Dopo un anno di rinvii e anticipazioni a effetto, la nuova creatura di OpenAI è
finalmente qui. Ed è un flop. La delusione dei fan della società di Altman è
talmente grande che alcuni, dopo nemmeno 24 ore, hanno ottenuto il ripristino
della versione precedente perché, secondo loro, “è meglio di quella nuova”. Nel
tentativo di correre ai ripari, Sam Altman arriva a pronunciare la parola
proibita: “bolla”. Che cosa ci aspetta? La rubrica di Stefano Borroni Barale
L'articolo ChatGPT-5 è qui. Ed è esattamente come ce lo aspettavamo proviene da
Altreconomia.
Tag - google
“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite
gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete
dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate
/ che posso vedere attraverso le vostre maschere”. Bob Dylan, "Masters Of War"
da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963 Qui in Italia non è così noto, ma la
controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la
capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio
successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come
l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve
Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple. Il sogno naïf di quella
generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere
di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di
questa utopia nel suo poema del 1967 "All watched over by machines of loving
grace" che conobbe per questo una discreta fortuna. Forse anche per questo
motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata
all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora
Meta), Amazon e Microsoft. La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la
generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani
universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up
per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato
i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era
il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare
del male”. Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della
decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite
e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a
non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari,
aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di
implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.
Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo
dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma.
L'American friends service commitee (Afsc) -storica organizzazione nonviolenta
americana legata ai quaccheri- accusa da tempo Google di avere responsabilità
dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi
di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista
israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e
Amazon (Amazon web services - Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di
tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici
al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato
successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.
Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la
tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata
per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato
decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post
danno riscontro e solidità alle accuse dell'Afsc. Purtroppo Google non è l’unica
impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori
conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi
dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente
lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta
selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook,
Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads). In questo momento l’ufficio stampa
di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano
"Careless People", il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams
che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue
responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e,
al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di
migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito
israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle Ai utilizzate per
scegliere automaticamente chi uccidere. In questo caso non si è trattato di
killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi
per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito
dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da
Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette
“allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che
possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato,
giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come
“accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas
colpito. Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica,
vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano
un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX
di Elon Musk. La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato
per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di
un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è
il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio
Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce
con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui
fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i
risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso
americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di
Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in
un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione. La seconda è
passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di
satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente
vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato
acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio agli
ucraini, salvo poi divenire -il 10 marzo di quest'anno- il peggiore dei loro
nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”. D’altronde Musk
aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni:
quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non
poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva
deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che
considerava nefasta. L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le
avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano
nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti
della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso
l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che
le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti
a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera
lampante il contrario. Eppure, le alternative esistono: il software libero
costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da
qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di
alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la
formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è
dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi
indipendenti delle imprese Gafam. Ma basta allargare lo sguardo per scoprire
che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la
bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di
territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il
mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti
anche in Italia. Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un
po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come
problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive. Il passo da fare, ora,
è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono”
il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda
tutte e tutti. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Masters of Cyberwar. Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer
robots proviene da Altreconomia.
“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che
scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li
sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto
il basamento”. Étienne de La Boétie, "Discorso sulla servitù volontaria", 1576.
Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di
base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della
diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione
dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in
cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a
cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni
tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi,
giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80. La sua
non è solo nostalgia: è convinto (a ragione) che solo un approccio collettivo ai
nostri problemi potrà portare a uscire dalle convulsioni che sta vivendo la
nostra società, soprattutto a quelle della democrazia, che osserva preoccupato.
Nonostante tutto questo, una delle mani che sta girando la chiave della nascente
tirannia automatizzata di cui parlava Edward Snowden è anche la sua. Per
comprenderne il motivo bisogna ricostruire alcuni eventi. Praticare la “servitù
cibernetica volontaria” non è questione di stupidità o malafede, semmai di
essersi persi quelli che, di primo acchito, sembrano dettagli. Giorgio era nella
seconda metà dei suoi vent’anni quando l’avvento del World wide web sembrò aver
dato vita a Internet. In realtà, Internet esisteva dagli anni Sessanta e il web
la stava solo rendendo un po’ più sexy. Ecco il primo importante dettaglio. Quel
cambiamento meramente “estetico” ha promosso la nascita dei primi siti “di
movimento”, che replicavano via Internet dinamiche molto simili a quelle delle
radio libere che avevano invaso l’etere dal 1976 in avanti, facendo sognare alla
generazione precedente quella di Giorgio che l’autogestione dei media da parte
del movimento studentesco, fuori dal controllo Rai, sarebbe diventata la norma.
