Accadde in marzo, era il 922, alle porte orientali di Baghdad. Il califfo ordinò
la crocefissione; lo flagellarono, lo legarono a un tronco di palma, segate mani
e piedi. Esposto – a monito – per una notte. Poi: decapitato, arso il corpo,
ceneri spalate nel Tigri. Che di lui non resti memoria, che del suo dire si
abusi fino a usura. Tentarono di estirparne gli insegnamenti; atterriti gli
scarsi discepoli. Come sempre: aura di traditori attorno a lui. Secondo un
compagno di prigionia,
> “quando venne portato sul luogo della crocefissione e vide travi e chiodi,
> scoppiò a ridere, tanto da averne le lacrime agli occhi”.
Le memorie di al-Hallaj sono piene di risa: “camminava leggero malgrado le
catene, ridendo”; “scoppiò in una fragorosa risata”; “mentre si avviava al
patibolo, sorrideva”. Non è, la sua, risata di scherno; non è la risata di
Democrito che ride dell’insipienza degli abderiti, che ride sopra la vita e la
morte. La risata di al-Hallaj è come la danza dei dervisci: è l’abbaino
dell’abbandono, l’alcova dell’unione, è l’ultima serratura prima
dell’annientamento.
Ridere, cioè: compiersi.
Agli astanti che gli chiedono: “Cosa ti fa sorridere?”, il maestro risponde, “Le
moine della Bellezza quando chiama gli eletti all’unione”.
Secondo Abu Bakr al-Shibli, le ultime parole di al-Hallaj, pronunciate “con voce
altissima”, mani e piedi amputati, sono queste:
> “Solo conta per l’amante che l’Unico lo riporti all’unità”.
Credeva che il punto supremo della sofferenza coincidesse con quello della
rivelazione – lo umiliarono perché aveva osato dire Anā al-Haqq, io sono Dio
(ergo: io sono la verità ultima). Mangiava pochissimo – “non l’ho mai visto
mangiare altro che sale e aceto”, giura uno dei suoi discepoli –, indossava un
vecchio abito, un cappuccio; se era festa, vestiva di nero, “è l’abito, diceva,
di chi vede respinte le sue opere”.
Praticò l’unione mistica, percorse la via negativa. Era lui a predare Dio perché
di Dio era la preda – al culmine della caccia (che è poi la danza) perfino il
sangue svasa in vento, la carne è un inconveniente del prossimo inverno. Roba su
cui si accucciano i corvi, i re della terra.
Alla conoscenza anteponeva la vertigine – a cui seguiva, secondo una gerarchia
dello sprofondare, lo stupore, la contemplazione, l’annientamento. Di al-Hallaj
si tramandano versi spesso paradossali (parte del suo Diwanè stato tradotto in
Italia da Alberto Ventura, per Marietti 1820, nel 2005); in un distico il sommo
maestro insegna che l’annientamento si annienta annientandosi – a quel punto,
l’io, libero da ogni norma e da ogni contro-norma, destro a ogni addestramento e
a ogni sobillazione del sé, innocuo, superiore al sapere e al non sapere, è
davvero libero. È acqua e usignolo, è lupo e crocevia, è la bava
dell’Insondabile.
> “Quando Dio si impossessa di un cuore lo vuota di tutto ciò che non è Lui.
> Quando si lega a qualcuno, lo annienta per chiunque altro. Quando prende in
> predilezione una persona, incita i suoi servitori a perseguitarla, affinché la
> spingano verso di Lui e continui così ad avvicinarsi. Ma come spiegare ciò che
> mi accade: di Dio non trovo traccia, né avvicinandomi intravedo bagliore,
> eppure la persecuzione continua!”
