Milano, fine luglio. Cielo altero, immacolato. Piazza Duomo è sommersa, more
solito, da policromi sciami umani, torme di piccioni quasi addomesticati,
esagitazioni vocali e sorrisi posticci a beneficio di autoscatto.
Noi scegliamo Palazzo Reale, una retrospettiva di oltre trecento opere dedicata,
in occasione del primo centenario dalla sua nascita, a Mario Giacomelli
(Senigallia, 1 agosto 1923 – Senigallia, 25 novembre 2000), fotografo radicale
fra i più influenti del Novecento. Il titolo della mostra è emblematico: Mario
Giacomelli. Il fotografo e il poeta.
Ci immergiamo senza esitazione nella nera carena della prima sala. Le luci al
soffitto sono cecchini discreti puntati sulle immagini incorniciate. Immagini o
illusioni, non si sa ancora. E non si sa nemmeno se avvicinarsi o scegliere la
visione d’insieme, a distanza, lo sguardo che erra, si confonde, naufraga in uno
smarrimento in bianco e nero.
Quante saranno le raffigurazioni che tracciano ogni parete in un’avvicendarsi di
chiazze d’oscuro e di lume?
Ci fermiamo, al centro della sala, socchiudiamo gli occhi e poi li riapriamo,
accostandoci ai segni di materia che promanano dalle cornici: sembianze vaghe,
talora invece nettamente profilate, in ogni caso, sempre definite soltanto dal
nostro sguardo. Non dal Suo, che è già oltre, nel movimento che tende
all’infinito, all’indistinto.
Lo sguardo di Mario Giacomelli è sempre oltre, anche prima di scattare, anche
dopo, nella camera oscura, quando la materia diventa irreale, il visibile
tracima nell’invisibile, nel sembiante della trascendenza. Lui cerca
quella. Cerca di afferrare la trascendenza, senza fermarla, respinge il tempo,
rifiuta l’idea di sospensione radicata in un certo concettualismo fotografico;
attualizza, semmai, il passato, riesuma ciò che è finito, restituendogli nuova
vita: “le mie foto” – scrive in un appunto – “sono il presente e il passato: lo
spazio ed il tempo ridotti ad un segno unico”[1].
E che sia buio, luce, cranio brulicante di farfalle-stelle o campo arato, che
siano preti, gatti, uccelli, bocche sdentate o scheletri arborei, che siano case
a mucchi o semplici macchie, che sia vita o morte, nulla cambia. Il fermento, il
moto sulla soglia – fra ciò che è e ciò che non è più, ma in altro modo comunque
sarà – è il sigillo con cui Mario Giacomelli lavora sull’immagine, e prima
ancora sui luoghi, sugli oggetti, sui volti, predisponendoli, arruffandoli,
spostandoli, inventandoli, per valicare l’implacabile leopardiano “orizzonte che
lo sguardo esclude”, e tendere all’ἄπειρον (ápeiron), riconciliando così materia
ed evanescenza, presente e passato, memoria e immaginazione.
Mario Giacomelli riesce, nell’epoca della fotografia analogica, a penetrare e
oltrepassare la materia, dunque il reale, indegno della complessità della vita,
e riesce a farlo partendo – fra l’altro – dalla poesia, il gesto che, forse più
di tutti, ha accesso all’invisibile e che, in ogni caso, accompagna tutta la sua
vita.
Non è un poeta stricto sensu, Giacomelli, anche se si cimenta nella scrittura di
versi, ma di certo incorpora lo spirito dei poeti a lui cari (Leopardi,
Cardarelli, Dikinson, Masters, Montale, Corazzini, Luzi, Borges, Caproni,
Permunian) e impara, col tempo, a tradurlo in immagini, sperimentando le più
svariate tecniche fotografiche: “lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco
mangiato, il nero chiuso, sono come esplosione del pensiero che dà durata
all’immagine, affinché si spiritualizzi in armonia con la materia”[2].
È nel cenacolo di Giuseppe Cavalli, fotografo e intellettuale raffinato, che il
giovane Mario – costretto al lavoro in una tipografia da quando ha tredici anni,
dopo aver perso il padre a nove – riceve l’iniziazione, si accosta alle più
svariate forme d’arte, ascolta Bach, legge Eliot e Croce, orienta la propria
indole romantica e decadente verso l’apprendimento, da autididatta, della
fotografia artistica. Fa propri i dogmi dei maestri per domarli, sconcertando
sin da subito l’ambiente fotoamatoriale: i suoi primi lavori (come la serie Vita
d’ospizio, cui si dedica a partire dal 1956, e che è ispirata all’ospizio di
Senigallia dove lavora la madre) vengono puntualmente scartati ai concorsi,
poiché Giacomelli infrange i dictat dell’epoca, le regole
del reportage bressoniano, intervenendo nella realtà e alterandola, prima e dopo
la cattura (si pensi ai bianchi e ai neri bruciati dal flash, alle cesure, alle
sovraimpressioni). Interventi che allontanano il Nostro dal realismo in voga in
quegli anni e dalla ricerca della purezza stilistica dello scatto. Nel
parallelismo fra animato e inanimato, l’ospizio ritratto da Giacomelli svela i
volti e i corpi dei vecchi, ripresi in posture oblique e traballanti, la
pelle-corteccia fessurata dalle stesse crepe dei campi arsi dal sole, il buio
delle cavità oculari che mangia lo sguardo predisponendolo alla mèta ctonia, e
somiglia a quello delle fosche finestre dei casolari diroccati ritratti in altre
fotografie della serie.
Quel lavoro segna l’inizio del viaggio nella fotografia metafisica, anzi
poetica, di Mario Giacomelli, che insegue l’uomo, pencolante tra forze
contrapposte, con la sua tragica fragilità, e lo ritrova sulla soglia di una
perenne metamorfosi, lo trova fra ruderi isolati, annidato fra gli anni di un
tronco, in suggestioni di caligine, fra contorsioni di ferri neri e pezzi di
cemento, o ancora issato a cieli consunti, accecanti. L’uomo di Mario Giacomelli
pulsa nei controluce, nei profili di un masso strangolato dal buio, o ancora in
una folla di teste illuminate come cerini accesi nel nero.
Nello sguardo di Giacomelli, come in quello del poeta, il paesaggio (legato, nel
suo caso, al mondo contadino dal quale proviene) si fa esperienza interiore,
attraverso l’uso del simbolo, ed è, come annota lui stesso:
> “atto di espressione totale dove sento lievitare la natura, il flusso
> traumatico del tempo. È la dimensione dello spazio ridotto a una emozione
> unica, ad una estensione della mia esistenza dove il quotidiano, il ripetitivo
> viene come filtrato dal fluente dell’immaginazione”[3].
