Nel luglio del 1638, pochi mesi prima della morte, Tommaso Campanella inviò da
Parigi al Granduca Ferdinando II de’ Medici un esemplare della sua
vasta Philosophia realis. La lettera che accompagnava il volume, scritta con
tono dignitoso e spontaneo, non mostrava alcuna traccia di servilismo, ma
esprimeva con schiettezza la sua riconoscenza verso il casato mediceo, celebrato
come promotore della rinascita del pensiero filosofico italiano. Campanella
scriveva infatti:
> “Da che cominciai a gustar non volgarmente qualche verità del nostro mondo e
> del suo autore, onde me vidi obbligato richiamar la gente da le scuole umane
> alla scola del Primo Senno divino, stimai ancora che io e ogni ingegno egregio
> portàmo grande obligo ai prìncipi medicei, che, facendo comparir i libri
> platonici in Italia, non visti da’ nostri antichi, fur cagione di levarci
> dalle spalle il giogo d’Aristotele, e per conseguenza poi di tutti i sofisti:
> e comminciò l’Italia a esaminar la filosofia delle nazioni con ragione ed
> esperienza, nella natura e non nelle parole degli uomini.”
Con queste parole Campanella riconosceva nei Medici il merito di aver favorito
la diffusione dei testi platonici, che avevano contribuito a liberare la cultura
italiana dal predominio della filosofia aristotelica.
Occorre ricordare che, per secoli, la metafisica era stata dominata dal sistema
tomistico-aristotelico: un insieme di dottrine filosofiche e teologiche
elaborato da Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, il quale aveva cercato di
conciliare la filosofia di Aristotele con la fede cristiana. Questo pensiero,
fondamento della scolastica, aveva esercitato un’enorme influenza sulla cultura
europea fino all’inizio dell’età moderna.
Aristotele concepiva l’universo come un ordine gerarchico e armonioso, nel quale
ogni essere possiede una forma e una materia e tende a realizzare il proprio
fine, cioè la “causa finale”. La conoscenza, secondo questa visione, nasce dai
sensi ma si eleva grazie alla ragione, che può ascendere dai dati sensibili ai
principi universali. L’universo è finito e geocentrico: la Terra è immobile al
centro, circondata da sfere celesti perfette. Tommaso d’Aquino reinterpretò tale
visione alla luce della fede cristiana, sostenendo che ragione e fede non si
oppongono ma si completano reciprocamente. Dio è l’“atto puro”, causa immobile e
fine ultimo di tutto ciò che esiste; l’anima, pur essendo forma del corpo, è
anche spirituale e immortale. La ragione, da sola, può dimostrare l’esistenza di
Dio, ma non i misteri della fede — come la Trinità o l’Incarnazione. L’ordine
naturale e quello soprannaturale sono distinti, ma in armonia.
Con l’Umanesimo e il Rinascimento questa visione cominciò a essere
scossa. Pensatori come Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola,
riscoprendo Platone, il neoplatonismo e testi esoterici come il Corpus
Hermeticum, offrirono una rappresentazione della realtà come dinamica, viva,
permeata di spirito. L’uomo, considerato microcosmo dell’universo, veniva inteso
non più come semplice creatura razionale collocata in una scala fissa degli
esseri, ma come essere libero e capace di elevarsi verso Dio attraverso la
conoscenza e l’amore. Nel Rinascimento, l’uomo divenne così simbolo di dignità e
di libertà creativa: non più un soggetto che deve soltanto conformarsi
all’ordine divino, ma un artefice del proprio destino. Lo afferma chiaramente
Pico nella celebre Oratio de hominis dignitate, dove sostiene che Dio ha donato
all’uomo la libertà di scegliere ciò che vuole essere, rompendo la rigidità
della visione tomistica.
Successivamente, con Copernico, Keplero e Galileo, il sistema aristotelico subì
un definitivo crollo. Il cosmo cessò di essere finito e geocentrico, divenendo
un universo infinito e regolato da leggi matematiche. La fisica qualitativa e
finalistica di Aristotele venne sostituita da una fisica quantitativa, fondata
sul numero, sulla misura e sul movimento. Pensatori come Giordano Bruno e
Bernardino Telesio considerarono la natura come un’entità divina e infinita,
animata da un principio vitale comune a tutte le cose. Bruno, in particolare,
cancellò la distinzione tra mondo celeste e mondo terrestre, affermando l’unità
del Tutto. Da questo processo di emancipazione della filosofia dalla teologia
nacque la scienza moderna, fondata sull’esperienza, sull’osservazione e sul
calcolo.
Nel pensiero di Campanella si riflette chiaramente questo spirito di
rinnovamento: egli respinge il principio di autorità, confida nella ragione e
nella sperimentazione, che considera i pilastri della nuova scienza. Sebbene
trascorresse oltre trent’anni in prigionia, isolato dal mondo che avrebbe voluto
esplorare con fervore e curiosità, egli si riconosceva come parte della schiera
dei novatores, i “riformatori” del sapere. Scrive infatti, nella stessa lettera
al Granduca:
> “Io, con questo favore fatto al secolo nostro, ho riformato tutte le scienze
> secondo la natura e la Scrittura, due codici di Dio. Il secolo futuro
> giudicherà di noi, perch’il presente sempre crucifige i suoi benefattori; ma
> poi resuscitano al terzo giorno o ‘l terzo secolo.”
Rievocando poi le proprie esperienze giovanili, Campanella ricorda i vani
tentativi di ottenere una cattedra in Toscana, i suoi incontri con gli studiosi
fiorentini e aggiunge:
> “Vederà in questo libro Vostra Altezza, che in alcune cose io non concordo con
> l’ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone, da quando in
> Padua mi portò una lettera del Granduca Ferdinando: può star la discordia
> delli intelletti con la concordia delle volontà d’ambedui, e so ch’è uomo
> tanto sincero e perfetto, che averà più a piacere le opposizioni mie – del che
> tra me e lui c’è scambievole licenza – che non delle approbazioni d’altri.”
Da queste parole traspare una sincera ammirazione e una profonda amicizia nei
confronti di Galileo: un rapporto basato sul rispetto reciproco e sul libero
confronto delle idee. Tuttavia, la relazione tra i due fu inizialmente segnata
da qualche diffidenza: Galileo, infatti, mostrava cautela nei confronti del
frate calabrese, temendo forse le conseguenze di una corrispondenza con un
detenuto dell’Inquisizione. Solo dopo la condanna, la cecità e il confino, i due
si ritrovarono uniti dalla comune sorte, accomunati dalla sventura e da una
solidarietà intellettuale che trascendeva le differenze dottrinali. A
venticinque anni Tommaso Campanella è un fuggiasco, un frate domenicano ribelle
e inquieto, già nel mirino dei superiori del suo Ordine e del Sant’Uffizio.