Notizie su al-Hallaj – in Italia: Morcelliana, 2012, a cura di Luisa Orelli – è
un libro formidabile perché al di là della libraria forma. Lo è, intendo, l’idea
stessa dell’Akhbar: sono assemblate, senza preoccupazione cronologica,
un’ottantina di testimonianze di discepoli, amici, ignoti attorno alla vita del
maestro. A volte si narrano episodi biografici, altre volte frammenti
sapienziali. L’eterogeneità delle lasse rende mutevole, inquieta la lettura: non
ci sono maniglie narrative, cunicoli, raccordi, come nelle agiografie o nelle
devote biografie – qui è un precipizio, un invito alla fuga. Tutto, cioè, è
foriero di fraintesi – tutto comporta il frantumarsi – che il frumento così
creato sia fecondo non è da credervi.
Allo stesso tempo, si balbetta lo Pseudo-Dionigi, si entra nell’antro di Borges:
> “Dio non ha dove, non lo contiene un luogo. Non ha quando, non lo definisce un
> tempo. È al di là del cuore e dei sentimenti. Non si presta a scoperte e
> spiegazioni. È troppo santo per essere percepito dai nostri sguardi e
> afferrato da pensieri e congetture”.
Non fu un mero contemplativo, al-Hallaj. Preferì la predicazione – cioè: la
provocazione pubblica – e il pellegrinaggio. Si dice abbia raggiunto la Cina, si
dice di ragguagli sul taoismo e altre discipline. Ad ogni modo, il più profondo
non ha verbi per essere comunicato, non è vile polline che va di orecchio in
orecchio a fioritura di sette e di club filosofici. Di al-Hallaj si dice che
mormorasse tra sé “parole di cui nessuno intese il significato”. Così, il
discepolo si abitui ad avanzare in un regno che non ha definizioni, che non si
confina in quie là:
> “L’iniziato è colui che sceglie di non avere legami con questo mondo e con
> l’altro”.
Così Luisa Orelli riassume la via di al-Hallaj:
> “La conoscenza di Dio è una in-conoscenza (docta ignorantia): in quel buio in
> cui la mente è come cieca, lì, come disse Eckhart, Dio splende; nella caligine
> luminosa del non sapere nella quale si immerse Mosè, modello, anche per
> al-Hallaj, di quella conoscenza che supera il confine che delimita
> l’inaccessibilità divina. È questa la via apofatica; una via negationis che
> procede per via di togliere, e prelude (come in alcuni procedimenti
> calcografici: cavando la luce dal nero) alla teofania”.
Dobbiamo la conoscenza di al-Hallaj all’orientalista Louis Massignon: lo
affascinavano, di quel martyr mystique de l’Islam, i legami con l’esperienza di
Cristo. Amico di Huysmans, imparò l’arabo, viaggiò in Marocco. Al Cairo, nel
maggio del 1907, scopre la figura di al-Hallaj, a cui consacra i suoi studi: nel
’22, alla Sorbona, discute un dottorato su La passion d’al-Husayn-ibn-Mansur
al-Hallaj, che è poi il primo passo del lavoro sommo, La Passion de Hallaj,
edito in quattro volumi da Gallimard nel 1975 (poi 2010; in inglese esce nel
1983 per la Princeton University Press). Nel 1908, dopo l’arresto da parte delle
autorità ottomane con l’accusa di essere una spia e un tentato suicidio, si era
convertito al cristianesimo (“Lo Straniero mi visitò una sera di maggio, sul
Tigri, nella cella della mia prigione, le corde serrate dopo due tentativi di
fuga: entrò, le porte erano chiuse, e infiammò il mio cuore, quel cuore che il
coltello aveva mancato, e cauterizzò la mia disperazione, la spaccò, come la
fosforescenza di un pesce che emerge dal fondo di acque abissali”). Nel dicembre
del ’17, era entrato a Gerusalemme insieme al generale Edmund Allenby: al suo
fianco, T.E. Lawrence. Pur avversari nell’agone politico, si rispettavano.
Ispirato da Charles de Foucauld, gli fu concesso, nel 1949, di accedere al rito
melchita: in al-Hallaj, Massignon scorgeva il punto d’unione tra cristianesimo e
islam.
