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La lotta per depenalizzare davvero l’aborto non è mai finita, nemmeno in Italia
Inghilterra e Galles hanno approvato la completa depenalizzazione dell’aborto per le donne, una strada intrapresa da pochi Paesi nel mondo. Anche se l’aborto è concesso, ciò non significa che sia del tutto legale. Anche in Italia Nelle scorse settimane il parlamento inglese ha approvato la completa depenalizzazione dell’aborto, modificando una legge che aveva più di 60 anni. Questo significa che una persona che interrompe la gravidanza, anche se “clandestinamente”, non potrà essere accusata di alcun reato, mentre restano in vigore le pene per chi procura l’aborto al di fuori del percorso previsto dalla legge. Anche se siamo abituati a pensare che l’aborto sia perlopiù legale nei Paesi occidentali (con le vistose eccezioni della Polonia e degli Stati Uniti), la realtà è che ancora oggi la maggior parte dei Paesi prevede delle punizioni per l’aborto clandestino, compresa l’Italia. COS’È L’ABORTO “CLANDESTINO” A seconda della legislazione, i vari Paesi stabiliscono quali sono i termini legali entro cui è possibile ottenere un aborto volontario. In Italia ad esempio la legge 194 del 1978 prevede che si possa abortire fino a 90 giorni di gestazione (o più in caso di pericolo di vita della donna o malformazioni del feto) presso un ospedale o una clinica autorizzata, previo l’ottenimento di un certificato medico. Prima di questa legge, l’aborto era considerato un “delitto contro l’integrità della stirpe” e poteva essere punito anche con il carcere, sia per la donna che interrompeva la gravidanza sia per chi la aiutava a farlo, non solo facendo l’operazione ma anche ad esempio dandole dei soldi. > Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza non è più un reato, ma ciò non > vuol dire che esistano ancora delle sanzioni per chi abortisce fuori dai > termini di legge Nel 2016 l’aborto clandestino è stato depenalizzato, cioè è stato trasformato da un reato a un illecito amministrativo. Tuttavia, questa trasformazione ha portato con sé una conseguenza negativa: se prima chi veniva riconosciuta colpevole al termine di un processo doveva soltanto pagare una multa di 51 euro, ora la sanzione può arrivare fino a 10mila. > L’aborto clandestino è molto più comune di quanto si pensi: un tempo > significava rischiare la vita nelle mani di “mammane” senza conoscenze > mediche, mentre oggi si tratta perlopiù di procurarsi in modo illegale le > pillole abortive, spesso ordinandole via Internet ABORTO CLANDESTINO: UN FENOMENO SOMMERSO Secondo le stime, in Italia ogni anno ci sarebbero 10mila aborti illegali, molti dei quali coinvolgono donne straniere. I motivi per cui non si ricorre alla legalità sono tanti e complessi: l’ignoranza, dovuta a una pessima comunicazione sul funzionamento della legge 194 in Italia, lo stigma sociale, situazioni di violenza, oppure nel caso di migranti senza documenti la paura di essere rimpatriate. A ciò vanno anche aggiunti i noti problemi dell’accesso al servizio nel nostro Paese, specie nel Sud, dove chi vuole interrompere una gravidanza deve fronteggiare diversi ostacoli e lungaggini burocratiche col rischio di superare il termine consentito. Allora chi ha i mezzi va all’estero, chi non li ha si procura le pillole abortive con metodi considerati illegali, o peggio si affida al fai da te. Il paradosso è che, se vengono scoperte, chi paga le conseguenze di questo sistema sono quasi solo le donne che abortiscono. LA STRADA VERSO LA DEPENALIZZAZIONE La parlamentare inglese Tonia Antoniazzi, che ha proposto la depenalizzazione dell’aborto per le donne, ha spiegato che nel Paese solo l’1% degli aborti avviene fuori dai termini di legge, e spesso in “circostanze disperate”. “Queste donne hanno bisogno di cure e di supporto, non di criminalizzazione”, ha spiegato, ricordando anche come la precedente legge sull’aborto fosse stata scritta e approvata da un parlamento formato da soli uomini. Un’altra deputata ha chiesto di eliminare qualsiasi reato legato all’interruzione di gravidanza, ma la sua proposta non è passata. Non sono pochi infatti i Paesi che lo prevedono. Nel 2020, la Nuova Zelanda ha scelto la strada della decriminalizzazione totale dell’aborto, anche per chi lo procura: una decisione controversa ma che si basa sul principio che nessuna procedura sanitaria può essere considerata un reato. In Italia, nonostante la depenalizzazione, non solo rimane la multa a chi interrompe la gravidanza fuori dai termini di legge, ma anche chi procura l’aborto. Nel 2023 ad esempio sono stati aperti 83 nuovi procedimenti per “delitti contro la maternità”, con 102 persone coinvolte. Delle 192 persone finite a processo nello stesso anno, solo 27 sono state condannate in via definitiva. Da un lato, è importante assicurare alla giustizia chi costringe una donna ad abortire o chi la mette nelle condizioni di farlo con rischi per la sua salute. Ma allo stesso tempo continuare a ritenere l’aborto un reato o qualcosa da punire non fa altro che aumentare lo stigma nei confronti di questa pratica. Se si smettesse di associare l’interruzione di gravidanza alla criminalità, e quindi all’immoralità, probabilmente nessuna donna si troverebbe nelle “circostanze disperate” di cui parla Antoniazzi. E il dito smetterebbe di essere puntato contro chi si trova a fare questa scelta, ma contro il sistema che ha reso il diritto di aborto una corsa a ostacoli. The post La lotta per depenalizzare davvero l’aborto non è mai finita, nemmeno in Italia appeared first on The Wom.
