Origine e confine: Aurore d’autunno
In Aurore d’autunno Wallace Stevens porta la sua meditazione sul senso della
poesia a risultati estremi.
Le ambientazioni inserite nei testi, ad esempio, a partire dal poemetto omonimo,
sono una strategia che il poeta usa per rimodulare di continuo la contaminazione
tra alto stilistico e basso (il registro ironico) dei contenuti, in una tensione
panica che accoglie il reale nel corpo della poesia. Questo bisogno di
inclusività fluisce verso un confine poroso che mette in comunicazione gli
ambienti concreti di cui si diceva con l’incorporeo, come nella figura che apre
il testo, il serpente/aurora, fino all’apparizione estrema dell’angelo tra i
contadini, quasi un’epifania dell’idea nella realtà ma anche, nella sua
conseguente sparizione, dell’impossibilità della permanenza. Aurore d’autunno,
dunque, è la raccolta più “spirituale” di Stevens, un manifesto eretico, il
quale rivelando la realtà nel suo essere umile e cruda ne intuisce, attraverso
l’immaginazione, il potenziale dinamico e trasfigurativo.
Il soffio dell’invisibile è sempre annunciato da oggetti materiali, si diceva, e
penso alla capanna bianca che avvia il secondo movimento del poemetto iniziale o
alle campane senza “setta” di Le vecchie campane luterane di casa o ancora alla
“versione semplice dell’occhio” come “cosa a parte” e “vulgata dell’esperienza”
di Una serata ordinaria a New Haven. Il confine, allora, appare come un luogo di
attraversamento artificiale e reale insieme, in continuo divenire, necessario
perché vero e vero perché necessario. Ed ecco l’eresia: la poesia è “l’occhio
angelico” che “definisce”, ponendo il limite all’arbitrio ma spalancando il
senso proprio attraverso la nominazione, “assume le grandi velocità dello
spazio” attraverso l’immaginazione che è la potenzialità di sublimare il reale
riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità. Anche la brutalità è traccia di
altro, di ciò che è già sfuggito alla nostra comprensione lasciandoci liberi
persino di recitare il nostro nome, anche se “non c’è copione” se non il nostro
mero “essere qui”. Ma è proprio questo essere de-finiti da una soglia a
modificarci come la “nuvola trasformata/ in nuvola di nuovo trasformata” fino
alla “distruzione” della parola stessa che può caricarsi, così, del fardello
della ferocia umana. “Cabala mistica” è questa immaginazione che cambia “da
destino a capriccio leggero”, che cammina nella sua disfatta fino a sfumare in
una ben più semplice “comunicazione beffarda sotto la luna”.
Eresia, si diceva, perché l’innocenza nega ogni accomodamento, attraversa la
soglia pur riconoscendola come inevitabile limite, perché la poesia è questa
scelta innocente che è già “oltre l’abitudine del senso”, una “forma anarchica/
infuocata”.
*
Pellegrinaggio e sublimazione in Pasolini: l’oltreconfine
Un’altra esperienza liminare, che parte da altezze diverse ed è connotata da
scelte di poetica apparentemente lontanissime, è quella di Pasolini. Nella sua
opera multiforme, la poesia è in circolo come esperienza corporea e sensoriale,
come necessità di attraversamento di limiti fisici e psichici. La scena del
corpo colpito, del dolore che si trasforma in narrazione, assume una funzione
simbolica centrale: il confine tra il soggetto e il mondo è anche il luogo in
cui si sperimenta la vulnerabilità e la trascendenza.
Pasolini esplicita che il limite non è un confine invalicabile, ma un modo di
re-imparare a sentire le proprie ferite e di riconoscere l’altro nel dolore,
nell’ultima speranza di “trasumanare” attraverso un pellegrinaggio di ricerca
assidua e instancabile che, però, ha compreso l’impossibilità di una nuova
ascesi.
> Jo i soj na viola e un aunàr,
> il neri e il rosa ta la ciar.
