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La nuova guerra all’invecchiamento
E siste un ramo della cosmetica di lusso che promette di intervenire sulla longevità cellulare. Tra i prodotti di punta, una crema all’estratto di peonia dal costo superiore ai tremila euro per cento millilitri. Non viene presentata come un semplice cosmetico, ma come un vero trattamento farmacologico: agisce – si legge ‒ sulla matrice extracellulare, ripristinando l’equilibrio dei tessuti e riportando la pelle a uno stato più giovane. Il tempo non si nasconde, si tratta. E davanti alla promessa di tornare indietro, l’investimento non sembra più così eccessivo. Negli ultimi anni, il concetto di skin longevity si è affermato come uno tra i trend più significativi nel settore beauty di fascia alta. Le strategie antietà non si limitano più a voler cancellare rughe e segni del tempo, ma promettono di intervenire prima che compaiano, agendo sui meccanismi profondi dell’invecchiamento cutaneo. La pelle smette di essere una superficie da migliorare e diventa una struttura vivente da mantenere in equilibrio. Le formulazioni più avanzate combinano principi attivi funzionali con ingredienti preziosi come oro, caviale, polvere di diamante o zafferano. Ne risulta un’immagine ambigua e potente, tra cosmetico e trattamento, tra lusso e scienza. Il messaggio è chiaro: non trasformare, ma conservare; non correggere, ma prevenire. In fondo, la skin longevity sembra dare adito all’antico sogno di rimanere – e non soltanto sembrare ‒ giovani il più a lungo possibile. > Le strategie antietà non si limitano più a voler cancellare rughe e segni del > tempo, ma promettono di intervenire prima che compaiano, agendo sui meccanismi > profondi dell’invecchiamento cutaneo. Il mercato della longevità cosmetica è florido e in espansione. Secondo il Rapporto annuale 2024 di Cosmetica Italia, nel solo segmento della cura del viso, le creme antiage rappresentano la prima sottocategoria per valore, con un giro d’affari pari a 698 milioni di euro nel 2023. Una cifra che da sola copre oltre un quarto del mercato skincare e che, rispetto all’anno precedente, segna una crescita del 6,9%. Alcuni tra gli ingredienti che trovano spazio nei cosmetici di fascia premium ‒ peptidi biomimetici, enzimi epigenetici, molecole antiglicazione – sembrano richiamare la lingua parlata nei laboratori di biologia molecolare. Ma nei centri di ricerca si muovono processi ben più ambiziosi. Da anni, la biomedicina cerca di isolare le caratteristiche cellulari dell’invecchiamento e di sviluppare tecniche in grado non solo di rallentarle, ma anche ‒ in parte ‒ di invertirle. Tra i luoghi dove questa ricerca prende forma, uno dei più attivi (e discussi) è il laboratorio di David Sinclair alla Harvard Medical School. Il suo team lavora su un’ipotesi audace: che le cellule, invecchiando, perdano memoria di come funzionare. E che questa memoria, in determinate condizioni, possa essere recuperata. La tecnica attraverso cui recuperarla si chiama riprogrammazione cellulare parziale. Nel 2020, su Nature venne pubblicato un esperimento destinato a far discutere. Alcuni topi adulti, a cui era stato danneggiato intenzionalmente il nervo ottico, vennero trattati con tre dei quattro “fattori di Yamanaka” ‒ un cocktail proteico capace, in teoria, di riportare le cellule adulte a uno stato più giovane. I risultati furono sorprendenti: i topi riacquisirono la vista, e le cellule trattate mostrarono un profilo simile a quello di un tessuto non ancora invecchiato. In altri esperimenti su topi, la riprogrammazione cellulare ha prodotto pelle più tonica, muscoli più forti, marcatori biologici più giovani. Sebbene questi risultati siano a oggi limitati a esperimenti su cellule animali non-umane, non si parla più soltanto di prevenzione, ma di una possibile riscrittura del tempo biologico anche per l’essere umano. Cosmetica e ricerca sembrano quindi muoversi lungo la stessa traiettoria: giovinezza e longevità come aspirazioni convergenti, tra il desiderio di vivere a lungo e quello, forse più radicale, di non invecchiare mai. La vecchiaia, da condizione naturale a questione biologica Per secoli, il desiderio di prolungare la vita ha trovato spazio nella sfera della magia più che in quella scientifica. Alchimisti, medici e filosofi, ciascuno a suo modo, hanno immaginato formule, rimedi ed elisir per ritardare l’arrivo della morte. Ma l’invecchiamento in sé non era messo in discussione. Era parte dell’ordine delle cose: una fase naturale, prevista e accettata, che accompagnava la vita verso la sua conclusione. Galeno lo descriveva come un progressivo raffreddamento del corpo, causato dalla perdita di calore e umidità. Per Cicerone era una stagione dell’esistenza da attraversare con dignità e misura, un tempo di riflessione, e non di ribellione contro la natura. > L’idea che l’invecchiamento sia un processo rallentabile, attraverso > cambiamenti nello stile di vita e interventi fisiologici mirati, comincia a > farsi strada verso la fine del Cinquecento. Poi, qualcosa cambia. Tra la fine del Cinquecento e lungo tutto il Settecento comincia farsi strada l’idea che la vecchiaia possa essere rallentata. In Della vita sobria (1558), lo scrittore Luigi Cornaro attribuisce la propria longevità al suo stile di vita