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Il corpo delle donne non è un’incubatrice: il caso di Adriana Smith e la fragilità del diritto all’aborto
Adriana Smith non può parlare, non può scegliere, non può più decidere nulla del proprio corpo. È cerebralmente morta, tenuta in vita artificialmente da un respiratore, ma nel suo grembo cresce un feto. E così, la legge dello stato della Georgia, negli Stati Uniti, la trasforma in qualcosa di diverso da una persona: in un contenitore biologico. In un’incubatrice Qual è l’etica dell’uso della legge anti-aborto per tenere sotto terapia intensiva una donna senza possibilità di guarigione? Può definirsi lontanamente etica una legge che non mette al centro i diritti delle donne e della loro libertà di scelta? Questi gli interrogativi non più rimandabili che sta ponendo il caso di Adriana Smith, tenuta in vita perché il suo corpo possa portare a termine la gravidanza. Una legge in Georgia lo consente. Intanto, in Italia diverse iniziative cercano di difendere un diritto sempre più fragile in tutto il mondo: abortire. TENUTA IN VITA PERCHÉ INCINTA, COSA PREVEDE LA LEGGE DELLA GEORGIA CHE VIETA L’ABORTO Come riferisce il Guardian, Adriana Smith era all’ottava settimana di gravidanza quando, a febbraio, arriva in ospedale per un forte mal di testa. Dimessa con qualche farmaco, Smith torna in ospedale il giorno dopo: coaguli di sangue nel cervello l’hanno portata in poche ore alla morte cerebrale. > La donna è in stato di morte cerebrale. Ma dentro il suo copro c’è un feto di > 22 settimane che invece continua a crescere. Staccare la donna vorrebbe dire > abortire il feto Così il suo corpo rimane attaccato alle macchine. Il caso di Smith — reso noto dalla stampa statunitense e ripreso anche in Italia — ha riportato con violenza al centro del dibattito pubblico l’assurdità giuridica e disumana della Living Infants Fairness and Equality Act, nota anche come LIFE Act. Una legge approvata da una maggioranza Repubblicana nel 2019 che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo appena sei settimane: un limite che, nella stragrande maggioranza dei casi, cade prima ancora che una donna scopra di essere incinta. La norma contiene anche disposizioni sulla “personalità fetale”, secondo la quale gli embrioni e i feti dovrebbero essere considerati persone. In quanto tali, portatrici di diritti, a cui prestare tutele legali.  > La legge imporrebbe dunque ai medici di tenere Adriana Smith in vita per > preservare la gravidanza La legge era stata dichiarata incostituzionale e sospesa nel 2020, ma il 7 ottobre 2022 è stata ristabilita dalla Corte Suprema della Georgia, nonostante le numerose contestazioni da parte delle associazioni per i diritti civili. Il progetto è di tenerla attaccata al respiratore fino all’inizio di agosto, quando il bambino verrà fatto nascere con un taglio cesareo. A quel punto il corpo di sua madre potrà essere lasciato andare. «Non abbiamo avuto scelta né voce in capitolo», ha spiegato sua madre. «Vogliamo il bambino. È una parte di mia figlia. Ma la decisione avrebbe dovuto essere lasciata a noi, non allo Stato». Il procuratore generale dello Stato, Chris Carr, ha dichiarato — tramite un portavoce — che la norma non è coinvolta nel caso Smith, perché «la rimozione del supporto vitale non è un’azione con lo scopo di interrompere una gravidanza». Eppure, è proprio la legge a impedire che la famiglia di Adriana Smith — sua madre, suo marito — possa scegliere per lei. Il suo corpo, da soggetto di diritto, è diventato oggetto di tutela del nascituro, a prescindere da tutto. IL CORPO COME CAMPO DI BATTAGLIA Il corpo di Adriana Smith è diventato il simbolo di una battaglia più ampia e globale su cosa significhi avere o non avere diritto all’aborto. Non parliamo più di “scelta”, non solo. Parliamo di potere. Parliamo di controllo sul corpo delle donne. Perché negare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non è soltanto un atto politico o religioso: è un messaggio culturale. È dire alle donne che non possono decidere del proprio corpo nemmeno quando sono morte. Che l’utero conta più della persona. Che l’identità biologica prevale sull’identità umana. Mentre negli Stati Uniti il dibattito si fa ogni giorno più acceso — dopo la revoca della sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema nel 2022 — in Europa e in Italia si accendono nuove forme di resistenza, di azione, di visibilità. “MY VOICE, MY CHOICE”: UNA PETIZIONE PER TUTTA L’EUROPA Una delle iniziative più significative in questa direzione è quella portata avanti dalla campagna “My Voice, My Choice”, che ha lanciato una raccolta firme a livello europeo per rendere il diritto all’aborto un diritto umano riconosciuto a livello UE. Proprio mentre l’attenzione mediatica si concentrava sull’apertura del Conclave, in tutta Europa — e in Italia in particolare — è andata in scena un’altra forma di leadership: quella civile, popolare, transfemminista. > A guidarla, 1,2 milioni di cittadine e cittadini europei, che hanno firmato > per chiedere accesso libero, sicuro e gratuito all’interruzione volontaria di > gravidanza in ogni Stato membro dell’Unione Ed è già un record: è