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L’anoressia mima la morte
C i chiamavamo quasi tutte Francesca, Giulia, Sofia. Più raramente c’erano Yasmin, Amina, Safa e, ancora più raramente, qualche Marco, Federico, Alberto. Nei ricoveri tra ospedali, cliniche e comunità terapeutiche, ho conosciuto più di cento ragazze e donne e forse uno o due uomini. In una clinica in provincia di Torino eravamo diciannove femmine e un solo uomo. Si chiamava Giovanni. Era calvo, aveva una quarantina d’anni ed era ossessionato dagli esami del sangue. Ogni lunedì mattina, quando infermiere e infermieri passavano nelle stanze per i prelievi, veniva a cercarmi. Si fermava sulla soglia e mi domandava se mi fosse mai capitato di ricevere una trasfusione. Gli rispondevo sempre di no, senza riuscire mai a comprendere il significato di quella richiesta stravagante né la sua insistenza a pormela. Giovanni trascorreva gran parte del tempo libero da solo. Restava in piedi nella sala comune, davanti alla televisione, a guardare documentari naturalistici. Durante i mesi di degenza non mi sono mai fermata a riflettere sulla profonda solitudine che doveva vivere. Mentre noi dividevamo stanze e bagni, lui dormiva in una camera singola: il regolamento della clinica non permetteva che condividesse la stanza con persone dell’altro genere. In ambito clinico, l’idea che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione siano una malattia esclusivamente femminile è ormai superata. In Italia circa 3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffrono di psicopatologie alimentari. Le donne rappresentano ancora il 90% dei casi, ma è in costante aumento il numero degli uomini che si rivolgono a strutture specializzate, soprattutto nella fascia adolescenziale tra i 12 e i 17 anni. Infatti, parallelamente al progressivo abbassamento dell’età di insorgenza e all’emersione di nuove forme di manifestazione clinica, soprattutto a seguito del lockdown, cresce anche il numero di soggetti maschili ospedalizzati. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, anoressia, bulimia e le tante altre declinazioni della sofferenza – Binge Eating Disorder, ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo), ortoressia – continuano a essere associate quasi soltanto all’universo femminile. La stessa percezione affiora anche dalla narrazione mediatica e dalla letteratura autobiografica dedicata ai disturbi alimentari, dominata da testimonianze di donne: da Giorni senza fame di Delphine de Vigan (2001) a Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999). Molti ragazzi e uomini non arrivano a chiedere aiuto perché costantemente sottoposti alle pressioni di una cultura machista che impedisce loro di riconoscere le emozioni e di comunicare situazioni di debolezza e fragilità. Inoltre, i criteri diagnostici internazionali sui disturbi dell’alimentazione – ad esempio il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) – sono stati delineati a partire da studi su soggetti di genere femminile. In questo contesto, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi dell’alimentazione di Eugenio Giannetta, recentemente pubblicato da add editore, si impone come un contributo raro e necessario, meritevole di ampliare i confini del discorso e di includere l’esperienza maschile. Giornalista di Avvenire e autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, Giannetta costruisce un racconto corale, in cui una dettagliata indagine sul campo si intreccia con una dimensione più intima, nata da un personale vissuto di sofferenza. Leggendo il libro emerge infatti il profondo bisogno di chi scrive di andare alla ricerca di storie di malattia, interrogandosi sull’esordio, sull’eventuale ospedalizzazione e sul rischio di morte, come per immergersi nelle pieghe di una possibilità, di uno scenario che avrebbe potuto attraversare anche la sofferenza del narratore. Attraverso la lettura di volumi clinici, le testimonianze di medici, psicoterapeuti, pazienti e familiari e la visita in spazi ospedalieri e comunitari, l’autore porta alla luce un universo sommerso, del tutto invisibile nel discorso mediatico e politico. IL LIBRO È STATO PRECEDUTO DA UN ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA LUCY SULLA CULTURA NEL NOVEMBRE 2024. CHE COS’È SEGUITO ALLA PUBBLICAZIONE DI QUELL’INTERVENTO E COME HANNO PRESO FORMA L’IDEA E L’ESIGENZA DI ESPLORARE PIÙ A FONDO IL TEMA IN UN TESTO PIÙ AMPIO?  