attento e frugale. Più tardi, nel 1796, il medico tedesco Christoph Wilhelm Hufeland pubblica Makrobiotik  (Macrobiotica o l’arte di prolungare la vita), un vero e proprio manifesto della longevità, con consigli quotidiani per vivere a lungo. L’invecchiamento diventa così un processo osservabile, e quindi, almeno in parte, modificabile. All’inizio del Novecento, alcuni fisiologi iniziano a considerare un legame tra le ghiandole endocrine ‒ con le loro misteriose secrezioni ormonali ‒ e la longevità. Si considerava, in particolare, come la produzione di androgeni e ormoni sessuali cambiasse con l’età, e si iniziò a pensare che, forse, correggendo quegli squilibri si potesse fermare il declino. Nel 1889, durante una conferenza a Parigi, Charles-Édouard Brown-Séquard, oggi ricordato come uno dei padri dell’endocrinologia, annuncia di aver sperimentato su di sé iniezioni sottocutanee di estratti ottenuti da testicoli di cane e di cavia. Dice di sentirsi più forte, più giovane. A Brown-Séquard è dedicato Tre colpi di genio e una pessima idea, ultimo libro di Silvia Bencivelli. La “pessima idea” del brillante scienziato, che decreterà la rovinosa fine della sua reputazione, fa il giro del mondo, riscuotendo inizialmente un enorme seguito. Si racconta che persino Émile Zola e Louis Pasteur abbiano provato il suo fluido. Negli anni successivi, anche il fisiologo austriaco Eugen Steinach porta avanti teorie simili. Sostiene che la vasectomia, usata come forma di sterilizzazione parziale, possa favorire il ringiovanimento. L’idea conquista anche ambienti intellettuali, convincendo pure Sigmund Freud, che si sottopone al trattamento. Ma è il chirurgo e biologo Serge Voronoff a rendere questo filone spettacolare. Negli anni Venti diventa celebre per i suoi trapianti di ghiandole testicolari di scimmia in uomini anziani, convinto di poter restituire vigore e giovinezza. Pubblica libri, apre cliniche, accoglie pazienti da tutto il mondo. Solo decenni dopo, con l’avanzare dell’endocrinologia, i suoi esperimenti verranno riconosciuti come privi di validità scientifica. > La prima importante intuizione la ebbe l’immunologo ucraino Il’ja Mečnikov, > che incuriosito dalla longevità degli abitanti di un paese del Caucaso, > ipotizzò fosse dovuta ai batteri contenuti nello yogurt che i paesani > consumavano in gran quantità. Nel frattempo, ma da tutt’altra angolazione, un altro sguardo si posa sulla vecchiaia. Durante un viaggio tra i villaggi del Caucaso, l’immunologo ucraino Il´ja Mečnikov, che vincerà il Nobel per la medicina nel 1908, analizza le abitudini dei suoi abitanti, incuriosito dalla loro longevità. Nota il consumo di notevoli quantità di yogurt, e ipotizza quindi che i batteri contenuti in quello yogurt possano allungare la vita. In particolare, Mečnikov sostiene che i Lactobacillus bulgaricus contrastino la “putrefazione intestinale”, cioè l’accumulo di tossine causato dai batteri nocivi nel colon. La sua teoria si diffonde in fretta. In Francia, dove lavora all’Institut Pasteur, ma successivamente anche in altre parti d’Europa, iniziano a nascere fabbriche di yogurt “terapeutico”. E tra le élite europee quel prodotto diventa un elisir moderno, un alimento capace di riequilibrare il corpo e tenere lontana la vecchiaia. A distanza di oltre un secolo, quell’intuizione ci parla ancora. Perché anticipa, con una semplicità sorprendente, alcune delle idee oggi al centro della ricerca sulla longevità, come l’importanza del microbioma e il legame tra intestino e cervello. La cellula come nuova frontiera Intanto, un nuovo protagonista cattura l’attenzione della ricerca sulla longevità: la cellula. Nei primi decenni del Novecento, Alexis Carrel ‒ chirurgo e premio Nobel francese ‒ avanza l’ipotesi rivoluzionaria dell’immortalità cellulare. Nei laboratori del Rockefeller Institute di New York, Carrel lavora al comportamento cellulare in vitro. In particolare, coltiva un ceppo di cellule prelevate dal cuore di un embrione di pollo. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, quelle cellule continuano a vivere e a replicarsi. Si dice che siano rimaste vitali per ben 34 anni ‒ persino oltre la morte dello stesso Carrel ‒ e che non mostrassero alcun segno di declino. Il risultato è così straordinario da conquistare attenzione internazionale e far nascere l’idea che, in condizioni ideali, le cellule possano davvero vivere per sempre. Lo stesso Carrel sosteneva che la senescenza e la morte non fossero eventi inevitabili, ma “fenomeni contingenti” e dichiarava che il vero scopo dei suoi esperimenti fosse quello di determinare come prolungare indefinitamente la vita di un tessuto al di fuori dell’organismo. > Fu Leonard Hayflick a scoprire che le cellule non si dividono all’infinito. > Dopo circa cinquanta cicli di divisione, entrano in uno stato di arresto detto > di senescenza, in cui smettono di moltiplicarsi e iniziano a produrre molecole > infiammatorie che alterano l’ambiente circostante. A rimettere i piedi per terra ci pensa, trent’anni dopo, l’anatomista americano Leonard Hayflick. Studiando le cellule umane, scopre che queste non si dividono all’infinito. Dopo circa cinquanta cicli di divisione, entrano in uno stato di arresto detto di senescenza cellulare. Non muoiono, ma smettono di moltiplicarsi e iniziano a