O gni scrittore ha la sua scena primaria. Quella di Ingeborg Bachmann fu
l’ingresso delle truppe naziste a Klagenfurt nel marzo 1938, immortalata prima
nel racconto Giovinezza in una città austriaca, in cui lamentava un Paese che
“sta per vendersi, per vendere anche il cielo che viene tirato da tutte le parti
fino a che non si squarcia mostrando una voragine nera”, e ripercorsa poi nelle
conversazioni di In cerca di frasi vere (1989), dove in “quell’immane brutalità,
quel vociare, quel cantare e marciare” rilevò “il sorgere della [sua] prima
angoscia mortale”. Un contributo decisivo e sui generis a questa mitizzazione si
ha nella biografia atipica che lo scrittore tedesco Uwe Johnson, amico stretto
di Bachmann, tratteggia in Un viaggio a Klagenfurt (1974), resoconto
frammentario e discontinuo sulla memoria collettiva di una città ancora collusa
con i fantasmi del nazismo, un testo dove la lettura del trauma collettivo passa
per l’esperienza e la memoria private, scritto nel tentativo di elaborare il
lutto per l’amica prematuramente scomparsa. Va precisato che la presenza di
Bachmann nel capoluogo carinziano in quel giorno fatale fu successivamente
smentita dalla critica, ma la scelta di collocare l’esperienza fondativa della
paura, del tradimento e della rimozione in un’immagine mnemonica dove la memoria
privata e quella collettiva coincidono divenne centrale non solo per la
biografia, ma anche e soprattutto per l’esegesi delle Todesarten, il ciclo
incompiuto in cui la violenza storica dei totalitarismi si riflette nei traumi
invisibili e nell’annientamento psicologico delle protagoniste all’interno della
sfera privata.
Il primo testo del ciclo, il romanzo Malina (1971), rappresentò sin dalla
pubblicazione un punto di rottura e una sfida per l’interpretazione: parte delle
prime recensioni derubricarono il suo contenuto a “storia di una nevrosi” o
“autobiografia isterica”, ma con il tempo acquisì lo status di culto per la sua
capacità di farsi osservatorio letterario di una serie di dinamiche sociali
passate sotto silenzio nell’Austria degli anni Settanta, esperite nelle loro
conseguenze estreme da un io narrante contraddittorio e sfuggente, colto nella
sua frammentazione. Così, il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato
Ivan, che si consuma sotto lo sguardo indagatore dell’enigmatico coinquilino
ungherese Malina, scompare presto dietro l’intenzione dell’autrice di
rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture,
ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca
contraddizioni e dilemmi della società stessa.
Il parossismo del male individuale e collettivo giunge nel nucleo perturbante
del romanzo, il capitolo Il terzo uomo, conosciuto anche come Traumkapitel,
sequenza di sogni e visioni al cui centro si staglia la figura di un padre
onnipotente e autoritario che annienta fisicamente e simbolicamente la
figlia-narratrice. Le implicazioni sociali più ampie di questa rappresentazione
sono state messe in luce da studiose come Helgard Mahrdt, che attingendo alla
Scuola di Francoforte ha esteso ai testi in prosa di Bachmann il principio che,
sulla scia di Habermas, vede la violenza e l’oppressione come momenti
strutturali della sfera pubblica e di quella privata, evidenziando similitudini
e continuità nella rappresentazione delle invisibili linee di demarcazione che
escludono le donne dalla prima. La scelta stessa dei luoghi rappresentati
ricalca i confini invisibili che scandiscono la sfera pubblica e le conseguenze
psichiche dell’esclusione: uno su tutti, l’esempio dei Männerstammtisch ritratti
nel racconto Tra pazzi e assassini, le tavolate di aggregazione maschile che
fungevano da pinnacoli dell’omosocialità viennese durante il secondo dopoguerra.
> In Malina il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan scompare
> dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima
> persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre
> più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società
> stessa.