>
> (da Dansa di Narcìs II, in La meglio gioventù)
Pasolini/Narciso è tutto perché è dentro l’umiltà del mondo, perché “il corpo
resta povero” come urla il poeta in Trasumanar e organizzar a vent’anni di
distanza dalla serie dei narcisi, perché la necessità panica che lo investe e lo
accompagna esprime la ferita dell’unità perduta e accentua in ogni scelta
ambivalenze, ambiguità, contraddizioni. Ma è l’aspetto trans-formativo la sua
ossessione, giusta come l’osservazione spietata e costante del corpo individuale
e sociale martoriato. La riflessione sulla mutazione antropologica è il
risultato di un pensiero liminare tra conservazione e progresso che resta tale
nonostante i tentativi di ibridazione dell’ultima fase della sua opera, anzi
anche grazie a essi.
“Non c’è alcuna ragione/ di scrivere in calce a questi versi la parola// FINE”
come per il “discreditato corpo” non c’è alcuna ragione per non rimpiangere la
“purezza originaria” e aspirare sempre alla redenzione nella catastrofe.
Sineciosi, secondo l’individuazione retorica di Fortini, è scegliere tutta la
realtà che vive nelle sue contraddizioni, e l’eresia pasoliniana è proprio la
scelta mistica di non scegliere, unica possibilità di accogliere il mondo in
potenza, senza abusarne, senza assuefarsi alle logiche di potere, alla
predazione. Questa dialettica lacerata disperde ogni possibilità di stabilizzare
l’esistenza, fino a portare persino il corpo, sia reale che simbolico (corpo
linguistico), alla diaspora, alla disseminazione e, quindi, alla distruzione.
Eppure è questa fine che germina qualcosa di ancora illeggibile a non
accontentare nessuno perché si fa carico di altro, cioè dell’insoddisfazione e
dell’assenza di confine:
> “i poeti, destinati a intravedere nel contrario
> di ciò che fanno, la libertà, sono poeti del bene comune,
> e, senza complicità, sarebbero incomprensibili.
> Essi non vogliono avere diritti –
> nello scherzo o nella superbia essi non fanno altro
> che chiedere pietà a chi, se proprio vogliono, gliela concede;
> ma essi non si accontenteranno mai”.
Per il poeta è impossibile la resa, nonostante la scomparsa di un mondo – quello
contadino e di un apparato linguistico fatto di pulsione, accensioni e cadute
legate al non ragionevole della pura sopravvivenza – di una “terra promessa” che
è rappresentazione di un centro ancora illusoriamente umanistico ma già
de-caduto a banale artificio. La carne, un tempo presente fino allo scandalo, è
ormai merce di scambio dell’omologazione e quindi corpo “fantasmizzato”,
obbediente all’unica legge di “essere un bravo americano”, un corpo-uniforme
“cheap”, un altro numero che si consuma.
Il poeta “non cadrà per terra” ma opporrà la sua “innocenza” alle “notizie false
che la radio dirama” (il medium/potere), continuando a vivere a oltranza, “fino
alla fine”, mentre quelle stesse notizie – il che vale sempre – “mostrano il
dolore/ che è nella schiena della bestia che fugge”. Il dolore, cioè il disagio
sanguinante del “corpo separato” che invoca l’Altro colpevolizzandolo per
l’assenza macroscopica di “vie altre” che possano aprire alla pienezza della
relazione, contrastando il “vuoto nel cosmo” che mette in scena simbolicamente
l’incompletezza della realtà. Per Pasolini, la realtà è linguaggio come in ogni
vero poeta, cioè tradizione che si ripete e rinnova, perpetuando la dimensione
liminare, sistole e diastole di un versamento del verbale nel reale e viceversa,
profondo fino al rigetto.
Il poeta può abdicare ma solo per sposare l’eresia, cioè la scelta di ritornare
“alla purezza perduta”, anche se questo ritorno è decisamente compiuto da un
“pellegrino” che non crede alla “nuova” fede della società dei consumi ma che va
comunque avanti guidato da “una strana speranza” di recupero.
Così, nonostante “la vita sia [ormai] un mucchio di insignificanti e ironiche
rovine” perché il potere consumistico ha “colonizzato l’inconscio”, non può
esserci resa:
Plantànd chista seconda planta
chel che pì i bramavi, a era
ch’a fos identica a la prima;
e chel che pì a mi scrussiava
a era ch’a essi diviersa a no podeva.
