Il corpo delle donne non è un’incubatrice: il caso di Adriana Smith e la fragilità del diritto all’aborto

- The Wom - Thursday, May 29, 2025
Adriana Smith non può parlare, non può scegliere, non può più decidere nulla del proprio corpo. È cerebralmente morta, tenuta in vita artificialmente da un respiratore, ma nel suo grembo cresce un feto. E così, la legge dello stato della Georgia, negli Stati Uniti, la trasforma in qualcosa di diverso da una persona: in un contenitore biologico. In un’incubatrice

Qual è l’etica dell’uso della legge anti-aborto per tenere sotto terapia intensiva una donna senza possibilità di guarigione? Può definirsi lontanamente etica una legge che non mette al centro i diritti delle donne e della loro libertà di scelta? Questi gli interrogativi non più rimandabili che sta ponendo il caso di Adriana Smith, tenuta in vita perché il suo corpo possa portare a termine la gravidanza. Una legge in Georgia lo consente. Intanto, in Italia diverse iniziative cercano di difendere un diritto sempre più fragile in tutto il mondo: abortire.

Tenuta in vita perché incinta, cosa prevede la legge della Georgia che vieta l’aborto

Come riferisce il Guardian, Adriana Smith era all’ottava settimana di gravidanza quando, a febbraio, arriva in ospedale per un forte mal di testa. Dimessa con qualche farmaco, Smith torna in ospedale il giorno dopo: coaguli di sangue nel cervello l’hanno portata in poche ore alla morte cerebrale.

La donna è in stato di morte cerebrale. Ma dentro il suo copro c’è un feto di 22 settimane che invece continua a crescere. Staccare la donna vorrebbe dire abortire il feto

Così il suo corpo rimane attaccato alle macchine. Il caso di Smith — reso noto dalla stampa statunitense e ripreso anche in Italia — ha riportato con violenza al centro del dibattito pubblico l’assurdità giuridica e disumana della Living Infants Fairness and Equality Act, nota anche come LIFE Act. Una legge approvata da una maggioranza Repubblicana nel 2019 che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo appena sei settimane: un limite che, nella stragrande maggioranza dei casi, cade prima ancora che una donna scopra di essere incinta.

La norma contiene anche disposizioni sulla “personalità fetale”, secondo la quale gli embrioni e i feti dovrebbero essere considerati persone. In quanto tali, portatrici di diritti, a cui prestare tutele legali. 

La legge imporrebbe dunque ai medici di tenere Adriana Smith in vita per preservare la gravidanza

La legge era stata dichiarata incostituzionale e sospesa nel 2020, ma il 7 ottobre 2022 è stata ristabilita dalla Corte Suprema della Georgia, nonostante le numerose contestazioni da parte delle associazioni per i diritti civili. Il progetto è di tenerla attaccata al respiratore fino all’inizio di agosto, quando il bambino verrà fatto nascere con un taglio cesareo. A quel punto il corpo di sua madre potrà essere lasciato andare.

«Non abbiamo avuto scelta né voce in capitolo», ha spiegato sua madre. «Vogliamo il bambino. È una parte di mia figlia. Ma la decisione avrebbe dovuto essere lasciata a noi, non allo Stato». Il procuratore generale dello Stato, Chris Carr, ha dichiarato — tramite un portavoce — che la norma non è coinvolta nel caso Smith, perché «la rimozione del supporto vitale non è un’azione con lo scopo di interrompere una gravidanza».

Eppure, è proprio la legge a impedire che la famiglia di Adriana Smith — sua madre, suo marito — possa scegliere per lei. Il suo corpo, da soggetto di diritto, è diventato oggetto di tutela del nascituro, a prescindere da tutto.

Il corpo come campo di battaglia

Il corpo di Adriana Smith è diventato il simbolo di una battaglia più ampia e globale su cosa significhi avere o non avere diritto all’aborto. Non parliamo più di “scelta”, non solo. Parliamo di potere. Parliamo di controllo sul corpo delle donne. Perché negare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non è soltanto un atto politico o religioso: è un messaggio culturale. È dire alle donne che non possono decidere del proprio corpo nemmeno quando sono morte. Che l’utero conta più della persona. Che l’identità biologica prevale sull’identità umana.

Mentre negli Stati Uniti il dibattito si fa ogni giorno più acceso — dopo la revoca della sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema nel 2022 — in Europa e in Italia si accendono nuove forme di resistenza, di azione, di visibilità.

“My Voice, My Choice”: una petizione per tutta l’Europa

Una delle iniziative più significative in questa direzione è quella portata avanti dalla campagna My Voice, My Choice, che ha lanciato una raccolta firme a livello europeo per rendere il diritto all’aborto un diritto umano riconosciuto a livello UE.

Proprio mentre l’attenzione mediatica si concentrava sull’apertura del Conclave, in tutta Europa — e in Italia in particolare — è andata in scena un’altra forma di leadership: quella civile, popolare, transfemminista.

