E ra l’estate del 2007 quando il Rhino, lo squat più conosciuto di Ginevra, fu
sgomberato dalla polizia. La fine di questa esperienza iniziata nel 1988 ha
rappresentato anche l’epilogo di un lungo periodo in cui le case occupate
ginevrine hanno attirato persone da ogni Paese d’Europa. A partire dalla metà
degli anni Settanta e con un incremento dalla fine degli anni Ottanta, infatti,
ci fu una proliferazione eccezionale delle occupazioni, dovuta alla penuria di
alloggi e alla grande speculazione immobiliare in atto nella città della
Svizzera romanda: un fenomeno che stava producendo l’allontanamento delle classi
sociali meno agiate dal centro urbano e che ha invece generato una reazione
storica agevolata dalle condizioni economiche e dalla situazione politica di
allora. Molti immobili dismessi, insomma, venivano popolati abusivamente da
gruppi di persone, per lo più giovani, che li sistemavano in autonomia puntando,
quando possibile, sul reimpiego di materiali e oggetti. Ne è seguita una lunga
stagione in cui questi spazi sono diventati degli esperimenti riusciti di vita
comunitaria ‒ per lo più tra artisti, creativi e studenti ‒ in cui si
promuovevano le culture underground e alternative in un clima di accoglienza,
socialità, solidarietà, convivialità, creatività e tolleranza.
All’inizio del 1995 nel comune di Ginevra risiedevano poco più di 175.000
persone: tra queste, circa duemila stavano occupando in contemporanea tra i 150
e i 250 spazi abbandonati, che avevano rivitalizzato, chi aprendosi al pubblico
e chi vivendoci in piena discrezione. Tra quelli più attivi pubblicamente c’era
il Rhino, il cui nome era stato scelto dagli occupanti dello stabile perché
acronimo di Retour des Habitants dans les Immeubles Non Occupés, ossia “ritorno
degli abitanti negli immobili non occupati”. Gli anni Novanta hanno costituito
l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra
era uno dei centri nevralgici di questo movimento.
Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile perché la città
svizzera era ed è conosciuta nel mondo soprattutto per essere una delle sedi
predilette delle multinazionali e dei milionari (non a caso nel 2025 è ancora
una delle capitali internazionali dei servizi di private banking). A metà degli
anni Novanta se, da italiani, si passava per Ginevra, si restava colpiti per
come la città fosse quieta e pulita, e per quanto si percepisse la presenza
della ricchezza. Anche per queste ragioni passare nelle zone dove si
concentravano gli squat, ad esempio vicino all’università, nel quartiere
Plainpalais, apriva un panorama completamente inaspettato, molto differente dal
resto della città, quanto mai vivo e colorato: sulla facciata del Rhino, in
particolare, oltre agli striscioni con frasi sul concetto e sullo spirito
dell’occupazione, spiccava la riproduzione di un corno di rinoceronte enorme e
rosso.
“Bar, teatri, sale da concerto, ristoranti a prezzi modici e asili nido
autogestiti hanno costituito un arcipelago provvidenziale nella città svizzera,
sia per le fasce più precarie della popolazione sia per i giovani che, senza di
essi, avrebbero rischiato di morire di noia” ha scritto Mona Chollet, scrittrice
e giornalista svizzera romanda, su Le Monde Diplomatique (nel periodo in cui ne
era caporedattrice), per raccontare questa realtà. E al suo elenco iniziale si
potrebbero quanto meno aggiungere sale prove musicali, spazi espositivi, atelier
e negozi alternativi con prodotti provenienti dai circuiti dell’autoproduzione.
> Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒
> Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo
> movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile.
