“È la generazione, attraverso modelli, di un reale privo di origine o di realtà:
un iper reale. Il territorio non precede più la mappa, né le sopravvive. È
tuttavia la mappa che precede il territorio -la precessione dei simulacri- a
generare il territorio”, Jean Baudrillard, “Simulacres et Simulation”, 1981.
Jorge Luis Borges racconta di un antico impero in cui l’arte della cartografia
si sviluppa sino al punto in cui i geografi imperiali pretendono che la mappa di
una provincia occupi un’intera città. Questa deriva li porta, alla fine, a
ritenere che l’unica mappa accettabile sia quella uno a uno, perché capace di
dar conto dei dettagli di un impero tanto grande e meraviglioso. La mappa viene
creata e sovrapposta a coprire il territorio. Il delirio collettivo si conclude
solo con la generazione successiva: gli eredi dei cartografi si rendono conto
che una mappa del genere non ha alcuna utilità e l’abbandonano al suo destino.
Scrive Borges: “Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere rovine della mappa,
abitate da animali e mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie
delle discipline geografiche”. L’effetto collaterale dell’abbandono della mappa
è la distruzione, con essa, delle discipline geografiche. Non a caso un effetto
assai simile a quanto accaduto nei due precedenti “inverni dell’Ai” seguiti
all’entusiasmo acritico degli anni Cinquanta e poi degli anni Ottanta. Dopo lo
sversamento all’esterno dei laboratori di ricerca dei modelli linguistici
seguito al lancio di ChatGPT, informatica e politica sembrano preda di un
pensiero molto simile a quello dei cartografi del racconto di Borges. La sana
fiducia nell’utilità di modelli matematici per predire il comportamento del
mondo fisico si è tramutata in fede cieca e assoluta. Secondo le imprese della
Silicon Valley (e i loro protettori alla Casa Bianca) dovremmo prendere questi
modelli a nostra “mappa del mondo”, per orientarci nel prendere decisioni
importanti, soprattutto in emergenza. In effetti l’intento dei ricercatori che
hanno creato questi modelli linguistici è davvero molto simile a quello dei
cartografi del racconto. Il procedimento di ottimizzazione del modello,
ribattezzato addestramento, produce un “riassunto per sommi capi” di tutti i
dati in mano al ricercatore che lo crea. Queste tecniche fanno parte della
famiglia delle compressioni con perdita, di cui fa parte anche l’algoritmo per
ridurre le dimensioni di un file musicale al formato .mp3. Nel formato
“riassunto” (detto “il modello”) i dati meno comuni sono sottorappresentati,
mentre quelli più comuni sono sovrarappresentati, producono quindi una
simulazione distorta della realtà, un po’ come le mappe geografiche sono
infedeli rispetto alle vere dimensioni dei Paesi (anche se per un motivo
differente). Questo è uno dei sensi della frase “un modello linguistico funziona
probabilisticamente”: le situazioni più comuni vengono rappresentate meglio di
quelle rare. Detto questo, l’utilità di imbarcarsi in tale procedimento di
ottimizzazione è che una volta “trasformati i dati in modello” possiamo provare
ad accedervi attraverso prompt (ossia “sollecitazioni”) scritte nel nostro
linguaggio. Se poi trascuriamo la perdita e fingiamo che il modello sia una
simulazione fedele del mondo esterno potremmo risparmiare tempo, aumentare la
produttività e risolvere problemi che, nel mondo reale, potrebbero richiedere
tempi e risorse irragionevoli. Purtroppo, però, la perdita non solo non è
trascurabile, a seconda dei casi -come vedremo- può essere una questione di vita
o di morte. Nel trascurare la perdita si trasforma -come scrive il filosofo Jean
Baudrillard- una simulazione in simulacro. Questo significa, per continuare a
usare la metafora del racconto, pretendere di sostituire la mappa al territorio.