Costretto a vivere sotto falso nome, si iscrive all’Università di Padova, allora
uno dei centri più vivaci d’Europa per il rinnovamento scientifico e filosofico,
dove si respirava un clima di libertà intellettuale favorito dalla Repubblica di
Venezia. In quell’ambiente fermentante, frequentato da naturalisti, matematici,
medici e filosofi che contestavano il dogmatismo scolastico, Campanella entra in
contatto con le nuove correnti della filosofia naturale: il telesianesimo, il
democriteismo, l’empirismo medico, e soprattutto con i primi echi delle
rivoluzioni astronomiche.
Vive però in condizioni di estrema precarietà, tra fughe e sospetti, finché non
viene arrestato, processato e condannato a una lunghissima detenzione che
segnerà tutta la sua vita. La sua vicenda biografica è il simbolo del destino di
molti pensatori della prima età moderna, costretti a muoversi sul confine tra la
libertà della ragione e l’ortodossia della fede.
Nello stesso periodo, Galileo Galilei, di soli quattro anni più anziano,
percorre una traiettoria opposta: a venticinque anni è già professore
all’Università di Pisa, inventore della bilancia idrostatica, impegnato a
studiare la caduta dei gravi e l’isocronismo del pendolo. In lui il metodo
matematico comincia a farsi strada come chiave per la comprensione del mondo
naturale. Già in questi anni si intravede la grande frattura che segnerà la
modernità: da un lato la filosofia della natura, ancora legata a principi
metafisici e qualitativi, dall’altro la nascente scienza sperimentale, che cerca
leggi quantitative e verificabili. Galileo si avvia così, quasi
inconsapevolmente, verso quella nuova visione copernicana che trasformerà la
cosmologia e la stessa idea dell’uomo nel cosmo.
Campanella, invece, pur interessandosi ai fenomeni naturali e biologici, si
accosta a una visione più organicistica e immanentista della natura. In lui
convivono l’eredità della filosofia pitagorico-platonica, il naturalismo di
Telesio e una vena mistica e teologica che lo rende estraneo al meccanicismo
nascente. Egli pensa la natura come vivente, dotata di sensazione e ragione,
quasi una creatura divina che partecipa dell’essere di Dio. In questo senso la
sua filosofia si colloca a metà strada tra il naturalismo rinascimentale e la
filosofia barocca della rivelazione. Nelle discussioni che lo vedono partecipe,
a Napoli e a Padova, con uomini come Giambattista Della Porta, Paolo Sarpi e
Galileo, si riconosce il tentativo di fondere la tradizione speculativa italiana
con la nuova scienza d’osservazione, un dialogo che anticipa il conflitto e
insieme la feconda tensione tra fede e ragione della modernità.
Ma le loro strade si separarono presto. Nel 1593 Campanella fu incarcerato e,
l’anno seguente, condotto in catene a Roma. Cominciava così il suo lungo
calvario, durante il quale avrebbe elaborato gran parte delle sue opere
filosofiche e profetiche. Galileo, invece, proseguiva la sua luminosa carriera
accademica: insegnava a Padova, studiava la meccanica, la cosmografia, il
magnetismo, perfezionava strumenti di misura, osservava nel 1604 la stella
“nova”, segno per lui dell’inconsistenza del dogma aristotelico
sull’immutabilità dei cieli. In quegli anni, il pensiero europeo era in
fermento: l’umanesimo scientifico, l’ermetismo, il libertinismo dotto, la
filosofia cartesiana in gestazione, tutto concorreva a spostare il centro della
conoscenza dall’autorità al metodo, dall’ipse dixit alla verifica.
Nel 1609, giunta voce da Venezia e dai Paesi Bassi dell’invenzione di un
“occhiale” capace di avvicinare oggetti remoti, Galileo, spinto da una curiosità
ardente e da un talento tecnico eccezionale, costruì rapidamente strumenti
sempre più perfezionati, che volse al cielo. In quell’atto — il primo sguardo
telescopico sull’universo — si compì la svolta epistemologica della modernità:
la natura diveniva oggetto di indagine empirica e misurabile, e il cielo stesso
cessava di essere il regno dell’incorruttibile. Nel marzo del 1610, il Sidereus
Nuncius annunciava al mondo le sue scoperte: i satelliti di Giove, le montagne
lunari, le macchie solari. Era la prova che i cieli non erano perfetti né
immutabili, e che l’universo di Aristotele era tramontato.
In quello stesso anno, mentre Galileo veniva chiamato a Firenze con il titolo di
“primario matematico e filosofo del Granduca di Toscana”, Campanella, chiuso da
undici anni nelle carceri napoletane, otteneva un allentamento della custodia
nel Castel dell’Ovo. Grazie al filosofo telesiano Antonio Persio, poté leggere
il Sidereus Nuncius, che divorò in due ore, scrivendo poco dopo una lettera di
gratitudine in latino per lo scienziato pisano, in cui lodava la generosità con
cui egli aveva condiviso le sue scoperte, “senza l’ambizione di erigere un
organico sistema cosmico con nuovi dati”. Campanella intuiva, con finezza, che
Galileo non era un costruttore di sistemi — come i filosofi scolastici o i
metafisici rinascimentali — ma un cercatore di verità parziali, fondate
sull’osservazione. Tuttavia, temeva che una divulgazione così disinteressata
potesse nuocergli nella gloria, “come accadde a Colombo che non seppe imporre al
Nuovo Mondo il proprio nome e la signoria italiana”.
Questo scambio epistolare, benché breve, illumina due concezioni della
conoscenza: per Campanella la scienza deve restare in rapporto con la metafisica
e la teologia, per Galileo essa si fonda soltanto sull’esperienza e sul calcolo.
Le riflessioni di Campanella si intrecciano, in quegli anni, con le dottrine
cosmologiche di Giordano Bruno, suo illustre predecessore nel martirio
dell’Inquisizione. Dai loro colloqui romani riemergevano idee ardite: la
pluralità dei mondi, l’infinità dell’universo, l’anima mundi che tutto
vivifica. “Tutti i pianeti devono essere popolatissimi come la nostra terra”,
scrive Campanella, chiedendosi ironicamente se gli abitanti di quei mondi non si
credano anch’essi al centro del creato. È un’eco diretta dell’universo infinito
bruniano, ma reinterpretato in chiave cristiana e patristica: l’anima del mondo,
“da quell’anima di cui parla Origene”, diventa per lui principio del moto
cosmico, non divinità immanente ma forza vitale posta da Dio.
Questo richiamo all’autorità dei Padri della Chiesa, e in particolare di
Origene, rivela in Campanella un atteggiamento conciliante: egli tenta di
riconciliare la nuova scienza con la rivelazione, anticipando il problema che
dominerà la filosofia seicentesca — il rapporto tra fede e ragione, tra fisica e
teologia, che vedrà poi confrontarsi Cartesio e Pascal, Galilei e Bellarmino,
Newton e Leibniz. L’epistola di Campanella, infatti, mostra la tensione fra il
pluralismo esegetico della tradizione cristiana e il bisogno di un nuovo ordine
del sapere. I riferimenti alla Genesi — la creazione del cielo “in principio”,
la separazione delle acque “di sopra” e “di sotto” — diventano figure di un
universo ormai interpretato più come organismo che come meccanismo.