Parto da prima, da come è nato quell’articolo. Avevo già affrontato il tema dei disturbi alimentari con un taglio più giornalistico senza espormi in prima persona. Quando mi è stato proposto di contribuire al numero mensile di Lucy, dedicato ai corpi, ho deciso di raccontare finalmente anche la mia esperienza. È stato un passaggio fondamentale. Da una parte, avevo paura di cadere troppo nell’autobiografico e di espormi in maniera eccessiva; dall’altra, sentivo che il racconto del mio vissuto avrebbe potuto stimolare un dialogo su un tema rispetto sul quale avevo più volte riscontrato difficoltà e chiusura. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono rimasto piacevolmente stupito: molte persone che non conoscevo mi hanno scritto per ringraziarmi di aver messo in luce un argomento di cui si parla ancora poco. Alcuni mi hanno chiesto persino dei consigli medici, ma non avevo le competenze per rispondere. Ho capito quindi che esistevano una curiosità e una necessità collettiva che valeva la pena esplorare.  NEL VOLUME RICORRE SPESSO IL TERMINE “SOMMERSO”, RIFERITO ALLA DIMENSIONE MASCHILE DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE, TANTO NELLE SUE RIFLESSIONI QUANTO NELLE TESTIMONIANZE RACCOLTE. È IL RIFLESSO DI UNA SOCIETÀ ANCORA PROFONDAMENTE GENDERIZZATA? Sì, credo che la questione di genere incida profondamente sugli ideali di bellezza maschili e femminili che sono ancora molto diversi. Allo stesso tempo, penso che anche le componenti connesse allo sviluppo emotivo e fisico della persona intervengano sull’età di insorgenza della malattia e sulla sua manifestazione. Se attualmente nella popolazione femminile si riscontra un abbassamento drastico dell’età di esordio, almeno dalle mie interviste, emerge che negli uomini i sintomi compaiono generalmente più tardi. Inoltre, i meccanismi sono un po’ differenti e negli uomini l’ideale della magrezza è meno centrale. La malattia assume infatti spesso la forma della vigoressia, caratterizzata dal controllo eccessivo per la massa magra e grassa e da un’attenzione sproporzionata all’attività fisica e all’alimentazione.  COME SI INTRECCIANO MALATTIA E SESSUALITÀ NELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE E IN QUELLA DELLE VOCI RACCOLTE? È un tema che i ragazzi e gli uomini intervistati hanno affrontato poco e, per delicatezza, ho preferito non insistere su questo aspetto. Alcuni ex pazienti mi hanno raccontato di essere oggi felicemente fidanzati, uno è da poco diventato padre, ma nessuno ha approfondito il rapporto tra disturbo alimentare e vita sessuale. In generale, dalle testimonianze raccolte si nota come spesso sulla malattia abbiano influito tutta una serie di dubbi e di interrogativi legati alla propria sessualità. Io stesso nel libro racconto le mie difficoltà, soprattutto durante l’adolescenza, a restare nudo davanti alla mia partner e a lasciarmi toccare in determinati punti del corpo. Per superare questa impasse sessuale ho dovuto affrontare un percorso di psicoterapia e attendere l’incontro con una persona con cui mi sentissi pienamente a mio agio. Nonostante i passi avanti, permangono momenti di insicurezza in cui torna a prendere parola la “vocina nella testa”.  