produrre molecole infiammatorie che alterano l’ambiente circostante. Questo limite, noto come “limite di Hayflick”, ci dice che l’invecchiamento è un processo biologico, programmato e dal confine invalicabile. Una svolta cruciale. Oggi, le cellule senescenti sono al centro di una delle aree più indagate della ricerca sulla longevità. L’ipotesi è che eliminarle selettivamente possa rallentare ‒ o almeno contenere ‒ il declino. I primi esperimenti su animali con i cosiddetti senolitici, farmaci ancora sperimentali, sembrano migliorare la funzione di muscoli, cuore e cervello. Circa vent’anni dopo l’istituzione del limite di Hayflick, i tre scienziati Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak identificano i telomeri, piccole porzioni di DNA che proteggono le estremità dei cromosomi e si accorciano ogni volta che la cellula si divide. Funzionano, quindi, come una sorta di conto alla rovescia biologico. Quando diventano troppo corti, la cellula interrompe le divisioni, attivando i segnali della senescenza o della morte programmata. La scoperta valse a Blackburn, Greider e Szostak il premio Nobel per la medicina nel 2009, e diventerà parte di un disegno più ampio. Pochi anni più tardi, infatti, un gruppo di studiosi descrive tutti i meccanismi condivisi dai tessuti che invecchiano. Li chiamano  hallmarks of aging (in italiano: “segni distintivi dell’invecchiamento”), nove caratteristiche ricorrenti ‒ tra cui, appunto, l’accorciamento dei telomeri e la senescenza cellulare ‒ che non agiscono isolatamente, ma si influenzano e si rafforzano a vicenda. Dieci anni dopo, nel 2023, quel modello viene aggiornato. I segni distintivi diventano dodici e includono nuovi fattori come il microbioma intestinale e la risposta cellulare allo stress. L’industria della longevità Attorno a queste ricerche negli ultimi anni è esplosa una vera e propria economia della longevità. Come ricostruisce il biologo e premio Nobel per la chimica Venkatraman Ramakrishnan nel suo libro Why We Die (in uscita per Adelphi a giugno con il titolo Perché moriamo), solo nell’ultimo decennio sono stati pubblicati più di 300.000 articoli scientifici sull’invecchiamento e sono nate più di 700 start up, tutte con l’obiettivo esplicito di rallentare, invertire o persino fermare il tempo biologico. In gioco ci sono decine di miliardi di dollari, un flusso di investimenti che intreccia scienza, tecnologia e finanza. > La longevità non è un parametro osservabile nel breve termine, e mancano > ancora marcatori biologici affidabili che ci dicano ‒ con chiarezza e rigore ‒ > se un corpo ha davvero smesso di invecchiare. Il cuore di questa nuova corsa all’oro ha un nome preciso: riprogrammazione cellulare parziale. È la tecnica sviluppata ad Harvard dal team di David Sinclair, che ha permesso al gruppo di topi di riacquistare la vista e di ringiovanirne i tessuti tramite l’uso controllato dei fattori di Yamanaka. Il clamore è stato tale che molte aziende si sono lanciate nella stessa direzione. La più nota è Altos Labs, fondata nel 2022 con il sostegno di investitori di spicco e con in squadra nomi eccellenti della ricerca, incluso lo stesso Shinya Yamanaka. I topi di Sinclair, con i loro nervi ottici riparati e i tessuti tornati giovani, diventano così il simbolo della scommessa di trasformare un successo sperimentale in una strategia per gli esseri umani. Eppure, al di là dell’euforia, viene da chiedersi: come si misura davvero l’efficacia di un trattamento contro l’invecchiamento? Non esistono, al momento, strumenti certi per quantificare i processi che ci fanno invecchiare. La longevità non è un parametro osservabile nel breve termine, e mancano ancora marcatori biologici affidabili che ci dicano ‒ con chiarezza e rigore ‒ se un corpo ha davvero smesso di invecchiare. Nel 2002, un gruppo di cinquantuno gerontologi ha pubblicamente messo in discussione le promesse dell’industria della longevità. Tra i punti principali della loro dichiarazione, si legge: “Eliminare tutte le cause di morte legate all’invecchiamento non aumenterebbe l’aspettativa di vita di più di quindici anni” e “Le possibilità che gli esseri umani possano vivere per sempre sono oggi tanto improbabili quanto lo sono sempre state”. Ma fuori dai laboratori, la narrazione dell’eterna giovinezza avanza spedita. Pensiamo all’impatto mediatico di Bryan Johnson, milionario della Silicon Valley, che ha adottato un protocollo quotidiano da due milioni di dollari l’anno, tra supplementi, dieta vegana, controllo estremo dei dati corporei e trasfusioni di plasma tra padre, figlio e sé stesso. O a Peter Thiel, fondatore di PayPal, noto per i suoi investimenti in start up antiaging e per il suo dichiarato interesse verso pratiche di biohacking e progetti di estensione della vita. Anche in Italia, non mancano esempi. Silvio Berlusconi ha incarnato per anni l’ideale di un corpo da tenere giovane a ogni costo, tra trattamenti farmacologici e interventi estetici, mentre Giorgia Meloni e Francesco Lollobrigida pare si affidino a pratiche come la crioterapia e a consulenze di longevity expert. > Solo nell’ultimo decennio sono nate più di 700 start up, tutte con l’obiettivo > esplicito di rallentare, invertire o persino fermare il tempo biologico. Se la > longevità è diventata un’impresa privata, resta aperta