Questa fallacia sarebbe rimasta confinata nel mondo della matematica astratta se
le imprese della Silicon Valley non avessero un bisogno disperato di farci usare
questa tecnologia per poter ripagare, almeno in parte, gli enormi investimenti
al buio fatti dalla Borsa statunitense. Ma il costo di questi sistemi è talmente
sproporzionato da non potersi ripagare grazie al mercato. È una tecnologia che
può sopravvivere solo alle grasse commesse pubbliche, meglio se militari. Ecco
perché, il 25 febbraio di quest’anno, il segretario alla Guerra del governo
Trump, Pete Hegseth, ha lanciato un ultimatum ad Anthropic: rimuovere entro 48
ore ogni restrizione al suo Claude (uno dei maggiori modelli linguistici di
grandi dimensioni dopo ChatGPT) o perdere il contratto di fornitura con il
Pentagono. La risposta di Anthropic è stata negativa e il contratto è stato
rescisso, aprendo le porte alla concorrente OpenAI, i cui vertici sono
entusiasti sostenitori economici della campagna di Trump. La richiesta del
Pentagono era rendere possibile “ogni uso lecito”: una definizione volutamente
ambigua, che avrebbe aperto la strada ai sistemi d’arma automatici (inclusi
quelli atomici), così come ai sistemi di sorveglianza della popolazione civile,
senza alcun controllo da parte della magistratura. La mossa era da attendersi,
visto il memorandum rilasciato solo un mese prima, che imponeva al dipartimento
della Guerra una politica “Ai first” con diktat su come potenziare lo sviluppo e
la sperimentazione di agenti per la gestione delle operazioni di combattimento e
il supporto decisionale basati sull'Ai, dalla pianificazione della campagna
all'esecuzione della “kill chain” Un linguaggio da far accapponare la pelle, il
cui significato è fin troppo chiaro: prevedere l’uso di modelli linguistici per
calcolare gli obiettivi (come già fatto da Israele), arrivando a creare una kill
chain, ossia una catena di montaggio degli omicidi automatizzati. Il software
utilizzato per questa operazione? Il modello Claude, di Anthropic. Quindi,
l’azienda che -almeno in apparenza- si sta coraggiosamente scontrando con il
“cattivo” Hegseth per imporgli limiti sugli usi più scandalosi dell’Ai ha già,
nei fatti, violato quei limiti che dichiara di voler presidiare. Questo
apparente ossimoro è facilmente spiegato: una volta creati sistemi in grado di
uccidere senza intervento umano, sperare che vengano “usati bene” grazie
all’etica dell’utilizzatore è, per l’appunto, una pia speranza. È necessario
intervenire prima, avendo il coraggio di bandire alcune tecnologie. A questo
punto il bombardamento della scuola Minab il 28 febbraio 2026 -con le sue 175
vittime, in maggioranza bambine- assume l’aspetto di una terrificante
conseguenza logica. Secondo i giornalisti investigativi statunitensi l’ipotesi
più probabile è che Claude abbia commesso un errore: o per mancanza di
sufficienti dati (le cosiddette “allucinazioni”), o perché i dati con cui era
stato ottimizzato non erano stati aggiornati. A quel punto il bombardamento ha
cancellato la scuola dall’isolato occupato in larga parte da un edificio della
marina militare, eguagliando il territorio alla mappa, come preteso dai creatori
di Claude. Altrettanto conseguente pare, a questo punto, l’ultima notizia di cui
vogliamo dare atto: il regime iraniano ha dichiarato che dal primo di aprile di
quest'anno considera le sedi di 18 aziende high tech statunitensi che può
raggiungere con i suoi sistemi di bombardamento “obbiettivi legittimi”, a meno
che il governo Usa non cessi i suoi attacchi. Forse l’idea di non sviluppare
tecnologia militare, come prevedeva il regolamento originale di Google, non era
solo una scelta etica. Era soprattutto una scelta saggia. “Scatole oscure.
Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di
Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un
mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici
racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del
dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo “Del rigore nella scienza”: Borges, Anthropic e gli effetti della
fede cieca in mappe infallibili proviene da Altreconomia.
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Dopo un anno di rinvii e anticipazioni a effetto, la nuova creatura di OpenAI è
finalmente qui. Ed è un flop. La delusione dei fan della società di Altman è
talmente grande che alcuni, dopo nemmeno 24 ore, hanno ottenuto il ripristino
della versione precedente perché, secondo loro, “è meglio di quella nuova”. Nel
tentativo di correre ai ripari, Sam Altman arriva a pronunciare la parola
proibita: “bolla”. Che cosa ci aspetta? La rubrica di Stefano Borroni Barale
L'articolo ChatGPT-5 è qui. Ed è esattamente come ce lo aspettavamo proviene da
Altreconomia.
“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite
gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete
dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate
/ che posso vedere attraverso le vostre maschere”. Bob Dylan, "Masters Of War"
da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963 Qui in Italia non è così noto, ma la
controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la
capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio
successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come
l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve
Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple. Il sogno naïf di quella
generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere
di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di
questa utopia nel suo poema del 1967 "All watched over by machines of loving
grace" che conobbe per questo una discreta fortuna. Forse anche per questo
motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata
all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora
Meta), Amazon e Microsoft. La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la
generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani
universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up
per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato
i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era
il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare
del male”. Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della
decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite
e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a
non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari,
aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di
implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.
Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo
dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma.
L'American friends service commitee (Afsc) -storica organizzazione nonviolenta
americana legata ai quaccheri- accusa da tempo Google di avere responsabilità
dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi
di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista
israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e
Amazon (Amazon web services - Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di
tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici
al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato
successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.
Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la
tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata
per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato
decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post
danno riscontro e solidità alle accuse dell'Afsc. Purtroppo Google non è l’unica
impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori
conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi
dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente
lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta
selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook,
Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads). In questo momento l’ufficio stampa
di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano
"Careless People", il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams
che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue
responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e,
al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di
migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito
israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle Ai utilizzate per
scegliere automaticamente chi uccidere. In questo caso non si è trattato di
killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi
per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito
dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da
Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette
“allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che
possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato,
giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come
“accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas
colpito. Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica,
vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano
un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX
di Elon Musk. La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato
per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di
un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è
il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio
Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce
con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui
fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i
risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso
americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di
Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in
un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione. La seconda è
passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di
satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente
vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato
acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio agli
ucraini, salvo poi divenire -il 10 marzo di quest'anno- il peggiore dei loro
nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”. D’altronde Musk
aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni:
quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non
poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva
deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che
considerava nefasta. L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le
avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano
nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti
della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso
l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che
le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti
a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera
lampante il contrario. Eppure, le alternative esistono: il software libero
costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da
qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di
alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la
formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è
dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi
indipendenti delle imprese Gafam. Ma basta allargare lo sguardo per scoprire
che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la
bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di
territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il
mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti
anche in Italia. Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un
po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come
problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive. Il passo da fare, ora,
è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono”
il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda
tutte e tutti. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Masters of Cyberwar. Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer
robots proviene da Altreconomia.
“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che
scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li
sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto
il basamento”. Étienne de La Boétie, "Discorso sulla servitù volontaria", 1576.
Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di
base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della
diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione
dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in
cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a
cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni
tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi,
giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80. La sua
non è solo nostalgia: è convinto (a ragione) che solo un approccio collettivo ai
nostri problemi potrà portare a uscire dalle convulsioni che sta vivendo la
nostra società, soprattutto a quelle della democrazia, che osserva preoccupato.
Nonostante tutto questo, una delle mani che sta girando la chiave della nascente
tirannia automatizzata di cui parlava Edward Snowden è anche la sua. Per
comprenderne il motivo bisogna ricostruire alcuni eventi. Praticare la “servitù
cibernetica volontaria” non è questione di stupidità o malafede, semmai di
essersi persi quelli che, di primo acchito, sembrano dettagli. Giorgio era nella
seconda metà dei suoi vent’anni quando l’avvento del World wide web sembrò aver
dato vita a Internet. In realtà, Internet esisteva dagli anni Sessanta e il web
la stava solo rendendo un po’ più sexy. Ecco il primo importante dettaglio. Quel
cambiamento meramente “estetico” ha promosso la nascita dei primi siti “di
movimento”, che replicavano via Internet dinamiche molto simili a quelle delle
radio libere che avevano invaso l’etere dal 1976 in avanti, facendo sognare alla
generazione precedente quella di Giorgio che l’autogestione dei media da parte
del movimento studentesco, fuori dal controllo Rai, sarebbe diventata la norma.
Secondo dettaglio: purtroppo quello è rimasto un sogno. Un sogno simile è
tornato a essere coltivato nei confronti del web. Gli entusiasti di quella
stagione, però, hanno commesso un errore più grave del confondere il web con
Internet: hanno confuso l’avvento di una tecnologia compatibile con la
redistribuzione del potere con l’effettiva redistribuzione dello stesso. Terzo
dettaglio: Internet non ha mai smantellato la burocrazia degli Stati-nazione,
tanto meno l’organizzazione economica capitalista, che inizialmente esce
addirittura rafforzata dalla bolla delle dot-com (nel 1995). Infatti, nei
trent’anni successivi, le burocrazie statali e private hanno lavorato in
sinergia alla riconfigurazione della rete, per renderla uno strumento di
sorveglianza e controllo. Per questo oggi Peter Thiel, noto sociopatico di
ultradestra, dopo aver promosso la “transizione al trumpismo” dei suoi techbros,
ha finalmente intravisto le condizioni per realizzare il suo sogno distopico:
abolire la democrazia a favore della “libertà” della Silicon Valley. Libertà di
agire senza rispondere delle proprie azioni, s’intende. Questa è la prospettiva
che rende l’immagine della cerimonia di insediamento del secondo ciclo di Donald
Trump, un evento da lasciare senza fiato. All’indomani, lo stesso Bill Gates
(Microsoft) ha dichiarato di essere “stupito dalla svolta a destra della Silicon
Valley”; una svolta suggellata dalla presenza di Google, Amazon, Meta e Apple
all’evento. Microsoft era l’unica impresa della rosa "Gafam" assente, sia
all’insediamento, sia al party esclusivo tenutosi proprio a casa di Peter Thiel
pochi giorni prima (ma Gates aveva fatto visita a Trump nella sua residenza in
Florida appena pochi giorni prima). Forse Gates pensa che gli interessi delle
aziende nate grazie al web siano meglio tutelati difendendo la Rete (com’era
stato nei primi anni duemila), che non cercando di prendere tutto il potere in
un colpo. I colpi di mano possono fallire mentre la strategia di diffondere un
“sogno americano” in salsa cibernetica aveva fin qui trionfato. Quarto
dettaglio, che potrebbe costar caro ai miliardari della Silicon Valley, una
volta tanto. Il tentativo di prendere il totale controllo dei dati “sensibili”
dei cittadini americani da parte del (Department of government efficiency,
Doge), sotto la guida del suo caudillo Elon Musk, sono state lette dagli
analisti informatici come un vero e proprio attacco hacker portato al cuore del
sistema burocratico del governo statunitense. Un colpo di Stato senza
spargimento di sangue, come scrive Salvaggio su TechPolicy Press. Stati e
imprese, infatti, sono ormai completamente digitalizzati: funzionano grazie a
enormi quantità di dati captati, non sempre con il consenso degli interessati.