NELLA STANZA ASETTICA E OSCURATA DI VILLA MIRALAGO – LA PIÙ GRANDE COMUNITÀ TERAPEUTICA ITALIANA PER LA CURA DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE – HA AVUTO MODO DI INCONTRARE E ASCOLTARE FRANCESCO, TRENTACINQUENNE MALATO DI ANORESSIA, CHE IDENTIFICA LUCIDAMENTE IL PROPRIO PROBLEMA NELLA SOLITUDINE E NELLA “GESTIONE DEL VUOTO”. QUANTO QUESTO VUOTO NASCE DAL TERRORE DI NON CONOSCERSI DAVVERO, DI NON SAPERE CHI SI È E PERCHÉ SI È SU QUESTA TERRA? E QUANTO, INVECE, È LEGATO A UN’IDENTITÀ SEMPRE PIÙ PLASMATA ATTRAVERSO I SOCIAL, SOPRATTUTTO TRA LE GENERAZIONI PIÙ GIOVANI? Centrale è il tema della solitudine. Francesco parla apertamente di “vuoto”, ma anche gli altri ragazzi e uomini intervistati raccontano momenti di solitudine, il più delle volte connessi al rapporto con persone amiche che, con l’emergere della malattia, hanno preso le distanze. Tutti descrivono l’isolamento vissuto durante l’esperienza di ospedalizzazione dove la sera ci si ritrova da soli nelle stanze e ci si confronta maggiormente con la propria interiorità. In un momento storico in cui la vita fuori va molto veloce al punto che a volte dobbiamo quasi rincorrerla, essere costretti a rallentare e metterci in ascolto di noi stessi non è sempre facile. Rispetto all’illusione esercitata dal mondo dei social, soprattutto sui più giovani, nel libro cito il caso di Thiago Elar, il ragazzo di 27 anni transgender divenuto famoso su TikTok e morto nel luglio del 2025. Se, attraverso il racconto e l’esposizione mediatica della propria fragilità, si può avere l’impressione di essere visti e ascoltati e di ricevere un grande sostegno, in realtà nessun account social è realmente vicino alla persona che soffre perché non si può cancellare la distanza dello schermo.  NEL LIBRO SI METTE IN ASCOLTO DI STORIE DI FRAGILITÀ NEL TENTATIVO DI “STARE NELLA COMUNE FRAGILITÀ”. FINO A CHE PUNTO È POSSIBILE ABITARE GLI SPAZI DI UNA SOFFERENZA COLLETTIVA? E QUANTO È GRANDE IL RISCHIO DI RIPORTARE A GALLA VISSUTI PERSONALI E ALIMENTARE NUOVE RICADUTE?  Credo che la risposta stia nella frase che ho messo in esergo al mio libro e che ho ritrovato negli appunti di Martina, la mia compagna scomparsa a fine 2025 a causa di un tumore. Martina era una psicologa che si occupava in particolare di lutto. Già prima della stesura del libro, ci confrontavamo spesso su come, nel mestiere psicoterapeutico, si tende ad assorbire il dolore degli altri: bisogna essere capaci di fargli spazio senza esserne investiti e, in alcuni momenti, può essere efficace una self-disclosure, cioè la condivisione, da parte del terapeuta, di un aspetto di sé quando questo risulta funzionale alla relazione con il paziente. Quasi tutte le interviste per il libro sono state svolte quando la mia compagna era ancora in vita, e a casa l’ho più volte interrogata su quale fosse il modo migliore di pormi davanti alla sofferenza altrui. Grazie alla sua competenza ho capito che era necessario presentarsi in modo orizzontale e assolutamente paritario, con curiosità e senza paura di mostrare anche la mia fragilità. Questa modalità mi ha aiutato a entrare più rapidamente in empatia con le persone intervistate. Tuttavia, mi rendo conto che, esponendosi in questo modo, si rischia di far emergere aspetti della propria personalità che ancora non si è pronti ad affrontare. Dal punto di vista emotivo, io sono un temerario, mi piace buttarmi a volte senza salvagente e capire cosa accade dentro di me.  IN CHE MODO L’ESPERIENZA DI PROSSIMITÀ A UNA PERSONA MALATA E IL SUO RUOLO DI CAREGIVER HANNO MODIFICATO IL SUO SGUARDO SUL CORPO MALATO? Come spesso accade, sono partito da un’idea di racconto che si è poi modificata durante la scrittura del libro. All’inizio, l’unico capitolo in cui compariva Martina, doveva essere quello finale, dedicato alla cura del corpo. Successivamente, però, la sua figura è entrata in tutto il racconto, soprattutto quando scrivevo della morte, ma anche del percorso di malattia e di cura nutrizionale. Le sacche per la nutrizione artificiale, usate per le persone con anoressia, sono infatti