stata la raccolta firme più veloce di sempre nella storia dell’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei), superando la soglia minima di firme in oltre 20 Paesi. In Italia sono state raccolte ben 166.000 firme, terzo Paese in Europa per partecipazione, grazie all’adesione di oltre 50 organizzazioni tra cui AIED, Amnesty, ARCI, CGIL, Period Think Tank, BeFree, Medici del Mondo, IVG ho abortito e sto benissimo, e molti altri. La campagna ha un obiettivo chiaro e ambizioso: inserire il diritto all’aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. Perché in Europa ci sono ancora Paesi — come Polonia e Malta — dove abortire è praticamente impossibile, e in molti altri, come l’Italia, dove la legge c’è, ma resta spesso inapplicata per via di obiezioni di coscienza, mancanza di strutture, violenze culturali e logistiche. «Abbiamo raccontato quello che accade ogni giorno: che l’aborto, in Italia, è un diritto solo su carta», ha dichiarato Federica di Martino, fondatrice del progetto IVG ho abortito e sto benissimo. Giulia Sudano, presidente del Period Think Tank, ha ricordato che l’aborto farmacologico in telemedicina — raccomandato dall’ISS — è disponibile solo in due regioni su venti. Durante la conferenza stampa finale della campagna, le firme italiane sono state consegnate al Viminale. Un atto politico e simbolico insieme: «Abbiamo costruito un’alleanza trasversale, tra società civile e politica, per rivendicare un diritto fondamentale», ha dichiarato Matteo Cadeddu, co-coordinatore della campagna. «Oggi pretendiamo che l’Europa si assuma la responsabilità di garantire davvero l’autodeterminazione e l’accesso dignitoso all’aborto». Ora spetta alla Commissione e al Parlamento Europeo prendere in carico la proposta. Ma una cosa è certa: “My Voice, My Choice” ha dimostrato che esiste una comunità viva, unita, consapevole, pronta a lottare per la libertà di scegliere sul proprio corpo.  «DOVEVA PENSARCI PRIMA!», LA VIOLENZA SUBITA DALLE DONNE NELL’INSTALLAZIONE DI MEDICI DEL MONDO Per riportare con forza il tema dell’aborto al centro dello spazio pubblico, la rete Medici del Mondo ha scelto un linguaggio diretto e visibile: una teca trasparente — fedele riproduzione di un piccolo ambulatorio ginecologico — ha fatto ascoltare ai passanti in piazza Duca d’Aosta a Milano le frasi che troppe donne si sono sentite rivolgere in ospedali e consultori: «Doveva pensarci prima!», «Ti sei divertita, ora paghi», «Deve sentire il battito del feto, è fondamentale!», «Siamo donne, dobbiamo soffrire». Un’installazione tanto scenografica quanto disturbante, proprio perché mette in scena ciò che spesso si pretende tacitamente dalle donne: che il loro corpo esista in funzione della riproduzione, che la maternità sia il destino naturale, che la scelta non sia contemplata. Accanto all’installazione, volantini e informazioni per ricordare che una donna su tre in Europa incontra ostacoli nell’accesso all’aborto, e che l’obiezione di coscienza in Italia coinvolge oltre il 60% del personale sanitario, con punte del 90% in alcune regioni. L’obiettivo dell’installazione è chiaro: decostruire l’idea della maternità come obbligo biologico, riportando il discorso sulla libertà e sulla salute. COME STA IL DIRITTO DI ABORTO DI ITALIA? In Italia, accedere all’aborto è ancora un percorso a ostacoli, segnato da scarsità di consultori, alti tassi di obiezione di coscienza, disinformazione diffusa e mancata applicazione delle linee guida ministeriali del 2020. La situazione è ancora più critica quando si parla di IVG farmacologica: se in Europa la pillola abortiva è in uso da oltre trent’anni, in Italia è spesso trattata come un farmaco rischioso, difficile da trovare e da somministrare, specie in telemedicina. Il risultato? Molte donne sono costrette a spostarsi tra città e regioni, affrontando costi economici, logistici e psicologici altissimi, spesso in condizioni di fragilità. L’Italia è già stata richiamata più volte a livello internazionale: il Parlamento Europeo ha chiesto esplicitamente al nostro Paese di rimuovere ogni barriera all’accesso all’IVG e di interrompere i finanziamenti pubblici ai gruppi anti-scelta, che operano spesso nei consultori con finalità di dissuasione morale. La posta in gioco non è solo sanitaria, ma profondamente etica e politica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, limitare l’accesso all’aborto non fa che aumentare stress, rischio di stigma e violazioni dei diritti umani fondamentali. Lo conferma anche lo studio Turnaway, condotto dall’Università della California, che ha dimostrato come le donne costrette a portare avanti una gravidanza indesiderata abbiano maggiori probabilità di vivere in povertà, restare in relazioni violente e sviluppare disturbi d’ansia. > Al contrario, il 99% di chi ha avuto accesso all’IVG non prova rimpianto, ma > sollievo Nel dibattito sui diritti riproduttivi, non possiamo più permetterci ambiguità. L’aborto è una scelta sanitaria, personale e legittima. E come tale, va garantito — non ostacolato — dallo Stato. The post Il corpo delle donne non è un’incubatrice: il caso di Adriana Smith e la fragilità del diritto all’aborto appeared first on The Wom.