Una volta che le informazioni che ci riguardano divengono dati registrati
digitalmente, qualsiasi abuso diviene tecnicamente possibile: è sufficiente un
comando impartito a un terminale da un attore senza scrupoli. Il realizzarsi o
meno degli scenari peggiori è questione politica. Infatti l’unica resistenza
che, per ora, sta rallentando il Doge è quella legale. In prospettiva, però, le
leggi possono cambiare, soprattutto sotto spinte populiste. Per questo la
società civile dovrebbe darsi come obiettivo urgente la cancellazione dei dati e
lo smantellamento degli apparati atti a captarli, almeno fino a che non si sia
raggiunto un nuovo patto sociale su questa nuova forma di potere, compatibile
con la sopravvivenza di un sistema democratico. È in questo senso che le mani
che girano la chiave nella toppa della tirannia automatizzata sono quelle di
Giorgio, quella di chi scrive, di chi legge, quella di tutte e tutti noi che
abbiamo fornito e continuiamo a fornire i nostri dati. L’errore capitale è
continuare a vedere il digitale come uno strumento neutrale o -peggio- “roba da
esperti, informatici o tecnici”, anche dopo che questo è stato usato
ripetutamente contro di noi, in maniera così plateale. Se non si comprende
questo, ogni sforzo verso una società migliore rischia di essere spazzato via
dalla tirannia automatizzata, quella che riconosce i migranti con sistemi di
controllo satellitari da miliardi di euro piazzati a ogni confine e ne incrocia
i dati con sistemi di riconoscimento biometrici, per braccarli con una
precisione di dieci metri, anche nel mezzo di un deserto. Queste tecnologie
possono essere utilizzate in qualsiasi momento contro giornalisti, oppositori,
semplici cittadini. Anzi, stanno già venendo utilizzate oggi, come mostra il
"caso Paragon" che ha fatto emergere sistemi di sorveglianza illegale a danno di
giornalisti, preti e attivisti. Da questo punto di vista le cose in Europa vanno
leggermente meglio. Nonostante il progetto ideale europeo sia naufragato in una
struttura burocratica, cieca e sorda a tutto e funzionale alla finanza più che
ai popoli, qualcosa si salva. La normativa sul trattamento dei dati (Gdpr) ci
permette ancora di vivere l’avvento di personaggi come Trump e Musk con un
barlume di speranza in più, rispetto ai cittadini americani. È molto probabile
che i nostri governi stiano, sottobanco, abusando dei nostri dati (vedasi il
caso Invalsi), ma per lo meno lo stanno facendo in maniera illegale e, se
provassero a usare i dati in tribunale, potrebbero vedersela brutta. Forse
potremmo ripartire da questa semplice osservazione, mentre proviamo a costruire
un approccio al digitale basato sull’autogestione e sulla convivialità, invece
che sul sogno di controllare (magari via norme) megastrutture impossibili da
controllare per design. Il futuro non è ancora scritto, a patto di cominciare
oggi stesso. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Chi sta girando la chiave della contemporanea tirannia automatizzata?
proviene da Altreconomia.
Puntata di natale che inizia con un lungo approfondimento sull'uso dei malware
in Serbia, con riferimento anche alle tecnologie utilizzate per la loro
installazione.
Sempre più chiaro il ruolo attivo di Meta nel silenziare le voci Palestinesi.
L'azienda dice che il silenziamento è stato un effetto collaterale non voluto,ma
le sue scuse sembrano peggiorare la situazione.
Seguono notizie su Copyright (da youtube alla Serie A), alfabetizzazione
informatica, il mondo del bitcoin e altro ancora...
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