Uno dei passaggi di Malina più frequentemente citati è infatti “La società è il
più grande teatro del delitto”. L’obiettivo di Bachmann, attraverso
l’introduzione di un narratore ibrido caratterizzato da un’identificazione
parziale e a tratti sovrapposta con l’amico e coinquilino Malina, è quello di
trasmettere in tutta la sua gravità “il peso di una cultura che esige una tale
scissione interiore sia dai suoi autori che dai suoi cittadini, una cultura in
cui la riconciliazione tra emozione e intelletto non è più possibile”. In tal
modo, e in tutti i testi delle Todesarten, l’emergere nella sfera privata
dell’esperienza della guerra, del nazismo e dello sterminio di massa rimossi
dalla narrazione pubblica “mette radicalmente in discussione il postulato
centrale della sfera pubblica borghese, la capacità di organizzare la società
secondo regole e leggi razionali e vincolanti”. E benché in una cospicua fetta
di critica la causa della malattia femminile venga spesso rinvenuta nella
dominanza maschile, la letteratura secondaria su Bachmann ha il pregio di
mantenersi vigile sul potenziale patogeno che la società ha sull’individuo e
sulle conseguenze psichiche della sua esclusione dalla sfera pubblica. Manca
tuttavia di porre il rimosso al centro della discussione sociopolitica, e di
osservare come gli elementi che hanno interessato la critica possono facilmente
essere riuniti in una lettura più ampia. I testi delle Todesarten rivelano come
i disturbi delle protagoniste femminili, ascritti spesso a semplice isteria,
siano un prodotto sociale in duplice senso, poiché Bachmann non si limita a
riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di
potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere
sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.
Analogamente al pensiero di alcuni filosofi come Lacan e Althusser, nelle
Todesarten il soggetto è il prodotto di un discorso, una struttura simbolica che
nondimeno definisce e codifica un determinato legame sociale, al punto che in
Bachmann, rileva Michèle Pommé, dietro i numerosi parallelismi con gli scritti
di Freud emerge un concetto distinto di malattia, che identifica la sofferenza
isterica come una sofferenza causata da strutture di potere predeterminate.
Bachmann attribuisce infatti la malattia non alle donne ma alle strutture
sociali, scegliendo invece di rappresentare l’intreccio di storia individuale e
umana fondato sui sintomi psicosomatici delle sue protagoniste: in tal modo, il
corpo isterico funge da simbolo collettivo del ricordo, da sintomo di una
società malata e corrotta, che quando correttamente esaminato riflette
sull’esclusione sociale guardando non alla patologia in sé, bensì a una
possibile teoria del significato e pratica di decifrazione.
L’esclusione dell’io narrante dal discorso sociale non concerne però il solo
sapere medico. La riflessione sugli effetti di corruzione del discorso interessa
anche le relazioni affettive, investite dello stesso carattere patologico della
diagnosi medica, di quella malattia, scrive Sandra Frieden, caratterizzata dalla
disponibilità della donna ad adattarsi ai desideri dell’uomo, che si aspetta un
simile accomodamento – in altre parole, dallo sforzo destinato a fallire di
adeguarsi ai codici di condotta socialmente accettati e alle prescrizioni
maschili, ma che nel tentativo stesso di restaurare la promessa di totalità
afferma un principio di verità sul reale del mondo che l’ha escluso.
> Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture
> sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino
> alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della
> classificazione della malattia.
L’io narrante di Bachmann, quindi, altro non è che il tentativo di istituire un
soggetto che getti le proprie fondamenta fuori dal discorso dominante, fino a
ricusare il discorso stesso: l’identificazione della narratrice senza nome di
Malina come sintomo e scarto della società riconosce nell’infimo punto di
esclusione la falsità della posizione universale (e neutrale) che la
costituisce, proprio come il sintomo, in psicoanalisi, sovverte l’Universale di
cui esso stesso è l’esempio. In Il soggetto scabroso (1999), Slavoj Žižek rileva
come ogni critica politica autentica muova da questo nucleo impossibile, dalla
rivendicazione e dall’identificazione con “il punto di eccezione intrinseco,
l’‘infimo’ dell’ordine positivo concreto”, e sovverta l’egemonia dal suo punto
di esclusione: “In una società strutturata gerarchicamente, la misura della vera
universalità va rintracciata nel modo in cui le parti entrano in rapporto con
quelle che si trovano ‘sul fondo’, escluse da tutte le altre”.