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47 anni fa la legge 194 sull’aborto: una legge imperfetta per un diritto da proteggere
Il 22 maggio 1978 veniva approvata la legge 194, che depenalizzò l’aborto in Italia. A quasi cinquant’anni dalla sua stesura, oggi il nostro Paese si trova a fare i conti con un diritto spesso negato e una legge che andrebbe rivista Quarantasette anni fa, in un clima politico difficilissimo, il Parlamento italiano approvava la legge 194/78, che legalizzò l’aborto volontario. Il testo fu il risultato di un lungo e difficile lavoro, avviato all’inizio del decennio, quando il deputato socialista Loris Fortuna, già artefice della legge sul divorzio, avanzò la prima proposta per superare la legge di epoca fascista che considerava l’aborto un delitto contro l’integrità della stirpe. Oggi la legge 194, però, è più evocata che applicata, e l’accesso all’interruzione di gravidanza si fa sempre più complesso, in un clima politico di crescente ostilità verso il diritto di autodeterminazione delle donne, non solo in Italia. COME STA LA LEGGE 194 La legge 194 infatti è stata una conquista di civiltà, ma ora comincia a mostrare qualche segno di invecchiamento, perché la sua attuazione non è mai stata realmente completata. Un esempio è proprio dato dal fatto che è difficile monitorare lo stato di “salute” della 194, nonostante la legge stessa preveda che ogni anno venga pubblicata una relazione sulla sua applicazione. Ogni anno, questa relazione viene pubblicata con un ritardo notevole, con dati riferiti anche a due anni prima e di difficile consultazione o rilevanza. Per esempio, dalla relazione è impossibile capire quali strutture ospedaliere pratichino aborti o in quali lavori personale obiettore. Lo scorso aprile è stato fatto un passo avanti con la pubblicazione di una sezione sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità dove è possibile almeno consultare i nomi dei punti IVG suddivisi per regione. Alcune delle ultime proteste del movimento Non Una di Meno a Roma Tuttavia i dati riportati si riferiscono ancora al 2023 e, soprattutto, non fotografano la reale situazione del diritto all’aborto in Italia. Ad esempio, è difficile ricostruire le tante disparità territoriali che ci sono rispetto alla disponibilità della pillola abortiva che, nonostante sia stata oggetto di una revisione delle linee di indirizzo da parte del Ministero della Salute nel 2020, che ha eliminato l’obbligo di ricovero e aumentato il termine per l’assunzione, è ancora poco diffusa nel nostro Paese. Oppure, i dati non tengono conto di altri tipi di ostacoli che possono frapporsi fra una persona intenzionata a interrompere la gravidanza e la concretizzazione di questo proposito, come ad esempio le pressioni subite dentro e fuori le strutture ospedaliere. Da testimonianze dirette e inchieste giornalistiche sappiamo, ad esempio, che non è raro che le donne che si rivolgono all’ospedale per il certificato vengano invitate (se non obbligate) a fare colloqui con volontari antiabortisti, che quasi mai si presentano come tali. USI E ABUSI DI UNA LEGGE Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria istituzionalizzazione di questo tipo di pratiche. Comuni, regioni e non da ultimo il governo (con il controverso emendamento al PNRR) hanno favorito l’ingresso di associazioni contrarie all’interruzione di gravidanza in ospedali pubblici e consultori. Emblematico è stato il caso della regione Piemonte, che ha anche finanziato la loro presenza con più di due milioni e mezzo di euro dal 2021 a oggi, e ha aperto una “stanza per l’ascolto” in uno degli ospedali più grandi di Torino, il Sant’Anna. > Tutte queste cose sono possibili a causa di una forzatura della legge 194, che > è una legge che prima ancora di permettere l’aborto è una legge che “tutela la > maternità” L’articolo 2 della legge prevede infatti che i consultori debbano “contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Questo passaggio, e più in generale tutta la prima parte del testo, viene usato per giustificare la presenza delle associazioni antiabortiste nei presidi pubblici. Addirittura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto più volte di voler “applicare pienamente la 194”, riferendosi proprio a questi passaggi. Un altro problema è rappresentato dal nodo dell’obiezione di coscienza, una misura inserita per accontentare i cattolici ma che negli anni ha prestato il fianco all’abuso di questo istituto. Infatti, sebbene siamo un Paese sempre meno praticante, l’obiezione di coscienza continua a crescere, spesso per cause non legate a convinzioni religiose, ma a opportunità di carriera o all’organizzazione dei carichi di lavoro negli ospedali, che rendono più conveniente dichiararsi da subito obiettori. Inoltre, a differenza di altri Paesi, non ci sono misure correttive o limiti all’obiezione di coscienza: ad esempio, la legge consente che in una struttura lavorino soltanto medici obiettori. È ORA DI ANDARE OLTRE? Varie associazioni femministe e della società civile oggi propongono di superare la 194, visto che la sua strumentalizzazione sta diventando il principale ostacolo all’accesso all’aborto in Italia. Tuttavia, proporlo è ancora un tabù. Da un lato, chi ha lottato per questa legge non vuole vederla cancellata. Dall’altro, chi si oppone all’aborto ha imparato a sfruttarla a proprio vantaggio, visto anche che nel 1981 il referendum per abrogarla fallì clamorosamente. Nel frattempo, ci si autorganizza, con reti di mutuo aiuto e iniziative popolari, come l’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice My Choice, che ha raccolto oltre un milione di firme per creare un meccanismo finanziario a livello europeo per garantire l’accesso all’aborto nell’Unione. D’altronde, al di là della versione finale approvata quasi cinquant’anni fa, sono stati i movimenti femministi a creare la necessità di proteggere le donne nella loro scelta. The post 47 anni fa la legge 194 sull’aborto: una legge imperfetta per un diritto da proteggere appeared first on The Wom.