Non si può dire che Giacomelli ritragga il paesaggio; semmai, come sostiene
sempre lui, raffigura “i segni, le memorie della esistenza di un ‘mio’
paesaggio. Non voglio che sia subito identificato, preferisco che si pensi a
certi segni, alle pieghe che l’uomo ha nelle sue mani.”[4]
È una fotografia meditativa, immaginifica, quella di Mario Giacomelli, fatta di
lacerti figurativi, di tensioni fra luci e ombre, di audaci frammenti e
composizioni radicali, in cui anime e oggetti si accordano per proiettare i
segni dell’inconscio. “…segni”, osserva sempre il Nostro, che “vengono come
vivificati per una loro architettura e costruzione visiva, come a sfidare le
cose reali.”[5]
Ce ne accorgiamo subito, sin dalle prime sale dedicate alla retrospettiva. Qui
proveremo a soffermarci su alcune di esse e a dare una lettura (istintiva,
dunque, senz’altro inadeguata) di alcuni dei lavori esposti, invitando il
lettore a regalarsi un’esperienza immersiva di formidabile intensità nell’arte
di Mario Giacomelli.
*
La serie L’infinito (1986-1988), ispirata all’omonima lirica leopardiana[6],
viene realizzata in seguito all’incontro di Giacomelli con Luigi Crocenzi
(1923-1984), eclettico fotografo e intellettuale con cui il Nostro intrattiene
un epistolario negli anni Sessanta e da cui apprende le teorie del fotoracconto
e del montaggio per immagini, cominciando a praticare la fotografia come
concatenazione di immagini destinate alla narrazione.
La lettura del celeberrimo componimento è innesco potente, un ponte verso la
trasposizione metamorfica della parola in immagine. L’infinito, per Leopardi, è
una percezione che scaturisce dall’incontro con un’area tangibile e circoscritta
(il colle di Recanati, la siepe), oltre la quale si staglia la
sconfinata ouverture dell’immaginazione, della memoria. Ecco, Giacomelli traduce
tale percezione poetica in una precisa tensione fotografica, combinando, da un
lato, materie solide e impenetrabili (strade asfaltate, muri, finestre profilate
di luce, campi geometricamente arati, linee lignee), dall’altro, suggestioni
evanescenti (ombre di solitudini, paesaggi sui quali piovono aghi di luce o
bagliori simili a stelle, volti sfocati, stormi di uccelli su sfondi nuvolosi in
dissoluzione), queste ultime ottenute grazie all’effetto del mosso o delle
doppie esposizioni.
L’astrazione è la cifra della serie, che si apre con il bianco assoluto e si
chiude con il nero assoluto (per usare le espressioni di Alessandro Giampaoli,
uno dei curatori del catalogo uscito, proprio sul lavoro fotografico in
commento, per Silvana Editoriale[7]); ma ciascuna delle tinte si definisce
attraverso il suo opposto, a testimoniare quella circolarità e quella ciclicità
che Giacomelli individua come caratteristiche precipue dell’infinito. Una parete
ci stordisce: su di essa campeggiano sedici catture incorniciate, una visione
d’insieme lisergica, fatta di righe e geometrie inusuali che si confondono in
un’unica figura: il confine. Ma poco più in là, la materia perde peso, il bianco
e nero si sfuma, e lo sguardo può tornare, infine, al dolce naufragare. Prima di
lasciare la sala, sussurriamo ripetutamente l’ultimo verso della lirica, nella
suadente traduzione di Philippe Jacottet: Et m’abîmer m’est doux en cette mer.
*
Bando è il titolo di una lirica[8] di Sergio Corazzini, poeta amato in gioventù
da Giacomelli per la sua tragica vulnerabilità, e alla cui opera complessiva si
ispira l’omonima serie in esposizione a Milano. Il lavoro, realizzato fra il
1997 e il 1999, omaggia i temi cari al poeta romano, che hanno a che fare coi
tessuti costitutivi dell’essere, come l’innocenza profanata, la malattia, la
morte, la fragilità, la preghiera monca al cospetto dell’inaccessibilità di
Dio.
La serie (composta da gruppi di quattro opere, lo spazio fra le quali delinea il
segno di una croce) ci permette di intravedere nella cattura dei singoli istanti
le tracce del rituale cui si consacrava il fotografo prima dello scatto, ossia
la fabbricazione concettuale e materiale dell’immagine. Giacomelli, si è
poc’anzi osservato, trascorreva ore ad apparecchiare lo spazio, raccimolando
materiali e detriti, operando spostamenti, inventando installazioni; tutto allo
scopo di aprire un varco che favorisse la connessione fra il mondo esterno e
quello intimo che passa attraverso lo spirito, dunque lo sguardo. Uno sguardo
visionario, il suo, come si evince dalle immagini astratte e potenti che
declinano questa serie; immagini che raffigurano l’ingrandimento del caos della
materia, appositamente allestita per la cattura, e successivamente disintegrata,
smarginata, e finanche scarabocchiata, in ogni caso sempre manipolata nel
rituale postumo della camera oscura, attraverso le tecniche più svariate e
l’utilizzo di particolari carte fotografiche.
In un appunto vergato a mano da Giacomelli ed esposto in bacheca, leggiamo:
> “Credo che la stabilità di una immagine sia nello smarrimento del fotografo di
> fronte all’oggetto”.
Ma ora, nell’assenza dell’artista, è tutto nostro lo smarrimento al cospetto di
immagini che somigliano a lacerti di sogno rappezzati, specchi di un inconscio
arreso alla luce.
*
La serie forse più conosciuta di Giacomelli mutua, invece, il titolo da un verso
di Padre David Maria Turoldo, Io non ho mani che accarezzino il volto[9], e ci
presenta un simposio di giovani seminaristi ripresi nella loro quotidianità, in
attimi di gioco e di danza; da un certa distanza, girotondi di nere talari
spiccano a contrasto con la terra innevata ed evocano nugoli di uccelli librati
nel cielo. Netta è l’intenzione di Giacomelli di dissacrare la sacralità in
favore dell’uomo, denudato sino all’incoscienza del bambino balordo di gioia,
facendo a pezzi il simbolo, fotografando l’altro, l’oltre. L’installazione
restituisce una dinamica potente, e la circolarità di certi movimenti traccia
suggestioni sospese fra il sacro e il profano. L’azione risiede, com’è ovvio,
nel movimento dei corpi, ma noi la avvertiamo anche nelle parole, forse persino
nelle grida di diletto, che immaginiamo squarciare il silenzio claustrale di una
nevicata inattesa, mentre un poeta, “salvatore di ore perdute”[10], da qualche
parte si fa silenzioso custode delle solitudini del mondo.
*
Nella stessa sala dei seminaristi, troviamo il celeberrimo Bambino di Scanno,
scatto che appartiene a una collezione esposta al MOMA di New York. Scanno è un
borgo abruzzese, fiabesca colonia di case di pietra, scale e angiporti, e meta
di artisti del calibro di Henri Cartier-Bresson e Gianni Berengo Gardin (da poco
scomparso). Il celebre scatto di Giacomelli raffigura, fra due donne-sentinelle
a capo chino, in abiti neri come da usanza, e che sembrano avanzare verso
l’esterno dell’inquadratura, un fanciullo con le mani nelle tasche, che si
staglia netto nella sfocatura pervasiva dell’immagine. Il colletto della camicia
abbacina, creando attorno al corpicino un’aura che si sparge sino ad altre due
figure femminili sullo sfondo. E noi che lo guardiamo sappiamo che la solitudine
non si confonde mai, salta agli occhi, e illumina i suoi impotenti testimoni.