Secondo dettaglio: purtroppo quello è rimasto un sogno. Un sogno simile è
tornato a essere coltivato nei confronti del web. Gli entusiasti di quella
stagione, però, hanno commesso un errore più grave del confondere il web con
Internet: hanno confuso l’avvento di una tecnologia compatibile con la
redistribuzione del potere con l’effettiva redistribuzione dello stesso. Terzo
dettaglio: Internet non ha mai smantellato la burocrazia degli Stati-nazione,
tanto meno l’organizzazione economica capitalista, che inizialmente esce
addirittura rafforzata dalla bolla delle dot-com (nel 1995). Infatti, nei
trent’anni successivi, le burocrazie statali e private hanno lavorato in
sinergia alla riconfigurazione della rete, per renderla uno strumento di
sorveglianza e controllo. Per questo oggi Peter Thiel, noto sociopatico di
ultradestra, dopo aver promosso la “transizione al trumpismo” dei suoi techbros,
ha finalmente intravisto le condizioni per realizzare il suo sogno distopico:
abolire la democrazia a favore della “libertà” della Silicon Valley. Libertà di
agire senza rispondere delle proprie azioni, s’intende. Questa è la prospettiva
che rende l’immagine della cerimonia di insediamento del secondo ciclo di Donald
Trump, un evento da lasciare senza fiato. All’indomani, lo stesso Bill Gates
(Microsoft) ha dichiarato di essere “stupito dalla svolta a destra della Silicon
Valley”; una svolta suggellata dalla presenza di Google, Amazon, Meta e Apple
all’evento. Microsoft era l’unica impresa della rosa "Gafam" assente, sia
all’insediamento, sia al party esclusivo tenutosi proprio a casa di Peter Thiel
pochi giorni prima (ma Gates aveva fatto visita a Trump nella sua residenza in
Florida appena pochi giorni prima). Forse Gates pensa che gli interessi delle
aziende nate grazie al web siano meglio tutelati difendendo la Rete (com’era
stato nei primi anni duemila), che non cercando di prendere tutto il potere in
un colpo. I colpi di mano possono fallire mentre la strategia di diffondere un
“sogno americano” in salsa cibernetica aveva fin qui trionfato. Quarto
dettaglio, che potrebbe costar caro ai miliardari della Silicon Valley, una
volta tanto. Il tentativo di prendere il totale controllo dei dati “sensibili”
dei cittadini americani da parte del (Department of government efficiency,
Doge), sotto la guida del suo caudillo Elon Musk, sono state lette dagli
analisti informatici come un vero e proprio attacco hacker portato al cuore del
sistema burocratico del governo statunitense. Un colpo di Stato senza
spargimento di sangue, come scrive Salvaggio su TechPolicy Press. Stati e
imprese, infatti, sono ormai completamente digitalizzati: funzionano grazie a
enormi quantità di dati captati, non sempre con il consenso degli interessati.
Una volta che le informazioni che ci riguardano divengono dati registrati
digitalmente, qualsiasi abuso diviene tecnicamente possibile: è sufficiente un
comando impartito a un terminale da un attore senza scrupoli. Il realizzarsi o
meno degli scenari peggiori è questione politica. Infatti l’unica resistenza
che, per ora, sta rallentando il Doge è quella legale. In prospettiva, però, le
leggi possono cambiare, soprattutto sotto spinte populiste. Per questo la
società civile dovrebbe darsi come obiettivo urgente la cancellazione dei dati e
lo smantellamento degli apparati atti a captarli, almeno fino a che non si sia
raggiunto un nuovo patto sociale su questa nuova forma di potere, compatibile
con la sopravvivenza di un sistema democratico. È in questo senso che le mani
che girano la chiave nella toppa della tirannia automatizzata sono quelle di
Giorgio, quella di chi scrive, di chi legge, quella di tutte e tutti noi che
abbiamo fornito e continuiamo a fornire i nostri dati. L’errore capitale è
continuare a vedere il digitale come uno strumento neutrale o -peggio- “roba da
esperti, informatici o tecnici”, anche dopo che questo è stato usato
ripetutamente contro di noi, in maniera così plateale. Se non si comprende
questo, ogni sforzo verso una società migliore rischia di essere spazzato via
dalla tirannia automatizzata, quella che riconosce i migranti con sistemi di
controllo satellitari da miliardi di euro piazzati a ogni confine e ne incrocia
i dati con sistemi di riconoscimento biometrici, per braccarli con una
precisione di dieci metri, anche nel mezzo di un deserto. Queste tecnologie
possono essere utilizzate in qualsiasi momento contro giornalisti, oppositori,
semplici cittadini. Anzi, stanno già venendo utilizzate oggi, come mostra il
"caso Paragon" che ha fatto emergere sistemi di sorveglianza illegale a danno di
giornalisti, preti e attivisti. Da questo punto di vista le cose in Europa vanno
leggermente meglio. Nonostante il progetto ideale europeo sia naufragato in una
struttura burocratica, cieca e sorda a tutto e funzionale alla finanza più che
ai popoli, qualcosa si salva. La normativa sul trattamento dei dati (Gdpr) ci
permette ancora di vivere l’avvento di personaggi come Trump e Musk con un
barlume di speranza in più, rispetto ai cittadini americani. È molto probabile
che i nostri governi stiano, sottobanco, abusando dei nostri dati (vedasi il
caso Invalsi), ma per lo meno lo stanno facendo in maniera illegale e, se
provassero a usare i dati in tribunale, potrebbero vedersela brutta. Forse
potremmo ripartire da questa semplice osservazione, mentre proviamo a costruire
un approccio al digitale basato sull’autogestione e sulla convivialità, invece
che sul sogno di controllare (magari via norme) megastrutture impossibili da
controllare per design. Il futuro non è ancora scritto, a patto di cominciare
oggi stesso. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Chi sta girando la chiave della contemporanea tirannia automatizzata?