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Come (non) parliamo di aborto spontaneo
N el gennaio del 1536, Anna Bolena, regina d’Inghilterra e seconda moglie di Enrico VIII, perse il figlio che portava in grembo. Non era la prima volta. Dopo la nascita della futura Elisabetta I, aveva subito almeno un altro aborto spontaneo, forse di più. Questa perdita, però, avvenne proprio nel periodo del funerale di Caterina d’Aragona, prima moglie del re, e fu interpretata da molti come un segno divino: Anna Bolena non era in grado di partorire un erede maschio. Una mancanza che non solo indeboliva la sua posizione a corte, ma metteva in discussione la stabilità dinastica dei Tudor. Il legame tra Anna Bolena ed Enrico VIII era nato da una rottura storica: per sposarla, il re aveva spezzato i rapporti con la Chiesa cattolica, dando vita alla religione anglicana. Ma con ogni gravidanza fallita, quell’unione appariva sempre più instabile. Deluso dall’assenza di un erede maschio, Enrico VIII iniziò a mettere in discussione il matrimonio, dando adito alle dicerie dei suoi nemici: si mormorava che Anna Bolena lo avesse sedotto con un filtro d’amore, che praticasse la stregoneria e che fosse nata con sei dita per mano del diavolo. Nel giro di pochi mesi, Bolena fu accusata di alto tradimento e di una relazione incestuosa con il fratello, e a maggio dello stesso anno venne imprigionata, processata e condannata a morte. I suoi aborti spontanei non furono mai considerati una tragedia personale, ma piuttosto rafforzarono la sua caduta politica, rendendola ancora più vulnerabile alle accuse che l’avrebbero portata alla morte. Dal limbo teologico al limbo sociale Storicamente, l’aborto spontaneo è stato influenzato da complesse questioni morali e religiose, in particolare all’interno della Chiesa cattolica. Mentre l’aborto volontario era condannato esplicitamente, la perdita involontaria di una gravidanza si prestava a sfumature interpretative: la mancata somministrazione del battesimo sollevava interrogativi sulla sorte del feto, innescando riflessioni sulla sua eventuale esclusione dalla beatitudine celeste e sulla sua collocazione in una dimensione liminale. > Le stime più recenti indicano che ogni anno, nel mondo, si registrano circa 23 > milioni di aborti spontanei, equivalenti a 44 perdite di gravidanza al minuto. Oggi, quel limbo non è più teologico, ma sociale ed emotivo. La filosofa Alison N.C. Reiheld, nel suo studio The event that was nothing: miscarriage as a liminal event (2015) descrive l’aborto spontaneo come un evento collocato in una zona di confine tra categorie sociali definite: genitorialità e non-genitorialità, procreazione compiuta e interrotta, vita e morte. Di conseguenza, chi vive una interruzione spontanea di gravidanza si trova spesso a dover affrontare una sensazione di isolamento, accentuata dalla mancanza di riti sociali e di un riconoscimento pubblico del dolore. Il senso di colpa è un’emozione ricorrente: molte si chiedono se avrebbero potuto evitare la perdita, assorbendo un’idea di responsabilità personale che non ha fondamento. Dalla recente revisione sistematica How do people story their experience of miscarriage? (2024) che prende in esame studi qualitativi pubblicati tra il 2000 e il 2023, emerge chiaramente come la perdita spontanea di una gravidanza sia un’esperienza segnata da inadeguatezza e fallimento. Tra i fattori che principalmente alimentano senso di colpa e solitudine figurano l’invalidazione del dolore, il silenzio sociale, la medicalizzazione dell’esperienza e la scarsa attenzione al supporto emotivo nel percorso di cura. Il deficit di sostegno psicologico è confermato dallo studio Support following miscarriage: what women want (2010) che evidenzia il bisogno di supporto dopo un aborto spontaneo, e, al tempo stesso, la difficoltà nel richiederlo: su un campione di 305 donne, il 95% ritiene necessario un sostegno post-aborto e il 91% avrebbe voluto riceverlo, ma solo il 15% ha effettivamente contattato un professionista della salute mentale. Le necessità principali includono colloqui medici esaustivi, accesso costante a professionisti esperti e gruppi di supporto per un confronto con altre donne che hanno vissuto esperienze simili. Il disagio emotivo vissuto dalle donne dopo un aborto spontaneo, così come la difficoltà nel chiedere supporto psicologico, sono condizionati da una criticità più profonda: l’inadeguatezza delle parole esistenti per esprimere, validare e riconoscere il dolore e il trauma legati all’interruzione della gravidanza. Le parole sulla perdita Il linguaggio utilizzato abitualmente per parlare di perdite perinatali, sia nel quotidiano sia in ambito medico, spesso rischia infatti di rafforzare la percezione di fallimento e inadeguatezza