le stesse che io ero solito preparare alla mia compagna. Anche affrontando il tema della pesante partecipazione del “sistema famiglia” nel disturbo alimentare di un proprio membro – su questo aspetto, ho avuto l’occasione di intervistare Francesca Lazzari e Stefano Tavilla, rispettivamente la madre e il padre di due giovani persone morte a causa delle complicazioni di un disturbo alimentare – mi sono accorto di come spesso, di fronte a ogni forma di malattia, la famiglia si attiva e si ricostruisce attorno alla persona in cura. Quando ho cominciato ad affrontare il tema da giornalista, non avevo ancora una percezione chiara di quanto fosse alto il tasso di mortalità nei disturbi alimentari. Quando mi sono imbattuto nei numeri, ho avuto un effetto di shock. Mi ha poi particolarmente colpito per la sua precisione la frase di una psicoterapeuta che ho intervistato: “L’anoressia mima la morte”. Il tema della mortalità nei disturbi dell’alimentazione si è dunque riflesso nell’esperienza da me vissuta come caregiver di una persona amata portata dalla malattia a un dimagrimento molto rapido e vicino alla morte.  L'articolo L’anoressia mima la morte proviene da Il Tascabile.
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Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela Maddamma ci turba e ci piace
Non sono tempi d’oro per le oneste storie di fantasmi. Per chi come me è cresciuto con la compagnia dei grandi spettri ottocenteschi è desolante fare un giro nella sezione degli horror contemporanei, fra best-seller o aspiranti tali che si rifanno più a serie televisive di terz’ordine che alla grande letteratura di un Poe o di una Mary Shelley o di un Matthew Gregory Lewis o anche di uno Stevenson. La letteratura di genere ha sempre meno a che fare con la letteratura e sempre di più con il mercato e dunque con il cinema e le serie televisive, perseguendo una pretenziosa narrazione onnisciente e scorrevole che discende dai libri più o meno riusciti di Stephen King (o dai film tratti da quei libri) ma che finisce dritta dritta nel dimenticatoio del già visto o del banale, fra ripetitive scene “a effetto” mal scritte e mal raccontate che procurano sbadigli di tedio piuttosto che brividi di terrore. Sono sempre più rare le meravigliose strutture a incastro che hanno reso indimenticabili romanzi quali Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde di Stevenson o, più avanti nel tempo, L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares. Eppure la letteratura sa ancora sorprenderci e spaventarci, specie se, come accade a me, non si crede nel maligno ma lo si frequenta spesso.  Quest’estate l’editore Fandango pubblica uno strano romanzo che rientra certamente nella categoria della migliore letteratura horror: L’affascino, di Manuela Maddamma. Mi erano già capitati fra le mani un paio di scritti di Maddamma contenuti in un volume dedicato ai grandi maledetti dell’Ottocento e del Novecento; uno di essi mi aveva fatto scoprire Aleister Crowley, figura orrifica semmai ve ne furono, cultore di Satana e dell’occulto, perciò quando seppi che Maddamma avrebbe pubblicato un romanzo dell’orrore ne fui più che interessato. È infatti una scrittrice molto peculiare, Manuela Maddamma: appassionata di autori dalle vite tormentate e tragiche, studiosa e traduttrice di Giordano Bruno, è una di quelle ottime stiliste che tendono a pubblicare pochissimo e che dunque bisogna seguire con attenzione. Il suo primo romanzo, Lascia che ti guardi, è del 2005. Ora, vent’anni dopo, esce il suo secondo romanzo, L’affascino. Vent’anni sono molti.  