Giacca giusta, cravatta, viso affilato e aristocratico, cappello costoso,
William S. Burroughs sembrava un Lord. Il Lord della disperazione; il Baronetto
del sottosuolo; il Principe della morfina.
La letteratura, si sa, nasce dal disastro, dalla morte.
E da una leggenda bugiarda.
Settembre 1951, Messico. Bisognerebbe scrivere una storia della letteratura
sugli scrittori che hanno sentito il bisogno di perdersi in Messico, in quei
meandri del delirio, che infernale ubriacatura, ce ne sono un mucchio, da
Antonin Artaud a Malcolm Lowry, da Carlo Coccioli a Hart Crane e Cormac
McCarthy.
Burroughs in delirio lisergico.
Piglia la pistola.
Mette il flûte in testa alla moglie, Joan Vollmer. 28 anni, viso da bambola.
William è più grande di un paio di lustri, ha studiato ad Harvard, rampollo
sregolato di una famiglia di ricchi; afferra l’arma, gioca a fare l’eroe, le
spara in faccia.
> “Poi ci fu quel terribile incidente con Joan Vollmer, mia moglie. Avevo un
> revolver che volevo vendere a un amico. Lo stavo controllando ed è partito un
> colpo: lei è rimasta uccisa. Qualcuno ha messo in giro la voce che stessi
> cercando di centrare un bicchiere di champagne sulla sua testa, alla Guglielmo
> Tell. Una cosa assurda e falsa”.
Verità, memoria e menzogna sono il fango mistico da cui esala l’esaltante
narrativa di Burroughs. Di certo c’è che Joan dà a William un figlio, nel 1947,
e che lui, scampando il processo, se ne scappa a casa di Paul Bowles, quello
del Tè nel deserto, a Tangeri. Lì, sgangherato dalla colpa, colto nel folto del
tremendo, Burroughs scrive il libro di culto, Pasto nudo, l’epos di un Ulisse
cocainomane, il regesto visionario di un malato (“La Malattia è la
tossicodipendenza e io per quindici anni sono stato un tossicomane”), la
stagionatura agli inferi di un cervello rimbaudiano in mescalina.
Pasto nudo diventò il Corano dei Beat, Burroughs l’Allah dei beatnik, Jack
Kerouac il suo profeta.
> “Jack Kerouac è stato fondamentale nell’alimentare il mio interesse per la
> scrittura. Tra l’altro, il titolo Pasto nudo si deve a lui: è stato un caso,
> naturalmente. Continuava a dirmi che dovevo fare lo scrittore, e io gli
> rispondevo che non sapevo niente di letteratura. Così ho davvero cominciato
> piuttosto tardi”.
Raffinato, viziato, vizioso, nessuno ha mai saputo descrivere adeguatamente
Burroughs. “Era un Raskol’nikov in cerca di tutte le cose che non si dovrebbero
fare. Voleva semplicemente provare tutto”, ha detto Allen Ginsberg. Certo. C’è
il delitto, l’immolazione nel castigo, la baraonda catartica, l’alchimia della
droga.
Nel 1963, a Parigi, prima di intervistarlo, Joseph Barry lo vede così,
> “Un tizio un po’ curvo, alto circa uno e ottanta; magro; un volto scarno che
> sembra un misto di Ralph Richardson e Buster Keaton”.
Insomma, un attore dell’assurdo. Su Village Voice, a declamarne il talento, uscì
questa didascalia:
> “Tossico e assassino formatosi ad Harvard, William S. Burroughs è stato un
> illustre decano della feccia… In misura maggiore di quanto non lo rendesse
> possibile la sua leggenda, era anche un uomo dal pensiero complesso,
> inquietante e visionario, profondamente paranoico e profondamente morale”.
Lui, teorico della letteratura come sprofondamento nella notte oscura dei sensi
e dei pensieri, era più sbrigativo, “sono robaccia – e sarò per sempre un
drogato”.