Non a caso, una cospicua parte delle Todesarten tratta la molteplicità delle
politiche di esclusione messe in atto dalla società austriaca. Se è vero che i
personaggi sono vittime di un principio di oppressione di cui il padre è il
rappresentante, bisognerebbe elaborare allo stesso modo un’interpretazione
attenta al contesto e al significato della rivendicazione della vittima in
letteratura e nell’arena politica. Fra i tentativi in tal senso spicca lo studio
Nicht Ich (1990) di Christina von Braun, che vede nel sintomo isterico
l’espressione individuale di una sofferenza collettiva e il tentativo di
combattere la causa di tale sofferenza, e che riscontra nel Traumkapitel e nelle
lamentazioni di un io narrante che non riesce a esprimersi con una logica
diversa da quella del sintomo su avvenimenti, concetti e persone per cui
nell’ordine sociale, nel registro simbolico fondato dal linguaggio, sono da
leggersi come il punto di incontro tra il destino del singolo e la “grande
Storia”, ovvero come ripercussioni degli sviluppi storici sulla psiche
individuale.
Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
parlano o vengono interpellati. Bachmann rompe allora le convenzioni della
prassi autoriale, affranca l’Ich dal ruolo di vittima o complice in cui era
stata costretta dall’ordine paterno e le consente di superare quella follia
causata dalla speranza nel “buon padre” che per contrasto, nella perdita del
padre, causa la perdita della realtà per la figlia.
Se, come dichiarato dall’autrice nel 1973, il fascismo “non comincia con le
prime bombe che vengono lanciate” ma inizia nei rapporti tra le persone, al
punto di essere “l’elemento primo fra uomo e donna”, la scelta di palesare la
violenza insita nel dominio di genere è complementare alla sperimentazione
formale atta a superare questo dualismo nella voce narrante. L’identità ibrida
della voce autoriale, scissa tra l’emotività dell’io e l’identificazione
intellettuale con Malina, ricostruisce l’ordine paterno e rende visibili al
lettore le sue disfunzioni e le sue crepe. La questione dell’autorialità si
risolve con il frapporre un velo tra la donna e l’autrice, nell’anteporre la
trasparenza del meccanismo sociale alla rivendicazione soggettiva: pertanto, le
descrizioni dei turbamenti isterici della narratrice e la denuncia degli orrori
del nazismo e del discorso paterno smascherano la violenza del discorso del
padre, del padrone e della patria proprio perché rappresentati come sogno, e
diventa così possibile leggere il Traumkapitel come una presa di commiato dal
supporto ideologico che fino ad allora dava consistenza alla realtà.
La realizzazione che l’uomo del sogno non è suo padre ma il suo assassino
innesca la perdita di realtà in grado di attraversare il fantasma sociale
intessuto intorno alla nazione e alla figura paterna. Qui ci viene incontro la
psicoanalisi, secondo cui il fantasma ideologico ha la funzione di supportare il
senso di realtà del soggetto, ma se viene meno l’immagine fantasmatica, nota
Žižek, il soggetto subisce una disgregazione, una perdita di realtà, e inizia a
percepire l’esistente come un irreale universo da incubo senza alcuna stabile
fondazione ontologica. La sequenza onirica di Bachmann, che mette in scena la
storia di una distruzione soggettiva nella sua rilevanza collettiva, fa sì che
il soggetto porti a compimento il superamento del padre liberandosi dalla
dipendenza del ruolo di figlia, ma in quella rappresentazione grottesca e
orrorifica dello sterminio di massa, del cimitero delle figlie e dell’omicidio
stesso, a essere raffigurato “non è ‘puro fantasma’, ma ciò che rimane della
realtà dopo che essa è stata privata del suo supporto fantasmatico”.
> Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
> fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
> regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
> parlano o vengono interpellati.
E giacché il fantasma, in Lacan, per essere operativo deve rimanere implicito,
il Traumkapitel rende l’invisibile continuità tra pubblico e privato, tra un
presente di sopraffazione di genere e un passato recente ancora non elaborato,
il nucleo a cui il fantasma ideologico deve sopperire. Se anche nel precursore
Tra pazzi e assassini la situazione narrativa è complicata dal fatto che
“oggigiorno, le persone non possono più essere facilmente classificate come
‘l’una’ o ‘l’altra’ come era possibile durante il regime nazista”, il problema
centrale della dialettica tra carnefici e vittime di Bachmann non diventa più il
tratto unario che demarca la differenza tra le categorie.
La lettura della scena primaria delle truppe a Klagenfurt suggerita dallo
storico austriaco Gerhard Botz propone un’interpretazione dell’avvenimento su
due piani, che ricalcano i livelli testuali della narrazione in Malina e il
processo di interpellanza e riconoscimento che cattura un soggetto in
un’ideologia, ovvero “la rivolta pseudorivoluzionaria dei nazionalsocialisti
austriaci (dall’interno) e l’invasione militare delle truppe tedesche
(dall’esterno)”. E sebbene sia Johnson che una frangia della critica abbiano
attirato delle obiezioni per una versione dei fatti viziata da uno “sguardo
tedesco”, per definizione estraneo e deviante dalla realtà dei fatti austriaca,
ad animare l’interesse di Botz è non soltanto l’irruzione dello straniero
“dall’esterno”, ma anche il suo rispecchiamento “dall’interno”, dall’irruzione
dell’“altra parte” nella loro stessa Carinzia, in Austria, a fornire un esempio
di quella duplicità e di quel misconoscimento feticistico che hanno
caratterizzato la disposizione d’animo austriaca nei confronti della propria
narrazione nazionale nel secondo dopoguerra.
Teorizzato per la prima volta da Octave Mannoni nella distinzione tra foi (fede)
e croyance (credenza), il concetto di misconoscimento feticistico traccia un
discrimine nella compartecipazione o nel distacco rispetto alla sostanza di
quanto creduto, oltre che all’investimento libidico risultante dalla propria
scelta. È un godimento scaturito dall’interazione tra conoscenza e fissazione su
un’illusione alimentata dal desiderio, di chi dispone di una maggiore conoscenza
grazie a cui è possibile prendere le distanze dall’illusione in questione, pur
manifestando nei suoi confronti una certa devozione. Ebbene, Botz rileva la
medesima duplicità nell’Austria del secondo dopoguerra: traslando il punto
d’impossibilità nella scissione tra le tesi ugualmente autoassolutorie
dell’Opfernation (nazione-vittima), che vedeva l’Austria dell’Anschluss come
prima vittima del nazismo, e l’enfasi sulla resistenza al regime totalitario,
egli nota come la nazione avesse “iniziato a risolvere uno dei suoi due problemi
fondamentali alla base della sua fondazione – la ricostruzione dell’identità
statale-nazionale e la democratizzazione sociale – a costo di non affrontare
realmente l’altro”.
La principale differenza con la letteratura del primo dopoguerra, con i campioni
dell’Austria felix del Mito asburgico (1963) di Magris, è l’accettazione della
mancanza strutturale dell’Altro (sul concetto di “Altro barrato” si veda M.