A guidarla, 1,2 milioni di cittadine e cittadini europei, che hanno firmato per chiedere accesso libero, sicuro e gratuito all’interruzione volontaria di gravidanza in ogni Stato membro dell’Unione

Ed è già un record: è stata la raccolta firme più veloce di sempre nella storia dell’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei), superando la soglia minima di firme in oltre 20 Paesi. In Italia sono state raccolte ben 166.000 firme, terzo Paese in Europa per partecipazione, grazie all’adesione di oltre 50 organizzazioni tra cui AIED, Amnesty, ARCI, CGIL, Period Think Tank, BeFree, Medici del Mondo, IVG ho abortito e sto benissimo, e molti altri.

La campagna ha un obiettivo chiaro e ambizioso: inserire il diritto all’aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. Perché in Europa ci sono ancora Paesi — come Polonia e Malta — dove abortire è praticamente impossibile, e in molti altri, come l’Italia, dove la legge c’è, ma resta spesso inapplicata per via di obiezioni di coscienza, mancanza di strutture, violenze culturali e logistiche.

«Abbiamo raccontato quello che accade ogni giorno: che l’aborto, in Italia, è un diritto solo su carta», ha dichiarato Federica di Martino, fondatrice del progetto IVG ho abortito e sto benissimo. Giulia Sudano, presidente del Period Think Tank, ha ricordato che l’aborto farmacologico in telemedicina — raccomandato dall’ISS — è disponibile solo in due regioni su venti.

Durante la conferenza stampa finale della campagna, le firme italiane sono state consegnate al Viminale. Un atto politico e simbolico insieme: «Abbiamo costruito un’alleanza trasversale, tra società civile e politica, per rivendicare un diritto fondamentale», ha dichiarato Matteo Cadeddu, co-coordinatore della campagna. «Oggi pretendiamo che l’Europa si assuma la responsabilità di garantire davvero l’autodeterminazione e l’accesso dignitoso all’aborto».

Ora spetta alla Commissione e al Parlamento Europeo prendere in carico la proposta. Ma una cosa è certa: “My Voice, My Choice” ha dimostrato che esiste una comunità viva, unita, consapevole, pronta a lottare per la libertà di scegliere sul proprio corpo.

 «Doveva pensarci prima!», la violenza subita dalle donne nell’installazione di Medici del Mondo

Per riportare con forza il tema dell’aborto al centro dello spazio pubblico, la rete Medici del Mondo ha scelto un linguaggio diretto e visibile: una teca trasparente — fedele riproduzione di un piccolo ambulatorio ginecologico — ha fatto ascoltare ai passanti in piazza Duca d’Aosta a Milano le frasi che troppe donne si sono sentite rivolgere in ospedali e consultori: «Doveva pensarci prima!», «Ti sei divertita, ora paghi», «Deve sentire il battito del feto, è fondamentale!», «Siamo donne, dobbiamo soffrire». Un’installazione tanto scenografica quanto disturbante, proprio perché mette in scena ciò che spesso si pretende tacitamente dalle donne: che il loro corpo esista in funzione della riproduzione, che la maternità sia il destino naturale, che la scelta non sia contemplata.

Accanto all’installazione, volantini e informazioni per ricordare che una donna su tre in Europa incontra ostacoli nell’accesso all’aborto, e che l’obiezione di coscienza in Italia coinvolge oltre il 60% del personale sanitario, con punte del 90% in alcune regioni.

L’obiettivo dell’installazione è chiaro: decostruire l’idea della maternità come obbligo biologico, riportando il discorso sulla libertà e sulla salute.

Come sta il diritto di aborto di Italia?

In Italia, accedere all’aborto è ancora un percorso a ostacoli, segnato da scarsità di consultori, alti tassi di obiezione di coscienza, disinformazione diffusa e mancata applicazione delle linee guida ministeriali del 2020. La situazione è ancora più critica quando si parla di IVG farmacologica: se in Europa la pillola abortiva è in uso da oltre trent’anni, in Italia è spesso trattata come un farmaco rischioso, difficile da trovare e da somministrare, specie in telemedicina. Il risultato? Molte donne sono costrette a spostarsi tra città e regioni, affrontando costi economici, logistici e psicologici altissimi, spesso in condizioni di fragilità.

L’Italia è già stata richiamata più volte a livello internazionale: il Parlamento Europeo ha chiesto esplicitamente al nostro Paese di rimuovere ogni barriera all’accesso all’IVG e di interrompere i finanziamenti pubblici ai gruppi anti-scelta, che operano spesso nei consultori con finalità di dissuasione morale.

La posta in gioco non è solo sanitaria, ma profondamente etica e politica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, limitare l’accesso all’aborto non fa che aumentare stress, rischio di stigma e violazioni dei diritti umani fondamentali. Lo conferma anche lo studio Turnaway, condotto dall’Università della California, che ha dimostrato come le donne costrette a portare avanti una gravidanza indesiderata abbiano maggiori probabilità di vivere in povertà, restare in relazioni violente e sviluppare disturbi d’ansia.

Al contrario, il 99% di chi ha avuto accesso all’IVG non prova rimpianto, ma sollievo

Nel dibattito sui diritti riproduttivi, non possiamo più permetterci ambiguità. L’aborto è una scelta sanitaria, personale e legittima. E come tale, va garantito — non ostacolato — dallo Stato.

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