Tuttavia, Campanella rimane fedele al quadro geocentrico della fisica telesiana,
secondo la quale la Terra, fredda e oscura, sta al centro del mondo, circondata
dal Sole, principio ardente e luminoso. Il sistema copernicano, che pone il Sole
immobile e la Terra in movimento, rovescia questo schema, e per Campanella è
quasi inconciliabile con la sua filosofia naturale. Egli avverte la rivoluzione
copernicana come una minaccia alla concezione qualitativa della natura, ma non
per questo rinuncia a interrogarsi. Si domanda: perché la sfera delle stelle
fisse è immobile? da cosa deriva la scintillazione degli astri? quale causa
determina l’inclinazione dell’eclittica?
La sua non è curiosità oziosa, ma ricerca di senso. Per lui, la matematica, pur
indispensabile, non può spiegare il perché ultimo del reale: “a meno che tu non
voglia trascendere la mera matematica”. Da qui la sua osservazione a Galileo:
> “Questo è problema metafisico e l’ho già discusso ampiamente: da te aspettiamo
> invece la soluzione dei problemi matematici.”
La differenza tra i due emerge con chiarezza. Campanella ammira Galileo senza
riserve, ma rifiuta di concepire il mondo come un puro meccanismo privo di
spirito; Galileo, dal canto suo, evita discussioni che giudica sterili o
pericolose. Per prudenza, spesso tace, cancella il nome dell’amico, allude solo
con sigle o perifrasi. Tuttavia, Campanella non smette di scrivergli. L’8 marzo
1614 gli indirizza una nuova lettera, colma di fervore e di speranza:
> “Tutti i filosofi del mondo pendeno ogge dalla penna di Vostra Signoria,
> perch’in vero non si può filosofare senza un vero accertato sistema della
> costruzione de’ mondi, quale da lei aspettiamo…”
Egli lo esorta a non perdere tempo in ricerche minori: la vita è breve, e
Galileo, solo lui, può offrire all’umanità una cosmologia fondata sulla verità.
Forse lo scienziato non rispose, ma nelle sue carte lasciò una nota che suona
come il manifesto del nuovo sapere, la netta linea di confine tra filosofia
antica e moderna:
> “Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che ’l disputar
> lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna.”
È la formula della scienza moderna: il valore della verità concreta sopra la
disputa delle astrazioni.
Mentre Campanella si dedica alla colossale Theologia in trenta libri,
alla Metaphysica in sedici, e tenta l’ultima grande sintesi del sapere umano –
dalla retorica alla politica, dall’astrologia alla fisiologia – Galileo sceglie
la via del metodo: l’esperimento, la verifica, l’induzione controllata. Il frate
sogna ancora una “scientia universalis”, come quella che Leibniz tenterà dopo di
lui; Galileo inaugura invece il sapere analitico, la ricerca delle leggi, il
linguaggio matematico della natura. Due visioni del mondo, due epoche dello
spirito.
Ma il mondo non era pronto. Il 24 febbraio 1616 i consultori del Sant’Uffizio
dichiararono, con voto unanime, che la teoria dell’immobilità del Sole era
“assurda e falsa in filosofia e formalmente eretica”, perché contraria alla
Scrittura e all’interpretazione dei Padri. Il 3 marzo il cardinale Bellarmino
riferì che Galileo era stato ammonito e aveva obbedito. Pochi giorni dopo, la
Congregazione dell’Indice condannò l’opera di Copernico donec expurgetur e
proibì qualsiasi testo a sostegno dell’eliocentrismo. Per due secoli, la Chiesa
chiuse le porte al nuovo cosmo.
La reazione fu varia: chi esultò per lo “scampato pericolo”, chi derise la
“ignoranza fratesca”, chi invocò prudenza e silenzio. Nessuno vide la tragedia
imminente: il secondo processo e la condanna del 1633.
Tutti tacquero, tranne
uno.
Nel fondo di una segreta, in condizioni disumane, Campanella compose nell’estate
del 1616 la temeraria Apologia pro Galielo. Fu un gesto di straordinario
coraggio intellettuale e morale: la difesa di un uomo perseguitato, ma anche la
proclamazione del diritto universale alla libertà della ragione. Campanella, che
pure non aderiva completamente al copernicanesimo, combatteva per un principio
più alto: la legittimità della ricerca scientifica, la necessità di un sapere
che non sia asservito né alla politica né alla teologia.
L’opera, di grande rigore tecnico, si articola in cinque capitoli: i primi due
raccolgono gli argomenti contro e a favore di Galileo; il quarto e il quinto
confutano le obiezioni e sostengono la plausibilità delle sue tesi; il terzo,
vero nucleo dell’intera costruzione, stabilisce tre tesi fondamentali. La prima
– di sorprendente modernità – afferma che per giudicare questioni scientifiche è
necessario unire lo zelo religioso alla competenza razionale: infatti lo
scienziato irreligioso bada ai vantaggi terreni, difende l’opinione del volgo,
non combatte per la verità e la giustizia, ma per vanagloria e cupidigia; al
contrario gli zelanti incolti, divengono formalisti e succubi dell’autorità
testuale e credono di assicurare l’amor di Dio sentenziando di ciò che non
conoscono.
Con questa affermazione Campanella anticipa il principio – oggi diremmo “laico”
– della distinzione dei saperi e della competenza: un giudizio sulla natura
appartiene alla ragione e all’esperienza, non alla fede cieca. Così, nel cuore
della Controriforma, tra le mura di una prigione, nasce un atto fondativo della
libertà scientifica europea. La seconda tesi si articola su due punti: che il
teologo non deve prescindere dal sapere scientifico; che le scienze naturali
sono ancora fanciulle e la struttura dell’universo rimane opinabile; che
l’insegnamento della Scrittura è volto al ben vivere e ai dogmi soprannaturali e
non alle nozioni astronomiche. Infine che non tutte le proposizioni false o
dubbie sono di necessità false e eretiche, a meno che non contraddicano
espressamente la Scrittura, e che non si può condannare chi ricerca con sincera
volontà di trovare il vero e non di combattere la fede. La terza tesi infine è
che la natura è un libro di Dio, codice vivo, epifania perenne, e non può quindi
contrastare col libro scritto, la Bibbia, purché venga decifrato da uomini dotti
e spassionati, non da ignoranti invidiosi, che osteggiano i più vividi ingegni
contemporanei solo perché non sono versati in queste scienze e disperano di
poter apprendere e si vergognano di tornare sui banchi di scuola quando già
vantavano titolo di maestri.
