
La lotta per depenalizzare davvero l’aborto non è mai finita, nemmeno in Italia
- The Wom - Wednesday, July 2, 2025
Nelle scorse settimane il parlamento inglese ha approvato la completa depenalizzazione dell’aborto, modificando una legge che aveva più di 60 anni. Questo significa che una persona che interrompe la gravidanza, anche se “clandestinamente”, non potrà essere accusata di alcun reato, mentre restano in vigore le pene per chi procura l’aborto al di fuori del percorso previsto dalla legge. Anche se siamo abituati a pensare che l’aborto sia perlopiù legale nei Paesi occidentali (con le vistose eccezioni della Polonia e degli Stati Uniti), la realtà è che ancora oggi la maggior parte dei Paesi prevede delle punizioni per l’aborto clandestino, compresa l’Italia.
Cos’è l’aborto “clandestino”
A seconda della legislazione, i vari Paesi stabiliscono quali sono i termini legali entro cui è possibile ottenere un aborto volontario. In Italia ad esempio la legge 194 del 1978 prevede che si possa abortire fino a 90 giorni di gestazione (o più in caso di pericolo di vita della donna o malformazioni del feto) presso un ospedale o una clinica autorizzata, previo l’ottenimento di un certificato medico. Prima di questa legge, l’aborto era considerato un “delitto contro l’integrità della stirpe” e poteva essere punito anche con il carcere, sia per la donna che interrompeva la gravidanza sia per chi la aiutava a farlo, non solo facendo l’operazione ma anche ad esempio dandole dei soldi.
Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza non è più un reato, ma ciò non vuol dire che esistano ancora delle sanzioni per chi abortisce fuori dai termini di legge
Nel 2016 l’aborto clandestino è stato depenalizzato, cioè è stato trasformato da un reato a un illecito amministrativo. Tuttavia, questa trasformazione ha portato con sé una conseguenza negativa: se prima chi veniva riconosciuta colpevole al termine di un processo doveva soltanto pagare una multa di 51 euro, ora la sanzione può arrivare fino a 10mila.
L’aborto clandestino è molto più comune di quanto si pensi: un tempo significava rischiare la vita nelle mani di “mammane” senza conoscenze mediche, mentre oggi si tratta perlopiù di procurarsi in modo illegale le pillole abortive, spesso ordinandole via Internet
Aborto clandestino: un fenomeno sommerso
Secondo le stime, in Italia ogni anno ci sarebbero 10mila aborti illegali, molti dei quali coinvolgono donne straniere. I motivi per cui non si ricorre alla legalità sono tanti e complessi: l’ignoranza, dovuta a una pessima comunicazione sul funzionamento della legge 194 in Italia, lo stigma sociale, situazioni di violenza, oppure nel caso di migranti senza documenti la paura di essere rimpatriate. A ciò vanno anche aggiunti i noti problemi dell’accesso al servizio nel nostro Paese, specie nel Sud, dove chi vuole interrompere una gravidanza deve fronteggiare diversi ostacoli e lungaggini burocratiche col rischio di superare il termine consentito. Allora chi ha i mezzi va all’estero, chi non li ha si procura le pillole abortive con metodi considerati illegali, o peggio si affida al fai da te. Il paradosso è che, se vengono scoperte, chi paga le conseguenze di questo sistema sono quasi solo le donne che abortiscono.
La strada verso la depenalizzazione
La parlamentare inglese Tonia Antoniazzi, che ha proposto la depenalizzazione dell’aborto per le donne, ha spiegato che nel Paese solo l’1% degli aborti avviene fuori dai termini di legge, e spesso in “circostanze disperate”. “Queste donne hanno bisogno di cure e di supporto, non di criminalizzazione”, ha spiegato, ricordando anche come la precedente legge sull’aborto fosse stata scritta e approvata da un parlamento formato da soli uomini. Un’altra deputata ha chiesto di eliminare qualsiasi reato legato all’interruzione di gravidanza, ma la sua proposta non è passata.
Non sono pochi infatti i Paesi che lo prevedono. Nel 2020, la Nuova Zelanda ha scelto la strada della decriminalizzazione totale dell’aborto, anche per chi lo procura: una decisione controversa ma che si basa sul principio che nessuna procedura sanitaria può essere considerata un reato. In Italia, nonostante la depenalizzazione, non solo rimane la multa a chi interrompe la gravidanza fuori dai termini di legge, ma anche chi procura l’aborto. Nel 2023 ad esempio sono stati aperti 83 nuovi procedimenti per “delitti contro la maternità”, con 102 persone coinvolte. Delle 192 persone finite a processo nello stesso anno, solo 27 sono state condannate in via definitiva.
Da un lato, è importante assicurare alla giustizia chi costringe una donna ad abortire o chi la mette nelle condizioni di farlo con rischi per la sua salute. Ma allo stesso tempo continuare a ritenere l’aborto un reato o qualcosa da punire non fa altro che aumentare lo stigma nei confronti di questa pratica. Se si smettesse di associare l’interruzione di gravidanza alla criminalità, e quindi all’immoralità, probabilmente nessuna donna si troverebbe nelle “circostanze disperate” di cui parla Antoniazzi. E il dito smetterebbe di essere puntato contro chi si trova a fare questa scelta, ma contro il sistema che ha reso il diritto di aborto una corsa a ostacoli.
The post La lotta per depenalizzare davvero l’aborto non è mai finita, nemmeno in Italia appeared first on The Wom.