L’ennesimo paradosso di questo inafferrabile surfer dell’Lsd è che “odiava
rilasciare interviste” (così Sylvère Lotringer), solo che il tomo che
raccoglie tutte le sue Interviste, stampato da il Saggiatore, una specie di
monumento e di monolite, va avanti per 1200 pagine e passa (2018). Burroughs
stava meglio nel suo mondo immaginario, macerato a dovere dalla coca, più che in
quello reale. Lo intervistavano e lui balbettava, eludeva, rispondeva a
monosillabi, si perdeva in una amazzonia di metafore. A Londra, nel 1974, il
Duca della Beat generation dialoga con il Duca Bianco, David Bowie, e tartaglia,
farfuglia, William tratta la superstar come uno scrittore vero (“È piuttosto
sorprendente che siano testi così complessi, e che possano conquistare un
pubblico di massa…”), e Bowie fa spallucce, fa il falso modesto, come di fronte
al frontman dei fan (“Sono abbastanza sicuro che alla gente che ascolta le mie
cose non interessano i testi”).
Dunque, a cosa serve questa mole micidiale di interviste, colloqui,
registrazioni (un centinaio)? A fare l’elenco dei – rari – scrittori che
piacciono al guru dei fulminati, ad esempio. Sintesi magnetica:
> “C’è Joyce. Shakespeare, Rimbaud, alcuni scrittori di cui la gente non ha mai
> sentito parlare… Genet, naturalmente, ma la sua è una prosa francese classica.
> Non è un innovatore linguistico. Poi ci sono Kafka, Eliot e Conrad, che è uno
> dei miei preferiti”.
Legge con gusto Graham Greene, legge Le Carré (“proprio un bravo scrittore”),
non gli parlate di 1984 (“sembra quasi naif, alquanto obsoleto”), è lucidamente
crudele riguardo a Hemingway (“Le nevi del Kilimangiaro penso che sia un grande
racconto. Se prendi invece cose come Verdi colline d’Africa e Di là dal fiume e
tra gli alberi, la sua immagine ha preso il sopravvento. L’eccesso di immagine è
molto pericoloso per uno scrittore”), ama H.G. Wells (“mi è sempre sembrato uno
dei migliori”) e C.S. Lewis (“Un altro che mi piace moltissimo.
In Quell’orribile forza e Lontano dal pianeta silenzioso ho trovato molte
analogie con le mie idee”), offre una fulminante esegesi di Céline:
> “Mi pare che i fraintendimenti dei critici rispetto alla sua opera siano
> simili a quelli che investono anche i miei lavori: dicevano che fosse un
> diario della disperazione ecc. Io la trovavo invece molto divertente. Penso
> che sia in primo luogo uno scrittore umoristico”.
Quanto al resto, Burroughs, dal suo Nirvana nitido come un urlo, ha capito, già
allora, che la frustrazione è la molla del capitalismo (“La celebrazione totale
del piacere assoluto significherebbe la fine del sistema. Se davvero fossimo
tutti appagati sessualmente, il bisogno di automobili e televisioni
diminuirebbe”), disprezza indolentemente i politici (“Trovo insulso il loro modo
di pensare, così rivolto all’esterno, orientato sull’immagine, sul potere. Mi
annoiano; non li odio”), vorrebbe fare la rivoluzione con i Rolling Stones (“I
Rolling Stones si considerano dei rivoluzionari? Certo che sì, baby. Cercano di
aiutare in tutti i modi, e sono dalla nostra parte, completamente”), inaugura un
ambientalismo radiosamente radicale (“L’uomo è un cattivo animale. Prima
distrugge la razza umana, poi gli animali, infine l’ambiente”).
Quando gli chiedono che razza di vita selvaggia abbia vissuto, Burroughs, con
educazione, blocca chi lo interpella, “La maggior parte del tempo l’ho passata
alla macchina da scrivere e non a tenermi impegnato con chissà quali
spumeggianti accadimenti”, dice. E se uno pensa che William sia un contorto
nichilista, mostrificato dal nulla, sbaglia, “Se non fossi sorpreso della tua
vita, non saresti vivo. La vita è una sorpresa!”, grida.
Così il decano degli sballati decanta l’esistenza, compila il suo folle inno
all’ottimismo.
L'articolo Ulisse cocainomane, Raskol’nikov dei Beat. Vita eccentrica di William
S. Burroughs, un ottimista proviene da Pangea.
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Lunedì 24 Marzo alle 11:30, Santigna intervisterà Ninni Bruschetta, tra i
protagonisti di Spettacolo falso e non autorizzato (A mirror), in scena alla
Sala Umberto di Roma fino al 30 Marzo.