L’affascino è un abile gioco a incastri che rende il lettore non più mero spettatore di ciò che legge bensì parte attiva della storia narrata. Emilio Della Torre è un giovane antropologo che viaggia in Salento per fare delle ricerche sul tarantismo, rituale magico-religioso un tempo molto in voga nel Sud Italia. Il racconto comincia in prima persona e, come in ogni vicenda horror che si rispetti, non mancano le chiese e i preti, Dio e Satana, sebbene in seguito, sfogliando dei rosari, Emilio osserverà che le preghiere e le croci non sono altro che “una delle geniali trovate della superstizione, di quella religione cattolica che da duemila anni mastica tutte le superstizioni precedenti”, come a dire che ciò di cui si occupa lui – e di conseguenza la storia raccontata da Maddamma: L’affascino – è ben più misterioso e terribile delle ordinarie liturgie cristiane.  L’affascino è un romanzo che tratta del Male e dei morti e quindi dei fantasmi che ospitano le nostre paure più ancestrali. La struttura del libro è in gran parte binaria, alternando il diario di Irma, una bambina di tredici anni, ai resoconti di Emilio, che dovrebbe prendersi cura di lei ma che è troppo terrorizzato per farlo. C’è il “vecchio tema del doppio”, come lo chiama Borges ne Il libro di sabbia, perché Irma – la bambina – è anche Mira, sua madre, o forse soprattutto l’altra Mira che la perseguita: il bianco spettro di una bambina che compare pure a Emilio e che di fatto regge il pathos dell’intero romanzo.  Ci sarà un esorcismo. Ci sarà un tentato suicidio. C’è una casa infestata e c’è una maledizione. Tuttavia c’è anche molta letteratura, dai grandi modelli ottocenteschi (soprattutto Poe, Stevenson e James) fino a La Tigre Assenza di Cristina Campo, perché a un certo punto Emilio si dice: “Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?” Ogni fantasma è quindi un essere immondo. Ogni morto non può che essere una Tigre Assenza.  Chi afferra la massima irrealtà plasmerà la massima realtà, recita il titolo di uno dei capitoli del libro, riprendendo Hofmannsthal, quando Emilio si dispera di non poter combattere il Male e la piccola Irma continua a deperire davanti ai suoi occhi. Emilio però non vuole che la bambina fugga la casa maledetta, egoista nel proprio terrore come se fosse anch’egli un fantasma. Così scrive:  > “Ho sbirciato nel Diario che da un bel po’ tiene nascosto sotto il materasso; > nessun piano di fuga per ora. Tracce della piccina sì, non smette di > tormentarla. Ieri non ha potuto dormire perché dal cuscino le arrivava la sua > vocina ad augurarle la malanotte, una voce prima fievole e poi più nitida e > acuta a rivelarle un sortilegio e infine assordante a urlarle: ‘È una strega > malvagia!’ Allora si è tirata su e ha acceso la luce della lampada per > pregare, ma le parole si ingarbugliavano.”  La piccina è il Male, lo spettro che infesta la casa e il funesto doppio di Irma. La bambina si salverà? E Emilio? Cosa vuole dirci la frase di Hofmannsthal? Se i morti non sono reali, in quale malefica irrealtà possono condurci? L’innocente purezza di Irma, come lo spavento del lettore, è destinata a soccombere al Demonio?  L’accavallarsi del diario di Irma e dei resoconti di Emilio portano la tensione narrativa al culmine, in un crescendo emozionale e stilistico che – nel momento della rivelazione del Male, ossia della maledizione e dell’invocazione al Maligno – ci regalerà quel brivido di terrore proprio della grande letteratura gotica di cui tanto sentiamo la mancanza.  Manuela Maddamma scrive e pubblica poco, forse memore della lezione di Cristina Campo (“Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”), ma ciò che scrive ci turba e ci piace. L’affascino è un romanzo dell’orrore che merita di essere letto e che inquieta anche dopo la lettura. Gli innocui spaventi delle serie tv e dei best-seller di genere sono lontani, per fortuna. Dalle profonde tenebre dei nostri cuori ammaliati dal racconto, Satana sa ancora sorprenderci.  Edoardo Pisani *In copertina: Gerard David, Il giudizio di Cambiase, 1488 L'articolo Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela Maddamma ci turba e ci piace proviene da Pangea.
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