Dopo l’episodio generoso dell’Apologia, i contatti tra Campanella e Galileo si
interruppero per quasi quindici anni.Solo nel 1629, quando il filosofo liberato,
riabilitato, insignito del titolo magistrale e accolto nella cerchia degli
intimi di Papa Urbano VIII, cessò di essere un soggetto compromettente, si
assistette a una ripresa dei rapporti. In quel periodo, Campanella aveva
finalmente ottenuto la libertà e una certa legittimazione, dopo un lungo periodo
di prigionia che lo aveva visto accusato di eresia. Come accadde per altri
filosofi dell’epoca, come Giordano Bruno, anche lui aveva dovuto affrontare una
dura lotta contro il potere ecclesiastico. Nel 1631, Campanella scrisse
a Galileo una lettera pasquale in cui esprimeva il suo rammarico per non essere
stato coinvolto nella diffusione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo, ormai in procinto di uscire. Nel suo scritto, lamentava:
> “E mi ha fatto torto Vostra Signoria farlo vedere a tanti e a me no, il quale
> son più suo divoto degli altri, né so usurparmi quel che non è mio.”
Questa frase denota l’affetto di Campanella per Galileo e la sua volontà di
essere partecipe delle importanti discussioni scientifiche che stavano
emergendo. Era una manifestazione di lealtà e devozione intellettuale, un
desiderio di condividere le novità scientifiche che avrebbero trasformato la
visione del mondo, soprattutto alla luce delle polemiche suscitate dal modello
copernicano. Galileo, infatti, stava affrontando le conseguenze della sua
adesione al sistema eliocentrico, che avrebbe provocato l’ira della Chiesa.
Nonostante il suo impegno, Campanella nutriva l’aspirazione di essere coinvolto,
di essere riconosciuto come parte di un movimento che stava cambiando la storia
della scienza.
Nel maggio del 1632, Campanella scrisse nuovamente a Galileo con toni più
affettuosi, ma anche segnati dalla tristezza per la lunga separazione e per la
crescente distanza che si stava creando tra i due. Tuttavia, anche in questa
occasione, Campanella non mancò di esprimere la sua stima verso Galileo, che
rispose prontamente inviandogli un esemplare del Dialogo, arrivato nelle mani di
Campanella il 15 agosto dello stesso anno.
In queste parole, si evince la sua sincera ammirazione per Galileo, ma anche la
percezione di una distorsione nei rapporti, nonostante il riconoscimento
dell’importanza del lavoro di Galileo.
Tuttavia, questo clima di serenità e ottimismo non sarebbe durato. Nel 1633, con
l’intensificarsi delle pressioni ecclesiastiche su Galileo, il Dialogo venne
messo sotto accusa, e i toni nelle lettere tra Campanella e Galileo cambiarono
radicalmente. Nella lettera datata 25 settembre 1633, Campanella esprimeva la
sua profonda preoccupazione per il futuro di Galileo:
> “Con gran disgusto mio, ho sentito che si fa Congregazione di teologi irati a
> proibir i Dialoghi di Vostra Signoria, e che non ci entra persona che sappia
> matematica o cose recondite… Dubito di violenza di gente che non sa.”
Il riferimento a una “Congregazione di teologi irati” illustra il crescente
clima di ostilità che avvolgeva le nuove teorie scientifiche di Galileo,
accusate di mettere in discussione la verità religiosa. Campanella esprime la
sua indignazione di fronte a un tribunale che non aveva alcuna preparazione
scientifica e non si faceva scrupoli nel condannare l’innovazione. La frase
evidenzia anche la sua convinzione che la Chiesa, nonostante il suo potere, non
fosse in grado di comprendere la vera essenza delle scienze moderne.
Anche la sua lettera del 25 settembre denota un cambiamento nei toni, diventando
più affannosa e cauta. Scrive:
> “Ho fatto il possibile per servirla… Non fui ammesso… Concordiamoci col volere
> divino… e siamo figli dell’obedienza. Quando s’affredderà il sangue, dirò a
> lei più.”
Queste parole manifestano non solo il disagio di Campanella, ma anche la sua
rassegnazione nei confronti del potere papale e dell’inquisizione, che aveva
ormai preso di mira Galileo. Il riferimento al “volere divino” suggerisce una
sorta di sottomissione al destino, ma anche un invito alla pazienza. Campanella,
pur essendo profondamente convinto della giustizia delle idee di Galileo, si
sentiva impotente di fronte al corso degli eventi.
Nel frattempo, la situazione di Galileo peggiorò, e il processo contro di lui
divenne inesorabile. La Chiesa non tollerò più la difesa dell’eliocentrismo, che
contraddiceva l’insegnamento tradizionale basato sul geocentrismo. Il 23
settembre 1633, fu intimato a Galileo di recarsi a Roma per rispondere delle sue
teorie, e la condanna a Galileo per eresia fu sancita il 22 giugno dello stesso
anno.
Il tono dell’ultima lettera di Campanella, scritta il 22 ottobre 1633, è
disperato e intriso di amarezza:
> “Per dir vero… io stavo con gran paura, perché si fe’ la causa con molte
> sbravate contro i nuovi filosofi… e ci fui nominato io.. Scrissi concisamente
> e quasi per cifra, perché dubitavo e dubito ancora non la pigliassero contro
> me… Mentre non si può parlare, e io son figlio d’obedienza, mozzai le parole…
> Vostra Signoria perdoni alla mia pusillanimità, nata da lunghi affanni e
> calunnie; e sappia che gli uomini non mirano al vero, ma a dar gusto e scusar
> se stessi con accusar noi… Pazienza! Quel che vuol Dio è forza che vogliamo
> anche noi”.
Queste parole rivelano una crescente frustrazione in Campanella, che si sentiva
impotente di fronte alla travolgente forza della Chiesa e alla paura che anche
lui potesse essere coinvolto in un processo di censura e condanna, come accaduto
a Galileo. Il suo appello alla “pazienza” e alla sottomissione al volere divino
rispecchia il contesto storico in cui la libertà intellettuale era strettamente
limitata dalle autorità ecclesiastiche.
Quando Galileo fu costretto a ritrattare pubblicamente le sue
teorie, Campanella non si limitò a osservare da lontano: continuò a scrivere
lettere di sostegno e solidarietà. Non temeva di compromettersi con un ‘reprobo’
ormai segnato dall’abiura, come scrisse nella lettera del luglio 1633. Tuttavia,
la sua fede in Galileo e la sua speranza che un giorno il suo lavoro fosse
riconosciuto restarono indomabili.
Infine, nel maggio del 1639, giunse la notizia della morte di Campanella,
scritta dall’ambasciatore Ferdinando Bardi da Parigi: “Morì il povero Padre
Campanella, che… era suo gran parziale, come son generalmente tutti quelli che
son disappassionati e intendenti”. Campanella, perseguitato e maltrattato, morì
nell’esilio e nella povertà, lontano dalle luci della
ribalta. Galileo sopravvisse ancora per un triennio, ma la sua vita fu segnata
dalla solitudine e dalle sofferenze fisiche derivanti dalla cecità. Con la morte
di entrambi, si spegneva l’ultima generazione di pensatori del Rinascimento,
quei grandi intellettuali che, pur essendo stati sconfitti e perseguitati,
avevano segnato una svolta irreversibile nella storia della scienza. Il lungo
silenzio che seguì per l’Italia segnò l’inizio di un’epoca di oscurantismo, che
sarebbe durata fino al XVIII secolo, quando l’illuminismo avrebbe finalmente
ripristinato il valore della ragione e della libertà del pensiero, riscattando
così, almeno in parte, il sacrificio intellettuale di figure
come Campanella e Galileo.
