Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie
l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore
pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive
di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte
che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha
motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il
suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si
potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un
amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso
suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per
imitazione.
In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris,
parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un
suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna
saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi
della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida,
soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il
carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il
suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto:
e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che
poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che
ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite
disperate e a lui offerte.
“La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di
Sergio Claudio Perroni.
> “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò
> che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato
> e rimarrai un cumulo di possibilità.”
Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un
modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un
artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità
anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima
del tempo.
Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel
cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di
chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in
bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in
preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il
padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel
fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto
e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.
Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice,
si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un
altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito
del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua
detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può
anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico
famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:
> “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose
> insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li
> compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il
> risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei
> nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei
> confronti dei suoi libri e della sua memoria.”
Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una
persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi,
forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del
nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un
tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a
essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e
perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza
della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia
pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi,
1998).
Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet
ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare
una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le
fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato
tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un
catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore
amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.
Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e
formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si
voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la
morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è
stata anche un sottile esercizio di creazione.
Edoardo Pisani
*In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903
L'articolo Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé proviene da
Pangea.
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Q uando il 15 ottobre del 2007 Édouard Levé si toglie la vita, ha da poco
consegnato all’editore Paul Otchakovsky-Laurens (P.O.L.) il manoscritto di un
libro intitolato Suicide. Non è la prima volta che uno scrittore si suicida dopo
avere consegnato l’ultima opera. Uno su tutti: Stefan Zweig, insieme alla moglie
Lotte Altmann, il 22 febbraio 1942, esattamente il giorno dopo avere inviato
all’editore il manoscritto di Il mondo di ieri. Non è stato neppure, quello di
Levé, il primo caso di scrittore che si uccidesse dopo avere consegnato o
pubblicato, o semplicemente scritto, un testo in cui veniva prefigurato il
suicidio: Yukio Mishima (La decomposizione dell’angelo), Silvia Plath (Ariel),
René Crevel (La morte difficile), Jean Amery (Levar la mano su di sé. Discorso
sulla morte volontaria), Jean-Pierre Duprey (La fin et la manière) si sono tolti
la vita dopo avere licenziato libri incentrati sul tema della morte e
dell’impossibilità di vivere, anche se la concomitanza cronologica tra consegna
e suicidio non è stata ugualmente immediata.
Quello che rende piuttosto unico il caso di Levé è la presenza di entrambi gli
aspetti: da una parte la quasi perfetta concomitanza (come Zweig, Mishima,
Duprey), dall’altra la centralità, fin dal titolo, del tema suicidiario (come
Amery, Plath, Duprey). Sarebbe bastato questa eclatante coerenza
poetico-biografica a contribuire alla gloria postuma di uno scrittore che, in
vita, solo pochi avevano letto. Ma alla configurazione altamente performativa
della propria morte (meditata e tematizzata per decenni) ha contribuito anche, e
direi soprattutto, il carattere del testo di Levé, dell’ultimo suo romanzo. Per
spiegare in che senso, conviene fare qualche passo indietro.
> Levé è uno di quegli autori eclettici in cui tutto si tiene e dove il lettore
> gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in comunicazione
> le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che esse
> compongono.
In poco più di una decina di anni, tra la metà dei Novanta e il momento della
sua morte a quarantadue anni, Levé ha prodotto opere artistico-fotografiche di
una certa risonanza, oltre a quattro testi lunghi di difficile definizione, tra
autobiografismo sperimentale e letteratura “concettuale”. Come artista visivo
Levé è stato spesso accostato a fotografi concettuali come Jeff Wall, Hiroshi
Sugimoto, Sophie Calle, e le sue immagini hanno una stretta parentela con i suoi
scritti, sia da un punto di vista tematico che formale. La meteorica carriera di
questo artista ha lasciato un corpus quantitativamente limitato ma
sorprendentemente compatto e coerente, pur nella estrema varietà che lo
contraddistingue. Levé è uno di quegli autori eclettici (viene in mente Georges
Perec, che non a caso è uno dei più evidenti ed espliciti riferimenti dello
stesso Levé, nonché compagno di catalogo chez P.O.L.) in cui tutto si tiene e
dove il lettore gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in
comunicazione le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che
esse compongono.