Per anni la dimensione del fenomeno è stata tale che le istituzioni non potevano
permettersi di ignorarlo, ma neanche di reprimerlo con la violenza mettendo a
rischio l’ordine pubblico. Di conseguenza, si erano organizzate. Esisteva,
infatti, un corpo speciale della gendarmeria di Ginevra chiamato Brigade des
squats che per lo più provvedeva a fare da intermediario tra gli occupanti e i
proprietari degli immobili. Responsabile di questa “brigata” dal 1990, Christian
Pasquier, nel 2002 in un articolo del quotidiano locale La Tribune de Genève ha
sintetizzato l’essenza del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi in questo
modo: “Secondo la volontà del Consiglio di Stato cerchiamo di gestire la
situazione nella maniera meno conflittuale possibile”. In un post di un gruppo
Facebook fino a pochi anni fa molto vivo, Histoire des Squats à Genève (“Storia
degli Squat a Ginevra”), in cui si parla di questi poliziotti, i commenti delle
persone che all’epoca vivevano nelle case occupate si dividono tra chi li
ricorda come tolleranti, umani e disponibili, “più assistenti sociali che
poliziotti”, e chi li definisce subdoli, ipocriti e crudeli, “dei cani al
servizio del potere in carica”.
Senza dubbio quando agli inizi degli anni Duemila è cambiato il procuratore
generale e il clima di relativa tolleranza si è incrinato, si sono create le
condizioni per attuare una serie di sgomberi sistematici, e questi stessi
rappresentanti delle forze dell’ordine hanno messo in pratica tutte le misure
per evacuare gli spazi senza particolari “gentilezze”. Anche qualche anno prima,
in ogni caso, il clima non era sempre e comunque amichevole, come si deduce da
un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi occupati,
Intersquat, che sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione coperti di
elogi”.
Le divergenze d’opinione riguardo alla polizia, anche dopo tanti anni dai fatti,
svela in parte un conflitto che si riscontrava anche su altre questioni. Il
sociologo urbano svizzero romando di origine italiana Luca Pattaroni, professore
della EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), si occupa da anni di
squat, e in particolare di quelli ginevrini, anche perché ha vissuto in uno di
questi spazi grazie a un contratto fiduciario – un sistema controverso, non
amato dagli squatter più radicali (che concepivano le occupazioni esclusivamente
come illegali), ma comunque abbastanza diffuso. L’ho contattato perché provasse
a sintetizzarmi la realtà degli squat di allora, a cui ha dedicato molti
scritti. Mi ha spiegato che tra gli squatter di Ginevra non c’erano delle
tensioni molto forti, anche se c’erano delle divisioni e una di queste era
proprio in relazione alla tipologia di squat. “Alla fine, però, il coordinamento
Intersquat raggruppava tutte le tipologie di squat: da quelli illegali a quelli
con i contratti fiduciari, dai più radicali e più o meno politicizzati fino a
quelli più ‘festosi’ e ‘culturali’. La situazione era diversa, ad esempio, da
quella di Parigi, dove gli squat militanti erano repressi e quelli ‘culturali’
valorizzati, dunque lì ci sono state fratture alquanto dure”. Ma questo tipo di
divisioni erano meno presenti a Ginevra: “il Rhino, per capirci, era un grande
squat illegale la cui attività era prevalentemente culturale, perché era animato
da molti studenti di Belle arti”. Va specificato, mi spiega, che in Svizzera le
forme politiche della sinistra radicale sono sempre state più miti rispetto alla
tradizione francese, ma anche a quella italiana. Solo negli anni Duemila, quando
sono cominciati gli sgomberi, la situazione si è un po’ inasprita: “Poi, certo,
gli squatter più radicali si sono sempre rifiutati di dialogare con la Brigade
des squats perché per loro rappresentava un sistema di controllo, un modo per
rendere gli squat una realtà non anticapitalista ma capace di colmare un vuoto
fino a quando non ci sarebbe stato di nuovo bisogno di quel vuoto per fare
soldi”.