(da Variante, in La nuova gioventù)
L’atto di abbracciare il reale, anche quello più sconvolgente, era stato un
tentativo di riappropriazione, il desiderio ultimo che potesse realizzarsi il
contatto con un’autenticità originaria. La poetica di Pasolini, è risaputo, ha
sempre invitato a non eludere il limite, ma a viverlo come un modo di aprirsi
all’infinito nascosto nel quotidiano. E la poesia è sempre stata il luogo dove
si chiarisce un’identità che si può riconoscersi solo nel desiderio sconfinato,
tra innocenza primitiva e complessità della storia. L’esperienza poetica, in
conclusione, è un attraversamento continuo, nella tensione a un rinnovamento di
senso che si nutre di memoria e dolore e quindi di incanto e disincanto. La
passione per l’origine in Pasolini, senza dogmatismi, viene rivolta a un’umanità
che si riconosce imperfetta e per questo infinita, sempre in cammino tra limiti
e possibilità.
*
La discesa dell’Airone grigio di Alessandro Ceni, uno spazio tra mondi
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
«Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo granello di felicità per chilometri litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte».
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Cosa ci cade addosso nel paradosso della soglia? L’entrata ambigua nel regno e
il paradosso dell’esistenza, un racconto di lontananza e carne, di freddi
boreali che si consolidano nella mente del soggetto e appiccano un sogno che
aspira alla realtà e vi rinuncia, che si sposta, cade e si allontana dal mondo.
Il linguaggio entra nella dimensione liminare tra sogno e veglia e in quella
crepa allarga il suo racconto, un altro μῦϑος. L’affabulazione è a doppia
entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la Lapponia della mente
corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso all’immaginazione profonda
dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce la sua stessa simbologia.
Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra suggerire, accedere significa
trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi, “muggiamo” perché solo in quel
modo, e solo nel perpetuo rinnovamento dell’infanzia, possiamo aderire e far
sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo, l’allucinato (come i riferimenti ai
guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl sembrano suggerire). L’airone grigio
ci racconta una favola da invasati, ci investe con ciò che di più reale abbiamo:
ci avvicina cantando e nel suo fluire ci abbraccia per raccontarci
un’apparizione scenica, quella di un sempre possibile sogno. La “trama
invernale” dell’airone, per quanto tenue e nebulosa, è l’unica possibilità per
attraversare il reale, per essere condotti “all’esaltazione e al regno, alla
caduta e all’esilio”, allo spazio tra mondi che la scrittura può invocare,
evocare, provocare, come la sua presenza in luoghi liminali suggerisce
accompagnandoci nel viaggio tra materia e spirito, quasi rinnovato Virgilio tra
le ombre.
*
Il viaggio sospeso, beyond the border
Essere oltre è una questione talmente intima da non poter essere
individualizzabile fisicamente e precisabile in luoghi concreti. Questa
illusione materialistica è uno dei mali ideologici del secolo appena trascorso e
che ha già sconfinato (perché in realtà, è ovvio, non ci sono “secoli”
arginabili entro limiti cronologici) nell’attuale. Essere oltre è una resa
all’invisibile per accedere a un’altra percezione e poterla raccontare come
fosse una leggenda.
Reinventare il reale è la sbordatura, è l’arte di sporgersi dall’orlo e
lasciarsi cadere fuori dal senso nel tentativo di coglierne il substrato
emotivo. Reinventare non è la pagina bianca o l’assenza di senso ma
l’inseguimento di una lingua che per quanto nota è sempre sconosciuta, lasciando
all’altro (il lettore) la libertà di reinterpretarla. Reinventare ha a che fare
con un’onestà radicale nei confronti dell’altro che abbraccia anche l’abbandono,
ma non si limita alla fine della relazione, anzi la riattiva nel vederla
scomparire, ma solo dopo aver accettato la scomparsa. Reinventare è un
ricominciare e non un inizio altro, perché niente è mai iniziato:
Leggenda o mito, se vogliamo, che parte sempre dalla privazione e
dell’oltranza:
> Myself to set foot
> That second
> In the still sleeping town and set forth.