> Con un meccanismo geniale, esilarante e imprevedibile di
> teatro-nel-teatro-nel-teatro – a metà fra Pirandello e Rumori fuori scena –
> “Spettacolo falso e non autorizzato (A Mirror)” arriva in Italia, dopo
> l’enorme successo inglese, con un cast d’eccezione e un adattamento
> sorprendente. Affrontando temi come la libertà di parola, l’autoritarismo e la
> censura, è un elettrizzante thriller dark ad alto tasso di ironia e adrenalina
> in cui il pubblico deve essere pronto al coinvolgimento in prima persona.
SALA UMBERTO
Via della Mercede, 50, 00187 Roma – prenotazioni@salaumberto.com
18 – 30 Marzo 2025
Da martedì a giovedì ore 20.30, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17
DURATA 1 ora e 40 min senza intervallo
prezzo biglietto da 34€ a 22€ disponibili su www.salaumberto.com –
www.ticketone.it
>
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Che ruolo ha oggi la spiritualità nella letteratura? Sei scrittori italiani –
Francesca Matteoni, Giulio Mozzi, Paolo Pecere, Vanni Santoni e Alessandro
Zaccuri…
L'articolo La realtà e l’attraversamento. Lo spazio “spirituale” nella narrativa
italiana contemporanea sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
Tecnico del suono, produttore artistico e discografico, nonché musicista e
docente, Eugenio Vatta è sulla scena musicale italiana e internazionale da molto
tempo. La breve biografia presente sul sito del Saint Louis College of Music può
dare l’idea della ricchezza e della varietà dei progetti intrapresi da Vatta nel
corso della sua carriera, iniziata da giovanissimo. Ma iniziamo subito la nostra
chiacchierata per aggiornarci sulle tappe più recenti del suo percorso.
Ciao Eugenio, dalla nostra precedente intervista su Slowcult sono passati ben
nove anni: è giunto il momento di aggiornare il curriculum delle tue prestigiose
collaborazioni! Puoi farci qualche nome e raccontarci com’è andata?
Il mio lavoro, dopo tanti anni, si sta spostando verso la composizione, la
syntologia e l’insegnamento.
Attualmente collaboro con il Saint Louis College of Music di Roma in qualità di
docente per il corso di laurea magistrale in tecnico del suono e il corso di
sound design.
La vera novità è il mio avvicinamento al sound design e al mixage di film. Per
chi viene dalla musica il suono vuol dire abbinare suoni e ruoli mentre per il
film vuol dire trasmettere emozioni sonore. Mixare bene un film ti fa entrare
nei personaggi: ogni volta devi poter adeguare il materiale sonoro per dare un
filo conduttore omogeneo e continuo. Per me è un lavoro artigianale in cui cerco
il più possibile di non far entrare “auto mix” o miriadi di plug-in con AI. Ho
missato due film per un giovane regista, Tomaso Aramini, che hanno ricevuto
molti premi: “Le scarpe dimenticate” e “Pensando ad Anna”. La cosa più bella per
questi film, oltre al missaggio, è stata poter realizzare in qualità di
musicista la colonna sonora e il sound design.
Altra collaborazione è stata quella con Framex con cui ho missato insieme a
Federico Tummolo i film “Quando corre Nuvolari” di Tonino Zangardi e “ Le
memorie di Giorgio Vasari” di Luca Verdone. Con Imago ho missato “Il diritto
alla felicità” e “Come ogni mattina” di Claudio Rossi Massimi. Non sono mancati
cortometraggi e video sperimentali.
Un’altra esperienza importante sono stati i mix delle musiche per il programma
tv “Il cantante mascherato”. In questo caso la vera sfida è missare anche sei e
più brani in un solo giorno con tanti musicisti e sapersi relazionare
rapidamente con i collaboratori.
Una collaborazione importante è quella nata negli ultimi anni con Pino Pintabona
della Black Widow, un’etichetta di musica prog in tutte le sue accezioni. Per
loro realizzo tutti i master sia per vinile che per cd e streaming. Il mio è
l’ultimo passaggio che deve dare anche un’identità all’etichetta. Seguito
comunque a fare master per molti artisti anche al di fuori di questa etichetta.