proviene da Altreconomia.
Il 2025 si apre con fuochi d’artificio superiori a quelli a cui ci eravamo
abituati sul fronte della propaganda attorno all’intelligenza artificiale (Ai).
https://www.youtube.com/watch?v=SKBG1sqdyIU&t=302s Il nuovo modello prodotto da
OpenAI avrebbe infatti raggiunto risultati comparabili con gli esseri umani nel
risolvere il test ARC-AGI. Il video qui sopra contiene un esempio delle domande
contenute in tale test, che ricorda molto da vicino i test del quoziente
intellettivo (Qi) utilizzati in psicologia per “misurare l’intelligenza” degli
esseri umani. Sorvoleremo in questa sede su due fatti chiave che richiederebbero
invece una seria analisi: non esiste un consenso scientifico su che cosa sia
l’intelligenza umana e animale, ossia una definizione condivisa e, anche
fingendo di aver raggiunto un consenso, misurarla resterebbe tutta un’altra
faccenda. Dal punto di vista “teorico” ci limiteremo a richiamare l'etimologia:
"inter" più "ligere", “leggere tra (le cose)”, leggere in profondità. Sam Altman
(più in generale l’intero comparto dell'Ai) ci ha abituato a trucchi degni degli
artisti della truffa che giravano il suo Paese a inizi Ottocento, usati a
supporto di affermazioni-bomba come quella appena citata (e immediatamente
seguita da affermazioni ancora più esplosive sulla “Superintelligenza”).
Ricordiamo, a titolo d’esempio non esaustivo, la figuraccia di Google alla
presentazione del suo Gemini, quando i suoi padroni raccontarono che il modello
in questione sapeva riconoscere il gioco della morra cinese al primo colpo
(zero-shot), mentre -guardando il video completo- si scopriva che la verità era
molto diversa (e i dettagli, in questo campo, sono molto importanti). Fatta
questa dovuta premessa, ChatGPT o3 ha davvero superato il test ARC-AGI? Tutto fa
pensare di sì, a partire dalla conferma del premio ARC-AGI di François Chollet.
Il punto sta tutto nel dettaglio, ossia nel come questo risultato sia stato
ottenuto. La prima cosa da dire è che siamo di nuovo in un territorio
semi-oscuro, come nel caso di Google. Pare che il risultato, infatti, sia stato
ottenuto da un modello pre-ottimizzato sul materiale fornito dal premio ARC-AGI
e solo Altman sa come. Perché questo è importante? Perché la premessa posta (e
forse dimenticata) da Chollet al suo premio era che l’eventuale “intelligenza”
dovrebbe essere intrinseca al modello, non emergere come frutto di
un’ottimizzazione “furbetta”. Per capire l’importanza di questo dettaglio
pensate al Dustin Hoffman di “Rainman”. Tutti le Ai generative (Llm) hanno,
ovviamente, la prodigiosa memoria del protagonista. Così come lui ricorda
perfettamente tutte le carte già uscite in una mano di Blackjack, se mostrassimo
a un’Ai generativa tutte le risposte di un corpus di milioni di domande, questa
sarebbe -subito dopo- in grado di rispondere correttamente nella stragrande
maggioranza delle volte, in accordo ai nuovi pesi che sarebbero registrati nella
sua rete neurale artificiale, in ragione di questa ottimizzazione. Non solo,
attraverso metodi come il fine tuning e l’uso di ontologie, queste macchine
divengono in grado di raggiungere un’accuratezza pari a circa il 72,55% nel
produrre testo appropriato al contesto, non troppo distante dal 75,7% dei
risutati “low compute” raggiunto da o3 nei test. Per fare un’analogia
semplificatoria, ma comprensibile, è come se queste macchine non divenissero in
grado solo di rispondere alla pseudo-domanda “di che colore è il cavallo bianco
di Napoleone”, ma di fare lo stesso con un ipotetico “cavallo castano del Duca
di Wellington”. Per questo sarebbe importante avere il risultato di ChatGPT o3
allo stesso test senza alcun tipo di pre-ottimizzazione, risultati che OpenAI si
è guardata bene dal rendere pubblici. Il punto più interessante, però, sembra
essere rimasto fuori da un sano e aperto dibattito pubblico, ossia il costo
necessario a raggiungere questo “notevole” risultato. Per fare una semplice
comparazione con l’esistente, una singola ricerca del motore Google Search costa
attualmente due centesimi di dollaro. Per raggiungere un’accuratezza dell’85,7%
nel rispondere a cento domande usando una macchina invece di un singolo essere