*
C’è poi l’amore, un tema che percorre trasversalmente qualsiasi meditazione.
Giacomelli ne fa quasi una composizione teatrale nella serie intitolata A
Caroline Branson da Spoon River (1967-1973)[11], ispirata, appunto, all’omonimo
componimento di Egard Lee Masters. Il lavoro trae origine da una sceneggiatura
di foto-racconto a cura di Luigi Crocenzi, destinata alla televisione.
Giacomelli, tuttavia, rifiuta la trasposizione fedele del testo lirico in
immagini e, in un secondo momento, riprende le fotografie scattate per il
progetto (dal 1971 al 1973), sovvertendole – in particolare, attraverso la
tecnica della sovrimpressione – in modo da esprimere un universo emotivo non già
supino al testo poetico, ma traslato.
La serie rappresenta una passione amorosa che affonda nei corpi degli amanti e
nell’immenso assoluto corpo della Natura. In un sogno di spighe in controluce,
oppure al riparo di fronde nerastre, sotto nivee nubi, nella danza fluttuante
dei capelli dell’amata[12] e nel moltiplicarsi dei volti, lì pulsano le bocche,
gli occhi e gli abbracci degli amanti; pulsano sino alla tragica consapevolezza
che “la rapita estasi della carne”[13] un giorno sarà alle loro spalle, “come un
cantico finito”[14]. Per questo i duei cuori che un tempo avevano passeggiato
“come stelle alla deriva”[15], scelgono il patto mortale: “Uno stelo della sfera
terrestre, / fragile come luce stellare, / in attesa di esser di nuovo gettato /
nel flusso della creazione”[16].
Una passione, quella narrata in questa serie, che rifiuta le monotone mura di
una stanza e la distratta condivisione di un caffè, anche a costo della morte. E
di questa passione Giacomelli ci offre, fra le altre, una cattura dall’alto,
nella quale campeggiano due vaste bianche stratificazioni, come due morbide
onde, cremose, che si inseguono, allo stesso modo in cui, in altri scatti, gli
amanti si rincorrono, verso la terra nera, che sembra voler fuoriuscire
dall’inquadratura; e, al di sopra, come spesso accade nell’immaginazione del
fotografo, al di sopra di ogni delimitazione spaziale, si libra, in un cielo
smangiato dai contrasti, un nugolo di uccelli neri, punteggiatura di un confine
che si scompagina, come accade talvolta anche all’amore.
*
Il teatro della neve è il titolo di un componimento di Francesco Permunian[17],
due esili terzine che dicono di una solitudine senza sogni, di una rassegnazione
e di un “vento malsano [che] “sbatte / e ribatte” giorni che sono “bandiere di
sconfitta”. Il poeta ci offre di quei giorni arresi un’immagine icastica, li
paragona a “bianchi lenzuoli in un labirinto di specchi”. Giacomelli traduce
questi versi in una serie di raffigurazioni il cui l’astrattismo è fatto di
rimandi, di richiami simbolici: ci troviamo infatti immersi in un avvicendarsi
di paesaggi, spigolosi, geometrici, le cui sembianze sembrano voler suggerire
proprio quel gioco di specchi che viene evocato nella lirica. L’uomo è assente,
o forse lo si può immaginare come una figura in filigrana sovrapposta a quegli
scenari naturali desolati, testimonianza della sua irrimediabile solitudine.
Iconico, su tutti, è lo scatto che raffigura alcuni teli così sottili da
sembrare garze, appesi a una siepe di rovi, sventolanti in uno squarcio di nubi
che abbacinano, e trafitti come da una luce sovrannaturale che ne evidenzia
spettrali trasparenze. È lì, al cospetto di quella immagine, che sentiamo anche
noi sfilare i giorni, ripetitivi nell’assenza di sogni, e per questo
disorientanti, è lì che ci sentiamo in balia, così fragili da poter essere
trapassati e lacerati persino da una scheggia di luce.
*
Muore la madre nel 1986, e la matrice del senso della vita si disfa, i
sentimenti e lo sguardo s’interrano. La fotografia di Mario Giacomelli si
orienta verso una dimensione ancora più intima, amoreggia con la biografia,
s’intrama sempre più nella poesia.
Intorno al 1924, Eugenio Montale scrive una lirica intitolata Felicità
raggiunta…[18]; in due sole strofe (composte da cinque versi ciascuna), il poeta
restituisce l’essenza del mistero della vita, racchiuso nella perenne
inconciliabilità fra la pienezza della felicità, così difficile da raggiungere,
e l’inesorabilità di certi dolori, capaci di annientarla, di farne desiderio
dimidiato anche nell’istante dell’appagamento. Montale ci offre l’immagine di
una disperazione infantile, quella del bambino che vede fuggire il pallone fra
le case, e sa di non poterlo più riavere. Giacomelli rovescia la prospettiva e
cattura il momento della felicità infantile: il volo indimenticabile
dell’altalena, promessa di cielo. Tutto, nello scatto che stiamo osservando,
prospetticamente si abbassa, al cospetto della felicità raggiunta: le montagne,
la linea spezzata dei tetti di un paese in controluce. Ma occorre il
contraltare, poiché la felicità è manichea, la felicità non è senza il suo lato
antinomico: intorno all’altalena, altre immagini traducono il peso e la frattura
del dolore. E allora ecco che osserviamo un esterno in cui domina la sfumatura
di un nero lugubre e lì in mezzo notiamo l’immota e consapevole solitudine di
due uccelli appollaitai su rami filiformi, o forse inspiegabilmente sospesi in
un nulla. Poi gli occhi deviano sopra un terreno innevato di un bianco arso e
abbacinante, crepato e bucherellato, dal quale sorgono vecchie griglie
ornamentali abbandonate, in mezzo a tronchi d’alberi. E infine scorgiamo il peso
sfumato della pena nell’ombra di una trilogia arborea che sembra tremare su di
uno sfondo, ça va sans dire, bianco, ancorché sporcato da un fumo che non ne
intacca il dramma.
La felicità spicca nel contrappeso, nella sostanza palingenetica del dolore.
*
L’ultima serie di cui vogliamo lasciar qui traccia riguarda lo sradicamento, la
perdita delle origini che si fa esiziale, come è accaduto, fra gli altri, a
Franco Costabile (Sambiase, 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965), poeta
meridiano assoluto, “disperato di Sud”, morto suicida a soli quarant’anni.
Costabile, calabrese, è il trauma stesso della sua Calabria, il trauma
dell’allontanamento forzato. Poesia rabbiosa e tragica, la sua, connotata da uno
sguardo sul e nel dramma, che ben si apparenta a quello di Giacomelli.
L’incontro fra i due, in effetti, è fatale: Il canto dei nuovi
emigranti[19], inno fluviale e spietato scritto da Costabile nel 1964, narra,
attraverso una versificazione convulsa, e l’uso di una lingua scabra ed esatta,
la diaspora del grande esodo calabrese del secondo dopoguerra; un esodo che,
come è noto, si fece cogente per sfuggire al suicidio di una terra incapace di
redenzione, nell’indifferenza barbarica delle istituzioni. Ebbene, quel poema
struggente e furioso marchia lo spirito di Giacomelli che decide di visitare i
borghi in esso sceneggiati.