Levé ha dunque lasciato quattro raccolte di lavori fotografici (Angoisse, 2002,
Reconstitutions, 2003, Fictions e Amérique, 2006) e quattro testi letterari
(Oeuvres, Journal, Autoportrait, Suicide) gli ultimi due recentemente pubblicati
in Italia da Quodlibet (Autoritratto nella bella traduzione di Martina Cardelli,
Suicidio nella precedente versione di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, del
2008). Un’intensa attività, nonostante il poco tempo e i lunghi momenti di
depressione. La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica
transmediale (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una
costruzione performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato
a questo senso di compattezza, di compiutezza. Una delle terzine poetiche che
chiudono Suicidio recita:
> Nascere mi succede
> Vivere mi occupa
> Morire mi completa
Alla luce della sua morte, non è difficile interpretare il percorso di Levé come
un continuo tentativo di espungere l’io, di liberarsi di quell’ingombro
doloroso: creare una distanza anestetica da sé stesso, fingere un soggetto senza
identità. Le prime opere letterarie sono archivi memoriali in cui sembra di
vedere realizzata la famosa “morte dell’autore” in chiave autobiografica: gelidi
referti, cataloghi, elenchi anonimi purificati da qualsiasi dimensione
affettiva, vetrificati, entomologizzati, museificati. Oeuvres (2002, di prossima
traduzione da Quodlibet) è un elenco di più di cinquecento opere d’arte non
realizzate (per lo più), che ci restituiscono un’immagine tra l’ironico e il
disturbante della mente di chi le ha concepite. Le opere descritte, oltre a
rappresentare una riflessione semiparodica sullo stato dell’arte contemporanea,
incarnano elementi tipici della poetica di Levé e manifestano le idiosincrasie
dell’artista: giochi combinatori e restrizioni simil-oulipiane, pastiche e
manipolazioni di altre opere, intersezioni e traduzioni tra diversi sistemi
segnici, fantasiosi principi d’ordine o modelli espositivi bizzarri, inventari
stranianti sulla falsa riga dei vari “tentativi” di Perec (come il Tentativo di
esaurimento di un luogo parigino, 1975), giochi sulla porosità dei confini tra
falso e vero o sull’autorialità e l’identità dell’artista.
> La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica transmediale
> (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una costruzione
> performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato al senso
> di compattezza, di compiutezza della sua produzione.
Journal (2004) è apparentemente più anonimo: una collezione di notizie, per lo
più di cronaca nera, di guerre e altre calamità umane e naturali da cui Levé ha
cancellato ogni riferimento sia geografico che onomastico: il risultato è una
sequela di eventi indeterminati che sembrano riprodurre il sinistro rumore di
fondo dell’attualità, una radiografia della comunicazione mediatica e del modo
in cui questa intercetta la nostra attenzione. ln controluce (e in alcuni
dettagli), riconosciamo anche qua l’immagine dell’autore secondo quella tecnica
di autobiografia de-centrata, obliqua o indiretta, che molto successo ha avuto
nella letteratura francese del secondo Novecento (la stessa che, non a caso, ha
generato il termine autofinzione).
Con Autoritatto (2005), presentato da Emmanuel Carrère a Libri Come di
quest’anno, l’io autobiografico diventa molto più chiaramente visibile, sebbene
ci appaia esploso in una miriade di brevi frasi paratattiche senza nessi
apparenti, senza alcuna linearità cronologica o coerenza spaziale. Gusti
personali, aneddoti autobiografici, tratti fisici, morali, caratteriali, manie,
ossessioni, abitudini ed elementi contestuali del tutto secondari o trascurabili
della vita dell’autore, formano un ritratto pulviscolare e disseminato, un
autobiografismo senza unità, dissociato, esternalizzato, simile a quello di
libri come il Diario aperto (2002) di Michel Tournier, Tropismi (1939) di
Nathalie Sarraute, il Diario dalla periferia (1994) di Annie Ernaux e le
incursioni del solito Perec in quello che chiamava “infraordinario” ‒ termine
contrapposto allo “straordinario”, ossia agli eventi salienti che siamo abituati
a mettere al centro delle nostre narrazioni identitarie come capitoli che
scandiscono la vita, che compongono la nostra storia. Potrebbe essere al
contrario, come suggeriscono questi testi, che a contare davvero non siano gli
eventi memorabili, ma la materia fina e diffusa di cui si compone la nostra
quotidianità: particelle volatili e impalpabili, microavvenimenti, elementi
troppo infinitesimali per rappresentare un segno, un tragitto, una narrazione,
ma che costituiscono nondimeno la nostra “sensazione della concretezza del
mondo” (come ha scritto ancora Perec) e quindi, di riflesso, della nostra
esistenza.
> Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se
> vogliamo l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni
> critici lo considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a
> conclusione di una parabola.
Con Suicidio (2008), infine, l’io dell’autore ci appare in maniera molto più
limpida, non più completamente esteriorizzato o frammentato sebbene non ancora
unificato: riconosciamo Levé (e Levé si riconosce) nell’immagine allo specchio
di un giovane suicida, amico di gioventù dello scrittore, che si tolse la vita a
soli venticinque anni e la cui breve esistenza è narrata nel romanzo. Il testo è
scritto in seconda persona, come una lettera rivolta allo scomparso, e
nell’atteggiamento solidale ed empatico del narratore verso il suo protagonista
è facile scorgere il senso di un destino comune. Una lettura parallela di
Suicidio e Autoritratto, ci mostrerebbe chiaramente i punti di sutura, la
maniera in cui Levé ha proiettato sé stesso nella vita del giovane suicida
badando meno alla verità fattuale che alla possibilità di reinventarsi, o di
riconoscersi, nell’altro. Mi vengono in mente in questo senso certi testi di
Patrick Modiano, maestro nell’arte sottile dell’autobiografismo per interposta
persona, o Winfried Georg Sebald che inscatolava alter ego tra testi e
fotografie falsamente indiziarie.
Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se vogliamo
l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni critici lo
considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a conclusione di una
parabola: dai primi testi algidamente concettuali, in cui il soggetto è presente
soltanto tra le righe o, per così dire, nella pressione del rimosso,
all’Autoritratto in cui l’io torna in scena ma come sbriciolato e svuotato di
qualsiasi unità psicologica, fino a Suicidio dove il volto di Levé ci appare
infine in un ultimo tragico e precario riflesso. Un percorso a ritroso dal mondo
esterno (l’“extime” di Tournier) all’intimità più scottante: uno sprofondamento
nel proprio io negato, o forse una lotta sempre più ravvicinata con la propria
identità nella presunzione dandy della completa sovrapposizione di vita e arte:
sovrapposizione che nel suicidio trova l’esito più fanaticamente coerente, la
più efficace “creazione” della vita come opera d’arte.
È perciò, perché capace di esibire una qualche forma di padronanza, che quello
del protagonista di Suicidio viene presentato come un gesto di affermazione, non
di negazione, come qualcosa che produce più, e non meno, senso.
> Il tuo silenzio è diventato un’eloquenza.
> tu, che un tempo eri distante e tenebroso, oggi risplendi accanto a me.
> Gli scomparsi sono loro. Tu sei più che mai presente.
> Se fossi ancora vivo, forse saresti diventato un estraneo. Morto, sei
> altrettanto vivo che da vivo.
Non è soltanto la figura del suicida a fissarsi per sempre, e quindi a diventare
“qualcuno” più definitivamente e compiutamente di chiunque sia ancora vivo
(“Soltanto i vivi sembrano incoerenti”), ma è anche la vita di chi resta, o
comunque del narratore, che in qualche modo beneficia di quell’atto:
> Morto, mi rendi più vivo.
> Il tuo aver deciso di cancellare il mondo evita di farlo a chi ti sopravvive.
È evidente, tuttavia, che siamo noi, insieme a Levé, a considerare ex post il
suicidio del ragazzo come un punto d’arrivo, l’esito conclusivo di una storia
che non poteva andare altrimenti. E siamo ancora noi a interpretare alla luce di
questo libro il suicidio effettivo di Levé come un programma inscritto nella sua
vita/opera, come un finale a lungo covato, cullato, desiderato: e quindi
necessario. Tutta la produzione artistica di questo autore, alla luce della sua
conclusione, ci appare come a una forma molto sofisticata e rigorosa di
necrologia artistica. Ma se indubbiamente esiste una predeterminazione, è anche
vero che la fine ha retrodeterminato tutto il resto, mettendo in luce soltanto
quello, tra i molti esiti possibili, tra le tante direzioni potenziali che
avrebbe potuto prendere la sua biografia, che si presenta adesso come
inevitabile.