che si prova dopo l’esperienza. Per esempio, il termine inglese miscarriage, che definisce l’aborto spontaneo, incorpora la radice “mis-” (errore, mancanza), trasmettendo implicitamente l’idea di una inadeguatezza biologica. > Chi vive una interruzione spontanea di gravidanza si trova spesso a dover > affrontare una sensazione di isolamento, accentuata dalla mancanza di riti > sociali e di un riconoscimento pubblico del dolore. Nelle interazioni quotidiane, chi cerca di offrire conforto spesso ricorre a frasi fatte che, seppur ben intenzionate, possono risultare dolorose. La Miscarriage Association, organizzazione benefica del Regno Unito che fornisce supporto a chi ha vissuto una perdita perinatale, sottolinea l’importanza di evitare espressioni che minimizzano il dolore  (“Almeno è successo all’inizio”, “Almeno sai di essere fertile”), colpevolizzano (“Forse c’era qualcosa che non andava”) o esercitano pressione emotiva  (“Devi essere forte”). L’approccio più empatico suggerito passa attraverso l’ascolto attivo e la validazione della sofferenza, con parole come “Se vuoi, sono qui per te”, “Mi dispiace”, “Come stai?”. Anche in ambito clinico, il linguaggio può influenzare profondamente l’esperienza delle donne che affrontano una perdita gestazionale. Uno studio del 2024, condotto dallo University College London (UCL) in collaborazione con le associazioni Tommy’s e Sands, ha analizzato l’impatto delle parole usate dai professionisti sanitari, evidenziando come termini clinici inappropriati o insensibili possano aggravare il trauma emotivo, compromettendo il benessere psicologico delle pazienti. Espressioni quali “tessuto fetale”, “prodotto del concepimento” o “interruzione” sono state percepite come particolarmente invalidanti, così come le definizioni mediche “uovo chiaro” o “gravidanza biochimica”, vissute come depersonalizzanti o colpevolizzanti. Lo stesso studio rileva che chi ha vissuto una perdita perinatale preferisce il termine “perdita di gravidanza” ad “aborto”, considerato più problematico e potenzialmente stigmatizzante. Un silenzio lungo dodici settimane Lo studio dello UCL evidenzia inoltre come lo stigma, unito a un linguaggio superficiale e sminuente, nutra l’isolamento nelle persone che hanno vissuto una perdita perinatale, rendendole riluttanti a condividere la propria esperienza con amici, familiari, colleghi e persino professionisti sanitari. Nella cultura occidentale, il silenzio che circonda l’evento si tramanda ancora oggi attraverso una regola non scritta, quella di non annunciare una gravidanza prima delle dodici settimane. La logica sottesa è di evitare il dispiacere di dover comunicare una perdita, ma di fatto lascia molte donne sole proprio nel momento in cui questa avviene. >   La sofferenza dopo un aborto spontaneo è simile a quella di altre perdite > significative, ma con una differenza sostanziale: qui non si piange una > persona, ma una relazione simbolica, plasmata dall’immaginazione e dai > desideri della donna. L’analisi Grief following miscarriage: a comprehensive review of the literature (2008), esamina la relazione tra aborto spontaneo e lutto, esaminando la natura, l’incidenza, l’intensità e la durata del dolore emotivo. La sofferenza dopo un aborto spontaneo è simile a quella di altre perdite significative, ma con una differenza sostanziale: qui non si piange una persona, ma una relazione simbolica, plasmata dall’immaginazione e dai desideri della donna. Oltre a causare un impatto emotivo rilevante, la perdita spontanea di una gravidanza è anche un evento estremamente comune. Secondo l’American College of obstetricians and gynecologists, è la forma più diffusa di interruzione della gravidanza e le stime più recenti indicano che ogni anno, nel mondo, si registrano circa 23 milioni di aborti spontanei, equivalenti a 44 perdite di gravidanza al minuto. Questo dato potrebbe essere sottostimato, poiché molte interruzioni precoci non vengono registrate ufficialmente a causa della mancata assistenza medica. Nella maggior parte dei casi, la perdita avviene nelle prime dodici settimane. Prova di nuovo Nonostante la sua diffusione, l’aborto spontaneo resta un tema marginale anche nella ricerca medica e nelle politiche sanitarie, con una grave carenza di studi epidemiologici e strategie di gestione efficaci. È quanto emerge da un editoriale di The Lancet, che evidenzia come la gestione clinica dell’evento sia frammentata e caratterizzata da barriere all’accesso alle cure. In molti Paesi, le linee guida nazionali prevedono per esempio che una donna debba subire interruzioni spontanee ricorrenti prima di poter accedere a indagini diagnostiche o a trattamenti specifici, rafforzando l’idea che l’aborto spontaneo sia un evento inevitabile da accettare