Giacomelli s’inerpica così nel buio di un annichilimento apparente, dove
l’assenza dell’uomo non è soltanto partenza definitiva, ma sfondo nel quale si
vive ancora contro la sgretolazione di una terra misteriosamente ossimorica. Fra
segni d’attaccamento e diserzione, fra miseria e generosità, la Calabria di
Costabile sfila, implacabile, davanti agli occhi del fotografo, straniato e
sospeso nell’immobilità di un tempo quasi morto.
> “Pentedattilo mi ha colpito, perché vedi un paese – dove gente ha vissuto, è
> nata, ha sofferto, ha goduto – ora abbandonato. E ricordo di essere stato per
> il corso, sembrava tutto abbandonato. Poi sono arrivato in cima a questa
> strada, guardo sotto da un belvedere e vedo che avevano piantato
> dell’insalatina, cipolle… e allora qualcuno sicuramente era a un passo da me.
> Sembrava un posto abbandonato, come chiuso al mondo, e invece ho trovato
> inaspettatamente la vita. […] Poi ho voluto passare per il cimitero. Qui ho
> trovato ogni loculo d’argento lucido, pulito. Poi i fiori, ho pensato “saranno
> di plastica” e invece mi sono avvicinato, li ho toccati, ed erano freschi. E
> ho pensato: c’abbiamo messo mezza giornata per arrivare qui e non abbiamo
> incontrato una persona, sembrava tutto fermo, tutto morto, e invece c’è vita.
> E allora sentivo che c’era qualcosa di strano. Queste montagne con questi
> buchi enormi… io cominciavo a vedere nei buchi le persone, nell’immaginazione,
> perché: dove erano queste persone? E allora è nato dentro di me qualcosa come
> di misterioso, come magico, come tragico, come qualcosa che non sapevo
> decifrare. Attraverso le foto vedi queste case che stanno già perdendo
> qualcosa, ti accorgi che la muratura e le case stesse stanno quasi per
> divenire pietra, cioè divenire montagna, sopraffatte. Il paese si sta
> sgretolando. Anche questa luce che ho messo in questa immagine, dà l’idea del
> sole che sta corrodendo i buchi delle case, e invece c’è la luna nella notte,
> e hanno il sapore della morte.”[20]
In queste parole scorgiamo già le immagini ricavate dal vissuto di una
quotidianità quasi irreale, in cui l’uomo gravita attorno a un centro di vita
fatto di pensieri lenti e desolazione, di costernazione e sorrisi, un centro che
è, in realtà, un crinale sul quale la vita lentamente scivola verso una
vecchiaia consumata, dove la crudeltà non sopisce il bene della pietra calda cui
poggiarsi quando le gambe tremano e negli occhi si annida il buio.
Ecco, allora che, nella sala, si susseguono immagini in cui è ritratto,
attraverso inquadrature strette e ravvicinate, un mondo contadino, di cui si
intuisce il mormorio affaticato, un mondo in cui si è complici nella miseria e
nel dramma. I personaggi che incontriamo – vecchi o bambini, poco importa –
abitano spazi decontestualizzati dalla marchiatura abbagliante del flash, sono
sagome arrese a un interludio perenne di vita.
Ci soffermiamo davanti al ritratto di Pentedattilo, mucchio di case fortemente
inclinate che sembrano collassare verso il centro della terra. Ma forse, ci
piace pensare, la rupe sulla quale il borgo sorge è davvero la gigantesca mano a
cinque dita di un ciclope, che misericordiosamente sostiene, e proietta verso la
sfolgorante promessa del cielo.
*
Ci fermiamo qui con questa lettura parziale della retrospettiva dedicata a Mario
Giacomelli, ospitata nelle sale di Palazzo Reale fino al 7 settembre, sperando
di non averne tradito lo spirito.
In ogni caso, noi ne siamo emersi con una convinzione: Mario Giacomelli è come
un demone scapigliato che ti viene a cercare in sogno, e ti lascia lì, fra le
coperte e la notte, a tremare nel dramma del bianco, e a desiderare
paradossalmente l’eterna vedovanza del nero. Non sappiamo se davvero nasca un
solo poeta al secolo, come disse quel tale. Quel che è certo è che cent’anni fa
ne è nato uno.
Maura Baldini
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[1] Da appunti autografi di poetica, anni Ottanta-Novanta, Archvio Mario
Giacomelli, Senigallia, in “Mario Giacomelli – Giacomo Leopardi, l’Infinito, A
Silvia”, a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreni, Silvana Editoriale,
pag. 56, figura 62.
[2] Ibidem, pag. 56, figura 63.
[3] Da un appunto del fotografo inserito fra i lavori fotografici della
retrospettiva a Palazzo Reale (Milano).
[4] Ibidem (nota 3).
[5] Ibidem (nota 3).
[6] Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta
parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando,
interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima
quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura. E come il
vento / Odo stormir tra queste piante, io quello / Infinito silenzio a questa
voce / Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / E le morte stagioni, e la
presente / E viva, e il suon di lei. Così tra questa. / Immensità s’annega il
pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare. (Giacomo
Leopardi, L’Infinito, da Gli Idilli, 1826)
[7] Si cfr. nota 1.
[8] Avanti! Si accendano i lumi / nelle sale della mia reggia! / Signori! Ha
principio la vendita delle mie idee. /Avanti! Chi le vuole? / Idee originali / a
prezzi normali. / Io vendo perché voglio /raggomitolarmi al sole /come un gatto
a dormire /fino alla consumazione / de’ secoli! Avanti! L’occasione / è
favorevole. Signori, /non ve ne andate, non ve ne andate; vendo a così poco
prezzo! / Diventerete celebri / con pochi denari. /Pensate: l’occasione è /
favorevole! / Non si ripeterà. Oh! non abbiate timore di offendermi / con
un’offerta irrisoria! / Che m’importa della gloria! E non badate, Dio mio, non
badate / troppo alla mia voce / piangevole! (Sergio Corazzini, Bando, da Libro
per la sera della domenica, 1906)
[9] Io non ho mani / che mi accarezzino il volto / (duro è l’ufficio / di queste
parole / che non conoscono amori) / non so le dolcezze / dei vostri abbandoni: /
ho dovuto essere / custode / della vostra solitudine: / sono salvatore di ore
perdute. David Maria Turoldo, Io non ho mani, dalla raccolta Io non ho mani,
Bompiani, 1948.
[10] Estratto dell’ultimo verso della lirica di David Maria Turoldo, trascritta
nella nota precedente.
