47 anni fa la legge 194 sull’aborto: una legge imperfetta per un diritto da proteggere

- The Wom - Thursday, May 22, 2025
Il 22 maggio 1978 veniva approvata la legge 194, che depenalizzò l’aborto in Italia. A quasi cinquant’anni dalla sua stesura, oggi il nostro Paese si trova a fare i conti con un diritto spesso negato e una legge che andrebbe rivista

Quarantasette anni fa, in un clima politico difficilissimo, il Parlamento italiano approvava la legge 194/78, che legalizzò l’aborto volontario. Il testo fu il risultato di un lungo e difficile lavoro, avviato all’inizio del decennio, quando il deputato socialista Loris Fortuna, già artefice della legge sul divorzio, avanzò la prima proposta per superare la legge di epoca fascista che considerava l’aborto un delitto contro l’integrità della stirpe. Oggi la legge 194, però, è più evocata che applicata, e l’accesso all’interruzione di gravidanza si fa sempre più complesso, in un clima politico di crescente ostilità verso il diritto di autodeterminazione delle donne, non solo in Italia.

Come sta la legge 194

La legge 194 infatti è stata una conquista di civiltà, ma ora comincia a mostrare qualche segno di invecchiamento, perché la sua attuazione non è mai stata realmente completata. Un esempio è proprio dato dal fatto che è difficile monitorare lo stato di “salute” della 194, nonostante la legge stessa preveda che ogni anno venga pubblicata una relazione sulla sua applicazione. Ogni anno, questa relazione viene pubblicata con un ritardo notevole, con dati riferiti anche a due anni prima e di difficile consultazione o rilevanza. Per esempio, dalla relazione è impossibile capire quali strutture ospedaliere pratichino aborti o in quali lavori personale obiettore. Lo scorso aprile è stato fatto un passo avanti con la pubblicazione di una sezione sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità dove è possibile almeno consultare i nomi dei punti IVG suddivisi per regione.

Alcune delle ultime proteste del movimento Non Una di Meno a Roma

Tuttavia i dati riportati si riferiscono ancora al 2023 e, soprattutto, non fotografano la reale situazione del diritto all’aborto in Italia. Ad esempio, è difficile ricostruire le tante disparità territoriali che ci sono rispetto alla disponibilità della pillola abortiva che, nonostante sia stata oggetto di una revisione delle linee di indirizzo da parte del Ministero della Salute nel 2020, che ha eliminato l’obbligo di ricovero e aumentato il termine per l’assunzione, è ancora poco diffusa nel nostro Paese. Oppure, i dati non tengono conto di altri tipi di ostacoli che possono frapporsi fra una persona intenzionata a interrompere la gravidanza e la concretizzazione di questo proposito, come ad esempio le pressioni subite dentro e fuori le strutture ospedaliere. Da testimonianze dirette e inchieste giornalistiche sappiamo, ad esempio, che non è raro che le donne che si rivolgono all’ospedale per il certificato vengano invitate (se non obbligate) a fare colloqui con volontari antiabortisti, che quasi mai si presentano come tali.

Usi e abusi di una legge

Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria istituzionalizzazione di questo tipo di pratiche. Comuni, regioni e non da ultimo il governo (con il controverso emendamento al PNRR) hanno favorito l’ingresso di associazioni contrarie all’interruzione di gravidanza in ospedali pubblici e consultori. Emblematico è stato il caso della regione Piemonte, che ha anche finanziato la loro presenza con più di due milioni e mezzo di euro dal 2021 a oggi, e ha aperto una “stanza per l’ascolto” in uno degli ospedali più grandi di Torino, il Sant’Anna.

Tutte queste cose sono possibili a causa di una forzatura della legge 194, che è una legge che prima ancora di permettere l’aborto è una legge che “tutela la maternità”

L’articolo 2 della legge prevede infatti che i consultori debbano “contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Questo passaggio, e più in generale tutta la prima parte del testo, viene usato per giustificare la presenza delle associazioni antiabortiste nei presidi pubblici. Addirittura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto più volte di voler “applicare pienamente la 194”, riferendosi proprio a questi passaggi.

Un altro problema è rappresentato dal nodo dell’obiezione di coscienza, una misura inserita per accontentare i cattolici ma che negli anni ha prestato il fianco all’abuso di questo istituto. Infatti, sebbene siamo un Paese sempre meno praticante, l’obiezione di coscienza continua a crescere, spesso per cause non legate a convinzioni religiose, ma a opportunità di carriera o all’organizzazione dei carichi di lavoro negli ospedali, che rendono più conveniente dichiararsi da subito obiettori. Inoltre, a differenza di altri Paesi, non ci sono misure correttive o limiti all’obiezione di coscienza: ad esempio, la legge consente che in una struttura lavorino soltanto medici obiettori.

È ora di andare oltre?

Varie associazioni femministe e della società civile oggi propongono di superare la 194, visto che la sua strumentalizzazione sta diventando il principale ostacolo all’accesso all’aborto in Italia. Tuttavia, proporlo è ancora un tabù. Da un lato, chi ha lottato per questa legge non vuole vederla cancellata. Dall’altro, chi si oppone all’aborto ha imparato a sfruttarla a proprio vantaggio, visto anche che nel 1981 il referendum per abrogarla fallì clamorosamente. Nel frattempo, ci si autorganizza, con reti di mutuo aiuto e iniziative popolari, come l’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice My Choice, che ha raccolto oltre un milione di firme per creare un meccanismo finanziario a livello europeo per garantire l’accesso all’aborto nell’Unione. D’altronde, al di là della versione finale approvata quasi cinquant’anni fa, sono stati i movimenti femministi a creare la necessità di proteggere le donne nella loro scelta.

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