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“Adolescence” o sull’impossibilità di educare l’eccezione
Per ogni serie, ma anche film o libro, di particolare successo, il dibattito web e social ripropone sempre più o meno lo stesso percorso. Le prime recensioni saranno positive, dopo un crescendo di entusiasmo si griderà al capolavoro, poi arriverà qualche accusa di sopravvalutazione e qualche timida critica. Man mano se ne aggiungeranno altre, sempre più negative, al che gli entusiasti replicheranno con elogi più circostanziati. Solo al termine di questa spirale dialettica si potrà finalmente guardare all’opera per quello che realmente è, per capire davvero cosa ha detto di nuovo e cosa ne resterà.  Nel caso di Adolescence il dibattito social è intenso, non tanto per quanto riguarda le qualità tecniche – la serie è oggettivamente ben fatta e ben recitata – ma per il coinvolgimento emotivo che ha creato. La discussione però, a mio parere, è giunta spesso a conclusioni anche più inquietanti della serie stessa.  Premetto subito che non ho figli e quindi, come si dice, non posso capire, ma se i nullipari sono spesso catalogati come eterni adolescenti, allora forse in questo caso il nostro punto di vista può offrire uno sguardo utile. Il target della serie non sono i ragazzi, ma i loro genitori, cioè per lo più la generazione X. Si capisce già dal titolo, nessun adolescente si autodefinirebbe così, e la citazione degli A-ha nell’ultima puntata toglie ogni dubbio.  Tale puntata si concentra sulla famiglia di Jamie, il tredicenne assassino, e mentre lo spettatore si aspetta che venga svelato un abuso domestico all’origine di tutto, i genitori del ragazzo si rivelano invece persone oneste, di sentimenti veri, e pur commettendo errori umani risultano essere, per usare i termini di Winnicott, una famiglia “sufficientemente buona”, non responsabile del crimine del figlio, e la serie si conclude senza giudicare, lasciando molte domande aperte. Eppure il pubblico adulto vuole risposte e le reazioni si polarizzano in due tendenze. La prima: è tutta colpa dei social, dobbiamo togliere i social ai ragazzi, almeno fino a 16 anni, ma meglio ancora fino a 18. I social sono il male, sono il demonio, sono persino peggio della droga. La seconda: no, togliere i social non basta, e poi troverebbero il modo di usarli comunque. Dobbiamo parlare con i ragazzi, ci vuole il dialogo, dobbiamo comunicare, fare l’educazione affettiva, l’educazione sentimentale,  bisogna parlare, parlare, parlare. A questo punto mi è tornato in mente che, secondo studi recenti, la violenza, nelle nuove generazioni, non è aumentata. Pare essere aumentata invece in modo esponenziale l’ansia.  Oggi di bullismo si parla apertamente e c’è molta più attenzione di un tempo, c’è lo psicologo a scuola, roba che la generazione X se la sognava, allora se ti picchiavano e lo dicevi a casa di solito ti sentivi dire che era colpa tua perché non ti sapevi difendere, e lo psicologo era ritenuto il dottore dei matti, da cui stare alla larga.  Eppure non è stata risparmiata, a questa nuova generazione di adolescenti, l’ansia. Una pandemia la cui l’emergenza si è protratta molto oltre la fine del pericolo reale, un riscaldamento globale esposto con toni apocalittici, ed ora una guerra europea altamente improbabile, ma già narrata come fosse attuale.  Ma forse, nonostante tutte le attenzioni alla fragilità e alla diversità, le radici dell’ansia stanno più a fondo, e possiamo intuirle proprio osservando come gli adulti hanno reagito alla serie, più ancora che la serie stessa. Gli adolescenti assassini sono di fatto una percentuale trascurabile, un’assoluta eccezione. Uno zero virgola seguito da molti altri zeri. In Italia sono ancor più rari che in Inghilterra, dove la serie è ambientata. È molto più frequente morire in un incidente stradale o in un incidente sul lavoro, piuttosto che essere vittima o carnefice di un fatto di sangue. Eppure nulla muove i genitori quanto giustificare la necessità di controllare le emozioni dei figli, cosa tra l’altro impossibile, poiché non chiare nemmeno a loro stessi. Paradigmatica in questo senso è una frase tratta dal film dal titolo …e ora parliamo di Kevin, del 2011, di Lynne Ramsay, sullo stesso tema di Adolescence. Quando la madre domanda al figlio perché abbia commesso quel tremendo delitto, lui risponde “Credevo di saperlo, ora non ne sono più così sicuro”. Ora, non voglio dire che i genitori non possano o non debbano fare nulla. Si insegna l’educazione, il rispetto, a non praticare la violenza, ad accettare un no, a rifiutare con gentilezza, a chiedere scusa. Tutto questo nella normalità già avviene, sia in famiglia che a scuola, e ha un ruolo importante nel rendere migliore la normalità stessa, ma non sfiorerà mai il campo dell’eccezione imponderabile.  