[11] Caroline Branson è il titolo di uno dei componimenti inclusi nella raccolta
di Edgard Lee Masters, Antologia di Spoon River, i cui estratti sono qui
riportati nella traduzione di Fernanda Pivano (che ha curato l’edizione Einaudi
da ultimo ristampata nel 2014). Di seguito il testo integrale: Oh i nostri cuori
come stelle alla deriva – se noi avessimo soltanto passeggiato / come un tempo,
nei campi d’aprile, finché la luce stellare / con garza invisibile rendesse
serico il buio / sotto la balza, nostro luogo di convegno nel bosco, dove il
ruscello svolta! dalle carezze passando, / come note di musica che fluiscono
insieme, al possesso / nella ispirata improvvisazione d’amore! / per lasciarci
alle spalle come un cantico finito / la rapita estasi della carne, / nella quale
i nostri spiriti piombassero / dove non c’era il tempo, né lo spazio, né noi – /
annientati dall’amore! / Ma lasciare queste cose per una stanza illuminata: / e
starcene con il nostro Segreto, beffardo / e nascosto tra fiori e chitarre, /
che tutti fissavano fra l’insalata e il caffè. / E vedere lui tremante, e
sentire me / presaga, come uno che firma un contratto – / non avvampante di doni
e di pegni accumulati / con rosee mani sopra la sua fronte. / E poi, la notte!
prefissata! villana! / Ogni nostra carezza cancellata dal possesso, / in una
stanza stbilita, in un’ora a tutti nota! / L’indomani sedeva così smarrito,
quasi freddo, / così stranamente mutato, chiedendosi perché io piangessi, /
finché, presi da nausea disperata e voluttuosa follia, stringemmo il patto
mortale. // Uno stelo della sfera terrestre, / fragile come luce stellare, / in
attesa di esser di nuovo gettato / nel flusso della creazione. Ma la prossima
volta esser creato / assistito da Raffaele e san Francesco / nel momento che
passano. / Poiché io sono il loro fratellino, / riconoscibile a viso / dopo un
ciclo di nascite a venire. / Potete conoscere la semente e il terreno; / potete
sentire la pioggia fredda cadere, / ma soltanto la sfera terrrestre, soltanto il
cielo / conoscono il segreto del seme / nella camera nuziale sotto terra. /
Gettatemi di nuovo nel flusso, / datemi un’altra prova – / salvami, oh Shelley!
[12] I capelli sono quelli della figlia Rita, sovrapposti ad altre immagini.
[13] Ibidem (nota 8).
[14] Ibidem (nota 8).
[15] Ibidem (nota 8).
[16] Ibidem (nota 8).
[17] Luna vedova per strade di mare / io non ho più sogni da dormire / nel
bianco mattatoio di casa mia. // Bianchi lenzuoli in un labirinto di specchi /
sono i giorni che un vento malsano sbatte / e ribatte quali bandiere di
sconfitta. (Francesco Permunian, Il teatro della neve, da Il teatro della neve.
Poesie per Mario Giacomelli 1983-1986, L’Obliquo, 2006)
[18] Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei
barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s’incrina; / e dunque non ti
tocchi chi più t’ama. // Se giungi sulle anime invase / di tristezza e le
schiari, il tuo mattino / è dolce e turbatore come i nidi delle cimase. / Ma
nulla paga il pianto del bambino / a cui fugge il pallone tra le case. (Eugenio
Montale, Felicità raggiunta… da Ossi di seppia, edizione a cura di Pietro
Cataldi e Floriana d’Amely, Mondadori, 2003)
[19] Ce ne andiamo. / Ce ne andiamo via. // Dal torrente Aron / Dalla pianura di
Simeri. // Ce ne andiamo / con dieci centimetri / di terra secca sotto le scarpe
/ con mani dure con rabbia con niente. // Vigna vigna / fiumare fiumare /
Doppiando capo Schiavonea. // Ce ne andiamo / dai campi d’erba / tra il grido /
delle quaglie e i bastioni. // Dai fichi / più maledetti / a limite / con
l’autunno e con l’Italia. // Dai paesi / più vecchi più stanchi / in cima / al
levante delle disgrazie. // Cropani / Longobucco / Cerchiara Polistena /
Diamante / Nao / Ionadi Cessaniti / Mammola / Filandari… / Tufi. / Calcarei /
immobili / massi eterni / sotto pena di scomunica. // Ce ne andiamo / rompendo
Petrace / con l’ultima dinamite. / Senza / sentire più / il nome Calabria / il
nome disperazione. // Troppo tempo / siamo stati nei monti / con un trombone fra
le gambe. / Adesso / ce ne scendiamo / muti per le scorciatoie. // Dai Conflenti
/ dalle Pietre Nere da Ardore. // Dal sole di Cutro / pazzo sulla pianura /
dalla sua notte, brace di ucccelli. // Troppo tempo / a gridarci nella bettola /
il sette di spade / a buttare il re e l’asso. / Troppo tempo / a raccontarci
storie / chiamando onore una coltellata / e disgrazia non avere padrone. //
Troppo / troppo tempo / a restarcene zitti / quando bisognava parlare, basta. //
Noi / vivi / e battezzati / dannati. // Noi / violenti / sanguinari / con
l’accetta / conficcata / nella scorza / dei mesi degli anni. / Noi / morti / ce
ne andiamo / in piedi / sulla carretta. / Avanzano le ruote / cantano i sonagli
verso i confini. // Via! / Via / dai feudi / dagli stivali dai cani / dai larghi
mantelli. // Ussahè… / Via / Via! / Via / dai baroni. / I Lucifero / I conti
Capialbi / I Sòlima gli Spada / I Ruffo / I Gallucci. // Usciamo / dai bassi
terranei / dal sudario / dei loro trappeti / dai parmenti / della vendemmia /
profondi / a lume di candela / e senza respirazione. // Via / dai Pretori /
dalla Polizia / dagli uomini d’onore. / Non chiamateci. / non richiamateci. // È
scritto / nei comprensori / È scritto / nei fossi nei canali /È scritto / in
centomila rettangoli / alto / su due pali / Cassa del Mezzogiorno / ma io non so
/ che cosa / si stia costruendo / se la notte / o il giorno. // Ci sono raffiche
/ su vecchie facciate / che nessuno leva: l’occhio / del Mitra / è più preciso /
del filo a piombo della Rinascita. // Addio, / terra. / Terra mia / lunga /
silenziosa. // Un nome / non lo ebbe / la gioventù / non stanchiamoci / adesso /
che ci chiamano col proprio cognome. // Noi // Noi / ce ne siamo / già andati. /
Dai Catoi / dagli sterchi orizzonti. // Da Seminara / dalle civette di
Cropalati. // Dai figli / appena nati / inchiodati nella madia / calati / dalle
frane / dall’Aspromonte / dei nostri pensieri. / Spegnete / le lampadine della
piazza. // Scordiamoci / delle scappellate / dei sorrisi / dei nomi segnati /e
pronunciati per trentasei ore. // Cassiani / Cassiani / Cassiani // Cassiani /
Foderaro Galati / Foderaro / Antoniozzi / Antoniozzi / Cassiani / Cassiani / La
croce / sulla croce, /diceva l’arciprete. / E una croce / sulla croce, /
segnavano le donne. / andavano / e venivano. /Foderaro / Antoniozzi / Antoniozzi
// È stato / sempre silenzio. // Silenzio / duro / della Sila /delle sue
nevicate a lutto. // È stato /il pane a credenza / portato /sotto lo scialle
/all’altezza del cuore. / Sono stati / i nostri occhi stanchi / guardando / le
finestre illuminate / della prefettura. // Carabinieri, / fermatevi. / Guardate,
/ giratevi / non c’è nemmeno un cane. / Siamo / tutti lontani / latitanti. //
Fermatevi. / Restano / gli zapponi / dietro la porta, / i cieli, / i vigneti. /
La pietra / di sale sulla tavola. // I vecchi / che non si muovono / dalla
sedia, soli / con la peronospera nei polmoni. // Le capre / la voce lunga /
degli ultimi maiali scannati. / L’argento / a forma di cuore, nella chiesa. //
Le ragnatele / dietro i vetri, le madonne. / La ragnatela del Carmine /la
ragnatela di Portosalvo / la ragnatela della Quercia. / Restano le donne
/consumate da nove a nove mesi / con le macchie / della denutrizione / della
fame. / Le addolorate / Le pietà di tutti gli ulivi. // Lavando / rattoppando /
cucinando su due mattoni / raccogliendo / spine e cicoria. // Cancellateci /
dall’esattoria. / Dai municipi / dai registri / dai calamai / della nascita. //
Levateci // Scioglieteci / dai limoni / dai salti / del pescespada. /
Allontanateci / da Palmi e da Gioia. // Noi / vivi / Noi / morti / presi e
impiccati / cento volte / ce ne siamo già andati / staccandosi dai rami / dai
manifesti della repubblica. // Di notte / come lupi / come contrabbandieri /
come ladri. // Senza un’idea dei giorni/ delle ciminiere degli altiforni. //
Siamo / in 700 mila / su appena due milioni. / Siamo / i marciapiedi / più
affollati. / Siamo / i treni più lunghi. / Siamo / le braccia / le unghie
d’Europa. / Il sudore Diesel. / Siamo / il disonore / la vergogna dei governi.