una questione etica e > sociale: chi potrà permettersela? Oggi, la vecchiaia è un bug da correggere, ci suggerisce Ramakrishnan. Un’idea attraente, soprattutto per chi ha già accumulato ricchezza e potere, e cerca di prolungarne il godimento. Oltre a Thiele, Elon Musk, Larry Page, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg: quasi tutti hanno investito, direttamente o indirettamente, nella ricerca antiaging. A fare eccezione è Bill Gates, che ha dichiarato di ritenere più urgente intervenire sulle disuguaglianze sanitarie globali. Ma se la longevità è diventata un’impresa privata, resta aperta una questione etica e sociale: chi potrà permettersela? E ancora, può la scienza ‒ per sua natura lenta, fallibile e collettiva ‒ reggere il passo di un’industria che si muove con logiche di profitto e di accelerazione permanente? Come osserva Ramakrishnan, oggi, anche scienziati di grande reputazione hanno interessi finanziari diretti nel settore della longevità, perché fondatori, dipendenti o consulenti di start up. Questo non è necessariamente un problema, ma ‒ scrive ‒ quando li vede promuovere con entusiasmo i risultati delle proprie ricerche o le promesse delle loro aziende, si chiede se ci credano davvero. Citando Upton Sinclair: “È difficile far capire qualcosa a un uomo, quando il suo stipendio dipende dal fatto che non la capisca”. L'articolo La nuova guerra all’invecchiamento proviene da Il Tascabile.
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Pensare come un tumore
C’ è, in Arizona, un giardino dal nome ammaliante: Endless forms most beautiful (“Infinite forme bellissime”) – che riprende il finale di L’origine delle specie, il grande capolavoro di Charles Darwin, pubblicato per la prima volta nel 1859. Non è un giardino qualsiasi: è un giardino sul cancro. Racconta la sua natura evolutiva, il suo legame indissolubile con ogni forma di vita. Questo giardino è infatti popolato da piante particolari: i cactus crestati, un esempio lampante dell’ubiquità delle formazioni tumorali nel lussureggiante albero della vita. I cactus, come molte altre piante, sono noti per la facilità con cui sviluppano “crestazioni” o “fasciazioni”, cioè formazioni anomale che crescono alla loro sommità: “creste” di una certa bellezza, che tuttavia non sono altro che tumori, ammassi di cellule che si sono riprodotte in modo incontrollato producendo tali formazioni aggiuntive, la cui presenza può incidere sulla salute della pianta stessa. Il giardino fa parte del progetto ArtSci dell’Arizona cancer evolution center e ha lo scopo di testimoniare la presenza ubiqua del cancro in tutte le forme di vita, fin dalle origini della pluricellularità. Il cancro è onnipresente nel mondo vivente, e sembra essere un ineluttabile effetto collaterale del grande salto di qualità compiuto dalla vita più di un miliardo di anni fa (anche se pare che la vita pluricellulare si sia evoluta indipendentemente diverse volte). D’altro canto, i cactus e le loro fasciazioni sono interessanti anche per un altro motivo. Questi tumori, infatti, non uccidono l’organismo a spese del quale crescono; al contrario, nella maggior parte dei casi la pianta sopravvive, tollerando la formazione tumorale. Sebbene la scarsa aggressività dei tumori delle piante sia dovuta a caratteristiche legate alla specifica fisiologia di questo gruppo tassonomico, tale peculiarità suggerisce una prospettiva stimolante: consente di immaginare un futuro in cui il cancro, anche negli esseri umani, non sia più una malattia acuta, letale e dai meccanismi un po’ misteriosi, ma una condizione gestibile e cronica. Questo giardino di “infinite forme bellissime” vuole stimolare la riflessione sul cancro non tanto in quanto malattia – esperienza di vita purtroppo molto diffusa – ma principalmente come problema scientifico, sull’origine e i meccanismi del quale ci si può interrogare, e che si può esplorare alla ricerca di nuove soluzioni. Il tumore: tradimento della cooperazione Come la citazione darwiniana suggerisce, la chiave di volta di questo particolare approccio alla ricerca sul cancro è proprio l’inclusione della teoria dell’evoluzione, spesso assente negli studi di medicina. Affrontare problemi sanitari attraverso la lente dell’evoluzione può sembrare superfluo, o addirittura controproducente: come potrebbe un approccio lento e teorico risultare utile in una dimensione nella quale la celerità regna sovrana, in cui si lotta costantemente contro il tempo per strappare i pazienti alla malattia e alla morte? > Il cancro non è un’entità esterna, ma una conseguenza naturale del nostro > essere organismi pluricellulari, frutto di continui compromessi tra > cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che ci compongono. Nel caso del cancro, però, adottare un approccio evoluzionistico, cercando di comprendere le ragioni profonde del suo emergere negli organismi viventi, potrebbe non essere così futile, e potrebbe addirittura risultare confortante per chi sta facendo i conti con questa malattia. Questo punto di vista mostra come il cancro non sia un’entità esterna, un nemico da combattere, ma una conseguenza naturale del nostro essere organismi pluricellulari, frutto di continui compromessi tra cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che ci compongono. “In