umano, OpenAI ha speso la pantagruelica cifra di un milione di dollari. Si
tratta di mezzo milione di volte il costo di una ricerca Google per ogni
domanda. Particolare ancora più importante: raggiungere il 75,7% di accuratezza
è costato poco meno di seimila euro. La differenza, quindi, per migliorare il
risultato del 10% è stata di oltre 995.000 dollari (ossia un costo e un lavoro
di ottimizzazione 170 volte maggiore). Perché questo rapporto è di massima
importanza? Perché è uno straordinario indizio del fatto che la strada
utilizzata da OpenAI per rispondere al test sia stata la forza bruta, non il
tentativo di replicare realmente il ragionamento astratto, che Altman e altri
propagandano possa “emergere” dalle reti neurali artificiali, ma sul quale
sappiamo solo che nel cervello animale si presenta con una straordinaria
efficienza energetica. Un’efficienza di cui le reti neurali dei sistemi GPT sono
prive. Che cosa s’intende quindi per “usare la forza bruta”? Al solito, invece
di studiare e comprendere una lezione di storia potremmo decidere di studiare
tutte le domande che un determinato professore (nel caso il “professor Chollet
di ARC-AGI”) ha fatto ai candidati in tutta la sua carriera, e mandare a memoria
quelle. Potremmo anche pagare degli umani per concepire domande e risposte
simili e mandare a memoria anche quelle coppie di domande/risposte. Certo un
metodo poco efficiente, ma molto efficace se il nostro obiettivo è solo passare
quel dannato test a ogni costo, perché da quello dipendono gli investimenti che
ci permetteranno di tenere aperto il nostro traveling show abbastanza a lungo da
poter scappare con la cassa come fatto da Charles Ponzi e, più di recente, da
Sam Bankman-Fried prima di noi. Oppure, se le promesse non risultassero
disattese al 100%, per reinvestire quanto guadagnato con questa ondata di hype
nella prossima moda che verrà, seguendo le orme di Elon Musk e Peter Thiel,
senza troppi pensieri per i soldi degli investitori “bruciati” nel frattempo.
Fino a qui qualcuno si sarà forse convinto che l’approccio dell’industria
"GenAi" non sia il più efficace o il più scientificamente solido. Ma c’è ancora
un aspetto che non abbiamo preso in considerazione. I costi dell’operazione di
marketing “ARC-AGI” sono enormi per un buon motivo: procedere in modalità forza
bruta richiede una quantità di energia mostruosa. Ma quanto? Così tanto da
spingere l'amministratore delegato di AT&T, certo non una organizzazione non
profit preoccupata dell’ecologia, a lanciare l’allarme dichiarando che, se l’Ai
proseguirà lungo questa strada, c’è il rischio si arrivi nel 2027 a dei
black-out catastrofici causati da una nuova crisi energetica. Infatti,
nonostante Microsoft e OpenAI abbiano già dichiarato di voler alimentare l’Ai
con l’energia atomica (saltiamo a piè pari i rischi ecologici), questa opzione
richiede decenni per poter essere operativa. La recente elezione di Donald Trump
e le mosse di Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg che l’hanno seguita non
lasciano adito a dubbi sul fatto che i techbros della Silicon Valley (ora
ribattezzati broligarchi dalla stampa) ne abbiano finanziato la campagna
elettorale in maniera rilevante con il preciso scopo di rimuovere ogni ostacolo
alla marcia verso il collasso del sistema, un collasso cibernetico perché
causato da interazioni fuori controllo tra l’animale-uomo e le macchine
mangia-soldi e mangia-risorse che pochi techbros hanno deciso di creare allo
scopo di moltiplicare il loro potere. A noi la scelta se stare a guardare o
decidere che è arrivata finalmente l’ora di disertare questa agenda: migliaia di
tecnologie sono possibili, la condizione per poterle immaginare è l'abbandono
del culto demenziale dell’intelligenza artificiale generale con i suoi GPT
proprietari, per concentrarci sulla creazione “macchine conviviali” create per
affiancare gli esseri viventi nel distribuire potere e per convivere
armoniosamente con l’ambiente che ci sostiene. Non saranno scintillanti Golem
moderni, pronti a combattere guerre in cui uccidono al posto nostro, ma ci
terranno al sicuro dal collasso ambientale, sociale ed economico. “Scatole
oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a
cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra.
Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi
tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie
“del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo Provaci ancora, Sam. Come Altman (e i suoi “techbros”) ci stanno
portando verso il collasso proviene da Altreconomia.
"Cosa succede quando abbiamo messo la decisione [sulla vita o morte di un
paziente, ndr] nelle mani di un'inesorabile macchina a cui dobbiamo porre le
giuste domande in anticipo, senza comprendere appieno le operazioni o il
processo attraverso cui esse troveranno risposta?”. Norbert Wiener, “God and
Golem, Inc.”, 1963. Questa citazione ha aperto un recente congresso sull’uso
dell’Intelligenza artificiale (Ai) in ambito sociosanitario durante il quale era
intenzione di chi scrive provocare un dibattito per cercare di uscire dallo
“spettro delle opinioni accettabili” (Noam Chomsky) e -al contempo- ampliare la
comprensione del fenomeno, ripercorrendone la storia. Nello specifico, le
“opinioni accettabili” nel dibattito sull’adozione dell’Ai sono quelle che
vengono chiamati “i tre assiomi della transizione digitale” di cui l’adozione a
rotta di collo dell’Ai è la logica conseguenza. Primo, la tecnologia è neutra,
l’importante è usarla bene (eticamente?); secondo, digitale è meglio di
analogico, perché la tecnologia di oggi è sempre meglio di quella di ieri;
terzo, i problemi di oggi saranno risolti dalla tecnologia di domani, perché la
tecnologia risolve qualsiasi problema. Il primo assioma è relativamente semplice
da “smontare”. Se fosse vero che la tecnologia è neutrale allora dovrebbe
esistere un modo per “usare bene” l’auto nelle strade di Roma, alle cinque del
pomeriggio. Invece il problema dello spostamento in orario di punta si risolve
solo cambiando tecnologia: bisogna abbandonare l’auto a favore della bici, del
motorino o del trasporto pubblico. Saper “usare bene” l’auto non aiuta. Nel
caso specifico dell’uso dell’Ai in medicina siamo poi davanti a un rischio
ancora più grave: l’effetto Vajont. Come racconta Marco Paolini nel suo
spettacolo teatrale, dopo il disastro, lui non riesce a dare la colpa dei morti
alla diga. La diga aveva fatto bene il suo lavoro: non era crollata. Anche Dino
Buzzati scrive, all’indomani del disastro, “la diga del Vajont era ed è un
capolavoro”. Fascinazione tutta maschile per l’artefatto. Eppure questa
tecnologia perfetta è coinvolta nella morte di oltre duemila innocenti. Com’è
possibile? La diga non andava costruita in quella valle: troppo stretta e troppo
frequentemente soggetta a frane importanti, quello è il problema. Un problema
politico. Sulla scena del disastro, a denunciarlo, c’è una donna coraggiosa:
Tina Merlin, inviata per l’Unità, che scrive un libro che inchioda politici e
imprenditori senza scrupoli alle loro responsabilità: “Sulla pelle viva. Come si
costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”. Oggi le donne che parlano fuori
dal coro dell’entusiasmo “virile” per la tecnologia si chiamano Gebru, Bender,
Whittaker, Tafani. L’ultima, da esperta di etica, non è affatto convinta che
l’etica possa offrire risposte a questi problemi: “L’'etica dell’intelligenza
artificiale' è assimilabile dunque a una merce, che i ricercatori e le
università sono interessati a fornire, in quanto ‘olio che unge le ruote della
collaborazione’ con le grandi aziende tecnologiche, e che le aziende
commissionano e acquistano perché è loro utile come capitale reputazionale”
(Daniela Tafani, L’"etica"come specchietto per le allodole, 2023). Infatti, per
tornare all’esempio dell’auto, l’etica del pilota non diminuisce l’inquinamento
causato dallo stare fermi al semaforo. Per diminuirlo bisogna entrare nella
“stanza dei bottoni” e imporre una modifica che preveda lo spegnimento del mezzo
quando si ferma. L’etica a posteriori diventa, appunto, uno specchietto per le
allodole. La falsificazione del secondo assioma può passare nuovamente da un
confronto della bicicletta con l’auto: la prima è certo una tecnologia
precedente, ma è capace di risolvere un problema che la seconda non risolve. Di
esempi come questo se ne possono trovare molti: i vecchi Nokia che mitigano il
problema dell’e-waste grazie a una batteria facilmente rimovibile, per esempio.