Tra le altre produzioni questi ultimi anni ho continuato a collaborare con
Enrico Pieranunzi e Stefano Cardi realizzando progetti per la Brilliant. Con
Carlo Crivelli ho registrato le musiche orchestrali per il film “Il primo
Natale” di Ficarra e Picone e “Io sono tempesta” di Daniele Luchetti. Ho
collaborato anche con Sergio Cammariere, Enrico Olivanti, Leonardo Mirenda,
Luigi Cinque e Stefano Saletti, Dario Piccioni, Lorenzo Ditta, Elga Paoli, Nuove
Tribù Zulu, Traindeville, Giuseppe Moffa, Filippo Clary, Fabiana Rosciglione e
Enrico Solazzo oltre a tanti altri amici musicisti che conosco da sempre.
Ho realizzato i mix e mastering di un un progetto di musica acustica per lo più
di strumenti a corda, “Vela”con Filippo di Laura e Andrea Filippucci. Con
Filippucci abbiamo composto insieme un album, “Interlacement”.
Per la Glacial Movements con Andrea Benedetti abbiamo realizzato un album, “The
Journey”, a nome del nostro vecchio gruppo anni 90, Frame. Ultimamente mi piace
anche missare e partecipare a progetti di vecchi amici che non hanno mai smesso
di amare la musica. Quello che realizziamo non ha pretese commerciali e per
questo è una vera libertà.
Non mancano le produzioni indipendenti come “Flowing chords”, Francesco
Sacchini, Margherita Flore e Corrado Filipputti con cui collaboro da anni e
tanti altri giovani che vanno premiati per la loro bravura e la scelta di fare e
produrre musica in un momento così difficile e poco remunerativo.
Ultimamente grazie a un amico storico, Alberto Fracassi, ho provato anche a fare
dei video con il programma Reaper e mi sono molto appassionato. Per la musica
uso miei brani realizzati utilizzando Pro Tools in maniera creativa e non
fonica… spero di pubblicarli presto.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale il tuo lavoro – come del resto
quello di tutti noi – è destinato a cambiare: cosa prevedi per il futuro?
L’intelligenza artificiale mi spaventa poco: credo che l’esperienza di tanti
anni non possa essere facilmente sostituita. Mi ricordo che l’uscita delle
batterie elettroniche sembrava dovesse sostituire i batteristi… e invece oggi ce
ne sono sempre di più.
I synth virtuali orchestrali avrebbero dovuto soppiantare le orchestre – paura
che si ebbe già con il Mellotron negli anni ’70 – e invece il suono vero ancora
la fa da padrone. Negli anni ’90 iniziavano i primi programmi di arrangiamento
automatico dei brani: mi ricordo “Band in a box” con cui impostavi stile,
formazione e accordi e in poco tempo avevi un risultato. Il programma finì per
essere usato solo da chi faceva piano bar… L’umano, fortunatamente, è
insostituibile.
Sicuramente l’AI è un buon avversario da battere o da tenere come alleato. Nella
fonica ci sono molti plug-in a cui dai delle direttive e il plug-in esegue il
tutto. Anche io talvolta li uso ma solo per avere una prima idea di partenza –
per esempio di master – da superare.
Non sono contrario a queste nuove tecnologie: penso che sia giusto saperle usare
nel migliore dei modi, rendendole personali. Molti nuovi plug-in, del resto,
rappresentano una evoluzione importante soprattutto nel mondo del restauro
audio. Mi mettono invece un po’ paura i plug-in che, grazie all’intelligenza
artificiale, riescono a separare in Stem tutti i brani. Questo procedimento lo
trovo utile per la didattica ma pericoloso per le composizioni. Probabilmente
prima o poi ci stuferemo della musica “impacchettata” e si ritornerà a suonare
di più… come se il suonare fosse una situazione vintage.
Sei anche impegnato come docente alla scuola di musica Saint Louis di Roma, una
delle più celebri e frequentate della capitale: come ti trovi nelle vesti di
insegnante? Quali sono le sorprese che ti ha riservato questa esperienza?
L’insegnamento per me non è una nuova esperienza anche se finora ho fatto corsi
Europei ad hoc o corsi a breve termine per la regione Lazio. Insegnare mi è
sempre piaciuto. I miei primi strumenti li ho acquistati facendo ripetizioni di
matematica. Avevo 14 persone che venivano a lezione e grazie a loro ho potuto
saldare il mio primo debito con la musica.
Con Stefano Mastruzzi, direttore del Saint Louis, ho realizzato un progetto con
orchestra e piano solo di Amedeo Tommasi. Esperienza bellissima e ottima
collaborazione. In quella occasione Mastruzzi mi ha chiesto di entrare a far
parte della squadra accanto alla pluripremiata sound engineer Marti Jane
Robertson. L’esperienza è stata bella, è stato importante anche il confronto con
una collega così navigata!