In un istante che rivela l’urgenza dell’autoesilio e dell’eremitaggio, Dylan
Thomas, poeta dell’eccesso, si consacra alla natura. Il panteismo di Poesia in
ottobre è totalmente volatile, carico di esseri della fuga, psicopompi
dell’oltre confine come l’airone che compare due volte e che, come abbiamo visto
nella poesia di Ceni, è figura della soglia.Gli “uccelli dell’acqua e gli
uccelli degli alberi alati” portano il nome del poeta sul paesaggio, anticipando
e anzi stimolando il cammino. Prendere la strada “over the border” è aprire le
porte a una nuova visione (la leggenda di cui si diceva), trasformando le
stagioni – significativo il passaggio inaspettato, appena iniziato il viaggio,
dall’autunno reale alla primavera dell’immaginazione, “il sole d’ottobre”
diventa “estivo” – accompagnati ancora da uccelli, allodole e merli fischianti,
che introducono a un’allucinazione, a un “cielo azzurro alterato”, a un’aria
“other”, altra, a un mutamento fruttifero (e infatti, prima della fine il testo
sostituisce gli uccelli con i frutti, “con mele/ Pere e rossi ribes”) che,
contemporaneamente, evoca delle “child’s forgotten mornings”, cioè l’origine
perduta che solo nell’immaginazione si rinnova, richiamando più antiche leggende
(vedi “le leggende delle verdi cappelle” alla fine della quinta strofa).
Così il mito può essere narrato ancora, un’altra volta ripetendosi e allo stesso
tempo mutando per ravvivare l’inconoscibile, l’invisibile: “the mystery/ Sang
alive/ Still in the water and singingbirds”, cioè un canto che rinasce
attraversando la fine (gli uccelli tornano al termine del componimento nella
loro funzione “misterica”, pionieri dell’aldilà, dell’oltranza appunto). A
questa lontananza dai giorni della creazione e a questo bisogno di ritorno
misterico, occorrerà sposare il quotidiano e la terra nuova, cioè il presente e
la speranza che esso possa rinnovarsi. Cicli stagionali e fantasie di ritorno si
spogliano delle loro immaginifiche meraviglie ma solo per inoltrarsi in un
cammino reale al prossimo stupore:
> O possa ancora la verità del mio cuore
> Esser cantata
> Su quest’alta collina al volgere di un anno.
Gianluca D’Andrea
L'articolo “I poeti non si accontenteranno mai”. L’innocenza del linguaggio e la
tensione dell’origine proviene da Pangea.
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C hi è Heriberto Yépez? Siamo davanti a un genio o a un grandissimo imbroglione
della letteratura? Questa domanda mi è frullata in testa tutto il tempo mentre
leggevo L’impero della neomemoria (2025). All’apparenza una biografia di Charles
Olson, ma nella pratica qualcosa di completamente diverso. Una specie di
saggio-mondo (se vogliamo ritorcere la deplorevole espressione “romanzo-mondo”,
tanto in voga negli ultimi anni) nel quale la storia di Charles Olson è solo la
colonna vertebrale, o l’albero maestro, il tronco ma di un albero tutto storto,
con infinite ramificazioni: digressioni, capitoli di storia e geografia, critica
letteraria, filosofia. E solo alla fine della lettura ho capito cos’è
effettivamente questo libro. Non un “dispositivo”, come si usa tanto dire, ma un
ordigno. Un ordigno esplosivo per far saltare tutto in aria. Un capolavoro
letterario di poetica, in senso aristotelico, ma di antipoetica o di
contropoetica.
La scrittura di Yépez è una scrittura tormentata (ci confesserà in
quest’intervista). Tormentata come forse dovremmo essere tutti noi e come ci
fanno sentire le parole di Heriberto Yépez, autore di oltre trenta libri in
spagnolo e in inglese: saggi, romanzi, poesie, ibridi inclassificabili. Di tutto
e di più. Uno scrittore di Tijuana che ha studiato i classici del pensiero e la
letteratura nordamericana per poterli demolire, in un rapporto di odio e amore
che restituisce lo splendore letterario dell’ambiguità, della contraddizione,
del dubbio. Un miscuglio di Bolaño e geopolitica, Aristotele e Žižek, la cultura
dei Maya e la poesia di Ezra Pound. Una letteratura sincretica, quella di Yépez,
fatta di generi che si mischiano, frammenti, digressioni, tradizioni contaminate
e riutilizzate, riciclate e rielaborate per smascherare le credenze di questi
tempi incerti e tormentarci, tormentarci senza tregua.