Il salto emotivo, il distacco dalla razionalità che porta una persona apparentemente tranquilla a commettere un omicidio o qualche altra grave forma di violenza viene da tali profondità dell’animo umano, segue dinamiche talmente complesse e inaccessibili anche alla scienza, che più il crimine è grave, più paradossalmente genitori, insegnanti e contesto sociale, a meno di abusi gravi, ne sono innocenti.  Vale per il ragazzino che accoltella la compagna di scuola, per i femminicidi, per la pedofilia, per i delitti familiari. L’idea di eliminare l’imponderabile tramite l’educazione rischia di portare a imposizione e a ipercontrollo. Gli adolescenti di oggi sono solo apparentemente più liberi. In realtà, complice la tanto vituperata tecnologia, sono sempre geolocalizzati, il registro elettronico non permette loro nemmeno di bigiare a scuola o di mentire su un brutto voto in attesa di rimediarlo, eppure ai genitori non basta mai, e con la motivazione dei “pericoli”, reali ma di entità spesso inferiore alla loro percezione emotiva, finiscono per diventare sempre più intrusivi nel privato, nei sentimenti e nella sessualità. Ma chi mette al mondo un figlio deve accettare che crescendo rimanga un mistero, chiuda la porta della propria stanza, metta al centro del proprio mondo affettivo persone diverse dal genitore, o l’unico effetto sarà moltiplicare l’ansia. Riguardo ai social: contengono il mondo intero, con tutto il suo bene e il suo male, ma è impensabile sottrarli agli adolescenti di oggi. La generazione X, e quelle precedenti forse ancor di più, avevano un campo d’azione molto limitato nella socialità. Se non ti trovavi bene con i compagni di scuola o con gli amici del campetto, finiva lì, non c’erano alternative. Questo per alcuni andava bene, per altri poteva essere fonte di sofferenza. Con i social puoi conoscere amici con i tuoi stessi interessi, magari strambi e nerd, e se vivono nella tua stessa città puoi incontrarli. Piaccia o no, ci sono ragazzi, specie i più particolari e introversi, per cui esprimersi senza l’ingombro del corpo è più facile. Certo, ci sono anche le insidie, ma in questo senso si possono condurre battaglie concrete. Ad esempio, credo che di fronte a un reato di cyberbullismo la polizia dovrebbe intervenire con la stessa tempestività con cui va a sedare una rissa in strada, perché i social non sono un universo altro, fanno parte del mondo fisico, a tutti gli effetti.  Alla fine, forse, il più grande pregio di Adolescence, quello per cui verrà ricordato, sarà aver portato a conoscenza del grande pubblico il concetto di Incel, facendo da tramite tra le bolle intellettuali e la gente comune. Sul tema non mi addentro perché c’è già una voce di Wikipedia molto dettagliata, ma a ben guardare gli “involontariamente celibi” ci sono sempre stati: sono i cosiddetti sfigati. Solo che, complice la rete e qualche guru un po’ folle e un po’ opportunista, invece di rimanere chiusi in sé stessi si sono ideologizzati, hanno elaborato teorie deliranti, hanno trovato capri espiatori, specie nelle donne, secondo loro troppo libere e troppo selettive.  Tuttavia, qualcosa di vero lo dicono. Il concetto di 80/20, ad esempio, secondo cui all’80% delle donne piace il 20% degli uomini, e la selezione avviene soprattutto in base all’aspetto estetico e allo status sociale. Basta prendere una qualunque classe di liceo per rendersi conto che queste percentuali sono persino ottimistiche: di solito ci sono tre o quattro individui che emergono e piacciono a tutti gli altri. Poi gli incel sbagliano in tutto il resto, innanzitutto nel non rendersi conto che questa regola vale anche a generi invertiti, forse in modo ancora più crudele, perché per le femmine l’aspetto fisico è ancor più culturalmente rilevante.  Nel film Il papà di Giovanna, di Pupi Avati, del 2008, una ragazzina uccide una compagna di scuola per gelosia. È una Incel, anche se il nome non esisteva, e al femminile non esiste tutt’ora. Forse le ragazze non fanno branco, non ideologizzano, ma covano il dolore da sole, confidandosi con poche amiche. Oppure un domani lo trasformeranno in altro, sfogheranno anche loro la rabbia contro gli uomini, magari in modo diverso. Poi, comunque, si cresce e alcune distanze si accorciano, ma mai del tutto. Qualcuno migliora, qualcun altro si adatta, l’intelligenza acquista un po’ di importanza. A volte, se si è fortunati, si trova l’amore vero, il lavoro giusto, altre volte si accettano i propri limiti, ma quella proporzione crudele nelle possibilità offerte dalla vita rimane per tutti, uomini e donne, e non solo in campo sentimentale ma in molti aspetti dell’esistenza. Non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti le stesse opportunità. E non è colpa di questa società cattiva basata sull’apparenza e sui soldi, né dei cellulari, né dei genitori, né degli insegnanti, né di nessun altro. È la realtà, forse persino l’istinto evolutivo. Di fronte a questo, crediamo davvero che togliere i social agli adolescenti, oppure mettersi in cattedra a insegnare il modo giusto di amare, possa risparmiare loro la crudeltà della vita?  Viviana Viviani L'articolo “Adolescence” o sull’impossibilità di educare l’eccezione proviene da Pangea.