Giochiamo volentieri il gioco della finzione, dell’opera che impacchetta la
vita, ma sappiamo che questa è solo una piccola parte della verità. E lo sapeva
Levé, se nell’anticipazione letteraria del proprio suicidio non ha potuto fare a
meno di inserire la disfunzione, il dettaglio rivelatore attraverso cui il reale
sfugge alla pianificazione artistica, riafferma la sua incertezza, e l’ambizione
di controllo conosce il fallimento. Il dettaglio è il seguente: nelle prime
pagine di Suicidio, quando la moglie trova il giovane marito appena suicidato,
nell’agitazione fa cadere un libro che questi aveva lasciato aperto sul tavolo a
una pagina precisa con l’idea di comunicare l’ultimo messaggio, di fornire
l’ultimo pezzo del puzzle. Cadendo il libro, perdendo il segno, l’immagine
resterà per sempre incompleta. L’imprevedibilità della vita ha rivendicato in
extremis, non senza ironia, le sue prerogative di fronte al gesto più radicale
di autopoiesi. Ed è forse la stessa ironia, lo stesso umorismo tirato che ci fa
sorridere in molte pagine di Autoritratto: la linfa pantagruelica che irrora il
livore parnassiano, l’imprevisto che confonde le carte.
> Nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio pianificato
> somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel suicidio, come
> forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa denuncia della
> propria solitudine.
Quando si parla di suicidio è difficile non pensare ad Albert Camus: “il solo
problema filosofico veramente serio”, come lo ha definito in Il mito di Sisifo
(1942). L’assurdità, il non senso della vita, l’impossibilità di chiuderla in
una forma (artistica o di altra natura), è la radice della scelta etica che,
ancora secondo Camus (questa volta in L’uomo in rivolta, 1951), ci permette di
passare dalla meditazione del suicidio alla rivolta. Comprendere la finitudine
umana è rinunciare alla presunzione estetica di essere padroni del proprio
destino, è l’abbandono della posizione solipsista in cambio del riconoscimento
degli altri come ultima e unica giustificazione dell’esistere: “mi rivolto
dunque siamo”, al plurale, è la massima finale di Camus. Nessuno è padrone,
l’assurdo domina, dunque possiamo, anzi dobbiamo ‒ noi plurali ‒ rivoltarci. Se
questo è vero, nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio
pianificato somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel
suicidio, come forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa
denuncia della propria solitudine.
Allo stesso tempo in Levé stride fortissimo la contraddizione, la frizione tra
io e altri, anche nella morte volontaria. Il giovane venticinquenne di Suicidio
vive infatti nella memoria di chi l’ha conosciuto: ogni aspetto della sua morte
sottolineato dal narratore riguarda la capacità di quel gesto definitivo di
creare un legame indissolubile con chi sopravvive, a partire dal narratore
stesso. Il giovane prigioniero di sé stesso spera di uscirne suicidandosi, di
“sciogliersi negli altri”, come l’autobiografo che si scioglie e si riconosce
nel “fuori”, nell’infraordinario perechiano, nell’“extime” di Tournier, nei
frammenti disseminati del proprio io. Chi si toglie la vita, sosteneva Arthur
Schopenhauer, vorrebbe vivere più di chiunque altro, ma non ci riesce. Così noi
lettori, oggi, siamo forse la sola comunità postuma e impossibile a cui lo
scrittore Levé ha saputo credere davvero, in vita e in morte: ed è questo
appello, questo bisogno degli altri iscritto nell’atto stesso con cui si
estromette da qualsiasi rapporto umano, credo, a rendere il libro (e
retrospettivamente tutta l’opera) di Levé così struggente.
> Ho a lungo cercato chi fossi, e devo dire che dopo trentadue anni di vita non
> mi sono incontrato. Esisto tuttavia nel cuore, nello spirito e nel corpo di
> coloro che mi hanno amato. Ma l’assurdità della vita è tale che non esisto per
> me stesso. Troppo vicino a me, senza dubbio, non riesco più a vedermi. Non
> sono un vuoto, perché il vuoto è senza emozione. Sono uno spazio colmo di
> dolore, che le mie lotte non sono riuscite a contenere nel suo flusso
> crescente. In questa esistenza in cui ogni istante fa male, non c’è più spazio
> né per il desiderio né per il piacere. Che fare di una vita il cui senso mi è
> sfuggito? Che fare di una vita in cui felicità, entusiasmo e calma sono
> assenti […]? La mia morte volontaria mi appariva come l’inizio della vera
> vita. Oggi il dubbio si è impadronito di me: non sono più certo di ciò che
> troverò dall’altra parte, ma mi resta, curiosamente, abbastanza fiducia e
> speranza per credere che sarà meglio, o che semplicemente non ci sarà più
> nulla. Scommetto su una vita che nessun aggettivo saprebbe qualificare, ma
> dalla quale il dolore sarà assente, oppure sull’assenza di vita dopo la morte,
> cioè anche sull’assenza di dolore. (Lettera di Levé custodita negli archivi
> dell’IMEC, Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine, Abbaye d’Ardenne,
> Francia).