Recalcati, Jacques Lacan La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, 2016,
pp. 372-74), che gli scrittori e i cittadini dell’Impero assumevano nondimeno
con la giusta leggerezza, consapevoli che non esisteva alcuna narrazione con cui
identificarsi, mentre i contemporanei di Bachmann credono nella nazione
attraverso l’Altro, per procura, e delegando l’impegno che l’elaborazione del
proprio portato collettivo comporta, in un perfetto esempio di interpassività.
Il concetto, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per
spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti
performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per
definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”, un atteggiamento
che divide il soggetto tra una falsa pretesa di attività e la verità della
posizione passiva incarnata nell’oggetto del disconoscimento.
> Il concetto di interpassività, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco
> Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla
> delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione
> politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso
> l’altro”.
Anche il mito può prendere la forma dell’illusione dell’altro, poiché grazie al
mito i membri di una cultura possono prendere le distanze dal contenuto
culturale della loro credenza. Esisterebbe, teorizza Pfaller, anche una sorta di
“interpassività” del mito, di un’illusione collettiva che serve da collante
sociale in un’ideologia condivisa come quella fascista. Seguendo questo
ragionamento, si può affermare che la tesi dell’Opfernation facilitò un agile
ripristino delle precedenti strutture di potere sotto il segno dell’assoluzione
collettiva, distogliendo tuttavia la nazione “dal venire a patti con il passato,
includendo autori e vittime in una comunità di vittime austriaca ingannevole”.
Se allora, come afferma la psicoanalisi (S. Žižek, “Lacan’s Four Discourses: A
Political Reading”, in Desire of the Analysts, 2008) quando un gruppo genera un
pazzo trasferisce su di lui – o, nel caso di Bachmann, su di lei – l’obbligo di
sopportare passivamente la sofferenza che spetta a tutti loro, i turbamenti
dell’io narrante di Malina appaiono non più soltanto come prodotto esplicito del
potere impersonale e crudele di un individuo (o due, se al padre si accosta la
figura di Ivan), come sembrerebbe a una prima lettura, ma come la conseguenza
implicita di un disconoscimento sociale di cui lei sola deve portare i segni.
Le strategie adottate da Bachmann nelle Todesarten e, in misura minore ma più
diretta, in Tra pazzi e assassini, servono ad aprire gli occhi sulla coscienza
“scissa” di molti austriaci: nelle parole di Botz
> il rapporto degli austriaci nel loro complesso con il proprio passato nazista
> è ancora frammentato in un duplice senso. Da un lato, la denazificazione
> giudiziaria e amministrativa, almeno per alcuni anni, aveva determinato una
> netta rottura di continuità; per questo motivo, a partire dagli anni ’70 non
> si registravano praticamente più dichiarazioni aperte a favore del
> nazionalsocialismo né fenomeni neonazisti degni di nota. Allo stesso tempo,
> però, nella grande massa della popolazione continuavano a persistere, con
> poche modifiche o del tutto intatti, elementi della visione del mondo nazista
> e di quella mentalità «paranazista», senza la quale il nazionalsocialismo non
> avrebbe avuto un impatto così ampio ed efficiente in tempi di crisi,
> soprattutto nella tradizione popolare dei tavoli da birreria e delle
> associazioni di reduci.
Così, l’elemento fantasmatico culturalmente specifico in Malina, la compresenza
onirica di nazismo, violenza familiare e memoria traumatica, inscena questo
fantasma sociale in un incubo le cui alternative sono morire per mano del padre,
credendo al mito nazionale e riconoscendosi nel ruolo di figlia-vittima, o
riscuotersi da esso, ma privi delle coordinate di realtà, in balia della più
totale incertezza ontologica. Riconoscersi, in quanto soggetto, come il
destinatario della chiamata ideologica permette all’individuo, uomo o donna che
sia (un esempio su tutti è Antoinette Altenwyl, citata di frequente come esempio
del “buon ordine austriaco”) di strutturarsi all’interno di un fantasma
condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della
solidarietà nella colpa.