Spesso le parole del maestro prefigurano l’orrenda fine – “Morirò nella
religione della croce: niente più Mecca o Medina all’orizzonte”. Fu tradito,
intrappolato, “condannato davanti a un tribunale eccezionale, mediante una
formula manipolata ad arte, attraverso la sentenza di un giudice prevaricatore”.
Non voleva trascendere la legge, ma interiorizzarla, escludendo ogni ostacolo
che si frapponesse tra lui e l’Altro. Diventando egli stesso straziata alterità.
Un corpo fatto prato, fatto seggiola per Lui. Dubitava degli studiosi, della
‘cultura’, dei filologi della religione:
> “Chi lo cerca lasciandosi guidare dall’intelletto
> vagherà nella perplessità e vi troverà diletto.
> La sua coscienza verrà tratta in inganno
> e finirà per dubitare che esista”.
Massignon disse di “una via eroica dell’unione divina”. Allora, forse, la via
splendeva, l’eroismo era possibile, prossimo il dio, in ogni mormorio d’erba o
intrigo di rondini. Era un mondo di segni, di simboli – di ferocia e di
assoluti. A volte, anche il fuoco è scuro, è un lago, e a noi non resta che la
veglia – che a pronunciarlo si spacchino le labbra.
**
Con l’occhio del cuore scorgo il Padrone
e gli chiedo: chi tu sei? Tu, egli dice.
Nessun luogo è il suo luogo
perché è in ogni luogo.
L’illusione è illusoria per lui:
come può localizzarlo l’illuso?
Colui che raduna ogni dove
nel nulla ha rifugio.
Nell’annientarmi si annienta
l’annientamento: è lì che ti trovo
uccidendo i nomi e le forme.
Ho preteso me stesso e ho detto: Tu.
Il mio segreto indica Te, il profondo.
Finché non sono morto a me stesso
e tu sei rimasto nelle segrete del cuore.
Ovunque sono, Tu sei.
Tu mi accerchi e non posso
conoscere che te. Ciò che vedo è Tu.
Per questo, modellami nel perdono
nulla desidero tranne Te.
*
Sono l’Amante e l’Amante mi ama:
due anime in un solo corpo –
se vedi me, vedi Lui
se vedi Lui, vedi noi.
*
Dimori nel mio cuore, dove è il segreto
del mio amore per te – che la notte
sia breve, che l’attesa non mi divori:
il mio unico amico è la speranza di averti.
Sono così felice che se ti fa felice distruggermi
distruggimi: qualunque cosa tu voglia, Mio
Assassino, la voglio anch’io!
*
Ho studiato la religione
per possedere la Verità:
ho scoperto che un’unica
radice regge molti rami.
Meglio essere senza fede
per non perdersi nel limbo delle foglie.
Meglio trovare la radice
che rivela ogni senso ed è unica
più chiara del giorno.
*
Immobilità e silenzio, parole caotiche
il sapere, poi, l’ebbrezza, l’annientarsi.
Terra, poi fuoco, poi luce.
Gelo, ombra, meriggio.
Strada contorta di spine, sentieri
selvaggi; fiume, oceano, riva.
Godere, desiderare, amare.
Vicinanza, unione, intimità.
Chiudere, aprire, annullare.
Separarsi, congiungersi, desiderare.
Segni per chi comprende
che ciò che si trova nel mondo
ha scarso valore.
*
Scomparso, resti in me:
ora sei la mia pace.
Nei giorni della separazione
testimonio lo Sconosciuto.
Eri il segreto della mia gioia
conficcato più a fondo di un sogno.
Eri l’amico di un giorno
quello che mi trascina lungo la notte.
*
Uccidetemi, fedeli amici
nella morte è la mia vita.
Amore vuol dire restare
nudi davanti all’Amato
quando sei spoglio di tutto:
soltanto allora i suoi attributi
diventano le tue qualità.
Tra me e Lui, soltanto l’io.
Levatelo, così resterò con Lui.
al-Hallaj
L'articolo “Le moine della Bellezza”: la via mistica di al-Hallaj proviene da
Pangea.
