“Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. Gita sulla transiberiana del cuore

Pangea - Saturday, March 1, 2025

Le ho dato le mie scarpe. Inadatte, pur da ginnastica, per quella gita nel fango. Ma lei non è loquace e ama le sfide, ti fissa con generosità glaciale – ed è più bionda, ed è più azzurra, perché il bosco, al principio della provvigione primaverile, fa questo: del corpo esaspera i ferini fatti, accentra una fatalità sul nascituro urlo. 

Dunque: è come avere piedi palmipedi, avventurosi alla vita anfibia. 

Del resto: la nebbia aveva costretto i prati a quel bagliore da bassa marea; i boschi genuflessi a Genesi, l’estro Noè. Di bestie, nei paraggi, nel singolare giorno del Signore, nessuna – soltanto, una specie di I Ching di tracce, nella mota, esagrammi di capriolo e di cinghiale. Dicono ci sia il lupo – lo rintracciamo perché ne desideriamo il nascondiglio. 

Negli strapiombi quella scrittura animalesca si fa coranica: ascendere per precipizio, mi viene da dire. Ma è chiaro: l’uomo è nei suoi primordi, nel bitume che precede ogni belato io, ogni vagito voglio. 

*

Poco prima – è consacrato giorno – presso la Piccola Famiglia dell’Assunta. La chiesa – che è poi una specie di tendone – rigurgita di disabili, di ogni età, tanto che il disabile, il disagiato, ti senti tu. Chi predica dice della nostra indegnità a stare al cospetto di Dio, dell’amore sviscerato, spappolato di Dio, oltremisura. 

Ritaglio un brano dalla Piccola Regola:

“Il silenzio: è l’unica lode vera e degna, esso stesso puro dono di Dio, il silenzio interiore, che è progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato, dono che va invocato, predisposto e custodito con la fedeltà al silenzio esteriore:

– sempre e rigorosamente da Compieta all’Eucarestia;

– ancora sempre nelle ore di preghiera comune e di lavoro (salvo il minimo di comunicazione richiesto dal lavoro, purché siano le più essenziali e delicate possibili, rispettose del proprio e dell’altrui raccoglimento);

– e in ogni ora, ambiente e circostanza, con la mansuetudine, la mortificazione della curiosità, la riduzione abituale delle cose che verrebbe spontaneo dire, la rinuncia a parlare di sé la preferenza progressiva per le parole più semplici, più sereni e più pacificanti”. 

I prati, intorno, spianano il sentiero della nostra insipienza, una enorme inermità, nella fermezza si è infermi. 

C’è la felicità dei folli, qui – dove è smisurato il dolore, smisurato è l’amore. 

*

Ancora prima. Mi torna in mano il libro di Louis Massignon su al-Hallaj, il mistico crocefisso a Baghdad nel 922. Le Notizie su al-Hallaj (stampa Morcelliana) sono una raccolta di detti e di osservazioni – ma pure: di fraintesi, di chiacchiere, una agiografia per giaculatorie – di compagni, amici, storici. La formula biografica è spiazzante: è come mettere a fuoco una preda da diversi punti di scoppio – lo scopo del molteplice è dimostrare l’integrità del soggetto. Spesso al-Hallaj esplode “in una fragorosa risata”: una risata che risana. Al patibolo, sorride. 

“Cosa ti fa sorridere, maestro?, chiesi. Le moine della Bellezza quando chiama gli eletti all’unione, rispose”. 

È troppo possente l’insegnamento di al-Hallaj, pur tradotto in diversi interpreti – in sostanza: in briciole; e va sbriciolata una vita per coglierne il frumento primato – per sintetizzarlo in pericope. Occorre interrarsi, in integerrimo studio. Allora – prima – cioè: nel verde principiante, nel verde lattante, che annuncia la primavera in un innario di fiori in superficie, di fiori che boccheggiano, non più che falene o pesciolini d’acqua dolce – ho segnato queste parole, pronunciate da al-Hallaj in un mercato di Baghdad:

“Salvatemi da Dio! Egli mi ha rapito e non mi restituisce a me stesso! […] Non si vela un’istante, non mi dà tregua, tanto che la mia umanità si dissolve nella sua divinità, il mio corpo si fonde nella luce della sua essenza. Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. 