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“Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. Gita sulla transiberiana del cuore
Le ho dato le mie scarpe. Inadatte, pur da ginnastica, per quella gita nel fango. Ma lei non è loquace e ama le sfide, ti fissa con generosità glaciale – ed è più bionda, ed è più azzurra, perché il bosco, al principio della provvigione primaverile, fa questo: del corpo esaspera i ferini fatti, accentra una fatalità sul nascituro urlo.  Dunque: è come avere piedi palmipedi, avventurosi alla vita anfibia.  Del resto: la nebbia aveva costretto i prati a quel bagliore da bassa marea; i boschi genuflessi a Genesi, l’estro Noè. Di bestie, nei paraggi, nel singolare giorno del Signore, nessuna – soltanto, una specie di I Ching di tracce, nella mota, esagrammi di capriolo e di cinghiale. Dicono ci sia il lupo – lo rintracciamo perché ne desideriamo il nascondiglio.  Negli strapiombi quella scrittura animalesca si fa coranica: ascendere per precipizio, mi viene da dire. Ma è chiaro: l’uomo è nei suoi primordi, nel bitume che precede ogni belato io, ogni vagito voglio.  * Poco prima – è consacrato giorno – presso la Piccola Famiglia dell’Assunta. La chiesa – che è poi una specie di tendone – rigurgita di disabili, di ogni età, tanto che il disabile, il disagiato, ti senti tu. Chi predica dice della nostra indegnità a stare al cospetto di Dio, dell’amore sviscerato, spappolato di Dio, oltremisura.  Ritaglio un brano dalla Piccola Regola: “Il silenzio: è l’unica lode vera e degna, esso stesso puro dono di Dio, il silenzio interiore, che è progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato, dono che va invocato, predisposto e custodito con la fedeltà al silenzio esteriore: – sempre e rigorosamente da Compieta all’Eucarestia; – ancora sempre nelle ore di preghiera comune e di lavoro (salvo il minimo di comunicazione richiesto dal lavoro, purché siano le più essenziali e delicate possibili, rispettose del proprio e dell’altrui raccoglimento); – e in ogni ora, ambiente e circostanza, con la mansuetudine, la mortificazione della curiosità, la riduzione abituale delle cose che verrebbe spontaneo dire, la rinuncia a parlare di sé la preferenza progressiva per le parole più semplici, più sereni e più pacificanti”.  I prati, intorno, spianano il sentiero della nostra insipienza, una enorme inermità, nella fermezza si è infermi.  C’è la felicità dei folli, qui – dove è smisurato il dolore, smisurato è l’amore.  * Ancora prima. Mi torna in mano il libro di Louis Massignon su al-Hallaj, il mistico crocefisso a Baghdad nel 922. Le Notizie su al-Hallaj (stampa Morcelliana) sono una raccolta di detti e di osservazioni – ma pure: di fraintesi, di chiacchiere, una agiografia per giaculatorie – di compagni, amici, storici. La formula biografica è spiazzante: è come mettere a fuoco una preda da diversi punti di scoppio – lo scopo del molteplice è dimostrare l’integrità del soggetto. Spesso al-Hallaj esplode “in una fragorosa risata”: una risata che risana. Al patibolo, sorride.  > “Cosa ti fa sorridere, maestro?, chiesi. Le moine della Bellezza quando chiama > gli eletti all’unione, rispose”.  È troppo possente l’insegnamento di al-Hallaj, pur tradotto in diversi interpreti – in sostanza: in briciole; e va sbriciolata una vita per coglierne il frumento primato – per sintetizzarlo in pericope. Occorre interrarsi, in integerrimo studio. Allora – prima – cioè: nel verde principiante, nel verde lattante, che annuncia la primavera in un innario di fiori in superficie, di fiori che boccheggiano, non più che falene o pesciolini d’acqua dolce – ho segnato queste parole, pronunciate da al-Hallaj in un mercato di Baghdad: > “Salvatemi da Dio! Egli mi ha rapito e non mi restituisce a me stesso! […] Non > si vela un’istante, non mi dà tregua, tanto che la mia umanità si dissolve > nella sua divinità, il mio corpo si fonde nella luce della sua essenza. Di me > non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”.  * Dopo un po’, il sentiero ci lascia, si pianta tra bassi roveti e lebbrosario di campi; il fango è a cuspidi. Scaliamo e un disossato rudere ci è addosso – faccio finta sia un avamposto unno, di abitare a un braccio da Gengis Khan, in quella pagoda di mattoni macellati – ad ogni modo, l’orizzonte, senza sigilli, disarmato in pianure sarmate, senza umani a far foraggio, permette ogni immagine.  Loro guardano il mio favoleggiare con l’acciaio della compassione e presto faranno di me ossario – un tempo ero il loro ostensorio, già, a precedere l’era della ragione, quando tutto era santissimo, tutto si inginocchiava al cospetto dell’uomo-particola, dell’omuncolo-ostia.  Ora: ostinarsi nell’ostentare – non loro, che sanno ancora di prato: e dunque, ci conficchiamo nelle piste dei cacciatori, fuori le mura di ogni sicuro cammino. Lasciamo la cresta, festivaliera agli occhi, per i botri, la selvaggina di frasche a piene gambe, che percuote, che ha mani ali unghie becco.  Di questo empito di zolle e di fogliame sonoro ci riempiamo – il genitore, si dice, deve sapere l’Oriente, la durata della luce, la misura del ritorno. Deve saper fabbricare un bastone alla bisogna e educare all’elementare sciaguattio le cattive ombre. Tutta questione – appunto – di caviglie, di scarpe, di intuizione incupita in gola.  La mia figliola biblica pattina: la nebbia mostra il sopracciglio e una cauta capacità di delinquere.  Strani suoni di rospo sotto i piedi.  E sempre: transiberiani al cuore umano.  Qui e in copertina: Gustave Courbet dipinge la caccia al cervo, 1867 * Cammina, orante.  Milarepa, il santo tibetano vissuto mille anni fa, usava l’inno, il canto poetico, per immergersi nella meditazione:  > “Nella foresta di Singala > Milarepa medita la vacuità. > Non teme che la meditazione venga meno: > prolungare la meditazione è il suo modo d’essere valoroso”. La preghiera è tale perché pretende una disciplina del corpo. Lo dice anche il mitico vocabolario etimologico “Pianigiani”: pregare significa “raccomandarsi ai Numi stando ritti, colle braccia stese verso il cielo”. Si può leggere un romanzo seduti; la postura ideale per leggere un libro è il rilassamento, il rilasciare il corpo. Il romanzo pretende opera di mente e assenza di corpo. Il romanzo mette tra parentesi il corpo. La poesia, al contrario, richiede un corpo accordato come un arco, sguainato, per così dire. La poesia va letta in piedi.  L’uomo è l’essere che staziona eretto perché è poeta – finché continua a poetare.  * Poi, il gheppio. Per non trovarci di nuovo i cani addosso, mollati da chi ha fattoria, abbiamo tagliato per i campi a maggese. Ordito di radici come lische di pesce – anche la terra ha la sua testimonianza d’oceano, le sue orche vegetali. Lo vediamo, rosso in livrea, il petto grigio – suprema eleganza del rapace che conosce tutti i lacci del cielo, questo cielo col corpetto, ottocentesco, che alla vertigine assegna un avvento nuovo, conosce il lezzo dell’angelo lupo e dell’angelo leone.  Il figlio profetico insegue il gheppio. Ha messo i suoi vent’anni e più nel barattolo dove si formalizza il serpente e lo si mostra, a scanso di ragazzate. Scatena la gialla chioma, Achille delle angustie, Achille delle mezze seminagioni – e si trasforma in una cometa.  L'articolo “Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. Gita sulla transiberiana del cuore proviene da Pangea.
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