Tag - al-Hallaj
Le ho dato le mie scarpe. Inadatte, pur da ginnastica, per quella gita nel
fango. Ma lei non è loquace e ama le sfide, ti fissa con generosità glaciale –
ed è più bionda, ed è più azzurra, perché il bosco, al principio della
provvigione primaverile, fa questo: del corpo esaspera i ferini fatti, accentra
una fatalità sul nascituro urlo.
Dunque: è come avere piedi palmipedi, avventurosi alla vita anfibia.
Del resto: la nebbia aveva costretto i prati a quel bagliore da bassa marea; i
boschi genuflessi a Genesi, l’estro Noè. Di bestie, nei paraggi, nel singolare
giorno del Signore, nessuna – soltanto, una specie di I Ching di tracce, nella
mota, esagrammi di capriolo e di cinghiale. Dicono ci sia il lupo – lo
rintracciamo perché ne desideriamo il nascondiglio.
Negli strapiombi quella scrittura animalesca si fa coranica: ascendere per
precipizio, mi viene da dire. Ma è chiaro: l’uomo è nei suoi primordi, nel
bitume che precede ogni belato io, ogni vagito voglio.
*
Poco prima – è consacrato giorno – presso la Piccola Famiglia dell’Assunta. La
chiesa – che è poi una specie di tendone – rigurgita di disabili, di ogni età,
tanto che il disabile, il disagiato, ti senti tu. Chi predica dice della nostra
indegnità a stare al cospetto di Dio, dell’amore sviscerato, spappolato di Dio,
oltremisura.
Ritaglio un brano dalla Piccola Regola:
“Il silenzio: è l’unica lode vera e degna, esso stesso puro dono di Dio, il
silenzio interiore, che è progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni
programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal
dovere immediato, dono che va invocato, predisposto e custodito con la fedeltà
al silenzio esteriore:
– sempre e rigorosamente da Compieta all’Eucarestia;
– ancora sempre nelle ore di preghiera comune e di lavoro (salvo il minimo di
comunicazione richiesto dal lavoro, purché siano le più essenziali e delicate
possibili, rispettose del proprio e dell’altrui raccoglimento);
– e in ogni ora, ambiente e circostanza, con la mansuetudine, la mortificazione
della curiosità, la riduzione abituale delle cose che verrebbe spontaneo dire,
la rinuncia a parlare di sé la preferenza progressiva per le parole più
semplici, più sereni e più pacificanti”.
I prati, intorno, spianano il sentiero della nostra insipienza, una enorme
inermità, nella fermezza si è infermi.
C’è la felicità dei folli, qui – dove è smisurato il dolore, smisurato è
l’amore.
*
Ancora prima. Mi torna in mano il libro di Louis Massignon su al-Hallaj, il
mistico crocefisso a Baghdad nel 922. Le Notizie su al-Hallaj (stampa
Morcelliana) sono una raccolta di detti e di osservazioni – ma pure: di
fraintesi, di chiacchiere, una agiografia per giaculatorie – di compagni, amici,
storici. La formula biografica è spiazzante: è come mettere a fuoco una preda da
diversi punti di scoppio – lo scopo del molteplice è dimostrare l’integrità del
soggetto. Spesso al-Hallaj esplode “in una fragorosa risata”: una risata che
risana. Al patibolo, sorride.
> “Cosa ti fa sorridere, maestro?, chiesi. Le moine della Bellezza quando chiama
> gli eletti all’unione, rispose”.
È troppo possente l’insegnamento di al-Hallaj, pur tradotto in diversi
interpreti – in sostanza: in briciole; e va sbriciolata una vita per coglierne
il frumento primato – per sintetizzarlo in pericope. Occorre interrarsi, in
integerrimo studio. Allora – prima – cioè: nel verde principiante, nel verde
lattante, che annuncia la primavera in un innario di fiori in superficie, di
fiori che boccheggiano, non più che falene o pesciolini d’acqua dolce – ho
segnato queste parole, pronunciate da al-Hallaj in un mercato di Baghdad:
> “Salvatemi da Dio! Egli mi ha rapito e non mi restituisce a me stesso! […] Non
> si vela un’istante, non mi dà tregua, tanto che la mia umanità si dissolve
> nella sua divinità, il mio corpo si fonde nella luce della sua essenza. Di me
> non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”.