Con loro si chiudeva la grande stagione del Rinascimento filosofico italiano,
quel periodo in cui la fede nella dignità dell’uomo e nella potenza conoscitiva
della mente sembrava poter conciliare l’ordine del creato con la libertà della
ricerca. Ma il loro destino segnava anche la frattura insanabile tra due mondi:
da un lato la ragione sperimentale e critica, incarnata da Galileo e difesa, pur
nei limiti della prudenza, da Campanella; dall’altro la ragione dogmatica e
teologica, rappresentata dalla Chiesa della Controriforma.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: immagini tratte dai libri di Galileo Galilei
L'articolo “Perch’il presente sempre crucifige i suoi
benefattori”. Campanella & Galileo, gli ultimi giganti proviene da Pangea.
Tag - scienza
S colaresche ciarliere, turisti provenienti da tutto il mondo, bambine e bambini
che sfuggono dalle mani dei genitori, impazienti di ciò che li attenderà.
Nonostante il caos, l’ingresso del Natural History Museum di Londra mantiene la
sua solennità, in un’atmosfera che si manifesta appieno quando la visitatrice o
il visitatore alza lo sguardo al di sopra della scalinata, lì dove sorge la
statua di Charles Darwin. Terminato dallo scultore Joseph Edgar Boehm nel 1885,
tre anni dopo la morte dello studioso, questo monumento celebra “uno di quei
rari ministri e interpreti della natura i cui nomi segnano epoche nel progresso
della conoscenza naturale”, come lo descriveva Thomas Huxley, a quel tempo
presidente della Royal Society, che forse ricordava ancora il peso del feretro
sorretto durante i funerali. Le emozioni evocate dal marmo candido e dalla cifra
neoclassica dell’opera si diradano man mano che ci si avvicina alla scultura. Le
gambe incrociate, una mano che stringe le dita dell’altra, gli occhi che
guardano altrove. Si coglie una particolare inquietudine, la stessa rivelata
nelle pagine di L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles
Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione dello scrittore e divulgatore
scientifico David Quammen, libro apparso per la prima volta nel 2008 e
ripubblicato nel 2025 con un’introduzione di Telmo Pievani.
> Quammen lascia da parte le peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per
> condurci attraverso un’avventura meno nota e più privata: la lunga e
> tormentata elaborazione della sua teoria e del volume che la portò nel mondo.
Quammen racconta di essere stato inizialmente poco convinto della necessità di
imbarcarsi nella scrittura di una nuova biografia su Charles Darwin: chi lo
aveva preceduto ‒ tra cui Janet Browne con i suoi due tomi Charles Darwin:
Voyaging e Charles Darwin: The Power of Place, e Adrian Desmond e James Moore
con Darwin: The Life of a Tormented Evolutionist ‒, aveva già ampiamente
trattato la vita e le opere del padre della teoria dell’evoluzione. L’editore
James Atlas fugò i dubbi dello scrittore replicando che le biografie precedenti
avrebbero dovuto essere la sua fonte e non i suoi potenziali concorrenti. Ciò
che gli chiedeva era un saggio conciso e letterario, più che didattico. Atlas
ebbe una buona intuizione. L’evoluzionista riluttante lascia da parte le
peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per condurci attraverso un’altra
avventura: l’elaborazione della sua teoria e la scrittura e pubblicazione di
L’origine delle specie, la cui prima edizione vide la luce nel 1859. L’autore
non ci trascina in una serie di date, luoghi ed eventi: ci accompagna in
un’indagine interiore basata su numerose fonti, tra cui i corposi scambi
epistolari e gli scritti personali.
Il libro è suddiviso per intervalli temporali: parte dal 1837, poco dopo il
ritorno a Londra dalla spedizione nell’Oceano Pacifico, quando Darwin era ancora
un giovanotto “ambizioso, intellettualmente ridestatosi da una post-adolescenza
sonnolenta e animato da grandi aspettative”, per arrivare all’anno della sua
morte, il 1882, con una moglie, dieci figli, una logorante stanchezza e sei
edizioni del libro che cambiò per sempre la nostra conoscenza e percezione della
vita sulla Terra. A differenza del monumento di cui sopra, il Charles Darwin
svelato dalla penna di David Quammen è tutt’altro che solido e forte, ma al pari
di una statua ‒ e di qualsiasi essere umano ‒ mostra luci e ombre.
> L’idea che Darwin covava non era solo rivoluzionaria, per l’epoca, era anche
> pericolosa: non esisteva alcun disegno superiore, l’universo era governato da
> leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione delle specie per selezione
> naturale è una di queste.
Tra le parole dell’opera scorgiamo un uomo ambizioso in preda a insicurezze e
ansie, generoso e calcolatore, razionale ma pronto a credere alla
pseudomedicina, riservato e al contempo in cerca di gloria. Una tempesta
interiore che lo consumerà a fondo per oltre quarant’anni, tanto che fino alla
fine dei suoi giorni soffrirà di tachicardia, nausea, accessi di vomito, mal di
testa e di “una flatulenza fuori dalla norma”. La sua carriera cominciò nel
1837, prima come geologo e scrittore, poi allargandosi alle scienze naturali.
Durante questi anni, in cui gli vennero tributati i primi riconoscimenti da
parte della comunità scientifica e che trascorse all’insegna di una certa
mondanità (che abbandonò piuttosto presto), covò segretamente un’idea pericolosa
e rivoluzionaria. Davanti all’estrema varietà di animali che aveva osservato e
che stava studiando, non poté più mentire a sé stesso. Non c’era nessun
“orologiaio”, come supposto dalla teologia naturale di William Paley, nessun
architetto aveva progettato gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta.
Già altri avevano ipotizzato che le specie non fossero immutabili, in questo
caso, però, si trattava di compiere un passo ulteriore. Come scrive Quammen:
“L’idea che Darwin stava suggerendo andava oltre la selezione naturale:
l’universo è governato da leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione
delle specie per selezione naturale altro non è che una di queste leggi”. Lo
stesso Darwin confidò al botanico Joseph Dalton Hooker, suo amico e
collaboratore, che affermare che le specie mutassero nel tempo sarebbe equivalso
a confessare di avere commesso un assassinio. Aveva ragione: in questo modo
stava uccidendo Dio e, soprattutto, quell’afflato divino che separa l’essere
umano dagli altri animali. È questo il motivo per cui Charles Darwin impiegò più
di vent’anni per condividere le sue scoperte?