L'articolo Sul solo problema filosofico veramente serio proviene da Il
Tascabile.
2000 caratteri per parlare di un libro, ogni settimana o quasi, per chi legge
L’Indiscreto e vuole leggere ancora di più. In copertina,…
L'articolo Suicidio, Édouard Levé sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
Dostoevskij era ossessionato dal suicidio. Più che dal corpo morto, era
ossessionato dall’anima scassinata, avvizzita. Nel Diario di uno scrittore,
l’immane rubrica pubblicata su “Il cittadino” dal 1873 – in Italia stampa
Bompiani, nell’atavica traduzione di Ettore Lo Gatto – Dostoevskij scrive spesso
di suicidi. Nell’ottobre del 1876, ad esempio, dice di “una povera giovane” che
“si era buttata dalla finestra, dal quarto piano… tenendo nelle mani un’immagine
sacra”. Questo “suicidio umile” sarà il pretesto per uno dei racconti più noti
di Dostoevskij, La mite.
Anche Nathaniel Hawthorne, lo scrittore della Lettera scarlatta, era
ossessionato dal suicidio. Nel suo Diario – cito dalla traduzione di Agostino
Lombardo, Neri Pozza, 1959 – appunta che il 9 luglio del 1845, in un fiume nei
dintorni di Salem, era stato ritrovato il “cadavere d’una fanciulla annegata:
era una certa Miss Hunt, di circa diciannove anni, ragazza colta e raffinata, ma
depressa e infelice”. È una pagina terribile e – dunque – meravigliosa:
Hawthorne, con olimpica pietà, racconta, nel dettaglio, il corpo del
suicida (“Non avevo mai visto o immaginato uno spettacolo di tanto perfetto
orrore. La rigidità era terribile a vedersi. Le sue braccia s’erano irrigidite
nell’atto di lottare; ed erano curve davanti a lei, con le mani ad artiglio”); è
affascinato dalla scena, sensazionale, di cui vuole carpire il principio.
A Hawthorne interessa il carattere della ragazza morta. Dostoevskij, invece,
indaga la ragione del suicidio, una ragione irragionevole. Le ragazze di cui i
due grandi scrittori narrano il suicidio sono simili: “la mite anima che ha
annientato se stessa” di Dostoevskij è analoga alla pia fanciulla descritta con
sinistra minuzia da Hawthorne, “pare che fosse religiosa, e di elevata
moralità”. Dalla diversa capacità di raccontare un suicidio – uno ausculta
l’anima l’altro descrive il corpo, uno tenta la compassione l’altro la
redenzione – potremmo tracciare il confine che separa la latitudine della
letteratura russa da quella statunitense.
Hawthorne muore nel 1864, quando Dostoevskij pubblica Memorie del sottosuolo: li
immagino camminare insieme, lungo la Neva. Entrambi – tra l’altro – avevano una
passione per i matti.
Nel breve scritto sulla giovane suicida che si getta dalla finestra abbracciando
un’icona, Dostoevskij aggiunge un dettaglio decisivo.
> “Semplicemente, era diventato impossibile vivere”.
Questa frase è l’oblò da cui guardare l’oceanica opera di Dostoevskij. Lo
scrittore deve scrivere di quel luogo in cui, semplicemente, è diventato
impossibile vivere. In uno dei racconti più belli di Dostoevskij, Il sogno di un
uomo ridicolo (accolto, nella nuova traduzione di Serena
Prina, nei Racconti editi da Feltrinelli, 2023), pubblicato sul Diario di uno
scrittore nell’aprile del 1877, un uomo, semplicemente, capisce che è
impossibile vivere. “All’improvviso sentii che mi era del tutto indifferente se
il mondo esistesse o se non ci fosse nulla da nessuna parte”. Una notte, così,
l’uomo ridicolo – parente stretto dell’uomo del sottosuolo – decide di
uccidersi. È il tre di novembre, è sera, “una sera cupa, la più cupa che possa
esistere”, sono le undici. L’uomo fissa una stella e compie la sua scelta,
“quella notte stabilii di uccidermi”. D’altronde, tutti lo credono pazzo perché
l’uomo ridicolo riconosce l’insensatezza di tutte le cose: è un profeta del
nulla, un gretto guru del disordine, capace di ledere il sistema di convivenza
sociale. Chi ride di lui si crede potente, ma è un ipocrita perché vive in un
mondo illusorio. I veri pazzi sono quelli che stanno bene a questo mondo.