Dai Männerstammtisch di Tra pazzi e assassini alla cristallizzazione
dell’autorità nella figura impersonale del Padre-Assassino in Malina, la
ripartizione di Bachmann tra la facciata rispettabile della società e il suo
rovescio osceno dimostra che, come avrebbe spiegato Žižek qualche anno più
tardi, a tenere insieme una comunità non è tanto “l’identificazione con la Legge
che regola i ritmi quotidiani ‘normali’ della comunità, quanto piuttosto
l’identificazione con una forma specifica di trasgressione della Legge. La
comunità nazista si basava sulla stessa solidarietà nel senso di colpa derivante
dalla partecipazione a una trasgressione comune: essa emarginava coloro che non
erano pronti ad assumersi il lato oscuro dell’idilliaca Volksgemeinschaft, i
pogrom notturni, le percosse agli oppositori politici – in breve, tutto ciò che
‘tutti sapevano, ma di cui non volevano parlare ad alta voce’”.
> La figura del padre-prevaricatore in Malina può leggersi come una
> riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
> Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
> allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli
> austriaci nel dopoguerra”.
La solidarietà del gruppo dominante, della nazione, è rafforzata dal
misconoscimento comune dei soggetti, dal momento che le regole non scritte che
fanno da supporto al potere lo sostengono soltanto finché restano nell’ombra,
finché mantengono una distanza rispetto alla trama simbolica visibile che ne
costituisce il fondamento. Se l’esperienza del nazismo e dell’Olocausto è resa
esplicita, come accade nella rappresentazione di Bachmann e, in seconda battuta,
nella ricostruzione di Johnson, nella sua mappa della rimozione nella
toponomastica e nella memoria collettiva di Klagenfurt, viene messa a nudo la
Unfähigkeit zu trauern, l’incapacità di elaborare un lavoro del lutto e, per
estensione, scrive Luigi Reitani nella sua postfazione a Un viaggio a
Klagenfurt, “di investire energie nella politica dopo il tramonto del sogno
criminale nel terzo Reich”.
La figura del padre-prevaricatore in Malina, allora, può leggersi come una
riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci
nel dopoguerra”, osserva la germanista Monika Albrecht. Il bisogno di
assoggettarsi al padre e il tentativo (fallito) di conformarsi, sono gli impulsi
opposti che attraversano l’io narrante nell’istante esatto dell’interpellanza:
riconoscersi o meno come destinatario della chiamata ideologica permette al
soggetto di strutturarsi all’interno di un sistema ideologico condiviso, sia
esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella
colpa. La messa in scena del Traumkapitel non segna soltanto la rottura con la
legge paterna; costituisce in primo luogo una cesura con l’organizzazione della
realtà che permette alla legge e al suo supplemento osceno di prosperare.
Bachmann, però, si è spinta oltre l’accusa all’ideologia dominante e alle sue
falle. Se di Malina si interpretano infatti la connivenza e l’accettazione della
violenza patriarcale o delle autorità, di cui è complice anche l’amante Ivan,
come un riconoscersi nel già citato buon ordine austriaco, è necessario
chiedersi quale sia il significato della posizione dell’io narrante, su cui
ricade la violenza dell’istituzione. La chiave è nel fallimento,
nell’impossibilità di conformarsi a quanto richiesto dal fantasma ideologico,
poiché esiste sempre un’esorbitanza, un eccesso del singolo rispetto alla
costituzione, un eccesso che incarna la “discontinuità nel reale”. Il soggetto
di Bachmann, e in un senso più ampio Bachmann stessa, incarna nella poetica ciò
che sfugge all’inclusione nel sistema simbolico, sia esso quello della nazione o
del linguaggio comune.