E alla fine è quello che è successo, specialmente da quando, negli anni Duemila,
i tassi ipotecari si sono abbassati (prima, tra il 1990 e il 1995 erano molto
alti). Dal 1998, in pratica, sono iniziate le dispute tra gli occupanti e il
procuratore generale Bernard Bertossa, un socialista nonché principale artefice
di questo clima di relativa tolleranza. “Questa dottrina faceva comodo anche a
un deputato di destra” prosegue Pattaroni “il membro del Partito liberale
svizzero Claude Haegi, ex consigliere amministrativo della città di Ginevra e
consigliere di Stato del Cantone di Ginevra, molto vicino agli ambienti del
mercato immobiliare ‒ in quel momento poco florido – e promotore in qualche modo
della politica del ‘self-help’. In pratica, Haegi lasciava il rinnovo delle
abitazioni a carico degli squatter, li trattava come imprenditori, e lo Stato
non spendeva nulla, ma poi la destra ha iniziato a criticarlo perché con i
contratti fiduciari sono arrivati dei costi per lo Stato”.
Inoltre tra il 1995 e il 1998 nel settore immobiliare è tornato a circolare il
denaro e quindi molti proprietari hanno depositato domande di autorizzazione per
attuare una serie di demolizioni e costruzioni. “Dal momento in cui sono stati
concessi loro i permessi, il procuratore ha iniziato ad autorizzare degli
sgomberi, ma non perché stesse ritrattando la sua dottrina di tolleranza,
semplicemente perché le condizioni del mercato immobiliare erano cambiate”.
Infine nel 2002 la situazione è cambiata ulteriormente con l’arrivo di un nuovo
procuratore, Daniel Zappelli ‒ vicino all’ambiente del mercato immobiliare ‒,
che, già durante la campagna elettorale, aveva promesso di sgomberare gli squat.
Lo farà anche grazie al supporto di un politico, Mark Muller (anche lui vicino
al mercato immobiliare), e alla virata a destra dei vertici della polizia. “Per
esaminare la storia degli squat bisogna considerare le vicende politiche ma
anche quelle economiche” conclude Pattaroni “perché va detto che le case vuote
che venivano occupate erano tutte fuori mercato, non rispettavano le norme per
poter stare sul mercato, e le statistiche dicono che a Ginevra il picco di
questo tipo di abitazioni è stato raggiunto nel 1995, lo stesso anno in cui ci
sono stati più squat nella storia della città”.
Di certo i semplici frequentatori, nella maggioranza dei casi ignari delle
dinamiche politico-economiche, restavano per lo più colpiti dall’intensa
programmazione culturale degli squat aperti al pubblico che, come si sottolinea
in un lungo servizio del 1993 realizzato dalla Radio televisione svizzera (RTS),
La culture squat, era ricercata e di qualità. In questo documentario televisivo
le dichiarazioni degli occupanti permettono soprattutto di capire lo spirito che
li animava. Ad esempio quando la giornalista di RTS chiede ad Anne, una giovane
stilista che vive nella casa occupata Philos da tre anni, “qual è il vantaggio
di abitare in uno squat?”, la risposta è questa: “Il vantaggio di poter… di
poter lavorare a dei progetti perché ci interessano e non perché sono pagati o
meno. Io ho voglia di fare quello che voglio e non di essere obbligata a
regolare la mia vita in relazione al denaro. Ossia, se alla fine del mese ho un
affitto da pagare, bisogna che accetti quel lavoro che mi dà quel tanto, anche
se me ne interessa un altro che non mi porta nulla: io così ho la libertà di
scegliere il lavoro che mi interessa e non quello che mi permette di pagare
l’affitto”.
> Un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi
> occupati, Intersquat, sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione
> coperti di elogi”.
Ribadisce il concetto il fotografo Julien Gregorio, che ha vissuto in più di uno
squat ginevrino e nel 2012 ha pubblicato un libro ‒ con una postfazione
circostanziata di Pattaroni – che raccoglie una serie di immagini che
documentano la fase finale di questa lunga stagione di occupazioni: Squats.