parte, intendiamo questo giardino come la rappresentazione di questo nuovo approccio al cancro [la terapia adattiva, di cui diremo più avanti, N.d.A.]: vivere con il cancro come una normale componente della vita, potandolo ogni tanto e gestendolo in modo responsabile”, spiegano Pamela Winfrey, Caspian Robertson, Carlo Maley e Athena Aktipis, ideatori e curatori del progetto, in un articolo sull’origine e lo sviluppo della loro idea. Proprio Athena Aktipis, biologa evoluzionista esperta in teorie della cooperazione e docente all’Arizona State University, è autrice di un saggio, uscito in Italia con il titolo Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro, nel quale offre una panoramica delle più recenti ricerche su questo spostamento di paradigma. Un approccio evoluzionistico può aiutare a comprendere le dinamiche e le ragioni evolutive che rendono possibile lo sviluppo di un tumore. A cambiare è innanzitutto la definizione di cosa il cancro sia: una sospensione della cooperazione tra cellule, un tradimento di alcuni membri della comunità nei confronti del proprio gruppo, e un ritorno a comportamenti che potremmo interpretare come ancestrali. Possiamo immaginare che proprio questi comportamenti fossero la norma in un mondo “egoista”, antecedente al momento in cui la cooperazione prevalse come strategia vincente per la vita e la pluricellularità si affermò. A rendere possibile questo “tradimento cellulare”, come lo definisce Aktipis, è una duplicità insita nella natura stessa degli organismi pluricellulari: le cellule che costituiscono l’organismo sono al tempo stesso parte di un’unica entità, riconoscibile come individuo, e unità a sé stanti, che hanno “scelto” di rinunciare a un benessere individuale immediato per ricevere maggiori benefici attraverso l’appartenenza al gruppo e l’adesione alle sue regole. Nel caso del tumore, questa dinamica si ribalta: la cellula tumorale tradisce il patto sociale della cooperazione e sfrutta i benefici dello stare in comunità senza contribuire al suo mantenimento. In questo modo risulta dannosa per l’insieme – l’organismo di cui fa parte – ma massimizza, almeno nel breve termine, il proprio successo adattativo. Competizione e cooperazione a diversi livelli Quella di guardare al cancro attraverso una lente evolutiva non è un’idea nuova: già negli anni Cinquanta del Novecento la biologia del cancro si era orientata verso questo approccio, che è però stato accantonato fino all’inizio del nuovo millennio. E quando il dibattito specifico sulla biologia del cancro è ripreso, si è incagliato nelle stesse domande e nelle stesse posizioni già delineatesi su più larga scala nella biologia evoluzionistica: una contrapposizione tra la visione neodarwiniana dell’evoluzione, incentrata su variazione genetica (e, più recentemente, epigenetica) e selezione naturale, e la prospettiva della cosiddetta “sintesi estesa”, che include nella spiegazione evoluzionistica processi di variazione e selezione non genetici, come la plasticità fenotipica, e meccanismi di “spinta” dell’evoluzione diversi dalla competizione. > La sintesi estesa integra nella teoria evolutiva un approccio relazionale ed > ecologico, che pone attenzione alle costanti e profonde interazioni sia tra > gli organismi, che tra questi e i loro ambienti. La visione gene-centrica dell’evoluzione è senz’altro valida, ma, affermano i suoi critici, parziale, dal momento che non riconosce l’importanza di fattori evolutivi come la cooperazione – fenomeno che è invece ubiquo nel mondo della vita – e la sostanziale interdipendenza tra i viventi a tutti i livelli, dal microscopico al macroevolutivo. La sintesi estesa, invece, integra nella teoria evolutiva un approccio relazionale ed ecologico, che pone attenzione alle costanti e profonde interazioni sia tra gli organismi, sia tra questi e i loro ambienti. Nel libro di Aktipis e, più in generale, nell’approccio teorico allo studio del cancro di cui la studiosa si fa portavoce, un elemento di questa visione estesa assume particolare centralità: il concetto di cooperazione. Come abbiamo visto, in quest’ottica il cancro è visto essenzialmente come una rottura dell’accordo di cooperazione che rende possibile l’esistenza di organismi pluricellulari dall’estrema complessità strutturale. Ma, allora, sorge spontanea la domanda sul perché l’evoluzione renda possibile l’esistenza del cancro, fenomeno che, essendo onnipresente in natura, non può essere semplicemente sfuggito alla selezione; al contrario, a un certo punto della storia della vita, potrebbe aver apportato qualche vantaggio alla vita stessa. Ebbene, la risposta fornita da Aktipis è che il cancro sia l’effetto collaterale (o, talvolta, il prodotto inevitabile) del continuo compromesso tra competizione e cooperazione che si esplica a ogni livello della vita: tra le cellule, tra organismi e tra popolazioni. In un organismo cooperativo, questo compromesso è difficile da mantenere: non solo durante le fasi iniziali dello sviluppo, ma per tutta la vita l’organismo ha bisogno che le “sue” cellule agiscano e si riproducano per portare avanti la vitalità dell’insieme. È essenziale, però, che questa attività venga limitata affinché non insorgano conflitti tra gli interessi contrapposti dei singoli e della comunità. Insomma, come in qualsiasi società