*
Dopo un po’, il sentiero ci lascia, si pianta tra bassi roveti e lebbrosario di
campi; il fango è a cuspidi. Scaliamo e un disossato rudere ci è addosso –
faccio finta sia un avamposto unno, di abitare a un braccio da Gengis Khan, in
quella pagoda di mattoni macellati – ad ogni modo, l’orizzonte, senza sigilli,
disarmato in pianure sarmate, senza umani a far foraggio, permette ogni
immagine.
Loro guardano il mio favoleggiare con l’acciaio della compassione e presto
faranno di me ossario – un tempo ero il loro ostensorio, già, a precedere l’era
della ragione, quando tutto era santissimo, tutto si inginocchiava al cospetto
dell’uomo-particola, dell’omuncolo-ostia.
Ora: ostinarsi nell’ostentare – non loro, che sanno ancora di prato: e dunque,
ci conficchiamo nelle piste dei cacciatori, fuori le mura di ogni sicuro
cammino. Lasciamo la cresta, festivaliera agli occhi, per i botri, la selvaggina
di frasche a piene gambe, che percuote, che ha mani ali unghie becco.
Di questo empito di zolle e di fogliame sonoro ci riempiamo – il genitore, si
dice, deve sapere l’Oriente, la durata della luce, la misura del ritorno. Deve
saper fabbricare un bastone alla bisogna e educare all’elementare sciaguattio le
cattive ombre. Tutta questione – appunto – di caviglie, di scarpe, di intuizione
incupita in gola.
La mia figliola biblica pattina: la nebbia mostra il sopracciglio e una cauta
capacità di delinquere.
Strani suoni di rospo sotto i piedi.
E sempre: transiberiani al cuore umano.
Qui e in copertina: Gustave Courbet dipinge la caccia al cervo, 1867
*
Cammina, orante.
Milarepa, il santo tibetano vissuto mille anni fa, usava l’inno, il canto
poetico, per immergersi nella meditazione:
> “Nella foresta di Singala
> Milarepa medita la vacuità.
> Non teme che la meditazione venga meno:
> prolungare la meditazione è il suo modo d’essere valoroso”.
La preghiera è tale perché pretende una disciplina del corpo. Lo dice anche il
mitico vocabolario etimologico “Pianigiani”: pregare significa “raccomandarsi ai
Numi stando ritti, colle braccia stese verso il cielo”. Si può leggere un
romanzo seduti; la postura ideale per leggere un libro è il rilassamento, il
rilasciare il corpo. Il romanzo pretende opera di mente e assenza di corpo. Il
romanzo mette tra parentesi il corpo. La poesia, al contrario, richiede un corpo
accordato come un arco, sguainato, per così dire. La poesia va letta in piedi.
L’uomo è l’essere che staziona eretto perché è poeta – finché continua a
poetare.
*
Poi, il gheppio. Per non trovarci di nuovo i cani addosso, mollati da chi ha
fattoria, abbiamo tagliato per i campi a maggese. Ordito di radici come lische
di pesce – anche la terra ha la sua testimonianza d’oceano, le sue orche
vegetali. Lo vediamo, rosso in livrea, il petto grigio – suprema eleganza del
rapace che conosce tutti i lacci del cielo, questo cielo col corpetto,
ottocentesco, che alla vertigine assegna un avvento nuovo, conosce il lezzo
dell’angelo lupo e dell’angelo leone.
Il figlio profetico insegue il gheppio. Ha messo i suoi vent’anni e più nel
barattolo dove si formalizza il serpente e lo si mostra, a scanso di ragazzate.
Scatena la gialla chioma, Achille delle angustie, Achille delle mezze
seminagioni – e si trasforma in una cometa.
L'articolo “Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. Gita
sulla transiberiana del cuore proviene da Pangea.