Genève 2002-2012. Nell’introduzione al suo libro, Gregorio scrive: “In questi
luoghi vuoti e fatiscenti, abbandonati da anni, si è sviluppata una maniera di
vivere parallela, prima di tutto comunitaria e associativa, basata sulla
condivisione e sulla sperimentazione di modelli alternativi alla società del
commercio e del consumo”. Anche su un quotidiano conservatore, il Journal de
Genève, nel 1991 il giornalista Oliver Perrin sottolineava questo spirito: “gli
squatter tendono a recuperare un ideale culturale comunitario in una società
che, come tutti sappiamo, privilegia lo sviluppo economico e individuale”.
Insomma si trattava di una sorta di anticapitalismo molto pratico e poco
dogmatico, lo stesso che ha coinvolto attivamente una buona parte della
Generazione X europea prima che il cosiddetto movimento No global dai primi anni
del Duemila in poi (e in particolare nel 2001), fosse represso con violenza.
La memoria della lunga esperienza degli spazi occupati di Ginevra resta viva
grazie al lavoro di studiosi come Luca Pattaroni ma anche a iniziative di
attivisti come, ad esempio, Marie Hélène Grinevald, che ha precorso il periodo
più rigoglioso degli squat occupando una casa nella prima metà degli anni
Ottanta. Grinevald lavora soprattutto per tramandare lo spirito di quegli
ambienti e da circa dieci anni è una guida qualificata nel campo della cultura e
del turismo che ha organizzato per molto tempo delle passeggiate alla scoperta
degli squat ginevrini. Nel periodo in cui guidava questi tour si presentava così
online: “In questa città la lotta per gli alloggi nel centro a prezzi
accessibili (purtroppo non oso più usare il termine ‘a buon mercato’) rimane una
battaglia di attualità. Finché il diritto alla proprietà continuerà a prevalere
sul diritto alla casa, finché il diritto alla casa sarà solo un obiettivo
sociale e non un diritto fondamentale, continuerò a raccontare questa storia di
lotta per dei valori, delle culture e dei modi di vita diversi da quelli che ci
vengono imposti”.
Oggi, come racconta Pattaroni, a Ginevra le realtà in qualche modo riconducibili
all’esperienza degli squat degli anni Novanta e Duemila sono rappresentate da
una rete di collettivi engagé che ha a cuore la controcultura e, in specifiche
occasioni, organizza delle manifestazioni. Ma le poche occupazioni rimaste
esistono grazie ai contratti fiduciari e sono quasi tutte molto discrete, ovvero
raramente ospitano iniziative pubbliche. L’edificio dove ha preso vita il Rhino,
nel frattempo, è stato completamente ristrutturato ed è diventato un palazzo
residenziale, e la stessa sorte è capitata agli altri spazi occupati che non
sono stati demoliti. Alcuni occupanti hanno preso atto che i proprietari hanno
beneficiato della loro presenza perché un immobile abitato gode sempre di una
certa manutenzione che lo preserva dalla rovina, e quegli edifici senza di loro
sarebbero rimasti vuoti ancora per molto tempo proprio a causa della crisi del
mercato immobiliare di allora.
Non certo solo per questo, e non solo a Ginevra, quindi, gli appartenenti alla
Generazione X, in media, hanno una certa nostalgia di questa epoca d’oro degli
squat. Gli anni Novanta del resto arrivavano dopo gli anni Ottanta, che furono
una sinistra anticipazione di ciò che sarebbe stato il nuovo millennio. Forse di
fronte a questa anticipazione dell’impassibile avanzata del capitalismo, alcune
persone si sono giustamente impaurite e hanno tentato di reagire. Oggi in molte
città europee gli spazi occupati esistono ancora, sono attivi e resistono, ma
negli anni Novanta nell’Europa occidentale costituivano una fitta rete che
rendeva quanto mai rilevante la controcultura e faceva sentire a casa chi si
riconosceva in quello spirito e, arrivato per la prima volta in città lontane,
li andava subito a cercare.
L'articolo Ginevra occupata proviene da Il Tascabile.