La faccio breve. L’uomo ridicolo non si ammazza. A salvarlo – inconsapevolmente
– è una bambina di otto anni, “tutta fradicia”, lacera, che “urlava in modo
sconnesso… Mammina! Mammina!”. L’uomo la allontana da sé in malo modo: rientrato
a casa, si accascia in poltrona, si addormenta. Al risveglio dal sonno –
picaresco, “fantastico”, cristico, che evito di raccontare – l’uomo ridicolo è
preso da un incendio religioso. Proclama l’amore universale, sventola il
Vangelo, diventa “una sorta di jurodivyj”, uno “stolto in Cristo”, un
pellegrino, ispirato e poverissimo. In ogni caso, è creduto pazzo.
Morale: l’esperienza del nulla è necessaria per riconoscere Cristo, che
altrimenti resta orpello, il doppiopetto dei vili; il vero cristiano è chi
scampa da una crisi che schiaccia, che pone sulla soglia del suicidio. Fuori dal
cristianesimo, semplicemente, non si può vivere, non ha senso la vita.
La “ragazzina” che salva la vita all’uomo ridicolo – “quanto alla ragazzina,
l’ho rintracciata…”, scrive ‘Dost’, dando al racconto l’impeto di una sequela –
è la suicida rediviva, la mite mitizzata, è Matrëša risorta, la ragazzina
“bionda e lentigginosa”, dal “viso comune ma con qualcosa di molto infantile e
quieto”, che si impicca dopo essere stata violata da Stavrogin, il demonio
attorno a cui ruota la vicenda de I demoni. Secondo Lev Šestov, che sui libri di
Dostoevskij ha fondato il suo implacabile sistema filosofico, Il sogno di un
uomo ridicolo è l’opera quintessenziale dello scrittore russo, quella che
riassume i suoi temi totem.
> “Dostoevskij, come i santi in cerca di salvezza, ascolta senza tregua una voce
> misteriosa che gli sussurra: Osa! Tenta il deserto, la solitudine. Sarai
> bestia o Dio”.
Soltanto l’uomo imbestiato, che percorre l’abisso e l’abiezione, scorge, poco
dopo il demone, Dio.
Secondo Michail Bachtin, invece – così ci spiega Serena Prina – è Bobok il
“microcosmo di tutta l’opera di Dostoevskij”. Il testo – intriso d’ironia nera,
un Edgar Poe allucinato dalla vodka – racconta di “un tale”, scrittore in
disfatta, che un giorno, capitato al cimitero, ascolta i pettegolezzi dei morti.
Il racconto oltraggia i contrasti: i veri saggi sono i pazzi (“colui che
rinchiude un altro in manicomio non dimostra certo la propria condizione di
persona savia”), la vera vita, forse, è la morte, secondo l’enigmatico aforisma
di Euripide (“Chi sa se forse vivere è morire e morire è vivere”). Bobok è
l’intercalare borbottato da uno dei morti, “quasi del tutto decomposto”: parola
insensata, che “significa comunque che anche in lui la vita conserva ancora
un’impercettibile scintilla”. Bobok è la parola ultima, estremo sigillo di vita
sulla soglia della fine, fetida fiamma. Fa parte, Bobok, di quel vocabolario
minimo di neologismi lunari: si installa tra Pallaksch, parola-amuleto di
Friedrich Hölderlin (un insensato che vuol dire sì e no allo stesso tempo,
asserzione che si fonda sulla negazione), e Aphinar, parola-mappa, la meta,
inesistente, a cui Rimbaud chiede di essere destinato, morente, paralizzato, sul
letto ospedaliero di Marsiglia.
Bobok è il richiamo delle Muse-iene, a un passo tra ispirazione e disperanza.
