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L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco dimissionario & anarchico
> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il > fatto di essere un uomo unico.  > > Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner Preambolo  “Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”, così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta. Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero, estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su cosa significhi la ricchezza oggi. * Mentre  Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso, riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative, consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una vita dopo la nascita.  Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si sosterrebbe un germe di nuova umanità.  Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa, di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne, stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi indotti, legami futili, compensi consolatori. Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a noi, in serafica semplicità.  Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi suoi effetti desiderati.  Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo. Ivan Fantini photo Elisabetta Tura * L’incontro Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita, antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali. Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare, infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti, abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni (street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro prezzo. Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo, lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda, broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di Fantini.  Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia e dispone più alla fratellanza che al contegno. Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web, basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e preparati da barattare.  Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure, spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia. Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini, è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza che insidia la caducità e la morte stessa. Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere, portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono – come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio, vino, caffè, tabacco. Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità impotente. Ivan Fantini a Crisalide22 * Digressione  La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare. Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso, si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo della propria vita.  Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale, hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi, nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.  Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana, maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello smarrimento spirituale con le pratiche on line. Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere. Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani. Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza, danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise – “è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto, salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa. Una disperazione in rivolta. Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici, estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo, senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito, maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia, madre ignara dei suoi eroi negletti.  Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e fraintendimenti. Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento, a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente, abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare. * Conclusione inconclusa Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che della vera mancanza di un sostentamento minimo. Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di continuo. Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente – mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di danza e di vita. Michele Montanari *In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco dimissionario & anarchico proviene da Pangea.
Michele Montanari
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“Ho visto gli occhi degli alberi”. Discorso sulla poesia di Franca Mancinelli