L’impero della neomemoria, tradotto da Daniel Di Schüler per Timeo è il suo
primo libro pubblicato in lingua italiana, al quale seguiranno: La colonización
de la voz. La literatura moderna, Nueva España, el náhuatl (Axolotl Ediciones
2018) ed Exofilosofia. Scopriamo insieme l’universo letterario di Heriberto
Yépez e la sua origine caotica e misteriosa.
BASTA UNO SGUARDO ANCHE SUPERFICIALE PER RENDERSI CONTO CHE LA TUA LETTERATURA È
UN ORGANISMO MATURO E PLURIFORME, MOLTO ETEROGENEO, E IN PARTE LEGATO ANCHE ALLA
TUA ATTIVITÀ ACCADEMICA. L’EDITORE TIMEO HA SCELTO DI PRESENTARTI IN ITALIA CON
QUESTO LIBRO INCREDIBILE: L’IMPERO DELLA NEOMEMORIA. NON CERTO IL PRIMO E
NEMMENO L’ULTIMO. COME TI FA SENTIRE QUESTA SCELTA? PUÒ IL LETTORE ITALIANO
FARSI UN’IDEA, SEPPUR PARZIALE, DEL TUO LINGUAGGIO E DELLA TUA OPERA O QUESTO
LIBRO È UN UNICUM, UNA PERLA DIVERSA DALLE ALTRE?
Ho sempre cercato di fare in modo che ogni mio libro avesse un suo spazio, che
fosse diverso da tutti gli altri. Ma in realtà L’impero della neomemoria è molto
legato a tre libri di poesia e poetica che ho scritto in inglese negli anni
Duemila. Forse è anche per questo che è stato tradotto in inglese. E, una volta
uscito in inglese, L’impero della neomemoria ha provocato una polemica molto
interessante negli Stati Uniti, forse unica. Non ricordo un altro caso in cui un
libro scritto originariamente in spagnolo abbia sollevato così tanto scandalo
nella letteratura postmoderna nordamericana contemporanea. Lo vedo anche molto
vicino ai miei libri sulla mescolanza di culture, sul tema del confine, un’idea
che ho esplorato in romanzi, poesia e saggistica. Penso che il lettore italiano
avrà una lettura molto diversa. Capirà che sto interpretando cos’è l’avanguardia
letteraria nordamericana in relazione alla geopolitica, ma da una prospettiva
diversa da quella che hanno avuto i lettori negli Stati Uniti e in Messico. Sono
molto curioso di scoprire l’interpretazione della letteratura italiana.
UNO DEI TUOI TEMI PRINCIPALI È QUELLO POLITICO, O MEGLIO: ANTI-STORICO. FORSE
POTREMMO DIRE MEGLIO CHE LA TUA POSTURA IN GENERALE SIA SEMPRE “ANTI/CONTRO”,
NEL SENSO DI ANTI-COLONIALISTA, CONTRO IL POSTMODERNO E IL MODELLO IMPERIALE
AMERICANO. L’IMPERO DELLA NEOMEMORIA È UN’ODE AL DECOSTRUTTIVISMO, ALLA
NEGAZIONE, FINO AD ARRIVARE A NEGARE PERSINO L’ESISTENZA DELL’UNIVERSO. INOLTRE,
IN QUESTO LIBRO E IN ALTRI TUOI TESTI, TI CONCENTRI SULLA CRITICA DELLA
LETTERATURA STATUNITENSE (A PARTIRE DA CHARLES OLSON MA COINVOLGENDO TUTTI I
GRANDI MAESTRI DELLA LETTERATURA A STELLE E STRISCE: DA MELVILLE A WHITMAN).
COME NASCE QUESTA OSSESSIONE DISTRUTTIVA E FIN DOVE SI ESTENDE?
È il mio amore-odio per gli Stati Uniti. E il mio amore-odio per il Messico.