passivamente. Così, molte donne continuano a sentirsi raccomandare di “provare di nuovo”, senza ricevere attenzione medica. Le conseguenze di questa trascuratezza sono profonde: oltre al dolore fisico ed emotivo, per le donne che vivono l’esperienza aumenta il rischio di ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress e perfino suicidio. > In molti Paesi, le linee guida prevedono che una donna debba subire > interruzioni spontanee ricorrenti prima di poter accedere a indagini > diagnostiche o a trattamenti specifici, rafforzando l’idea che l’aborto > spontaneo sia un evento inevitabile da accettare passivamente. “Prova di nuovo” lo hanno detto anche a me, alla prima visita di controllo post-aborto chirurgico. Nessuno mi ha chiesto se mi sentissi pronta a riprovare. Piuttosto, mi è stata ricordata la mia età avanzata, unita a una scarsa riserva ovarica. Il mio caso era uno dei tanti: prima gravidanza sopra i 35 anni fermatasi spontaneamente entro le dodici settimane. Alla diagnosi, il personale medico insisteva per l’aborto farmacologico, procedura elettiva secondo linee guida, descritta come più naturale e meno invasiva. Questo tipo di trattamento consiste nell’assunzione di due farmaci a 48 ore di distanza: il mifepristone, che interrompe la gravidanza, e una prostaglandina, che favorisce l’espulsione dell’embrione. In realtà, il metodo può costringere molte donne a vivere quell’esperienza in solitudine, affrontando paura ed emorragie senza alcun tipo di assistenza immediata. Ho quindi richiesto esplicitamente l’aborto chirurgico, un’opzione che mi avrebbe garantito un intervento più rapido e controllato. Ma anche in quel caso non c’è traccia di supporto psicologico. A Roma, la città in cui vivo, ho ascoltato numerose testimonianze di donne che hanno aspettato l’intervento condividendo la stanza d’attesa con una serie di altre donne in procinto di partorire, un vissuto che spesso amplifica dolore e senso di inadeguatezza. Rompere il silenzio Negli anni, il racconto dell’aborto spontaneo si è ampliato grazie alle testimonianze di donne di generazioni diverse, contribuendo a rendere il tema più visibile e discusso. Nel 1932, con Henry Ford Hospital, l’artista messicana Frida Kahlo decise di rompere con l’ideale della maternità felice e rappresentò il trauma fisico ed emotivo della perdita. L’opera ritrae Kahlo distesa su un letto d’ospedale, sanguinante e con il ventre scoperto, circondata da sei elementi simbolici collegati al suo corpo da fili rossi: il feto che ha perso, strumenti medici, un fiore, una chiocciola, che potrebbe rappresentare la lentezza del travaglio, un bacino osseo femminile e una macchina industriale che allude alla modernità di Detroit, la città dove l’aborto è avvenuto. Circa quarant’anni dopo, Oriana Fallaci affrontò il tema in Lettera a un bambino mai nato (1975), un romanzo in forma di monologo che esplora il rapporto tra una donna e il figlio che porta in grembo. Centrale nel romanzo è il processo simbolico a cui viene sottoposta la protagonista, nel quale, nonostante la perdita spontanea della gravidanza, sarà comunque giudicata colpevole. Fallaci mise così in discussione il ruolo della donna nella società, il valore attribuito alla maternità e la libertà di autodeterminarsi. Lettera a un bambino mai nato divenne un caso editoriale e, con i suoi due milioni di copie vendute, contribuì al dibattito sulla perdita gestazionale. > Lo stigma legato all’aborto – sia volontario che spontaneo – non è un fenomeno > naturale o inevitabile, ma piuttosto il risultato di disparità di potere e > norme sociali che vincolano la femminilità alla maternità. Recentemente, sempre più donne hanno scelto di rendere pubblica la propria esperienza. Tra queste, anche personalità come Michelle Obama, Nicole Kidman e Meghan Markle. Nel 2014, a seguito di un articolo pubblicato dal New York Times in cui raccontava il suo vissuto dopo un aborto spontaneo, la psicoterapeuta Jessica Zucker lanciò la campagna #IHadaMiscarriage. L’hashtag spinse migliaia di donne in tutto il mondo a condividere la propria testimonianza, utilizzando i social media per creare uno spazio di riconoscimento e supporto reciproco. Oggi, il profilo Instagram della campagna conta oltre 410.000 follower. Zucker ha poi raccolto la sua esperienza e quella di altre donne nel libro I Had a Miscarriage (2021), un memoir che è anche un manifesto sulla necessità di parlare apertamente della perdita gestazionale, e che sottolinea l’importanza della condivisione per innescare un cambiamento culturale e trasformare il modo in cui la società affronta il tema. Il linguaggio usato dalle donne per raccontare online le loro perdite perinatali rivela molto su come affrontano emotivamente l’esperienza. Lo analizza uno studio