Si legge Dostoevskij, d’altronde, sempre in prossimità di un delirio, di un Dio
a venire, avventato.
*In copertina: un disegno di Victor Hugo
L'articolo “Osa! Sarai bestia o Dio”. Dostoevskij, o dell’impossibile proviene
da Pangea.
Ne sappiamo poco o nulla, ma quello che avviene a Petrópolis tra il 22 e il 23
febbraio del 1942, in pieno Carnevale, ha di certo anche un aspetto teatrale, di
accurata messinscena: il doppio suicidio di Stefan e Lotte assomiglia
terribilmente, o costituisce un’allusione neanche troppo criptica, ai limiti del
plagio, a un altro doppio suicidio della storia letteraria tedesca: quello che
nel 1811 aveva visti coinvolti, al Wannsee presso Potsdam, Henriette Vogel e
Heinrich von Kleist, autore che Zweig venerava e con il quale forse, a proprio
discapito, si confrontava come scrittore. Ci si può quindi chiedere se, oltre
all’avanzata apparentemente inarrestabile del nazismo, al venir meno
dell’ammirazione e della vicinanza dei lettori, alla solitudine e all’isolamento
intellettuale nonché alla malattia di Lotte, una parte nella decisione di Zweig
non l’abbia avuta anche la suggestione di replicare, come in un macabro omaggio,
l’autodistruzione kleistiana. Imbastendo una storia magari leggermente diversa
nei dettagli, ma al contempo così simile nell’incapacità, da parte di entrambi
gli scrittori, di affrontare la realtà.
Fatto sta che nello schizzo biografico che Zweig aveva dedicato a Kleist molti
anni prima sembra di cogliere una partecipazione autentica, non artefatta, alla
vicenda narrata. A un certo punto Zweig menziona anche (e sembra far suo)
il Doppelblick (“doppio sguardo”) teorizzato da Kleist, uno sguardo volto
contemporaneamente tanto al passato quanto al futuro da parte di colui che,
consacrandosi alla morte, raggiunge la suprema armonia. Molte delle
caratteristiche che Zweig attribuisce a Kleist, scrittore ammiratissimo per la
compresenza di eccesso e disciplina, di veemenza e freddo rigore, potrebbero
essere riferite anche a lui stesso:
> “Come gli accade nei confronti degli esseri umani, Kleist si interessa alla
> natura, al mondo, solo nei loro limiti più estremi, dove si superano sfociando
> nell’inaudito e nell’improbabile, anzi direi quasi, dove diventano eccessivi e
> viziosi e abbandonano ogni forma. E come nei confronti dell’umanità, a lui
> interessa solo l’anormale, la deviazione dalla regola (la Marchesa di O.; la
> mendicante di Locarno; il terremoto in Cile), sempre il momento in cui
> sembrano irrompere fuori dalle cerchie preferite da Dio”.
E aggiunge, a proposito proprio del suicidio di Kleist, delle sue modalità e
delle sue ragioni profonde:
> “L’essenza intima del suo essere era impazienza e tensione, il significato
> ineliminabile del suo destino era l’autodistruzione attraverso l’eccesso: ecco
> perché la sua morte prematura e volontaria è il suo capolavoro, tanto quanto
> il Principe di Homburg: perché accanto ai potenti, a coloro che sono dei
> maestri della vita come Goethe, di tanto in tanto emerge qualcuno che invece
> padroneggia la morte e attraverso la morte crea una poesia che va al di là del
> tempo”.
E proprio come Kleist aveva cercato e trovato nell’amica Henriette Vogel,
gravemente malata di cancro, qualcuno che lo seguisse e lo accompagnasse
nell’atto fatale, così Zweig aveva potuto contare sul sostegno e sulla
complicità, non sappiamo fino a che punto convinta, di Lotte.