Il terzo assioma esprime il pensiero che il sociologo Evgeny Morozov ha definito
soluzionismo tecnologico, ossia la convinzione che tutti i problemi umani
contemplino una soluzione per via tecnologica. Questa posizione si fonda su un
credo che Nick Barrowman chiama “culto del dato”: “Siamo tentati di presupporre
che i dati siano autosufficienti e indipendenti dal contesto e che, con
sufficienti dati, le preoccupazioni relative a causalità, bias (distorsione),
selezione e incompletezza possano essere ignorate. È una visione seducente: i
dati ‘crudi’, non corrotti dalla teoria o dall'ideologia, ci condurranno alla
verità; non saranno necessari esperti; non saranno rilevanti le teorie, né sarà
necessario vagliare alcuna ipotesi” (Nick Barrowman, Why data is never raw). Il
credo di tale “setta”, che altro non è se non un culto minore dello scientismo,
produce una distorsione paradossale: credere nella supremazia del dato sulla
stessa scienza che dovrebbe produrlo, come l’ex caporedattore di Wired, Chris
Anderson quando scrive che “oggi possiamo gettare i numeri nei più grandi
cluster di calcolo che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi
statistici trovino modelli dove la scienza non può arrivare”. Se Anderson avesse
ragione l’avvento della tecnologia causerebbe la fine della scienza. La realtà è
che i dati non sono mai "crudi": “I dati 'crudi' sono un ossimoro e una cattiva
idea. Al contrario, i dati dovrebbero essere cucinati con cura. ‘Crudo’ ha un
senso di naturale o incontaminato, mentre ‘cotto’ suggerisce il risultato di
processi cognitivi. Ma i dati sono sempre il prodotto di processi cognitivi,
culturali e istituzionali che determinano cosa raccogliere e come farlo”
(ibidem). Esplicitare questi processi significa fare scienza, associando alle
“sensate esperienze” le “dimostrazioni necessarie” (come affermava Galileo
Galilei). Sorvolarli, per contro, significa rischiare conclusioni
grossolanamente errate, o persino non rendersi conto di tali errori e
sprofondare nella pseudoscienza. Sgombrato quindi il campo dalle mistificazioni
che “limitano rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili” (Chomsky)
siamo finalmente in condizione di sintetizzare i motivi per cui l’introduzione
dell’Ai in medicina dovrebbe essere valutata caso per caso, e con grande
attenzione. Questa tecnologia non è neutra: si fonda sul lavoro sottopagato del
Sud globale; pone già oggi un enorme problema ecologico per via dei consumi
pantagruelici di acqua, elettricità, suolo, terre rare (al punto che l'Ue ha
lanciato una campagna per riaprire le miniere entro i territori dell’Unione per
garantirsi i "materiali strategici" necessari a costruire i datacenter con tutti
i rischi geopolitici che questo implica). Le applicazioni delle Ai generative
sono soggette al problema delle "allucinazioni" che, in situazioni di rischio
per la vita, rappresentano un problema gravissimo e, anche quando potrebbero
essere utili, generano pesanti cambiamenti nel modus operandi di una istituzione
sanitaria, cambiamenti non sempre possibili o economici. Quindi non sono sempre
meglio dei metodi precedenti: dipende. C’è poi il fatto che le Ai pensate per
la medicina non sono abbastanza testate per poter essere considerate sicure,
soprattutto quando non si rispettano i protocolli tipici della ricerca
scientifica, sull’onda della “immaterialità del digitale” o di slogan assurdi
coniati in Silicon Valley, come “move fast, break things”. L’unica cosa da
rompere sono certi piani di dominio del mondo, roba da scienziati pazzi. Infine,
l'uso degli strumenti Ai in medicina può produrre pericolosi errori
metodologici, che possono portare a storture distopiche come l'utilizzo dell'Ai
per decidere automaticamente se staccare la spina a un paziente, o quale
trattamento salvavita somministrargli. L’eventuale morte del paziente non potrà
essere risolta dalla successiva tecnologia. “Scatole oscure. Intelligenza
artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano
Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero
strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici
racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del
dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà
dall’effetto Vajont proviene da Altreconomia.