> Darwin sapeva che affermare che le specie mutassero nel tempo equivaleva a
> confessare un assassinio: quello di Dio, e dell’afflato divino che a lungo
> aveva separato l’essere umano dagli altri animali.
Quammen vaglia le diverse ipotesi e lo fa osservando da vicino la vita del
naturalista inglese. L’autore ci mostra Darwin mentre annota le proprie idee sui
piccoli taccuini che nasconde nella giacca, oppure durante le attività
quotidiane, impegnato a inviare lettere a colleghi, conoscenti e perfetti
sconosciuti per raccogliere campioni e informazioni provenienti da tutto il
mondo. Per pagine e pagine ci troviamo a seguire il protagonista lungo gli anni
di attenta ed estenuante classificazione dei cirripedi, una sottoclasse di
Crostacei tra cui ci sono i più conosciuti balani. Quello che poteva sembrare un
lavoro noioso e di poca rilevanza, è stato in realtà un allenamento fondamentale
per imparare a osservare le innumerevoli variazioni tra popolazioni di questi
strani animali e capire quanto la tassonomia fosse una questione di genealogia e
non di metafisica; inoltre contribuì ad accrescere l’autorevolezza dell’autore,
cosa fondamentale quando si è sul punto di proporre una teoria rivoluzionaria.
Ma Quammen non si limita a raccontare uno scienziato: Charles Darwin è anche un
marito innamorato che non vuole ferire con il proprio materialismo la
cattolicissima moglie, e cugina, Emma Wedgwood; è un padre addolorato che perde
Annie, la figlia prediletta, a soli dieci anni; è un uomo curioso che ama le
piccole cose, come la quotidianità in campagna, la routine e una manciata di
tabacco da fiuto.
> Se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica per non credere in
> un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un essere divino non
> potrebbe permettere che una bambina di dieci anni muoia tra atroci sofferenze,
> come era successo alla sua Annie.
In un gioco di incastri, cause ed effetti, l’autore mostra come le scelte
professionali di Darwin debbano molto alle sue vicissitudini e al suo
temperamento. La sua riluttanza era alimentata dall’insicurezza, dal desiderio
di tranquillità, dal timore di mandare in frantumi un confortevole status quo.
Finché la paura di perdere la pace non si trasformò nel terrore di essere
superato, quando Alfred Russell Wallace, commerciante di animali di umili
origini e fondatore della biogeografia, mostrò di essere quasi giunto alle sue
stesse conclusioni. E se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica
per non credere in un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un
essere divino non potrebbe permettere che una dolce bambina muoia soffrendo,
come era accaduto ad Annie. Darwin confermerà questa sua riflessione anche nella
lettera del 1860 indirizzata al botanico Asa Gray:
> Io non riesco a vedere, con la stessa semplicità di altri, le prove del
> disegno e della benevolenza divini tutt’attorno a noi. Mi sembra che nel mondo
> vi sia troppa miseria. Non riesco a persuadermi del fatto che un Dio benevolo
> e onnipotente abbia creato di proposito gli Ichneumonidae con la precisa
> intenzione che si nutrissero del corpo dei bruchi ancora vivi, divorandolo
> dall’interno, o che un gatto dovesse giocare con i topi.
Se siamo qui ancora oggi a parlare di Charles Darwin è anche perché, come
ricorda David Quammen, c’è ancora molta strada da fare nella comprensione
pubblica dell’evoluzione. Raccontare Darwin non significa solo esercitare la
memoria storica, ma è un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
dell’evoluzione a chi ancora non li conosce o non li accetta pienamente. Se
diamo uno sguardo ai sondaggi aggiornati al 2024 dell’organizzazione
statunitense GallUp, una parte consistente degli americani intervistati non
crede nella teoria dell’evoluzione: il gruppo più ampio, che si attesta al 37%
dei partecipanti, è quello dei “creazionisti puri”, convinti che Dio abbia
creato gli esseri umani nella forma attuale negli ultimi 10.000 anni, il 34%
crede che l’evoluzione sia stata guidata dalla divinità e il 24% accetta che gli
esseri umani si siano evoluti da altre forme di vita nel corso di milioni di
anni, senza il coinvolgimento divino. In Europa la situazione è differente, con
il 74% dei partecipanti a una ricerca della BBVA Foundation secondo cui gli
esseri umani si sono evoluti a partire da specie animali precedenti e il
rimanente 26% che afferma che siamo stati creati da Dio più o meno nella forma
odierna.
> Leggere la storia di Charles Darwin oggi non significa solo esercitare la
> memoria storica, è anche un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
> dell’evoluzione a chi ancora non li conosce, o non li accetta pienamente.
Eppure, leggendo L’evoluzionista riluttante, diventa chiaro che l’importanza
della storia di Charles Darwin risiede proprio, come evidenzia Telmo Pievani
nella sua introduzione, in quella coralità presa in prestito dallo scrittore e
drammaturgo William Faulkner, che rende ai nostri occhi evidente l’impresa
scientifica come opera umana e collettiva. È il procedere per prove ed errori,
il confronto, il vaglio della comunità scientifica, la curiosità, l’ambizione,
il progresso che modifica e amplia le conoscenze tanto faticosamente
conquistate. “Nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes”, siamo come
nani sulle spalle dei giganti, sosteneva nel Medioevo Bernardo di Chartres
(ripreso da Isaac Newton secoli dopo).
Tornando con la mente alle sale del Natural History Museum di Londra e
immaginando di dare le spalle alla statua di Darwin, la vastità e la varietà
delle collezioni e il numero delle persone che quotidianamente le visitano
rendono palpabile questa eredità comune. Da questa prospettiva risuonano le
parole che chiudono L’origine delle specie:
> Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte
> capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre
> il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è
> evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite
> forme estremamente belle e meravigliose.
L'articolo L’evoluzionista riluttante di David Quammen proviene da Il Tascabile.
Nel 1982, per la Faber del loro antico mentore, T.S. Eliot, Ted Hughes e Seamus
Heaney – che senza troppa imprecisione possiamo definire i più autorevoli poeti
in lingua inglese del secondo Novecento – curarono un’antologia folle fin dal
titolo. The Rattle Bag ha a che fare, nello stesso tempo, con una sacca piena di
cose che tintinnano, con un pasticcio – anzi, un pasticciaccio – e con i
serpenti a sonagli. C’è qualcosa, al contempo, cioè, di infantile e di
pericoloso, di carnevalesco e di carnale in quel titolo. Credo che l’antologia
venga venduta ancora oggi – l’ultima edizione risale a un ventennio fa.
Nella brevissima nota introduttiva, gli autori dissero di scelte arbitrarie, di
una estetica del capriccio, di poesie “dal fascino singolare che continuano a
trasmettere il proprio segnale vagabondando in questo vasto e volubile mondo”.