“Allora, tutto a un tratto l’invisibile diventa visibile, è lì, sotto l’occhio che abbiamo aperto” scrive J. Hillman ne Il codice dell’anima. Di non visibile, di lingua delle vibrazioni, si nutre Tutti gli occhi che ho aperto, un libro di versi e prose poetiche di Franca Mancinelli che qui ripercorro. La poesia viene assorbita o resta fuori da un corpo, non è che luce. Può aprire un varco nell’invisibile che a ognuno è concesso, parlare quella parte di vita a cui la lama della ragione cava ogni valore. In questa raccolta di Franca Mancinelli edita da Marcos y Marcos nel 2020 siamo dentro una materia che è capace di condursi oltre i confini umani, agli alberi, agli animali, ai miti e alle anime in tutte le loro forme e metamorfosi. Un verso filamento-guida, dalla sezione Luminescenze: > Chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine.  Una materia più ampia della lingua e più sottile del suono. Un corpo che è un solo grande organismo vivente, che si dirama, sprofonda nella terra, rinasce. Ha la forza inafferrabile di un fascio di luce. Materia trasformativa dell’esperienza quotidiana come di quella che chiamiamo intima spesso arresa al silenzio o a una retorica da psicanalisi. Questa materia è composta di vocali e consonanti che messe assieme producono una luce ulteriore sull’errore come sull’inganno consolatorio, al di qua dell’enunciazione, spingendo i significati oltre la semantica. Poesia. Tutti in qualche misura possono accogliere in sé una materia così preziosa, anche senza saper scrivere o leggere una sola parola. Quanto resta di umano immanente, di salvifico a contrasto con la superficie digitale dei giorni, ha nome poesia. Non chiede di essere interamente compresa, la poesia induce a un esodo, a una rottura, a un’immersione di sguardo oltre “la gabbia degli occhi”. Resta inconclusa, aperta, imperfetta e permeabile. Questo libro di Franca Mancinelli è una raccolta di versi e di prose in otto sezioni, separate e comunicanti. È un lavoro composito, plurale, che trova nell’immagine in epigrafe sulla prima pagina il motivo conduttore: > non può disperdersi  > si ricompone a ogni svolta  > come uno stormo in viaggio Preceduta da Mala kruna, Pasta madre e Libretto di transito, questa raccolta è un viaggio con andamento circolare, dove paesaggio e corpo umano sono fusi dentro una geografia metamorfica e animista. Si apre con la sezione Jungle, tra i boschi dei migranti al confine tra Serbia e Croazia e si chiude di nuovo lì, su quello spazio che da anni tronca la rotta balcanica alla frontiera croata. L’ultima sezione, Diario di passo, è infatti un estratto dai testi nati durante la stessa esperienza itinerante del 2018 in quei territori di fuga e di morte. Nel mezzo, sono tante le voci del libro, gli occhi che si aprono; ogni sezione è sempre ricondotta al titolo. Leggiamo dalla sezione eponima, in epigrafe: > alla polvere dell’aria  > ricongiungimi > mia luce che vieni come una miccia. Da Alberi maestri, questi versi da cui è tratto il titolo del libro: > Tutti gli occhi che ho aperto > sono i rami che ho perso. Franca Mancinelli donna-albero, poetessa in transito, bambina-Titano in cammino lungo un bosco dell’Appennino centrale, nella cucina di casa come nelle lande slave. Sensibilità mitica, indomita nel passo che avanza e senza saperlo già scrive, diviene scritta, così disperde il dolore afasico di una relazione lacerata, sanguinante. Un faggio le si fa davanti, dai segni sul tronco le parla; occhi aperti, ferite che si aprono alla perdita di rami. La trova in quel momento un’intuizione, arriva così il verso che dà il titolo a questo libro, seguito dalla perdita-riconquista di “luminescenze”, come si legge in Una pratica di chirurgia interiore, una delle sue prose raccolte in The Butterfly Cemetery (The Bitter Oleander Press, 2022), un libro inedito in Italia.  Leggiamo dalla sezione Tutti gli occhi che ho aperto: > ha i denti questo giorno  > come giocando morde  > mi incide di sillabe le mani:  > tra poco il fiotto affiora E da Luminescenze: > l’allarme non scatta, ma è un furto  > con scasso. L’amore  > a tracollo ci porta: sua borsa,  > dentro ci mette la nostra miseria …arriviamo ad altre stanze della sezione Specchio ricurvo, ispirate a Santa Lucia: 13 dicembre  tutta la forza del mondo  non sposta un raggio di luce  ora sei tu il cardine  – da queste ceneri  ti sto versando la voce  * guardo i tuoi occhi sul piatto  grani di un viso che vibra  aperto come l’azzurro  su un campo mietuto. * specchio ricurvo il dono  riaffiora velato di muschio  ciottolo nella corrente:  cancellato ogni urto, vivo  oltre le vostre mani. A questo punto del libro la pupilla ha compiuto il suo intero giro e ora guarda dentro, dietro, nuovi filamenti di luce; si può invertire il dittico che include il titolo e parafrasarlo: tutte le mie perdite sono rinascite. È l’emancipazione dal visibile, verso la luce che svela le sorti di pagine fragili e terribili, dietro le facciate dei nostri diari quotidiani: ecco la poesia che affonda nella meraviglia e nel mistero di nuove visioni possibili. Ancora la sacralità, la divinazione umana tornano a risuonare nella materia poetica, nello smarrimento dei passi in cerca di voci, nel ritmo dei quali s’affaccia anche l’immagine di Lucia, santa della luce e degli occhi nella sezione Specchio ricurvo. Ho incontrato Franca Mancinelli anni fa; solo dopo altro tempo ho iniziato a leggerne le poesie, solo di recente le ritrovo nel silenzio del suo sguardo accorto, rispondere alla precisione dei suoi movimenti, posati nel passo e nel gesto; alla sua voce ferma, asciutta, portata da un incedere attento, cadenzato e vibrante, senza esitazione. Una voce che si riconosce tra le parole e si ritrova nel riverbero di una sua lettura. In queste pagine poetiche il corpo della poesia prende spesso le sembianze dell’autrice a sua volta capace di una metamorfosi di natura, quasi possessione panteistica. Il corpo della poetessa si fa albero, migrante stuprata, teschio ridente, fuggiasco anonimo, amante posseduta, infine silenzio e raccoglimento, e sempre ogni cosa quel corpo attraversa e in ultimo abbandona. Torna nel cammino. Si aprono lungo le pagine tanti occhi quante sono le visioni che l’autrice richiama dalla propria coscienza rifratta e a tratti narra, alternando versi e prosa come in natura può variare lo stato di una materia, è la lingua di Franca Mancinelli, materica, polimorfa e allo stesso tempo precisa, netta. L’andamento dei versi e dei periodi segue le pieghe a volte sincopate altre morbide di quello stormo in epigrafe, nel vento gelido degli altopiani tra Croazia e Slovenia o nel soffio tiepido dell’aria estiva tra i faggi d’Appennino. Attraverso gli occhi, le immagini si proiettano dentro quella che lei chiama in un verso la camera oscura della scrittura nella sezione Tre sillabe di silenzio: > non si chiudono gli occhi.  > Vedo da dentro – il buio  > dal germe a questo incavo:  > scrittura, mia camera oscura. Ogni testo mantiene il proprio segreto canto e riesce a fermare la corsa inutile delle ore: siamo dentro un movimento poetico, un transito che scomponendosi ha la forza vettoriale di uno stormo che piegandosi avanza, frammentato corpo unico muta l’orizzonte, flette e continua la propria rotta. Torno alla sezione Luminescenze, leggo questi versi: > per una legge di gioia si trasforma.  > Non credo ai muri divisori.  > chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine. E, da Jungle:  sono le perle del tempo, le morti  le attraversiamo come un filo.  * trapassando la terra nel sonno continuiamo a discendere  in circolo tra organi e pianeti * ci svegliamo dentro gli occhi di un uccello.  È questo il mondo, un frutto spezzato  a colazione, il cerchio della tazza  specchio che si apre  su un prato, una coperta  a contenerci come un’isola  da cui non siamo nati.  @Mitar Simikic In questa raccolta è centrale l’esperienza del viaggio balcanico tra i migranti intrappolati nei boschi slavi, ma nessuna devozione a una scrittura civile, etica-istituzionale; nessun orpello, una sobrietà che sacrifica anche le maiuscole e che usa gli spazi bianchi come sintassi del respiro. L’esattezza delle parole è in sintonia col movimento centripeto della stesura che coagula al centro di un occhio aperto dietro le palpebre, nel buio brulicante dell’intuizione. Mi sono immerso in queste pagine scongiurando ogni pretesa analitica, dimenticando le ricognizioni di tanta eccelsa critica su questo libro; un’opera non vuole essere scandagliata a oltranza, vive fuori dalle maglie serrate dei commenti in questo caso talmente alti da non farsi dimenticare; qui sarà bastato riportare all’occhio e all’orecchio di chi ancora non ne abbia esperienza un’opera poetica che chiede accesso in noi, chiede a giusto titolo presenza, fiducia. Ricordare la forza generativa e rigeneratrice che si chiama poesia e che allo stesso tempo non può definirsi che in un silenzio abitato dalle pieghe dei giorni, dalle vibrazioni più remote dell’universo, piuttosto che da un ingombrante “io” che rimugina. > ho visto gli occhi degli alberi  > nel folto una scossa  > di chiarore rimasto – a vegliarci  > come fitta pioggia che aspetta. Poesia, fede nella sua forza escatologica, per accoglierci in quei corpi che G. Jung chiamava immaginali, oggi metabolizzati in seduta terapeutica o relegati nella mostruosità inespressa del contemporaneo. Alcune parole di Franca Mancinelli sul “fare poesia”: > “Quando plasmiamo questa forma con la massima cura e dedizione di cui siamo > capaci, accade qualcosa che ci travalica. La tensione che ci ha guidati > restituisce un’opera che possiamo riconoscere compiuta proprio quando, nel > senso etimologico, non è perfetta, non è portata a compimento: resta aperta > alla vita che continua ad attraversarla, nel trascorrere del tempo, nel > variare degli occhi di chi riconoscerà ogni volta un altro bagliore, un altro > filamento che affiora.” Leggiamo dalla sezione Alberi maestri: > cammino, la nuca protetta > dai miei custodi, liberato lo sguardo  > dalla gabbia degli occhi. @Armin Graca Rotte migratorie, blocco di dolore, cammini personali, amore e orrori, in una trasvolata sopra l’orizzonte terreno, a discenderne le profondità, il buio, l’oscuro, dove il Daemon-angelo di Hillman vibrando si lascia intuire, ridando luce, coraggio di guardare, scacciando i demoni della paura-dominante (leggi cultura dominate). Andare oltre il dolore percepibile, intuirne le risonanze nel cosmo, questo riesce a fare Franca Mancinelli dietro le sue palpebre o, più spesso, camminando tra i boschi, dando passo e quindi ritmo alla scansione d’immagini. Da un buio generativo, la seconda conoscenza delle cose, la loro ombra luminescente. Quello che chiamiamo “orizzonte comune” del presente è una vista corta, comoda, sugli orrori che di continuo somministrano le cosiddette fonti ufficiali; nelle parti del libro dedicate ai migranti, la parola è oltre l’indignazione, precede la cronaca delle morti e le sue propaggini visive; supera l’assuefazione allo spettacolo del dolore, il dovere civile della denuncia, per arrivare dentro le cellule dell’orrore stesso, tra i fanghi ghiacciati dei bivacchi, sulla tuta di un neonato appesa al filo spinato, o dentro una pentola sporca abbandonata sopra due tizzoni; il freddo del silenzio sulle dita, fino a chiedersi nell’ultima sezione:  > Perché sei qui? Scrivo e il freddo mi paralizza le mani. Sono sulla soglia di > una capanna vuota: un focolare di mattoni, una pentola nera. Bucce di cipolla > sparse, una lattina di una bevanda energetica. Tra gli alberi si alza un filo > di fumo. Sentire nell’oscuro la luce con tutti gli occhi, tradurla in suono di cruda bellezza, parteciparla e donarla. Michele Montanari *In copertina: Francesco Del Cossa, Santa Lucia (dettaglio), 1473/1474  L'articolo “Ho visto gli occhi degli alberi”. Discorso sulla poesia di Franca Mancinelli proviene da Pangea.
Poesia
Franca Mancinelli
Letteratura italiana
Michele Montanari
Tutti gli occhi che ho aperto