pubblicato nel 2020 sul Journal of Language and Social Psychology, che ha esaminato oltre 20.000 commenti su Reddit. La ricerca mostra che chi parla di aborto spontaneo usa più spesso il pronome ‘io’, segnalando un coinvolgimento emotivo più intenso, e ricorre al ‘noi’ per cercare supporto sociale. Inoltre, il loro discorso include un maggior numero di parole emotive, sia negative che positive, a conferma di un’elaborazione attiva della perdita. Rompere lo stigma Tuttavia, la semplice condivisione personale non sembra sufficiente a superare lo stigma legato alle perdite gestazionali. Lo studio Celebrity miscarriage listicles (2021) rivela che, sebbene gli articoli che raccolgono le testimonianze di celebrità sulla perdita perinatale contribuiscano alla sensibilizzazione, spesso si concentrano eccessivamente su messaggi di speranza e tendono a trascurare la complessità fisica ed emotiva di questa esperienza, offrendo una rappresentazione parziale e a volte fuorviante. Anche Victoria Browne, filosofa femminista e docente presso la Loughborough University, nel suo articolo How to defeat miscarriage stigma: from ‘breaking the silence’ to reproductive justice (2024) prendendo come esempio la campagna #IHadaMiscarriage, sottolinea come, pur avendo contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica, rischi di concentrarsi eccessivamente sulla dimensione individuale dell’esperienza, senza affrontarne le cause strutturali. Browne sostiene che lo stigma non si radichi solo nella mancanza di consapevolezza, ma sia il risultato di condizioni materiali e sociali che perpetuano disuguaglianze e barriere sistemiche. Per questo, propone un approccio più ampio, che vada oltre la semplice narrazione personale e intervenga su fattori concreti come l’accesso all’assistenza sanitaria, la precarietà economica, la mancanza di supporto sociale e le pressioni culturali, questioni che spingono le donne a interiorizzare sentimenti di colpa e inadeguatezza. > L’aborto trasgredisce tre archetipi femminili profondamente radicati nella > società: la fecondità perpetua, l’inevitabilità della maternità e l’istinto > materno. Una prospettiva simile emerge dallo studio Conceptualising abortion stigma (2009) condotto dalla ONG americana IPAS in collaborazione con l’Università di Amsterdam. L’analisi mette in luce come lo stigma legato all’aborto – sia volontario che spontaneo – non sia un fenomeno naturale o inevitabile, ma piuttosto il risultato di disparità di potere e norme sociali che vincolano la femminilità alla maternità. Secondo gli autori, l’aborto trasgredisce tre archetipi femminili profondamente radicati nella società: la fecondità perpetua, l’inevitabilità della maternità e l’istinto materno. Per abbattere lo stigma, lo studio sottolinea la necessità di un cambiamento sistemico, che coinvolga istituzioni, politiche pubbliche e sistemi sanitari, attraverso strategie di informazione, educazione e riforme legislative. La giornalista e scrittrice Jennie Agg, autrice del libro Life, Almost (2024), infine, ha esplorato queste stesse dinamiche da una prospettiva personale e mediatica. Fondatrice del blog The Uterus Monologues, uno spazio dedicato alla condivisione di esperienze legate all’aborto spontaneo, Agg ha analizzato il modo in cui questa esperienza viene raccontata e percepita nel dibattito pubblico. “Articoli di giornale sulle perdite gestazionali di personaggi pubblici (o, più spesso, delle mogli di personaggi pubblici) si trovano almeno dagli anni ’30”, scrive Agg: > Eppure, da un ciclo di notizie all’altro, da un aborto spontaneo di alto > profilo al successivo, l’interesse e la gratitudine per queste storie da parte > di chi ha vissuto la stessa esperienza non sembrano diminuire. Quello che mi è > chiaro è che c’è un bisogno insoddisfatto che va molto più in profondità; ci > sono barriere strutturali, culturali e mediche che non vengono abbattute, per > quanto spesso la parola aborto spontaneo appaia nei titoli dei giornali […] > Com’è possibile che si scriva di aborto spontaneo da tutta la mia vita eppure, > quando è successo a me, io ne sapessi così poco? Come può essere ovunque > intorno a noi – e allo stesso tempo invisibile? Se, quindi, nel Sedicesimo secolo la perdita gestazionale poteva condannare una regina, oggi il riconoscimento distorto dell’esperienza assume una forma diversa, ma altrettanto efficace nel relegarla ai margini della sfera sociale. L’assenza di una riflessione collettiva continua a confinare il dibattito solo tra chi vive direttamente l’esperienza, perpetuandone il tabù e impedendone il suo riconoscimento come tema di salute pubblica. L'articolo Come (non) parliamo di aborto spontaneo proviene da Il Tascabile.
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