Bisogna sempre dubitare dei poeti: anche quando sorridono, celano coltelli. Per
descrivere un’antologia creata “per accumulo”, quasi per sbaglio e per caso, i
poeti usano la parola cairn. Un cumulo di pietre. Un tumulo. Un segnale d’alta
via di pietre impilate una sull’altra. Un idolo, insomma. Con la pietra si può
lapidare e si può edificare, si distrugge e si costruisce. Chi conosce la poesia
di Heaney e di Hughes, ancorata com’è alla vita a mani nude, al nomadismo
verbale, ai campi e ai boschi, ai primordi, a un andare a rapina, sa il peso
della parola cairn.
Due anni dopo l’uscita di The Rattle Bag, Ted Hughes sarebbe stato eletto “Poet
Laureate” del regno. Molti anni dopo, nel 2003, Seamus Heaney ritornò a
quell’impresa in un saggio che s’intitola Bags of enlightenment. Ritornò,
intendo, sul concetto di capriccio e di arbitrio: “Un’arbitraria ricchezza più
che lavoro istituzionale: questo cercavamo… Il nostro criterio era divertire
prima che educare”. Di qui le scelte – su cui arrivo tra un attimo – dettate dal
desiderio di stupire, orientate all’eccelso, sì, ma anche all’eccentrico. L’idea
era quella di creare una ‘scatola delle meraviglie’ per gli amanti della poesia
e per gli studenti.
> “Se alla fine di un anno scolastico anche soltanto una di queste poesie
> resterà impressa in uno studente, sarà stato un traguardo notevole. Una poesia
> del genere può essere percepita come un possesso prenatale, una garanzia di
> interiorità e di legame con le origini. Può diventare la cruna verbale
> attraverso cui un ragazzo può passare più e più volte, fino a quando non
> l’avrà imparata a memoria, fino a quando non diventerà un sentiero tra il
> cuore e la mente, un sentiero in cui quell’individuo potrà ripetutamente
> entrare, verso il regno della rettitudine e della gentilezza”.
È davvero un maestro, Seamus Heaney. Credeva nella letteratura – secondo gli
insegnamenti di Matthew Arnold – “come mezzo per la diffusione generale della
generosità e della luce”.
In sostanza, The Rattle Bag raduna le poesie preferite da Heaney e da Hughes –
non è un caso che l’ultima poesia della raccolta, You’re, sia di Sylvia Plath.
Tra gli autori antologizzati – tolti alcuni inni dei primordi e certe
filastrocche popolari – spiccano Auden e William Blake, Shakespeare e Emily
Dickinson, Lewis Carroll, Kavafis, Robert Frost. Appaiono, però, soprattutto,
autori per lo più ignoti (almeno a me) come Padraic Colum e Allen Curnow,
Kenneth Fearing, Dafydd Ap Gwilym e Hyam Plutzik. Ancora oggi l’antologia di
Heaney-Hughes è giudicata eclectic, instructive and inspiring.
Uno spazio consistente in The Rattle Bag è dedicato all’‘onda’ dei poeti
dell’Est Europa; tra costoro, uno dei più rappresentati è il poeta ceco Mirolav
Holub, con cinque testi. Nel 1988, con la consueta, violenta enfasi, Ted Hughes
dichiarò che Holub “è tra la mezza dozzina di poeti più importanti al mondo”.
Non l’avevo mai sentito prima di pochi giorni fa. Nato a Plzeň nel settembre del
1923, tradotto in inglese fin dagli anni Sessanta, Miroslav Holub, in realtà,
fece carriera come immunologo. Da qui, l’ispirata nitidezza dei versi, l’ironia
aspra, il fiabesco inchiodato a un ritmo geometrico, il lirismo che si fa
apodittico, ‘scientifico’. Anche Mirslav Holub – secondo i canoni degli
scrittori ‘a Est’ – recinta l’assurdo in una scrittura da stenografo. Fu
tradotto presto e con straordinario successo nel mondo inglese: nel 1967 la
Penguin editò un’antologia di Selected Poems, introdotta da Alfred Alvarez; fu
il primo di molti libri. La Faber radunò i suoi saggi – che oscillano tra
argomenti letterari a temi scientifici – come The Dimension of the Present
Moment (1990); Poems Before & After è uscito nel 2016. In Italia, Holub non ha
attecchito, marginalizzato in uscite sporadiche, di poco peso. Il poeta è morto
a Praga nell’estate del 1998.
Holub fa parte della lunga lista di poeti-scienziati che confortano il canone
della poesia europea. Più di altri – e con una certa dose di spavalderia – ha
ragionato su questi estremi della sua vita, spesso inconciliabili. “Negli
ambienti scientifici cerco di nascondere il fatto che scrivo versi. Gli
scienziati tendono a diffidare dei poeti: ritengono che siano delle persone con
uno scarso senso di responsabilità”. Allo stesso tempo, i poeti diffidavano di
Holub perché era uno scienziato… A Heaney le poesie di Holub piacevano perché
“mettono a nudo le cose, ci mostrano non tanto il cranio sotto la pelle, ma il
cervello che sta sotto il cranio”.
Nel 1967, a Spoleto, Holub incontrò Ezra Pound. Scrisse – lo sketch è tradotto
in calce all’articolo – di una figura statuaria, dei suoi occhi azzurri, di una
mano “gelida, di pietra”. Cesare Cavalleri incontrò Pound a Venezia, nel 1971.
Disse anche lui degli occhi azzurri – “due laghi d’azzurro” – e della “mano
gelata”; disse che Pound era “assorto, rannicchiato, vivo” (in: C.
Cavalleri, “Per vivere meglio”. Cattolicesimo, cultura, editoria. Una
conversazione con Jacopo Guerriero, ELS La Scuola, 2018). In un articolo uscito
sul “Corriere della Sera” l’11 aprile di quello stesso anno (ora in: E. Pound, È
inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972, De Piante, 2021)
anche Indro Montanelli scrisse degli occhi di Pound, “non ne avevo mai visti di
eguali, una cascata di luce blu”, della sua figura, “marmorea”, di una “bellezza
al di fuori di qualsiasi corrente archetipo”. In questa ricorrenza di ciò che
pietrificato pietrifica c’è il genio di Pound, ultimo della stirpe dei giganti.
Quando l’Unione degli scrittori della Cecoslovacchia propose a Holub uno
stipendio equivalente a quello che aveva come ricercatore scientifico per darsi
alla letteratura, il poeta si negò. “Amo la scienza. Se avessi tutto il tempo
del mondo per scrivere versi, non scriverei più nulla”. Scriveva nei ritagli, da
apolide alla poesia, in affanno, affascinato dal tutto.
***
Discorso sull’angelo canide
Lacrime di luce sull’asfalto: mentono.
Forse pensava a una cagna
o ricordava un osso –
coltelli negli occhi di ruote malvage
che afferrano spaccano schiacciano –
ha la mascella rotta
striscia, guaisce – no!
cade, mugola, geme
resta immobile.