paritaria, anche a livello cellulare vale – o dovrebbe valere – il principio secondo cui “la libertà di un individuo finisce dove inizia la libertà dell’altro”. Nel corso dell’evoluzione, gli organismi pluricellulari hanno sviluppato una varietà di strategie di contenimento e controllo del comportamento egoista che potrebbe emergere a livello cellulare. Alcuni geni, ad esempio, sono noti per la loro funzione di soppressione tumorale, ed entrano in gioco quando la cellula intraprende comportamenti anomali inducendo i propri meccanismi di autodistruzione. Inoltre, esiste una sorta di controllo incrociato in cui ogni cellula monitora le proprie vicine, rilevando forme di espressione genica sospette e avvisando il sistema immunitario. E infine c’è il sistema immunitario, appunto, che ha il compito di individuare e distruggere le anomalie potenzialmente dannose. Una questione di priorità Nonostante tutti questi meccanismi, il cancro potrebbe presentarsi in ogni momento della nostra esistenza. Le cellule esprimono costantemente comportamenti che potrebbero essere definiti pretumorali (ad esempio, una rapida proliferazione) e che, in una certa misura, vengono tollerati dall’organismo e possono essere controllati. Nelle diverse specie viventi, il grado di tolleranza al cancro è una questione di compromessi, scelte e priorità. Ad esempio, in tutti gli organismi (umani compresi) sembra esservi una diretta correlazione tra l’invecchiamento e la probabilità di sviluppare tumori. Una spiegazione plausibile di questo fenomeno è il rilassamento della selezione purificante (quella che monitora ed elimina le mutazioni genetiche), così che, con l’avanzare dell’età, un maggior numero di mutazioni si accumula nel genoma. Ciò accresce la probabilità che alcune di queste mutazioni diano alle cellule che ne sono portatrici un vantaggio adattativo (ad esempio, un aumento del tasso di proliferazione), il che aumenta le possibilità che il comportamento “egoistico” dia il via a una crescita tumorale. > Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa > mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a > comprendere il loro punto di vista e le loro necessità. Tra le diverse specie, inoltre, il livello di suscettibilità al cancro aumenta o diminuisce in funzione della longevità e della velocità di riproduzione: specie che si riproducono poco e hanno una vita lunga sembrano aver sviluppato più e migliori meccanismi per prevenire l’occorrenza di tumori nel proprio organismo; al contrario, organismi con un alto tasso riproduttivo e dalla vita breve sembrano propendere per la scommessa rischiosa di non investire molto in meccanismi di controllo e oncosoppressione – energeticamente dispendiosi – esponendosi di più alla possibilità che il cancro si presenti. Una forma di controllo a lungo termine: la terapia adattiva Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a “pensare” come loro, tentare di conoscere il loro ambiente, comprendere il loro punto di vista e le loro necessità. Il tumore ha un contesto ecologico: vive in un ambiente e ha bisogno di determinate risorse; inoltre, sottostà a dei processi evolutivi: ha una tendenza alla conservazione e mira al successo riproduttivo, per tramandare la propria eredità genetica alle generazioni successive (bisogna tenere a mente che questo linguaggio che sembra supporre un’individualità e un’intenzionalità delle cellule tumorali è, come sempre quando si parla di evoluzione, puramente metaforico). Ma provare a pensare come un tumore può essere un modo per trovare strategie più efficaci nel contrastarlo. Se, come suggerisce la visione ecologica ed evolutiva qui accennata, eradicare il cancro dalle nostre esistenze è impossibile, poiché anch’esso è parte del fenomeno della vita, possiamo forse anche ripensare le strategie per curarlo: tenerlo sotto controllo, renderlo pressoché inoffensivo, domarlo. È questa la sfida della terapia adattiva, una nuova frontiera della cura del cancro che si basa proprio sulla comprensione dei fattori ecologici ed evolutivi che regolano la crescita e la progressione dei tumori. Uno dei principali problemi a cui le terapie farmacologiche devono far fronte è il fatto che, dopo un certo periodo di esposizione, molti tumori sviluppano una resistenza ai farmaci. Si tratta di un classico fenomeno di “corsa agli armamenti evolutiva”: se un farmaco non ha successo nell’uccidere tutte le cellule tumorali, le poche sopravvissute – sopravvissute proprio in quanto resistenti al farmaco – riprenderanno a riprodursi, e il cancro risorgerà dalle sue ceneri in una forma più resistente. La terapia adattiva prova ad aggirare il problema cambiando strategia: non più un bombardamento con grandi quantità di farmaco citotossico, con l’obiettivo di eliminare tutte le cellule tumorali, ma un’esposizione modulata per indebolire la “comunità” tumorale prima bloccandone la crescita, e poi rallentandole il tasso di evoluzione. > Modulando l’esposizione di una popolazione tumorale a determinati farmaci se > ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio rallentando il tasso di > crescita e inibendo la cooperazione tra cellule. A informare questo approccio, che aggiunge un ulteriore livello alla complessità dei processi e dei meccanismi alla base del cancro, vi sono alcune