Questi due amori-odi definiscono chi sono come persona. È Catullo: “Odi et amo”
portato nella geopolitica. Vengo da una famiglia messicana che poi quasi tutta è
emigrata negli Stati Uniti. Solo mia madre rimase in Messico. Mia nonna è morta
negli Stati Uniti. Vivo in una città di confine, Tijuana, che il resto del Paese
considera una città traditrice verso la cultura nazionale, perché innamorata del
nordamericano. Il mio rapporto di amore-odio con gli Stati Uniti mi ha dato
un’identità. L’altro amore-odio della mia vita sono la letteratura e la
filosofia. Dunque, scrivere di poesia nordamericana è uno dei due grandi
amori-odi della mia vita. La mia scrittura è molto tormentata. Vengo da una
famiglia di criminali, carcerati e lavoratrici notturne. Sono stato formato, a
livello intellettuale, dal mio patrigno che era membro della mafia di confine.
Anche questo mi ha definito.
Sono il teorico della famiglia; il primo (da secoli) ad arrivare all’università,
per qualche accidente del destino. Così quando scrivo teoria faccio una
teoria-da-poeta, poet’s theory, per così dire. L’impero della neomemoria è il
libro di un anarchico, in cui cerco di mostrare che la poetica postmoderna,
sperimentale, nordamericana (incarnata da Charles Olson) ha un forte legame con
l’imperialismo. Mostrare questo legame ha causato scandalo tra i poeti
sperimentali statunitensi. Si credevano l’Alternativa, la Controcultura; e io ho
mostrato che erano il lato oscuro del nucleo dell’Egemonia. Non se lo
aspettavano. Credevano di essere l’opposizione all’imperialismo. Non gli è
piaciuto che, dall’altra parte del confine, uno scrittore dimostrasse che anche
loro ne erano parte. Mi piace divertirmi.
NELLA QUARTA DI COPERTINA DI L’IMPERO DELLA NEOMEMORIA SI ANTICIPANO ALCUNE
DELLE PROSSIME PUBBLICAZIONI, TRA CUI LA COLONIZACIÓN DE LA VOZ. LA LITERATURA
MODERNA, NUEVA ESPAÑA, EL NÁHUATL (AXOLOTL EDICIONES 2018). UN TITOLO CHE MI
SEMBRA MOLTO IN LINEA CON IL DISCORSO CHE STIAMO FACENDO. PUR DANDO LA
SENSAZIONE DI CONTENERE UN DISCORSO PIÙ ACCADEMICO E FORSE “ORDINATO” DE
L’IMPERO DELLA NEOMEMORIA. COSA POSSIAMO ASPETTARCI? E QUALI ALTRI TESTI HAI
SCRITTO CHE SI LEGANO A QUESTO DISCORSO PIÙ LETTERARIO IN SENSO STRETTO?
Dopo L’impero della neomemoria e i miei libri di poesia in inglese ho deciso di
studiare a fondo la lingua degli Aztechi: il nahuatl. Ho imparato a leggerlo e
tradurlo. Mi ci sono voluti due anni. Mi sono reso conto che l’invasione
spagnola del 1521, la cosiddetta “scoperta dell’America”, dell’italiano
Cristoforo Colombo, è stata un altro laboratorio di mescolanza culturale, un
altro laboratorio di confine, simile a quello che abbiamo oggi, un altro momento
in cui imperialismo e forma sperimentale avvenivano insieme. Un’altra
ibridazione, una prima modernità, come hanno ben detto Tzvetan Todorov e Serge
Gruzinski. Da questa fase sono nati alcuni testi in cui ho esplorato come la
poesia indigena nata da quell’incontro tra Europa e America abbia creato forme
che uniscono tradizione e innovazione, distruzione di ogni tradizione e
invenzione di nuove forme poetiche. Mi sono talmente immerso nella ricerca che
ho persino trovato un poeta indigeno gay protoavanguardista, messicano,
dell’Ottocento, e ho pubblicato le sue poesie, insieme a uno studio biografico e
critico. Si trattava del poeta che diventò maestro di nahuatl dell’imperatore
Massimiliano d’Asburgo. Studiare il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo mi ha
permesso di capire davvero il Ventesimo e il Ventunesimo. Sono secoli in cui la
mondializzazione ha prodotto forme incredibili. Ma devo confessarti qualcosa,
che mi pare tu abbia intuito: scoprire quel poeta indigeno-gay-messicano
dell’Ottocento è stato talmente delirante che ho cercato di raccontare la sua
storia con un po’ di lucidità. È stato come mediare tra un poeta dionisiaco e
una prosa apollinea. In ogni caso, l’allucinazione è totale.