La gente, intorno,
lo fissa:
un angelo cane
peloso e nero
con ali madide di fango
e quell’infinito dolore
che si moltiplica dalla sua aureola
sopra le pozzanghere.
L’oscurità
sfrega le mani
sul corpo e risuona
in colonnati verso il cielo.
Lo dragano via.
È solo una pezza
uno straccio per il cimitero
e nulla più.
L’angelo
delle tegole
annusa i camini
e rosicchia le ossa delle stelle cadenti.
*
Breve riflessione sull’identità
Giorno dopo giorno nulla è uguale a se stesso.
Né i fiumi né le capre né i profeti.
Se l’oggi è uguale a domani
non tutte le cose restano
uguali. Perché quando una cosa
cambia, cambiano anche le altre.
Le cose non sono sole: dipendono
in modo claustrale da altre cose,
per lo meno in parte. Dunque,
sai, non sai mai…
Anche i profeti appartengono a questo
sistema di relazioni fisse. Come le parole. Come
le capre e il latte. Come il sangue.
Per questo, è piuttosto difficile
riconoscere le proprie parole, il proprio
sangue, il proprio profeta e la propria capra.
Molto difficile. Ma ancora e ancora
ci tentiamo, in modo da non ricavare capre
dai profeti o sangue dal latte.
Pretendiamo che le cose abbiano un’identità
mentre ci trasformiamo nel nostro doppio
e marciamo lentamente nell’oscuro abisso del tempo.
*
Il giardino dei vecchi
È scaltra l’edera, cresce
ovunque e dell’erba
incolta nessuno fa più
caso. Sotto gli alberi
l’invasione di frutti gotici.
Crollò l’oscurità, mitologica
e senza denti.
Ma Minotauro l’ha sconfitta
grazie a un buco nella recinzione.
Da qualche parte, Icari
impigliati nella ragnatela.
Durante una luminosa mattina
i cespugli rivelarono
lo spudorato, grigio
osso frontale dei fatti.
Boccheggiava, senza più parole.
*
Breve riflessione sull’accuratezza
I pesci
sanno sempre con precisione dove e quando muoversi,
all’unisono
gli uccelli hanno un innato senso del tempo e
dell’orientamento.
L’umanità
è priva di tali istinti, per questo ricorre alla ricerca
scientifica. La sua natura è illustrata dal seguente esempio.
Un soldato
doveva far esplodere il cannone ogni giorno alle sei di sera.
Era un soldato, obbediva. La sua accuratezza fu spiegata così:
L’orologio
della vetrina, in città: mi baso su quello. Ogni giorno alle
diciassette
e quarantacinque, monto sulla collina dove è pronto il
cannone.
Alle diciassette e cinquantanove mi avvicino al cannone, alle
diciotto in punto sparo.
Ora era chiara
la ragione di quella accuratezza. Non restava
che controllare il cronometro. Fu dunque interrogato
l’orologiaio.
L’orologiaio
disse che quello era uno degli strumenti più precisi in
assoluto.
Immagini, ormai da molti anni un cannone spara ogni giorno
alle sei in punto.
Ogni giorno, nello stesso istante, il mio orologio segna
esattamente le sei.
Gli orologi becchettano, i cannoni esplodono.
*
Incontro con Ezra Pound
Non so se siano stati creati prima i poeti o i festival.
Tuttavia, è stato un festival a farmi incontrare Ezra Pound.
Era seduto su una sedia, in una piazza di Spoleto; mi spinsero verso di lui. Gli
porsi la mano, la afferrò, fissandomi con quegli occhi azzurri che varcarono la
testa, perdendosi, lontani. Non si mosse. Non lasciò la mano, dimenticò gli
occhi. Fu una lunga stretta, come quella di una statua. La sua mano era gelida,
di pietra. Impossibile liberarsi.
Dissi qualcosa. I passeri mi interruppero. Un ragno rampicava sul muro, tastava
la pietra con le zampe anteriori. Un ragno che capiva il linguaggio della
pietra.
Un treno merci si conficcò nel tunnel del mio cranio. Un controllore in blusa
blu mi salutava, cupo, dall’ultimo vagone.
È interessante il tempo che ci vuole perché un treno merci come quello passi.
Poi ci separarono.
Anche la mia mano era fredda: aveva toccato la Via Lattea.
Dunque i treni merci esistono. Un ragno sulla pietra esiste. Esiste la mano e la
mano in sé. Esiste anche un non incontro ed esiste un incontro con una non
persona. Esiste un tunnel – un intero reticolo di tunnel, vuoti e oscuri, che
mettono in contatto la materia vivente che si chiama poesia ai festival.
Potrei avere incontrato Ezra Pound – eppure, in quell’istante non esistevo.
*
Il giudizio finale
Una lavatrice automatica
è accesa – lava
strizza, asciuga.
Come un angelo che mastica
chewing gum. Come il granito
che perfora il quarzo.
Qualcuno maledice il mare
ma non lo senti.
Piume d’oca vagano in cucina.
Le tue piccole dita scompaiono
sotto la porta.
Mosche: piccole Icaro che
tappano le falle del labirinto.
Hai un bell’aspetto, figlio mio
dici mentre ti coglie l’infarto.
La lavatrice lavora.
Vi entrano banchetti luculliani
c’è anche la granola.
E i riflessi. Cadono lettere
bene ordinate. E balene
che nuotano e denti innumerevoli.
Entrano i ricordi, escono
i codici della strada.
Bianco. La lavatrice lavora.
Chi pagherà la banda?
Dov’è il ballo dei pompieri?
Dove suonerà il flauto stretto
dal gelo? Come superare
l’ombra di un libro?
Bianco di fuliggine dilavata.
La lavatrice gira
e tremano le mani di Discobolo.
L’eternità è misurata
con precisione al secondo.
Sì.
In un panorama di giochi
bisogna giocare fino alla fine.
In un panorama di fango
la via d’uscita è
la lavatrice.
Quando è il caos
le vie a senso unico
sono un sollievo.
Quando sei in via d’estinzione
la precisione vale più di un dio.
In questo rumore
bianco esco da una porta
che mi porta
in questa stessa stanza.
*
Una favola
Si costruì una casa
le fondamenta
di pietra
i muri
il tetto sopra la testa
il camino e il fumo
la vista dalla finestra.
Si fece un giardino
il recinto
il timo
il lombrico
la rugiada, a sera.
Si ritagliò un pezzo di cielo.
E avvolse il giardino nel cielo
e la casa nel giardino
e il tutto in un fazzoletto
poi se ne andò
solitario come una volpe artica
varcando il freddo
e quella infinita
pioggia
per il mondo.
Miroslav Holub
L'articolo Rosicchiando le ossa delle stelle cadenti. Sulla poesia di Miroslav
Holub proviene da Pangea.
Pensiamo che la fiducia nella scienza sia molto bassa, ma guardando i dati le
cose forse vanno meno male di quanto non…
L'articolo Della scienza forse non ci fidiamo più sembra essere il primo su
L'INDISCRETO.