osservazioni: ad esempio, si è notato che le cellule tumorali presentano un ciclo riproduttivo più lento se si trovano a vivere in un microambiente non particolarmente ostile e hanno a disposizione una fonte di risorse stabile, mentre pare che il tumore cresca più rapidamente e tenda a formare metastasi soprattutto quando le risorse sono scarse e il microambiente non è più ospitale, e dunque le cellule “migrano” verso nuovi lidi (un processo noto come “evoluzione per dispersione”). Una volta compresi questi meccanismi, modulando l’esposizione di una popolazione tumorale a determinati farmaci se ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio rallentando il tasso di crescita e inibendo la cooperazione tra cellule (che si forma, anch’essa, soprattutto in condizioni di stress ecologico). L’impiego oculato dei farmaci come pressione selettiva è una tecnica promettente, ma non è l’unica strada percorribile. Un altro tipo d’intervento consiste nel potenziare o riparare i meccanismi di controllo del tradimento cellulare che il tumore ha sospeso o “ingannato”, ad esempio coadiuvando la funzionalità del sistema immunitario. Si può anche controllare l’afflusso di risorse a cui il cancro può attingere, riducendole in modo lento e graduale così che il tumore riduca la propria attività vitale. Si tratta di un approccio comunemente usato in agricoltura per la gestione degli agenti infestanti e per il trattamento delle malattie infettive, ma, in quanto basato su principi ecologici ed evolutivi, è altrettanto valido per il trattamento del cancro. Lo scopo ultimo della terapia adattiva è tenere sotto controllo il tumore e, idealmente, cronicizzarlo, “aumentando così in modo significativo la vita del paziente e riducendone le sofferenze attraverso la limitazione, piuttosto che l’eradicazione, della crescita e della diffusione del cancro”. Il cancro, insomma, è “un complesso sistema adattativo”, come lo hanno definito in un articolo del 2015 i biologi Gunther Jansen, Robert Gatenby e Athena Aktipis. Per poterlo trattare e, soprattutto, controllare, è necessario riconoscerne la natura dinamica. Ampliare la nostra comprensione di questa malattia accogliendo una visione evoluzionistica ci dà la speranza – conclude Aktipis nel suo libro – di “creare un mondo in cui curare [il cancro] diventi una forma di controllo a lungo termine”. L'articolo Pensare come un tumore proviene da Il Tascabile.
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L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà dall’effetto Vajont
"Cosa succede quando abbiamo messo la decisione [sulla vita o morte di un paziente, ndr] nelle mani di un'inesorabile macchina a cui dobbiamo porre le giuste domande in anticipo, senza comprendere appieno le operazioni o il processo attraverso cui esse troveranno risposta?”. Norbert Wiener, “God and Golem, Inc.”, 1963. Questa citazione ha aperto un recente congresso sull’uso dell’Intelligenza artificiale (Ai) in ambito sociosanitario durante il quale era intenzione di chi scrive provocare un dibattito per cercare di uscire dallo “spettro delle opinioni accettabili” (Noam Chomsky) e -al contempo- ampliare la comprensione del fenomeno, ripercorrendone la storia. Nello specifico, le “opinioni accettabili” nel dibattito sull’adozione dell’Ai sono quelle che vengono chiamati “i tre assiomi della transizione digitale” di cui l’adozione a rotta di collo dell’Ai è la logica conseguenza. Primo, la tecnologia è neutra, l’importante è usarla bene (eticamente?); secondo, digitale è meglio di analogico, perché la tecnologia di oggi è sempre meglio di quella di ieri; terzo, i problemi di oggi saranno risolti dalla tecnologia di domani, perché la tecnologia risolve qualsiasi problema. Il primo assioma è relativamente semplice da “smontare”. Se fosse vero che la tecnologia è neutrale allora dovrebbe esistere un modo per “usare bene” l’auto nelle strade di Roma, alle cinque del pomeriggio. Invece il problema dello spostamento in orario di punta si risolve solo cambiando tecnologia: bisogna abbandonare l’auto a favore della bici, del motorino o del trasporto pubblico. Saper “usare bene” l’auto non aiuta.  Nel caso specifico dell’uso dell’Ai in medicina siamo poi davanti a un rischio ancora più grave: l’effetto Vajont. Come racconta Marco Paolini nel suo spettacolo teatrale, dopo il disastro, lui non riesce a dare la colpa dei morti alla diga. La diga aveva fatto bene il suo lavoro: non era crollata. Anche Dino Buzzati scrive, all’indomani del disastro, “la diga del Vajont era ed è un capolavoro”. Fascinazione tutta maschile per l’artefatto. Eppure questa tecnologia perfetta è coinvolta nella morte di oltre duemila innocenti. Com’è possibile? La diga non andava costruita in quella valle: troppo stretta e troppo frequentemente soggetta a frane importanti, quello è il problema. Un problema politico.  