Per raccontare gli eventi fondamentali di questa telenovela in salsa
tecnologica, partiamo da alcuni momenti chiave nella vita di questo ornitorinco
della Silicon Valley chiamato OpenAI. Come tutti sanno, l’ornitorinco è un
simpatico mammifero noto per aver causato parecchi mal di testa ai naturalisti
per molti motivi, primo tra tutti il deporre uova anziché dare alla luce piccoli
vivi, caratteristica che è tipica di rettili e uccelli. Insomma, un vero e
proprio “pasticcio” evolutivo. OpenAI sembra avere problemi simili. Nel 2015 i
suoi fondatori, tra cui figurano Elon Musk e l'allora poco conosciuto Sam
Altman, scrivono sul sito dell'azienda che "Il nostro obiettivo è quello di far
progredire l'intelligenza digitale nel modo più vantaggioso per l'umanità nel
suo complesso, senza essere vincolati dalla necessità di generare un ritorno
economico. Poiché la nostra ricerca è libera da obblighi finanziari, possiamo
concentrarci meglio su un impatto umano positivo". In particolare, Musk,
finanziatore della prima ora, vuole un'azienda che faccia concorrenza all'allora
gigante dell'Ai DeepMind, controllata da Google. Spiega ad Altman che
"l'intelligenza artificiale non va lasciata in mano a Larry Page (Google)"
perché, nell'inevitabile momento in cui si verificherà la “singolarità”, ossia
quando le macchine raggiungeranno o supereranno l'uomo in intelligenza, Page non
farà nulla per evitare che questa nuova intelligenza sottometta o elimini
l’umanità dallo scenario. A lui, invece, l'umanità piace (a patto che non abbia
la forma del popolo boliviano che vuole autodeterminarsi: in quel caso si sente
titolato a produrre "cambi di regime" a colpi di morti ammazzati senza troppi
problemi, come twittava più o meno nella stessa epoca). E poco importa se la
congettura in quel momento ha la stessa concretezza del motore a curvatura di
Star Trek o delle spade laser di Guerre Stellari: Musk è convinto che arriverà a
breve. L'azienda rischia effettivamente di chiudere i battenti, ma alla fine
Sam Altman trova la soluzione: convince il consiglio di amministrazione a
trasformare OpenAI da non profit impegnata a sviluppare software liberi a
"capped profit", ossia a profitto limitato fino a cento volte il valore
iniziale. Ciò consente a OpenAI di attrarre investimenti da parte di fondi di
rischio, i famigerati venture capital. Di lì a breve Microsoft entra in scena,
investendo un miliardo di dollari, e OpenAI annuncia l'intenzione di concedere
in licenza le proprie tecnologie per uso commerciale, mettendo in soffitta
l'idea del codice libero. Alcuni ricercatori criticano la svolta, sollevando
dubbi sull'impegno dell'azienda a democratizzare l'Ai, ma ovviamente restano
inascoltati. Così arriviamo alla vigilia del conflitto: con un'azienda
saldamente collocata nell'orbita Microsoft, e che è divenuta famosa grazie al
lancio sul mercato di una tecnologia sperimentale che causa molti più problemi
di quelli che risolve, ma che sembra fatta apposta per occupare la prima pagina
dei giornali un giorno sì e l'altro anche. [caption id="attachment_184510"
align="aligncenter" width="1035"] © Mojahid Mottakin - Unsplash[/caption] La
sera di domenica 17 novembre, Sam Altman pubblica sul social X (un tempo
Twitter) un breve messaggio in cui annuncia al mondo la fine del suo rapporto di
lavoro con OpenAI. Poco prima il consiglio ha diffuso un comunicato in cui lo
sfiducia adducendo una poco chiara "mancanza di sincerità". Scattano
consultazioni frenetiche. Microsoft non era stata in alcun modo avvisata della
mossa. In poco tempo Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft,
diffonde a sua volta un comunicato in cui conferma l'intenzione della sua
azienda di continuare a investire in OpenAI. Passano ventiquattro ore e Altman
riceve un'offerta di lavoro da Microsoft: dirigerà un nuovo dipartimento di
ricerca sull'intelligenza artificiale, questa volta interno alla multinazionale.
Il consiglio di OpenAI va in fibrillazione e comincia a nominare amministratori
delegati al ritmo di uno al giorno, ma la cosa non dura molto: con una lettera
il 95% dei dipendenti dell'azienda minaccia di licenziarsi se Altman non farà
ritorno, e la cosa costringe i vertici alla resa. Sam Altman è nuovamente a capo
di OpenAI. Che cosa ha generato questa "guerra civile" all'interno
dell'azienda? Le dichiarazioni dei principali protagonisti sono talmente ambigue
da aumentare la confusione al proposito, invece di ridurla. Per provare a
dipanare la matassa non resta che "unire i puntini". Per prima cosa,
ufficialmente, alla base del conflitto non ci sarebbero motivazioni economiche.
Resta il fatto che, come risultato, Microsoft ha rimesso "in sella" Altman e
porta a casa un posto dentro alla dirigenza di OpenAI. In secondo luogo, alla
base dell'"OpenAI Drama" ci sarebbe il conflitto che ha contrapposto gli
"accelerazionisti efficaci" (l’amministratore delefato Sam Altman e i suoi
fedelissimi) agli "altruisti efficaci" (di cui fa parte il direttore della
ricerca Ilya Sutskever). Se questi termini vi suonano strampalati, non vi
preoccupate: è lo stesso pressoché per chiunque non abiti nella Silicon Valley.