SEI NATO E CRESCIUTO A TIJUANA, LA CITTÀ CHE È DIVENTATA FAMOSA IN TUTTO IL
MONDO PER EL BORDO. GRAZIE A UN MURO. UNA CITTÀ DI FRONTIERA, UN AVAMPOSTO, UN
LUOGO DI CONFINE. CHE RUOLO HA QUESTA CITTÀ, E PIÙ IN GENERALE LA MESSICANITÀ,
NELLA TUA LETTERATURA? PENSI CHE AVRESTI POTUTO SCRIVERE I TUOI LIBRI SE FOSSI
VISSUTO ALTROVE?
Scrivo praticamente tutti i generi, in due lingue, su molti argomenti, ma vivere
a Tijuana, il confine con più attraversamenti giornalieri al mondo, la capitale
del narcotraffico, mi ha sicuramente segnato come scrittore. Sento di essere in
grado di dialogare con molte altre letterature e contesti, offrendo ciò che
questo confine permette di vedere sul mondo, allo stesso modo in cui uno
scrittore di New York, Roma, Buenos Aires, Barcellona, Dublino, Pechino, ha una
prospettiva unica, che gli permette di dire qualcosa che solo da lì si può dire
sulla nostra esperienza globale. Tijuana è una città radicale. Molto crimine,
molti attraversamenti, molta povertà, molta ricchezza. È la città più mafiosa e
postnazionale d’America. Ringrazio Dio per avermi fatto nascere qui. Ma appena
lo penso, credo che dovrei ringraziare anche il Diavolo. Ma a Satana si deve
dire grazie o vomitargli addosso?
L’ALTRO LIBRO DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE PER TIMEO CHE LA BANDELLA DI L’IMPERO
DELLA NEOMEMORIA VUOLE SVELARE AL LETTORE S’INTITOLA EXOFILOSOFÍA
(“ESOFILOSOFIA”), UN CONCETTO AL QUALE ACCENNI ANCHE NELLA POSTFAZIONE
ALL’EDIZIONE ITALIANA DI L’IMPERO DELLA NEOMEMORIA (CHE CONSIGLIAMO DI LEGGERE
PRIMA DI AFFRONTARE IL LIBRO, AL LETTORE ANCORA POCO CONVINTO). ESSENDO UN
CONCETTO FONDAMENTALE PER COMPRENDERE LA TUA OPERA, PROVEREI A FARE UN PO’ DI
CHIAREZZA E, SE TI VA, A SINTETIZZARE UNA PICCOLA MAPPA NEOLOGISTICA DELLE IDEE
COLLEGATE ALL’ESOFILOSOFIA.
Sono anni che penso a ciò che ho chiamato “esofilosofia”. È uno dei libri che
sto finendo di scrivere. Mi mette ansia che Timeo lo abbia già annunciato come
prossimo libro. In realtà ho troppe pagine e devo ancora condensarle per un
primo libro di “esofilosofia”. In qualche modo è la nuova fase della mia opera.
Per esofilosofia intendo un problema, più che una definizione univoca. Ad
esempio, la poetica fu in Aristotele un ramo della filosofia. Ma quel ramo
presto migrò: si separò dalla filosofia. Secoli dopo, divenne una parte della
letteratura, quasi un genere a metà tra letterario e accademico oggi. La poetica
è diventata esofilosofica: è uscita dalla filosofia.
Ma per esofilosofia intendo anche questo: cosa succede se reincorporiamo la
poetica (e altri rami morti) nella filosofia? L’esofilosofia è un problema, una
domanda e un esperimento. Siccome sono anche psicoterapeuta, mi pongo la stessa
domanda rispetto alla psicologia, per esempio. Ad Alain Badiou interessavano gli
antifilosofi (come Wittgenstein o Lacan); a François Laruelle la non-filosofia.
Ma sono convinto che dobbiamo ancora riflettere su cosa significa esofilosofia.