*

Dopo un po’, il sentiero ci lascia, si pianta tra bassi roveti e lebbrosario di campi; il fango è a cuspidi. Scaliamo e un disossato rudere ci è addosso – faccio finta sia un avamposto unno, di abitare a un braccio da Gengis Khan, in quella pagoda di mattoni macellati – ad ogni modo, l’orizzonte, senza sigilli, disarmato in pianure sarmate, senza umani a far foraggio, permette ogni immagine. 

Loro guardano il mio favoleggiare con l’acciaio della compassione e presto faranno di me ossario – un tempo ero il loro ostensorio, già, a precedere l’era della ragione, quando tutto era santissimo, tutto si inginocchiava al cospetto dell’uomo-particola, dell’omuncolo-ostia. 

Ora: ostinarsi nell’ostentare – non loro, che sanno ancora di prato: e dunque, ci conficchiamo nelle piste dei cacciatori, fuori le mura di ogni sicuro cammino. Lasciamo la cresta, festivaliera agli occhi, per i botri, la selvaggina di frasche a piene gambe, che percuote, che ha mani ali unghie becco. 

Di questo empito di zolle e di fogliame sonoro ci riempiamo – il genitore, si dice, deve sapere l’Oriente, la durata della luce, la misura del ritorno. Deve saper fabbricare un bastone alla bisogna e educare all’elementare sciaguattio le cattive ombre. Tutta questione – appunto – di caviglie, di scarpe, di intuizione incupita in gola. 

La mia figliola biblica pattina: la nebbia mostra il sopracciglio e una cauta capacità di delinquere. 

Strani suoni di rospo sotto i piedi. 

E sempre: transiberiani al cuore umano. 

Qui e in copertina: Gustave Courbet dipinge la caccia al cervo, 1867

*

Cammina, orante. 

Milarepa, il santo tibetano vissuto mille anni fa, usava l’inno, il canto poetico, per immergersi nella meditazione: 

“Nella foresta di Singala
Milarepa medita la vacuità.
Non teme che la meditazione venga meno:
prolungare la meditazione è il suo modo d’essere valoroso”.

La preghiera è tale perché pretende una disciplina del corpo. Lo dice anche il mitico vocabolario etimologico “Pianigiani”: pregare significa “raccomandarsi ai Numi stando ritti, colle braccia stese verso il cielo”. Si può leggere un romanzo seduti; la postura ideale per leggere un libro è il rilassamento, il rilasciare il corpo. Il romanzo pretende opera di mente e assenza di corpo. Il romanzo mette tra parentesi il corpo. La poesia, al contrario, richiede un corpo accordato come un arco, sguainato, per così dire. La poesia va letta in piedi. 

L’uomo è l’essere che staziona eretto perché è poeta – finché continua a poetare. 

*

Poi, il gheppio. Per non trovarci di nuovo i cani addosso, mollati da chi ha fattoria, abbiamo tagliato per i campi a maggese. Ordito di radici come lische di pesce – anche la terra ha la sua testimonianza d’oceano, le sue orche vegetali. Lo vediamo, rosso in livrea, il petto grigio – suprema eleganza del rapace che conosce tutti i lacci del cielo, questo cielo col corpetto, ottocentesco, che alla vertigine assegna un avvento nuovo, conosce il lezzo dell’angelo lupo e dell’angelo leone. 

Il figlio profetico insegue il gheppio. Ha messo i suoi vent’anni e più nel barattolo dove si formalizza il serpente e lo si mostra, a scanso di ragazzate. Scatena la gialla chioma, Achille delle angustie, Achille delle mezze seminagioni – e si trasforma in una cometa. 

L'articolo “Di me non rimane né traccia né impronta, né forma né memoria”. Gita sulla transiberiana del cuore proviene da Pangea.