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“Nella luce smarrita”. Cesare Pavese e le donne
Esprimere nella poesia quello che nella vita non si è stati capaci di fare. Questo sicuramente accadde a Cesare Pavese; un uomo ‒ prima di tutto che poeta ‒ che conosceva profondamente il femminile, tanto da rimanerne assuefatto, attirato, ammaliato fino all’inverosimile. Fino forse a sentirsi lusingato, se non usato; di sicuro, ferito. Mentre alcune donne, incontrando il poeta, cercavano felicità effimere, se non divertimento; mentre altre ancora erano disposte a donargli amicizia o a essere opportuniste, magari sfruttando alcune sue debolezze; altre poi cercarono e trovarono in Pavese quel maestro che avrebbe dischiuso loro le porte della letteratura einaudiana e italiana, se non internazionale. Ma lui? Lui cosa desiderava in una donna? Certamente la sicurezza di un matrimonio. La sicurezza di avere una donna accanto per la durata di una vita intera. Quella sicurezza che forse, in altro modo, gli era stata negata fin da bambino. Ecco quindi che soccombe di fronte alla bellezza. Cesare cede davanti a Tina Pizzardo, come pure con Fernanda Pivano, e con Bianca Garufi (con la quale scriverà insieme Fuoco grande, oltre a un epistolario necessario). L’ultima, tra le varie donne più importanti della sua vita, sarà Constance Dowling, micidiale e bellissima attrice americana… Ma tutte queste donne, in realtà, non furono muse, per Pavese. Egli, di volta in volta, chiese a tutte di sposarlo. Lo chiese persino in ginocchio, o per lettera. All’apparenza uomo rude e duro, viceversa nei loro incontri svelava una fragilità a non tutte ben accetta. Ma come può un genio adattarsi ingenuamente al fatuo gioco dell’amore? Come poteva, Cesare Pavese, dirsi amato, sentirsi amato, se non era affatto corrisposto! Fu grazie a loro, comunque; fu grazie a queste donne che ebbe il destino di incontrare, se scrisse poesie importanti: a volte dedicandole; altre, appunto, per esprimere quello che nella vita non era stato capace di fare. O forse, per sopperire a troppa ingenua banalità femminile, che guardava unicamente a un tornaconto personale. Questo non lo sapremo mai. Rimangono, invece, versi memorabili di un poeta che ha dato la vita intera per la letteratura. (Giorgio Anelli) * Paesaggio IV                                                               (a Tina) I due uomini fumano a riva. La donna che nuota senza rompere l’acqua, non vede che il verde del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante si distende quest’acqua e la donna vi scorre senza corpo. Nel cielo si posano nuvole come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria. Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo, l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque altro peso. Noi soli sentiamo la terra. Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso, sente l’avido gelo assorbirle il torpore delle membra assolate e discioglierla viva nell’immobile verde. Il suo capo non muove. Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata. Il suo volto socchiuso posava sul braccio e guardava nell’erba. Nessuno fiatava. Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo. Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi. La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua ‒ rauca e fresca, è la voce di prima.                                                         Pensiamo, distesi sulla riva, a quel verde più cupo e più fresco che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle in bracciate schiumose, l’immobile verde. * Notturno La collina è notturna, nel cielo chiaro. Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena e accompagna quel cielo. Sei come una nube intravista fra i rami. Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo. La collina di terra e di foglie chiude con la massa nera il tuo vivo guardare, la tua bocca ha la piega di un dolce incavo tra le coste lontane. Sembri giocare alla grande collina e al chiarore del cielo: per piacermi ripeti lo sfondo antico e lo rendi più puro.                              Ma vivi altrove. Il tuo tenero sangue si è fatto altrove. Le parole che dici non hanno riscontro con la scabra tristezza di questo cielo. Tu non sei che una nube dolcissima, bianca impigliata una notte fra i rami antichi. * Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto. Tu non attendi nulla se non la parola che sgorgherà dal fondo come un frutto tra i rami. C’è un vento che ti giunge. Cose secche e rimorte t’ingombrano e vanno nel vento. Membra e parole antiche. Tu tremi nell’estate. * Anche tu sei l’amore. Sei di sangue e di terra come gli altri. Cammini  come chi non si stacca dalla porta di casa. Guardi come chi attende e non vede. Sei terra che dolora e che tace. Hai sussulti e stanchezze, hai parole ‒ cammini in attesa. L’amore è il tuo sangue ‒ non altro. * Passerò per Piazza di Spagna Sarà un cielo chiaro. S’apriranno le strade sul colle di pini e di pietra. Il tumulto delle strade non muterà quell’aria ferma. I fiori spruzzati di colori alle fontane occhieggeranno come donne divertite. Le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole. S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane ‒ sarà questa la voce che salirà le tue scale. Le finestre sapranno l’odore della pietra e dell’aria mattutina. S’aprirà una porta. Il tumulto delle strade sarà il tumulto del cuore nella luce smarrita. Sarai tu ‒ ferma e chiara. Cesare Pavese L'articolo “Nella luce smarrita”. Cesare Pavese e le donne proviene da Pangea.
Poesia
Cultura generale
Letteratura italiana
Giorgio Anelli
Cesare Pavese
Sul nostro irrefrenabile bisogno di leggere Cesare Pavese
Quando ero ragazzo leggere Cesare Pavese veniva considerato quasi un rito di passaggio per gli adolescenti di allora. Tutti lo leggevamo. Forse non lo capivamo fino in fondo, ma comunque restavamo affascinati da questo scrittore dalla perenne espressione di bambino triste destinato a non diventare mai vecchio e dalle moltitudini che abitavano la sua anima. Confesso di frequentare poco i giovani di oggi, ma l’impressione è che ci siano in giro troppe chiacchiere inutili, troppe distrazioni, troppo rumore di fondo che impediscono a un ragazzo di chiudersi nella propria stanzetta a leggere Pavese o Hemingway; mi chiedo se c’è ancora qualche adolescente che durante gli anni del liceo prende una cotta letteraria per uno scrittore come capitò a me con Vasco Pratolini; irrazionale e assoluta come si conviene a ogni cotta degna di questo nome, presa senza sapere bene perché. Anche nel dibattito pubblico Pavese era una figura di riferimento nonostante fosse morto ormai da parecchi anni. Poi lentamente, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, su di lui è calato il silenzio. Improvvisamente nessuno ne ha più parlato, tutti hanno smesso di citarlo. Oggi è a tutti gli effetti un desaparecido della letteratura e non solo. Va detto che non è l’unico e anzi è in buona compagnia. Dove sono finiti Giovanni Arpino, Giuseppe Berto, Lucio Mastronardi e tanti altri scrittori un tempo al centro del mondo letterario? Basti pensare ad Alberto Moravia che per lungo tempo è stato la figura dominante della vita culturale italiana; una presenza continua e per certi versi quasi ossessiva con interviste e dichiarazioni su tutto, firme a ripetizione su manifesti e appelli per le cause più svariate, reportage di viaggi, recensioni cinematografiche, programmi televisivi, protagonista addirittura della vita mondana e dei pettegolezzi per le varie compagne e mogli che si sono avvicendate al suo fianco. Poi, dopo la morte, lentamente anche su di lui è calato il silenzio. Insomma, c’è una domanda che mi faccio spesso da un po’ di anni: dove è andato a finire Cesare Pavese? Adesso per fortuna posso finalmente darmi una risposta. Per venire