// Il Tronco / di quercia bruciata / il munumento al Minatore Ignoto. // Siamo /
l’odore / di cipolla / che rinnova / le viscere d’Europa. / Siamo /un’altra
volta / la fantasia / il 1° giorno di scuola / senza matita / senza quaderno /
senza la camicia nuova. // Toglieteci / dalle galere. / Non ubriacateci. //
Liberateci / dai coltelli di Gizzeria / dal sangue dei portoni. / Non chiamateci
/ da Scilla / con la leggenda del sole / del cielo / e del mare. // Siamo / bene
legati / a una vita / a una catena di montaggio / degli dei. // Milioni di
macchine / escono targate Magna Grecia. / Noi siamo / le giacche appese / nelle
baracche nei pollai d’Europa. // Addio / terra. / Salutiamoci, / è ora. (Franco
Costabile, Il canto dei nuovi emigranti, Jaka Book, 1989)
[20] Mario Giacomelli, in una video-intervista di E. Castagna, tratta dal sito
internet archiviomariogiacomelli.it
*Nel testo: fotografie di Mario Giacomelli tratte dalla mostra in atto a Palazzo
Reale, Milano; in copertina: Mario Giacomelli a Senigallia, photo Giovanna
Calvenzi, Archivio Mario Giacomelli
L'articolo “Nello smarrimento”. Mario Giacomelli, il demone scapigliato che ti
viene a cercare in sogno proviene da Pangea.
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> Mi piace il volto dell’agonia perché so che è sincero.
>
> Emily Dickinson
Scrivo coricata su un divano, fra precarie colline di cuscini, la schiena
acconciata alla meglio per impugnare il telefono e digitare questo testo, perché
nella posizione improbabile in cui mi trovo è impossibile cimentarsi con un
portatile. Fin qui posso dire, oltre decido di tacere. Perché non sopporto chi
racconta il proprio dolore, non sopporto gli sfoghi diaristici spacciati per
letteratura, e quando parlo di dolore mi riferisco qui in particolare a quello
del corpo, all’ἄλγος greco (algos).
Esiste un filone della narrativa, oggi di grande successo, popolato di
strazianti resoconti di malattie mortali e/o debilitanti, di incidenti
invalidanti, di vite miracolosamente scampate alla morte; in taluni casi, si
tratta di storie narrate per lo più nella forma del memoir, con studiata
crudezza, perché si sa che basta qualche vocabolo enfatico come “abisso”,
“indicibile”, “resilienza”, o addirittura qualche parolina triviale, come
“piscio”, “merda” e via discorrendo, per ottenere sicuri effetti scenici; in
altri casi, vale la strategia opposta, quella dell’affresco poetico e
struggente, per i cuori più sensibili, vale, in altri termini, la narrazione che
scuote la pancia con lancinanti tenerezze.
Il punto è che questi resoconti risultano quasi sempre insopportabilmente
esibizionistici e artificiosi. Che l’esito di tali opere sia terapeutico per chi
scrive, e forse persino per taluni lettori, è comprensibile, tant’è vero che ne
traboccano i profili dei social networks, quasi che il dramma fosse per tutti un
succulento vanto, quasi che certi quadri apocalittici fossero una postura
artistica di pregio. Tutti a indossare la svenevole maschera dei disgraziati
gravati da indicibili dolori, tanto indicibili da essere illustrati fin nel
minimo e più miserevole dettaglio. Da un punto di vista letterario, però, gli
sfoghi del martirio, per quanto ben concepiti e scritti, sono una ingiuria alla
verità, e non fanno altro che spettacolarizzare commoventi menzogne.
Affermazione cinica e perentoria, la mia; eppure, essa si fonda su di una
semplicissima considerazione rispetto alla quale si sono confrontati filosofi e
scrittori.
La sola verità che possediamo, inconfutabile e da chiunque afferrabile,
dall’infante sino alla creatura meno dotata intellettualmente, e senza dover far
ricorso a complicate congetture o procedure ermeneutiche, è il corpo. Lo ripeto:
la sola verità inopinabile è il nostro instabile, vulnerabile e caduco corpo,
con i suoi piaceri, i suoi tremiti, i suoi spasmi, i suoi orgasmi e, purtroppo,
le sue afflizioni. Rendersi conto del corpo significa afferrarne l’assoluta,
inoppugnabile verità. Intendo qui il corpo come esperienza soggettiva, ossia il
corpo che percepiamo, senza osservarlo, senza cedere a una interpretazione che,
come ogni interpretazione, potrebbe risultare fallace. Nella quotidianità, la
nostra corporeità è assodata, viviamo con naturalezza nella fluida incoscienza
di un involucro organico che compie azioni, scivolando, obbediente, fra
automatismi e abitudinarietà. Ma l’avvento, spesso barbaro e improvviso, del
dolore spezza questa naturalezza, e il corpo si impone ex abrupto alla coscienza
in modo cruento e ineludibile. Quando proviamo dolore, il corpo non è più un
mezzo attraverso il quale agiamo, ma si tramuta in ostacolo, in inibizione,
diventa il tiranno che ci segrega nella nostra bieca, meschina, materialità.