La sua produzione letteraria resiste all’interpellanza, aspira a “trovare frasi
vere”, aggira la scelta forzata tra l’alienazione fondamentale, la definizione
della propria esistenza attraverso i termini dell’Altro, e con la messa in scena
del Traumkapitel squarcia le condizioni di realtà e separa il soggetto dal suo
fantasma, scuote le fondamenta per consentire una ristrutturazione a monte del
nostro universo simbolico in cui inscrivere un nuovo agire. Al di là
dell’indiscusso merito poetico, nelle Todesarten Bachmann dimostra la propria
lungimiranza nell’avventarsi contro la costituzione discorsiva del mito, di
illustrare il coinvolgimento (inter)passivo degli individui del dopoguerra,
privati della propria identità dalla narrazione collettiva, e presenta
l’urgenza, nella morte simbolica dell’io, scomparso in una crepa nel muro e
nella realtà, di passare per una destituzione soggettiva, l’esperienza radicale
di chi si assume la responsabilità del proprio fantasma fondamentale, in un
inesausto lavorio di cesellatura su quella scena primaria che dà forma al sogno,
o meglio, alla possibilità di sottrarsi all’incubo.
L'articolo Oltre la legge del padre proviene da Il Tascabile.
Tag - memoria
N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di
Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo
greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La
scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece
fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie
tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza
generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È,
infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo
dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo
“vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario,
così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità
richiamare alla mente un’informazione.
Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla
memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella
intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si
indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto
esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di
ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle
proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come
segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o
ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto.
> Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur
> non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è
> necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione.
Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un
forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie
digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le
possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro
pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di
benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi.
I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il
cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura
l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della
nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui,
appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of
cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G.
Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli
esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading.
Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere
un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di
memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal
passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere
nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i
tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare
questa funzione a un supporto esterno.
Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei
contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di
cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance
mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di
ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due
volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare
impegni e scadenze.
> Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui
> gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare
> informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie
> capacità mnemoniche.
Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di
eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che
ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più
elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei
più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più
specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una
percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto
intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo.
La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in
rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per
entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare
informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di
informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una
persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un
barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro
rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente
nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di
offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria.
Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.
Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni
“scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso
alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che
l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più
efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi
ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono
forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare
elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa.
> Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria.
> Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior
> difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare
> l’accesso all’archivio esterno.
Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e
offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di
cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la
diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo
strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di
scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle
informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico.
Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA
aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le
informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti.
Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la
domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666
partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la
relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di
pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di
offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare,
valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate,
incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni.
Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla
velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒
scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi.
> La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo
> strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul
> modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero
> critico.
Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un
lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la
necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una
dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la
tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo
contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo
processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle
capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di
sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un
confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle
affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una
conversazione umana
Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti
digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la
frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze
anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma
rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o
opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli
utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in
ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e
controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica.
I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA
favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico
cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità
di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino
viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking
Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva
Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come valutazione
della probabilità e dell’incertezza, problem solving decisionale, capacità di
trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a
risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana.
> L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive
> offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un
> declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più
> giovani.
Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai
processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia
difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti,
producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le
utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una
delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute.
Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento,
lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura
di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede
di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione
scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega
Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di
divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo.
Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al
ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento
produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a
confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante
l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò
introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che
sono la base della sua efficacia.
> Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del
> tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria
> fino a diventare un pensiero originale.
A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con
le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale,
il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che
stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità
cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il
contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web
e l’interazione uomo-computer.
Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che
lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è
proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza
artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi
stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la
scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua
efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare
in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare
e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo
necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a
diventare un pensiero originale.
Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla
dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare
interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o
elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili
e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma
senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso
consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare
lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il
capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso
alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le
scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano
star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale.
> Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi
> capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per
> aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta.
Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di
intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare
la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti
più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di
presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione
dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato
protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo
dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire
lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia
working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato
l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non
essere costretto a pensare prima di agire.
Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione
politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una
questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza
artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e
integrati che ancora sembra dominarlo.
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