Nell’insegnamento cerco sempre di far innamorare gli studenti del proprio
lavoro. Ancora oggi, alla fine di una lavorazione, ringrazio sempre perché
lavoro e so che ho fatto ciò che desideravo fare, mettendoci tutto l’impegno.
Cerco di trasmettere questo e far capire che il nostro lavoro è un po’ come
quello di un artigiano che conosce la tecnologia ma alla fine sa far contare
l’immagine sonora che ha in testa e ha la giusta maniera di relazionarsi con chi
commissiona un lavoro e con chi collabora con lui.
Con gli studenti faccio molto DE Mix: ascoltiamo brani anni ’70, ’80, ’90, 2000
e oltre, provando a tirare giù uno spartito fonico. Cerchiamo di capire quali e
come sono stati registrati gli strumenti e quali erano le tecnologie di
quell’epoca. Non mancano i mix che facciamo partendo da zero, in cui ognuno deve
esprimere il proprio sentimento.
Grazie ai ragazzi mi sono spinto anche a seguire i reel di Instagram per trovare
un linguaggio più simile al loro. Insegnare è sempre un dare e avere. Molti
ragazzi si sono laureati con me e spero di continuare a seguire tanti altri
progetti e lauree.
Cosa pensi della nuova generazione di musicisti e fonici? In che modo il loro
“orecchio” è diverso dal nostro?
Grazie proprio all’insegnamento ho capito che i nuovi fonici e musicisti hanno
spesso pilastri meno solidi di quelli che abbiamo avuto noi. Ascoltano molta
musica ma ci si soffermano assai meno di noi. Per noi, ascoltare musica voleva
dire comprarla o condividerla passando giornate con gli amici davanti a un
giradischi… per loro è tutto a disposizione.
Noi compravamo macchine hardware molto costose e loro vivono di virtuale con i
plug in, hanno strumenti più accessibili. Questo dà loro sicuramente il
vantaggio di avere un panorama più vasto ma spesso le idee sono confuse.
L’approccio alla musica è cambiato: molti ragazzi alla fine finiscono per
lavorare nei live o nella post produzione audio-video e i musicisti a fare gli
insegnanti prima di essere stati veri artisti.
Per lo più producono – infatti oggi il termine tecnico del suono è stato
sostituito da producer. L’importante è che la musica sia sempre un elemento
aggregante. Non sono contrario alle nuove tendenze e credo che per ogni genere
ci sia il momento adatto. Molti nuovi musicisti hanno un atteggiamento
aggregativo molto simile a quello che avevamo noi negli anni ’80. Lavorano in
gruppo e fortunatamente il ruolo “One Man Band”, classico della musica
elettronica, sta stancando. Il loro modo di avvicinarsi ai brani spesso è troppo
tecnico o senza una immagine precisa del risultato finale però hanno tante vie e
tante possibilità che li portano verso un diverso e nuovo risultato. Sono un po’
schiavi della tecnologia anche se iniziano a padroneggiarla. Si sta tornando ad
una forma di fusion come vera e propria fusione dei generi.
Qual è il disco uscito negli ultimi anni che vorresti consigliare agli
ascoltatori di Radio Città Aperta?
Con alcuni amici abbiamo preso l’abitudine di vederci la sera e a turno
ascoltiamo vinili e file con un buon ascolto e una sala per ascoltare anche a un
buon volume. Sono tanti i brani belli. Molto bello è stato ascoltare l’ultimo
disco di Peter Gabriel, gli Xtc, David Byrne, King Crimson, David Sylvian, Pink
Floyd, Quadrophenia e tanti altri – tra cui i nostri prodotti… ultima produzione
in arrivo, “Calci”.
Grazie a mio figlio ho conosciuto meglio Kendrick Lamar, rapper americano che
con la sua musicalità fa veramente la differenza. I suoi dischi hanno una fonica
molto efficace ma anche creativa. Posso però dire che ultimamente mi è capitato
di riascoltare un vecchio album di Alan Parsons Project, “The Turn of Friendly
Card” (1980), e ho ammirato molto la registrazione e il missaggio… qualche
lacrimuccia c’è stata.
Intervista di Ludovica Valori
The post Il lavoro del fonico nell’era dell’AI – Intervista a Eugenio Vatta
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