri. L’Io fa guerra a se stesso. In questa guerra non può esserci un
vincitore, perché la vittoria termina con la morte di chi vince. Il soggetto di
prestazione si distrugge nella vittoria. La società della positività, che crede
di essersi liberata da ogni costrizione estranea, si impiglia in autocostrizioni
distruttive.” Ecco qui spiegata l’ansia irrisolvibile di un Disease Preventer
impossibile da soddisfare: scettico del parere medico, deluso dalle
applicazioni, perso nelle sue ricerche online. Un destino terrificante.
> Il perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si
> svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale
> irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il
> burnout.
Byung-Chul Han però si sforza di trovare una soluzione positiva a tutto questo.
Per farlo, attinge al Saggio sulla stanchezza (1991) di Peter Handke, in cui
vengono esplorati due tipi di stanchezza: una “stanchezza solitaria, priva di
mondo”, quella del burnout, distruttiva perché causata da un senso di costante
mancanza; e una “stanchezza fiduciosa del mondo”, che risulta invece nel
non-fare come atto di resistenza contemplativa, generativa. Han scrive: “[La
stanchezza fiduciosa] non è uno stato nel quale ogni senso svanirebbe. In essa
invece si risveglia una particolare capacità di vedere.”
Leggendo questo passaggio mi è tornato alla mente Horacio Oliveira, protagonista
del romanzo Il gioco del mondo (1969, ed. or. 1963) di Julio Cortázar, quando si
trova ad affermare esattamente e forse ancora più incisivamente questo stesso
cambio di paradigma, da una stanchezza del difetto a una stanchezza del non-fare
come rinuncia consapevole: “dietro ad ogni azione si nascondeva la protesta
[…] in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora
fatto e che era possibile fare, la protesta tacita di fronte alla continua
evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente. […] Era
meglio rinunciare, perché la rinuncia all’azione era la protesta medesima e non
la sua maschera.”
Qualche settimana dopo la chiacchierata con Daniel, mi svegliai in piena notte
con formicolii ai piedi e alle mani, pruriti che nei giorni successivi sarebbero
diventati veri e propri bruciori, accompagnati da un fastidioso senso di nausea.
Mi sentivo sempre stanco, i muscoli molli, vuoti. Una mattina prima di andare in
ufficio, mi presentai in laboratorio per fare un esame completo su oltre
sessanta marker. La sera del giorno dopo, una notifica mi avvisava che i
risultati erano pronti. Aprii la app e scoprii con sollievo che tutti i valori
erano in regola, eccetto due: la vitamina B6 aveva fatto un salto del 250% in
più rispetto al test precedente e la vitamina D era ben oltre la soglia massima
dei livelli di riferimento per individui adulti.
Tra i sintomi di eccesso di vitamina B6 ci sono formicolii agli arti e
intorpidimenti. Mentre l’eccesso di vitamina D può causare nausee. Non c’era
altra spiegazione: entrambi i valori erano schizzati alle stelle a causa delle
dosi massicce di integratori prescritti dalla nutrizionista olistica che seguiva
religiosamente le opinioni dei biohacker di Instagram. Smisi immediatamente di
prendere integratori, i formicolii svanirono nel giro di un paio di settimane.
Nella mia piccola rinuncia ripresi a stare bene, normalmente bene.
L'articolo Teorie e pratiche della stanchezza proviene da Il Tascabile.