Sartre, non soltanto con riferimento al corpo, parla di fatticità, ossia il dato
di fatto dell’esistenza che ci precede e ci limita. Ecco, il dolore fisico è
proprio così: è un’esperienza che ci rammenta in maniera spietata e
incontrovertibile che non siamo pura libertà: esistiamo dentro un corpo che ha
limiti spesso paralizzanti, vergognosi, truculenti, ripugnanti, esistiamo in un
corpo che può soffrire ferocemente, riportandoci alla nostra condizione di
esseri finiti e ancor prima sfiniti. In questo senso, sempre secondo il filosofo
francese, l’oggettivazione del corpo, della nostra esistenza, è una verità
ineludibile per la nostra coscienza quando questa viene catturata dalla
sofferenza.
Un corpo che tiranneggia è una evenienza ineluttabile, che non può essere
descritta, narrata, comunicata, palesata, a pena di alternarne l’essenza
innocente e cristallina. Il corpo parla da sé, e lo fa con trasparenza
trafittiva. Cos’è più genuino, inviolabile e inesprimibile di un dolore che,
tenace come questa terra ammalata che resiste al collasso, attanaglia senza
requie? Ogni parola che tenti di descriverlo è sacrilega, blasfema, è
invereconda e vanagloriosa. Il corpo in pena esige mutismo, affinché si crei un
punto di contatto fra esso e la coscienza, fra la nostra materialità e la nostra
libertà. In questo punto di contatto soltanto, nel benedetto vuoto afasico,
soltanto in questo punto può accadere la comprensione, e, per i più fortunati,
l’accettazione.
La condivisione del dolore è una menzogna. Il dolore, per sua natura, è una
delle più elevate forme di solitudine, una solitudine primordiale, perfetta, e
nessuno può condividerne la verità, nemmeno se ne è afflitto in forma similare.
La solitudine del dolore è il solo modo per comprenderne l’innocenza, e infine
per accettarlo.
Per Sartre il dolore del corpo si colloca al confine tra être-en-soi (essere in
sé) e être-pour-soi (essere per sé), ovvero tra la materialità dell’esistenza e
la coscienza che la trascende.
Per Simone Weil il dolore è una manifestazione della necessità, ossia l’ordine
impersonale e ineluttabile che governa il mondo. Nel suo pensiero, influenzato
dallo stoicismo, il dolore è uno dei modi in cui l’essere umano diviene
consapevole di questo dogma: ci mostra che non siamo padroni del nostro corpo né
della nostra vita, ma siamo soggetti a forze che ci sovrastano.
Tuttavia, per Weil questa condizione non è un anatema. Al contrario, accettare
la necessità significa imparare a rinunciare all’illusione del controllo e
riconoscere il nostro posto nell’universo.
Il dolore, quindi, può essere un’occasione di verità, una purga, un lavacro,
perché ci strappa finalmente dall’illusione dell’ego e ci mette di fronte alla
realtà nella sua brutalità. Verità, lo ripeto ancora una volta: verità; e,
aggiungo, decentramento dell’io. Ecco a cosa ci conduce il dolore. E quando l’io
è decentrato, de-creato, non c’è scrittura che non si tramuti in ingiuria nel
vanesio tentativo di descrivere l’indescrivibile. Se il dolore fisico gioca un
ruolo chiave in questo processo, perché ci costringe a distogliere l’attenzione
dal nostro io, allora ascoltiamolo, e lasciamolo agire senza tentare di farne
una medaglia di gloriosa resistenza, un racconto divulgativo, come tanto è in
voga oggi fra divi, starlette e scrittori glamour, o, peggio ancora, una
mostrina con cui promuovere il nostro prossimo libro. Perché è questo che
avviene: l’autobiografia del dolore sta diventando il passepartout per sentirsi
riconosciuti, per ottenere consensi, talora persino il successo letterario,
televisivo o cinematografico, poiché appaga il bisogno di un pubblico fragile,
smanioso di catarsi ed empatia, e soprattutto felice di sentirsi indenne da
certi drammi. È profondamente umano bramare, spesso in maniera pruriginosa, la
visione dell’altrui croce, dell’altrui dannazione per, anche soltanto
incosciamente, provare una sensazione di sospiroso conforto quando constatiamo
di esserne incolumi. E siccome in quanto esseri umani siamo altamente
suggestionabili, quando ci imbattiamo in un’opera che sviscera con toni accorati
un trauma, rapiti dalla commozione, non sappiamo più distinguere la qualità
letteraria dalla tribolazione del suo autore, perdiamo il senso critico,
proclamiamo la grandezza di una qualunque scrittura o produzione artistica
faccia vibrare la nostra sensibilità. Ma siamo davvero sicuri di poter definire
letteratura la cronaca del precipizio di una vita che perde il controllo del
proprio corpo o della propria mente? Io non so fare altro che scrivere, benché
vorrei saperlo fare meglio, e il tema che malauguratamente orienta le mie
meditazioni, è purtroppo quello del corpo e delle sue croniche afflizioni.
Nondimeno, l’idea di farne un memoriale da offrire in pasto a lettori vogliosi
di addentrarsi nella cronaca di una intrepida resistenza prêt-à-porter, mi
ripugna, poiché si tradurrebbe in un osceno tradimento della condizione che mi è
dato di vivere.
È certo una mia opinione, ma mi conforta non essere la sola a pensarla in questo
modo.
La filosofa Elaine Scarry, nel suo saggio The Body in Pain (Oxford University
Press, 1985), osserva come il dolore fisico sia una delle esperienze più reali e
irrefutabili che un essere umano possa sperimentare. Mentre le emozioni e i
pensieri possono essere interpretati, questionati, interpolati, manipolati,
confutati, il dolore è schietto e dogmatico: quando soffriamo, sappiamo che il
nostro corpo esiste, che è qui e ora, che non gioca a nascondino, che non crea
un falso sé come può fare la mente, che non si ammanta, che non mente. Scarry
osserva altresì che il dolore, per questa sua natura autentica e inflessibile,
ingenera un paradosso: pur essendo l’accidente più reale per chi lo provi, la
sua comunicazione è infelicemente ardua, se non impossibile. Il linguaggio è
inadeguato a esprimerne la natura, l’intensità e le sfumature, e questo lo
tramuta in una esperienza di profonda, primordiale solitudine, come si accennava
poc’anzi.
La verità del dolore, in altri termini, coincide con la sua ineffabilità: ci
dice qualcosa di assoluto, ma ci isola nella sua esperienza, si rende
incomunicabile. Si potrebbe dire che il dolore è “un saper essere”, non un
“saper dire”, un attraversamento, un’immanenza che lascia tracce di sé, non
ricordi sui cui favoleggiare.
Il dolore, come il corpo, ha una dignità sovrumana, e non trova altra forma di
espressione se non, a mio opinabile avviso, nell’alta poesia o, al limite, nella
passione dei mistici, che, tuttavia, non voglio qui evocare poiché anch’essi
sono ormai divenuti una referenza in voga fra gli esistenzialisti da divano,
tanto che, prima o dopo, finiranno citati nei Baci Perugina.