a capo del mistero non ho dovuto fare nessuna ricerca o inchiesta né tanto meno ricorrere all’intelligenza artificiale. È bastato leggere Chi ha rapito Cesare Pavese?, un romanzo scritto da Francesco Bova e pubblicato dall’editore calabrese Meligrana. La trama è presto detta. Al centro del libro Lui, così viene chiamato il protagonista, uno scrittore, e la sua Voce interiore, una fascinosa musa ispiratrice dalle lunghe gambe. I due vanno a vivere in una stazioncina ferroviaria abbandonata nelle campagne lombarde. Lo scopo di questa scelta di vita isolata e fuori dal mondo è duplice. Lui è impegnato a scrivere un romanzo con l’aiuto della sua Voce e poi vuole incontrare a ogni costo Cesare Pavese. > «Regalerei la mia anima al diavolo o a quel dio che non conosco per poter > scambiare qualche parola con lui.» Il fatto però è che qui siamo negli anni Ottanta e, come è noto, lo scrittore piemontese è morto nel 1950. Non è un problema. Lui e la Voce non hanno né un orologio né un calendario, ma impariamo presto a capire che per loro il tempo è relativo: > «Il tempo, nella sua forma circolare, avvicinava di un nulla gli anni ’80 agli > anni ’50 e gli avvenimenti si potevano toccare con un dito e forse pure > travolgere. > > Il naso, il cuore, la forma di una nuvola, un sogno, uno stato d’animo, il > soffio del vento e altre piccole cose erano la nostra misura del tempo.» Così i due intraprendono una serie di viaggi attraverso il tempo e lo spazio per raggiungere Santo Stefano Belbo. In questo modo Lui e Pavese riescono “magicamente” a vedersi varie volte e durante i loro incontri si spostano tra le colline delle Langhe e quelle della Liguria parlando un po’ di tutto: di libri, di cinema, di politica, di donne. Non solo. Persino i personaggi dei loro libri si incontrano e parlano tra di loro. Tra i due nasce un rapporto simbiotico, di grande intensità che permette a Lui di portare a termine il proprio romanzo. Intanto però i giorni corrono e quando siamo verso la fine di agosto si avvicina anche la data fatale. Da tanti piccoli indizi, a volte appena percettibili, è facile intuire che Pavese si sta muovendo sull’orlo della notte. Così nasce il progetto di rapirlo per scongiurare il suo suicidio. Il finale lo lascio al lettore.  > Nel primo pomeriggio di una giornata molto calda sbottò con una frase corta e > incomprensibile e temetti che l’arsura e l’angoscia gli avessero dato alla > testa. > «Dobbiamo rapirlo!» > «Chi?» > «Cesare. Prima che finisca l’estate dobbiamo rapirlo.» Chi ha rapito Cesare Pavese? è un libro bello e singolare, di sorprendente e accattivante complessità, che si muove tra sogno e realtà, tra ossessioni e magie dove ogni lettore deve trovare la propria strada. Arrivati al termine, viene naturale una domanda: è veramente Pavese il rapito o invece siamo noi, i suoi lettori, a essere rapiti da lui, dal suo mito, dal fascino dei suoi romanzi, dalla malinconia incantatrice dei suoi personaggi, dal mistero della sua tormentata esistenza, dal segreto della sua tragica fine? Ognuno risponderà come meglio crede, di sicuro siamo di fronte a un romanzo necessario, rara avis di questi tempi, e dobbiamo essere grati a Francesco Bova per averlo scritto. Nel senso che c’era proprio bisogno che venisse sanata la ferita della scomparsa di Pavese dalla nostra vita. Abbiamo bisogno di lui, forse oggi ancora più di tanti anni fa quando lo abbiamo letto per la prima volta. Le domande che nascevano dalla lettura dei suoi libri sono ancora tutte lì, non hanno perso niente del loro valore e della loro profondità. Siamo noi e tutto il mondo vacuo e inutile che ci circonda che abbiamo fatto finta di dimenticarle. I grandi scrittori come Pavese invece restano sempre al loro posto, non passano mai di moda. Silvano Calzini L'articolo Sul nostro irrefrenabile bisogno di leggere Cesare Pavese proviene da Pangea.
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