Sulla scena del disastro, a denunciarlo, c’è una donna coraggiosa: Tina Merlin, inviata per l’Unità, che scrive un libro che inchioda politici e imprenditori senza scrupoli alle loro responsabilità: “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”. Oggi le donne che parlano fuori dal coro dell’entusiasmo “virile” per la tecnologia si chiamano Gebru, Bender, Whittaker, Tafani. L’ultima, da esperta di etica, non è affatto convinta che l’etica possa offrire risposte a questi problemi: “L’'etica dell’intelligenza artificiale' è assimilabile dunque a una merce, che i ricercatori e le università sono interessati a fornire, in quanto ‘olio che unge le ruote della collaborazione’ con le grandi aziende tecnologiche, e che le aziende commissionano e acquistano perché è loro utile come capitale reputazionale” (Daniela Tafani, L’"etica"come specchietto per le allodole, 2023). Infatti, per tornare all’esempio dell’auto, l’etica del pilota non diminuisce l’inquinamento causato dallo stare fermi al semaforo. Per diminuirlo bisogna entrare nella “stanza dei bottoni” e imporre una modifica che preveda lo spegnimento del mezzo quando si ferma. L’etica a posteriori diventa, appunto, uno specchietto per le allodole. La falsificazione del secondo assioma può passare nuovamente da un confronto della bicicletta con l’auto: la prima è certo una tecnologia precedente, ma è capace di risolvere un problema che la seconda non risolve. Di esempi come questo se ne possono trovare molti: i vecchi Nokia che mitigano il problema dell’e-waste grazie a una batteria facilmente rimovibile, per esempio. Il terzo assioma esprime il pensiero che il sociologo Evgeny Morozov ha definito soluzionismo tecnologico, ossia la convinzione che tutti i problemi umani contemplino una soluzione per via tecnologica. Questa posizione si fonda su un credo che Nick Barrowman chiama “culto del dato”: “Siamo tentati di presupporre che i dati siano autosufficienti e indipendenti dal contesto e che, con sufficienti dati, le preoccupazioni relative a causalità, bias (distorsione), selezione e incompletezza possano essere ignorate. È una visione seducente: i dati ‘crudi’, non corrotti dalla teoria o dall'ideologia, ci condurranno alla verità; non saranno necessari esperti; non saranno rilevanti le teorie, né sarà necessario vagliare alcuna ipotesi” (Nick Barrowman, Why data is never raw). Il credo di tale “setta”, che altro non è se non un culto minore dello scientismo, produce una distorsione paradossale: credere nella supremazia del dato sulla stessa scienza che dovrebbe produrlo, come l’ex caporedattore di Wired, Chris Anderson quando scrive che “oggi possiamo gettare i numeri nei più grandi cluster di calcolo che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi statistici trovino modelli dove la scienza non può arrivare”. Se Anderson avesse ragione l’avvento della tecnologia causerebbe la fine della scienza. La realtà è che i dati non sono mai "crudi": “I dati 'crudi' sono un ossimoro e una cattiva idea. Al contrario, i dati dovrebbero essere cucinati con cura. ‘Crudo’ ha un senso di naturale o incontaminato, mentre ‘cotto’ suggerisce il risultato di processi cognitivi. Ma i dati sono sempre il prodotto di processi cognitivi, culturali e istituzionali che determinano cosa raccogliere e come farlo” (ibidem). Esplicitare questi processi significa fare scienza, associando alle “sensate esperienze” le “dimostrazioni necessarie” (come affermava Galileo Galilei). Sorvolarli, per contro, significa rischiare conclusioni grossolanamente errate, o persino non rendersi conto di tali errori e sprofondare nella pseudoscienza. Sgombrato quindi il campo dalle mistificazioni che “limitano rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili” (Chomsky) siamo finalmente in condizione di sintetizzare i motivi per cui l’introduzione dell’Ai in medicina dovrebbe essere valutata caso per caso, e con grande attenzione. Questa tecnologia non è neutra: si fonda sul lavoro sottopagato del Sud globale; pone già oggi un enorme problema ecologico per via dei consumi pantagruelici di acqua, elettricità, suolo, terre rare (al punto che l'Ue ha lanciato una campagna per riaprire le miniere entro i territori dell’Unione per garantirsi i "materiali strategici" necessari a costruire i datacenter con tutti i rischi geopolitici che questo implica).  Le applicazioni delle Ai generative sono soggette al problema delle "allucinazioni" che, in situazioni di rischio per la vita, rappresentano un problema gravissimo e, anche quando potrebbero essere utili, generano pesanti cambiamenti nel modus operandi di una istituzione sanitaria, cambiamenti non sempre possibili o economici. Quindi non sono sempre meglio dei metodi precedenti: dipende.  C’è poi il fatto che le Ai pensate per la medicina non sono abbastanza testate per poter essere considerate sicure, soprattutto quando non si rispettano i protocolli tipici della ricerca scientifica, sull’onda della “immaterialità del digitale” o di slogan assurdi coniati in Silicon Valley, come “move fast, break things”. L’unica cosa da rompere sono certi piani di dominio del mondo, roba da scienziati pazzi. Infine, l'uso degli strumenti Ai in medicina può produrre pericolosi errori metodologici, che possono portare a storture distopiche come l'utilizzo dell'Ai per decidere automaticamente se staccare la spina a un paziente, o quale trattamento salvavita somministrargli. L’eventuale morte del paziente non potrà essere risolta dalla successiva tecnologia.  “Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione riservata L'articolo L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà dall’effetto Vajont proviene da Altreconomia.
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