Questo del doppio suicidio è un motivo che era già comparso, comunque,
nell’opera di Zweig, anche se veniva solo programmato senza essere poi portato a
termine. Mi riferisco al romanzo incompiuto Estasi di libertà (Rausch der
Verwandlung), in parte utilizzato dal regista Wes Anderson quale fonte
d’ispirazione per il suo recente film Grand Budapest Hotel (2014). I due
protagonisti, la giovane Christine Hoflehner e Ferdinand, reduce dalla Grande
guerra e dalla prigionia in Russia, entrambi frustrati e indignati con uno Stato
che non li tutela, decidono dapprima di farla finita insieme, per poi ripiegare
su una soluzione meno drastica, la rapina di un ufficio postale. Quello che nel
romanzo era un semplice espediente narrativo risoltosi in commedia torna ora
d’attualità sotto una forma molto più drammatica e reale, acquisendo uno statuto
di fattibilità e forse persino di opportunità.[1]
Si è molto discusso delle reali condizioni di salute di Lotte, che soffriva
d’asma, doveva usare un inalatore durante la notte e passava attraverso ripetute
crisi respiratorie, ma il cui stato di salute generale, sebbene aggravatosi dopo
il soggiorno a New York, non sembrava poter giustificare una decisione così
drastica. Certo, le crisi di Lotte non contribuirono a rasserenare l’atmosfera
generale, e se Zweig si era mai aspettato che una moglie tanto più giovane
potesse in qualche modo spronarlo e legarlo alla vita, ora dovette disilludersi.
Quanto aveva amato in passato quella sua fragilità, che lo induceva a
proteggerla e a custodirla come un bene prezioso, tanto ora gli sembrava un
ulteriore onere, un ostacolo insormontabile che gli impediva di vivere
pienamente la propria esistenza. In una lettera scritta proprio alla vigilia del
suicidio ai cognati Manfred e Hannah Altmann, e quindi alla famiglia di Lotte,
Zweig fa riferimento a una prolungata cura d’iniezioni, probabilmente a base di
antigeni, che non le avrebbe fatto alcun effetto, convincendoli quindi
dell’opportunità dell’atto finale. Ma è mai possibile che ad appena trentatré
anni Lotte fosse davvero già così stanca della vita e incapace di lottare? E non
è forse plausibile che avere al fianco una persona sicuramente malinconica, se
non depressa, come Zweig, abbia potuto fiaccarne e cancellarne l’istinto di
autoconservazione?
A quanto pare, la morte di Zweig fu causata dall’ingestione di numerose
compresse di Veronal, il cui tubetto vuoto fu trovato sul tavolino da notte
insieme a una bottiglia d’acqua minerale di cui non rimaneva che un quarto.
Maggiori dubbi riguardano invece la sostanza ingerita da Lotte, che sembra
essere morta più tardi e aver preferito un altro tipo di barbiturico, perché
rispetto a quello di Stefan il corpo emanava un diverso e più forte odore. Si è
notata anche una differenza nel modo di presentarsi alla morte: Zweig era
vestito di tutto punto (camicia sportiva a maniche corte, cravatta nera,
pantaloni scuri – con un tocco di eleganza austriaca, insomma), mentre Lotte
portava una vestaglia a fiori senza pretese. Così come ha lasciato perplessi
un’ulteriore differenza, riguardante la posizione, che nel caso di Zweig sembra
non lasciare nulla al caso ed è estremamente dignitosa, là dove invece Lotte lo
cinge e gli stringe le mani, ma è tutta contratta e raggomitolata su un fianco.
In ogni caso, Zweig avrebbe voluto delle esequie private e un rito laico,
avrebbe preferito insomma scomparire in silenzio. Ma la trasformazione del suo
funerale, alla presenza del dittatore brasiliano Vargas, in un grande evento
spettacolare sancirà il mancato rispetto anche di quest’ultima volontà. Un
corteo imponente, seguito da quattromila persone, poi una funzione ebraica,
e dulcis in fundo un versetto biblico inciso sulla pietra tombale – nulla che
alla fin fine importi davvero, alla resa dei conti, ma certo non quello che
Zweig, ormai lontano da ogni esibizione religiosa, avrebbe voluto.
Raoul Precht
*Per gentile concessione si pubblica un estratto da: R. Precht, “Stefan
Zweig. La fine di un mondo”, Milano, Ares, 2025
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[1] Con Estasi di libertà, scritto nel 1930-31, Zweig ritenta senza troppo
successo la strada del romanzo, riprendendo alcuni temi, come le conseguenze
della Prima guerra mondiale e della successiva inflazione per i ceti popolari o
il dramma dei reduci, temi già trattati in alcuni racconti precedenti e nel
dramma Das Lamm des Armen, mettendo in drammatico risalto da un lato il potere
del denaro e dall’altro la contrapposizione fra gente comune e quello sparuto
gruppo di ricchi che possono permettersi di vivere negli hotel di lusso.
L'articolo Il gusto della messinscena. Gli ultimi giorni di Stefan Zweig
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