Preferisco concentrarmi sulla poesia, quella che rispetta la verità del dolore
eludendone ogni ritratto, inventario, narrazione o cronaca, la poesia che
rispetta la verità sfiorandola attraverso l’astrazione e il
simbolismo. Prendiamo, ad esempio, questi versi di Emily Dickinson: Pain has an
element of blank; / Il cannot recollect / When it began, or if there were / A
time when it was not. // It has no future but itself, / Its infinite realms
contain / Its past, enlightened to perceive / New periods of pain[1]
Chi sa quale pain afflisse Dickinson quando compose questi versi. Ma il punto
non è affatto questo: non vogliamo saperlo, non ha senso saperlo, lo scopo non è
svaginare una verità che nemmeno la poetessa ha voluto infrangere, che si è ben
guardata dal contaminare cedendo a un realismo insidioso e inaffidabile.
Dickinson si limita a declinare la sofferenza come una realtà senza inizio né
fine, totalizzante, che oscura e consuma ogni altra esperienza. Si accosta al
dolore descrivendolo come un’alterazione della percezione del tempo e della
coscienza. Bandito l’ingenuo intento realistico – coi suoi pruriginosi dettagli
buoni a conturbare i curiosi – traluce dalle parole della poetessa la
meditazione universale, dunque risolutiva, l’individuazione della natura di ogni
esperienza attanagliante, qualunque essa sia.L’approccio metaforico utilizzato
nella composizione dei versi consente alla poetessa di esprimere le dimensioni
esistenziali del dolore, mettendo in luce la sua capacità di erodere significato
e identità.
Passiamo ora a Sylvia Plath che, ricoverata in ospedale dopo un intervento
chirurgico, scrive la poesia Tulips, di cui ricalco un estratto: My body is a
pebble to them, they tend it as water / Tends to the pebbles it must run over,
smoothing them / gently. / They bring me numbness in their bright needles, they
/ bring me sleep. / Now I have lost myself I am sick of baggage – / My patent
leather overnight case like a black pillbox, / My husband and child smiling out
of the family photo; / Their smiles catch onto my skin, little smiling hooks[2].
In questa strofa di nove versi, l’algos si mescola alla sensazione di estraneità
dal mondo, e il corpo è un ciottolo, un oggetto passivo privo di volontà,
aggiogato all’esperienza dell’afflizione e della malattia. Plath accenna ad aghi
e torpore, ma subito dopo ci trasporta nell’allegoria flagellante: dagli aghi
passiamo ai sorrisi familiari, che sono uncini, poiché, come spesso accade, il
dolore rende insopportabili persino gli abbracci e gli sguardi più cari. E qui,
in questo spostamento dell’attenzione, qui ci imbattiamo nel dolore universale,
che non è quello della poetessa, né il mio, né il vostro. È il solo unico
purissimo dolore che si regge e si manifesta da sé.
Sull’incomunicabilità semplicistica del dolore, mi sovvengono ora alcuni versi
di Saba, che sappiamo essere stato afflitto per tutta la vita da una nevrosi
piuttosto grave, diventata uno dei focus della sua poesia. I versi che seguono
sono tratti dal componimento La moglie, incluso nella raccolta Trieste e una
donna; eccoli:
> non v’ha cosa al mondo che partire
> con essa io non vorrei, tranne quest’una,
> questa muta tristezza; e che i miei mali
> sono miei, sono all’anima mia sola;
> non li cedo per moglie e per figliola
> non ne faccio ai miei cari parti uguali.
Il dolore qui è muto (muta tristezza) ed è vissuto e trasposto in versi con
distacco individualistico, nella consapevolezza del mistero autentico della
sofferenza, la cui comprensione, forse, è riservata soltanto al poeta, che
giunge addirittura a stringere un patto col dolore stesso:
> Invece strinsi col dolore un patto,
> l’accettai, con lui vissi viso a viso
> […] non più quei giorni estatici e felici
> ebbi, mai più; ma liberi, ed intesi
> della vita e dell’arte ancora al gioco[3].
Moltissimi scrittori hanno affrontato il tema dell’incomunicabilità del dolore,
e i loro scritti dovrebbero far impallidire chi fa dei propri drammi un
accattivante strumento atto a conquistare consensi, a suscitare compassioni
pelose e lacrimevoli. Perché la poesia, e, in generale, la letteratura, non ti
parla delle budella del dolore, non lo eviscera con metafore furbastre e
seducenti, non si tramuta in lirico piagnisteo in favore di platea. La poesia
non parla del dolore, la poesia è quel dolore, di cui essa soltanto conosce
l’autentico arcano, di cui sa di non saper dire, se non facendoci scorgere
un’alba soffocata dalla notte, o bere giorno e notte il veleno della morte,
sotto le spoglie del nero latte di Celan. La poesia ci parla di un corpo
moribondo come di una cosmogonia che ferve di ghiacci e gorghi di fuoco, come di
una geografia inesplorabile, come di una pietra che ha il peso di un pianto
prolungato, l’anelito a una pace che è melodia senza più sangue.
La poesia del dolore è quella di un uomo che muore e che ancora sa estraniarsi
da sé, sa cedere al mistero dell’agonia, lasciandoci questi versi, nella
traduzione del compianto Franco Rella. Lui, quell’uomo, è Rainer Maria Rilke.
> Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
> Tu, insanabile dolore, intramato
> ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
> ecco, in te, sono io ora calcinato;
> il legno a lungo s’è opposto
> della fiamma ad essere alleato,
> che in te avvivi, ma ora
> in te io brucio, ti sono a lato.
> La mia dolcezza nel tuo furore
> si fa furore non di qui, d’inferno.
> Salii, nudo, puro, né progetti,
> né futuro, sull’intrico
> del rogo del dolore.
> Certo di non poter comprare
> scheggia di futuro per questo cuore,
> che d’ogni provvista vuoto
> qui si è fatto muto.
> Sono ancora io, io che brucio
> Ormai qui inconoscibile?
> Non vi trascino ricordi.
> O vita, vita. Esser-fuori.
> E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.
>
> [Rinuncia. Non è come in infanzia un tempo malattia. Rinvio. Pretesto per
> diventare grande. Tutto chiamò e sussurrò. Non mescolare a questo ciò che un
> tempo ti stupì]
Maura Baldini
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[1] Il dolore ha un che di vuoto; / Non riesce a ricordare / Quando ebbe inizio,
o se vi fu / Un tempo in cui non era. // Non ha futuro se non sé stesso, / I
suoi infiniti regni racchiudono / Il suo passato, illuminato a percepire / Nuovi
cicli di dolore.
[2] Il mio corpo è un sasso per loro, lo accudiscono come l’acqua / accudisce i
sassi sui quali deve scorrere, levigandoli / garbata. / Ecco il torpore con i
loro aghi lucenti, / ecco il sonno. / Adesso ho perduto me stessa, sono stanca
di bagagli – / La mia valigia di vernice nera come un nero portapillole, / Mio
marito e il bambino che sorridono nella foto di famiglia; / I loro sorrisi si
agganciano alla pelle, piccoli uncini sorridenti.
[3] Sonetti 8-9, in Autobiografia.
*L’articolo è costellato da ‘frammenti’ di ritratto, opera di Lucian Freud
L'articolo Contro la pornografia letteraria del dolore proviene da Pangea.