Per farla breve, queste due "scuole di pensiero", pur condividendo la fede
nell'imminenza della singolarità, hanno idee molto differenti su che cosa fare
nell'immediato: i primi vogliono premere l'acceleratore a tavoletta e confidare
nella "mano invisibile del mercato", i secondi lanciano appelli ai politici
perché intervengano immediatamente "contro qualcosa di più pericoloso degli
stessi armamenti nucleari". Negli stessi giorni in cui i giornali erano intasati
da questa telenovela, mi sono ritrovato a seguire online un'interessante
conferenza dal titolo "Come l'Ai promuove le diseguaglianze a livello globale",
tenuta presso l'Università di Groninga in Olanda. Dopo due anni di studi sul
campo in America Latina e Africa, questi erano i dati raccolti dai ricercatori.
La tecnologia che chiamiamo Ai si basa sui "minitask" come l'etichettatura
manuale dei dati (e su questo è d'accordo anche più d'uno degli "entusiasti"
dell'Ai, solo che lo considerano un problema da risolvere attraverso le prossime
generazioni di sistemi di intelligenza artificiale). Contrariamente a quanto
sostengono in Silicon Valley questi lavori non stanno diminuendo al crescere
delle capacità dell'Ai (che, quindi, non sembra diventare più "intelligente" al
passare degli anni), bensì sono in crescita esponenziale. L'intelligenza su cui
si basano sembra avere origine molto più umana che artificiale. Quello che si è
scoperto è che in parecchi casi, servizi propagandati al pubblico come
realizzati con l'Ai sono puri e semplici paravento per lavoro sottopagato svolto
nel “Sud del mondo” (è il caso delle telecamere antitaccheggio inglesi, le cui
funzioni Ai erano date da lavoro manuale in Madagascar). Si tratterebbe di
marketing dell'intelligenza artificiale, impegnato a presentare lavoro umano
come realizzato da macchine, al punto da coniare il termine real time training.
Termine utilizzato quando un umano si sostituisce alla macchina nell'interazione
con il cliente, istruendo l'Ai su come deve comportarsi nel futuro in tempo
reale. Ne consegue che i minitask alla base della gig economy (economia dei
"lavoretti") sono talmente in crescita che Amazon ha acquisito fin dai primi
anni 2000 una piattaforma, chiamata Mechanical Turk (Turco meccanico), che ha il
compito di aiutare le aziende a trovare questo tipo di manovalanza. Lucrando,
ovviamente, sull'impiego di persone pagate anche meno di 120 dollari al mese.
Quindi la ricerca, l'uso e la propaganda dell'Ai avvengono nel “Nord del mondo”,
ma il lavoro necessario a far "funzionare la magia" viene erogato dal Sud. Se ci
fosse mai un "blocco" temporaneo di internet l'intelligenza artificiale si
fermerebbe quasi subito. Questo significa anche che le nuove diseguaglianze
create da questo nascente "modello di business" si sovrappongono a quelle
precedenti e -spesso- le peggiorano. I lavoratori impegnati in minitask li
svolgono da casa, senza tutele sindacali e senza possibilità di crearsele (se
non attraverso la rete), spesso sono soggetti lavorativamente fragili come
anziani, donne e -purtroppo- bambini. Il problema più urgente, visto da qui, ci
sembra il fatto che questa "rivoluzione tecnologica" sia in mano a una manciata
di super miliardari. Questo significa che abbiamo un serio problema di
partecipazione e autodeterminazione, oltre che un gigantesco problema di
relazioni del lavoro. Come fare per risolverli? Accettare lo status quo come
durante l'era dei social media non è più un'opzione. Ci vuole un approccio
radicalmente diverso al design dell'Ai, che può partire unicamente
dall'abbandono dei racconti fantascientifici per concentrarsi sul cambiare il
modello di business che questa tecnologia induce. Stefano Borroni Barale,
classe 1972, è fisico teorico. Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid
(per Infn To), dopo otto anni nella formazione sindacale internazionale e una
(triste) parentesi nel privato, oggi insegna informatica in un Iti del torinese.
Sostenitore del software libero da fine anni 90, è autore per Altreconomia del
manuale di liberazione informatica “Come passare al software libero e vivere
felici” (edito nel 2003) e da ultimo de "L’intelligenza inesistente. Un
approccio conviviale all'intelligenza artificiale" © riproduzione riservata
L'articolo Sulla guerra in OpenAI e sull’intelligenza artificiale che promuove
le diseguaglianze proviene da Altreconomia.