La filosofia che è uscita dalla filosofia. Una parte dell’esofilosofia non
tornerà più. Un’altra parte minaccia di tornare nella filosofia. Sono convinto
che questo secolo sarà il secolo dell’esofilosofia.
PER UN LETTORE ISPANOFONO CHE SI VOLESSE APPROCCIARE ALLA TUA OPERA, AVENDOLA
PERCIÒ TUTTA DISPONIBILE IN LINGUA, SAPRESTI SUGGERIRE UN PERCORSO DI LIBRI DA
SEGUIRE? SAPRESTI DIRE DA QUALE COMINCIARE E COME PROSEGUIRE, OPPURE IN QUALI
“FILONI” DIVIDERLI (QUELLI DI CRITICA LETTERARIA, I ROMANZI, LE POESIE)?
Ho quasi trenta libri già pubblicati. Sono un autore prolifico, piuttosto
inclassificabile. Dal punto di vista del mercato, questo mi ha penalizzato. Né
critici né agenti letterari sanno come classificarmi o definirmi. È un grosso
problema, oggi. Ma mi piace stare fuori da quei circuiti. E sono convinto che il
mio agente letterario sia Dio. Anche se probabilmente Dio non esiste.
Per un lettore interessato a conoscere la mia opera penso che L’impero della
neomemoria sia un buon inizio. Da lì consiglierei di proseguire con i miei libri
di poesia in inglese e i romanzi in spagnolo. Ora, se chiedi a uno scrittore
quali libri suggerisce per conoscerlo ti diremo sempre che sono i libri più
nuovi. Vorrei che i miei prossimi libri di esofilosofia e il mio nuovo romanzo
fossero i prossimi a essere pubblicati in altre lingue. Ovviamente vorrei che i
lettori mi conoscessero da questo momento attuale e poi scoprissero tutto quello
che ho fatto nelle due decadi precedenti. Vorrei che mi invitassero a leggere
poesia esofilosofica. Vorrei che leggessero i miei prossimi romanzi. Vorrei che
mi invitassero a tenere conferenze. Vorrei che ascoltassero ciò che la Tijuana
più radicale può raccontare a qualsiasi altra città. Se chiedi a uno scrittore
cosa vuole che leggano, ti risponderà sempre che vuole che leggano ciò che sta
scrivendo in questo momento.
QUALI SONO LE AUTRICI E GLI AUTORI CHE SENTI PIÙ AFFINI ALLA TUA LETTERATURA E/O
AL TUO PROGETTO CRITICO E POLITICO, OPPURE ANCORA ALLA POETICA CHE PROPONE
L’ESOFILOSOFIA?
Mi interessano il realismo speculativo e Roberto Bolaño. Ho seguito delle
lezioni di Judith Butler ma mi interessano molto anche i libri recenti di
Catherine Malabou. Mi interessano la Kabbalah (riletta oggi) e l’arte
contemporanea. Penso che dobbiamo ancora leggere bene Borges e Kenneth
Goldsmith. Ad oggi mi interessano anche la postcritica e una critica al
decolonialismo. Credo che questo sia il momento migliore per scrivere
letteratura e filosofia fuori da qualsiasi cornice nazionale. E penso che il
contesto globale, il mercato mondiale delle idee, sia il maggiore rischio. È
affascinante essere scrittore e filosofo oggi.
Una poesia di Heriberto Yépez
(tratta da Transnational Battle Field, 2017)
About me: in English
I am possessed by the most powerful
Revolutionary force in the world today:
The Anti-American spirit.
But I am written and I write in English
I too sing America’s shit.
I am inhabited by imperial feelings
Which arise in my mind as images
Of pre-industrial rivers
Or take some technocratic screen-form.
My hopes are these wounds
Are also weapons. But they may be undead
Scholarly jargon.
I am colonized. I dream of decolonizing
Myself and others. The images of the dream
Do not match up. I am the body
And the archive.
A bomb is ticking in my old soul.
And the life of the bomb
Trembles in the hands of my new voice.
I am a professor in the Third World.
What do I know? Libraries in the North
Do not open their doors. I laugh at myself
Imagining what the newer books state.
Writing is counter
-insurgent. But the counter
-insurgency
Leaders want our body
Believing writing is freedom.
This is as far as my English goes.
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